La stanza dell’acqua – Cecilia

La stanza dell’acqua – di Cecilia Trinci

Mi sono accorta, ascoltandovi, di non avere una stanza tutta per me, e neppure un angolo speciale dove rifugiarmi. Mi sono accorta anche che la casa non ne ha o forse sono io che non ho cercato.

Le idee migliori mi vengono nell’acqua. Preferibilmente di mare e in mare, ma, in alternativa anche nella vasca da bagno, se di meglio non c’è. Mi lascio trasportare sotto l’acqua, la mattina, dopo che la notte, senza saperlo, ho riflettuto.

Tanto per ribadire è in mare che mi venne la voglia di creare il gruppo delle Matite, dopo aver ben ascoltato le ragioni e le voglie di Stefania, che in quel momento era accanto a me, nell’acqua, appunto.

Nell’acqua vedo quello che in terra mi era sfuggito……

E’ l’elemento primordiale, o forse il più evoluto, dove si sta sospesi, mentre sembra che il cervello si schiarisca e veda più lontano all’orizzonte.

La mia stanza dell’acqua potrebbe essere una stanza quadrata coperta per ¾ di acqua tiepida, perennemente tenuta alla stessa temperatura, con “isolotti” morbidi dove distendersi e zattere di legno dove scrivere e mangiare. Per il resto del tempo vorrei vagare sotto il livello dell’acqua e le pareti dovrebbero essere trasparenti, come quelle di un acquario, per poter vedere cosa succede fuori, per ricevere la visita di persone che mi salutano dal vetro come da uno schermo del PC e che mi parlano con grandi gesti farfallanti. Piante acquatiche esotiche tutto intorno. E silenzio. Il silenzio di quando la vita ebbe inizio.

Dopo i colloqui vorrei volteggiare sott’acqua per ricaricare le batterie cerebrali, per purificare la mia recezione sentimentale, per tornare com’ero.

Vestiti? Grandi parei colorati e coprenti che svolazzano con me, come mantelli, annodati dietro al collo, perennemente bagnati.

Piccoli pasti sulla zattera a base di biscotti.

Libri e racconti sempre umidi da leggere sopra gli isolotti, confondendo lacrime e acqua, senza distinguere.

Starei bene, credo.

In assenza di questo l’unico angolo di casa che posso farvi vedere e dove riesco a concentrarmi (oltre alla postazione computer che resta la mia preferita) è il tavolo dove scrivo il diario, dove aggiorno l’agenda, dove i rumori di sottofondo si spengono e riesco a rimanere sola con il racconto, con le parole, con le persone, con i loro dialoghi, che fermo sulla carta per non perdere niente……

Stanza del sogno – Rossella

Stanze…distanze – di Rossella Gallori

Casa è cose, le cose sono case…io vivo nella torre, spesse tende di velluto viola, tappeti di pelliccia, il letto è altissimo, ha immensi cuscini di Sangallo…niente maschi fissi, né mocci da asciugare, niente cani che abbaiano, niente uccelli cafoni, gioielli finti e veri mescolati in immense ciotole di cristallo, opulente e colorate, gioie sfacciate. Due telefoni gettati sulla dormeuse avorio/ sale, uno per il cuore, l’ altro più utile per il cervello, spesso uno dei due è staccato, una parete immensa ospita uno schermo gigante, musica e film, ritmo e luce. Cioccolato fondente dal cuore liquoroso, straborda dalle ciotole d’argento e libri, libri per terra, sul letto, sulla libreria, segnalibri preziosi d’oro zecchino, foto di me giovane ed in salute, sola mai, anche se gli altri non si vedono.

La porta è una portapersona, di legno laccato color glicine segnata dagli anni, una  barriera pensante che non sa se aprirsi o no…

Ogni tanto mi affaccio dal merlo medioevale, guardo e non vedo, scaldo l’olio bollente, non lo getto….ma lo scaldo. Qualcuno canta una canzone e là nel laghetto un cigno di plastica galleggia.

Poi mi sveglio  in un tinello piccolo piccolo e stento a rialzarmi dal divano rosso fuoco troppo basso, una volta tanto moderno, ed ora solo scomodo, il bracciolo con il buco fatto dalle mie mani incazzate è ora protetto da un plaid natalizio,  cuoricioso e colorato, una gatta artereosclerica  mi ignora.

La libreria ora è Natale incasinato, normalmente è caos, gatti di tutti i tipi e libri: letti, non letti, capiti e no, la finestra grande mi porta fuori su piante  di cui non sempre conosco il nome, la mia casa scatola non ha merli né guelfi, né ghibellini, non è un castello è una casacosa.

Con la pace dentro potrei stare teoricamente da qualunque parte, senza torri antiche…nel mio disordine totale di falsi gioielli appesi ai sogni.

La stanza dello stare insieme – Carla

La stanza dello stare insieme – di Carla Faggi

Apatia.

Sono nella stanza in cui si sta insieme.

Nella sala tinello si sta sempre insieme.

Marco ed io, con le amiche un tempo, con le matite ora.

Sono davanti alla stufa a legna, e quindi sono nella stanza in cui si sta insieme al caldo, perchè stare insieme significa scambiarsi calore.

Il calore è energia buona e quindi stare insieme significa scambiarsi energia buona.

Come sto?

In questo momento bene perchè sono nella stanza dello stare insieme e sto insieme nel calore.

Come starei? Insomma!

Come starò? Mah!

Più tardi sarò occupata nella stanza cucina a creare.

È gialla, colore perfetto per creare.

È piccola, ma io da una parte e Marco nell’altra ci entriamo.

Avvolta nel verde delle verdure, lava, taglia, cuoci, sono costretta ad occuparmene io.

Marco si diletta di più con i cibi proteici, magari rossastri.

Poi tornerò nella stanza dello stare insieme per mangiare.

Qui predominano il rosso con il lilla, colori adatti per lo stare insieme, il rosso ti appassiona, il lilla ti raddolcisce.

Come starò? Mah!

Sarò occupata a mangiare.

Poi accendendo la televisione sparapanzati sul divano rosso nella stanza dello stare insieme, sentiremo di nuovo del covid ed allora come starò?

Incazzata perchè non ne posso più! Triste perchè vorrei che finisse!

La stanza del tavolo – Lucia

La stanza del tavolo – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Sono nella stanza del grande tavolo:
un tavolo enorme di vecchio legno
Il tavolo da “contadini”, il tavolo della casa dove sono nata
Era al centro della grande cucina di fronte  al focolare e aveva due lunghe panche che potevano accogliere almeno dodici persone.
Con il passare del tempo mio padre lo aveva messo in cantina con sopra i caratelli del vin santo; il peso aveva piegato le sue assi e i tarli lo stavano sciupando, stava per andare.
Con tutta l’energia di ancora una giovane donna (avevo trentadue anni) ho voluto che quel tavolo fosse restaurato contro il parere e la volontà di tutti
Un giorno un falegname è venuto a prenderlo e ho visto il mio tavolone sistemato sul suo camioncino  e partire, ricordo la mia emozione!
Qualche settimana più tardi era di nuovo a casa: bello, luminoso, sorridente.
Io mi sentivo una donna felice perché ce l’avevo fatta! Avevo salvato qualcosa di importante, avevo salvato il luogo delle minestre di pane, delle pappe con il pomodoro, della polenta gialla tagliata con un filo di spago sottile e condita solo con l’olio, quello buono
Avevo salvato il tavolo dove ogni anno veniva macellato il nostro maiale dalle mani esperte di Aldo, il macellaio del paese
Avevo salvato il tavolo dove la mamma cuciva e stirava , dove io facevo i compiti e dove cercavo di insegnare a scrivere a mio nonno analfabeta.
Il tavolo  intorno al quale si riuniva tutta la mia famiglia per recitare il rosario nel mese della Madonna , dove la domenica si sedevano spesso anche i parenti che venivano a trovarci e dove veniva servita la minestra con il lesso ( solo la domenica) e poi c’era, ma non sempre, il pollo arrosto dei nostri o il coniglio in umido sempre dei nostri.
Tutti insieme al tavolone con il fuoco che scoppiettava alle nostre spalle e che scaldandoci ci attendeva a veglia nel “ canto di foco “ fino all’ora di dormire
Questo è il tavolo della mia storia e di chi mi ha preceduta e ogni giorno mi aspetta e mi saluta quando torno a casa: è lì subito dopo la porta.

La stanza trasparente: Laura

La stanza trasparente – d Laura Galgani

La mia stanza vola, è un enorme cubo trasparente, di vetro sottile e resistentissimo.

Allo stesso tempo però è permeabile, e io attraverso la realtà a bordo della mia stanza.

Le nuvole bianche e leggere, a batuffolo, ci passano attraverso senza nemmeno accorgersi che io sono lì.

A volte sto seduta alla scrivania e lavoro al computer, altre volte sto per terra, a gambe incrociate, e guardo il cielo tutto intorno a me.

Anche il pavimento è trasparente e il mondo, tutto il mondo, mi scorre sotto, dolcemente.

Non so per quale misterioso motivo la vita venga a cercarmi lì dentro. Io attraverso la vita ogni giorno, in ogni istante, a bordo della mia nave di cristallo, dove niente si frappone fra la vita e me.

Anche io sono trasparente come la mia stanza.

La vita mi passa dentro e si veste di me, e io vesto di me la vita.

Non c’è separazione fra me e ciò che vivo.

Tutto è dentro di me dall’eternità e lo riconosco quando mi attraversa, senza farmi alcun male, e dopo averlo riconosciuto lo lascio andare, guardandolo andar via.

Osservo ciò che mi ha lasciato: forse una goccia d’acqua, forse un germoglio di rosa, o magari un pezzetto di carbone. Tutto diventa parte di me: ne faccio tesoro in una sorta di digestione senza commenti.

Al mattino mi vengono incontro persone, tante.

Sono le persone con cui lavoro: le lascio entrare nella mia stanza trasparente rispondendo al loro sorriso.

Ma non solo: poco dopo si affacciano altre dieci, cento, a volte innumerevoli persone che non ho mai incontrato prima. Sono quelle di cui ci occupiamo e delle quali, in qualche modo, determiniamo la vita.

Alcune tornano ogni giorno e sono quelle che ci preoccupano di più, perché non sappiamo se per loro andrà a finire bene. Ma anche loro a sera passano, e mi lasciano un nutrimento importante in dono.

Poi ci sono tutti gli altri che passano a trovarmi: i miei figli, i miei genitori, tutta la mia grande famiglia, enorme come il cubo trasparente. Anche con loro rimango un po’, senza volerli fare miei. E li ringrazio.

Ma non basta; poi ci siete voi, le Matite colorate, che quando entrano tirano fuori grandi pennelli e si mettono a dipingere le pareti di cristallo con tutti i miei sogni, che si fondono con i loro. E la mia stanza trasparente diventa ancor più gigante, colorata, festosa e calda di amicizia e di vita.  

Incontro 15 dicembre 2021 – Le stanze

con Cecilia Trinci

L’ispirazione è legata alle “12 stanze” di Ezio Bosso che dice:

“La parola stanza significa fermarsi, ma anche affermarsi. E una parola così importante eppure non ci pensiamo mai. La diciamo e basta. Le abbiamo inventate. Le abbiamo costruite quando abbiamo trovato finalmente un posto dove fermarci. E gli abbiamo dato nomi, numeri e significati, a volte poetici: la stanza dei giochi, la stanza della musica, la stanza dei sogni. La stanza della luce o la stanza cieca. Altre volte pratici: la sala, il salone, la stanza da bagno, la cucina. Sono infinite le stanze, ma non ci pensiamo mai”.

Le stanze rappresentano le fasi della nostra vita ed i sentimenti che le accompagnano. Il dolore, l’amore, la rabbia, la felicità, la serenità, la pace.

E voi in quale stanza siete?”

E voi Matite, in quale stanza siete?

Intanto, in attesa di riflessioni, ecco i nostri angoli preferiti, dove ci piace trovare rifugio:

Una pagina tutta per sé – Nadia

Propongo una nuova “paginadove pubblicare i racconti personali, seguendo un filo privato, dove ognuno può esporsi con le proprie caratteristiche più belle.

Le città di Nadia – di Nadia Peruzzi

Per la mia maledetta paura di volare mi sono persa interi continenti. Delle città che ho visitato, grandi o piccole che fossero, porto ricordi così vivi che potrei scrivere all’infinito.
Ma mettere confini è necessario.
Non amo le città verticali tanto più se nate per impressionare con i loro skyline punteggiati di grattacieli dove, camminando per le strade, devi farti venire il torcicollo se vuoi vedere uno spicchio di cielo.
Mi sento schiacciata a terra, pensandomi in una di queste, incapace di volare anche col pensiero e la fantasia.
Città con molto potere di suggestione anche mediatica e con poca, direi pochissima storia rispetto a quella di molti altri luoghi del mondo non fanno per me.
Per capirci forse meglio: fra la V° Avenue e l’Avenida del Darro a Granada con l’Alhambra che osserva i tuoi passi dall’alto del costone non ho dubbi tornerei mille e mille volte nella seconda.
Amo le città orizzontali, piene di verde e punteggiate di monumenti testimoni di un prima di noi che parla di genialità e grande progettualità, di visioni del mondo che hanno gettato ponti verso il futuro superando l’angusto orizzonte delle casupole che li circondavano.
Amo le città in cui puoi trovare quartieri o piazze che assomigliano a piccoli paesi in cui ti senti a casa perché tutto è a misura d’uomo.
Una piccola chiesa medioevale in un vigneto con a due passi una corona di case a graticcio dai colori pastello e le cicogne che fanno capolino dai loro immensi nidi sui tetti e hai trovato il tuo eden. Certo a questo ci siamo arrivati per passi e gradi, inseguendo anche il vino alsaziano, perché la porta di ingresso in Francia è stat,a e non poteva che essere, la Ville Lumière, Parigi.
Parigi culla della Rivoluzione del Terzo Stato, terra di grandi pensatori e di scrittori, punto di incontro di artisti e dei più grandi ingegni che hanno segnato l’avanzamento della cultura e dell’arte in Europa e nel mondo. Avevo 17 anni quando ci sono andata la prima volta, e non fu semplice fare i conti con una dimensione dello spazio che sovrastava di molto quello di qualunque città avessi visitato prima.
Era un perdersi continuo. Doppio , qualche volta, se mi immaginavo a dare l’assalto alla Bastiglia oppure mi vedevo sulle barricate a difesa della Comune di Parigi.
L’emozione più forte dentro NotreDame. Era il 15 di agosto. Entrammo e fummo avvolti dal buio. La cattedrale era stracolma. Gli unici su cui cadeva la luce erano l’arcivescovo e le alte autorità ecclesiastiche. Erano in alto e sospesi sulla folla. Alle nostre spalle l’organo intonò le  note della Toccata e fuga di Bach. Ogni spazio ne fu riempito. Noi senza fiato attraversati da brividi, e trasportati lontano anche da noi stessi.
Era la prima volta in quella città così importante nella storia dell’umanità. Come tutte le prime volte a prevalere fu l’esaltazione, quella vestita di ansia e di voglia di correre per vedere di tutto e di più. La città da prendere a morsi, nel tempo che subito si scopre troppo breve per il tanto che c’è da vedere .
Ci sono voluti altri viaggi, altro tempo dedicato per placare la furia esplorativa e lasciare che fossero le carezze e la leggerezza ad avere la meglio.
Ognuna delle mie 7 volte a Parigi ha portato una scoperta in più, regalandomi angoli e scorci fuori dalle guide e dai percorsi del si deve.
Nei viaggi ho scoperto man mano che sono una da seconde volte, quelle che danno spazio al riconoscere, al ripercorrere, al riassaporare. Quelle in cui ci si può soffermare anche sulle minuzie, sulle stranezze,spostando lo sguardo dalla grandeur della porta accanto.
Al furore adolescenziale della prima volta ci si trova a sostituire un sentimento più adulto e pacato, ed è quello a portare per mano in un territorio che già possiamo sentire come più amico. Il sentimento che prevale è la confidenza dei luoghi che si attraversano e si possono godere al meglio.
La seconda volta a Parigi a pochi anni dalla prima, mi vide cronachista quasi giornaliera in lunghe lettere scritte ad un mio amore di allora.
Amore a senso unico come potei scoprire ben presto. La passione era tale che pensai di regalargli il mio sguardo sulla città, le sue stranezze, i suoi personaggi.
Ho riso ad ogni riga che scrivevo e ad ogni lettera.
L’amore non era corrisposto e anche le lettere non fu chiaro che fine possano aver fatto, tuttavia nello scrivere come se lo fosse, mi sono divertita così tanto che questo ebbe la meglio tutto sommato anche sulla delusione successiva e il pensiero, mentre scrivo, riesce a scaldare il cuore ancora oggi.
Per passare dal fare i conti con la nobiltà frivola e fricchettona della Francia, giustamente travolta dagli eventi e da Madame Guillottine, all’austerità e solidità della corte e della nobiltà inglese ci sono voluti anni, inframmezzati di viaggi in macchina alla scoperta della Spagna (ben 6000 km con una 500 blu piena di ogni bendiddio ) e della Yugoslavia percorsa da nord a sud fino nell’interno per strade sterrate di chilometri per poi scoprire che a Sarajevo ci saremmo arrivati comodamente con la strada asfaltata che non beccammo assolutamente eppure correva non distante.
Volevamo attraversare il massiccio del Durmitor con i suoi boschi incontaminati, e Durmitor era stato. Buche e strattoni compresi.
Quando vedemmo il cartello che ci dava a pochi chilometri da Sarajevo tirammo un sospiro di sollievo e fummo vicini a fare una ola da stadio.
Ho incontrato le prime moschee, i primi edifici alla turca e i primi cimiteri con steli coperte da turbanti a biancheggiare nel verde dei parchi, in questa città.
Era allora un’oasi di pace e di convivenza e di intrecci familiari secolari, che di lì a pochi anni sarebbe esplosa in un apoteosi di orrori. Umanità bombardata e offesa, fatta a pezzi.
Come accadde al ponte a schiena d’asino di Mostar e al suo quartiere nelle vicinanze ricco di vita,bar allegri,di tappeti,divani  e cuscini alla turca. Facemmo qui i conti con i danni che il mito della velocità ha introdotto nei nostri comportamenti abituali.
Fu il primo caffè alla turca a darci un sonoro ceffone e una lezione che aveva un che di filosofico visto che apriva una porta su altri mondi.
Non ci fu bisogno di disquisizioni sull’elogio della lentezza. Bastò il caffè. Al primo sorso bevuto di getto, quando mandammo giù anche un bel po’ di fondi che non avevamo avuto la pazienza di lasciar depositare, ci trovammo a maledire tutte le forme di dinamismo che a partire dalla rivoluzione industriale ci sono state buttate addosso per metterci il turbo.
Il fascino del super proibito nel passaggio di un confine invece era stato sperimentato qualche anno prima. Era il 1969. La Germania est , DDR, era scritta sul passaporto insieme ad altri stati (tutti di “oltre cortina”) come territorio vietato. Andarci poteva voler dire vedersi ritirato il passaporto e per anni giocarsela male per altri viaggi anche nei luoghi non vietati.
Ma lo sappiamo,dalle nostre parti le maglie del tutto strette non sono (in questo caso direi anche giustamente). Malgrado fossimo in macchina noi di famiglia e una mia amica,il viaggio era stato organizzato attraverso l’agenzia turistica a latere della CGIL.Insieme ai 5 giorni a Praga e ai 10 a Marianske Lazne ( la Marienbad di un noto film) furono inseriti anche 4 giorni da passare a Dresda. Ci arrivammo dal confine con la Cecoslovacchia, consegnammo i documenti che l’agenzia ci aveva fornito e alla frontiera ci rilasciarono un foglio simile ad una pagina da passaporto. Ci potemmo godere in questo modo le meraviglie, molte di pittori italiani, contenute nel museo Zwinger e un passaggio in battello lungo il corso del fiume Elba fino in Sassonia.
Ovvio che oggi quando sento che solo dopo Schengen si può girare in piena libertà in Europa un po’ da ridere mi viene. In quegli anni , in macchina, di frontiere con quei mondi ne ho passate diverse ma il massimo di negatività che posso ricordare sono, e non sempre, le code al momento del controllo dei passaporti. Per il resto viaggi in libertà e senza che ci accadesse nulla .
Per arrivare alla corte inglese ci voleva l’aereo e come novello Achille non avevo granché voglia di staccare i miei piedi da terra per affidarmi alla perizia di un pilota d’aereo. Questo, malgrado mio padre cercasse di razionalizzare con i dati delle statistiche. Certo lui a Pechino da Mosca c’era arrivato con un bimotore viaggiando ad elica nel 1954, certo che realmente gli incidenti di auto siano più frequenti di quelli in aereo, altrettanto certo però che a Londra ci arrivai inteccherita come un pezzo di legno per la tensione.
Ci volle poco per sciogliere quel legno, in ogni caso.
Il concetto di città mondo l’ho sperimentato per la prima volta a Londra. Nelle sue strade facce dai colori diversi, occhi più o meno neri e inclinati,uomini con turbanti di cui avevo letto solo nei libri di Salgari o di Kipling e che scoprii frequenti quasi quanto gli autobus rossi a due piani. Nei negozi , insegne e mercanzie che erano istantanee di un impero. Il più vasto dopo quello di Roma, e uno dei più longevi prima che lo strapotere dei Gringos arrivasse a surclassarlo.
La Londra dei monumenti è nota. Così come la loro solidità e essenzialità senza fronzoli. Del primo viaggio porto con me il ricordo dei primi barboni visti a dormire fra i cartoni e in pieno centro. Fu uno schiaffo diretto e colpì duro. Eravamo dietro il Covent Garden e nella zona dei teatri. Era novembre e c’era una umanità condannata a passare la notte fuori al freddo. Fa ancora male a pensarci. Qualche anno dopo il quadro era cambiato. Non in meglio se un turista poteva accorgersi di quello che un articolo che lessi quando ero già rientrata a casa definiva come un “fenomeno preoccupante”. L’età di coloro che si aggiravano come barboni per le strade della città luccicante si era abbassata fino ad arrivare ai giovani di poco più che 20 anni. Era il 1999 con l’era della globalizzazione che stava mettendo il turbo e nelle città si approfondivano disparità e disuguaglianze.
Sarà anche per questo che ho fotografato di malavoglia i nuovi quartieri verticali che fanno corona alla Torre e al Ponte di Londra. Anzi per meglio dire ho fotografato con più di un filo di rabbia e un piglio da documentarista di ciò che proprio non amo e non mi va giù.
Frotte di archistar si sono date un gran da fare creando emblemi dello strapotere economico di compagnie di assicurazione, grandi banche e catene alberghiere. Simboli e totem per chi il cielo lo ha scalato davvero, ha vinto e stravinto la lotta di classe. E da lassù guarda con disattenzione e fastidio, se le guarda, alle masse brulicanti che quello strapotere ha messo in un angolo e in condizione di marginalità e stanno dentro sacche ben visibili anche nelle città sfolgoranti dell’Occidente ben pasciuto. 
Ci sono città in cui ho sperimentato come sia possibile fare viaggi diversi in tempi diversi.
Vienna dove la prima volta ho inseguito i Bruegel fino dentro il Kuntistorische Museum per ritrovarmi di fronte due quadri di piccolo formato che confliggevano con la grandiosità che avevo immaginato vedendone le riproduzioni in un libro magnifico dedicato alle gesta epiche dell’eroe nazionale delle Fiandre che aveva guidato la lotta per l’indipendenza dalla Spagna. Till Ulenspiegel il coraggioso, il buono, il saggio, il ragazzo del popolo, contro il sanguinario Filippo secondo re di Spagna.
Il resto fu visto seguendo le guide di allora e i percorsi suggeriti allora. Era il 1973 , l’anno del viaggio di nozze, e molte cose non le conoscevamo ancora e non erano entrate nelle nostre corde. Nel 2014 fu tutta un’altra Vienna. I monumenti erano sempre lì a raccontarla come nel 1973 ma a guidare i nostri passi e a tenerci per mano c’erano Klimt e gli artisti della Secessione e dello Jugend Stil di cui al tempo del primo viaggio non sapevo granché.
E’ accaduto lo stesso per motivi diversi con Leningrado/San Pietroburgo.
In questo caso non si è trattato di artisti o di scrittori a determinare lo scarto. Si è trattato proprio di due storie completamente diverse vissute e sentite raccontare così, dalle guide nel 1971 e poi nel 2006.
Quella del 1971 seguiva il corso di una rivoluzione nata nel paese che anche i “testi sacri” avevano considerato il meno probabile perché si determinasse. Aveva avuto luogo dal cuneo tragico introdotto dalla prima guerra mondiale e resa possibile dalla distrazione delle potenze imperialiste in lotta fra loro. I luoghi e i monumenti che visitammo erano raccontati come tasselli di quella epopea rivoluzionaria e di quei 10 giorni che avevano sconvolto il mondo secondo il racconto cronachistico del giornalista americano John Reed che li visse da vicino.
Alla fortezza Pietro e Paolo visitammo le segrete dove era morto il fratello di Lenin e dove molti anni prima erano stati imprigionati i Decabristi e Dostoevskij. E l’Istituto Smolnji lo potemmo vedere, dopo averlo letto sui libri, come luogo in cui Lenin aveva installato il quartier generale di Bolscevichi durante la rivoluzione.
Nel 2006 invece anche l’incrociatore Aurora , quello del colpo di cannone che aveva dato il via alla rivoluzione, aveva perso il suo smalto. Veniva raccontato come un inciso, un si deve ma trascurabile. E’ ancora alla fonda nello stesso punto ma trattato come parte di una storia che si deve raccontare sottovoce, come se non fosse mai avvenuta. Quindi alla Fortezza Pietro e Paolo nel 2006 ci hanno portato a visitare la chiesa con le tombe degli zar, e allo Smolnji l’attenzione la si è puntata sull’Educandato per le nobili fanciulle. Roba tranquilla e del tutto poco compromettente.
Eppure , con un po’ di immaginazione, da dentro le regge sfarzose e ridondanti di specchi , ori e broccati se lo sguardo oltrepassava le finestre perdendosi nei parchi e nelle tenute che li circondano non era difficile scorgere il volgo disperso, straccione, analfabeta , affamato e fiaccato dentro la tragedia e le distruzione della prima guerra mondiale, immedesimandosi nel suo punto di vista di escluso. Dato lo scarto di condizioni e la ferita delle disuguaglianze manifeste non era stato impossibile per un manipolo di uomini coraggiosi e determinati fornire ragioni per un rivolgimento di portata mondiale e rendere protagonista quel volgo disperso .
Le tre motivazioni di fondo valevano in quella terra come l’aria e l’acqua per ogni essere umano. Pace, pane e terra ai contadini. Parole semplici ma in grado di innescare un effetto dirompente che ispirò un movimento di portata planetaria. Mi chiedo adesso come raccontino questi stessi luoghi. Se esista una terza versione che tenga conto degli eventi per come si sono manifestati. Oppure si continui a evitare di fare i conti con una delle storie, anche ovvio per criticarne aspramente le storture, durata comunque per quasi un secolo. Non so se riuscirò a scoprirlo. Mentre scrivo forse sento che potrebbe diventare ragione per un terzo viaggio da quelle parti.
A fare contorno alle grandi città le tante piccole visitate. Fra queste le cittadine dell’Olanda costruite su terra così ostile e fragile da aver messo a dura prova l’ingegno e la fatica dei loro abitanti. Grandi i contrasti pur nell’assenza di rilievi. Terra e acqua senza quasi soluzione di continuità e una luce che solo lì si può trovare. Le case merletto sempre troppo piegate in avanti o all’indietro, a destra o a sinistra. E la birra bionda in boccali invitanti e generosi che pensavi causa di quelle visioni un po’ sghimbesce, non c’entrava nulla, era proprio così a causa del terreno poco stabile.
In Italia Vicenz . Ci sono andata per visitare una mostra di Van Gogh pensando che tutto ruotasse e finisse con la Basilica palladiana. Invece è lo stupore a guidare i passi dentro una città che scopri pensat , frutto di una concezione del mondo e figlia di una architettura non fine a sé stessa o fatta di frammenti e segmenti a sé stanti e privi di senso compiuto.
Palazzi e quartieri del centro si percepiscono sorretti da un piano,da una visione filosofica e dalla gran voglia di lanciare un segno forte anche verso il futuro.
La mia città natale Roma volutamente lasciata per ultima. Non ci sono cresciuta, visto che a due anni e mezzo son venuta a Firenze con mia nonna, mentre i miei per qualche mese ancora hanno continuato a lavorarci. Una città di cui non ho ricordi miei. Impossibili i dejà vu che uno si porta fissati nel dna. Per me era la capitale del paese non la “mia” capitale per sentimenti, sensazioni da poter far riemergere percorrendo strade, ascoltando voci o sedendosi ai tavoli con le tovaglie a quadri bianchi e rossi delle trattorie di Trastevere.
Per lunghi anni e non saprei dire perché nemmeno l’ho visitata da turista. I miei percorsi romani sono stati quelli delle manifestazioni a cui ho partecipato. Gli anni da turista sono arrivati dal 1990 in poi. Nessuna parola può descriverla o condensarla, Roma. Troppa storia e troppe stratificazioni di storie per poter trovare il verso di un racconto.
Sono i flasches degli ultimi anni e le scoperte più recenti a illuminare il ricordo. San Luigi dei francesi con I tre capolavori assoluti di Caravaggio dedicati a San Matteo che non trascuro mai nemmeno nei miei viaggi di un solo giorno.
Santa Costanza con la sua pianta circolare e i suoi mosaici. Il quartiere Coppedé con i suoi palazzi in stile eclettico e Liberty e con spaccati che portano, in qualche caso, a angoli di palazzi genovesi.
Delle notti romane una su tutte. Era il 2015. Era caldo,fin troppo, in quell’estate romana. Nemmeno il ponentino riusciva a mitigarlo. Malgrado le buone intenzioni da turiste ci trovammo ad anticipare il viaggio di rientro. Irene aveva già una bella pancia e il giro in quell’afa sarebbe stato faticoso e ci avrebbe messo alla prova.
Ce ne tornammo a casa senza troppa delusione per questo anticipo di orario di rientro. Il clou del viaggio lo avevamo già vissuto la notte prima. Alle Terme di Caracalla Elthon John aveva tenuto il suo concerto. Cantammo e ballammo avvolte da una magia che durò quasi due ore, i 35 anni di differenza fra madre e figlia si dileguarono a ritmo di rock! 

Anni: il 1951 – Patrizia

Un ricordo del 1951 – di Patrizia Fusi

Ero in prima elementare.

In quel periodo mia mamma dovette essere ricoverata in ospedale per un intervento, io fui mandata dalla zia Gina, sorella del babbo.

Mi pesava molto non essere a casa mia.

La prima mattina la zia mi preparò con cura, perché andassi a scuola, io ricordo non ne avevo voglia, per tutta la strada andavo piano piano a piccoli passi come una formica, quando arrivai davanti alla scuola girai il sedere e tornai a casa da zia.

Gli dissi che c’erano degli scolari dentro al giardino della scuola, che erano vicino alla piccola vasca con una fontana al centro che zampillava l’acqua, che non mi avevano fatto entrare.

Mia zia intelligentemente non mi brontolò, fece finta di credermi.

Mi mancava tanto mia madre e la mia casa.

Quasi Natale

E’ quasi Natale, Raga…….! – di Rossella Gallori

Incontro

Uscita presto, imbacuccata, un cappello che mi copre la fronte, un golf che pizzica, le calze di lana, che erano anni che non mettevo, stentano a star su, elastico molle, ciccia superflua….cammino lentamente, per più motivi: la fatica, la mancanza di voglia, la paura di scivolare su questa poltiglia giallastra, che prima della pioggia era un magnifico (o quasi) tappeto di foglie autunnali, croccanti e molto meno pericolose, la sensazione che anche il contapassi si sia rotto le palle di accompagnarmi in queste escursioni così brevi ed inutili per salute e sport.

Mi fermo un attimo, il naso gronda, frutto maturo di un -2, regalo di oggi, mi cadono i guanti vezzosi e poco pratici, alzo gli occhi al cielo, ma non proprio, la sciarpona  artigianale immobilizza,   in parte, il collo…..ti vedo, un tuffo al cuore mi scalda, quasi cado, mi nascondo dietro un camion del Covi, poco profumato, ma protettivo…

Stento quasi a riconoscerti: invecchiato appesantito, accartocciato, non seduto, sulla panchinetta bronzo, alla fermata del bus Rocca Tedalda 3, la barba ingiallita, trascurata ed esageratamente lunga, anche la giacca che ricordavo, sembra non appartenenti più,  lisa e stretta, bottoni ciondolanti e precari, il cappello che tanto amavo è solo un fungo senza vita, che dispiacere vederti così, certo da lontano non colgo il tuo sguardo e ringrazio i mie occhi astigmatici che non colgono i tuoi occhi spenti e tristi. Ricordo che viaggiavi con zaini meravigliosi firmati e capienti, ora scorgo un misero trolley con una ruota sola, dall’aspetto vuoto….

Dietro di te, una vecchietta curva e malmessa, pezzola in capo, gonna spiegazzata, forse  non siete insieme ma sicuramente vi conoscete.

Che delusione stamani, i ricordi, spesso, son più belli della realtà, ti ricordavo forte, pimpante, dalla voce poderosa, nel tuo oh oh oh…invece, due anni di merda ti han distrutto, spiaggiato tra gente che fugge da se  stessa.

Se frugo nella memoria, ricordo  perfettamente il periodo in cui ti ho odiato, non fu reato, semplicemente rancore, rammento voci: Babbo Natale…..Non porta niente, non ci sono soldi!!

Il mio  primo pensiero su di te fu : vestito di velluto rosso, occhi buoni…..pieno di doni…e a me nulla..?? Stronzo e classista, ciccione inutile…fascista camuffato. Non si fa così!

Ora, dopo due, tre vite, ho fatto pace con te, ed il vederti così mi intenerisce, prendi il bus, forse ti sei mangiato le renne e venduto la slitta, nella valigiuccia porti bollette, tamponi e richiami….finiti i bei tempi eh Natalino?

La Befana che è con te forse è tua moglie da sempre, anche lei non mi sembra messa bene, ma colgo in lei meno traumi, lei è sempre stata “un passo indietro” e chissà che non ti superi, come merita ogni donna, che non compri una crema miracolosa, due cenci alla Upim, un body che la raddrizza un po’ per poter camminare fiera per strade comode senza cercar scorciatoie del c……o in camini stretti e puzzolenti. Porgendo la mano a donne sole, infangata di cattiverie…

……il camion del Covi, ha acceso il motore, strano ero così assorta, che manco ho sentito chiuder lo sportello e visto la tuta bleu accessoriata di occhi in tinta, spalle forti, sorriso sfacciato….una volta avrei fatto la ola per tutto questo…

Mi muovo, è arrivato il tuo 14/ Santa Maria Novella…sei salito con difficoltà,  la Befana è stata aiutata da un giovane palestrato, che sia segno di cambiamento?

Mi muovo verso un caffè caldo, in piazzetta di Rovezzano, dove c’ è un albero senza palle offerto dal comune, che fa notizia…l’ hai visto? Ma l’ anno scorso che c’era? Quanti soldi buttati via! “o unnera meglio se riparavan due o tre buche…”

Entro al calduccio, tolgo il cappello, spero di non aver preso il puzzo di bottino dal camion ….qualcuno nota la mia aria più stravolta del solito:

Che ti è successo Madama?

Ho visto un fantasma!

Ma chi, il vecchio Galli?

No, rispondo incerta ed ancora frastornata.

Allora, qualche vecchio fidanzato (e qui ridacchia il barista)

No, ho visto Babbo Natale, alla fermata del tram, c’era anche la Befana..

Il silenzio mi colpisce, cosa ho detto di male?…perchè mi guardano così?.

Qualcuno mi porge una sedia, la brioche ed un caffè….una voce alle mie spalle gracchia: oggi unnè giornahaaaaaa!!

Il rumore di un’Ape del Comune di Firenze, piena di palle mi impegna in altre considerazioni, è l’inizio di un giorno….ed è quasi Natale…..

Anni: 2016 e 1966 – Anna

Cinquanta anni (e oltre) di amore – di Anna Meli

2016      1966

            Il 2016 fu per me anzi, per noi due, un anno di arrivo. Passo dopo passo, sempre per mano, eravamo arrivati al 50° anniversario di matrimonio senza accorgersene.

            Due figli ormai grandi con la loro vita, cresciuti insieme. Mille impegni da dividere con il lavoro e preoccupazioni alle quali non eravamo abituati uniti anche a gioie e a voglia di farcela insieme.

            Quel giorno 22 settembre fu gran festa di amici e parenti che si congratularono con noi  rendendo il tutto bello ed emozionante. I nostri nipoti resero particolarmente vivace l’atmosfera e ci regalarono tutto il loro affetto con quella gioia leggera e spensierata propria dei ragazzi, scherzando  ed improvvisandosi in varie macchiette.

            Ricordo poi che finita la festa, rientrammo a casa felicemente stanchi e frastornati da tutti quegli auguri, baci, abbracci. Sedendoci  sul divano ricordammo alcuni episodi della nostra vita , e fu come tirare una riga alla fine di una lunga somma di anni. Da lì saremmo ripartiti. Purtroppo non è stata la ripartenza che volevamo. Unica consolazione l’amore che ci aveva sempre unito.

            Ci sposammo il 22 settembre 1966. Eravamo giovanissimi 20 anni io e 25 lui e, quell’anno di gioia per noi non lo fu altrettanto per Firenze. Ricordo che rientrati dal viaggio di nozze, incominciò a piovere per giorni e giorni, sembrava non voler smettere più.

            A noi non dispiaceva più di quel tanto perché vivevamo come in una bolla di spensieratezza, anzi il ticchettio della pioggia e il vento rendeva più intimo il nostro stare insieme nel silenzio della nostra casa.

            Poi improvvisamente un mattino di festa (4 novembre), colpi forti e ripetuti alla porta d’ingresso ci svegliarono dal sonno

– Chi sarà a quest’ora? – Accendo la luce, ma la stanza rimane buia. Non c’è corrente elettrica. Mio marito, infilate le ciabatte si precipita ad aprire e…

            I miei parenti che abitavano alla Nave a Rovezzano erano lì stravolti , bagnati e infreddoliti con le lacrime agli occhi. L’Arno aveva superato gli argini invadendo tutto e loro avevano fatto appena in tempo a scappare. Tutte le loro cose erano rimaste sott’acqua.

            E fu così che per un breve periodo, casa nostra divenne anche casa loro.

Anni: 2016 e 2017 – Sandra

Anni difficili – di Sandra Conticini

Faceva ancora parte di quegli anni molto impegnativi che ho trascorso. Divisa tra lavoro, casa, figlia, badanti, spesa. Ero sempre con le lacrime a fior di pelle, agitata, l’ansia da telefono…quando suonava avevo paura a rispondere.

Raramente prendevo  qualche spazio per me, ma il senso di colpa mi divorava.

Quell’estate non finii neppure i miei pochi giorni di ferie che negli ultimi anni facevo e  tornai in fretta e furia dal mare perchè la mamma da giorni non mangiava e non parlava. Ricordo che avevo fretta di tornare, ma quel viaggio diventò un’apocalisse, perchè trovai un incidente ed arrivai da lei alle due di notte, ma naturalmente dormiva. La mattina quando ritornai a casa sua aprì gli occhi e iniziò a parlare solo con me, ed allora capii che lei si era accorta della mia assenza anche se telefonavo tre o quattro volte al giorno.

Verso fine anno arrivò la notizia che dovevo scegliere, si fa per dire, se andare o meno in pensione. Comunque la scadenza era a fine gennaio, quindi l’anno nuovo mi avrebbe portato consiglio.

2017

Il 2017 iniziò il mese di gennaio con questa decisione che mi torturava, qualunque cosa avessi deciso, non ero contenta. Il 31 gennaio, giorno di scadenza per la domanda, decisi per la pensione, perchè rimanere non mi avrebbe fatto sentire a mio agio.

Poi arrivò febbraio e la mia mamma mi lasciò e, mentre all’inizio mi sembrò una liberazione, ancora mi manca.

A marzo si laureò mia figlia, e lì cominciò un po’ di discesa.

Anni: 1977 – Laura

1977 – Un viaggio “mitico” – di Laura Galgani

Un vero anno di passaggio, dopo il quale niente sarebbe stato più “da piccoli”.

Le medie appena finite, l’estate a far da ponte verso il futuro.

Le superiori sarebbero iniziate a breve ed io scalpitavo. Ma, nel frattempo, un viaggio in Grecia mi avrebbe trasportata in un mondo di sogni, miti, tramonti infuocati e notti stellate.

Il babbo a giugno mi aveva fatto trovare guida del TCI e cartina e mi aveva detto: “Sei tu il copilota. Fai l’itinerario del viaggio e impara a leggere il greco, ne avrò bisogno per i cartelli stradali!” Detto fatto, in pochi giorni sapevo leggere il greco e avevo imparato un bel po’ di parole utili alla vita quotidiana. 

Avevo scelto le tappe più importanti della Grecia classica, partendo però dalle “Meteore”, altissime rocce isolate con in cima i monasteri bizantini, che dalle foto sembravano davvero essere atterrati lì da un altro pianeta. 

Una sera il babbo annunciò – pensando di farmi gradita sorpresa – che con noi avrebbe viaggiato la famiglia fiorentina che avevamo conosciuto tre anni prima, durante la traversata per la Sardegna, e con la quale avevamo condiviso parte di quella vacanza. La notizia mi turbò non poco. Il più grande dei figli di quella coppia aveva due anni più di me, e già dopo la vacanza in Sardegna mi aveva scritto dicendosi profondamente innamorato di me. 

Allora ero troppo piccola anche solo per capire. Tre anni dopo la prospettiva di incontrarlo di nuovo, lui 16 anni e io 14, faceva nascere dentro di me un misto di curiosità, angoscia, desiderio, ma comunque mi lasciava molto, molto turbata.

Ci incontrammo sul molo del porto di Bari, pronti all’imbarco. Io ero tesa, ma anche tanto curiosa di capire che cosa significasse provare dei sentimenti per un ragazzo, essere corteggiata, insomma, scoprire l’amore.

Lui era decisamente bello: già abbronzato, si stava facendo uomo. Capelli mossi, castani, lunghi, con bei riflessi dorati. Occhi verdi … un vero dio greco. Il mio turbamento cresceva ad ogni miglio percorso dal traghetto. 

Sbarcammo ad Igoumenitsa e ci accampammo in una baia silenziosa, fra dei pini, vicino al mare. Poco più in là si stendeva placida una bianca spiaggetta ciottolosa. Quella sera, dopo cena, Andrea – così si chiamava il bel dio greco – mi prese per mano e con tanto di walkman e asciugamani mi invitò ad un bagno notturno. Benché molto titubante mi lasciai convincere – del resto non si addice ad una fanciulla resistere agli dei – e in quella notte intrisa di poesia, di luna, di musica, divenni anche io parte del mito che da sempre sconvolge la vita degli esseri umani.

Il mare nero e cupo non era freddo, il sapore del sale rimaneva sulle nostre labbra tiepide e le gocce d’acqua sulla pelle umida rilucevano alla luna grande e smisurata che dominava quella caletta silenziosa, mentre carezze ora incerte ora sapienti andavano in cerca dei nostri corpi. Solo la musica dei Pink Floyd “The Dark Side of the Moon” arrivava dalla riva ciottolosa, come a voler presagire il futuro.

C’è sempre una faccia oscura della luna. C’è sempre un possibile agguato della vita. 

Per te è stata l’eroina, che ti ha adescato, catturato, poi fatto a brandelli.

Non ho mai saputo com’è andata a finire. Non so nemmeno se ancora vivi. Non ho mai preso commiato da te.

Ciao, eroe greco del 1977, dagli occhi verdi e dalla pelle ambrata.

Perdonami, non potevo essere io a salvarti.

Anni: 2016 – Mimma

ANNO 2016 – RICORDI E SENSAZIONI – di Mimma Caravaggi


Le foto di uno degli ultimi compleanni di mia sorella mi riportano ricordi allegri e felici in una riunione di famiglia: noi tre sorelle i nostri due nipoti ormai grandi e i due nipotini a rallegrare e movimentare una giornata sicuramente da ricordare con nostalgia ma anche di gioia e serenità.
Un altro ricordo, che purtroppo mi rende triste è quando riguardo le foto dei miei lavori manuali di cucito: facevo borse, e soprattutto di bigiotteria. Riempivano appieno le mie giornate rendendole piacevoli, creative, soddisfacenti. Creavo e questo mi dava gioia e soddisfazione. Ero sempre in mezzo ad una quantità molto varia di perle e perline che mi piaceva acquistare nei mercatini. Ora ho raccolto tutto in un mobiletto dai fermagli ai fili alle perle alle perline con ogni sorta di accessori per collane, orecchini e braccialetti. Poi le stoffe, i merletti e dei cordoni che mi servivano per creare le borse. Ho un armadio pieno di tutte queste belle cose e quando mi ricapitano sottocchio mi intristiscono poiché ho dovuto smettere per via dei dolori alle mani. A volte mi sento inutile perché non avrò più la possibilità di riprendere questo hobby che mi dava gioia poter pensare elaborare e creare.

Anni: 2016 – Laura

Festa a sorpresa – di Laura Galgani

Veder avvicinarsi il 29 ottobre, giorno in cui avresti compiuto 18 anni, è stato emozionante.

Avevi fretta di crescere, sempre un passo avanti rispetto alla tua età: più maturo, più capace, più uomo.

Accompagnarti nei festeggiamenti ha reso il 2016 un anno indimenticabile. Per fortuna quel 29 ottobre del 2016 era un sabato, la giornata era tutta lì, a disposizione per te e per noi.

Non scorderò mai la corsa in pasticceria per prenderti la piccola torta della nonna appena sfornata, che mi avevi chiesto per colazione.

Poi via, fuori per il pranzo con soli tre cari amici. Intanto io e tua sorella, a casa, preparavamo palloncini, finger food e tartine per parenti e amici di famiglia. La tua gioia nel tornare a casa e trovarli ad aspettarti fu davvero grande.

Ma non era finita lì! Ti avevamo promesso una cena in un bel ristorante del centro, solo noi quattro, mamma, papà, tu e tua sorella. Ci vestimmo tutti per benino, ricordo che mi costringesti a cambiarmi per essere più elegante e mi facesti persino mettere i tacchi.

Lasciammo la macchina in San Niccolò e poi a piedi, sul Lungarno, passando per Ponte Vecchio. Lungo il tragitto ci tempestavi di domande: ma dov’è questo ristorante? Ma quanto manca ancora?

La sorpresa in realtà te l’avevamo preparata in combutta con i tuoi compagni di classe e i tuoi amici più fidati: altro che cenetta in famiglia, almeno in 25 fra ragazze e ragazzi ti aspettavano in un locale alla moda! Di nascosto ci mandavano messaggi per dirci di rallentare, alcuni non erano ancora arrivati all’appuntamento, e allora si cercava tutte le scuse per perdere tempo lungo il tragitto: facciamoci un selfie, guarda che bel palazzo, ancora un’altra foto …

Alla fine, ecco il Ponte di Santa Trinita, e poco più avanti il locale agognato. Tuo padre entrò per avvertire “che ci preparassero il tavolo”, mentre noi fuori guardavamo il menu. In realtà, andava ad avvertire gli amici che c’eravamo. Ricordo che mi chiedesti perplesso “Mamma ma perché avete scelto questo posto? Qui fanno solo carne! E tu che mangi?” Riuscii ad inventarmi “una bella insalata con tanti pomodorini, guarda qui, è una specialità!” Tuo padre per fortuna ci venne a chiamare, togliendomi dall’imbarazzo, e ti accompagnammo, ancora totalmente ignaro, davanti ad una piccola porta socchiusa di una sala appartata; letteralmente ti ci spingemmo contro e quella si spalancò, buttandoti fra le braccia dei tuoi amici.

Fu una sorpresa grandissima, un momento di felicità autentica per tutti.

Ti lasciammo incredulo, commosso e frastornato a vivere uno dei momenti più belli della tua ancora giovane vita.

Noi passammo alla cassa a pagare torte e spumanti e tornammo a casa, coi piedi doloranti ma col cuore pieno di emozioni e davvero commossi.

Che ce ne siano altri, figlio mio, di giorni così!

Anni: 2016 e 2020 – Carla

Il primo gruppo non si scorda mai (ma il secondo è anche meglio) – di Carla Faggi

2016

Come si dice in gergo” il primo gruppo non si scorda mai”.

L’avevo fatto io a mia immagine e somiglianza, serviva per iniziare a matitare con Cecilia perchè nell’altro gruppo non c’era posto.

Donne che conoscevo in palestra, di quelle che conosci poco ma ti ci trovi bene, che quando parlano le capisci, anzi le intuisci.

Le invito a formare un gruppo di scrittura creativa con Cecilia Trinci che avevo contattato per telefono.

Mi dicono di si e insieme a Tina che mi aveva detto di si prima ancora di chiederglielo, iniziamo con Cecilia la nostra storia delle donne delle 15.

Era il 2016 o il 2015 non so bene.

Per me è stato un gruppo splendido, rotondo, appagante, l’ho amato tanto.

Di quel gruppo siamo rimasti solo Cecilia, Tina ed io.

Alle 15 abbiamo vissuto altri gruppi, alcuni ovaloidi, altri un po’ spigolosi, ma nessun altro era rotondo come il primo.

Ma Cecilia, Tina ed io c’eravamo e ci siamo sempre.

2020

Anno orribilis

la paura, l’isolamento, l’energia negativa nell’aria. il dolore e la sofferenza del mondo respirata ogni giorno.

Ma anche la speranza, il “ce la faremo” “il cantare sui balconi” il “ti sento ma non ti vedo” con Cecilia e le matite.

Che tenerezza e che conforto a ripensarci ora: la connessione che spesso saltava, Skype che non funzionava, noi che non sapevamo ancora usarlo, la Cecilia che si inventava sempre qualcosa, il conforto di scoprire che le nostre paure erano condivise e quindi non erano debolezza ma normalità.

Ci siamo conosciute meglio, siamo un grande gruppo, rotondo, anzi rotondissimo.

Poi ritornammo a riveder un po’ di luce.

L’estate, il ritorno al mare, l’illusione di quasi normalità, rivedere le matite, distanziati e con le mascherine a Villa Favard.

Il nostro premier Conte ed il nostro Ministro Speranza con l’annuncio che a fine anno forse ci sarebbero stati i vaccini.

E poi iniziò il 2021.

Anni: 2016 e 1956 – Rossella

La bambola – di Rossella Gallori

2016

Il 2016 non c’entra, so che avevo seppellito cose, e riesumato casini, so che scrivevo di amore, di muri, di mancanze, nella speranza di colmare i silenzi con le parole, con l’ incertezza di una matita consumata e monotona che scriveva e scriverà sempre la stessa storia,  da destra, da sinistra, da dietro e davanti, da sotto e da sopra, la stessa storia  sempre, solo gli anni sono diversi, solo chi narra non è più lo stesso ….e chi ascolta, ascolta e scrive la sua storia con me.

1956

Parlavano di Anna Magnani, che io trovavo bruttabruttA, parlavano di asiatica, che io non sapevo  “chi” era. Parlavano sempre quando erano insieme, io ero gelosa di quella che mi aveva portato via l’ uomo della mia vita!! eravamo due coppie in tre.

So che la bambola era grande, come il letto, eppure il nostro lettone era grandissimo, so che aveva un vestito di tulle azzurro bordata d’argento, il corpetto plissettato fermato da piccole margheritine   una ruche  le COPRIVA il collo e le maniche a sbuffo salivano su fino  a sfiorarle le guance rosate, il viso ciccioso di bisquit aveva occhi profondi e neri che non si spalancavano del tutto, lucide e folte ciglia arricciate e sognanti, glielo impedivano.

Le mani grassocce a puntaspilli finivano con corte dita smaltate, ai pieducci a saponetta scarpette con il laccio alla caviglia di una plastica dura e fragile.

Era il mio sogno…lo avevo visto, il babbo, salire le scale con lo scatolone, avevo fatto molto finta di non vederlo…sì era il 56, ed io cresciuta, con il meccano, le galene, i sospensori  le scarpe da calcio e la sugna per pulirle, avevo finalmente: Lucia, la bambola più bella !

Ho sempre voluto credere che l’ avesse comprata il babbo, la mamma, no, forse non aveva avuto tempo, forse non fu così.

La nonna decretò  che era un regalo inutile, strano che lo dicesse la persona più inutile al mondo…

Sì era il 56, io  capelli lunghi castani ramati, occhialini neri  che non hanno  mai risolto la mia vista, l’ unica di casa   con la pelle non olivastra.

Mi addormentai sulla gonna della mia Lucia, al mattino il babbo la tolse e la mise sul cassettone, ed è rimasta lì, immobile spettatrice di tutto di più, sì era il 56.

 Poi l’ ho lasciata a far compagnia a mia madre, ma gli anni 70 incalzavano, fu cacciata in un armadio, poco dopo il mio matrimonio, io gelosa di lei, di me….

Passò ancora tempo, piangeva la mia mammaroccia, si sfaldava con lo sfratto in mano, forse una valigia, forse due, sì era il1989.

Cosa potevo fare io, per dimostrarle che ce l’ avrebbe fatta anche questa volta, sì l’ 89…

Io avevo una me piccola, tante cose non risolte, cosa potevo fare!!!!

Presi Lucia, la baciai e senza guardarla, feci affacciare mia madre alla finestra su quella piccola strada dal nome altisonante, via Zuccagni Orlandini e gridai con poca voce: guardami guardami ! Se ce la faccio io a buttar via Lucia ce la farai anche tu mammmmmma, la vita continua, aprii il cassonetto e la mia bambola sparì! Quante m in quel mio mamma, e quante lacrime nel mio piangere.., ancora adesso.

Però sono stata brava, forte, forse anche troppo, gli eroi non servivano e non servono…ecco come mi sento spesso: un piccolo eroe inutile, senza bambola….

Ciao Lucia!

Anni: 2016 e 1998 – Nadia

Una voce fuori dal coro – di Nadia Peruzzi

Una da No. Una da Brexit.
Il 2016 che inizialmente aveva determinato un vuoto assoluto di ricordi, si è colorato di molto dopo che Cecilia ci ha sintetizzato una serie di eventi che lo hanno caratterizzato.
Si è rivelato anno interessante. E ho dovuto concludere che è un anno corposo, a tutto tondo, e che sta nelle mie corde più di quanto avrei potuto immaginare facendo affidamento a ricordi che si erano pressochè ridotti a zero.
So da me che si tratta di strane corde, fili sottili che convergono a fare di me una da NO.
Non in senso assoluto, ma in questo scorcio d’epoca e per una serie di questioni che riguardano il mondo in generale e la vita di tutti noi in particolare, considero questo modo di pormi come necessitato. Una linea di autodifesa per un tempo in cui le pressioni al “si deve” stanno diventando opprimenti e prevalenti rispetto al ci è dovuto e dovremmo proprio pretenderlo con uno sforzo collettivo.
Un tempo in cui si orientano i desideri avendo pure la grande e perniciosa capacità di farli passare come scaturiti direttamente da noi. Il sistema un bel pezzo avanti e gli ingranaggi in difficoltà o direttamente ostaggi del divertirsi da morire fatto di gadget colorati e ammiccanti.Questi siamo tutti noi ora più , ora meno.
Stare nel gorgo mi è sempre piaciuto poco. Malgrado sia una strutturata,di fronte a qualunque cosa diventi ripetitiva e parte di un “si deve” mi sento presa prigioniera. Comincia a mancarmi l’aria. Mi accadrebbe anche se con un’amica si definisse un giorno dedicato per trovarsi a parlare o andare al cinema. Già dalla terza volta comincerebbe il mio “dovrei andare, però” .. e tutto prima o poi si incrinerebbe.
Vivo male nel tempo delle pressioni che arrivano da ogni parte a condizionare le nostre vite, del “non ci sono alternative”. Tanto più se lo dicono a reti unificate e a tg con un unico format. Per forza deve essere così, lo diciamo noi. Sottinteso chi sei tu per remare al contrario?
E io? Beh, io quando il coro è al massimo e il numero dei cantanti è ogni giorno più numeroso e quando le spinte a seguire quell’unica strada bella asfaltata e senza buche davanti, quando la ola da stadio dovrebbe proprio partire a squarciagola..beh,io invece mi ritraggo,prendo fiato e lascio che dal profondo esca il Pierino che c’è in me. Quello delle domande scomode, quello che gira in senso antiorario,quello che imbocca il viottolo accanto proprio per cercare di dimostrare prima di tutto a me stessa che le alternative ci sono sempre. La vita è una ricorsa e uno slalom continuo fra alternative piccole o grandi. Eppure nei macrosistemi e sugli schermi dei potenti, nelle loro statistiche a senso unico e come risultanza dei loro maledetti logaritmi chissà perché le alternative non ci sono mai. Il piano B non è mai contemplato. Se lo cerchi, o lo immagini sei ai margini e collocato fra quelli che criticano sempre e non vogliono che il manovratore manovri per il bene di tutti noi! Un rompiballe, in definitiva.
Dalla posizione di autodifesa al ritrovarmi drastica su più di un punto, il passo diventa breve .
Con queste premesse ci ho messo un nanosecondo a diventare una da Brexit. Mica peraltro. Quando il coro si fa assordante e dichiara sfracelli sicuri,preferisco affidarmi al Manzoni e al suo “ai posteri l’ardua sentenza”, democraticamente ha deciso il popolo inglese col voto il resto sarà storia e futuro e qualcuno le somme le tirerà. 
Del resto nel 2015 ero stata una da OKI e in Piazza Syntagma avrei accarezzato l’idea di una vittoria che cercava che si realizzasse il piano B invece della macelleria sociale a cui l’Europa ha deciso invece di condannare la Grecia.


1998
Avevo sfiorato col pensiero gli anni belli, forse per autoprotezione. Cercavo di far scorrere la pellicola avanti e indietro andando a pescare anni più o meno recenti , ma non quello.
Poi ..ho varcato il mio Rubicone e costi quel che costi ho deciso per questo anno.
Anno brutto davvero, di dolore profondo di quello che non si cancella con nessun colpo di spugna e anche se giri la testa quello te la invade quando meno te lo aspetti e scatena temporali e anche il cuore si appesantisce. 
Il cassetto di fondo non sarà mai pronto per questo anno e per i ricordi che si porta dietro.
Fu di luglio.
Il mese che era stato di nascita è stato anche quello che ha segnato la fine.Sulla lapide la scritta è impietosa: 13 luglio 1953/12 luglio 1998.
Il terzetto, che poi era un quintetto visto che abitavamo con i miei , ha smesso di suonare come insieme coordinato e unito.Il violino non c’era più.
La vita scorre. Tutto scorre, prosegue, costringe a percorrere strade che non avevi immaginato e trascina pure laddove la salita è più ardua e faticosa. Andare avanti nonostante tutto, cercando in te la forza che nemmeno credevi di avere.
Andare avanti , nonostante tutto , con a fianco un’assenza fin troppo presente. E’ per fare in modo che la ferita non sanguini troppo che preferisco che il pensiero vada ai tanti anni prima di questo, in cui serenità , allegria e impegno comune, hanno segnato il nostro percorso.

Anni: 2016 e 1962 – Lucia

La vita cambia e scorre – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Anno 2016

È cambiata la mia vita nel 2016
Un cambiamento radicale
come spegnere o accendere
la luce in una stanza
Nel 2016 ho finito di lavorare
Dopo quarantacinque anni
le voci dei bambini non
hanno più riempito le mie giornate
non più voci di bambini non più voci di
mamme per lo più ansiose
non più voci di colleghe
Quarantacinque anni di voci di sono spente
proprio come si spegne la luce in una stanza
Da un giorno all’altro mi sono trovata
in un’altra dimensione
La luce era spenta ma non era buio
Mi sentivo inondata da una nuova luce
Ho potuto assaporare il piacere della lentezza che non avevo mai conosciuto
Ero stata sempre di corsa
Corse per prendere il treno
Corse per arrivare puntuale al lavoro
Corse per adempiere a tutto quello che era necessario fare nella mia lunghissima
giornata di corsa
Improvvisamente mi sembrava di vivere
in un modo di beatitudine assoluta
La mia colazione seduta al tavolo che
durava tutto il tempo che volevo
Aprire le finestre guardare il cielo e
stabilire quale cosa all’aperto avrei
voluto fare
Lentezza lentezza meravigliosa lentezza

Continua a essere così
continuo ad assaporare il piacere di
poter scegliere come utilizzare il mio tempo
di questa mia nuova vita
Cosa mi manca?
Ci sono giorni così pieni di piccole o grandi
cose belle che non mi manca niente
Altri giorni sento forte forte una mancanza:
la mancanza di voci.

Anno 1962

foto di Lucia Bettoni


Per andare alla scuola elementare
percorrevo una strada tra i campi
i boschi e un viale di cipressi
Una strada lunga tre chilometri
Ho sempre percorso da sola
con la mia cartella quella strada
Soltanto il primo giorno di scuola mio padre
mi accompagnava con il motorino
Era l’unica volta
Quella strada era lunghissima
per la piccola Lucia