Gli oggetti toccati parlano a Sandra

PALLA CRISTALLO – di Sandra Conticini

Una palla di cristallo pesante con il fondo blu e tanti ometti con occhi spalancati che si muovono velocemente a destra e sinistra,  fanno  gli occhiacci pensando di far paura invece sono gnometti buoni un po’ burloni che fanno solo tenerezza.

Di giorno sono trasparenti, stanno tutta la giornata immobili  chiusi nella palla,  ma quando arriva la notte per magia la palla si apre e  loro diventano 10 100 1000 e per sgranchirsi le gambette vanno in giro per  casa.

Si intrufolano nella credenza, saltano tra farina, pan grattato, pasta, entrano negli armadi si insinuano nelle tasche, nei cappucci, e saltano da un cappotto all’altro come se ci fossero delle liane, insomma mettono tutto sottosopra.

Ridono, bisticciano, cantano ma, appena vedono la prima luce, tornano nella palla di cristallo perché si richiuda per riaprirsi la notte successiva.

La mattina la signora in genere si alza  prima di tutti e non capisce cosa sia tutta quella confusione, perchè  lei aveva lasciato tutto in ordine, o almeno così le sembrava.

Poi dice al marito: – Ieri sera avevo lasciato tutto in ordine, ma ora che ci penso stanotte mi sembra di aver sentito confusione, fischiare, cantare, ma te non hai percepito niente?

– Ieri sera hai mangiato troppo lampredotto, poi il passare degli anni fa il suo!   

Sfera magica rispondi alla domanda di Tina

Sfera magica – di Tina Conti

Bella, lucente, misteriosa con le forme rotonde all’interno, per vedere immagini del futuro, del passato e altro. Immaginare, immaginare, sognare………….

I giochi della nostra mente, quanto ci servono, ci aiutano, riempiono la nostra testa, i momenti silenziosi, i giorni grigi e quelli nebbiosi.

A volte ci scrollano le tristezze, a volte ci complicano la vita.

Ieri, nella mia casa si muovevano tutti i bambini, con fare sicuro e padroni delle cose e dello spazio, io mi sono fermata ad osservarli.

Prima, con la luce del pomeriggio, a coppie giocavano a pallavolo, a calcio, salivano e scendevano con le biciclette. Si arrampicavano per provare a fissare una vecchia altalena ad un olivo.

In più occasioni hanno controllato il  pollaio e corso dietro alle galline.

Sono rientrati per la merenda che io avevo già preparato.

In un momento di mia assenza, si erano rifatti nuove fette con olio e sale, annunciando soddisfatti che  avevano finito tutto il  pane.

Fermarmi ad osservare era per me la ricompensa per il lavoro che facevo per loro e la gratificazione nel vederli sicuri e felici di stare insieme e fare belle cose.

Sono dovuta andare a recuperare lana, ferri e uncinetto perché le bambine grandi hanno espresso il desiderio di imparare quel lavoro. Ho frugato e portato tutto il necessario e con mia sorprese ho osservato  con quanto impegno e attenzione provavano e riprovavano a esercitarsi.

Dopo il cucito che abbiamo fatto in precedenza non pensavo che avessero tanto interesse per queste nuove attività, mi sono ricreduta.

Alla sfera lucente vorrei chiedere:  cosa resterà di queste momenti, dei giochi, delle conquiste e marachelle vissute con i cugini nella casa dei nonni?

A noi, oltre  la caccia al tesoro per ritrovare oggetti e attrezzi che  loro hanno usato e la fatica di ripulire le sgocciolature e i colori appiccicati ovunque, resta una grande allegria e una bella gioia.

L’oggetto al buio di Tina

Piccolo cartoccino bianco – di Tina Conti

L’oggetto, incartato con carta stoffa sottile  e resistente, senza fiocchi o nastri di forma quadrata e di medie dimensioni, un po’ stropicciata stava tutto in una mano, sicuramente di metallo, la forma ben definita si faceva toccare bene, rivelava una forma a palettina, con manico rotondo scavato dietro, appariva rugoso, forse una delicata palettina  per lo zucchero, vezzosa, in argento o ottone con un bel manico inciso tutto intorno.

Ero sicura, poteva essere usata per prendere del the in un barattolo, dello zucchero , dei confetti, sentivo la bramosia di scartarlo per sincerarmi delle mie intuizioni, ed ecco svelato il mistero:…. una piccola vanga di ferro rugginoso, ben fatta e senza  nessun vezzo.

L’uovo, la seta e la vita di Carla

A occhi chiusi – di Carla Faggi

foto di Rossella Gallori

A occhi chiusi, tocco l’oggetto che ho scelto dal cestino magico.

È confezionato con della carta lucida come di raso, e legato da qualcosa di ruvido al tatto come lo spago, penso sia un bel contrasto, come una giacca di raso abbinata a dei jeans.

Scarto e sento una elegante scatola di cartone, ne tolgo il coperchio e curiosa mi gusto il contenuto: tessuto in seta che racchiude una piccola sfera di cristallo, grande come un uovo; sento che è trasparente.

L’origine del mondo.

Un uovo, la nudità di una donna.

Una giacca di raso nera, un paio di jeans, simbolo di glamour, di essere di moda, di avere vent’anni.

Voglia di essere guardata!

Togliersi la giacca, gettarla lontano, i jeans ancora più lontano.

Voglia di essere scoperta!

Scalza con solo la biancheria intima ed una maglietta azzurra, una grande maglietta azzurra, ci si sta bene dentro; quasi si vorrebbe tenerla, ma poi come a scoperchiare una scatola per scoprirne il tesoro che racchiude, togliersela di colpo e restare in biancheria intima di seta bianca.

Voglia di essere desiderata!

E poi via anche quella e scoprire il segreto del mondo. Quello da cui tutto è iniziato.

Un uovo. Di cristallo. Fragile. Trasparente.

La nudità di una donna. La bellezza dell’universo. La fragilità della vita.

Poi ancora un altro universo, la grande palla di cristallo di Cecilia, sembra fatta di riflessi di cielo, sembra ci siano le stelle. Ancora la vita che nasce, il mondo che continua. Sembra che tutto nasca da lì, il mare, il cielo, gli alberi…e noi.

…e la palla di cristallo di Rossella G.

Mezzo mondo di vetro – di Rossella Gallori

Riflessi di un mondo girino,

che non riesce ad esser rana.

Una galera trasparente, imprigiona le tue braccia.

Spingi il vetro, pareti fragili, vuoi fuggire, hai paura di tagliarti.

Fermi il silenzio che piange e grida, traballa, ma non cade nel vuoto.

Camaleonte di cristallo, priva di vita, pesa di giorni, leggera di mesi, non permettere ai miei sogni di carta di volare.

Lo scrignonoce di Rossella G.

Scrignonoce – di Rossella Gallori

Freddo, caldo, buio.

Una noce vera, calda di cuore.

Ha un suono, che ha un sapore.

Una musica leggera di latte, latte che consola.

Riesco a “ sentirne” il colore, anche il calore.

Una sua musica lenta, protettiva:

Un po’ mare

Un po’ acqua calma, risacca che lenisce.

Sento che è importante, per pochi attimi è mia:

Un po’ noce

Un po’ cuore

Un po’ sale rosa

Un po’ riso giallo

Un po’ luce di culla, fuga di anni.

Poi ti vedo e scopro che sei quello che sentivo non vedendoti, che rispettavo, mia per minuti, eterni e brevi, un tempo indefinito, sospeso.

Ti ho coccolata, scaldata, stretta, eri forte, sei forte, cassaforte di piccole anime in crescita, smalto color luna.

Ti lascio, ti restituisco, non ti dimentico.

A proposito di tazze, tazzine, tazzette…..una favola di Stefania

Il castello e le tazze del ’48 – di Stefania Bonanni

foto e disegno di Stefania Bonanni

C’era una volta…e non c’è piu’… un castello piccino piccino senza torri, né ponti levatoi.

C’era una grande cucina, con una stufa a legna, il pavimento rosso di mattoni lucidati a cera, ed il tavolo di marmo buono per ogni uso. Ma era un castello, questo e’ sicuro, perché era abitato da fatine buone e magiche, che arrivavano per curare, lavare, consolare, abbracciare, riportavano il sereno, sempre.

La fata piu’ grande, guai a dire vecchia, al posto della bacchetta magica, aveva la scopa, sempre a portata di mano. Un pomeriggio, con la Sita, torno’ da Firenze, ed aveva in mano un pacchetto rivestito di carta rosa a fiorellini rossi. Come api sul miele, le bambine cominciarono a girellare intorno al tavolo dove era stato posato il pacco. Lo toccavano piano, avvicinavano gli occhi cercando forellini nella carta, annusavano. Fosse stato un libro, fossero stati quaderni, avrebbe saputo di carta. Fossero state cose da mangiare, dolci o cioccolata, si sarebbe sentito. Invece nulla. Dentro c’era una scatola. Quello si era capito. Ed un pacco contenente una scatola, incuriosiva ancora di più. Allora scatto’ il divieto. “Lo aprirete domani, e l’attesa ve lo farà desiderare ancora di più. E se sarete birbone, nulla!”

A letto di corsa, denti lavati, tutto a posto.

La mattina, al primo “buongiorno” furono in piedi, e giu’ di corsa per le scale, saltando gli ultimi gradini, e arrivando davanti al tavolo scivolando sulle ginocchia.

Le fatine, tutte e due, si davano di gomito ridacchiando: “Guarda cosa ci vuole la mattina: un pacco misterioso”.

“Eh già, disse la fata Mary, queste cose le vendono solo al 48!! E’ un viaggio!!”

Intanto le api ronzavano intorno al pacco sempre piu’ decise a mettere fine all”attesa. Una reggeva il pacco, l’altra tirava il nastrino annodato. Si disfece il nodo, si mostro’, nudo, il pacchetto.

Era una scatola bianca che andava sollevata, per mostrare il contenuto. E dentro, ognuna in una cella di carta precisa perché non sbattessero, c’erano quattro tazzine di ceramica dipinte a fiorellini. Tazzine vere! Di quelle che si rompono!! C’erano anche quattro piattini decorati e con il bordo dorato. Roba di lusso.

La bambina piu’ piccola disse che secondo lei i bordi, di tazze e piattini, non erano dorati, erano proprio d’oro, e che il regalo era preziosissimo. “Sara’ costato tanti soldi!” A bocca aperta, si cominciava a pensare di giocarci, ma con un rispetto inusuale. “Si può fare alle signore. Signore vere, di quelle che prendono il the nel pomeriggio, ed hanno occhiali, anelli, smalto!

Subito ci fu un problema: le tazzine erano quattro, due per uno, lo stesso per i piattini. Ma quali signore ne invitano un’altra, una sola, per il the? No, sarebbe stato brutto. Bisognava giocare insieme. Due noi, due ospiti, si poteva fare.

Allora si andò al fosso, con un secchiello, e si prese un po’ d’acqua. Un the perfetto, per colore. Poi dei sassi colorati e dei legnetti come biscotti, e la cerimonia poteva cominciare. Arrivarono la Sandra e la Lucia, e rimasero abbagliate dalle tazzine. Poi pero’cercarono lo zucchero, ma la zuccheriera non c’era. Poi dissero che il the era acqua sudicia del fosso, e che faceva schifo. Anche se era vero, tra signore non si fa così . Allora noi ci si alzò e si disse che non si giocava piu’. Queste signore non facevano per noi.

Era meglio andare a cantare nella concimaia, dove faceva caldo e non ci ascoltava nessuno.

C’era una volta, e un pochino c’è ancora.

La Bea mi chiama signora Picci Picci, e mi chiede: “signora, vuole uno café?” “Preferisco un the- rispondo” , “Come sei antica, nonna”

Il pacchetto e la palla di Stefania

A occhi chiusi – di Stefania Bonanni

E’ la volta che si porta, impacchettato, un oggetto da casa.

Ho pensato di portare la cosa piu’ preziosa che ho. Per una volta che mi sono ricordata, e che per dimensione, l’oggetto era giusto, ero molto contenta di parlare della noce che tiene segreti i dentini dei bambini di casa mia. Poi, pero’, quando ho capito che qualcun’altra l’avrebbe maneggiata, che forse al tatto non avrebbe capito, che magari l’avrebbe aperta, ed il contenuto sarebbe finito per terra, sono stata presa da un’agitazione, che di solito non conosco. Mi e’ sembrato di aver sbagliato, che potesse essere una sorta di profanazione. E’ un pezzo di loro, un tesoro che si alimenterà ancora, prossimamente. Poi ho riconosciuto la mia noce nelle parole di Rossella che descriveva il pacchetto capitatole in sorte, ed ho capito che aveva riconosciuto anche il contenuto. Allora l’ho pensato in buone mani, e sono stata certa non avrebbe mai detto “che schifo”, che mi sarebbe dispiaciuto.

I dentini dei miei bambini suonano come chicchi di riso in un bicchiere di vetro. Un suonino da bambini, come suonava Trilli di Peter Pan . Si capisce che e’ materiale fragile, di latte.

Mi sono dovuta fare violenza per non mettere via i primi capelli tagliati. Ad essere sincera avrei messo via anche le unghie. Per l’avidità di tenere tra le mani pezzi di loro, ed anche per la grandissima emozione che provo ogni volta che apro l’astuccio dei dentini.

Hanno poi parlato tutti della palla di vetro. Hanno immaginato tante cose, così tante che mi sembra strano: e’ così evidente cosa sia la palla! E’ la serra di un allevamento di chiocciole, che respirano, si bagnano nel blu, lasciano scie di bava luminosa.

Incontro del 9 marzo 2023 alla Carrozza 10: toccare e parlare con gli oggetti senza vederli

con Cecilia Trinci

foto di Lucia Bettoni, Rossella Gallori, Cecilia Trinci

Giornata fiorita ieri all’Antella, tra le dolcissime mele del cestino di Daniele e i fiori di campo di Patrizia.

Fuori fa quasi caldo, dentro il vagone i tavoli si riempiono di oggetti, di fiori, di frutti colorati, di voci, di sorrisi, di profumo di caffè.

Bendati, analizziamo oggetti portati da molti di noi, incartati e pieni di significati. La benda è una semplice mascherina chirurgica che svolge perfettamente il suo compito. Un compito nuovo e simpatico, e finalmente trasformiamo il vecchio terrore.

Le mani scorrono, il silenzio riposa la mente mentre ci ascoltiamo uno per volta, si immaginano colori e metalli preziosi, si immaginano forme che non si scoprirebbero se ci limitassimo al solo guardare, oggetti che suonano, rievocano altri rumori lontani nel tempo. Alcune verità sono più vere, altre ci portano distanti …..

La caramella di menta di Simone nel cestino incantato

Calo glicemico – di Simone Bellini

“Zucchero! Ho bisogno di zucchero! qualcosa di dolce per prevenire il calo glicemico, presto!” (non è vero ma funziona sempre)

 Sul tavolo una caramella verde con il suo involucro di feltro bordeaux…. strano come involucro boh sarà perché è inverno, sarà per proteggere la freschezza del prodotto…boh sarà quel che sarà, non me ne frega nulla, la golosità ha il sopravvento! Con uno scatto fulmineo agguanto la caramella alla menta di cui vado pazzo e me la caccio in bocca

Crunch!!!

Mi parte un dente

 “ahia…… la Murrina  di tu ma’!!!”

La casa degli Gnomi di Daniele nel cestino incantato

Gnomi sotto il vecchio olmo – di Daniele Violi

Un pertugio sotto un vecchio  olmo: entro carponi e mi addentro con tanta sensazione claustrofobica; vedo con piacere che un altro mondo è possibile, un sacco di sagome gnomose  vanno procedendo anche loro verso una grande sala dove le radici di tanti alberi diventano panche per sedersi per assistere a uno spettacolo teatrale di gnomi e gnome intitolato “Gnamo! un altro mondo arriva”. Il titolo….. mi chiedo forse si aspettano la visita mia o sono loro che con le rappresentazioni si organizzano per avere relazioni sociali e prendere contatti attraverso i loro messaggi: una specie di “movimensa” per avere incontri. Al centro una pietra fatta di tante pietre, come le regole di una conduzione, per ricordarsi che siamo tutti dipendenti dal proprio cuore.

I bambini di Lucia nel cestino incantato

Ciao Bambini – di Lucia Bettoni

Ciao bambini
è tanto che non vi penso
non so neppure se vi voglio pensare
non sono pronta a ricordare 
 o a pensare a quello che è stato
Ho capito di essere lenta
adesso ho bisogno di tempo
a volte tanto tempo
La farfalla continua a guardarmi
lucida e con le ali aperte
Mi guarda con occhi di bambino
Non posso non ricordare
i vostri  disegni
Basta poco e quasi piango
Fiumi di colori si sono sciolti
abbiamo impastato, ritagliato,
incollato, ballato e poi il teatro e i burattini
e il giardino e l’orto
Che orto meraviglioso abbiamo fatto
Insieme!
Abbiamo piantato, annaffiato e raccolto
Mi manca il respiro
Mi trema il petto
Quarantatre anni con voi
Prima o poi devo scendere a guardare
Prima o poi questa grande emozione troverà la giusta quiete
Prima o poi non mi farà piangere
Prima o poi vi potrò accogliere
dentro il mio cuore
verde e morbido
e vi dirò ancora:
bambini datemi la mano

La tazza pazza di Gabriella

Tazza pazza – di Gabriella Crisafulli

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Ogni mattina

tuffo in una tazza

la parte di me più pazza

Una chiazza

s’allarga

sulla piazza

La cosa m’imbarazza

mentre il tempo

s’ammazza

S’alza un sospiro

la bazza trema

cerco una nuova razza

Prendo la ramazza

e mentre sghignazzo

rimpiazzo la ganza

con una ragazza

che si sollazza e danza

mentre sbevazza

La me si sbarazza

di lei che starnazza

chiusa in una corazza

e la rimpiazza

con una nuova stazza

che svolazza e si paparazza

La gioia turchese di Gabriella nel cestino incantato

Pietra turchese delle mie brame- di Gabriella Crisafulli

Sta tutta nel palmo della mano

Liscia, turchese, screziata

fresca spessa smussata

Pesa

La tengo raccolta

e chiusa

Si scalda

Evoca Egitto

affreschi

collane

la gente dei suk 

Pietra sensuale

colorata

è tutta un’allegria

Le venature disegnano

il muso di un gatto

un albero

una gallina

il Nilo che scorre

La metto al collo

Il suo tatto

vellutato

mi fa impazzire

Sono la dea delle sette braccia

Avvolgo le dita nella sciarpa

del nano:

no sono baffi

o forse la barba

il pelo soffice

un cappuccio

un anello

un nodo

la capigliatura di ortiche

Sette anni ho camminato

sette anni ho vagato

sette anni ho colto ortiche

per salvare l’amore mio

Ci sono:

è il velo dell’odalisca

che copre

e rivela

La pietra magica di Tina nel cestino incantato

Pietra magica – di Tina Conti

Colori intrecciati, mescolati armoniosi, forma piatta, liscia, ovaleggiante.

La natura fa cose meravigliose, impossibili da imitare.

Geniale nella sua invenzione, ci fa sognare, riflettere, stimola  la nostra Italia

Ci  incoraggia  a inventare situazioni, ambienti, storie.

Sopra un pavimento sconnesso, luminoso e colorato di toni ambrati e dorati, litigavano  due figure, intorno cantavano e svolazzavano stormi di strani uccelli.

La pietra rotolava e sobbalzava, oscillava come mossa da uno strano potere.

Cataste di legname di varie forme e tonalità  in bilico, si accatastavano formando un grande cumulo. In fondo alla grande catasta, una pietra luccicante a forma di cuore sembrava reggere tutto quel peso da sola, emetteva raggi luminosi e bagliori accecanti, intorno, folate di vento facevano rotolare due foglie gemelle.

Roteavano nell’aria si alzavano e salivano in alto fino a scomparire

Tornavano a terra cercavano la pietra,  spaventate si allontanavano di nuovo.

Nuvole grigie affollavano il cielo, il vento sempre più impetuoso strapazzava ogni cosa, foglie volavano sulle pietre, sui muri, sul lago.

Le foglie gemelle si posarono a terra, ripartite da un tronco caduto, calme, sicure, fiduciose, aspettarono  la pioggia.

Il fiore col ciuccio di Sandra nel cestino incantato

Il ciuccio e l’Omino del sonno – di Sandra Conticini

Il fiore con il ciuccio centrale sfaccettato, che sembra il pistillo,  ha una bellissima luminosità e mi ha fatto ricordare i cristalli di Swaroski. Quando sono illuminati dal sole con tutte le gradazioni dell’azzurro o del giallo-arancio la  fantasia mi fa sognare figure immaginarie, prati con fiori di tutti i colori e mi sembra di sentire il profumo dei giacinti, delle rose, o dei fiori di campo bianchi profumatissimi che la mia mamma chiamava tazzette.

Il ciuccio da solo mi ricorda la mia bambina. Non so chi abbia inventato questo strumento per placare quei piccoli esserini che, fino al  giorno prima erano nella pancia della mamma,  nuotavano tranquillamente cullati dai rumori esterni, senza essere disturbati. Non duravano fatica per mangiare, non dovevano essere tocchicchiati per fare il bagnetto e soprattutto non esistevano i piccoli malesseri quotidiani di adattamento.

All’inizio non volevo abituarla, ma poi la paura di non saperla  calmare me l’ha fatto usare.  La sera, quando era più stanca e nervosa da tutti gli stimoli della giornata, se non c’era il ciuccio che le dava serenità e tranquillità non riusciva a prendere sonno.  Mi ricordo  un giorno che ero in bagno con lei: improvvisamente aprì la bocca e il ciuccio  se ne andò via nel water insieme all’acqua.

Lì per lì rimase un po’ perplessa, poi attaccò a piangere e ci toccò andare a comprare un ciuccio nuovo. La fortuna era che a lei andavano bene tutti.

Poi venne il momento di togliere questo magnifico strumento.

Tutte le sere quando si tornava a casa iniziava a girare per le stanze nella speranza di ritrovare il suo amico, ma l’aveva preso “l’Omino del sonno”.

Solo  all’ora della nanna come per magia il ciuccio riappariva. Era un po’ una caccia al tesoro, poteva trovarlo su una sedia, sul lettino, sul divano o dove era stato lasciato la mattina. Le si illuminavano gli occhi dalla contentezza, lo acchiappava se lo metteva in bocca e si tranquillizzava subito.  

Il cartoccio di Rossella G. nel cestino incantato

La pietra nel cartoccio – di Rossella Gallori

Ero salita sul “ treno” già  stranita, con poca voglia, sarà che  le avevo raccontato un fatto tra il tragico ed il folle,  sepolto da anni, cercando di alleggerirlo, ma la riesumazione era stata pesante, lei ascoltava, senza meravigliarsi, ascoltava senza giudizi.

Con la compassione, che si ha per se stessi da grandigrandi quando si parla di giovanigiovani  infilavo motivazioni per il mio gesto: ero innamorata, sola, poco matura, stanca, ci credevo, la verità è che volevo attirare l’ attenzione di qualcuno, essere importante. Il fatto cadde, dovevo tacere.

Il vagone era semibuio, semivuoto, c’ era la voglia di un caffè che non c’ era,  forse avevo deciso di urlare o di piangere, nella totale immobilità che poi mi contraddistingue.

Poi, poi: arriva un cestino di cencini  e sassi, di pompon morbidi  e balocchini minuscoli, sento che non so scrivere, che non lo saprò rileggere, eppure il vagone si muove, so che il viaggio sarà breve, prendo la rincorsa inciampo nell’ostacolo, acchiappo l’ imbutino bordeaux di feltro e la pietra rettangolare turchese, la sceglierei tutte le volte, mi ricorda il suo colore preferito, che poi è anche il mio, mi ricorda lei, l’ amica che non c’ è più, della quale conservo ( io che perdo tutto) la più bella lettera d’amoreamicizia, che abbia mai ricevuto.

Scrivo, ora che lo scompartimento è pieno, gli ultimi ritardatari han preso posto, scrivo, ma grido:

Tu pietra, io feltro  (giro tra le mani il sasso color mare)

Amo i tuoi angoli, quelli che mi porgi generosa.

Per farmi dire la verità

Per darmi due appoggi

Amo il freddo del tuo colore, estintore delle mie paturnie

Venature scure, come piccole onde di mare, per farmi sorridere.

Allora un po’ perché, non so andare avanti, annuncio più volte: non volevo scrivere questo, fa tutto un po’ schifo, vorrei appallare il foglio gettare il quaderno, ma se mi alzo perdo il posto, forse ci sono viaggiatori in piedi, ma non sono stanchi come me.

Metto la pietra nel ruvido cono e ci riprovo:

Sembri una farfalla di lana cotta, senza ali né occhi,

che incontra uno scoglio turchese, forato ai lati, che imbarca  acqua, mare che entra ed esce, come un ago sottile, che non ha  più voglia di ricamare.

Una voce fuoricampo annuncia la stazione di sempre, scendo con la certezza di non aver scritto quello che volevo dire….

Il giocatore di Nadia nel cestino incantato

Il giocatore – di Nadia Peruzzi

Un fiore di stoffa verde con dentro un bottoncino blu.
Sul tavolo da gioco il tappeto verde era quasi fosforescente per le luci che lo inondavano.
Si vedevano solo mani così bianche da sembrare morte.
Eppure erano indaffarate, si muovevano veloci.
I volti, invece, restavano in ombra, quasi a cercare l’anonimato.
Si intravedevano occhi. Occhi che bucavano il cono d’ombra. Occhi lucidi, vigili e fin troppo attenti.
Eccitati fino quasi al limite dell’ossessione. Occhi malati.
Le fiches si muovevano senza tregua, insieme alle palline che ruotavano sulla roulette.
Vinci, perdi, rouge, noir. I giochi sono fatti.
Rien ne va plus.
Il giocatore che vinceva arraffava in modo quasi parossistico le fiches. Era una partita del vincere o morire, ogni volta.
Ad ogni vincita gli occhi rilucevano come due tizzoni ardenti. Durava poco, però.
Ogni vincita induceva a puntare di nuovo, sempre di più. Il cappio si stringeva di nuovo , a ghermire anima e movimenti.
Nuova puntata, nuova sconfitta.
Stavolta aveva perso tutto quanto. Ci aveva sperato un momento, di aver tutto quello che gli serviva a saldare il suo debito col gestore del locale.
Guardò le fiches che sparivano e il vuoto che aveva davanti a sé e provò prima sgomento, poi paura.
Sapeva ciò che lo aspettava.
Le botte degli scagnozzi del boss, già pronti a portarlo via, oppure arrivare a prosciugare completamente il suo conto staccando un assegno dal valore esagerato.
Il gioco era un tarlo per lui. Una ossessione malata da sempre.
Sua moglie aveva provato a farlo uscire dal giro. Lui non ci aveva mai provato realmente.
Aveva fatto promesse su promesse. Non ne aveva mantenute nemmeno una.
Uscì dal locale sentendosi un verme.
Avrebbe dovuto confessare a sua moglie che aveva dato fondo a tutto quanto avevano accumulato in una vita di gran fatica, sacrifici e rinunce.
Salì in macchina con la testa che gli girava.
Agitato a tal punto che si ritrovò in un luogo che non era nemmeno sulla direzione di casa sua.
Vide delle luci arrivare.  Erano alte , forse un camion.
Al momento che giudicò quello giusto sterzò di botto. Il camion trascinò la sua auto per diversi metri, prima di riuscire a fermarsi.
Il garde rail messo a protezione del lato della curva che costeggiava lo strapiombo, sembrò essere in grado di trattenere la macchina.
Il crack ruppe il silenzio della notte mentre il garde rail si aprì come fosse stato tagliato da un apriscatole.
Il tonfo dell’auto seguì poco dopo.

Tazza e casa di Stefania

La tazza – di Stefania Bonanni

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“Quando sono con te, sogno immerso in una tazza di the”

Quei pomeriggi di inverni freddi, ventosi di tramontana, quando sei contenta di rientrare, e pensi solo: faremo una tazza di the bollente. Magari il the non ti piace neanche tanto, ma cercare la tua tazza, la mia tazza, riempirle di liquido caldo, respirare il vapore che sale verso la lampada sospesa sul tavolo di cucina, e’ casa.

Dove ci sono le tue tazze comprate a Parigi (ero molto felice a Parigi) , quelle dei bambini piccini (ero molto felice allora), le tazze residue di un regalo di nozze (ero molto felice), quella per forza e’ casa.

Cose che non hanno senso se non per te, che porteresti le tazze appese al collo come gioielli, fosse possibile, e che vorresti aver avuto una tazza tua, da piccola, per toccarla ancora, farla suonare col cucchiaino, riconoscerne sbucciature e graffi, che fosse stata testimone di anni luminosi e teneri. Avessi le tazze di allora, cercherei il punto esatto del bordo dove si fossero posate le dolci labbra della mia mamma, e quelle più strette e meno morbide di un uomo giovane e nervoso, a cui piacevo piu’ di ogni altra persona al mondo, ed io ricambiavo. Ma non n le ho, le tazze di allora, quelle della mia famiglia. La vita correva così cattiva e veloce, che non ho fatto in tempo a pensare a quello che avrei saputo mantenere, e che oggi mi avrebbe parlato ancora. Non ho niente di allora, niente. Ricordo giorni sospesi nei quali ho assistito in trance alle azioni di parenti che portavano via tutto. Vestiti, mobili, bicchieri, tazze. Tutto sparito, insieme ai parenti, che non si sono mai piu’ visti, per fortuna.

Il fiocco verde e il sangue di S. Gennaro nel cestino incantato di Stefania

Stoffe e pietre – di Stefania Bonanni

Stoffe e pietre. Io ho scelto una stoffa verde a forma di farfalla, ed una pietra rosso scuro, che mostra frammenti più chiari all’interno.

Sembra il fiocco che aveva retto  i capelli di una bambina bionda, uno di quelli con il pettine appiccicato dietro, dove si sente che e’ stato strappato, e ne ha risentito la stoffa del fiocco.

Ci sarebbe stata bene, nel centro, un’applicazione con la pietra rossa nel mezzo, ma sarebbe stato un utilizzo che non le avrebbe reso giustizia. L’ho riconosciuta, e’ il contenitore del sangue di San Gennaro.

 Toccando e ritoccando, l’interno si liquefa’. La pietra diventa rosso scuro, una specie di cuore di pollo, molto simile ad un cuore di pollo. Il colore e’ più vivace, di quello di un cuore di pollo morto. Direi più vivo, di un cuore di pollo morto.

Se l’interno della pietra non si liquefa’, e non avviene il miracolo, come e’ molto probabile, va bene lo stesso, perché per noi non cambia nulla. Mai avvenuti miracoli. O forse qualcuno si?

Mentre non la vedevamo, negli anni in cui e’ stata sepolta viva tra gli oggetti abbandonati, si sara’ liquefatto l’interno della pietra? Possono essere tante le cose che succedono al riparo dai nostri occhi. E forse accadono proprio perché non le vediamo, quando non controlliamo quello che ci circonda.

Non siamo indispensabili, per i miracoli.