Incontro del 23 febbraio 2023 alla Carrozza 10: FRAGILE

con Cecilia Trinci

Un pacco con la scritta FRAGILE su ogni lato gira tra le nostre mani. Ognuno si esprime sul concetto di fragilità.

Foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

Altre fonti di ispirazione:

Uno scritto di Stefania Bonanni a proposito di FRAGILE del 2014

Nostalgie – di Stefania Bonanni

C’era una volta un tempo in cui non si aveva paura di annoiarsi. Non c’erano vacanze in posti di villeggiatura, o viaggi, nessuno faceva sport o andava in palestra, al cinema si andava per le feste, ed i motorini si usavano per girellare in paese, non per allontanarsi. Ed era così per tutti, per cui non restava che farsi compagnia, ed allora ci si trovava tutti i giorni per chiacchierare. Il luogo era il piazzale della chiesa, tra i cipressi, seduti sugli scalini si passavano giornate intere e mi dispiace non ricordare davvero le conversazioni che si facevano,  chissà che cosa avremo mai avuto da dire  …
Si arrivava alla spicciolata, chi era il primo si sedeva sul muro, così  gli altri vedevano che c’era qualcuno ed arrivavano tutti, del resto i cellulari non c’erano, per avvertire.
C’eravamo io e mia sorella, sempre insieme altrimenti non si poteva uscire, la Paola e sua sorella, la Lucia, l’Anna, Massimo, Paolo, Danilo, il Cecco, il Ciccio, il Mela,  a volte la Sonia.
I maschi giocavano a tappini sugli scalini, le femmine chiacchieravano e basta, a volte si cantava , quasi sempre Battisti, anche perché chi portava la chitarra sapeva suonare solo “la canzone del sole”, ma l’importante era parlare, parlare, parlare, parlare. E a parole si fecero guerre di pace, rivoluzioni, cambiamenti. C’era anche chi non parlava mai. 
La Sonia, per esempio, che qualche volta si faceva vedere perché era la mia compagna di banco in prima superiore. La rivedo nitida: capelli biondi lisci con la riga in mezzo, sorriso franco sulla bella bocca larga, andatura dinoccolata da cow boy timido, sigaretta all’angolo delle labbra.  Si era cominciato insieme a fumare, con i soldi che dovevano servire per la merenda. Lei anche a scuola non prendeva posizione, io decisamente sì, a parole. Poi lei non venne più a scuola, non se ne sapeva più nulla. Una volta la incontrai in centro e mi disse che era stata per un periodo in un posto in Sardegna, una specie di campo paramilitare dove le insegnavano a sparare..io non solo n o n avevo mai sentito di queste cose, ma addirittura pensai fosse una balla, qualcosa da aggiungere al personaggio. Anni dopo fu lei che portò alle Murate la pistola al suo amico che era detenuto e che nella fuga uccise un poliziotto…
Da allora si senti’ parlare di una biondina nel commando che uccise Bachelet,  e varie altre volte sempre terribili. La arrestarono e condannarono all’ergastolo, non si è mai pentita. E’ morta di un tumore una decina di anni fa. Quel bel sorriso avrebbe reso più bello il mondo, ma non credo abbia avuto molte occasioni di sorridere, oltrepassato il punto di non ritorno.
Il primo dolore pero’ fu per Massimo. Era un ragazzaccio, birbone e duro come le pine a scuola, infatti mi sembra che non fini’ le medie ed andò subito a lavorare, il primo di tutti.
Per primo si comprò il motorino, per primo cominciò a fumare, per primo mori’.
Si schianto’ con il motorino nello stretto della Nave, e per un sacco d i tempo non sembrò vero, era come se morire si sapesse che era possibile, ma non si credesse davvero che potesse succedere ad un ragazzino: era roba da vecchi. Ricordo che scrissi per lui una poesia romantica: “Chissà se hai pianto, se hai pianto avrei voluto essere una tua lacrima, perché tu non fossi li’ da solo..” E’ passato tanto tempo..
Poi c’era Sergio, più grande di noi, spavaldo e spaccone, non avevo confidenza..
Lui è morto il primo gennaio, la mattina alle sei. Fino alle cinque si era stati a casa sua a festeggiare la fine dell’anno. Poi siamo andati tutti a letto, meno che lui che è andato a caccia, e che ha vissuto solo poche ore di quel nuovo anno per il quale ci eravamo fatti tanti auguri..
Ma il dramma più doloroso , quello che più ci ha coinvolto e devastato, quello che ha reso difficile  anche i ricordi belli dei giorni d’estate passati a volersi bene sul piazzale della chiesa, è stato quello che ha portato via il nostro caro fratello amico fragile Cecco. Tutti si sapeva quanto fosse fragile, da sempre. Da quando veniva preso dal panico al passaggio di un’ambulanza anonima, a quando lo si vedeva contorcersi in pose strane con le mani sulla testa, o dondolando sulle gambe piegate, come se la postura eretta composta non fosse per lui, come se  l’agitazione non lo lasciasse mai. Mille episodi e sempre lo stesso finale: si entra tutti senza pagare al calcio in costume e chi acchiappano al volo i carabinieri? Il Cecco, e lo portano via, dopodiché lo si ritrova tremante e disperato. Fanno un gruppo per andare a tirare l’acqua alla Nave e lui è il più esaltato di tutti. Vanno, vengono accerchiati, tutti scappano, solo il Cecco rimane isolato e per la paura rimane nascosto fino a notte, quando lo si vede riapparire in mutande, tutto graffiato dai rovi, dopo aver fatto tantissima strada nei campi..
In gruppo fa un versaccio a dei bulletti in motorino, questi si fermano, lui bianco come un cencio si nasconde e manda avanti gli altri, che come sempre lo difendono. Da grandi nessuno l’ha più difeso ed un giorno terribile ha ciondolato il suo bambino dalla finestra di casa, al terzo piano. E’ stato curato, ma di una malattia della quale nessuno parlava in famiglia sua, come se tutti facessero finta  di nulla. Così è sembrato un fulmine a ciel sereno quella notizia tanto tremenda, da far venire gli incubi. Si è sparato con il fucile da caccia, in casa, con i suoi bambini vicini..

E con questo finisce l’innocenza del dolce ricordo. Non so se c’è un motivo, un disegno, una strada che porta a questo, senza scampo. Se chi se n’è andato da giovane è più caro agli Dei, come dicevano. In chi è rimasto ed ha vissuto, il dolore è diventato rimpianto, per gli anni nei quali ci si poteva ancora fare compagnia all’ombra dei cipressi e di quella croce, quella croce che  porteremo ancora.
Questa notte insonne vi ho ricordati, cari amici, e queste parole per voi sono la dimostrazione che continuate ad esserci, per me e per chi vi ha amato.

La Foto scelta da Gabriella

Gli sconosciuti in gita – di Gabriella Crisafulli

Si erano ritrovati per la prima volta al tavolo del ristorante dell’albergo: otto estranei assortiti dall’agenzia per un viaggio surreale dall’altra parte del mondo. I segnaposto portavano i loro nomi, si erano presentati e durante la cena avevano cominciato a conoscersi.

Il programma prevedeva che dopo sarebbero dovuti uscire per un giro nei dintorni dell’hotel e si diedero appuntamento davanti alle porte girevoli.

Uscirono nel tepore di una calda primavera e cominciarono a muovere i primi passi nella grande città, fra sue atmosfere fatte di luci che sfrigolavano e insegne incomprensibili.

Erano stanchi del lungo viaggio, non avevano voglia di camminare tanto e si sentivano frastornati in mezzo a quel traffico senza sosta: avevano difficoltà a prendere una direzione. Si imbucarono nella prima grande vetrina in cui capirono di poter entrare e si ritrovarono in una sala giochi.

Davanti ai loro occhi si palesò lo scenario di persone in preda ad un rap frenetico e sussultante che si muovevano di qua e di là senza sosta in preda ad una impazienza compulsiva. C’era l’uomo che si divideva tra un tavolo ed un altro spostando la sigaretta fra le labbra da destra a sinistra e sembrava quasi che se la mangiasse mentre una donna trasportava su dei tacchi che sembravano trampoli una borsa piena di fiches. Passava in rassegna la fila di slot tintinnanti avvolgendosi in uno scialle che le scivolava giù ad ogni movimento.

Un odore di fumo, di alcool, di spezie, di sudore si diffondeva nell’aria fra i richiami incomprensibili dei croupier.

Gli otto visitatori per caso, si muovevano in quel magma umano e ne erano in qualche modo affascinati. Avevano voglia di commentare fra loro ma in quel frastuono non era possibile. Tornarono in strada e dirigendosi verso l’albergo si scambiarono considerazioni, ridendo e facendo battute: d’altro canto venivano da diciotto ore di viaggio e avevano voglia di scaricare la tensione.

La foto scelta da Patrizia

Asadi di Patrizia Fusi

Sono Asadi, ho 23 anni e  frequento l’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Questo è il hijab che sono obbligata a indossare da quando sono tornata nella mia città, Teheran.

Sono venuta a passare un periodo con la mia famiglia, sentivo la mancanza delle mie sorelle Amal, Mahim e del mio fratellone Behnàm: lui mi fa sentire protetta.

Mi mancavano i miei amici, il contatto con la città, i suoi profumi, i colori, i tramonti che con i raggi del sole riflessi  sui minareti rendevano tutto dorato con sfumature di marrone, il colore del mio paese.

Mi mancavano le lunghe discussioni con gli amici, seduti nel nostro solito bar vicino all’università, davanti a delle tazze fumanti di tè profumato, tanti progetti, tanti dubbi riguardo al governo attuale del paese (che ora ha mostrato il suo integralismo feroce) ma avevamo anche tante speranze che ora stanno andando in frantumi.

Quando le guardie coraniche hanno arrestato una giovane donna perché non indossava il hijab correttamente, e poi è morta per le violenze subite in prigione, tante donne, uomini, genitori si sono ribellati, tanti giovani incarcerati, sono state emesse e eseguite tante condanne a morte, non accettabili in un paese civile.

Ogni volta che partecipo a una manifestazione non so se tornerò a casa, ma fino a che avrò il coraggio di portare avanti i nostri diritti continuerò, siamo in tanti, è una lotta dura, sembra che non ci sia soluzione, mi chiedo se riusciranno a domarci.

La mia vita è completamente capovolta da quando sono venuta via da Firenze, quello che lì è normale, qui nel mio paese è un atto di ribellione, mi chiedo come andrà la mia vita, che prospettive avrò?

 Mi sono fatta il selfie l’ho spedito alle mie amiche Francesca e Ilaria, chissà se potrò tornare con loro. La mia vita ormai non è più la stessa.

Amica irraggiungibile di Tina

Una amica ammirata e irraggiungibile – di Tina Conti

foto di Tina Conti

Mi fu regalato per il compleanno non so di quanti anni fa, l’abbonamento  al MENSILE DI FIORI; PIANTE; ORTI E GIARDINI: Gardenia.

I primi tempi lo aspettavo con trepidazione, temendo sempre che qualcuno me lo rubasse dalla cassetta della posta dove sbucava per metà.

Poi, me lo portavo per casa e cercavo ispirazioni, volevo un cancellino per l’ orto  di legno di nocciolo intrecciato, mi ispiravo alle composizioni di fiori, imparavo nomi e ricette di cucina, leggevo le belle storie di MARIO PAGANI.

Dei consigli del Pagani ho fatto grande tesoro, rivelavano senso pratico e non scoraggiavano mai perché raccontavano anche le sue sconfitte.

Nell’ultimo numero racconta dei suoi nuovi vicini, la storia è molto divertente, perché  scrive di una coppia che viene a vivere in campagna, tormenta continuamente il sindaco perché il gallo del vicino canta, la maestra della vicina scuola porta nel prato gli allievi a fare esperienze con piante e animali.

Ha il premesso di recintare la proprietà, di tagliare il grande gelso sul quale nuvole di uccelli si fermano a cantare,  e poi con un cane aggressivo si sente al sicuro mentre quello distrugge tutte le piante rimaste.

Poi , stanchi e delusi, vendono tutto e la maestra toglie la recinzione, ripianta il gelso e vive contenta  la sua nuova casa in armonia con i vicini.

Per lungo tempo ho scritto e disegnato il BIGNAMI  del maestro.

Un piccolo quaderno con ricette disegni e consigli divisi per stagioni.

La parte però più intima e condivisa era quella dove leggevo di PIA

Ridimensionava la mia bramosia, mi faceva scoprire emozioni e cose sulle quali io non mi fermavo.

Rivelava una sensibilità che mi era molto vicina e siccome il suo podere si  trovava a LUCCA, ho pensato tante volte di andarci.

Per me è terapeutico visitare garden , orti, giardini.

Nei suoi scritti ho trovato tanta cultura, storie, riferimenti, la sua pagina in fondo alla rivista , spesso era accompagnata da illustrazioni ad acquerello.

Nella foto che ho trovato appare colorata, abbracciata al suo bel cane.

Si vede dietro una porta finestra colorata di azzurro, e tanti fiori intorno, si legge una armonia naturale, ascoltata, coccolata.

I capelli da un lato del viso,con gli inseparabili stivali ai piedi.

Quando racconta ci sentiamo accolti, considerati, amici.

Questo si prova anche nei suoi libri, piacevoli, vivaci, umani come il suo cammino.

La foto scelta da Simone: i piedi

SCOOP IN PAPUASIA di Simone Bellini

Sensazionale scoperta scientifica; sono stati avvistati in uno sperduto villaggio nella giungla della Papua in Nuova Guinea un popolo di quadru-piedi, uomini con quattro piedi !!!

-Quando li avvistai- spiega lo scienziato scopritore- rimasi allibito, scioccato da tale scoperta. In un primo momento fummo entrambi sorpresi, poi loro scoppiarono in una fragorosa risata indicando i miei “soli” due piedi. Ci misero un po’per venirmi incontro perché ad ogni passo un piede pestava l’altro facendoli cadere ripetutamente. Questo perché i piedi non erano rivolti nella stessa direzione ma in contrapposizione l’un l’altro, mi trattenni a stento dal ridere e li salutai amichevolmente.

Mi invitarono al villaggio accogliendomi come uno di loro, curiosi di capire come potessi muovermi su due gambe sole.

Si muovevano tutti velocissimi. Le donne sembravano danzatrici di “beriozka“russe muovendo i piedi in tutte le direzioni mantenendo il busto fermo. Avevano sviluppato un metodo per utilizzare le direzioni opposte dei piedi senza inciampare, ciò veniva utilizzato anche dagli uomini in un gioco simile al nostro calcio, con azioni fulminee e imprevedibili nel capire quale direzione avrebbero preso.

Per non parlare della velocità che avevano nel pestare l’uva per fare il vino.

In acqua poi andavano più veloci dei pesci che pescavano.

Ogni giorno era una scoperta continua su questo incredibile popolo.

 Venne il momento della nostra partenza, dispiaciuti di lasciarli ma grati della loro amicizia. Ci accompagnarono alla barca che ci avevano preparato, era senza remi e senza vele, come avremmo potuto navigare senza nulla ?

Uno di loro spinse la barca al largo, poi cominciò a roteare quei quattro piedi così velocemente che la barca s’impennò, sembrava un “offshore” e in poco tempo arrivammo a destinazione.   

La foto scelta da Cecilia: dal vetro

Attraverso il vetro – di Cecilia Trinci

La ragazza col vestito giallo è sua figlia.

L’aveva notata un paio di mesi fa  per le strade vicino a dove era andato a vivere. Lui camminava senza una meta precisa, in cerca di un bar diverso dove annacquare l’amarezza,  aveva alzato gli occhi dalla tristezza solita di quelle ore, quando accettare la realtà sembra quasi impossibile e l’aveva vista.

Lei camminava da sola, aveva qualcosa di familiare nel muovere il vestito, nel girarsi di tanto in tanto a specchiarsi nelle vetrine, nel muovere i capelli facendoli ondeggiare come una marea leggera.

Quel giorno aveva un vestito verde.

Stasera l’ha vista di nuovo, entrare in quel negozio con un’amica insignificante. E’ stato attratto da quel muovere la testa senza spostare le spalle, quel camminare a lunghi passi, come una piccola antilope nel deserto.

La luce le batte in faccia, ora, sotto le lampade del negozio. Ride e l’amica le dice qualcosa nell’orecchio e lei ride a testa indietro, muovendosi tutta in una vibrazione di felicità.

E’ ipnotizzato. Quasi non respira per paura di vederla scomparire.

Aveva forse dieci anni l’ultima volta che l’aveva vista.

Si era chiuso la porta alle spalle quel giorno e non era più tornato indietro.

La madre era stata tassativa: mai più! e dentro ci aveva messo tutto quello che era stato in comune, anche la figlia.

Non ne aveva sentito la mancanza. Una bambina difficile con i suoi pianti incontenibili, le sue esigenze, le scarpe da comprare, i libri, la scuola, sua moglie che gli urlava dietro i doveri e le incombenze.

Non aveva mai rimpianto quel giorno.

Meglio la vita del bar, del “domani è un altro giorno”, delle sue poche esigenze essenziali.

Eppure ora è lì, incantato davanti a quelle due creature leggere, ridenti. Sente un macigno scoppiargli dentro, da qualche parte, sente un forte desiderio di abbracci, di appoggiare la testa pesante di alcol in quei capelli leggeri, sicuramente profumati.

Spera che si volti, che lo veda. Ma se così fosse dovrebbe fuggire e allora spera che quel momento duri per sempre. O almeno qualche attimo ancora.

Assorbe tutto il giallo che può del suo vestito, fa il pieno delle risate, dei sorrisi, dei capelli ondeggianti sulle spalle. Poi sono loro due che spariscono per prime nella notte.

La foto scelta da Anna: i piedi

I PIEDI – di Anna Meli

            Quattro piedi, quattro cammini diversi, quattro vite diverse; tutte uno stesso percorso simile e differente nello stesso tempo.

            Si erano conosciuti in un lontano giorno in un campo profughi dove erano giunti bagnati e stanchi. La loro conoscenza era avvenuta attraverso gli sguardi provati dallo sconforto poiché i loro dialetti e le lingue diverse non glielo avevano permesso.

            Erano stati separati per i primi soccorsi, ma ciò non aveva impedito loro di ritrovarsi il giorno seguente. Era come se un filo si fosse impadronito dei loro pensieri. La solidarietà si manifesta soprattutto nella sventura.

            Avevano cominciato a dialogare con poche parole e molti gesti e si erano scoperti accomunati da un’unica esperienza: la fuga. Chi scappava dalla guerra, chi dalla miseria e dalla fame, chi dalla persecuzione politica e chi, troppo giovane per capire, si era ritrovato in un gruppo senza sapere il perché spinto da altri miseri come lui nella ricerca di quel benessere gratuito di cui si parlava come in una favola.

            Non era piacevole la vita nel campo e ognuno sperava che presto finisse per avere la possibilità di tornare padroni della propria esistenza e tentare di ricominciare altrove.

            Un giovane, un ragazzo, una donna e un vecchio erano lì a piedi scalzi nella polvere; le scarpe le conservavano per l’eventuale partenza. Il resto del loro vestire non era egualmente importante. Chissà quanto avrebbero dovuto aspettare ancora per andarsene!?

            Si erano guardati i piedi sporchi e malconci e in un gesto spontaneo, a due a due ne avevano unite le dita formando una croce…la loro vita. Un solo momento e tutti e quattro avevano rialzato  la testa, si erano guardati comunicandosi con un leggero sorriso che non sarebbe stato sempre così.             Quei piedi dovevano camminare ancora, lottare ancora per realizzare le loro aspettative e i loro sogni.

La foto scelta da Sandra: la vetrina

Attraverso i vetri – di Sandra Conticini

Ecco il solito vecchio bacucco con i capelli colorati di nero che fa finta di guardare una vetrina. Invece ha adocchiato due ragazze asiatiche, belle, carine e ben vestite che tranquillamente fanno la loro spesa.

Saranno venute qua per studiare la lingua, ma soprattutto saranno interessate alla moda o all’arte, perchè Firenze è una città dove ci sono scuole specializzate in tutti e due i rami.

Non credo che le ragazze siano  consapevoli di essere state seguite da un italiano con delle idee bellicose.

Perchè questi uomini non troppo giovani né troppo vecchi non capiscono che si rendono ridicoli agli occhi degli altri, ma soprattutto del mondo, pensando di essere sempre belli aitanti ed illudendosi che  per loro il tempo non passi.

La foto scelta da Stefania: la città

La città nel buio – di Stefania Bonanni

Le luci di notte svelano il buio.

A Gotham City la notte è nera, l’aria è nera, le auto sono nere, gli uomini sono vestiti di nero.

Forse, ci fossero state donne a giro per le strade di notte, sarebbero state colorate. Le scritte a colori, in alto, sono pubblicità: massaggi, cera per scarpe, piselli surgelati, carta igienica, assorbenti con le ali. Son così in alto che sono visibili solo dal grattacielo dirimpetto, che è rimasto vuoto. Gli abitanti, stufi di vedere sempre e solo l’assurdo panorama, oltretutto lampeggiante, se ne sono andati. Hanno lasciato una scritta sul muro: meglio il buio. Meglio il buio che vederci chiaro. Avessero visto bene, avrebbero notato le tasche rigonfie degli otto uomini neri. Avessero visto meglio, si sarebbero impauriti. Li avrebbero visti scendere dalla macchina nera: cinque uomini di statura media, poi uno piccino che doveva essere stato a sedere in mezzo ai seggiolini dietro, poi due usciti dal cofano, che si srotolavano come contorsionisti, poi uno che era in collo ad un altro, e già questa era una di quelle cose che “prima” facevano certe donne. Che sia un’evoluzione della specie? O un sussulto di femminismo sulla scena del crimine?

Perché di scena del crimine si tratta, questo è fuori dubbio. Si sentirà parlare di questo San Valentino, così come è stato per quello di tanti anni fa. Da un momento all’altro tireranno fuori l’artiglieria, e si sentiranno cantare i ferri.

E passa mezz’ora. Nulla.

E passa un’altra mezz’ora. Nulla.

Il pericolo è che passi altro tempo, e la notte buia schiarisca. Perché, con l’alba, tutto prende un altro sapore. Il nero è meno nero. Il rosso è meno rosso.

All’improvviso: eccolo. Il segnale tanto atteso.

Dall’angolo della strada sbuca un venditore indiano con in mano un gigantesco mazzo di rose rosse, che consegna al primo degli uomini neri in fila.

A breve, quattro di quegli uomini stringono emozionati al petto rose rosse, e tutti ed otto entrano trionfalmente nel ristorante cinese al pianterreno del grattacielo, per festeggiare un San Valentino romantico, che più romantico non si può.

La foto scelta da Nadia, come un quadro

Come in un quadro di Edward Hopper – di Nadia Peruzzi


Sembra un quadro di Hopper. L’ho scelta per questo.
Mi hanno attratto il gioco di oscurità e ombre al di fuori, e le luci su alcuni particolari all’interno del negozio.
L’uomo con le mani in tasca sembra cercare qualcosa. Ma è molto più di quello che potrebbe trovare in quel negozietto che sicuramente vende un po’ di tutto.
Sembra attratto da quel po’ di luce e di vita che vede muoversi là dentro.
Le due ragazze sono vive, si parlano. Forse stanno scegliendo qualcosa dagli scaffali, forse si stanno raccontando di ciò che hanno in mente di fare più tardi. Da sole o in compagnia.
Lui osserva da fuori.
Solo.
Come se fosse seduto in una sala cinematografica e vedesse scorrergli davanti i fotogrammi di un film che per un attimo si è bloccato su quel negozio e su quelle due figurine.
La ragazza vestita di giallo lo attrae. Sembra un raggio di sole caduto sulla terra che ha la capacità di illuminare un piccolissimo punto in una notte per il resto scura, cupa, piena di ombre.
Ombra fra le ombre, pur nella sua calma apparente sembra un uomo molto solo che cerca di ingannare il tempo.
Vuol prolungare il più possibile lo star fuori da una casa poco accogliente o fuori da un hotel 5 stelle super nel quale alloggia quando arriva in città per lavoro.
Hotel pieno di confort rispetto alla casa anonima, anche se arredata a suon di griffe e di graffe di grandi firme del design di ultima moda.
Hotel di classe asettico, con le mura che trasudano di spaesamento da mondo indaffarato che corre e si arrabatta fuori, che sa di lunghe ore passate su un PC a leggere le quotazioni di borsa, il valore delle materie prime quelle su cui  poi fare scommesse miliardarie. Alta finanza insomma in grado di affamare gran parte del globo con un click sulla tastiera e molto pelo sullo stomaco.
In piedi osserva. Non agisce.
Probabilmente dietro alle sue spalle un intero mondo di umani si muove a ritmo incessante. Avanti e indietro. Una folla anche rumorosa che qui resta in disparte, come non esistesse. Invisibile con il fardello dei propri problemi, le proprie ansie, i propri sogni e la fin troppa miseria.
Chissà chi sarà quest’uomo?
Troverà qualcuno che glielo chiederà?
Penso di no. A vederlo da dietro, così fermo a osservare una scena così normale come quella che ha di fronte, sembra volersi aggrappare a quella normalità, che per lui non deve essere abituale.
È vestito come noi ma potrebbe in fondo, anche essere un alieno in doppio petto, che prova a capire cosa sia il nostro mondo, con la sua astronave parcheggiata dietro l’isolato.
Oppure qualcuno che entrato in una macchina del tempo ha fatto uno scarto di qualche anno indietro, ritrovandosi in una dimensione che non è del tutto la sua.
Sembra prendere atto di ciò che vede, più che gioirne.
Non si vedono i suoi occhi, le sue espressioni. Quelle potrebbero aiutarci molto a capire anche qualcosa della sua anima.
Così prevale la sensazione che si prova di fronte ad alcuni dei quadri di Hopper. Per quante persone e oggetti lui raffiguri, a colpire è il senso di solitudine estrema dei personaggi e della scena in cui si muovono.
Anche gli oggetti per quanto li possa colorare, non hanno vivacità, fanno da controcanto a questa solitudine e la rendono assoluta.
Del resto il poeta non scrisse “ Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”?
La sera è arrivata. È più notte che sera. Notte anche profonda a vedere l’oscurità che avvolge il nostro uomo.
Cinese? Occidentale?
Rimane un mistero. È un essere umano che forse sta solo guardando la sua immagine riflessa nel vetro del negozio e ciò che vede non lo soddisfa nemmeno un po’.

La Foto scelta da Rossella G.: le ragazze

TRE – di Rossella Gallori

La notizia arrivata in modo strano, lasciò freddo, molto freddo.

La foto riemerse da un cellulare che non c’ era, avvolta nella nebbia, che poi era sole, raggi di sole.

Il sale era stato lavato dai mesi autunnali, dal cazzeggio di un settembre/ottobre, tardi per essere estate, presto per esser Natale…

Anni di differenza, pochi, portafogli diversi, mariti disuguali, dialetti sconosciuti l’ uno all’ altro.

Eppure si erano trovate, due con lo stesso nome ed una con un nome doppio, altisonante, nobile  di casata, sabauda nelle origini, la ricordava bene lei, che era la superstite: con il Moetchandon mignon, nel borsone di paglia, insieme agli spinelli, ad una matita per gli occhi turchese ed al biberon per la bimba, i costumi firmati sotto, sopra, il copricostume abbinato, il cappello di paglia in tinta con gli occhi: immensi e azzurri….da gatta incazzata, dal volere tutto e subito e da ottenerlo, sempre

 Risate mal contenute, le loro in un alternarsi di: aiuto affogo, ora basta nhe ….e stasera champagnino o pizza?

Giornate dalle grida e i silenzi improvvisi, alternati agli scherzi da bimbi per i bimbi.

Nella foto lei è quella che ride, forse sghignazza…

L’ altra, al centro dell’ immagine, è una dei due nomi uguali: austeramente ruspante, coperta anche sulla spiaggia da magliette un po’ maschili dalle scritte buffe, un libro in mano, sempre, che forse non leggeva ma dava tono, la borsa da mare ricavata dai jeans, dentro un tritio di cose: cremoni, cibo, carte da gioco e acqua per il suo bimbone:  c’ha sempre sete, l’ è una spugna, se un ci penso io…..e i su babbo pesca, pesca, ma icche pesca.

Diceva di sé che da bimba era così bella che l’ aveva esposta in vetrina il fotografo al paese.

Ridevano in tre e sembrava una bocca sola, la foto sembrava più nitida, ora, con i ricordi per contorno ed i sogni per dessert.

Era novembre, si un “Un bellissimo novembre”  avevano mollato la ciurma: marito, figli, cani, gatti ed erano partite per ritrovarsi, treni diversi, valige  fatte di corsa, quando si è giovani serve poco, anzi meno; la stessa meta, che forse era Venezia, dove non arrivarono mai, si fermarono a Mirano, in alberghetto affollato e casinoso, come loro, con i loro trent’anni, come il loro parlare fitto fitto, ed il ridere di nulla, fotografato in un giorno di quaranta anni fa, con il sole che sembrava nebbia e la nebbia sole.

O forse era solo una foto sfocata di sentimenti.

La” superstite” aveva ancora quello scialle, uno scialle triste, senza sorriso, era troppo ieri e lei era solo il nome uguale ad un altro ed una foto, si era solo troppo ieri.

Incontro in Biblioteca: Alba Donati, “La libreria sulla collina”

Biblioteca Bagno a Ripoli 17 febbraio 2023

Saper sognare – di Cecilia Trinci

La Biblioteca si riempie piano piano.

Via via che il pubblico cresce trovo qualcuno da salutare. O qualcuno mi saluta.

Dopo una breve attesa arriva anche  Alba Donati e piano piano racconta il suo sogno, come è arrivato, come si è realizzato. Dice che non è stata sola, che un manipolo di sconosciuti l’ha finanziata attraverso il crowdfunding lanciato su facebook. Una richiesta che ha trovato echi, anche lontani. Hanno risposto in tanti. L’hanno aiutata e l’aiutano le persone del piccolo paese di Lucignana, sulla montagna sopra Lucca.

E così lei il suo rifugio tra le stelle lo ha costruito: una piccola libreria conosciuta ormai dappertutto, anche oltre l’Italia.

Mi domando perché certi sogni sono così forti.

Mi domando perché certe donne così piccole e apparentemente fragili sono così forti dentro. Cercava “un posto dove appoggiare il cuore”, dice, e il cuore lo ha appoggiato.

Piango in segreto per il cammino solitario che abbiamo fatto noi, per le similitudini che vedo dentro un sogno un po’ vicino al mio.

Rivedo persone che frequentavo prima del Covid, prima di quel giorno in cui all’improvviso tutto si è lacerato facendoci entrare in un buio totale.

Abbiamo dimenticato quel periodo buio, durato troppo per il nostro stato generale di salute psichica, e ora lo abbiamo esorcizzato. Ma lui c’è stato, si è infiltrato nel sangue, nel cervello. Soprattutto lì ha fatto bei danni.

Eppure siamo qua. Eccoci, stiamo tornando. Un po’ timidamente, come lumachine che sentono il primo sole, alzando le antennucce bagnate e curiose.

La mascherina la metto o no? Non importa più.

Ascolto titoli di libri che Alba ha adorato: “Cose che non ho mai buttato via” e il nostro Vilas, “In tutto c’è stata bellezza” su cui abbiamo invece lavorato forse 4 anni fa. I libri di Pia Pera, la sua scrittura con la SLA mi fa pensare al Diario di Maura che ho ancora in bozza inedita nel mio computer.

Qualcuno si riconosce in certi lati del suo racconto, vedo donne, (soprattutto donne, più coraggiose e curiose), che si avvicinano, vogliono andare a trovarla a Lucignana, scoprono amicizie comuni, esperienze simili.

Uscendo, Tina racconta la canapa e la sua casa illuminata di nipoti e ancora la bellezza di Pia Pera, che non conoscevo…

Le sinapsi si stirano, sbadigliano e forse lentamente riprendono un cammino.

Fuori ci sono le stelle.

La foto scelta da Rossella B.: le ragazze

Le amiche – di Rossella Bonechi

Eravamo finalmente riuscite a metterci d’accordo sulla data e non era stato facile! Ma avevamo conquistato un giorno tutto per noi, da tanto evocato, discusso, sognato e desiderato. Alla soglia di una nuova scadenza annuale che sembrava stavolta irraggiungibile, ho ricercato la prima istantanea: le mie tre amiche che di nascosto ho fotografato mentre guardavano ammutolite il mare; un attimo baluginato tra una corsa verso la battigia e l’arresto improvviso difronte all’immensità.

Ricordo che scattai in fretta, immaginando cosa stessero pensando: Milena, la prima a sinistra, sicuramente si stava ripromettendo di tornarci quanto prima (era troppo bello!), Patrizia, al centro, forse si chiedeva se il sole le avrebbe accentuato le lentiggini (erano così infantili!) e Angela, a destra, chissà se pensava alla frittura mista (che fame, come sempre!).

Al rientro, in macchina, decidemmo di rifarlo ogni anno, per celebrare la nostra amicizia, la vita, la libertà da tutto anche solo per un giorno ma condivisa con le amiche di sempre.

E ogni volta, da allora, ho scattato una foto. Eccole qui: quella dell’anno in cui Milena aveva il pancione, questa in cui Angela si sistema il foulard che regge il gesso del braccio al collo. Come non notare le tempie che ingrigiscono, i corpi un po’ appesantiti, i vuoti degli anni in cui non siamo proprio riuscite a rivederci tutte insieme, vuoti che si intensificano negli ultimi periodi.

Ma quest’anno sì, ce l’abbiamo fatta di nuovo, tra pochi giorni si parte! Non importa se una ha il bastone e vacilla, se l’altra ha ancora un’ombra nera di perdita negli occhi o se io non ho più la mano ferma e la foto tremerà un po’: noi ci siamo ancora e qualsiasi immagine verrà fuori loro saranno sempre le tre biondine immobili a rimirare il mare.

Le mie amiche.

La Foto scelta da Carla: i piedi

Piedi destri (e un sinistro)- di Carla Faggi

Indovina indovinello quale foto ho scelto di bello?

Di seguito alcuni indizi:

Non siamo giovani ma neppure vecchissimi.

Amiamo, se possibile stare in coppia ma abbiamo scelto di non esserlo ora.

Perché? Perché a volte essere in coppia preclude nel gruppo, elasticità di movimenti, libertà di gaffe, scoglionamento spontaneo.

Questa scelta di esserci ora al singolare significa proprio questo: esserci con le proprie imperfezioni, con le proprie callosità e con la propria nudità.

Veniamo da lontano, proprio perché non giovanissimi, e ci siamo fatti male negli anni, posizioni sbagliate con la testardaggine di andare fino in fondo e poi accorgersi che la nostra perseveranza è diventata patologia.

Non siamo stati mai capiti fino in fondo, troppe volte sottovalutati, costretti da rigide e strette convinzioni a modificare la nostra natura ed ad adattarsi a situazioni scomode.

Abbiamo sofferto ma siamo andati avanti convinti che giunti alla meta saremmo stati ricompensati.

A volte è successo ma non sempre.

Ma noi sempre lì, pronti a ripartire da capo, ad adattarsi agli spazi che ci vengono concessi, mai diciamo no perché sappiamo che senza di noi tutto sarebbe più difficile.

Nella foto siamo ad una seduta di terapia di gruppo, il nostro terapista il dottor Podolog ci sottoporrà a dei lavaggi caldi terapeutici, per poi procedere all’epurazione di tutto ciò che si è indurito nel nostro percorso. Quindi correzioni di atteggiamenti sbagliati con supporti esterni. Per finire saremo abbelliti da colori sgargianti.

Al termine della terapia di gruppo saremo pronti per tornare dalle nostre sinistre.

Racconto in treno di Gabriella (a Rossellina)

Cartoncino: Spiaggia  di bicchieri rotti

di Gabriella Crisafulli

 Il treno procedeva con il suo movimento ondulatorio. Lei si addormentò felice di potersi abbandonare nelle braccia della poltrona: era stanca, era sempre stanca perché aveva sempre un gran daffare ma adesso si era presa questo tempo tutto per sé. Quando si svegliò i posti intorno a lei erano stati occupati e si trovò di fronte una donna molto più giovane di lei, tutta intenta a scrivere sul suo taccuino. La guardò con attenzione i capelli grigi accentuavano la sua giovinezza e il giallo e il rosso del suo abbigliamento comunicavano allegria, chissà se poteva parlarle, se le poteva raccontare lo scopo del suo viaggio, o meglio la scusa che si era data per fare questo viaggio: stava tornando a Tropea dopo più di trent’anni e desiderava solo  visitare  le rive fatte di tutto ciò che di rotto, frantumato, spezzato ma poi levigato, tornava indietro dal mare. La signora continuava a scrivere e lei aveva una gran voglia di raccontarle o di chiederle se era mai stata a Tropea, di raccontarle la sua arte povera, fatta di quello che il mare le consegnava, che gli umani scartavano e che lei trasformava. Poi tutti le chiedevano: e questo cos’è?

Racconto in treno di Anna (a Sandra)

Cartoncino: cipolle rosse

di Anna Meli

Primo pomeriggio di primavera: un sole tiepido accarezza la pelle e i miei pensieri. Stazione di Rifredi: arriva il treno che mi porterà a Certaldo in val d’Elsa in visita ad una vecchia e cara zia. Salgo i due scalini e mi dirigo con passo incerto verso un posto libero dove potermi sedere.

            Il treno si muove lentamente dandomi modo di vedere, al di là del finestrino, immagini in corsa: rotaie dismesse, vecchi vagoni arrugginiti e ridipinti con immagini fantasiose, fili che si intrecciano e che spariscono velocemente col procedere del treno.

            Poco distante noto un posto libero e lì mi siedo, sistemando però prima il mio borsone pieno di cose per la zia che, al ritorno sarà pieno di cose per me.

            Di fronte ho, una signora  che sta sfogliando una rivista; per non disturbarla mi limito ad un “ buonasera” appena sussurrato.

            Immagini rilassanti scorrono fuori: campi, piccoli appezzamenti di bosco, gruppi di poche case e, più in alto nella collina qualche paesino da cartolina. Il rumore monotono del treno e lo scorrere delle immagini mi danno un senso di torpore quando la voce della mia dirimpettaia mi scuote: – O In do la va signora, io scendo a Certaldo, mi perdoni la curiosità, ma a volte fa piacere scambiare du parole-

– Anche io scendo lì; vado a trovare mia zia che quest’anno ha avuto un abbondante raccolto di cipolle rosse e me ne vuole regalare un po’ insieme ad altre prelibatezze che solo lei dice di saper fare.-

– Ah le cipolle rosse di Certaldo, non ce n’è di cosi bone in tutto il mondo, dolci, saporite, una vera squisitezza! E mi raccomando la si faccia insegnare a fare la marmellata che per me l’è la più bona!-

– Lo farò senz’altro!

            La conversazione continua su vari argomenti e rendono ad entrambe più piacevole lo scorrere del tempo. E’ trascorsa quasi un’ora dalla partenza e l’arrivo deve essere poco lontano. Infatti il treno sta rallentando e si ferma dopo pochi minuti. Riprendo il mio borsone e scendo con precauzione insieme alla mia ormai amica che saluto con simpatia e lei…

– Arrivederci mia cara. Io sto a Certaldo alto e fra poco, nell’estate c’è la festa medievale di Mercantia. Se la vol venire basta la pigli la funivia e, una volta arrivata, la chieda della Marisa. Tutti mi conoscono e le diranno dove sto. Ciao, ma che peccato essere arrivate, chissà quanto si poteva chiacchierare ancora?-

            Usciamo dalla stazione e prendiamo direzioni diverse. Mi volto indietro e solo allora noto i capelli rosso cipolla della mia compagna di viaggio. Saranno le cipolle?

Racconto in treno di Patrizia (a Carla)

Cartoncino: nella finestra una stella

di Patrizia Fusi

Photo by Siegfried Poepperl on Pexels.com

Il vagone è affollato, il crepuscolo si stende sul paesaggio che scorre veloce al difuori del finestrino, il cielo brilla mentre aspetta la notte.

Accanto a me una bella signora, la sua presenza mi rassicura. Sento che potrei raccontarle tutta questa mia storia che porto nella valigia con me

Ritorno a Siena a ricordare un amore di tanti anni fa.

Siena, monumenti, strade, il Palio, quella festa unica che fece da sfondo al nostro girovagare.

– Festeggiammo con la Chiocciola sa? Un fiume di persone felici che ci stringeva senza guardarci.

Questa luce rosata del tramonto mi fa pensare ai cocci di Siena, alla piazza a conchiglia, ai tetti. Perché poi si chiama Piazza del Campo e perché avrà quella forma così strana, che abbraccia, che porta verso il centro, in basso? La porto nel cuore Siena, sa? E’ da tanto che non ho il coraggio di tornare. Le cose non sono mai ugualmente belle due volte.

Ma oggi ho fatto la valigia. Non so quanto rimango. Voglio ritrovare quella pensione piccola, familiare, con quel letto che scricchiolava e la finestra sulla campagna. Durante la notte si affacciava sempre una stella.

Dicono sia bella Firenze, certo, lo è …ma lei ha mai visto Siena?

E l’ha mai vista col cuore che batteva forte?….

Ah ma lei scende! già, siamo a Prato, sì è vero.

Io proseguo, scendo a Siena.

Racconto in treno di Carla (a Patrizia)

Cartoncino: Non è la luna è una meringa.

di Carla Faggi

Photo by Eva Bronzini on Pexels.com

Ciao Patrizia, scusa se a momenti mi senti borbottare tra me e me, è che cerco di ripassarmi il discorsino di presentazione per la mia candidatura di direttore del Museo. Voglio fare una buona impressione. Devo far capire che io so tutto sull’arte contemporanea e che mi piace tutta. Anche se sai Patrizia, proprio tutta tutta no,vedi questa foto nella rivista “Art modern”, vedi che bella luna c’è dipinta? Ecco non è una luna ma una meringa. Allora dico io, ma non si poteva far capire meglio che era un dolce e non un astro? Leggi, leggi i commenti sotto: “L’artista vuol trasmettere tutta la sua angoscia esistenziale attraverso la trasformazione da una emozione trascendentale a una percezione sensoriale di un momento vissuto all’insegna del trasgressivo.”

Ecco, ci hai capito qualcosa? Eppure è così che si comunica oggi! Va bé, finirò di raccontarti la prossima volta, nel prossimo treno se sarò diventata direttore.  E se lo sarò cercherò di far capire che non c’è niente da capire, perché secondo me l’opera d’arte non va capita, ma solo ascoltata e lasciare che ci emozioni. Perché arte non è solo l’oggetto rappresentato ma principalmente l’emozione che si forma tra lo spettatore e l’opera. Ciao Patrizia, prossima fermata Prato. Mi preparo.