Uno sguardo sul mare

Baratti – di Luciano Giannelli

Baratti così bello da non aver bisogno di essere descritto, coi pini enormi, i lecci e le suvere, il sondro, (lentisco) dalle piccole bacche in grappoli rossissimi, i rovi con le more che sanno un po’ di sale, le tamerici gocciolanti, la sabbia nera a tratti, anche fossile, le tombe nelle falesie ocra o arancio.

Baratti che ti contiene, coi suoi due villosi mostri marini dormienti che ti trattengono, ti assediano, ed al tempo stesso ti accompagnano verso l’ignoto, che ti indicano silenti, alla linea d’orizzonte appena interrotta – quando si vede – dal profilo della Capraia, l’ampio mare. Al tempo stesso ti tengono e ti spingono, proprio nella linea di

Sempre caro mi fu quest’ermo colle

E questa siepe che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude

che il nostro professore di liceo diceva che fosse improbabile che il Leopardi conoscesse Hegel, ma che la dialettica era nell’aria, fino a quel fantasma che si aggirò per l’Europa.

Idilliaco Baratti, anche se quando chiudi gli occhi senti il clangore del lavoro degli schiavi, le cui povere tombe, inframmezzate a quelle di un apparente ceto medio, ritrovi nei boschi, misere buche simili a tane di grossi animali, più rispettate – va detto – delle sepolture dei signori, coperte brutalmente dall’industria siderurgica, fino a dover fare un cimitero nuovo, remoto, difficile dire se meno faticoso a raggiungersi, comunque new look.

L’idillio non nasconde fino in fondo quello che c’è di qua e di là dai mostri immoti, delle basse colline verso dove fu il lago, nelle plaghe che intravedi da Pupluna, dalla montagna dell’Amiata fino alla Corsica: insomma, sfruttamento, guerra, schiavismo, degrado. Col ritorno, dopo cento anni, di chi doveva essere sparito. Con accanto una città rossa con un sindaco nero che neanche lui comunque riesce a fermare lo stupro continuato, dilatato, di Piombino. Ora rigassificatore. Esigenza nazionale, patriottico…

Col vento di terra giungono nel golfo questi sapori, odori, fetori.

Allora il buen retiro di Baratti finisce per risultare stretto all’Olimpo turreno. Troppi cicli si son conclusi, nuove deità tremende, feroci, incombono, in testa a tutti Mammone, una nuova barbarie dilaga come il nulla. Tanto che infine Tinia in persona disse agli esausti dei:

«Or riposate nella roggia pietra

E vi cullate con l’onda di mare

Sdraiati accanto alla macchia fitta

Ch’è l’ampio pube di Uni vejente».

Cadde sul petto l’augusta fronte

Assiso in trono sull’ampio mare.

Flebile da meridione rispose un canto sardo:

Nd’ est falada sa turre

Nd’ est falada sa domo

Su balente ch’est mortu

Su zigante ch’est mortu.

Postu a manos in rughe

In sa losa de fresu.

Nd’ est falada sa turre

Nd’ est falada sa domo

Ruja mela granada

T’hana dadu su coru

a sus canes famidus

(trad.: È caduta la torre/ è caduta la casa/ il valente è morto / il gigante è morto / messo con le mani in croce / nella bara di orbace; È caduta la torre/ è caduta la casa/ rossa melagrana / hanno dato il tuo cuore/ ai cani affamati – testo in sardo

da: https://www.lyricsmania.com/melagranada_ruja_lyrics_marisa_sannia.html)

Baratti, 12 ottobre 2022 – 350° anniversario dello sbarco di Colombo alle Bahamas.

Si ringraziano nell’ordine

Anonimi fiorentini

Giacomo Leopardi

Marisa Sannia e Francesco Masala

Vito Pallavicini; Paolo Conte e Michele Virano; Enzo Jannacci

La Matita e il Cielo

nonché Rosangela Lai per la preziosa consulenza.

Le cartine di Gabriella

Gong – di Gabriella Crisafulli

Era una vita che desiderava trovarsi là. Adesso l’emozione che provava le faceva tremare le gambe.

La sua stanza era accogliente, luminosa, con un ampio scrittoio ed un balconcino dal quale poteva affacciarsi. Il cielo, il sole, la luna, le nuvole, il vento, sarebbero stati tutti suoi e se li sarebbe goduti in ogni minuto del giorno e della notte.

Si sarebbe sbizzarrita a scrivere, riscrivere, cancellare, provare e riprovare in un tempo tutto dedicato alle sue fantasie.

Si sentiva come una bambina, quella nascosta dal tempo, dalle avventure della vita, quella bambina che non trapelava davvero dal suo aspetto rigido e severo.

Nella stanza un quadro dipinto nelle gradazioni dall’arancione al rosso si riproduceva nello specchio che rifletteva il mare. Se ne stava lì carico di energia fra le onde spumeggianti del blu che lo cullavano.

Mentre guardava lo specchio un delfino in gara con i compagni del baccello saltò da un bordo ad un altro del quadro mescolando la realtà con l’immagine.

Le sembrò che gli spruzzi arrivassero fino a lei.

Era felice di essere lì.

Si voltò e cominciò a disfare la valigia che aveva appoggiata sul letto.

C’era di tutto.

Tirò fuori il porta occhiali a forma di bulldozer che le avevano regalato anni addietro con intento malizioso e indossò le lenti.

Ecco, aveva portato anche la scacchiera: sembrava un quadro d’arte moderna.

Durante quel viaggio doveva assolutamente studiare le mosse da compiere per realizzare il meglio per sé e la sua famiglia. Brancolava nel buio. Non aveva assolutamente idea di cosa fare né come e si domandava anche se fosse il caso di fare qualcosa o meno.

Si sentiva decerebrata.

Provò a non scoraggiarsi pensando che le notti a venire le avrebbero portato consiglio.

Era stata come la torre, la sua pedina preferita, ma adesso doveva imparare a fare il cavallo fra tutte quelle caselle inclinate, imprevedibili, che le si paravano davanti.

In quel momento le creavano una grande confusione e si sarebbe messa ad urlare: ma non se lo poteva permettere.

Sorrise di sé, della sua confusione, del suo smarrimento, del suo abbattersi tra una difficoltà e l’altra e finalmente cominciò a tirare fuori gli indumenti: si era attrezzata con un abbigliamento pieno di colori.

Mentre fantasticava sugli abbinamenti possibili a seconda delle situazioni, venne fuori da una tasca laterale della valigia una giovane donna e si materializzò magra e luminosa, coperta da un velo trasparente. Si mosse lungo la scia del vento leggero che entrava dalla finestra e si affacciò alla balaustra del balconcino.

La guardava da dietro e si domandava chi fosse, che ci faceva lì, cosa voleva da lei.

Non aveva ancora assorbito la sorpresa quando dal fondo del bagaglio si materializzò una seconda donna esile, fragile, rivestita dai lunghi capelli. Muovendosi a tentoni lungo le pareti della stanza raggiunse il balconcino affiancandosi all’altra sulla cui spalla appoggiò la mano con gesto protettivo. Le due se ne stavano lì silenziose, incluse in un cerchio magico che le univa da cui lei era esclusa.

Comunicavano senza una parola mentre il vento le avvolgeva in un abbraccio.

Le scrutava e si poneva molte domande ma non fece in tempo a proferire parola perché così come erano venute sparirono nel nulla dissolvendosi nelle nuvole.

Restò lì in mezzo alla stanza sbalordita dall’accaduto, priva della capacità di una qualunque reazione.

Venne presa dal vortice del tempo che divenne fluido e indeterminato. Che giorno era? Il 16 o il 19? Mercoledì 19? No, il 19 era domenica. Ma allora che giorno era? Si costrinse a trattenere la mente che andava avanti e indietro dilatandosi mentre i giorni si allungavano e accorciavano tra le due date e i mercoledì e la domenica.

Perse il capo. Lo vide sollevarsi in aria come un palloncino gonfio di elio.

La riscosse il suono del gong: era il modo con il quale veniva comunicato il momento del pranzo ai passeggeri.

Recuperò la testa tirando a sé il filo del palloncino.

Era di nuovo nei suoi panni e si ricompose.

Indossò il vestito verde macchiato da pennellate di rosa e le scarpe in tinta, spazzolò i capelli e si diresse verso la sala da pranzo.

Al tavolo che le era stato assegnato c’erano già la signora Zoppas e il signor Fly: erano stati bene insieme la sera prima. Avevano chiacchierato a lungo facendo le ore piccole.

Le cartine di Carmela

La signora Zoppas – di Carmela De Pilla

C’era ancora la vecchia cucina a legna nella stanza, vecchia per modo di dire perchè in tutti quegli anni era stata curata e lucidata a ricordare quello che fu il suo ruolo di un tempo.

Una  Zoppas bianca con le maniglie cromate e con il nome stampato in bella vista, armoniosa ed elegante tanto da fare invidia alla credenza e al tavolo di formica lucida marrone e verde, ultimo modello di quei primi anni 70.

Si sentiva una regina la signora Zoppas e sfoggiava con civetteria la sua bellezza, gongolandosi in attesa di qualche complimento.

La mamma aveva fatto grandi rinunce per arredare la stanza secondo l’ultima moda del tempo, gelosa delle sue piccole gemme aveva dato un tocco speciale  al tutto.

La  signora aveva sostituito con grande rispetto il vecchio braciere di rame che aveva riscaldato per tanto tempo la casa, ora c’era lei, sofisticata e un po’ vanesia che aveva portato calore nella stanza e nel cuore di tutti dove si intrecciavano innumerevoli colori che sapevano di gioie e dolori, conquiste e fallimenti.

La cartina di Mimma

Un sogno piccolo… piccolo….così – di Mimma Caravaggi

Un giardino pieno di fiori diversi  che abbraccia mente e occhi e arriva al cuore dandoti la sensazione di  star bene con il mondo. Non toppo perfetto ma con tracciati ben definiti che si intersecano tra di loro, quasi un labirinto dove il mio Napo si divertirebbe un mondo a rincorrere lucertole, farfalle ed altri piccoli insetti mentre io, su una comoda poltrona, mi guarderei intorno beandomi di tutto ciò che immagino di vedere ad occhi spalancati mentre mi curo le unghie laccandole con un bel rosso .

Accanto a me un  laghetto  con  pesci rossi e qualche ranocchietta gracidante. Il  mormorio dell’acqua accompagna il mio bel sogno dove appare un bel marito accanto pieno di premure che condivide con me gioie e dolori. Insieme si può affrontare tutto il meglio ed il peggio. Mi porge un fiore e mi guarda con occhi pieni d’amore e…poof… il sogno scompare facendomi rientrare nella realtà.

Le cartine di Tina

LE CARTE RACCONTANO – di Tina Conti

Ci andrò sicuramente, niente me  lo impedira’, ho studiato questo nuovo trucco che mi e’ costato un sacco di tempo e pazienza.

Queste scarpe mi fanno un male terribile, ma sono del colore della linea dell’ombretto e hanno un tacco che mi sfila e me le lascio.

Devo far colpo, lo guarderò intensamente dal mio posto in prima fila, non vi dico che macchinazione ho dovuto fare per averlo, addetta stampa di FAMIGLIA CRISTIANA, mi hanno creduto anche con quello straccio di documento che ho mostrato.

Il montaggio su una vecchia carta universitaria è venuto bene.

Quella musica non la capisco, ma quel secondo violino  mi intriga.

Qell’uomo mi sconvolge, mi elettrizza, provo emozioni impensate.

Quei capelli di un argento sfumato, con lampi e striature scure, il corpo asciutto e scattante, si muove con il ritmo delle note.

Quando scuote la testa per scacciare le  ciocche che coprono gli occhi, sento un fremito, un grande calore salire di piedi fino al collo.

Ho fatto una visita dalla mia consulente maga, mi fido di lei, i suoi consigli si sono sempre rivelati adeguati, come salati sono sempre i compensi

ho fatto spruzzare nel camerino sulla sua sedia, l’essenza che lo imbambolerà’, quanto mi è costato corrompere il custode, cosa avrà mai infranto nei suoi doveri per spruzzare un po’ di elisir.

Questa volta non posso fallire.

La serata di luna piena, il vento caldo ed il mio corpo vibrante, tutto promette bene. Andrò davanti all’uscita degli artisti, avanzerò con passo suadente, il mio mantello cadrà ai suoi piedi e quei colori lo incanteranno,

mi vedrà.

Lo quadrerò intensamente languidamente, rimarrà colpito.

Mentre fantasticavo e sbirciavo il portone del teatro, un grande macchina

nera con l’autista in livrea rossa si precipitò ad aprire la portiera.

Fra gli svolazzi del corto abito uscì fuori una morona prosperosa, e appariscente con tacchi vertiginosi e scollo profondo dal quale i seni saltellavano liberi. I fianchi fasciati da corti pantaloncini sui quali frusciava

una specie di abito da can can.

Era proprio il mio uomo che incontrava, si baciarono con passione e sparirono dentro la vettura nera.

Le cartine di Vanna

Lo specchio – di Vanna Bigazzi

Percorrendo il sentiero nel folto bosco verde e fresco, intravidi un laghetto: uno specchio d’acqua limpida e brillante. Vi giunsi potendolo osservare nella sua interezza e, non lontano, intravidi il corpo bello e seminudo di una giovane donna dal lungo collo e i capelli raccolti. Voltava le spalle al lago, coperta sui fianchi da un leggero lino. Era intenta a guardarsi in uno specchio, in simpatia col riflesso del lago, sembrava pensasse: “Voglio vedere me stessa attraverso questo strumento piuttosto che rimandare al lago le mie sembianze, comunque non potro` mai avere un’immagine reale di me, vedermi dall’esterno”. Ma in fondo al suo cuore avrebbe desiderato vedere se stessa e non la sua copia. Il dilemma la inquietava. Nella sua ingenuita` non capiva quanto, nella vita, l’inganno, l’apparenza, oltre la vanita`, avessero a che fare con la verita`, l’eternita`, la realta`, poiche` legati dal tema del “doppio” del “rovescio”, contraddizioni appartenenti alla psiche di ogni uomo.

Le cartine di Rossella B.

Caccia al pinolo – di Rossella Bonechi

Il rumore delle onde mi culla ipnoticamente mentre il materasso di aghi di pino mi accoglie rilassandomi. Apro gli occhi e intravedo l’azzurro attraverso le fronde. Se sposto lo sguardo riesco a scorgere le bianche cime dei monti, il cui marmo mi rimanda il riflesso del sole. Alla fine penso solo ai colori (1° carta): l’azzurro, il bianco, il verde, il marrone e mi ci immergo riuscendo per un attimo a fermare i pensieri, cosa rara e difficilissima per me. E così anche un altro senso riesce a farsi strada: respirando a fondo percepisco il profumo di piccoli fiori colorati (2° carta) che forse mi sono vicini, o sopra la testa o a portata di mano. Odori lievi, che vanno e vengono col vento.                                                                                Ma qualcosa disturba, si insinua nell’incanto: un profumo sgradevole, acre, che risuona ai miei sensi come una nota stonata. Non sono più sola??? Lentamente mi costringo a “riemergere” e a prendere atto che  il solo pensare ad un’invasione di questo mio luogo, ne ha stravolto l’atmosfera e la serenità. Ora è niente più che una striscia minacciosa di pineta (3° carta) tra mare e monti.

Un rumore guida il mio sguardo e intravedo il visetto sudato e polveroso di un bambino che cerca di nascondersi o scappare. “Mi scusi signora, cercavo solo i pinoli cascati in terra” mi dice temendo una sgridata. Gli sorrido con tenerezza alzandomi e mentre mi scuoto i vestiti mi sento così stupida per aver permesso alle mie paure di distorcere una piacevole realtà! Mi avvio verso il campeggio, augurando al piccolo disturbatore una buona Caccia al Pinolo.

Le cartine di Daniele

Il bosco di bamboo- di Daniele Violi

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Tanti anni fa, trenta sicuramente, ho avuto il piacere di entrare dentro un grande bosco di Bamboo. Territorio di Montecarlo, Lucchesia. Un luogo che mi solletica sempre la fantasia per il fascino e la scenografia che agli occhi appare come al pensiero quando talvolta ricordo questa delizia protettiva del mio immaginario.

Il bosco di Bamboo riesce a far entrare i raggi solari e il tappeto che si trova ai piedi delle svettanti canne  viene condiviso da piccole piante che riescono a trovare la forza della vita, si riproducono e con i fiori che come occhi puntati riescono a farsi notare (carta 1). Spazio che piace pensare di visitare e con gioco rincorrere o farsi rincorrere dalla mia compagna (carta 2) che giovialmente partecipa alla voglia di correre in mezzo alle canne di Bamboo, alte e slanciate.

Nel mentre una ragazza, curiosa di tutto ciò, appare dietro fila di grandi e larghe canne che riescono a coprire il suo volto per metà (carta 3).

Le carte di Anna

IL FIORE, L’OCCHIO, IL PAVIMENTO – di Anna Meli

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            I raggi del sole illuminarono la casa sulla collina e fecero risaltare la semplice e luminosa bellezza delle sue vetrate e del loggiato adorno di edere e altre piante rampicanti.

            Chiara uscì come ogni mattina. Non si stancava mai di ammirare quel poggio ricco di fiori e erbe spontanee che crescevano in libertà donando all’aria bei riflessi dorati. La sua mente si riposava e spaziava leggera.

           Socchiudendo gli occhi respirava profondamente e percepiva buoni odori che legava ad indelebili ricordi. In quei momenti si sentiva viva come non mai e pervasa da sottili e  piacevoli brividi.

            Camminando si era spinta al margine del grande prato presso la cipressaia fino alla casetta che il giardiniere usava per per riporre gli attrezzi. La porticina semiaperta sembrò volerla invitare ad entrare. C’era aria di mistero.

            Un forte odore di terra umida e di concimi le arrivò d’improvviso al naso e il passaggio dalla luce al buio gli impedirono di vedere chiaro; poi l’occhio si abituò e si posò sui vari attrezzi ammonticchiati e sul pavimento di mattonelle rettangolari di colore diverso ma disposte in un certo ordine.

            Un immotivato senso di paura le fece richiudere in fretta la porta sgangherata e… nuovamente respirò libera nei colori, nei profumi, nel sole.

Le cartine di Patti

La donna e i papaveri – di P.B.

Una sabbia fine, calda, un intenso colore ruggine scivola sotto i miei piedi nudi mentre discendo la duna verso il lago. Nella mia confusione, la quiete del luogo mi rasserena. Mi siedo. Mi sdraio. E i miei occhi incontrano il cielo.

Si affaccia un arcobaleno. Svolazza una farfalla, incerta sul dove andare finché non posa i suoi colori sulla mia mano.
Un fruscio felpato mi arriva alle spalle. La sabbia slitta sotto passi leggeri.

Sopra di me, degli occhi dolci e scuri incorniciati da lunghi capelli ebano mi guardano, mi sorridono. La donna mi tende una mano. La prendo seppure con timidezza e mi alzo. Senza una parola, ci incamminiamo nella scia di un profumo di resina intenso.
Sono perplessa, incredula, sorpresa per avere esitato così poco a seguire la donna. Non la conosco eppure una parte di me le stringe la mano in piena fiducia, si lascia guidare. Il nostro potrebbe essere un cammino all’infinito. Vorrei chiedere, vorrei fermarla, ma procedo dietro di lei, ammutolita. Mi ricorda una dalia nera, impeccabile nel disegno, fiera, il collo teso verso la luce. Vorrei abbracciala, fondermi in lei.
Ascolto la musica di un’acqua che sgorga. Mi distraggo vedendo all’improvviso una radura seminata di fiori rosso fuoco. Lascio la mano e m’incammino sola. Mi chino sui papaveri.

Vorrei coglierli ma il cuore arresta immediatamente il mio gesto. No, no… non farlo, nello strappo alla loro terra, perderebbero subito forza e splendore, appassirebbero.
Mi giro verso la donna misteriosa. Ha uno sguardo penetrante, è uno sguardo d’intesa, spensierato mentre la sua immagine si stempera fino a sparire del tutto. Sono attraversata da un brivido.
Avverto. No, non si è dileguata. È solo rientrata in me, riconosco la sua determinazione, il modo ineguagliabile di mostrarmi la via… quella di non scordare mai i papaveri che, privati del loro centro, delle loro radici, avvizziscono, si perdono, muoiono.

Le cartine di Sandra

La fata dei colori – di Sandra Conticini

Non saprei chi me l’ha messa in testa questa spiaggia della Maremma ma, nonstante i tanti anni che ho trascorso in quella zona, non sapevo che potesse esistere un posto così affascinante.

Scesi dalla mia bicicletta tutta sgangherata, presi un sentiero che costeggia la pineta e  subito  trovai  un paesaggio di fine settembre, che mi fece tornare indietro nel tempo.

Davanti a me delle dune selvagge con  arbusti di rosmarino , in qua e in là  qualche raro giglio fiorito,  e qualche ginestra ormai sfiorita ma, la cosa più bella, tante capanne fatte con i legni portati dal mare e costruite dai pescatori per ripararsi dal freddo e dall’umidità.

Iniziai a camminare sul bagnoasciuga, riuscìì a trovare una capanna tutta per me, tirai fuori il mio asciugamano e, dopo aver fatto un bel bagno in quell’acqua  limpida e calda, mi sdraiai a prendere il sole.

L’atmosfera era rilassante, quel posto mi faceva sentire libera, era una sensazione molto piacevole che non provavo da anni.

Forse il rumore del mare e i profumi dell’aria mi portarono ad una grande capanna con tante tende coloratissime che ondeggiavano al soffio del vento. Dopo un po’ che sbirciavo uscì una donna lunga e magra con un cesto di capelli grigi, spettinati e crespi. Il viso era spigoloso con un bel naso pronunciato e due orecchi che sembravano quelli di neonato. Il suo abbigliamento era coloratissimo, aveva un vestito giallo limone con fiori rossi, come il rossetto che portava sulle labbra, e sopra il vestito una gonna azzurra viola e nero. Al collo aveva diverse collane lunghe e corte,che sembravano una tavolozza di colori, braccialetti dorati e argentati arrivavano quasi al gomito e , in ogni dito delle mani e dei piedi aveva almeno un anello. Rimasi anestetizzata da tutti quei colori e,  ancora di più, quando vidi centinaia di pappagalli colorati uscire dalla capanna e svolazzare intorno alla fata dei colori. Si avvicinavano alla testa ed  entravano in quel cesto di capelli , sulle mani, e insieme  ballavano a suon di una musica dolce e suadente.

Stavo per avvicinarmi, ma aprìì gli occhi e vicino a me c’eranto tante capanne, ma nessuna assomigliava a quella che avevo visto, la fata era sparita insieme ai suoi pappagalli e a me non rimase che ammirare il bellissimo tramonto  rosa con la palla gialla  che si butta nel mare di quella bella spiaggia.

La cartina di Carla

Scacchi, strisce e donna colorata – di Carla Faggi

C’è il sole, anzi il solicchio, carezza ma non fastidia gli occhi, un lieve ventolino, una poltrona comoda.
Io sono qui e sto bene.
Lo sguardo non ha un limite perchè l’orizzonte è lontano, forse si intravede anche il mare.
Sento che qualcuno mi osserva, non so bene chi o cosa.
Due occhi grandi, immensi, acquosi mi osservano.
Mi giro di scatto.
Un fruscio veloce, due grandi orecchie, un codino mozzo e via più nulla!
Peccato, non mi disturbava affatto!
Continuo a guardare l’orizzonte, le tante sfumature di verde, l’ocra, i marroni, gli alberi, le colline lontane.
Sospiro, il silenzio che non è silenzio, composto da mille piccoli rumori.
Passa Gigi, il gatto del vicino, lo guardo, mi guarda.
Poi mi alzo, vado dalle matite.
Anzi no, è presto.
C’è qualcuno di passaggio che mi chiama, capelli di tutti i colori, occhi truccati di verde acceso, bocca
rossa,orecchini, tante collane, abiti multicolori.
La guardo, mi guarda, la riguardo, voglio dire qualcosa, la voce non mi esce, sillabo un no.ooo.nooooo!
Scappo e vado dalle matite.

La cartina di Rossella G.

Tra carte che sanno di sogni – di Rossella Gallori

Tra carte che sanno di sogni….
Sogni reali…
Ricordi…….
Il sole stava ancora accecando il giorno, il giorno cercava quiete, trovò pace dietro la colonna, quella grande, liscia come seta che sapeva d’acqua che non c’ era, palpebre ombrettate d’ arancio, scrutarono dalle finestre alte, cercando le mie mani ed il mio sasso.
I pugni serrati, lo sguardo perso tra parole sconosciute : io…. Era pace Era nascondersi Era pregare…
Era se pur per poco :mamma
Era : non mi perdo
Era: non scappo
Era felicità pura, di sabatibelli( si una parola sola )
Incontri casuali, mai freddi, difesa da un cancello che non era ghetto, ma trionfo, libertà!
Mi accarezzò la signora, era una e cento: occhi, naso, capelli di persone “ altre” mai nemiche…..solo le labbra rosse eran di mia madre, socchiuse, carnose e rosse, silenziose e parlanti!
Salivo scale di gioia, salutando, un nonno, che era un nome….inciso.
Scendo scale accuminate, pesante di vita, sempre : io!
saluto un nonno che è una lapide di storia, di sofferenza e….
Si mescolano le carte, anni che sono: cuori, picche, fiori e quadri…..gioco ….perdo..vinco….vivo….Ed è oggi.

La figurina di Stefania

Il mondo in giardino – di Stefania Bonanni

Verde con qualche rosa rossa, bianca, gialla. Marrone dei vasi coccio, tutti via quelli di plastica. Mi affaccio tutte le mattine e guardo giù, e quello che vedo mi fa stare bene. E’ armonioso. Ho fatto tutto io, negli anni. Ho piantato l’edera, ho costruito un vialetto con grosse pietre piatte. Ho piantato strani rametti, verdi creature che mi hanno stupito crescendo, riempiendosi di fiori, diventando alberelli. Regali grandi, inaspettati,  che forse si sono nutriti di sguardi affettuosi. Il giardino che è il risultato di tutto questo non ha siepi ordinate e geometriche, non un vialetto dritto, non fiori dello stesso colore o piante dello stesso tipo. Non è potato bene. Si capisce bene che non ci sono intenzioni o progetti. Ci sono seminate conchiglie, e forse in futuro ci sarà chi pensera’ di aver rinvenuto fossili preistorici. C’è una gallina di coccio che forse farà uova di cioccolata. Se succedesse rivestirei l’uovo di carta rossa e arancione, e sarà contenta Beatrice che ogni giorno va a salutare la gallina e guarda se ha fatto uova. Da poco è arrivata una bellissima tartaruga dal giardino accanto e la lasciamo libera di andare dove vuole:una tartaruga condominiale.

Un mondo piccolissimo, pieno di tanta vita piccolissima. Non cambierei il mio panorama privato.

La figurina di Nadia

Una figurina-regina – di Nadia Peruzzi

Gli ultimi raggi del sole stavano regalando un cielo quasi viola.
Il dondolo mosso da una brezza autunnale che sapeva già di inverno,era un invito a lasciarsi andare e a dormire.
Angela,avvolta in un plaid colorato e caldo,stava per chiudere gli occhi, poi la vide.Una figurina minuscola,in lontananza,che si muoveva verso di lei.
Sulla superficie del lago,sembrava volasse con ali di libellula.Eterea,quasi incorporea.Un piccolo punto su cui i raggi del sole giocavano a rincorrersi con arcobaleni.
Cera qualcosa che brillava e sembrava di fuoco.
Angela intravide una piccola stella.La bambina la teneva nella mano destra a mo’ di bacchetta magica e la ruotava vorticosamente a destra e a sinistra.Ne uscivano lampi di luce e composizioni come quelle di un caleidoscopio.Quando colpiva l’acqua del lago ne salivano zampilli colorati che ricadevano in fili d’oro e sembravano pioggia,ma la trapassavano senza bagnarla nemmeno un po’. Eppure rideva lo stesso.La sua risata cristallina risuonava ovunque.Da qualche parte un’eco la moltiplicava ed era quasi una musica.
ln testa aveva qualcosa che riluceva come un piccolo sole.Aveva l’aspetto di una corona.Ma una di quelle vere,non da giochi di bambina.
Angela non credeva ai suoi occhi.Che giorno strano era quello.Anche l’aria che poco prima volgeva al gelido,si stava facendo più tiepida man mano che quella bambina si avvicinava.
Era presa nel suo gioco,danzava,scivolava e roteava sull’acqua,mentre il vestito faceva una ruota da piccolo
derviscio ed era quasi ipnotizzante.
A volte si tuffava.Quando usciva dall’acqua,come prima sotto quella pioggia dorata,non era per nulla bagnata.Potere di una qualche magia,pensò Angela.Era vecchia,Angela,ma non aveva perso la sua voglia di fantasticare e le letture di fate e folletti che aveva fatto da bambina l’avevano appassionata così tanto che quando erano cominciati ad uscire nuovamente libri su maghi e maghetti e piccole streghe li aveva letti e comprati quasi tutti.La saga di Harry Potter se l’era letta tutta proprio durante quell’estate.Lei alla magia un po’ ci credeva davvero!
Non ci volle molto di quel volteggiare ,alla bambina, per arrivare nel punto in cui Angela abbandonato il suo dondolo,la stava aspettando.
Era carina con le sue guance arrossate e i capelli ondulati e del tutto in disordine,avvolta in un vestitino di mussola trasparente che la faceva apparire più piccola di quanto in realtà fosse.
“Come ti chiami?” chiese Angela
Elisabetta”. E più sottovoce: “Betty,per gli amici,ma ne ho così pochi! Tu come ti chiami?”
“Angela!Da dove vieni? Sei una bambina e te ne vai a giro da sola. Ti hanno lasciato andare via da casa senza dirti nulla e senza venirti a cercare?Possibile che tu sia arrivata fino a qui quasi volando e non lasciando tracce dietro di te in modo da poterti rintracciare?”
“Macchè c’era una baraonda tale a palazzo che non si sono accorti di nulla. Hanno altro da pensare,loro.Me la sono filata aprendo un piccolo varco nella grande siepe che circonda il castello”.
“Saranno preoccupai….”
“Anche se fosse?Hanno intenzione di farmi fare qualcosa che non voglio fare.Mi terrà imprigionata per tutta la vita,che oltretutto sarà pure lunghissima,sembra. Si sono messi tutti d’accordo ,senza chiedermi se io ero d’accordo. Sono moltissimi ,te lo posso assicurare,a farmi pressione da ogni parte e a volermi far fare la regina.
Quelli son tutti matti. Ti rendi conto? Dover fare poi salamelecchi a destra e a manca, senza poter parlare mai con la dovuta sincerità ma sempre in perfetto “reginese”. Non poter fare un passo senza che uno stuolo di persone sia li a controllare quel che fai.lo voglio essere libera.Sono uno spirito troppo libero e indipendente per star dietro a istitutori,maggiordomi e dame di corte. Poi ci sono quelle che ti dicono come ti devi vestire ,quali borse,quali cappelli,quali tailleurs.Hanno gusti da barbari e io mi rifiuto di farmi conciare in quella maniera .Sono una da black and white ,tendente al dark e vorrebbero farmi vestire da rificolona con tutti quei colori pastello addosso,per non parlare di quelle orribili borsette e di quei cappelli rigidamente in tinta col resto.E i cerimoniali,come li detesto.Sorridi di qui,ammicca e sorridi di là mentre spesso e volentieri ne strozzerei a decine di quelli che vedo girare attorno a me con fare ossequioso e servile”.
Stava quasi per piangere ,mentre chiedeva ad Angela di tenerla con sé.
Angela non sapeva che fare,ma si intenerì di fronte a quella bambina. Tutte quelle costrizioni lei non le avrebbe sopportate nemmeno per un minuto,figurarsi per tutta la vita.
Se vuoi,puoi rimanere.Fino a che ti trovi bene e sei felice di restare.Una volta che decidi di andar via potrai farlo in tutta libertà”.
La bambina,non stava più nella pelle.Gettò nel lago lo scettro improvvisato con la stellina luminescente e la corona.Rimase con quel vestitino leggero mentre il cielo da azzurro viola che era ,passò al blu profondo in un attimo.
ln casa la tv si era accesa da sola.Stava passando un tg straordinario. Note dolenti ,musiche per nulla allegre accompagnavano la notizia che stavano dando .Angela da fuori non capiva di cosa si trattasse.Era assorta a fissare la bambina che si era seduta sul dondolo e si lasciava cullare . Era bella da vedersi.ll vestitino seguiva il dondolio increspandosi e sollevandosi ad ogni spinta.Un soffio di vento più forte degli altri scompigliandole ancor più i capelli le lasciò sulla fronte una ciocca ribelle che risaltava sulle sue guance arrossate.
Era felice,si vedeva.Gli occhi si stavano chiudendo sopraffatti dal sonno della stanchezza,eppure ancora lasciavano trasparire una contentezza fuori dal comune.Come fuori dal comune doveva essere stata per lei quella giornata,pensò Angela mentre entrava in casa.
ln tv si vedevano foto a ripetizione della regina Elisabetta.Era morta quello stesso giorno,dopo un lunghissimo regno.La colpì una foto di lei bambina.Corse fuori per avere conferma.
Il dondolo oscillava ma sopra non c’era nessuno.
L’aria era tornata fredda come all’inizio di quello strano pomeriggio in cui l’autunno volgeva già verso l’inverno.

Parole: Le parole di Sandra

Parole, parole, parole – di Sandra Conticini

Ma quanto sono importanti le parole. Riescono ad identificarci in quello che siamo e che vorremmo essere e, se non stiamo attenti al nostro modo di esprimerci, possono ferire e  far star male anche  noi che le abbiamo dette.

La vita è un fiume di parole belle e brutte ed è molto difficile esprimere le nostre idee, i nostri stati d’animo, le emozioni e qualche volta siamo fraintesi.

Le vorrei paragonare a tanti semi che vengono buttati sulla terra e possono germogliare amicizia oppure odio, seccare o crescere, dare amore o tradire, è importante usarle in  maniera corretta perchè possono far male più di un coltello.

Invece la gente parla parla, ma spesso non sa di cosa, tutti bravi a farsi grandi  e non si riesce a capire quanto potrebbe essere importante un po’ di sano silenzio.

Si può parlare in tante maniere, con gesti,  mani,  occhi e senza far male a nessuno.

Parole: Cielo di Stefania

Cielo – di Stefania Bonanni

Ieri era un giorno di pagine e nuvole, sciolto nei raggi di un sole finalmente stanco  e sbiadito , stretto tra le braccia di un buio che ha fretta. Il cielo di ieri copre i pensieri e li trascina con se’, nel vento, insieme alle foglie che non volano, atterrano stropicciate e stanche di sole ed arsura.

Forse domani pioverà acqua buona e tranquilla, che culla e tintinna, e sarà un cielo che piange, prima di un arcobaleno di colori.