Ancora la pioggia prima che cada di Elisabetta

ATTESA – di Elisabetta Brunelleschi

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            Amava la musica. Da anni era abbonata alla stagione sinfonica del maggior teatro della città.

Col tempo, ascolto dopo ascolto, lettura dopo lettura, aveva imparato a riconoscere lo stile dei compositori e a collocare loro opera nel preciso spazio storico-artistico di riferimento.

Prepararsi per la sera del concerto era un rito che ripeteva ogni settimana con medesime attenzione e dedizione. E alla fine, nel tardo pomeriggio, del giovedì, eccola uscire di casa perfettamente abbigliata, non prima, però, di aver telefonato agli amici con cui condivideva l’abbonamento, per dire che sarebbe arrivata in anticipo e li avrebbe aspettati già seduta nel palco.

Comunicazione quasi superflua, perché i tre amici, che la conoscevano da anni, non badavano ai suoi orari semplicemente li consideravano un suo personale rito di preparazione all’ascolto.

Entrare nel teatro semivuoto ed attendere in silenzio la predisponeva ad assaporare le atmosfere che di lì a poco si sarebbero sparse su di lei e intorno a lei. In quell’attesa i muscoli si allentavano, per far posto ai messaggi e le speranze che ogni volta la musica le offriva.

Il primo passo verso quella sorta di catarsi musicale era l’ingresso nell’atrio ampio, luminoso, nitido e fresco come una campagna accarezzato da venti leggeri. I pavimenti lucidi, gli specchi sulle pareti, i lampadari di cristallo, le poltrone di velluto, i soffitti alti e chiari, le pesanti tende anch’esse in velluto coi ai lati ragazzi o ragazze impeccabili nella divisa scura dei valletti, erano i segnali che qualcosa di importante stava per accadere.

Le piaceva soffermarsi nel leggero mormorio di chi, come lei giunto in forte anticipo, si attardava tra sorrisi e conversazioni. Signore e signori eleganti, profumati, che dall’atrio sciamavano verso il caffè e poi tornavano per appressarsi agli ingressi.

Quando dall’atrio passava al guardaroba ancora non affollato e con calma poteva togliersi il cappotto, rimaneva poi soddisfatta dai gesti attenti con cui le guardarobiere riponevano gli indumenti e consegnavano la contromarca.

Così rilassata, con la borsetta in spalla e il programma in mano, si avviava a entrare nella sala concerti. Era l’ultima fase di quella sorta di rito preparativo al settimanale evento.

Si affacciava dal palco verso la platea ancora deserta e nel silenzio volgeva lo sguardo verso gli stucchi che abbellivano le pareti, il grande lampadario al centro del soffitto tutto affrescato e ogni settimana, come fosse la prima volta, si sentiva pervadere da una nuova emozione.

Sul palco giungevano alla spicciolata i musicisti e iniziavano le flebili note degli accordi, definite poi all’unisono dal ‘la’ del primo violino.

Ed ecco che gli amici già accanto a lei, con saluti leggeri si preparano anch’essi alla musica. La sala si riempie e il crescendo del brusio indistinto di voci e di passi cessa improvviso con lo spegnersi della luce e l’arrivo del direttore d’orchestra, dei solisti di turno. 

L’attesa finisce, l’animo è pronto, ora lei può chiudere la porta a ogni disagio della vita e lasciarsi cullare dal forte e piano della musica.

La pioggia prima che cada di Elisabetta

L’ATTESA DEL DECOLLO – di Elisabetta Brunelleschi

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Le cinture sono allacciate.

Il personale di bordo illustra le manovre di sicurezza e salvataggio.

Che batticuore che balzi nello stomaco!

I motori rombano. Le ruote avanzano anche sobbalzando sulla pista.

C’è un accelerare, un rallentare, curvare poi nuovo accelerare, si prende la rincorsa.

E in un attimo: voilà il decollo, ed è quasi bello, leggero, si vola!!

Pare di esser fermi e invece 100, 200, 300, 400, 500 e oltre km orari !!!!!!!!!!!!!!!

I 1200 km che ci separano dalla meta si percorrono in due ore.

Che paura …..

La pioggia prima che cada di Rossella G.

…la pioggia prima che cada… – di Rossella Gallori

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…era un’estate a km zero, cioè a casa, faceva  caldo, un caldo soffocante ed inutile, qualche uccello, pennuto assetato fischiettava una canzone stupida da volatile maschio ed un po’ coglione, appollaiato su un ramo sbruciacchiato dal sole…un pallone batteva sul muro, ad ogni colpo un calcinaccio, un fischio ed una bestemmia…

Lei, volutamente “ chiusa” in una stanza poco accogliente pregava, una cantilena silenziosa, un po’ pianto un po’ rimpianto, con la voglia di scappare che non la abbandonava mai…

Speriamo piova, fa che piova, che diluvi…

che tutto si allaghi, sparisca, per poi riaffiorare più bello, più colorato, diverso.

Fa che piova, fa che piova…

Ed assaporava il dopo, un dopo suo, con un amore di pelle buona, di spalle forti, di mani intriganti, con una casa grande da far invidia al mondo, con le finestre spalancate sul mare, con cibo vero pronto e profumato…e valigie, valigie per non partire, libri per non leggere, ma da sapere e teatri da applausi e salute da scoppiare per amare e non dormire.

Fa che piova, fa che piova…

Che tutto si cancelli, che tutto si lavi, si levi di torno, che affoghi senza smaniare, senza far rumore.

Ed un albergo da cento camere per viverci sola a volte o per sempre, letti solo per lei, con camerieri trasparenti e gentili, con una piscina tiepida di acqua salata.

Fa che piova, fa che piova…

Che tutto sia sommerso, che riemerga, con gli alberi dai fiori viola e le aiuole con i babà di panna e rum, con i cani a sei zampe per correre meglio, con i bimbi senza lagne, con le mamme che consolano, con gli amanti fedeli ed i mariti pure, ma non troppo.

Fa che piova, deve piovere…

Le piaceva sognare, un mondo pulito, un  universo nuovo, lavato dentro, tutto suo, un cosmo che non c’era, ma bastava sognarlo per farlo essere vero!

Fa che piova, fa che piova…

Era un’estate torrida, il temporale non arrivò mai…..

Prima che cada la pioggia di Rossella B.

Siamo sempre in tempo – di Rossella Bonechi

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“Sei ancora in tempo – si ripeteva davanti allo specchio – nulla è ancora accaduto”; ma entra in macchina, gira la chiave e va.

“C’è ancora margine – si ripeteva guardando il contachilometri – posso sempre tornare indietro”; ma il piede non si schioda dall’acceleratore.

“Al prossimo autogrill mi fermo e decido – si ripeteva controllando i cartelli – posso ancora rinunciare”; ma prosegue, verso quella cosa nuova che la fa sentire cercata, voluta, desiderata.

“È meglio abbandonare” – si ripeteva stavolta a voce alta – o forse no “. Il bip bip di un messaggio la fece sobbalzare e tenne a freno l’impazienza finché non poté fermarsi; “Scusami – lesse – non odiarmi ma ci ho ripensato. Perdonami se puoi”.

“Ecco…” – riuscì solo a dirsi mentre la delusione e il sollievo si rincorrevano tra testa e cuore. Spalancò i finestrini  per farsi attraversare dall’aria profumata di ginestre e dietro gli occhi chiusi capì che un tradimento prima che accada è solo un rimpianto e non un rimorso.

La pioggia prima che cada di Sandra

L’ATTESA – di Sandra Conticini

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Eccoci al dunque!

Ora ci sei davvero, lo dice quella righina appena visibile!

Speravo che accadesse presto, ma insomma ancora un po’ potevi aspettare…. non c’era poi tutta questa fretta.

Ora bisogna solo aspettare, avere pazienza e sperare che tutto vada per il verso giusto.

Sono impaurita dal futuro, mi sento sull’orlo del baratro. Che faccio mi butto o aspetto gli eventi?

Intanto i giorni passano e ci facciamo sempre più l’idea. Lo abbiamo scelto e quindi dobbiamo essere contenti, ma insomma avremo fatto la scelta giusta?

Speriamo di si. Il mondo è pieno e non esiste scuola che insegna quel lavoro.

Anche gli altri avranno le stesse nostre difficoltà, poi con il tempo ci abitueremo a capire come dobbiamo comportarci.

Il tempo passa e iniziano le prime curiosità, sicuramente sarà bello, già ma potrebbe essere anche bella. Penso: speriamo, perchè se è un lui io con le macchinine non ci so giocare e poi,  come lo chiamiamo, non ci troviamo d’accordo sul nome. Anche quella è una bella responsabilità. Un nome banale non ci piace, ma anche uno importante o che è di moda  in questo periodo non ci va bene… ancora abbiamo un po’ di tempo, decideremo.

Che emozione sentire qualcosa che si muove nella pancia, ma starà bene anche quando ha il singhiozzo… domani farò la dieta forse ho mangiato troppo.

Fra tutti questi dubbi il tempo passa e la paura aumenta, finalmente ci siamo… dopo tanta ansia la nostra bambina nasce e, nonostante qualche petecchia sul visino, il nasino un po’ schiacciato per noi era molto più bella di come l’avevamo immaginata.

Prima che cada la pioggia per Lucia

Aspetto – di Lucia Bettoni

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Ho un desiderio
Mi compri un orsetto di pezza?
Passano i giorni
Aspetto la sera
Aspetto il suo ritorno
Aspetto lui con l’orsetto morbido per me
Lo penso, lo immagino, lo accarezzo
Sono già innamorata di lui
Ma come ci si può innamorare di un orsetto morbido che si è solo immaginato!
Vederlo con gli occhi non serve
Lo vedo con il mio bisogno d’amore
E’ bianco , e’ soffice , e’ dolce
Pensarlo mi fa sentire meno sola
Per chi non ha nessuno un orsetto morbido può essere tutto
E’ la fine del giorno
Lui sta per tornare
Io lo aspetto con il cuore fremente
Stasera sarà la mia sera
L’orsetto sarà tra le mie braccia!
Ma non fu così
Passavano i giorni
Lunghi giorni d’attesa
Lunghi giorni pieni di speranza
Niente
Ogni giorno una delusione
Ogni giorno mi addormentavo senza stringere a me il mio desiderio d’amore
Poi il miracolo!
Ti ho portato l’orsetto
Il pacco era piccolo
Lo avevo immaginato più grande ma… l’altezza non conta!
Apro il pacco
Un piccolo orsetto marrone e nero si presenta hai miei occhi
Lo tocco
E’ duro, e’ ispido , non è dolce
Il mondo crolla
Io crollo
Ho bisogno d’amore

La pioggia prima che cada, per Luca

La notte magica – di Luca Miraglia

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E’ la notte della Befana. Ormai lo so che non è veramente lei che passa a riempire il calzettone appeso fuori dalla porta della mia cameretta, ma non vedo perché non istigarla comunque a lasciare lì dentro un tangibile segno di sé.

In casa è già buio e silenzio (carosello è finito da un bel po’) e me ne sto con le coperte fin sul naso ad ascoltare attento ogni suono, ogni rumore atipico intorno a me. Cerco di cogliere sul fatto la befana di famiglia che pensa ancora di illudermi… ma tanto io ho capito…

E se poi non fosse così?

Se davvero la buona megera sapesse di me e decidesse di passare ancora una volta da qui?

Certo sarebbe divertente ma sarebbe anche una bella fregatura: vorrebbe dire che non ho veramente capito niente…

Un occhio si chiude e l’altro sta per andargli appresso.

Ehilà!! Non posso addormentarmi finché non saprò!

L’altro occhio si richiude e il primo già sta sognando…

Un sobbalzo, è già mattina, una corsa alla porta: il calzettone è pesante…

La megera mi ha fregato un’altra volta.

Prima che accada – di Cecilia

La pioggia prima che cada – di Cecilia Trinci

Preparo l’incontro del giovedì  per tutta la settimana.

Prima la mente si posa su piccole cose, su  parole che passano, le intrappolo in un retino invisibile, afferro fantasmi, residui di sogni, briciole di foto, immagini spezzettate, che tremolano qua e là, posandosi più o meno a lungo.

Scarto il troppo, il cupo, il personalismo e l’autobiografia, l’incomprensibile e il complesso, il troppo semplice e l’assurdo

Resta qualcosa nel retino.

Allora comincio a leggere, a rileggere, a cercare. Non trovo mai tutto subito.

Cerco oggetti, mi smarrisco, mi ritrovo, mi convinco.

Poi dimentico tutto e ricomincio e cerco, nuovamente, senza trovare.

Il tempo stringe, leggo, rileggo.

Alla fine è l’idea che mi colpisce, che mi trova. Non sempre so da dove arriva.

Assonanza? Somiglianza? Scontro involontario? Sono scivolata sull’idea che è sempre stata lì?

Non lo so, ma….

Mi acquieto, soddisfatta, serena, calma. Il vento cala, l’ansia si spenge.

Anche giovedì pioveranno scintille

Incontro del 29 gennaio 2026: La pioggia prima che cada

“Andai a raggiungerle, ma Rebecca non si girò quando sentì i miei passi sui ciottoli. Si schermò gli occhi, guardò le montagne e disse: “Guarda quelle nuvole. Ci sarà un bel temporale se vengono da questa parte”. Thea sentì l’osservazione: era sempre molto rapida nel notare i cambiamenti d’umore – restavo sorpresa, ogni volta, nell’accorgermi di quanto fosse sensibile, pronta a recepire gli stati d’animo degli adulti. “Per questo hai l’aria triste?” si sentì in dovere di chiedere. Rebecca si girò. “Chi, io? No, non mi dispiace la pioggia estiva. Anzi, mi piace. È il tipo che preferisco.” “Il tuo tipo di pioggia preferito?” disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: “Be’, a me piace la pioggia prima che cada”. Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi: “Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro”. “E allora cos’è?” disse Thea. E io spiegai: “È solo umidità. Umidità nelle nuvole”. Thea abbassò gli occhi e si concentrò, ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l’altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: “Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia”. Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario – perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. “Certo che non esiste una cosa così,” disse. “È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale.” Poi corse verso l’acqua, con un gran sorriso, felice che la sua logica avesse riportato una vittoria così sfacciata. Il temporale non arrivò mai fino a noi. Lo guardammo scoppiare sulle montagne distanti, e poi spostarsi a est, ma le sponde del lago riuscirono a sfuggirgli.”

 Da: La pioggia prima che cada , di Jonathan Coe

Riflessioni di Tina da un frammento di Neruda: ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia

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Ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia – di Tina Conti

Non ho atteso sul balcone  cercato nel tempo dei ricordi e delle emozioni, frugando nella vita di prima, nel tempo dell’infanzia, della giovinezza, in una immagine, in un profumo.

Provo gratitudine nel rivedermi bambina di fronte alla vita.

Mi chiedo come ho fatto a imboccare la mia strada, destino o scelta consapevole?

Non ero una studentessa impegnata ma ero curiosa su come andava il mondo, come funzionavano le cose, costruivo, sperimentavo, chiedevo, facevo frittate dolci.

Erano i miei operosi genitori quell’edera a cui mi aggrappavo, con orgoglio e fiducia.

La mia casa era un laboratorio, si poteva sperimentare e fare tutto.

I materiali si cercavano e si recuperavano, non si buttava niente.

Si era costruito un pozzo, ricoveri per animali, arredi per la casa, materassi tende e abiti.

La cucina disponeva di verdure, uova e frutta, c’era sempre il problema di come conservare gli alimenti nei  momenti di esubero di produzione. Un piccolo vigneto consentiva la lavorazione del vino che piaceva solo al babbo ma che era prodotto in modo naturale e genuino.

In una dinamica così fatta, eravamo tutti incoraggiati a sperimentare anche in tenera età.

Così, il giorno che decisi per una crema al cucchiaio senza aver mai visto farla e neppure conosciuto il procedimento, ho realizzato la mia frittata dolce che ha provocato risate e ironia ma che non mi ha certo scoraggiata, da allora, la mia produzione di creme si è fatta vasta e fantasiosa e pronta a nuove ricette e scoperte.

Pensieri di Patrizia da un frammento di Neruda: rumore del mondo nel fogliame

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La fuga – di Patrizia Fusi

Una frase che mi colpisce appena la sento: mi viene alla mente un video dell’immigrazione  attraverso la rotta nei boschi dei Balcani.

Un gruppo di persone composto da bambini di varie età, donne e uomini, cammina nel sentiero del grande bosco velocemente, guardano in maniera attenta quello che li circonda, ogni rumore sospetto li fa sobbalzare, la giornata è grigia, un vento freddo batte contro i loro corpi, hanno una speranza che un tempo cosi brutto forse fermerà le guardie di frontiera.

Sono quasi arrivati al confine, sono felici, in lontananza sentono avvicinarsi un rumore di macchina .

Paura, terrore, tutto il gruppo si sparpaglia e si nasconde nel fogliame del  sottobosco.

 In quel fogliame c’è il rumore del mondo e la sua ferocia.

Contributo a distanza di Simone su suggestioni di Neruda: rumore del mondo nel fogliame

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FOGLIAME – di Simone Bellini

Parla il bosco nei miei passi,

canta della vita nata sui rami dei ricordi,

sbocciati in teneri virgulti empi di speranza,

maturati con caparbietà sofferta,

frutti di felicità momentanea,

di sogni infranti nella calura estiva,

disillusi caduti senza forze

nel tappeto scricchiolante dell’autunno,

in un alito veemente

crebbe il rumor del mondo nel fogliame

La vendemmia di Daniele da un frammento di Neruda: la scrittura del vino

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La scrittura del vino – di Daniele Violi

“”La scrittura del vino””, scrittura fatta di parole, come i grappoli d’uva, una scrittura che ho visto nascere, quando ho lavorato in una cooperativa agricola, quando con il vigore giovanile mi immergevo nell’uva. Dentro carrelli di legno costruiti appositamente per l’occasione della raccolta della vendemmia. Carrelli che avevano dimensioni di almeno 2 metri di lunghezza e di 1 metro di larghezza, capienti. La parte posteriore aveva una apertura, l’usciollo, il famoso usciollo. Con un forcone in mano a piedi nudi, affogati dentro una quantità enorme di grappoli d’uva, un bagno dentro una meraviglia della natura. Vivevo il piacere di conoscere la piacevole storia sin dalla nascita, di un antico ricavato dall’uva, che ha reso più dolce, anche il gusto della vita a tante persone. 

Come un rito iniziavo ogni volta, a ogni carrello, a raccogliere grappoli e grappoli di uva, che lanciavo poi con il forcone dal famoso usciollo, dentro la bocca di una macchina rumorosa, la diraspatrice, che accoglieva questa grande bontà di uva per la produzione e farne mosto. 

Ogni tanto, quando potevo, riuscivo a scrutare grappoli d’uva formosa di varietà  molto dolci, rossi e bianchi, belli agli occhi, che spuntavano, nel bel mezzo della mia opera di pesticciamento, quasi a chiedere di essere salvati dalla loro fine. Grappoli che mi ispiravano a essere presi al volo, e con veemenza addentati e gustati. In quel momento iniziavo a vedere la scrittura del vino, una scrittura che mi portava a fine giornata a sentirmi appagato. Si appagato dell’opera, ma anche tanto inebriato.

Storia di Nadia da un frammento di Neruda: fu cielo passeggero

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FU CIELO PASSEGGERO – di Nadia Peruzzi

Fu cielo passeggero ad accogliere il loro amore clandestino. Era esploso come un uragano estivo, di quelli che non ti aspetti, e ti trascinano lontano. Due occhi si incontrarono, poi furono mani intrecciate, baci appassionati, una intesa sessuale come nessuno dei due aveva mai sperimentato prima. Un viaggio in treno li aveva fatti incontrare. Destino, coincidenza, chissà. Stesso treno, stessa direzione, posti uno di fronte all’altra. Si riconobbero dal primo sguardo. Come se si conoscessero fin dalla notte dei tempi. Le affinità emersero pian piano. Iniziarono una conversazione da pendolari, lei una broker che si occupava di finanza, lui un tecnico di centrali idroelettriche addetto a manutenzioni continue. Quanto di più diverso non poteva esserci. Eppure. Eppure. Fili sottili, invisibili ad ogni parola tessevano una ragnatela che li avvolgeva sempre più. Erano solo loro, come se il resto delle persone attorno fossero sparite in un colpo. Portavano anelli che raccontavano di impegni e rapporti importanti, ma mentre si infittivano parole fra loro e occhi persi in quelli dell’altro, ognuno di loro era solo, sigillato in quel presente inatteso. Cenare e passare poi la notte insieme venne naturale ,come se niente altro ci fosse da fare per loro due in una serata di un marzo che già sapeva di estate. La cena corse via veloce. La notte, in hotel, non li vide dormire nemmeno un attimo .Avevano altro a cui dedicarsi ,e il tempo lo sapevano non era infinito. La mattina arrivò a dividere chi era stato una cosa sola per una notte. Si accorsero quando se ne andarono ciascuno in un taxi, e verso destinazioni diverse, che nemmeno una volta si erano chiamati per nome. Nessuno dei due aveva pensato di chiederlo all’altro!!

Da un frammento di Neruda i versi di Annalisa: una mano spaziosa

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UNA MANO SPAZIOSA – di Annalisa Faleschini

Una mano spaziosa, da contenere il mondo.

Una mano spaziosa non ha confini.

Una mano spaziosa è generosa.

Una mano spaziosa vorrei mi sorreggesse glutei e pensieri.

Una mano spaziosa, campo gioco per anime che si incontrano.

Una mano spaziosa, apre le sue pieghe e rivela altre verità.

Una mano spaziosa accoglie.

Una mano spaziosa,quando accarezza, muove il vento e ti rinfresca l’anima.

Una mano spaziosa, ha scritto tra le sue righe, storie ricche.

Dal frammento di Neruda le parole di Stefano: ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia

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L’edera e la nebbia – di Stefano Maurri

Ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia  felice, ma la nebbia che ora mi avvolge rende lontano quella sensazione, forse bisognerebbe cominciare a conservare la nebbia come qualcosa di utile e rimuovere i marchingegni che ci costringono fuori da essa. Nessuno all’infuori dei propri cari sentirà una mancanza particolare  e ti verrà a cercare…. dove si potrebbero cercare? fuori è solo nebbia si sente il rimorchiatore che  si appresta ad entrare nel porto, i passeggeri della nave da crociera scendono spaesati,  i nani e le ballerine  che erano stati predisposti per rallegrare il loro soggiorno sono appena visibili, i croceristi parlano piano, si aspettavano qualcosa di più. Dalla nebbia qualche  casetta  rossa emerge da un ghiaccio che stringe il cuore. “Com’è  freddo questo sole di York” e purtroppo “l’inverno del nostro scontento” continua a perseguitarci, la sirena della nave prende a suonare, il rimorchiatore fischia anche lui, i passeggeri straniti rientrano nelle cabine…… per fortuna Affari tuoi deve ancora iniziare, La ruota della fortuna gira e …rien ne va plus……

Dal frammento di Neruda le parole di Rossella B.: fu cielo passeggero

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FU CIELO PASSEGGERO – di Rossella Bonechi

Mi accorsi che non avevo più bisogno di alzare lo sguardo per scorgere il cielo: bastavano i suoi occhi per trovarlo.

Mi ci tuffai lasciandomi annegare e le sue braccia forti ancorarono le mie paure. Arrivarono le nubi di morbido cotone, i lampi elettrizzanti, i tramonti infuocati e tutto quello che elargiva il cielo.

Fino alla notte, al buio, alla fine di un giorno.

E non bastarono le stelle. Fu passeggero ma fu immenso cielo e io una volta lo abitai.

Dal frammento di Neruda le parole di Carla: frumento costellato di fiori rossi come scottature

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La mia età – di Carla Faggi

Frumento costellato di fiori rossi come scottature – Un libro di neve.

Emozione mista la mia adolescenza, come il frumento giallo, caldo, nutriente ma che ti pizzica, non ti accoglie, è pungente, ti entra ovunque anche se non vorresti.

Fiori rossi, mille opportunità, sono invitanti, preludio di piacere, ma scottano, fanno anche male. Ed il primo male non si scorda mai.

Eppure qualcuno ha detto che l’adolescenza è l’età più bella.

Forse non aveva ragione.

O forse si, chissà…è passato tanto tempo.

Rifletto sfogliando il mio libro di neve.

Emozione mista la mia cosiddetta terza età.

Bianca e silenziosa come la neve.

Riflessiva, ogni non rumore ti fa sentire ancora di più le assenze, ti fa cogliere le presenze, le orme ti indicano percorsi fatti, da te o da altri.

Eppoi il freddo, quello che hai paura di sentire, il sole che riflettendo ti acceca, e tu che sai che poi tutto passa, anche il freddo ed anche il sole.

Dal frammento di Neruda la poesia di Carmela: ho atteso sul balcone ….

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Frammenti – di Carmela De Pilla

Ho atteso sul balcone

Ho visto un passato pesante

presente nel mio presente

Ho incontrato campi di papaveri rossi

pianto di sangue che sgorga

Ho conosciuto un mare nero

 buio che mi porto dentro

Ho sentito il mio corpo

intrappolato da vento gelido

Ho assaggiato ferite

mai guarite

Ho atteso sul balcone

avvolta dal respiro della mia infanzia

Ho ascoltato il tempo

 che mi attraversava

Ora sento una mano spaziosa

 che mi accarezza.

Dal frammento di Neruda la storia di Anna: il taciturno che venne da lontano

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IL TACITURNO CHE VENNE DA LONTANO – di Anna Meli

            Era giunto da poco in quel paesino di poche anime che sorgeva su una altura circondata da campi di olivi. Nella piazza, un bar con solo due tavolini occupati da quattro vecchi che ingannavano la noia giocando a carte e, sotto il grande tiglio, alcune donne intente a chiacchierare e lavorare a maglia. Alcuni ragazzotti intanto si stavano sfidando in una partita di pallone a tre. Ne ebbe subito una buona impressione. Sì quel luogo era giusto per lui. Dopo aver consultato un biglietto tolto dalla tasca della sua giacca, si diresse con passo deciso verso una vecchia costruzione e sparì nel portone spalancato.

            Chi era, da dove veniva? Qual’era il motivo per il quale era andato a vivere in quella casa da tempo abbandonata dal proprietario che nessuno ricordava più? Tutti si ripromettevano di scoprirlo nei giorni successivi. Fra l’altro avevano anche notato che ogni tanto riceveva brevi visite da alcuni sconosciuti che però se ne andavano velocemente e questo si aggiungeva alle altre curiosità.

            Uscendo, in paese tutti lo salutavano per educazione e per cercare un approccio e andare oltre, ma lui rispondeva gentilmente mantenendo le distanze e tutto finiva lì. Il suo aspetto  incuteva timore e il suo modo di vestire, di camminare, di osservare quasi di sfuggita non lo rendeva simpatico. Parlava poco, rispondeva per dovuta cortesia. In paese si diffuse l’idea che nascondesse un segreto e che addirittura fosse una specie di mago che imbrogliava le persone ingenue o disperate che si rivolgevano a lui.

            Nel fine settimana i giovani di ritorno dal lavoro furono prontamente informati della situazione e fu deciso di parlarne tutti insieme per giungere ad una conclusione. Tutto il paese non si sentiva al sicuro e chi meglio del Sindaco avrebbe potuto risolvere la situazione! Ma il sindaco inventò mille scuse, fece innumerevoli giri di parole dicendo che potevano stare tranquilli, che quel tipo veniva da molto lontano e che di più non poteva assolutamente dire.

            Non aveva fatto i conti con l’usciere al quale niente sfuggiva e fu così che si venne a sapere in gran segreto che il signore del quale sapeva anche il nome era un pentito collaboratore di giustizia a domicilio coatto e….acqua in bocca!!!