Le parole volanti nell’eco di un incontro: Rossella G. ci segue da lontano

Parole, carta, donne lontane – di Rossella Gallori

foto di Sossio Parretta

Forse era Calvino….

Quel signore all’ apparenza ordinatissima, che mi si parò davanti,  pieno di cartellette  spiegazzate,  o forse no. Ero a pochi metri dal mio rifugio, lui ne scappava, mi squadro da capo a piedi, raccolse,  fogli sfuggitigli di mano, e fuggi senza correre.

Io

appoggiata ad una specie  di tabernacolo senza madonna, raccolsi un “unto appunto” sfuggito, forse fuggito al suo carnet di parole.

Era un buio incerto….leggere mi fu difficile

Pagina27

Il posto era caldo, quasi accogliente, nonostante l’afa insopportabile, lui, un lui alto, robusto quel tanto più di me, che era troppo, mi passa la matassa… occhi aveva solo immensi occhi che roteavano senza parlare, ogni tanto la mano destra, rassettava una massa di capelli, che, come piccoli serpenti incorniciavano una fronte spaziosa, impastata di sudore, presi  il budello informe tra le mani, pezzi di gente : annodata, persa, spezzettata in cunicoli bui, anse marine….e nodi, solo nodi, dovevo scioglierli, dare una forma regolare, ad un ordigno infernale, eppure più la guardavo, più si attorcigliava alle mie dita….dovevo fare attenzione, scegliere bene: immersi in acqua e sale bollente di sole, il malcapitato ammasso di lana umana, che sbiadì, fino a sparire…

Pag 28

Appunto ore 5e37: l’ inferno dei viventi non è qualcosa che sarà………

PS: pensai di aver incontrato un altro squinternato….fuggii, gettando la pag 27 tra i rifiuti: CARTA….soltanto carta…..

La città di Stefania in un vagone

Dieci donne in un vagone – di Stefania Bonanni

Antella, giovedì pomeriggio, interno vagone, dieci donne.

Siamo noi, oggi, la mia città. I nostri occhi sotto le lenti son finestre coperte da vetri smerigliati, e sono rotonde, ovali, cerchiate di colore. I nostri capelli sono tetti di tegole rosse, o coperti di marmo, venati e chiari. Non ci sono strade, ci congiungono piccoli ponti, che si percorrono con facilità fino a metà, poi costringono a reggersi, per non scivolare.

I nostri pensieri sono i campanili, a punta come dita accusatrici, o quadrati, con i merli, agghindati, quasi ricamati. Le nostre voci sono le campane, che a volte suonano prevedibilmente per rintoccare le ore, a volte per motivi sconosciuti: che ognuno viva le emozioni che immagina.

Le cattedrali non esistono, si santificano momenti di serenità e belle parole. I cimiteri non esistono, perché se questo è già il nostro inferno, parimenti è già anche il nostro paradiso.

Città a colori di Carla

La città – di Carla Faggi

dipinto di Luca Alinari

La città dove vivo si chiama Aurora, ci abitano tutte le persone che conosco e che mi piacciono. È tutta a piano quindi posso passeggiare ed incontrare le persone che la abitano.
È una città che cambia colore a seconda di come mi sento, ieri per esempio tutto era fiorito in arancione, la chiesetta era colorata di giallo canarino, la piazza rosa acceso e le case vicine rosso semaforo. Anche il cielo era arancio e tante erano le stelle che si vedevano anche di giorno.
Stavo bene ed ho incontrato tanti amici di un tempo, quelli dell’Istituto d’Arte, quelli della discoteca, le mie amiche del cuore, i miei ex fidanzati. Tutti belli e giovani, proprio come me.
Oggi invece Aurora, la mia città è fiorita di azzurro, la Chiesetta è verde tenue, la piazza di un lilla tendente al celeste. Le case attornodi un blu intenso, il cielo era verde salvia con tante stelle come smeraldo.
Ho passeggiato anche oggi, ero con Marco ed ho incontrato tutta la mia famiglia, sono stata molto felice. Ho trovato gli amici di ora, c’erano anche le matite,ho accarezzato Cecilia, ho chiacchierato tanto.
Aspetto di vedere domani di che colore sarà la mia città.

Incontro del 20 ottobre in compagnia di Calvino e Le città invisibili a bordo di un’intima Carrozza 10 al Teatro Comunale di Antella

Ispirati da Italo Calvino

Cartelle da riempire con appunti o scritti vari: la cartella degli oggetti, degli animali, delle persone, dei personaggi storici, le quattro stagioni, i cinque sensi, le città e i panorami della vita e le città immaginarie fuori dal tempo e dallo spazio….così nascono i libri di Calvino…..

Lo “zig-zag” delle nostre città viste con l’eco di ricordi, emozioni, persone……Perché decidiamo di vivere in città? Perché a volte preferiamo fuggire in campagna, per poi, magari, ritornare?

I ponti, le finestre, i pavimenti, i ciuffi di capperi sui muri della città immaginaria di Fillide, che ci incanta quando arriviamo lì e che poi smettiamo di osservare dopo che ci siamo abituati a viverci.

E:…. “l’Inferno dei viventi non è quello che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare, e dargli spazio.”

Il naso nello specchio di Carmela

Riflessi nascosti – di Carmela De Pilla

foto di Lucia Bettoni

Il tempo, abile giocoliere nel trasformare o cancellare le parti più belle del viso e del corpo appartenute una volta a una giovane donna dai lunghi capelli neri, occhi ridenti e sorriso riservato.

Ma lui, troppo grande, cosa ci faceva in quel viso dalla bellezza timida e un po’ antica?

Per lungo tempo maltrattato, disprezzato, deriso, contestato, nascosto inutilmente da cipria e fondotinta e ora eccolo lì, sempre lo stesso, ancora sproporzionato,appiccicato a forza.

“ Io vorrei sapere cosa ti ho fatto di male!! Ho sempre accettato tutte le tue critiche, il tuo disprezzo, il tuo eccessivo malessere quando parlavano male di me eppure hai avuto bisogno di me! Ti ho regalato essenze profumate, piaceri erotici, emozioni d’amore e tu mi hai sempre detestato.

Lo so, avresti preferito un naso più adatto al tuo bel viso, ma che ci vuoi fare? Ti è toccato questo!

Poi è arrivato  il tempo in cui mi sono sentito accettato e amato, ora sono felice, mi sento parte di te.”

Dietro di me, riflesso nello specchio lo stesso naso, quello di mio padre

La frittata nello specchio di Gabriella

La frittata nello specchio – di Gabriella Crisafulli

Cosa vedeva lì, in quello specchio, alle cinque della sera?

La donna cannone che era stata o quella a triangoli, spicchi, tondi, concavi e convessi che era diventata?

Cosa vedeva nella carta stagnola lucida poggiata davanti a lei dove si alternavano oro e argento a seconda delle oscillazioni del vento?

Alle cinque della sera la luce e le ombre disegnavano gli occhi e il naso di un volto sagomato dalla guancia.

Un occhio era rivolto verso il basso, l’altro la fissava con uno sguardo vuoto.

La bocca era serrata, stretta nel silenzio.

Non c’era più sangue: forse non c’era più cuore.

Lì, alle cinque della sera, lo specchio rifletteva e faceva riflettere su un passato ingombrante sempre presente.

Tendeva a sospingerla nell’abisso senza una parola d’amore.

Ma la carta viene voltata: ecco la sorpresa di una frittata che la padella porge fumante nel suo giallo intenso.

Nel tempo si erano rotte molte uova ma era il momento di tornare al sodo.

Era l’ora della frittata.

Maura Corazzi e l’amore che ha sparso in giro per il mondo

Parole di amore dedicate a Maura da Gabriella Crisafulli

Parole d’amore – di Gabriella Crisafulli

Capita così, all’improvviso.

Non sai perché, non sai come né quando, ma succede.

Possono essere giovani o vecchi, uomini o donne, bambini.

E all’improvviso ti innamori.

Avviene con il ragazzino del palazzo di fronte che ti lancia i messaggi sul terrazzo con la cerbottana, con la professoressa di Economia Domestica che ti insegna a fare il vestitino al bambolotto.

Si verifica con la cugina appena nata e con la figlia che ti si attacca al seno.

Ma anche con i membri di un gruppo un po’ scalcinato e bizzarro e con chi lo guida.

Tutte persone che attirano gli affetti con le parole che dicono e gli scenari immaginifici che evocano.

Così è stato con Maura Corazzi quando, immobile in un letto d’ospedale, completamente paralizzata, lei che non parlava, non si muoveva, non poteva mangiare né respirare in modo autonomo, ha scritto con gli occhi “Bianco abbraccio”.

L’abito da sposa, le lenzuola del suo letto, il soffitto della stanza, le garze sterili sono stati i tasselli di un puzzle di emozioni indelebili che condensavano amore e dolore sulla panna montata di un bel gelato.

Gli “occhi dentro” nello specchio di Rossella B.

Lo specchio di stagnola – di Rossella Bonechi

foto di Patrizia Fusi

Questo tondo improvvisato di stagnola è proprio uno specchio, che all’inizio tengo lontano per catturare quanto più posso, ma sorvolo velocemente sulla figura intera, lo specchio mi dice che ho troppo da lavorarci, e avvicinandolo mi metto occhi negli occhi. Lì per lì non mi sembrano i miei: troppe rughe intorno, le palpebre troppo calanti, poi intravedo un balenío birichino e finalmente riconosco i MIEI occhi mentre mi stanno spiegando che l’importante non è quello che hanno visto fuori di me, intorno a me, attraverso due vetri spesso appannati; l’importante, continuano i miei occhi, è quello che hanno visto dentro di me, gli sforzi le gioie le emozioni i dolori i sorrisi e i pianti. E soprattutto loro continuano a vedere il nocciolo di me, quella che sono davvero, e le sorridono complici e solidali.

Spostando lo specchio leggermente di lato, dietro le mie spalle vedo una fila di foto che immortalano istanti, persone, paesaggi. Mi confortano, mi ricordano, mi riempiono lo sguardo e l’animo.

Il tempo trascorso nello specchio di Patrizia

Specchio – di Patrizia Fusi

foto di Lucia Bettoni

Un cerchio di carta stagnola, con l’immaginazione vedo riflesso il mio viso.

Il tempo trascorso ha segnato il viso, la cosa che mi piace di più è quando sorrido mi sembra che gli occhi diventino più luminosi.

Sorridere rilassa il mio pensiero.

Sorridente mi sembra di comunicare meglio con le persone.

Alla destra dello specchio, di lato alle mie spalle, vedo il tempo trascorso, una fila di ricordi.

Oggi è un cerchio di carta stagnola in un cerchio di persone

Una giornata ottobrina, un tavolo a semicerchio, undici teste chine su un foglio a scrivere, i visi concentrati, su ogni testa vedo una nuvola di pensieri che si sciolgono in lettere, formano parole che compongono frasi da cui escono belle scritture, particolari e belle come ognuno di loro.

L’Io bendato nello specchio di Vanna

Il vero inaccessibile – di Vanna Bigazzi

Guardarsi allo specchio puo` significare cercare una conferma di noi stessi. Se non siamo certi di noi ci rassicuriamo vedendoci con l’aiuto di uno strumento. Ma anche questo non dara` un’immagine precisa, quindi il nostro vero aspetto rimarra` sempre un mistero. Similmente conoscere se stessi fino in fondo, nella nostra interiorita`, credo sia quasi impossibile, al di la` dell’ammonimento di Socrate. Forse possiamo farlo, sempre relativamente, tramite un aiuto esterno, qualcuno che ci stimoli ad indagare nel nostro profondo, ombre e luci come in un vero specchio. Per la Psicanalisi “rendere conscio l’inconscio”. A parte tutto questo, il guardarsi in una superfice non ben lucida e` stato interessante: un percepire chi siamo senza alcun aiuto. Chi siamo? Un’immagine indefinita, quasi soltanto intuita; si cerca di intravederla attraverso i chiaroscuri che riproducono quelli del nostro animo. Un volto spiegazzato, non delineato ma vivo: la paura di noi stessi o meglio la paura di non sapere come siamo e chi siamo. Se poi guardiamo attraverso questo specchio primordiale (la carta argentata), cosa c’e` alle nostre spalle, l’identita` si perde in riflessi fluttuanti che lasciano spazio alla sola immaginazione. Non il cartesiano “penso quindi sono” ma “percepisco quindi sono”: un io bendato che cerca di afferrare vanamente la sua realta`, quasi un cieco che cerca conferme attraverso i sensi ma che vive nel buio piu` profondo

L’autunno nello specchio di Sandra

SPECCHIO di Sandra Conticini

foto di Nadia Peruzzi e di Daniele Violi

Ma proprio devo guardarmi in questo specchio strano? Ci proverò, io che normalmente mi sbircio furtivamente passando davanti per non vedere quello che si riflette.

Vedo una macchia marrone con accanto un  po’ di beige tendente al rosa e in mezzo a due strisce verdi c’è forse la mia mano che si muove da destra a sinistra facendo un’ombra. Chiudo gli occhi, respiro profondamente, mi ritrovo in un bosco autunnale, sotto i miei piedi sento il rumore delle foglie dai mille colori rossi, gialli, arancioni. Alzo gli occhi vedo alberi secolari di castagni  ormai con alcuni ricci verdi attaccati a quei rami ormai nudi. Con un piede schiaccio  un riccio e fanno capolino  le castagne, così inizio la raccolta. Mentre cammino in questo bosco incantato vedo dei funghi, ma sembrano proprio porcini, li prendo poi li farò vedere a qualcuno che li conosce perché il rischio è grosso!

Mettendo lo specchio dietro vedo qualcosa di non ben definito, dai colori più sfumati, ma sempre un po’ sul marrone con qualche pennellata di verde. Potrebbe essere, un  rapace, con il becco adunco e  gli artigli, appollaiato sul castagno in attesa di trovare una preda da mangiare o forse un ramarro a prendere un po’ di sole.

Questa volta non ho guardato lo specchio di sfuggita, perché non  rispecchia i miei capelli di tutti i colori, le mie rughe, i miei occhi spesso un po’ stanchi, le macchie buttate come una manciata di sale, il fisico che non è come lo vorrei. Ed allora mi vengono in mente le parole che spesso diceva mia mamma “E’ tanto brutto invecchiare”, ma io ancora non ci pensavo.

La strega nello specchio di Rita

Lo specchio – di Rita Angeloni

Foto di Anja-#pray for ukraine# #helping hands# stop the war da Pixabay

Specchio specchio delle mie brame,  chi e’ la piu’ bella del reame?

La bellezza non esiste!

E’ bello cio’ che piace!

E’ bello cio’ che piace?

Si, perche’ quando noi ci rispecchiamo in una forma , in un insieme di colori, in una figura, vediamo noi stessi, la nostra parte interiore. 

Se avviene questo ci piace!

Perche’ quella forma, quei colori , quella  figura e’ proprio cosi’  che noi l’avremmo realizzata.

Dietro la specchio non vedo che la strega maligna, la negativita’ di me stessa che mi sollecita  pero’ ad un impegno affettivo e psicologico.

Una notizia che non posso non dare

di Cecilia Trinci

Maura Corazzi ha lasciato il suo corpo. Da tempo non le serviva più per esistere.

Ci siamo conosciute all’inizio del 2000, era mia allieva dei corsi di formazione di tiro con l’arco per disabili. Una ragazzina tormentata e vivace, attenta, strapiena di speranze. E’ stata poi mia allieva nei corsi di formazione per la trascrizione braille per non vedenti. Era meno presente perché già con due figli, un marito e un lavoro impegnativo, ma arrivava sempre quando avevo bisogno di lei e mi diceva affacciandosi trafelata “prendiamo un caffè?” e davanti a quella tazza si parlava di tutto in grande fretta. Aveva occhi scuri penetranti e intuitivi, gambe piccole e veloci, scattanti, amava il mare, la montagna, i viaggi. Amava aiutare chi era fragile, ho ancora, come portachiavi, la capanna di ebano che mi portò dall’Africa in una sua spedizione di volontariato in Burkina. Mi disse “questa è la casa per te, solida, essenziale, semplice e forte”.

Anni dopo la persi. Sapevo che aveva avuto il terzo figlio, la vidi solo una volta, camminare molto incerta abbracciata al marito Luciano. Abitava a Laterina, lontano per me.

Nel 2018 mi venne il desiderio di ritrovarla. E l’ho cercata e ritrovata immobile in un ospedale, completamente paralizzata da una complicazione anomala di una infelice anestesia per il parto. Maura non parlava, non si muoveva, non poteva né mangiare né respirare in modo autonomo.

Ritrovai i suoi occhi. Solo quelli, ma così vivi e forti che ritrovai lei intera.

Cominciammo a scrivere a distanza.

Lei scriveva con gli occhi attraverso un programma informatico e mi inviava le parole tramite whatsapp. Io le trascrivevo. Il primo suo “Un diario per esistere” scritto così, si trova oggi nell’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano.

Vi riporto solo questo piccolo pezzo:

Allora diario ti vorrei porre una domanda… esiste una differenza per l’anima da chi è disteso  e ha lo guardo fisso verso il soffitto da chi si muove agilmente  più o meno?  credo di aver centrato il giallo nel bersaglio, perché a differenza di quando versavo tante lacrime da quando stavo ore ed ore  con gli occhi chiusi per non vedere, per non scontrarmi con la realtà, ho maturato nell’anima un nuovo percorso, una rinascita dell’anima.  Basta domande del tipo: perché a me?, no cosi non posso e allontano con la forza dell’anima le duemila domande che vorrei fare.

E’ iniziata così un’altra fase della nostra vita insieme, in cui ho raccolto le sue parole scritte e mai più ascoltate dalla sua voce fisica. Possiedo un lungo diario delle sue giornate: speranze, illusioni, vibrazioni e coraggio infinito. Amore per i suoi, per tutti quelli che andavano da lei, per chi ha seguito il suo cammino difficile. Quando andavo da lei mi scriveva con gli occhi su quel video piazzato sul letto: vorrei prendere un caffè con te.

Ha fondato un’associazione (Con Maura per i diritti dei malati), ha guidato progetti, mercatini nelle piazze, condotto la pubblicazione di un libro che racconta la sua storia (“Con gli occhi di Maura”), ha guidato le varie presentazioni, ha seguito la crescita dei figli, i progetti e le speranze, ha consolato, consigliato e sostenuto gli altri. Tutto in una immobilità assoluta e completa. Tutto nel silenzio della sua parola che comunque si manifestava scritta.

L’ho amata. Tanto. Ha scritto con le Matite e le ha conosciute a distanza, ha lottato per vivere fino all’ultima cellula del suo corpo. E’ rimasta sola nei giorni del Covid nel silenzio di una camera bianca.

Ieri il suo filo si è spezzato, ma se esistono i santi lei sarà in prima fila. Qualcuno glielo deve.

Ciao Maura, alla prossima vita…….e mi raccomando non dimenticarci.

La bocca nello specchio di Stefania

Stagnola – di Stefania Bonanni

foto di Patrizia Fusi

In uno specchio che non riflette, provo a pensarmi intensamente. Uno schermo pieno di rughe mi fa ntravedere di me uno spicchio rosa, nell’argento, una piccola luna che si apre come un fiore su denti bianchi. Mai mi guardo la bocca nello specchio, e che ora sia l”unica cosa che vedo di me, mi fa pensare a quanto non mi conosca. Anche la bocca, non la guardo perché non la penso granché importante, come il naso, le orecchie, e anche altro, magari. Con la bocca mangio, ma non mi sembra interessante. Parlo, ma sono consapevole di dire sciocchezze, del resto tempo  fa avevo deciso di smettere di parlare, ma questa è un’altra storia. La bocca mi serve per baciare Paolino ed i miei bambini, e me li mangerei. E mi serve per ridere, perché ho voglia di essere stupida e ridere di nulla.

Quando ho spostato lo specchio per guardare dietro ho visto che pezzi rosa di me, frantumati, resistono all’argento dei sassi che sembrano diventati uniformi, liquidi, acqua.

Lo specchio mi continua a parlare. lo specchio di stagnola con le rughe. Penso ad uno specchio d’acqua calma, mossa in superficie da un vento gentile che la accarezza e la fa ridere, e vorrei vedermi riflessa li’ dentro. Perché gli specchi sono un’ipocrisia, inquadrano solo il pezzetto che vogliamo vedere. Lo specchio che uso per truccarmi gli occhi, e da sempre mi inquadra solo gli occhi, mi rimanda una versione di loro più brillante e profonda, o perlomeno questo dovrebbe essere lo scopo del trucco. Tutto il resto, di me, non lo guardo. Non lo guardo oggi per non vedermi storta, zoppa, disarmonica, sbilenca. Non lo guardavo un tempo perché c’erano tanti occhi che non mi si spiccavano di dosso, che non c’era bisogno mi guardassi anch’io. Mi vedevo negli occhi di chi mi guardava camminare, e sapevo di essere diritta ed imbarazzata, ma anche un bel vedere. Perlopiù ero convinta fossero sguardi esagerati, un po’ maniaci.

Quando andai a lavorare in un posto dov’erano tutti uomini, ero condizionata anche nel vestire. Stavo sempre attenta a non mettere abiti stretti, o corti, o trasparenti, e questa cosa mi intristiva. Ero sempre sotto la lente, guardata, giudicata. Difficile parlassero di come ero brava con le buste paga, eppure ero brava davvero.

Poi, ad un certo punto della vita, ovviamente la situazione è cambiata, gli sguardi su di me si sono allentati, e sinceramente mi sono sentita libera. Nonostante tutto, è capitato ancora chi ha confessato d non riuscire a togliermi gli occhi di dosso. Ed io ancora ed ancora a chiedermi perché, se sono io che provoco situazioni che non mi interessano, e mi giudico e mi processo.

Un importante ruolo di specchio bugiardo ce l’ha anche Paolo. Che ovviamente mi guarda con occhi d’amore, e da tutta la vita non ha cambiato il modo in cui mi guarda. Lo specchio, come tutti gli specchi, ha però due facce: una che mi fa bene, e non mi importa se è bugiarda, ed una che mi dice che posso stare tranquilla: ancora la paralisi si vede poco . E quando si vedrà di più, e poi di più e di più ancora?

Lo specchio giudica. E non è imparziale.

Inquadra solo il pezzetto che vogliamo vedere. Io nella stagnola ho visto solo rosa ed era la mia bocca, che non guardo mai. Tutto il resto di me era a pezzetti strapazzato, sfilacciato, dalle rughe della stagnola.

Ma c’è, il resto? C’è quello che non si vede di me? C’è ancora qualcosa di quello che c’era quando non esistevano i ricordi, o quello che si vede è quello che mi è successo ricordando?

Quando non esistevano i ricordi c’era gente che mi guardava, che mi accompagnava, mi aspettava, mi veniva a prendere, che mi chiamava Ania, che mi accarezzava, che mi teneva le mani sulla fronte perché guarissi. Io allora mi sentivo libera e forte, con le mie parti multiple ben incastrate nel puzzle giusto, e le mie stravaganze, le mie contraddizioni, le mie intemperanze, le mie passioni, i miei slanci, in equilibrio.

La sofferenza è stato imparare che fosse tutto dolcissimo e brillante, anche nel tempo, ma di fragile equilibrio.

La dottoressa dentro lo specchio di Rossella G.

Lo specchio farlocco – di Rossella Gallori

Può esser confuso il suo specchio stasera, non importa sia nitido….la dottoressa era piccola, all’ apparenza fragile, quasi delicata, il camice slacciato, nascondeva delicate forme femminili, i suoi occhi mal celavano una stronzaggine …..innata….

Confuso riflesso di me, di una un po’ poco, resto immobile, non mi vedo, non mi sento, ha tutte le rughe del mio stato d’ animo, questo mio viso vecchio o quasi, sottili righe turchesi, trattengono le ultime lacrime rimaste, gli occhi si son rimpiccioliti, no è la pupilla che sta affogando nel bianco…galleggerà fino a scomparire, chissà forse mi ritroverò con gli occhi sulla nuca, ho sempre desiderato essere originale, diversa, una a cui nessuno chiedeva: perchè?  Ora? Dopo?

Senza rendermene conto, con questo specchiofalso, ho sorriso, immaginato, l ho puntato dritto verso di me….come un  cecchino mal addestrato mi ha sparato, senza colpirmi, non era la prima volta  che qualcosa o qualcuno cercava di farmi un buco nello stomaco….ho schivato la pallottola, ora è lì da un lato…..lo ignoro, resto io dentro, fuori chi c……o se ne frega!

Piccolo, tenero, come un bacio tra vecchi innamorati, mi guarda il tondogiudice di me….è caduto dal mio letto il mio specchiofalso,  sono stanca lo osservo, sembra un piccolo lago di montagna, nato per incanto su un pavimento di marmo…da lucidare..

Guardi ora! Intima la dottoessa….ha tolto il camice, è ancora più piccola, quasi dolce, meno estranea, una un po’ tanto umana….tacchi bassi, gambe abbronzate, trucco dark  x   mascherare quel po’ di insicurezza…

Cambia la prospettiva e tutto si trasforma…

Vedo il mio trono, io seduta in modo poco elegante, del mio viso pochi tratti se non misere penne di capelli verdi o quasi…

Sono circondata, protetta, scaldata, da mille facce conosciute, scolorite dagli anni, mai dimenticate…il barbone, la matta, il ladro, lo spacciatore, l’ amante, il sacerdote, la suora, il nero, il giallo, il barista, la prostituta, la farmacista…specchi di me che amo, incondizionatamente, chi attraversa anche solo per un attimo la mia strada, la mia vita…

Nell’ angolo più luminoso dello specchio farlocco, una rosa rossa mi porge il suo profumo…. so chi è…..

Dorme la dottoressa, piedi scalzi, il viso nascosto da capelli scomposti, nel pugno  destro una piccola palla di vecchia stagnola

Il cappello nello specchio di Carla

Oggi sono così – di Carla Faggi

Ho un grande cappello con le falde grandi.

Nonostante tutto mi sta bene.

Ho uno sguardo accigliato, la bocca un po’ imbronciata.

Nonostante tutto non mi sta proprio bene.

Sono coperta da un grande mantello.

Nonostante tutto non ho ancora deciso se mi sta bene o se non mi sta bene affatto.

Trovo piccole striature di giallo tenue nel candore dell’argento.

Mi sta molto bene.

Nel grande cappello ci vedo la consapevolezza di donna adulta che pur piacendosi deve però soddisfare il suo bisogno di piacere anche agli altri mostrandosi.

Mi sentivo così a quarant’anni.

Il volto imbronciato lo sento come specchio della mia eccessiva intolleranza di questi giorni, sono attaccabrighe, irritabile, poco amabile.

Mi copro però con un grande mantello come a nascondere il misfatto ed il mantello sono i sorrisi, l’ascolto, la presenza. Serve a perdonarmi un po’. Forse.

Nonostante tutto io sono così, giallo tenuo nel candore dell’argento e mi sta parecchio bene.

Nello specchietto retrovisore ci vedo tante persone una vicina all’altra in una piazza superaffollata con bandiere e striscioni.

La ruga cattivissima di Nadia che si affaccia nello specchio

Lo specchio – di Nadia Peruzzi

foto-ritratto di Patrizia Fusi

La vedo anche attraverso uno specchio che non riflette la mia immagine. Se la riflettesse davvero sarei un quadro di Picasso con un occhio di qua ed uno di là. Non è quello che mi darebbe noia. E’ quella stramaledettissima ruga proprio in mezzo alla fronte poco sopra il naso. Sembra un solco malfatto di un aratro malevolo. Si dice siano i pensieri . Siano pure. La spianerei volentieri con ogni mezzo possibile. Ma quelli esistenti passano tutti dalla chirurgia estetica e io il ritocchino a base di botulino anche no. Intanto perchè dovrebbe essere un ritoccone e se poi non mi piacessi tutta piallata e liscia??

Meglio lasciar perdere.

Quindi la tengo, la vedo, non mi piace. Mi dà quell’aria severa che detesto non meno della ruga . Anche perché chi non mi conosce si ferma alla severità della ruga e non va oltre, fino a quella parte di me che sa ridere e spesso e volentieri trova pure il verso di ridere per niente. Troppo bello quando mi succede.

Nel caso della ruga malefica allora ci si adatta a  procedere per inganni. Invecchiando mi nascondo sempre più spesso sotto la massa dei capelli ricci che detestavo da bambina e ho cercato, con ogni mezzo e ogni tipo di contropermanente, di domare da ragazza mentre adesso mi piace proprio tanto.

Quando si allungano un po’ fanno da copertura. Anzi da copertina. Come quella di Linus, solo un po’ più voluminosa. Sono una settantenne cespugliosa, che ha fatto ormai da tempo pace con sé stessa e con i suoi ricci ribelli.

Lo specchio questo rimanda di me. L’aria severa un po’ si stempera.

Non sempre però. Torna a riaffacciarsi quando nel guardare lo specchio vedo che a guardarmi è mia madre e non io. 

Nello specchio “delirio” di Nadia con l’aiuto di De Gregori

Il ciclista – di Nadia Peruzzi

Lo vide sbucare dall’angolo che portava verso lo stradone sterrato. Un ciclista con una tuta fosforescente che correva come non aveva mai visto correre nessuno.

Non fece in tempo a vederlo bene, ma da quel poco che aveva visto gli sembrò la copia esatta del grande campione Girardengo. Non lo aveva mai visto direttamente, aveva visto le foto e delle sue imprese suo padre le aveva raccontato più e più volte.

Le piaceva quando suo padre le raccontava storie. Le piaceva guardare insieme a lui le corse in bicicletta e per un lungo periodo non se ne era persa una delle grandi corse a tappe che avevano fatto la storia del ciclismo. Per non parlare dei grandi campioni di cui in qualche caso ricordava vagamente l’aspetto, di più i nomi: Anquétil e Girardengo erano fra questi.

Era piccola e del primo forse l’aveva affascinata quel cognome francese, dell’altro l’incanto del mito che traspariva dagli occhi di suo padre quando ne parlava.

Il ciclista sfrecciò davanti a lei in un attimo. Troppo veloce per avere qualcuno alle sue calcagna, pensò, anche se non capiva il perché di tutta quella fretta.

Fu un attimo. Vide arrivare dietro a lui un gruppo numeroso di persone che correvano a perdifiato per non perderlo di vista. Sante, il suo vicino di casa ,era l’unico che lo seguiva in bicicletta. Ma era ancora dietro alla curva e l’altro era ormai un puntino lontano e irraggiungibile anche per lui. Sante decise di rinunciare. Si fermò poco dopo la curva tirò fuori la pistola e decise che meglio che fare il ciclista, visti i risultati, era mettersi a fare il bandito. Lasciò la bici a terra e rivolse la sua attenzione alla banca che non era troppo lontana.

Quattro cani per strada rischiarono di essere travolti. Impauriti si fermarono appoggiati ad un muro e si misero ad annusare la vita, tanto per fare qualcosa.

Il signor Good/Spinadipesce era fra i più strani di quella strana combriccola. Correva più degli altri con qualcosa in mano. Sembra fosse un canestro di parole e nessuno si chiese mai perché le portasse lì dentro invece di liberarle in qualche modo.

Una signora con la pelliccia e molto rimmel sulle ciglia correva come una matta su dei tacchi da paura. Reggeva in mano 4 assi di un colore solo e cercava, così diceva correndo, lo zingaro che le aveva fatto le carte. Era rimasto a mezzo e non aveva capito se il suo destino era segnato oppure no.

Correvano tutti in mezzo a campi di granturco maturo per evitare il poverone dello stradone .Era bello vederli splendenti nel sole che giocava a  rimpiattino dietro nuvole di panna montata.

Un fiorellino dal bel colore pervinca sonnecchiava fra fiocchi di zucchero filato e foglie di tè.

Lo raccolse un pianista di piano bar che arrancava fra quelli dell’ultimo gruppo. Un bel ragazzo, di poca malinconia e di poche lacrime ma di molto sentimento lo stesso. Aveva visto uno strano tipo di bambina, con le gambette storte e i calzettoni con i volants e uno splendido vestito bianco fatto a nido di vespa ,che stava sul ciglio della strada ed era in cerca di qualcuno che le tenesse un po’ di compagnia. Le regalò il fiore e la prese per mano e lei gli regalò un sorriso.

Il ciclista pedalava a più non posso. Dal piccolo specchio che aveva montato sul manubrio vedeva in lontananza questo strano corteo che galoppava dietro a lui. Riusciva ancora a distinguere chi correva per rabbia e chi per amore.

Non capiva il perché di tutta questa baraonda .Vero che qualche volta lo scambiavano per Girardengo ma era un attimo .Capivano subito che non era lui. Che non poteva essere lui.

Quella mattina chissà cosa era successo e da dove erano usciti fuori tutti quei tipi strani.

Sopratutto quella Donna Cannone che arrancava sulle sue gambe a misura di prosciutto, con quel vestito azzurro tenda che le stava pure male.

Lei si era un vero spettacolo. Una delle donne di Botero, pensò. Era bella tutto sommato. Attraverso lo specchio la vide diventare d’oro e d’argento, prima che un soffio di vento sollevando un gran polverone se la portasse via con sé, nel cielo, sempre più in alto. Là dove avrebbe voluto perdersi fino da bambina, per volteggiare fra nuvole e stelle

Una donna bambina nello specchio di Lucia

Lo specchio – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Una donna bambina o una bambina donna?
Capelli lisci di mamma
Occhi infinitamente tristi che ogni tanto brillano come la luna
Il naso di mio padre severo e arcigno si apre in una risata sulle mie labbra una volta belle davvero
Vedo la bambina e l’adolescente di ieri sempre alla ricerca di incontri, di abbracci, di mani tese alla vita
Non puoi tirarmi nell’abisso mamma 
Ho una voglia pazza di nuovo, di conoscenza e di sorrisi
Una voglia pazza di allargare le braccia e trovare l’accoglienza e accogliere un corpo caldo, uno sguardo d’amore, una parola per me
La forza dell’incontro che aiuta la mia forza a crescere e sbocciare, a uscire fuori come la testa di una tartaruga
E poi c’è il mio corpo con le gambe ben piantate e tozze dei contadini, gambe che vivono a contatto con la terra, che hanno bisogno di terra per spingersi e sollevarsi
E una vita sottile sottile da libellula per volare ad annusare i fiori vicino all’acqua e quelli vicino al cielo
Mi fermo sulle mani
Ho mai guardato le mie mani?
Nelle mani c’è scritta tutta la mia storia!


Nello specchio, rivolto di lato, alle spalle vedo
Un volto
Il volto del passato
Il volto dolce e spaventoso
di chi mi ha preceduta

Incontro del 13 ottobre 2022 alla Carrozza 10 del Teatro Comunale di Antella: lo specchio di stagnola

foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

Ognuno riceve un pezzo di stagnola da accartocciare sui bordi in modo da formare un tondo per specchiarsi dentro.

Volutamente uno specchio “infedele” per osservare da vicino, in profonda concentrazione, qualcosa che appare dentro e che ci chiama o ci attrae.

Lo stesso specchio velato va poi spostato di lato, per guardare alle spalle, dietro di noi, quello che ci accompagna: oggetti, persone o sensazioni……

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Riflettiamo su: “Si ha per lo più la convinzione di raccontare cose che ci sono accadute, e di farlo in base a come siamo fatti Ma la moltitudine di scelte istintive che facciamo per narrare viene più probabilmente da quel che non siamo ancora e da cose che ancora non sono successe. (….) Chi racconta, diventa. Non si limita a organizzare il passato, ma suscita il futuro.

Mentre apparentemente rilegge pagine già scritte tempo prima, con la parte più animale e istintiva del suo narrare sta scrivendo le pagine bianche che si era lasciato indietro. In questo modo, narrando, completa un lungo andare, e giunge a compimento.” (A. Baricco)