Una storia con tre cappelli: Un passaggio in bici di Luca

Due uomini e una bici – di Luca Miraglia

Tony si scrolla il fango dalle scarpe…

  • Maledetta macchina proprio qui mi doveva mollare!! che posto di vera merda!! – così andava maledicendo il tempo, il luogo e la ventura.

Lungo la viuzza fangosa arranca in bicicletta anche un ragazzotto rubizzo con un berrettaccio dalla lunga tesa calcato fino agli occhi.

  • Ehi! Buon uomo! – lo richiama Tony sbracciandosi nel suo tweed inadatto.
  • Io non sono buono… sono solo un po’ brillo! – esclamò Rudy da sotto il suo berretto.
  • Me lo darebbe un passaggio verso un telefono per chiamare un aiuto?
  • Ah ah ah…. venite a fare i fighi in campagna con le vostre spider e poi se non ci fossimo noi con le nostre bici sgangherate….
  • Per favore… – quasi supplicò Tony
  • Ok. Monta in canna che ti porto fino al Pub di Tina… vedrai che se è in vena, con un tipetto come te, altro che telefonata ti fa fare!!

Una storia con tre cappelli: Il basco, il berretto di lana e il cappellino bordato per Lucia

La veste a fiori – di Lucia Bertoni

Grassoccia e impacciata
Tina desiderava il passo lungo
e la veste a fiori

Cesare snello ed elegante
desiderava una donna morbida
da accarezzare

Pino il ragazzino
pensava solo a come
andare lontano

In cammino tutti e tre
Si incontrarono in cima ad una salita
così all’improvviso!

Gli occhi di Cesare
si trovarono difronte a quelli
di Tina grassottina

Fu amore
Amore subito

Tina era morbida e quel giorno
Indossava una veste a fiori
e che passi lunghi!!!

Le sue gambe sembravano
non finire più
Passi lunghi lunghissimi
accanto a Cesare!

E Pino il ragazzino?
Pino aveva capito
che per andare lontano
bisogna avere semplicemente
un desiderio

Gambe lunghe
Morbidezza
Veste a fiori
Desiderio
Amore subito

Scegli un cappello: La busta col pelo di Luca

Il cappello di Baldassarre – di Luca Miraglia

…E’ uno dei suoi giochi preferiti!

Fin da piccolo, andare a frugare fra le vecchie cose del nonno è sempre stato il suo passatempo preferito nei lunghi pomeriggi in casa, senza altro da fare che ispezionare gli angolini più reconditi della vecchia magione di famiglia.

Ora, da più grandicello, è ancora così, solo che ora riesce a raggiungere parti della casa che all’epoca gli erano inaccessibili… ed eccola là… la soffitta stracolma di vecchie suppellettili, mobili e mobiletti dismessi, ma soprattutto cassapanche: perfettamente allineate ed ognuna con il suo cartellino che ne descrive il contenuto (un po’ ossessiva la nonna nel conservare le cose…)

Meraviglia!!

Il primo cartellino dice “Abiti di Baldassarre”… il nonno…

Ecco qua la vecchia uniforme da marescialli dei carabinieri, due paia di bretelle sfinite, ma soprattutto cappelli. Coppole scolorite, il basco della seconda guerra, il cappello d’ordinanza e lui: il berretto peloso a busta che tanto aveva invidiato al nonno.

Subito lo calza. E’ un po’ stretto e scalda tanto coi suoi paraorecchi, ma odora ancora vagamente del tipico dopobarba dei nonni.

Con quel berretto in testa, in quella soffitta, la mente torna ai racconti di vita ascoltati mille e mille volte sulle sue ginocchia: può correre per l’aia di una piccola fattoria eritrea, oppure cavalcare al piccolo trotto per le vie di Bengasi, oppure ancora trascinare i piedi per un campo di prigionia in India. Può sentire qui ed ora la voce un po’ roca ma carezzevole che lo ha accompagnato in tanti viaggi fantastici (veri o meno poco importa)… ecco il nonno è qui ancora a condurlo per mano nel meraviglioso mondo tutto da scoprire…

Una voce lo chiama: – E’ ora di andare!! Non vorrai mica fare tardi al funerale del nonno!!…..

Scegli un cappello: Copricapo da gran freddo di Nadia

Cappello da aviatore – di Nadia Peruzzi


Scese dall’aereo monoposto e affondò nella neve ai primi passi fuori dalla piccola pista.
Era alto. Un Vichingo fatto e finito! Il Grande Nord la sua dimensione e la sua casa.
Un mondo dalle ombre lunghe e dalle notti infinite, alternati a giorni in cui la luce incendiava tutto.
Era il postino del piccolo villaggio di Stokmarknes. Da quelle parti .fra un’isola e l’altra si viaggiava in nave, motoscafo o con piccoli aerei come il suo.
Aveva scelto quel mezzo perché gli piaceva guardare dall’alto quell’intrico di fiordi e isole che rendevano unica la sua Norvegia. Fare a gara con i gabbiani che sfrecciavano vicini al suo velivolo l’unico diversivo alla monotonia delle sue giornate e delle sue consegne.
Ogni inverno indossava quel cappello verde con la pelliccia dentro e il paraorecchie. Un po’ per scaramanzia, un po’ tanto perché lo riparava dal freddo come nessun altro tipo di cappello sperimentato prima di trovarlo in soffitta, sotto una pila di ferraglia e arnesi da lavoro di suo padre.
Il freddo da quelle parti si insinuava come una lama tagliente e solo con quello riusciva a evitare di beccarsi una paresi da temperature esageratamente sotto lo zero. Una volta gli era toccato farci i conti e superarla non era stato per nulla semplice.
Per portare la posta a volte doveva fare slalom fra ghiaccioli alti quasi come lui. Dove c’erano alberi spesso erano come stalattiti che creavano barriere di cristallo impenetrabili.
Era un cappello malconcio. Sua moglie glielo diceva tutte le sere di cambiarlo e di comprarsene un altro.
“ Mi ci sono affezionato! Ha una storia. Era di mio padre, ricordi? Lo portava durante la lotta partigiana contro i nazisti. Non posso disfarmene. Ha attraversato con lui un periodo terribile e gli ha portato fortuna. Spero riesca a far lo stesso con me!”
Quando bussava alle casette di legno dai mille colori che rompevano la monotonia del lucore della neve ,tutti lo riconoscevano per la stazza e per quel buffo cappello da aviere della Grande Guerra di Liberazione.
Era uno di famiglia anche per quello.I loro padri avevano fatto parte della stessa brigata del suo.Molti non erano stati altrettanto fortunati. Forse quel cappello aveva un potere particolare,pensava ogni volta. Chi lo indossava,anche vecchio,logoro e spelacchiato, diventava invincibile.

Scegli un cappello: Il “cappello perfetto” di Lucia

Il mio cappello – di Lucia Bettoni

Tra tanti LUI

Lo conosco 

So già che mi starà bene 

È il mio cappello sicurezza 

Sobrio ed elegante 

Normale ma diverso 

Unico nel suo colore azzurro strano 

Lo indosso 

È perfetto 

Ne grande ne piccolo 

Posso tenerlo in testa con 

assoluta tranquillità 

Fa quasi parte di me 

Conosciuto e indossato da sempre 

NO     NO     NO 

Una voce da dentro urla NO

Voglio essere cattiva 

Voglio essere malvagia 

Voglio essere STREGA 

Voglio lanciare questo cappello perfetto 

in un fiume in discesa 

Un fiume con ripide cascate 

SPLASH     SPLASH    SPLASH 

Scorre il cappello perfetto 

Niente lo trattiene più 

Corro e lo guardo scivolare 

Rido rido rido come non ho mai riso 

Ciao cappello perfetto azzurro strano 

Io sono libera 

Una storia per tre autori dalle suggestioni di sei carte fantastiche: Carmela, Rossellina, Luca

La città di sotto – di Luca Miraglia, Rossella Bonechi e Carmela De Pilla

Ninì, occhi azzurri e capelli ricci e biondi, stamattina si gode un giorno di libertà dalla scuola.

Babbo e mamma usciti per i loro impegni (non senza mille raccomandazioni su cosa non fare, dove non mettere le mani, le solite storie insomma…), ora il grande giardino di casa è il suo parco giochi.

Un bel sole e tutti i colori di primavera lo abbracciano appena si affaccia, anzi, si tuffa tra erba fresca, margheritine, violette e quei strani fiori che non ha la più pallida idea di cosa siano: rossi rossi, a macchie irregolari proprio lì accanto al muretto di recinzione del giardino.

Ninì vi si sdraia accanto e li rimira curioso da ogni punto di vista.

  • Sono papaveri! – una voce gentile dichiara decisa da sopra la sua testa, da oltre il muretto.

Ninì alza lo sguardo e un ragazzo riccio come lui ma dagli occhi scuri e un gran sorriso lo sta osservando alle prese con la sua indagine botanica.

  • Ah – risponde Ninì – e tu che ne sai? –
  • So molte cose di questo mondo che tu non hai mai visto… –
  • Siii, figurati… – ribatte Ninì
  • Guarda qui! – e con un gesto rapido da prestigiatore il ragazzo fa apparire un papavero dalle sue mani vuote.
  • Accidenti!! Ne sai fare altri di giochi così?
  • Certamente! Se vuoi puoi venire con me e te ne mostro un mondo di questi giochi…-

Mmmhhh – mugolò tra se se Ninì… mamma e babbo non vorrebbero certo, ma con tutti questi giochi che cosa rischio in fondo?… appena mi stufo torno a casa e nessuno se ne accorgerà….

  • ok…andiamo!

…..ma Niní cominciava a non divertirsi più tanto, lo stupore diminuiva via via che i giochi e le trovate della sua strana guida si ripetevano e si dilatavano nel tempo.

Anche i colori si spengevano piano piano, Niní si accorgeva ora di angoli bui e corridoi di cui non vedeva la fine, e la luce, dove era finita?

L’ombra sembrava aver preso il sopravvento.

Basta, questo mondo nuovo e che sembrava così avventuroso non gli piaceva proprio più e come fanno tutti i bambini quando cominciano ad annoiarsi o ad aver paura, sbottò con voce stridula e tono perentorio:

  • Ora io voglio tornare a casa mia, nel mio giardino e ai miei giochi, non ci voglio più stare qui con te!

In risposta udì solo una voce venire da chissà dove che in tono calmo spiegò:

  • No caro Niní, nella Città di Sopra non puoi più tornare; mi hai seguito e ora sei un abitante della Città di Sotto, per sempre. Questo è definitivo!

Lo spavento fu tanto, povero Niní, che non trovò neanche la forza di piangere. Rimase lì, al semi buio, sentendosi abbandonato come quando al parco perse di vista la mamma per diverse ore. Si sedette a terra e cominciò a piagnucolare piano, quasi un lamento, poi aumentò il tono nella speranza che qualcuno di sopra lo sentisse. Ma lo Stregone, così ormai lo chiamava, aveva parlato chiaro: “per sempre”.

Fu allora che gli passarono per la testa tutte le storie di Capitani Coraggiosi e Cavalieri Temerari che aveva letto, tutti che trovavano nelle loro forze la capacità di farcela.

Ninì aveva ancora davanti agli occhi il volto di quella specie di stregone che lo teneva prigioniero nella città senza colore.

-Eppure- si diceva -Mi sembrava così buono, mi sono divertito con lui, mi ha insegnato tante cose, mai sono stato così bene…poi in un batter d’occhi è entrato nella bolla gigantesca ed è sparito nel nulla! E ora come farò a ritornare a casa? Mi manca la mamma,  papà e anche quella streghetta di mia sorella e qui è tutto buio! Ho paura, tanta paura! Gli alberi qui sono neri, nero è il prato, nere le case e non c’è anima viva, nessuno che mi possa aiutare!

È una città nera, nera proprio come la mia anima! –

Il terrore s’impadronì di tutto il suo corpo e come un fiore appassito, privo di vita si accasciò per terra, sentiva un gran vuoto e un freddo gelido imprigionò le gambe, aveva perso la percezione del tempo, i pensieri erano confusi e chiuse gli occhi.

Quando si svegliò gli apparve il bel volto di Nico, il suo migliore amico, cieco fin dalla nascita, mentre lo guardava con il suo sorriso rassicurante gli disse – Cerca dentro di te –

Aveva ragione Nico, doveva trovare la forza e il coraggio di uscire da quella prigione e incominciò a scavare dentro, se voleva salvarsi doveva cercare dentro di sé il mago che l’avrebbe aiutato a ritrovare la strada.

Proprio come il suo amico chiuse gli occhi e si avviò nell’oscurità della città senza colore, c’era tanto buio e la paura non diminuiva poi aguzzò il fiuto e proprio come fanno i cani si lasciò guidare dal profumo che sentiva in lontananza – Ma è il pane di Beppe! – esclamò saltellando dalla gioia.

La fragranza del pane appena sfornato penetrava nei vicoli della città nera e via via la pena che lo aveva accompagnato fino a poco prima sfumava per dare posto alla speranza, gli occhi non ce la facevano più a stare serrati e quando li aprì una luce fioca si fece spazio tra tanto buio e illuminò il suo cuore.

Ora sapeva, era sicuro di riabbracciare la mamma, il papà e quella dispettosa di sua sorella.

Le lacrime bagnarono anche il  cuore e si sentì leggero come l’aria fresca che penetrava nella città di sotto.

Grazie Nico.

Una storia scritta da tre persone separatamente osservando sei carte-suggestione: Carla, Anna, Lucia

L’amore perduto – di Carla Faggi, Anna Meli, Lucia Bettoni

Wuaaaa! Lo sbadiglio riempie la stanza, è così forte che la luce del sole ormai alto che entra dalla finestra quasi si ritira impaurita.

Wuaaaa! Il ragazzo sbadiglia di nuovo, seduto sul letto si stropiccia i capelli scoprendosi la fronte, poi va in bagno, due dita umide sono più che sufficienti per permettere agli occhi di aprirsi alla giornata.

Si veste stancamente e si sposta sul divano.

-Che palle!- pensa- Uffa! Tutti i giorni uguali, uno come me avrebbe bisogno di più, avventure, misteri, scoperte, invenzioni. Con le mie grandi capacità potrei fare di tutto: andare sulla luna a ricercare quel senno perduto, mi sembra da un certo Orlando. Potrei scoprire il segreto del mostro di Loch Ness; oppure fare il giro del mondo in…diciamo tre giorni e mezzo, in ottanta l’ho trovata un’esagerazione! Potrei andare su un’isola deserta e trovare l’amore della mia vita!…accidenti quest’ultimo però è difficile!

Allora farò questo!

Ho deciso, partirò per un’isola deserta a “la recherche de l’amour perdu”.

Apre la porta e va.

Lo spazio che gli è davanti è infinito, ma lui è determinato e così rincorre l’immaginazione, cerca e trova il perduto senno, scopre i luoghi e i misteri  non solo di questo mondo ma di tanti e tanti altri mondi, ma l’amore, quello speciale, non lo trova ancora.

Ormai esausto dal lungo girovagare, trovata finalmente l’unica isola deserta disponibile, si stende in un luogo riparato per un breve riposo; gli occhi gli si chiudono involontariamente. Nel dormiveglia sognante rivede la sua macchina da scrivere con la quale dava vita ai romanzi d’amore che piacevano tanto alla sua ex ragazza. Poi tutto si materializza: un desiderio irrefrenabile di lei lo assale, l’amore rinasce più forte di prima e scrive sulla macchina immaginata cose che non è mai riuscito a dirle, rimaste lì imprigionate nel suo cuore. Soffre per non averle saputo manifestare la sua passione e la desidera con tutto se stesso rimpiangendo di non essere riuscito a riallacciare quel rapporto che avrebbe potuto essere la completa felicità per entrambi.

Potrà esserci ancora un’altra possibilità?…Si sveglia riapre gli occhi e……capisce…perché in ogni uomo risiede una divinità ancestrale forte e sensibile, una forza invisibile che può qualsiasi cosa. Ogni parola, ogni piccola sillaba della lettera del ragazzo si libera nello spazio, scivola tra le nuvole e veloce come una saetta giunge nelle mani di un demone alieno.

Lui era lì con le braccia aperte in attesa di messaggi dal mondo, in attesa di energie positive, di desideri, di sogni, di aspettative, d’amore.

Il demone afferra la lettera con un respiro dell’anima e sente tutto l’amore in essa contenuto.

E’ per una ragazza la lettera, ma non una ragazza qualsiasi.

Le lettere d’amore scritte con l’anima sono per le ragazze verdi, quelle rare, quelle che si vedono solo con il cuore.

Sono le ragazze verdi come alieni quelle che si fanno riconoscere solo da chi sa guardare oltre.

La ragazza verde riceve la lettera: è un invito, è una forza fluida che la porta dritta dritta su quell’isola deserta dove lui, il suo grande amore, quello mai dimenticato, l’aspetta.

Quell’isola assomiglia alla luna: uno spazio vuoto e infinito dove il ragazzo e la donna verde vivranno insieme ai loro sogni e a quelli di tutta l’umanità sensibile.

Al buio incontriamo la persona vicina: Luca racconta Rossella

Rossella – di Luca Miraglia

Un nucleo potente e appassionato a forma di bimba che sgomita, scalcia, piange di gioia e ride di rabbia… che sa colorare il proprio mondo di amorose memorie e dei segni di tante battaglie.

Il senso del tutto nel gioco sottile e ironico, ma intenso e a volte doloroso, con cui incontra la vita.

Al buio raccontiamo la persona che ci sta accanto: Carmela racconta Lucia

Creare per volare – di Carmela De Pilla

Creare per volare

 Ammirare per giocare con le emozioni e coi colori

Creare gli uccelli a modo mio senza legami

Volare nei cieli immensi per planare lo sguardo sulla magnificenza della natura

Ammirare la bellezza di un piccolo fiore o di un panorama sconfinato dove la mente può viaggiare indisturbata

Sentire il battito di una farfalla e meravigliarsi dell’armonia che spande nell’aria

Guardo la bellezza con stupore e la trattengo nell’anima come sorgente di vita

Come l’ultimo respiro

Quello più prezioso.

Al buio raccontiamo chi è seduto vicino: Anna e Tina viste da Patrizia, mentre Sandra racconta Nadia

Patrizia racconta Tina e Anna – di Patrizia Fusi

Photo by Alexas Fotos on Pexels.com

Nel gioco che abbiamo fatto non sono stata capace di percepire nulla sulle mie compagne.

Vedo Tina nella sua famiglia circondata da figli e nipoti, pronta sempre a mettere alla prova la bravura cha ha per coltivare l’orto, per il suo pollaio, la fantasia in cucina con erbe del territorio, il modo bello nel dipingere: percepisco una persona che mette passione in tutto quello che fa.

Vedo Anna una persona molto disponibile verso i suoi familiari e con amici, aperta alle amicizie, una persona buona, attenta a tutto quello che la circonda, ai rapporti umani , ha capacità con le piante, ha delle bellissime orchidee, ha capacita con gli animali, le tartarughe e un gatto dal carattere deciso, alcune volte fra tanta serenità e bontà un velo di malinconia, che scioglie nelle comminate nella campagna.

Di Nadia sento questo – di Sandra Conticini

Il carattere scherzoso è solo una maschera per sdrammatizzare i problemi.

Empatica, ultimamente un po’ confusionaria, Nadia è una persona impegnata nella vita politica, piena di interessi, amorevole con i nipoti, ma non assillante.  Riesce a stare da sola, ma ha bisogno di compagnia e amicizia, con una gran voglia di viaggiare e conoscere cose nuove.

Al buio si racconta chi è accanto: Lucia racconta Carmela

Carmela – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni, mani di Carmela De Pilla

Dal mare si erge una collina
Nella terra della collina
sono stati scavati tanti scalini
Uno scalino dietro l’altro
Uno scalino sull’altro
Una scalinata su un’alta collina

Un filo alla destra
Un filo sottile di perle
dove aggrapparsi per salire
Un passo dopo l’altro
La mano destra sul filo di perle

Avanzi lentamente
Ti innalzi con fatica
con il petto aperto e
le spalle dritte
Un passo dopo l’altro
La mano destra sul filo di perle

Ogni tanto ti fermi
Quello che hai lasciato in basso
ti chiama
A volte la voce è straziante
e il cammino si strozza si blocca
Il respiro è affannoso

Poi passa un fagiano e canta
Il tuo sguardo si alza per seguirne il volo
Segui il fagiano
Segui il suo volo

Un profumo di terra impregna l’aria
Puoi sentire l’odore delle penne
del fagiano bagnate dalla pioggia
Profumo di vita!

Il cammino continua
Si intravede la cima
Ma cosa ti aspetta sulla vetta?

Sei curiosa
Inarrestabile
Modelli gli scalini perché
i tuoi passi siano più comodi
e scorrevoli

Non hai paura

Hai le mani piene
Hai le mani ricche
Hai le mani tutte tue


Al buio raccontiamo chi è vicino: Carla racconta Gabriella

Gabriella – di Carla Faggi

Photo by RDNE Stock project on Pexels.com

Un filo di lana, molto lungo fatto di vari colori. Si arrotola su se stesso e diventa gomitolo. Mentre si arrotola incontra dei nodi, degli strappi, a volte cade e si srotola ma poi piano piano ricomincia a riaggomitolarsi.

Quando l’ho conosciuta qualche anno fa era un gomitolo parecchio rattoppato, a momenti sfilacciato ma si percepiva la forte volontà di auto-guarirsi e di accettare una mano anche da noi matite. A volte riuscivamo a tendere il filo perché lei lo riavvolgesse bene, a volte magari rischiavamo di strapparlo. Ora dopo arrotolate e srotolate percepisco un gomitolo ben fatto che si tiene bene e che trasmette calore a chi lo tiene per mano

Al buio parlare del proprio vicino: Rossella racconta Luca

Luca – di Rossella Gallori

disegno di Rossella Gallori

Luce Spenta, Silenzio, avverto calore al braccio Sinistro…

Luca si rivela per una immensa  ESSE maiuscola, una solida base bronzea la sorregge:

Se solo sapesse, se solo scrivesse brevi poesie, se si spargesse per cielo, per mare, per acqua di fiume, per cibo, per sale, per zucchero….(poco)!

ESSE solo ESSE, come salute, come sogni, come sto con te.

ESSE come sensazioni, come salgo… scendo…come scappo, come silenzio scandito da suoni, come scarpe senza stringhe.

Poi basta uno  ssssssguardo con più ESSE e  ci sei tu! .

Quindi dicevo: scottava,  stasera il mio braccio sinistro…

(La mia mano destra disegna una ESSE gigante)

Un giallo fiume quasi giapponese di Simone

Giallo fiume – di Simone Bellini

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Appoggiato alla spalletta del ponte guardavo scorrere l’acqua del fiume colore oro arancio che l’approssimarsi del tramonto gli donava. Era spiovuto da poco, nel cielo si era diffusa quella particolare luce gialla che nettava tutti i contorni evidenziando l’architettura e le sue ombre . L’arcobaleno delimitava quel chiarore separandolo dal grigio plumbeo delle nubi che si stavano allontanando. L’aria fresca, ancora umida , entrava nelle narici infondendo un senso di pace. Ero rapito da quell’atmosfera, ipnotizzato dai bagliori gialli riflessi sulle increspature dell’acqua che scorreva sotto di me facendomi sporgere nel seguirli. Un senso di tranquillità aveva spazzato via tutti i miei problemi. Ero in pace con me stesso.
-Ma cosa fa? Si fermi! Non lo faccia!- un energumeno mi si fiondò addosso bloccandomi in un abbraccio- ci ripensi, la vita è bella! A tutto c’è un rimedio!!!-
-Ma cosa fa, mi lasci- dissi dimenandomi per liberarmi da quella presa- mi lasci ho detto!- Lo strattonai con tutte le mie forze……. Troppe direi!!!…..mentre la spalletta si allontanava repentinamente dalla mia vista. Annaspando nel vuoto ebbi solo il tempo di dire:
-MAVAFANCULOOOOOoooooooo !!!!
SPLASH 💦

Color terra un po’ Giappone di Tina

Il colore della terra – di Tina Conti

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Si fa presto a dire è una macchia di terra.

Si deve indagare bene da dove provenga, come sia distribuita , che tonalità abbia.

La colorazione che osserviamo ci parla del mondo, della sua  natura e formazione.

La nostra terra ci racconta tutto del  tempo passato.

Della geografia e della storia , della nostra esistenza.

Qualcuno ha dato già alle  colorazioni caratteristiche  indicative: come  per  la terra di Siena  che   nella tabella delle colori  ha una posizione  ben determinata.

Noi possiamo vagare con gli occhi e scoprire tutte le variazioni che i nostri sensi  ci regalano.

Si può dire allora che il colore della terra non esiste, muta sempre, è diverso a seconda di dove lo guardiamo e in che momento di luce e condizione atmosferica.

Lo osserviamo.

Ritornando alla famosa macchia che si è stampata sui pantaloni bianchi mentre lavoravo in giardino.

Si può affermare che l’acqua abbia fatto un buon lavoro nel rimuoverla ma, guardando bene la si vede ancora apparire.

Come una leggera ombra ben delineata.

Era una macchia di terra oppure altro si dirà.

La magia del colore è infinita, quando denso  lo mettiamo su una superficie, lo vediamo rilucere al sole, aggiungendo acqua, si espande, corre, si schiarisce si mescola.

Cambia col calore e la luce.

La carta, la stoffa, la pietra, l’intonaco, assorbono il colore dando risultati diversi fango secco, terra nera concimata, polvere terrosa, terrina di fosso, terra argillosa, quasi sabbia.

E’ talmente forte l’attrazione dell’uomo per la terra  che

L’ha usata in tutti i modi,anche cospargendosi il corpo.

Mimetizzandosi, curandosi  per sentirsi parte di essa.

Un quasi giapponese color fuliggine in movimento di Gabriella

Color fuliggine in movimento – di Gabriella Crisafulli

Photo by Jordan Corrales on Pexels.com

Dai tornanti che si succedevano dietro la salita si intravedeva il bianco della cima stagliarsi sull’azzurro di un cielo terso.

La spianata a cui conduceva la strada era un paesaggio lunare.

Ad un’estremità uno sperone di roccia si affacciava sul turchese della costa.

In qua e in là il terreno fumava attraverso i crateri che spaccavano il suolo.

I piedi calpestavano sassi, brecciolino, sabbia che rotolavano lungo il pendio ad ogni passo, ad ogni folata di vento.

Il color fuliggine era in continuo movimento. Scivolando risplendeva nelle sue sfaccettature ferrose e rifletteva la luce.

Accendeva migliaia di cristalli, tanti piccoli fari per viaggiare nel tempo che rimane e nello spazio tutto per noi.

Un quasi giapponese color sacco di juta di Daniele

Colori naturali di un sacco di juta – di Daniele Violi

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Sono lontani, ma ancora vicini nei ricordi e cosi presenti davanti ai miei occhi, i sacchi di juta con i bordi arrotolati, allineati sotto tettoie di capanne di canna o di lande di lamiera, che contenenti polvere, spezie profumate ricavate da foglie radici e fusti di piante aromatiche, si sfoggiavano alla mia vista, nei mercati di Dacca e Katmandu. La Curcuma color arancione, il Curry color giallo, la Cannella, la Paprika, lo Zafferano, il Ginger, con colori diversi in questi sacchi colmi, davano a me un’idea di quanto il piacere per il contatto di fibre, colori e la materia che le piante ci forniscono e la loro generosità, mi attraeva e attrae da tempo immemore gli occhi e tutte le sensazioni di piacere che regala il contatto con il colore, con i colori, che la Natura ci offre in molteplici momenti, aspetti e dalle attività che fin dall’antichità Donne e Uomini hanno vissuto e con cui hanno misurato la propria esistenza e la sopravvivenza condividendola con le Piante, compagne di viaggio. I tanti colori che ci circondano e ci influenzano, nei mercati dell’oriente ci ricordano che la cultura dell’uomo é cresciuta con i colori della natura. A me i colori dei sacchi di spezie hanno aperto sensazioni di gioia. Il profumo che esaltava ogni spezia colorata e la storia di quel sacco colmo che mani capaci e amorevoli ne avevano reso possibile l’esistenza, per donare il piacere della conoscenza che veniva tramandata e conservata. I colori naturali, le tonalita’ che impariamo fin da piccoli; la frutt,a le piante dell’orto, i campi coltivati, il colore dei boschi, le macchie che con toni diversi ci indicano specie diverse; sono abituato a ragionare con i colori. Colori maturi, colori appariscenti, colori forti che mi appagano e mi fanno emozionare e intenerire. Il colore della sabbia naturale, con il colore che si addice e che amiamo fin da piccoli. Un colore che poi complice, si aggiunge ad un colore che abbiamo creato nel tempo, come alcuni e uno in particolare, già manomettere la sua polvere nel suo sacco mi inquieta; il suo uso e la sua importanza ci sono familiari e complice anche la sabbia. Un colore che non amo e mi disgusta. Il color grigio del cemento, che trovo innaturale e che solo la Natura sa nascondere. 

Dal quasi Giappone il color rosso falò di Rossellina

Color rosso falò di fine anno – di Rossella Bonechi

foto di Rossella Bonechi

Forse i colori sono quelli più difficili da definire: come poter ingabbiare in una parola sola il colore del mare o tutte le sfumature di un prato selvatico in fiore? La Luce stessa si è fatta trasparente per l’incapacità di mostrarci tutte insieme le emozioni dei colori.

A me è il colore rosso-fuoco che recentemente mi ha colpito.

31 dicembre, una piccola piazzetta davanti ad una piccola chiesa di un piccolo paese ai piedi del monte che si butta in mare, gente riunita intorno ad un falò, quello sì grande, sapientemente costruito a pira per durare il più possibile; l’accensione accompagnata da un applauso collettivo e poi….tutti a guardare l’ipnotico fuoco rosso che saliva sempre più su.

 Ma per qualcuno era di arancio-speranza che il Nuovo Anno fosse migliore, per altri era di blu-favilla per dare un calcio a quel che era stato ed era finito, per qualche persona era di giallo-calore nella convinzione di aver scacciato lo stare da soli.

Quanti colori in quel fuoco dal pagano sapore purificatore, quante scintille prodotte dal rosso-bruciare incaricate di portare in alto nel buio fino a sparire chissà dove pensieri, desideri, preghiere, buoni propositi.

Forse il rosso-fuoco non è nemmeno un colore ma una catarsi potente che tra la fine di un Anno e la nascita di un altro ci ha fatto sentire un po’ tutti delle piccole Fenici.

Quasi dal Giappone il verde bambino di Carmela

Colore verde bambino – di Carmela De Pilla

Photo by Abdul7amid Al Fadhly on Pexels.com

Batteva forte.

Picchiava sull’asfalto, sugli alberi, sui muri e portava via con vigore ogni cosa, lo faceva con rabbia o col desiderio di purificare, di togliere le incrostazioni del tempo che avevano nascosto l’antica bellezza?

Quella pioggia aveva bagnato tutto, anche la sua anima che ora si sentiva libera, aveva lavato ogni angolo del giardino e quando il vento portò via l’ultima goccia il sole si affacciò prima timido poi prepotente e tutto sembrò più bello.

La donna camminava silenziosa per non disturbare e guardava con devozione ogni filo d’erba, controllava che tutto fosse in ordine proprio come fa la mamma col suo piccolo.

Camminava senza una traiettoria precisa, andava in qua e in là chiamata da una foglia o da quel fiore sbocciato prima del tempo poi si fermò stupita e con gli occhi di un fanciullo seguì disordinatamente quei ciuffi d’erba appena nati.

Chiazze di un “ verde bambino” schizzavano birichine qua e là nel prato invecchiato dal freddo, quei fili così fragili e delicati nascondevano una forza quasi sfacciata, avevano voglia di esplorare il mondo, di affacciarsi a quella terrazza dove l’azzurro del  cielo si appoggiava sul seno delle dolci colline.

Quei fili d’erba delicati e ancora innocenti erano felici di avviarsi verso l’avventura del vivere.

Quasi giapponese il colore dei sogni di Sandra

Color verde sogno – di Sandra Conticini

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Cirilla era quella bambina che in paese  chiamavano ”la sognatrice matta”. Tutte le mattine si alzava e passava la giornata per strada a raccontare i suoi sogni, che poi erano sempre gli stessi.

Purtroppo non era stata troppo fortunata perchè  parlava  male, così  non riusciva ad avere amicizie,  la beffeggiavano e si rivolgevano a lei come fosse una strega, ma per fortuna non capiva.

 La giornata iniziava sempre dicendo la stessa frase:- Stanotte il mio sogno era bellissimo!!!.

C’era un giorno che raccontava di aver sognato un tacchino verde smeraldo che le correva dietro, oppure del principe verde pagliuzza di grano, spesso parlava di aver mangiato una schiacciata verde carota con mortadella verde rubino.

Chi cercava  di convincerla che i suoi sogni non potevano essere così colorati perchè sono in bianco e nero lei con molta tranquillità rispondeva: – Io sono sicura che i miei sogni sono tutti colorati di verde perchè è il colore della natura che mi  rilassa mi aiuta a vivere. I vostri sogni neri venati di bianco sono il colore della tristezza e non  riuscirei a tirare avanti in pace, allegria e con tanta speranza.