Ancora abbracci in quasi 20 parole (antologia)

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Sandra Conticini: 1. E’ sempre un piacere sciogliersi nell’abbraccio con un caro amico, ma non riesco ad essere la prima per paura di essere rifiutata.

2. Ricordo quella volta, non un bacio non una parola, solo un abbraccio di una persona cara.. le lacrime iniziarono a cadere!

Carla Faggi: Dolore alla cervicale, muscoli contratti, spalle ravvicinate, testa ricurva.

Il tuo abbraccio mi da calore, alzo la testa, scivolano le spalle, i muscoli si sciolgono.

Un velo caldo mi accoglie e vince ogni tabù.

Abbracci in “quasi” 20 parole (antologia)

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Lucia Bettoni: 1. Accolgo il tuo corpo sulla mia pelle
senza veli
Accolgo il tuo profumo e lo sciolgo con il mio

2. Un soffio libera il mio corpo da quel velo trasparente
e sono nuda davanti a te
per farmi vedere

foto di Lucia Bettoni

Rossella Gallori: 1. Sciogliere i sentimenti, in un  unico abbraccio.

Tolgo i picchetti, apro le braccia.

È un domani migliore, senza veli funesti!

Rossella Gallori: 2. Una canzone sussurrata, quasi muta,

strappa un velo pesante,

vecchio di anni.

Sentimenti sciolti in acqua cristallina, tolgono la sete: abbracci…

Gli abbracci dei bambini

“Il sol dell’avvenire” di Stefano Maurri

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“Sei grasso, nonno” e i suoi occhi furbetti brillano ancora di più…

“e te sei una piccola peste”. Ma certo lui ha ragione più di me.

Subito dopo mi salta sulla pancia grossa gridando minacce. Eppure quel faccino con le gote sode e quell’altro con il volto a “Giovane Holden” sono l’ancora di ogni salvezza.

Come si direbbe “ogni sacarrafone è bello….” ma in questo caso lo scarrafone è il nonno e loro riescono a smuovere i sentimenti che ritornano amplificati.

“Il sol dell’avvenire” brilla nei loro occhi. C’è sempre, anche nei tempi più bui qualcosa a cui riferirsi, non importa se una canzone, uno scritto o un luogo. Questi elementi sono vivi se riempiti da una persona…tutto il resto è noia.

Quanto sarà lungo questo avvenire nessuno lo sa, ma il sole dei loro occhi non tramonta, è sempre mattino.

Qualcuno realizzerà quello che non sei riuscito a realizzare.

Eccoli, distesi sulla pancia: “la vuoi una caccola?” propongono

“grazie, era quello che mi mancava!”

Caccole di tutto il mondo unitevi! Le conservo come una reliquia, penso che ne farò un altarino non meno sacro di uno di chiesa.

Viva le caccole dei bambini, il moccio, i cazzotti sulla pancia, i rutti fatti per gioco, copriamo di questo tutto il mondo!

Abbracci in 20 parole (antologia)

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Simone Bellini: Sciogliti, getta il velo dei tuoi tabù, abbracciami e comunicami le tue emozioni profonde, senza parole, capiamoci, stretti stretti in una morsa piena di affetto.

Rossella Bonechi: Non posso piacere a tutti, non tutti mi piacciono, ma vivere insieme con più empatia ha fatto cadere qualche tabù.

Lucia Bettoni

Incontro del 20 aprile 2023 al Teatro Comunale di Antella: la magia degli abbracci

con Cecilia Trinci

foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

Incontro “ravvicinato” dopo tre anni di distanziamento.

A coppie, uno/a di fronte all’altro/a, prima ci incontriamo con le mani, trasmettendoci, col solo contatto delle mani appunto, parole di emozione o fantasie del nostro animo.

Passiamo poi all’ABBRACCIO, incontro fisico profondo, la più intima forma di comunicazione e contatto tra persone.

La parola che ci ha guidato è stata FANTASMA, nel senso etimologico di APPARIZIONE FANTASIOSA, dal greco “faino, fainomai”.

Ne ricaviamo altre quattro parole derivate anche dai nostri interventi:

  • sciogliere
  • tabù
  • spirito guida
  • velo

Giornata intensa e molto dolce

Parole di Spirito e Corpo di Daniele

Parole non dette – di Daniele Violi

Le parole che i miei pensieri del libro di Vita vissuta hanno tenuto per se stessi, sono state sempre sedute composte ai bordi dei miei corridoi connettivi, e hanno atteso con molta pazienza, abbandonate in larghe poltroncine di canna di bambù e vimini che sempre più hanno affollato anche i vari ampi spazi e saloni del metaverso che si è introiettato nella mia testolina fin dalla nascita. Le parole venivano fuori man mano che crescendo e scoprendo la Bellezza della Vita e iniziando a maturare progetti, si generavano ogni qualvolta esordivano Idee; Idee di creatività e la curiosità e lo spirito di osservazione. Parole che il mio Spirito avrebbe voluto dire al mio Corpo. Parole che elencano via via i momenti di impegno e sforzo fisico fino talvolta al logoramento e al sacrificio che lo stesso Spirito sentiva di essere partecipe e invece contrariamente desiderava starsene tranquillo a sognare. Ma perché non ti sei risparmiato? Perché non ti sei buttato su una spiaggia deserta del mare di Calabria a sonnecchiare per giorni e come un fannullone e startene a poltrire senza poltrona? Il Sogno che continua e non ha mai dato tregua a questa mio percorso di Vita. Il Sogno, i Desideri che venivano anche generati dal mio Spirito, le mie visioni avevano desiderio di proiettarsi, anche di realizzarsi. Ma. Come potevo però fare a meno del mio Corpo. Parole e pensieri che si sono volute sempre bene. Grazie comunque a tutte e Due.   

Rancori non detti di Nadia

LE COSE CHE NON TI HO DETTO – di Nadia Peruzzi

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Mi ci è voluto del tempo, anni, per liberarmi dal peso di un limite. Il tenermi dentro le cose e logorarmi, soffrire senza dire, prima di scoprire quanto sia corroborante rispondere a tono, anche a raffiche ad alzo zero, se necessario.
A te, Caterina la bella di raffiche ne avrei dovute tirare più di una.
Amicizia nata sui banchi del liceo e al solito, per quegli anni, intrecciata anche con la politica.
Una amicizia che non lo era, alla prova dei fatti, intessuta di fili di eccessi e di adolescenza in tumulto.
Troppo di tutto, esclusiva e chiusa. Una di quelle storie che di solito finisce nell’unico modo in cui deve. Cioè male.
E tu carissima più volte ti sei comportata da vera cacchina, tendente pure al verdognolo. Te lo scrivo di cuore.
Fra le cose migliori quando bella bella, ”sai, ora ho un ragazzo come possiamo continuare come prima?. ”Un vaffa al cubo ci sarebbe stato benissimo, ma evitai.  
Ci pensò lui a essere stronzo quanto basta nei tuoi confronti da farmi gustare a distanza di tempo il detto che la vendetta è un piatto che va assaporato freddo. Beh, quello fu gelido addirittura perché ormai si era congelato tutto e non era ricucibile assolutamente nulla sul piano dell’amicizia che poi alla prova dei fatti, amicizia vera non era.
Ci siamo perse poi di vista.  Tu in Venezuela col tuo compagno nuovo.  Uno di quelli che lavorano per grandi aziende, vanno all’estero e dopo aver intrattenuto per anni i rapporti che contano poi si mettono in proprio.  Bella vita, begli ambienti. Poi però Chavez vi ha tarpato le ali cercando di far salire e far emergere gli ultimi, gli esclusi.
La tua posizione, legittima ci mancherebbe, antichavista chiaramente scritta su facebook in polemica con me dopo anni e anni che nemmeno il buon giorno e buona sera e forse, solo forse,  qualche buon compleanno.
Mi volevi pure convincere a cambiare idea su un evidente tentativo di colpo di stato che puzzava come una latrina sporca e corrotta.
Sedersi per trenta anni al tavolo dei ricchi e dei benestanti, benpensanti può far male anche alla figlia di un vecchio segretario provinciale del PCI.  
Ma hai fatto anche altro. Mi telefonasti un giorno. Eri a Firenze, avevi parlato a lungo con mia mamma. Lei tutta entusiasta.  Io quando presi la telefonata sempre con le mani in avanti e pronta a cogliere la fregatura. Ormai avevo imparato.
Era un invito a cena. Un giorno di calendario preciso, non trattabile. Invito perfetto, fatto con i tuoi modini, sempre gli stessi, da chi ci sa fare.  Piacionici, sfruttando un aggettivo fantastico inventato dalla sagacia di Gigi Proietti.
Non ci volle molto per capire che a Firenze già c’eri da due mesi. Già ti eri incontrata con altre di quella classe del liceo, senz’altro quella di cui conservo il ricordo peggiore di tutta la mia carriera scolastica.
Stavi telefonando due giorni prima di ripartire, evidente segno di quanto quella cena ti interessasse realmente.  
Che ti andasse di traverso non te l’ho detto. Ma l’ho pensato. Eccome se l’ho pensato!

Parole e abbracci da fermare di Tina

Le cose che non ho detto – di Tina Conti

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Non eravamo tanto di parlare, in casa ci si capiva con i fatti, con gli sguardi.

Pochi i momenti di confidenze, di tempo per noi.

Tanto amore indiretto, accudimento, presenza, sentimento.

Non poteva essere altrimenti, c’era  tanto daffare, eravamo in tanti, e tutti con i propri bisogni e necessità, erano altri tempi.

Forse sono  diventata un po’ anche io una mamma pratica  presente, indaffarata.

Seria, allegra ma poco coccolona..

Oggi  con i nipoti mi sono  vista diversa e mi sono  lasciata andare, ho pensato che potevo permettermi qualche abbraccio di più con mia figlia. essere  meno indaffarata. Mi avrebbe consentito  di godere diversamente del tempo insieme.

Oggi cerco di fermarmi, sentire che il tempo scorre e quello che si lascia lo perdiamo….come sono rimasta felice  quando, pensando a questo ho fatto partire  un grande abbraccio, senza pensare ad altro, senza dover criticare e poi non avere il momento per noi.

Un abbraccio solo per noi, per come siamo e come viviamo.

Allora, Tina, te lo ripeto anche se da tempo te lo dicevo: -ascolta il tuo cuore, lascia tutto  e fai quello che ti chiede!

Al resto ci penseremo dopo, non perdere questi momenti  che sono la linfa  della vita.

Ci  sollevano nei momenti tristi e difficili, ci aiutano a vedere le cose  giuste .

Ti confortano nei pensieri e ti rassicurano su quello che  sono le scelte.

Fatte su come hai vissuto e operato nel mondo e con gli altri.

Il non detto e il non fatto di Rossellina

Quante sono le parole non dette – di di Rossella Bonechi

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Sono più le parole che non ho detto o le cose che non ho fatto? Perché anche non aver fatto quello che si sarebbe voluto lascia l’amaro in bocca come non aver detto quando si sarebbe potuto. Avrei dovuto chiedere sinceramente “scusa” ma se anche tacendo avessi fatto una carezza dal cuore sarebbe forse stato lo stesso. Senza fare calcoli precisi perché ancora non è tempo, avverto che  i piatti della bilancia sono alla pari, pertanto lo sbaglio è stato doppio! La cosa migliore sarebbe stata unire al dire il fare: ti voglio bene con un abbraccio stretto, grazie per quello che fai per me prendendogli le mani tra le mie, mi ricorderò sempre di te baciandole la fronte rugosa, ma cos’hai in codesto cervello bacato? e voltare le spalle per sempre.

Il non detto e il non fatto rimasti dentro di me sono come tante piccole spine che prudono salendo le scale quando apro la cantina ma i destinatari non sono purtroppo più raggiungibili per cui le ricaccio giù e col tempo grattano più fiaccamente diventando un po’ meno rimpianti, un po’ meno rimorsi, un po’ meno rabbie, amalgamandosi ai ricordi e diventando a volte nostalgie.

Scegliere il silenzio per Sandra

Le parole non dette – di Sandra Conticini

Mi veniva sempre detto: -Non si può dire sempre tutto, non sta bene.  E pensavo: – ma allora sono falsa, non sono me stessa!

Questa è stata la teoria della mia vita: essere sempre me stessa.

Ripensando al passato, mi dispiace non aver dimostrato affetto, amore o non aver raccontato cose personali ai miei genitori, ma l’ho fatto per non farli preoccupare, stare male ed anche per rendermi la vita più semplice. C’era, in quel periodo, il rispetto per il genitore ed il figlio doveva fare quello che gli veniva detto, a volte qualcosa  si evitava di raccontarlo. Per fortuna negli ultimi anni sono riuscita a ripagarli di questa mancanza. Me li sono coccolati e sbaciucchiati ed ero contenta quando vedevo i loro occhi soddisfatti e ridenti.

Ora che è passato qualche anno mi sono accorta che a volte è meglio lasciar perdere, se questo può far stare meglio una persona.

A mia figlia ho sempre detto quello che pensavo, ed anche lei a me, ma ormai è una donna e mi accorgo che le nostre idee sono divergenti e allora, per evitare discussioni, scelgo il silenzio, anche se non mi sembra giusto.

Le favole non raccontate di Cecilia

Pigiama Party – di Cecilia Trinci

disegno di Monica Trinci

Restano qui, per un pigiama party di eccezione. “Nonna prepariamo il letto?” “Ma sono solo le 18,30! Aspettiamo dai!” “Okkkkeeeeyyyyy!” risponde il piccolo a malincuore. Dopo cena però non si può più rimandare, il divano si trasforma in letto. Loro si buttano a pesce sul materasso appena aperto, si rincorrono girando intorno tra divano, coperte e lenzuola che non si riesce a stendere per benino, si tirano i cuscini appena appaiono, si tuffano dai braccioli sul piano del letto, si lanciano tra braccioli e poltrone. Il piccolo fa l’acrobata-giocoliere lanciando bottigliette di plastica. Il grande lo acciuffa alle spalle e lo rotola baciandolo sul letto. Ridono, rotolano, si strapazzano. La nonna non ripara, sommersa di lenzuola che si arruffano, spaventata da cadute che per fortuna non cadono, in ansia per tutti gli spigoli della stanza che non aveva mai notato, preoccupata per le bottigliette lanciate sui lampadari, “Bambini, bambini, fate piano, pia…..noooo” e proprio sul “pia” ecco le grida: “nonna mi ha fatto maleeeeee” lacrime piccole esplodono a spruzzo dal faccino. A quel punto il piccolo va preso in collo e consolato mentre il grande fa l’aria innocua di un aspirante gangster sorpreso dalla polizia. “Io non ho fatto niente!” impone a tutti i sospettosi sguardi che lo inchiodano. Incrocia le braccia sul petto indignato : “è stato lui a cominciare!!!” La nonna sa che a volte i fratelli piccoli esagerano in dispetti, per il desiderio di essere notati da quei super eroi dei fratelli grandi. E quindi lascia stare, preferisce consolare quel fagottino deluso. La lotta riprende dopo poco, come se niente fosse stato. Intanto qualcuno, in un fitness notturno, cerca di mettere a posto i giocattoli del pomeriggio: piste, animali gommosi appiccicati alle piante ornamentali, alle vetrine, ai panchetti….Finché la nonna annuncia che bisogna andare a dormire! Si spenge la luce, resta la lucina tenue della televisione per vedere la fine del cartone. Poi si spenge tutto e la nonna in mezzo ai due in pigiama comincia la sua funzione notturna. “Nonna la storia!!” “Quale volete?” “Quella del cavaliere!” “Quella del pilota di macchine!” “No! Quella dei pirati di Castagneto!” “NOOOOO quella delle corse sulle strade sterrate!” “OK Ok fa la nonna, ne raccontiamo una che parla di tutto, va bene?” “Siii una storia con i cavalieri, i pirati, le auto da corsa …e la stellina con quattro punte ti ricordi nonna?”

La nonna racconta…..alla fine una serie di sbadigli da sinistra e da destra. Poi, inaspettatamente, silenzio.

A destra un profilo rotondo, due gotine piene e un nasino piccino piccino, due ciglia lunghe distese su occhi marroni addormentati, a sinistra un profilo delicato, ciglia lunghe su occhi verdi intensi e un riccio biondo sulla fronte che sta provando a diventare grande. La nonna si ricorda quando anche lui aveva gotine tonde tonde e sembra proprio solo ieri. Fa un po’ di conti….con un po’ di fortuna forse ce la farà a vederli grandi.

E non dovranno esserci favole che non ha detto

Le parole della piccola Carla

Le parole che non ti ho detto – di Carla Faggi

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Cara nonna, ero bambina e non sapevo che avrei potuto dirti che non mi piacevi, che ti sentivo nemica, spiona, che raccontavi al babbo la sera tutto quello che poteva essere successo di non bellissimo, un mio errore, qualcosa di non fatto, perché potesse brontolarmi.

Ma il mio babbo non mi brontolava mai. Stava zitto.

Avrei potuto dirti cara nonna che non sopportavo i tuoi raffronti con la cugina Sonia che per te era più brava, più buona, più tutto.

Non te lo dicevo perché sentivo che non mi volevi bene e quindi non mi avresti ascoltata. Eri l’unica nonna che avevo ma avrei voluto non averti.

Quando sei morta sono rimasta male e muta. Non lo dicevo neppure a me stessa quello che non ti avevo detto.

Ora che non mi sento più in colpa per i miei pensieri e posso in gran segreto dirtelo, ecco te lo dico:- peccato, nonna, abbiamo perso un’occasione, potevamo volerci bene.

Meglio il silenzio di Anna

PAROLE NON DETTE – di Anna Meli

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           Le parole non dette rimangono in gola, soprattutto quelle amare che vorrebbero uscire spinte dal risentimento, dalla rabbia e rimangono sospese  vinte dalla ragione e dal buon senso.

            Tornata la calma e la lucidità rimane una sensazione di malessere, di dolore che pian piano si affievolisce fino a perdersi in un’eco lontana che però rimane viva nella memoria in modo indelebile.

            Quante parole avrei voluto dire  di fronte a quel volto addolorato e spento, a quelle mascelle serrate, a quell’espressione di sconfitta non accettata?…e i ragazzi, cosa pensavano, quali parole erano nascoste nella loro mente bloccate da una situazione che in fondo non riuscivano a comprendere?

            Soffrivo e non capivo. Le parole, tante parole, avrei voluto dire, ma mi rimasero in gola quasi a strozzarmi. Solo una domanda sembrò venir fuori ma priva di espressione:- perché?

            Non ci fu risposta

            E poi…tornò il sereno 

Oggi tante parole, magari legate ad altri pensieri tengo dentro di me e sono come fiori che non riescono a sbocciare; di una cosa però sono convinta, in fondo non tutto può essere detto, a volte meglio tacere.

Parole non dette di Simone

Le cose che non ti ho detto – di Simone Bellini

Trovami nei miei pensieri,

scardina la cassaforte dove sono racchiusi

aiutami a liberarli

a dare voce e forza,

maltrattali affinchè, irriverenti

esplodano costringendo i tuoi

a contrastarli con veemenza

in una guerra liberatoria,

cattiva se vuoi, ma vera!

Sarà dura, spietata

ma appagante nella sua verità.

Una nuova vita rinasce

Felice e sincera

Troviamoci di nuovo.

Parole vive non dette di Rossella

Le cose che non ti ho detto – di Rossella Gallori

Siediti, togliti il rossetto, metti le pantofole, levati gli orecchini, guardami, parliamo tu ed io, non della casa venduta per ripicca, non di quei due che tornano troppo tardi, non di come rimediare pranzo e cena, non di che fine faremo…

Parliamo di Lui: quanto lo hai amato davvero?

Era la scappatoia del 38?

Era soltanto: bello, maturo e ti piaceva?

Perché poi me lo hai ceduto, così senza lottare, quando era più debole, più malato, più stanco.

Hai coltivato, il ricordo di lui pur di togliermi da te?

Lavoravi, lavoravi, per noi, per te, per me?

Domande, domande, ho solo domande per te, tu mio saccone da boxe, tu non ti scansi, nemmeno ora, io pugile senza categoria, tu ring senza arbitro.

Avevo altre  persone a cui non ho detto quello che veramente avrei dovuto dire, chiedere, con calma, iniziando con: senti palle, io…

Ho scelto silenzi rari, profondi, bolle d’ aria rimaste nello stomaco, silenzio, uguale paura.

Paura di non saperlo dire

Paura della risposta.

Paura di non saper portare avanti un dialogo

Paura che tanto tutti sono meglio di me

Paura di esser sciacquina  ancora una volta: poca istruzione, poco fine, poco bella, una commessina di quattordici anni

Paura di sentir dire: eppure sembra, sembra, non sembra proprio nulla, so che qui su questa minchia di  quaderno non ho detto la verità, per PAURA…

Se poi non mi vogliono più?

Se mi vogliono cambiare cuore e cervello?

Se mi guardano solo fuori?

E se…….Mi dimenticano sulla panca di San Luca vecchio, come quella volta mamma!

Mamma, mamma ritorni tu, che mi hai regalato l’ amore della tua vita, per farlo diventare solo mio, tu che hai coltivato una pianta senza nome, convinta che tra tanti fiori belli ed eleganti, sarei sopravvissuta, come te.

Forse lasciarmi li sulla panca di quell’ ospedale piattoloso,  sarebbe stata una ideona, forse sarei stata più felice? Non rispondi? Comunque te l’ ho detto ora, ma tu lo sapevi già, come sempre mamma?!!

Lucia che non ha mai detto

Mio padre a 91 anni – di Lucia Bettoni



Non ti ho mai detto niente
Non ti ho mai fatto partecipe
Cosa sai della mia vita?
Cosa sai dei miei dolori?
Cosa sai dei miei passi, dei miei amori, di come io sono dentro?
Cosa sai della mia forza, del mio coraggio, della mia voglia di una vita senza catene?

Non ti ho mai detto niente
Non ti ho mai detto ti voglio bene
                    E poi
Non ho più voluto neppure toccarti

Ecco, voglio dirti con tutta la rabbia e la forza che ho dentro
                     Voglio dirti
Ti assomiglio babbo
Ti assomiglio
Ti assomiglio

Voglio dirti che ho sentito tutte le parole non dette
Voglio dirti grazie
Grazie di non  aver mai dubitato di me
Di non aver mai dubitato della mia presenza sempre e comunque
Di non aver mai smesso di pensare che io fossi la tua brava figlia
anche quando distruggevo tutti i tuoi sogni
anche quando andavo oltre ogni limite
anche quando ti lasciavo con il cuore a pezzi e la mia vita era così lontana dalla tua
Non ti ho mai detto grazie
                 E allora
Grazie per avermi sempre salvata
Di non avermi mai condannata
Di essere l’unica forza che nel profondo mi ha salvato la vita
                        Grazie
                Ti voglio bene

Certe cose mai dette di Stefania

Le cose che proprio non ho mai detto – di Stefania Bonanni

Per cogliere l’occasione che non ho colto a suo tempo, quando non ho parlato di te. Di te di cui potrei parlare per giorni, con tutti, ma non con te.

Con gli altri potrei parlare anche di cose privatissime, non ci sono retroscena.

Con te, fossi proprio onestissima, dovrei parlare dei motivi per i quali a volte la tua presenza mi infastidisce. Perché questa e’ la verità.

Non sopporto piu’:

– i calzini lasciati sotto i tavoli,

– il dentifricio strizzato a metà tubetto,

– la coperta tutta dalla tua parte, nel letto, ed io che resto con il sedere scoperto;

– il tegame dove cuoce la cena, tu che arrivi e mescoli (ed io che ero lì accanto, ci fosse stato da girare….);

– la pasta che e’ sempre tutta al dente e tu che la lasci cuocere, cuocere, cuocere…; e quando poi siamo stati a cena dalla Patrizia ed hai detto che la pasta era cotta alla perfezione,…….  ed era cruda;

– tu che come carichi la lavastoviglie tu non lo fa nessuno, mentre io riesco a mettere poca roba (ma come siamo sopravvissuti nei 40 anni precedenti, quelli nei quali non sapevi neanche dove fosse, la lavastoviglie?);

– quando , per evitare che io mi ciondoli dal balcone, tendi tu i panni bagnati, e come li metti proprio non mi piace ma non lo posso dire perché altrimenti ti lamenti che non mi vada bene nulla;

– quando parlo e dici “eh? Eh?” E parlo parlo e non mi senti (sei sordo);

– quando mi hai proibito di dire che sei sordo;

– quando fai piu’ confusione dei nipoti e giochi a pallone in salotto;

– quando dici di me che sono bugiarda e non capisci che le mie storie sono solo un po’ amplificate, tipo metaverso;

– quando il giovedì dimentichi di comprare la settimana enigmistica;

– quando sei appiccicoso. Non mi fai leggere, né sentire la televisione, ed infatti noi non si riesce mai a capire neanche la fine dei gialli, e si rimane sempre a seguire ognuno la propria versione, assolutamente mai la stessa per tutti e due.

    Per il resto, tutto bene.

Incontro del 13 aprile 2023 al Teatro Comunale di Antella: “le cose che non ti ho detto”

con Cecilia Trinci

Foto di Lucia Bettoni, Rossella Gallori, Cecilia Trinci

Sono tante le “parole non dette”: per timore di non essere compresi, per paura di perdere un ruolo nel cuore degli altri, per pudore dei propri sentimenti, per eccessivo rispetto, per incapacità di cogliere l’attimo fuggente, per non saper riconoscere qualcosa di importante e irripetibile, per distrazione, per mancanza di vocaboli adeguati, perché il tempo fugge via…..

Scriviamo insieme delle occasioni perdute, dei vuoti di parole, dei silenzi migliori delle parole sbagliate.

Rileggiamo poi tre versioni di uno stesso argomento di Carla, mettendo in luce le scelte diverse, le parole non dette, l’evoluzione della sua sicurezza.

Leggiamo anche le due poesie finali del film visto in questi giorni: “Le cose che non ti ho detto”

Non dire che a nulla vale la lotta,
che il travaglio e le ferite sono vane,
che non verrà meno il nemico né fallirà,
che le cose come sono, resteranno.

[…]

Perché mentre le onde stanche si infrangono
senza guadagnare un faticoso palmo,
da lungi, tra fiumi avanzando e insenature,
giunge silenzioso, tutto allagando, il mare.

E quando il giorno viene,
non dalle sole finestre a levante entra la luce.
Di fronte sale lento, così lento, il sole.
Ma là ad occidente, guarda, la terra già si irradia!

All’inizio pensavo di poterti salvare,
ma alla fine quello che posso fare è onorarti.
Mia madre, prima tra le donne,
mio calore e mio conforto,
mia certezza, mio orgoglio,
sei l’unica che voglio compiacere,
l’unica di cui voglio l’applauso.

Mio padre, primo tra gli uomini,
mia guida e mio giudice,
l’uomo che so che diventerò.
Siete diventati grandi, ora,
e siete ancora davanti a me, come lo sarete sempre,
per sempre laggiù in fondo alla strada.

Perdonatemi se avrò bisogno che siate forti per sempre,
perdonatemi se ho paura della vostra infelicità.
Se voi soffrite, io soffrirò,
se voi resistete, io resisterò.
Prendetemi per mano, e facciamo la vecchia passeggiata un’ultima volta.
Poi lasciatemi andare.

Una frase nota, scelta a caso, ci rivela un dono di Patrizia

Ti leggo nel pensiero (De Gregori) – di Patrizia Fusi

Nello piccolo spaccio del campeggio un bel giovane dietro un bancone sta servendo delle persone, scambiando battute spiritose con alcuni presenti, mentre i clienti continuano a fare la spesa.

Entra una giovane donna anche lei partecipa a questo scambio di frasi. Ci sono anche io nel negozio, sto osservando con curiosità il tutto, mi accorgo che gli occhi del giovane cambiano quando incrociano quelli dell’ultima arrivata e anche gli occhi di lei esprimono lo stesso sentimento.

Nei giorni successivi si venne a sapere di questa passione fra i due.

Non riesco a leggere nel pensiero ma negli occhi alcune volte sì.