Una frase anche per Cecilia

Il buio – di Cecilia Trinci

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Quel “vorrei sapere qualche episodio bello che vi viene in mente di questa lunga vita” mi ha fatto e mi sta facendo pensare. Confesso che non saprei isolare, di questo lungo scorrere degli anni, un frammento in particolare. Sarebbe come fermare il film in punto preciso, escludendo tutta la storia che c’è, staccare un isolato fotogramma per farne un protagonista unico…impossibile. Quasi come scegliere di una figlia, il suo momento più bello.

Ogni sorriso si compone di molti muscoli che lavorano insieme, denti, bocca, faccia contribuiscono ad un unico singolo solo sorriso. Ma se proprio dovessi tirar fuori un momento, per giunta bello in assoluto, se voi tutti ripeteste più e più volte la richiesta, vi direi allora di quel cielo stellato visto in piena notte, a largo di tutte le coste, in barca a vela, durante un turno di guardia, accanto ad uno sconosciuto con cui per un secondo ci raccontammo la vita, entrambi immersi nell’unico, immenso, totale buio che ho conosciuto, trapuntato dai disegni di  costellazioni e di stelle così grandi e intense da sentirle direttamente dentro gli occhi. Un buio nero assoluto e stelle luminose assolute, in un posto fuori dal mondo, di certo lontano dalla terra, nel silenzio assoluto di un nulla senza nulla. Il nero pastoso, sembrava ingoiarci, nell’abbraccio di un buco nero senza ritorno, incanto di un non luogo, senza Nessuno, un per sempre senza fine, senza dolore né gioia.  Ricordo che dissi: “non avevo mai visto il buio, fino ad oggi”.

E mentre lui, il nero,  mi succhiava, una piccola luce all’improvviso  apparve da un angolo, accompagnato dalla sirena  di un traghetto buio che apparve, vicinissimo, dal niente e sembrò ingoiarci, così, senza motivo.  Una massa scura passò veloce,  seguendo una sua strada invisibile, sfiorandoci in un terrore inatteso,  lasciandoci nella corrente di un vento cattivo che ci fece tremare.

Fu un attimo, che poteva essere fatale. Poi le stelle ripresero a guardarci grandi, facendomi perdere di nuovo il senso delle distanze, dell’orientamento, del perché e del come, del dove e del quando.

Nell’assoluto nulla.

Una frase per ognuno: “Rimbalzare tra portone e finestra” per Luca

Rimbalzare tra portone e finestra (da Rossella) – di Luca Miraglia

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foto di Lucia Bettoni

Pam, pam, pim, pam…

Sto passeggiando e mi arriva in lontananza un percuotere ossessivo di martelli e metalli, ma nel labirinto di questa Medina è difficile comprendere la direzione da cui proviene…

Zampetti di animali non meglio precisati lungo questo budello…

no, di qua no…

Pam, pam, pim, pam, papam…

Tessuti dai colori sgargianti e vestiti dalle fogge più improbabili lungo questo vicolo…

Ecco forse di là…

Cesti e cestini intrecciati con sapienza e maestria in questo slargo…

Pam, pam, pim, pam…

Si fa più vicino il percuotere ritmato che mi attrae, rimbalzando nell’intestino di questo folle mercato…

Inciampo nell’oscura bottega di un sarto che cuce un unico abito con accanto il venditore di pettini probabilmente riciclati…

Pam, pam, pim, pam, papam…

Vicino vicino…

Devo attraversare la bolgia della conceria a cielo aperto, tanto aberrante quanto affascinante…

Pam, pam, pim, pam…

Improvvisa ecco la piazza concerto dei fabbricatori di pentole, meravigliosi forgiatori di forme perfette, e mi lascio cullare da quel ritmo sconnesso che si fa suo malgrado creazione…

Pam, pam, pim, papam…

Una frase per ognuno: “Vorrei sapere un episodio bello che vi viene in mente della vostra lunga vita” di e per Lucia

La finestra sul tetto – di Lucia Bettoni

Foto di Lucia Bettoni

Posso rimanere qui questa notte?
Non so dove andare
Non ho più una casa
Non ho più niente
Posso rimanere?

L’ultimo piano di una grande casa colonica
Io non avevo niente
Lui non aveva niente
Non avevamo niente
neppure il letto

Abbiamo dormito su un letto gonfiabile
per almeno un mese
forse di più

Nessun mobile
solo quelli lasciati da chi
abitava lì prima di noi

In pochi giorni cominciò ad arrivare tutto:
chi ci regalava un vecchio cassettone
chi una vecchia libreria
chi un tavolo grande con il vetro sopra
perfetto per dipingere

La casa vuota si riempì delle cose di tutti
La casa più bella che abbia mai avuto
Era una casa libera
di una bellezza disarmante

Si poteva fare tutto
Tutto poteva nascere, crescere e
crescere ancora

Gli spazi perfetti
Le luci perfette
Il sapore delle cose autentiche
Lì la creatività aveva veramente la
sua casa
Nella semplicità più assoluta fiorivano
le cose senza fatica

Tutto era fluido
Tutto scorreva come un ruscello

Pochi vestiti
Poco di tutto
Poco poco
Quel poco era in ordine perfetto
un ordine che sapeva di libertà assoluta

Ma ecco un ricordo bello che bussa forte:
Il mio corpo di giovane donna
una finestra e un tetto

Ho sempre amato i tetti di coppi
delle case coloniche
Da bambina ci passavo le ore
appollaiata sopra insieme ai passerotti
e adesso quel tetto era lì
a portata di mano
anzi a portata di gambe
bastava saltare dalla finestra
e sdraiarsi sopra i coppi

Ricordo il mio corpo
e il calore del sole
sul quel tetto
come se fossi lì adesso

Quel niente
Quel tetto
Quel corpo caldo di sole
Quell’amore con gli occhi di luna

Da quella sera non sono più
andata via

Una frase per ognuno: “Rammenta e rammenda” la scelta di Carmela

Una vita da niente – di Carmela De Pilla

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Così sembrava.

Una lunga vita fatta di niente, desideri fatti di niente, storie fatte di niente eppure una lunga vita, tanti desideri e tante storie.

Storie che apparivano e sparivano come in sogno, andavano e venivano, un po’ sfocate, ma ben impresse nella carne per riconoscersi e farsi riconoscere, come a voler dire “questa sono io”.

La lunga tela tessuta con amorevole pazienza si era strappata, lacerata più volte, in alcuni punti era scomparsa persino la trama, ma lei non si era data per persa, aveva tessuto un altro pezzo e lo aveva rammendato con amorosa ostinazione perché non si vedesse il buco.

Aveva passato una vita a rammendare calzini, camicie perfino le lenzuola aveva rammendato perché niente venisse buttato, tutto doveva riprendere vita, una vita diversa, ma ugualmente viva e ora che era verso il tramonto le piaceva rammentare a tutti che quella vita fatta di niente era stracolma di bellezza, ogni rammendo una storia, tante storie da raccontare perché niente venga perso.

Ogni vita strappata, lacerata e poi rammendata deve essere rammentata perché diventi un bene prezioso per tutti noi.

Isolamento e piazza di Nadia

La piazza della signora Pina – di Nadia Peruzzi

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Per la signora Pina i due anni di isolamento da covid erano stati terribili.
Non tanto per il fastidio di quelle mascherine soffocanti , ma perché il covid le aveva tolto il suo regno, il suo spazio vitale.
Aveva perso il gusto della piazza, dello stare in piazza , anche del solo attraversarla salutando Luciano , il vecchio calzolaio, o Gilberto quel bel signore con cui trovava sempre qualcosa di piacevole di cui parlare.
Si era chiusa in casa , fra due mura e una tv.
Aveva visto di tutto un po’. Il mondo a portata di mano 24 ore su 24 , ma una brutta sensazione di soffocamento e chiusura, come se si trattasse di una prigione se la divorò in quei due lunghissimi anni.
Cina , India, Giappone, Birmania , il Messico in quella piazza mediatica c’era di tutto.
Ma lei pensava , alla sua piazza, quella vera,  a quella bella panchina dove spesso si fermava a conversare.  A volte stava zitta zitta , perché le piaceva ascoltare gli altri. Anche il calcio che non guardava mai , attorno a quella panchina finiva per diventarle interessante. Non capiva nulla di fuorigioco, di assist e di corner ma quando le tifoserie prendevano il sopravvento sulla razionalità, e rischiavano di portare alla rissa , allora si che si ringalluzziva tutta.
La prima volta che uscì senza mascherina , la panchina, la facciata della chiesa e il monumento sembravano lì solo per lei. Ma si sentiva bloccata come se riconquistare gli spazi fosse una impresa ardua e faticosa quanto una scalata.  Eppure erano lì e li poteva toccare, finalmente.
Durò poco perché Luciano fece capolino dal suo negozio con in mano una scarpa mezzo cucita.
La salutò con calore. ” Quanto ci sei mancata , Pina. Che brutto periodo abbiamo attraversato”
“Eh si Luciano.  A noi vecchietti la vita è accorciata di due anni. Li abbiamo persi e perderli alla nostra età mica fa bene, se poi ci aggiungiamo la solitudine in quelle du’ stanzine , altro che depressione”!
“Uguale per me. Che bello rivedersi! Pensa che per ingannare il tempo e non abbandonarmi ai brutti pensieri ho fatto più scarpe in questi due anni che negli ultimi dieci. Ora sarà un problema venderle. Aiutami un po’ te, Pina. Tu ci sai fare. Mi fai un po’ di pubblicità e in un battibaleno son sicuro le vendo quasi tutte!”
“Eccoli, finalmente “ sentirono da dietro la voce di Gilberto che arrivava con la sua bici. Il terzetto pre covid si era ricomposto.
La vita li riprendeva per mano e li portava di nuovo a guardare avanti con cuore più leggero.
Attorno a loro si formò un gruppetto di amici vecchi e nuovi.  Di nuovo insieme.
Che bello!
L’aria sapeva di primavera.
I fiori nelle fioriere erano una tavolozza di colori.  La signora Pina rivide la sua piazza bella come un arcobaleno e pensò : “Meno male che c’è !”

Pazza filastrocca in piazza di Simone

L’OMINO IN PIAZZA – di Simone Bellini

Testa, testa pazza

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C’era un omino in piazza

Che la nascondeva con un cappello

Perché nel centro non c’era un capello

Così coperto si sentiva più bello

Nel salutare gli amici e le lor signore

S’inchinava toccando, senza alzare, il cappello.

Una dispettosa folata di vento monello

Passò sotto la tesa sollevando il cappello

Così in alto lo fece volare

che sul ramo più alto lo andò posare.

Rosso in viso dalla vergogna

Che la sua piazza segreta fosse messa alla gogna

Si arrabattava con un lungo ramo caduto

per farlo cadere da dove si era posato.

Prova, salta e riprova

Niente da fare, il ramo raccolto

fin lassù non arrivava.

Fra l’ilarità della gente,si offrirono due volontari

Che, uno su l’altro, con colpo secco

lo liberarono dalla presa di quei rami secolari.

Fra gli applausi di tutti i presenti

l’omino raccolse il cappello

e dopo i  ringraziamenti dovuti

con un largo inchino mostrò la piazza

senza più segreti taciuti.

Piazze lontane e vicine di Tina

LA PIAZZA – di Tina Conti

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In una piazza si legge il mondo del luogo, il suo cuore, il ricordo vivido di una esperienza di viaggio è spesso legato a cosa ho percepito  incontrando gente e  tradizioni  proprio in questo spazio: scelgo spesso un locale per consumare un caffè o un piatto tipico proprio in un ambiente che guarda la piazza.

Questo luogo si trasforma a seconda del tempo e delle ore.

La piazza della festa accoglie anche gente che viene da fuori territorio.

Arrivano bancarelle, merci  attraenti, prodotti della campagna.

In città piccole , dopo pochi giorni di frequentazione, si riconoscono i vari personaggi; passi frettolosi al mattino presto per raggiungere il lavoro e la scuola, saluti da lontano con fare assonnato, ragazzi che addentano un pezzo di focaccia prima della scuola, spinte, rincorse per raggiungere il gruppetto  preferito e fare qualche scherzo.

 Segue poi una calma ordinata, si formano crocchi di uomini di età diverse, che si spostano  a seconda dell’ora.  Queste postazioni sono ricorrenti, vicino al giornalaio per commentare i fatti del mondo, al bar per la seconda colazione, sulle panchine davanti alla chiesa, al circolo  per una partita a carte.

Sono arrivata al tramonto  a  Samarcanda, la sua grande piazza ci ha lasciato  senza parole, i colori delle decorazioni  degli edifici fatti con tutti i toni di blu e celeste, si intrecciavano  con  i raggi dorati  delle ultime  luci solari, le forme inconsuete, maestose per noi dell’architettura e il silenzio della  notte che  si avvicinava  lentamente facevano vibrare i nostri cuori.

Non riuscivamo a staccarci da quelle sensazioni anche se eravamo stanchi per il viaggio.

Al mattino, tutto si è trasformato, la presenza delle persone  e delle attività quotidiane, il calore, la luce ha rivelato un teatro incantato, abiti  colorati, voci, folate di vento caldo e suoni  del mercato all’aperto.

Le siepi di  basilico alte e profumate  ci inondavano  di profumo al semplice accostare di una mano.

Una sensazione di frescura ci sorprendeva al passaggio sotto gli alberi del  viale e del parco, ci sentivamo  avvolti dalle le consuetudini  dai ritmi e suoni. Del paesaggio la  piazza del mio paese offre le stesse opportunità io adoro  passarci  lentamente a piedi  o in bicicletta, osservare, sedermi con le amiche e anche da sola.

La sua struttura intelligente e armoniosa aiuta la vita delle persone.

Seduti  su una panchina oppure al bar, si condivide la vita, si incontrano persone, si fanno nuove conoscenze..

E ‘ per me  è un modo per regalarmi del tempo mio, rilassato, disponibile, appagante.

 Spesso,nel giro di trenta, quaranta minuti, ci si racconta la famiglia, la salute e i progetti, si stacca dagli impegni e dal quotidiano.

I tavoli al sole in inverno sono i più ambiti; in estate il mattino presto l’ombra della   piazza e la rugiada della notte  comunicano piacere e  fiducia.

E il tempo più gradito della giornata all’aperto.

A volte con la borsa della spesa vicino o un nipotino che ci  trasciniamo dietro  perché ha un orario posticipato a scuola, cerchiamo di non mancare all’appuntamento.

 Utile   per non perdere questo tempo prezioso e  per mantenere le  amicizie  che riempiono la vita.

Scacchi d’autunno di Gabriella

Gli scacchi, gioco d’autunno – di Gabriella Crisafulli

dedicato a Lucia Bettoni

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Oggi sul viale dei Colli guardavo le foglie che incominciano a ingiallire e sentivo sussurrare gli alberi che dicevano: “Bentornato autunno. Ti abbiamo aspettato tanto!”

Anche io attendo da molto tempo che arrivi un autunno da vivere con le persone intorno a me, tra le foglie che ci frusciano vicino.

È un bisogno di amicizia che risale alla notte dei tempi ma adesso si è accentuato.

Mi domando: quali sono le mosse per incominciare?

Alla mia età, poi?

Non so come si fa.

Mi sento intimidita.

Così il mio presente in mezzo agli altri è fatto di azioni prudenti, attente, agite in maniera camaleontica.

Mi difendo.

Oggi il mio pezzettino di vita è quello di una donna anziana che non si riconosce quando passa davanti allo specchio.

Sono molto cambiata nel tempo e non solo fisicamente.

Le mie pene sono state dure da sopportare, difficili da digerire.

Mi sono sentita tradita dagli affetti che erano il pernio della mia esistenza.

Non mi sono ripiegata su di essi.

Ma ho dovuto morire per rinascere.

Di questo processo ho fatto uno studio, una ricerca del perché e del come.

Questo è il bello della mia vita.

Mi sento fortunata.

A prescindere da tutti i dispiaceri, continuo ad amare l’amore e a sognare.

E gli ideali, bhe quelli, non li posso abbandonare.

Mi ero fatta un film sulla mia esistenza di oggi ma è completamente diverso da come me l’ero immaginato.

Le pedine sulla scacchiera sono quasi tutte cadute.

Sto procedendo ad un paziente restauro dei pezzi.

La regina è malconcia. Il suo ruolo non è riconosciuto e viene messa da parte perché faccia meno danni possibile. Eppure si è data molto da fare, anche troppo.

Ha fatto grandi sacrifici e continua a farli.

Ma adesso si è ritagliata un buen retiro; se ne sta nel suo castello solitario e, dopo aver patito tanto la perdita del re, usa l’isolamento forzato come una possibilità per prendersi cura di sé.

Le figlie, i nipoti, procedono sulla loro strada, spesso distanti.

Non li rincorre.

Loro sanno dove trovarla e all’occorrenza conoscono a chi rivolgersi.

Il cavallo si è azzoppato. Lavora un sacco poverino per recuperare uno stato fisico che garantisca un minimo di benessere. È un impegnativo percorso in salita che sta dando i suoi risultati ma c’è l’età che contrasta gli effetti positivi.

L’alfiere porta la sua bandiera senza fare troppa pubblicità.

Non ha voglia di nemici.

Ne ha incontrati svariati ed è uscito malconcio.

Procedo come un pedone che prova fare una strada insieme ad altri, passo dopo passo, scoperta dopo scoperta, tra una curiosità e un’altra, tra un approfondimento e un altro.

Il progetto è l’oggi, il qui ed ora.

Ma mi manca l’empatia, l’abbraccio, il contatto.

Da dove rifarmi?

Tante piazze per Daniele

La piazza – di Daniele Violi

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Da piccolo la piazza era lo spazio nostro, poco interessante per gli adulti. Giocare a pallone senza orari e regole, solo quelle che si ricordavano dalle telecronache di partite che ci incollavano alla scatola di legno con un vetro davanti, lasciato per vederci dentro, figure poi mitiche che in bianco e nero, incantavano le nostre curiosità. Ho frequentato poi tante piazze. Nella mia città, in tante altre città, piazze arredate di alberi, di siepi, di panchine, di edicole, di fontane. Piazze che alle 2 di pomeriggio brulicavano di giovani con le bandiere, alle 2 e 30 piazze colme, gremite di umanità. Piazze rumorose, parlanti e canzoni e cori che dialogavano e riempivano di gioia e speranza, ci e mi rafforzavano la vista del nostro orizzonte. Le piazze dove tutte e tutti entravano per riempirle della propria soggettività che voleva costruire la vita e la felicità. Ho voluto frequentare sempre le piazze. Ho voluto conoscere sempre i luoghi le città e i paesini dalle loro piazze.

Ho cercato nel mio peregrinare e con le mie scelte di raggiungere sempre luoghi dove ho potuto poi immaginare di realizzare spazi di dimensioni plateali, con le persone e con le visioni legate alle scelte che potevo condividere e propagare. Le piazze che sono state propellente delle e dei giovani che hanno ripreso le scelte di vita dei loro antenati, creando comunità per condividere una vita con l’ambiente e la natura ricordando e riprendendo tutte le conoscenze che la storia dell’uomo e della donna hanno realizzato.

Da anni vivo in un borgo e ho trovato finalmente la nuova piazza da vivere.

Commento di Cecilia sulle piazze

di Cecilia Trinci

Alla fine sono uscite le vostre “piazze”.

Cautela nel dire di voi, nel dire a un Qualcuno astratto, in piazza, appunto, di un pensiero impellente che vi affolla la mente. A questo pensavo quando ho lanciato la scintilla….ma….

A volte le cose prendono una strada imprevista eppure migliore.

Dunque bellissime le vostre piazze personali, che vi rivelano comunque.

Il primo appuntamento rimasto impresso, un desiderio segreto di sapere di più dei nostri giorni recenti, la casa di Mino, la chiazza pugliese….Ma anche lo sfogo di utopie perdute, di solitudini infrangibili, di sagome di persone perdute che si attardano a rimanere ancora un po’ nei ricordi di chi resta….e incontri che sembrano marginali e non lo sono, e corde che ci impediscono di affogare del tutto.

Grazie di questo ventaglio ancora una volta magico.

L’abbraccio della piazza di Rossellina

Piazza – di Rossella Bonechi

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Vorrei una Piazza che si presti a contenere tutti i bisogni più semplici; una Piazza verde circondata da alberi a fare ombra dal Solleone e riparo dalla pioggia, dove sia obbligatorio giocare a pallone e a campana, dove non ci sia copertura wi-fi e piena di sedute: panchine sì, ma anche muretti, alti e bassi, su cui sedersi a giocare a carte o a scacchi; una Piazza che inviti, che rammenti e rammendi, dove le chiacchiere si rincorrono e dove ci si preoccupi se la Signora col bastone non si vede da diversi giorni.

Vorrei in Piazza un gazebo di legno per fare la merenda o la maglia, i compiti o aggiustare col nonno una macchinina che non va più; una Piazza che sia sempre lì, dove si possa contare di trovare sempre qualcuno, anche disteso a dormire con un cartone addosso.

Magari ci può venire in mente, in quella Piazza, di chiedere il suo nome. 

Il cuore di Carla in piazza

Utopie – di Carla Faggi

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Si grazie signora, sto bene. Pure lei vedo.

Sto bene, dicevo, anche se a momenti sono triste. Lo divento a volte all’improvviso senza un motivo, come per un pensiero distratto. Come posso spiegare cos’è  la tristezza, quella improvvisa, quella che ti arriva dentro lo stomaco senza ragione oggettiva, quella che è solo malessere diffuso perché quel pensiero distratto che te l’ha procurata forse non l’hai neppure percepito, è arrivato, si è insinuato ed è svanito, ne è rimasta solo la sua impalpabile ombra.

Credo che si sia provata tutti quella tristezza lì, ogni volta che non hai certezze, a quando pensi a quanto tempo sprecato, all’avrei potuto fare, a quel che succederà.

Mi chiedo a cosa sia servito crederci, imparare, lottare, provare a cambiare.

 A cosa sia servito affrontare, spiegare e cercare.

Come posso spiegare la parola crederci, perché ognuno di noi un tempo, convinti di essere speciali, avevamo la convinzione di poter incidere, che la ragione avrebbe vinto. Che anche le guerre le avrebbero vinte coloro che avevano ragione. Per noi esistevano i buoni ed i cattivi e noi eravamo i buoni e la nostra generazione era quella che si meritava essere la meglio gioventù.

E la parola imparare. Chi è che non ha creduto che solo con la conoscenza si potesse arrivare la dove credevamo esserci l’orizzonte.

E che solo lottando , imparando e credendoci ci saremmo avvicinati a quella fiaccolina che pur non sapendo cosa fosse ci sembrava l’unica che valeva la pena raggiungere.

E pensare che quella fiaccolina non l’abbiamo raggiunta mai.

Abbiamo anche provato a cambiare, sembrava l’unico modo per salvarsi e con noi diversi, sentendosi ancora speciali, avremmo influenzato in meglio il nostro di mondo, questo però viaggiava per conto suo a dispetto di noi. E noi ci siamo adattati.

C’è chi dice che un battito d’ali di una farfalla può influenzare l’intero pianeta.

Io le ho battute tante volte ed insieme a me tanti altri le hanno battute.

Forse è perché le abbiamo battute male che il mondo è così?

Guerre, tante e ovunque.

Sopraffazione, ingiustizia.

Il pianeta che implode.

Si, mi scusi signora, non è divertente quello che dico, ma è stato quel pensiero distratto che mi ha resa triste.

Ma che dice? Aprono un nuovo locale qui in piazza? “La cage au folle”? Che bel nome, si può ballare?! E allora balleremo!

Perché se la piazza, quella piazza a cui affidiamo i nostri soliloqui con la scusa di un vicino di panchina che non conosci, se la piazza dicevo ti crea leggerezza, visto che ci siamo adattati, allora che leggerezza sia!

Però smetterò di battere le ali, perché citando Forrest Gump arriva il momento in cui uno si sente un po’ stanchino.

La “chiazza” pugliese di Carmela

Parole amiche – di Carmela De Pilla

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Da tempo il quartiere si era svuotato, i vecchi troppo vecchi non c’erano più e non c’erano nemmeno i giovani, partiti per lavoro o per studio.

In quelle strade troppo silenziose erano rimaste Rosetta, Grazia, Maria e Antonietta, erano lì da una vita e col tempo avevano imparato a conoscersi e a volersi bene, i ricordi impregnati di tradizioni e affetti avevano tessuto un solido legame, bastava sentire per la strada la voce di una di loro che come calamite si ritrovavano fuori.

Nei pomeriggi estivi dopo la calura soffocante della giornata quando il sole ormai stanco si allontanava, spinte da un tacito accordo s’incontravano in uno dei quattro cantoni, la “chiazza”, la padrona di casa era ben felice di offrire la sedia e iniziava così il resoconto della giornata, si passava di palo in frasca secondo le ultime notizie, le voci si accavallavano tra una risata e una chiacchiera e intanto il tempo passava e loro non si sentivano mai sole.

Quella sera Rosetta non aveva voglia di scherzare, si rivolse a Grazia sapendo che anche le altre ascoltavano:

– Grà, dobbiamo andare a fare un po’ di compagnia a Pina, poverina tutto il giorno da sola con la badante!-

-È vero, dobbiamo andare…da quando sta sulla sedia a rotelle non esce più di casa! In quelle condizioni… al secondo piano non è facile…

-Domani faccio le frittelle, se ci vogliamo andare gliele porto.

-E io le porto un po’ di noci.

-Allora veniamo anche noi…

Quanti momenti belli passati con Pina, i vestiti di carnevale, la festa del patrono, lo struscio sul corso, le giornate al mare…era la più timida, la più buona e ora la più sfortunata.

Non c’erano panchine, nè alberi in quel piccolo spazio, c’era solo una gran voglia di stare insieme e darsi una mano nel momento del bisogno, lì, in quella “chiazza” ogni sera s’incontravano tanti cuori e quella sera c’era anche quello di Pina.

La piazza di Anna e la “casa” di Mino

LA PIAZZA – di Anna Meli

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            Posso dire di aver visto nascere la piazza di fronte a casa mia, al di là della strada provinciale. Prima c’era un muro vecchio quasi antico segnato da ghiri-gori che sembravano eseguiti con  qualche attrezzo speciale forse un grande compasso: cerchi, girandole, archi. Mi è dispiaciuto quando l’ho visto atterrare da una grossa benna.

            Al di là i campi si sono velocemente trasformati in uno spiazzo aperto che lentamente e divenuto piazza: la piazza del mio paese con grandi alberi cresciuti nel tempo e panchine verdi, scivolo e altalena per bimbi. C’è un continuo via vai di persone sconosciute che al capolinea scendono o salgono sull’autobus: per lo più stranieri.

            Qualche coppia un po’ attempata arriva per una passeggiatina e si ferma magari a osservare il panorama seduta sulla panchina centrale, al sole. Una volta, all’uscita della scuola, la piazza si riempiva di bambini e mamme ed era bello essere lì, scambiare due parole e partecipare a quella gioia di vita.

            Una volta chiusa la scuola, la piazza è diventata silenziosa; ci sono solo quelle tre o quattro persone, sempre le solite, che conversano o discutono. Un po’ distante c’è Mino silenzioso, assorto nei suoi pensieri. Uscendo per godermi un po’ di sole l’ho incontrato e l’ho salutato.

“ Buon giorno Mino, come va?”

“ Buon giorno “ (laconica risposta)

Sapendo per esperienza che ai nonni piace molto parlare dei nipoti, ho continuato:

“I nipotini , tutti bene ?”

“ Sì, si sono con la loro mamma”

            La conversazione non ha avuto seguito perché lui, continuando pian piano a camminare si è spostato vicino ai tre seduti sulla panchina che gentilmente gli hanno fatto posto stringendosi fra loro.

            Stavano parlando e facendo delle critiche su qualcuno. Mi sono avvicinata anch’io e………..

“La colpa è del sindaco” diceva l’Argia perché promette sempre e non fa mai niente”

“Non è vero, fa del suo meglio, immaginati quanta gente deve accontentare!” ribatteva Pietro.

“Ma via, non si può vedere una piazza così, coperta di cacche!”

“Ma secondo te, sono del sindaco le cacche, c’è anche un cartello che dice niente cani ma ognuno fa quello che gli pare!”

“Vero, ma è lui che deve far pulire!”

“Noooo, sono le persone sporche e maleducate perché chi porta il cane, deve pulire e avere con sé il sacchettino; se no una bella multa non gliela leva nessuno!

            La conversazione ha continuato cambiando con argomenti vari mentre Mino, seduto accanto, ma distante, guardava altrove perso in pensieri solo suoi accontentandosi forse della sola presenza fisica degli altri.             Questa è la piazza che di solito vedo ma…dimenticavo: Mino c’è sempre e se piove prende l’ombrello l’ importante è non stare in casa.                  

Piazza di gente con Rossella

Piazza, la mia… – di Rossella Gallori

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Nasce una parola, chi la grida, chi la sussurra, chi la mastica o la sputa, chi benedice, chi bestemmia.

Rimbalza da madonna a muro, da muro a portone a finestra, da finestra a fogna…da bar a pisciatoio, da siepe ad albero.

Scappavo

Scappo

Scapperò fino a che le mie gambe avran  fiato.

 Prima sbattevo  la porta, vacillavano i soprammobili, ora è socchiusa, per far respirare le discussioni.

 Fuggo quasi veloce, verso un posto un po’ estraneo, senza negozi, con un verde da soffocare, un silenzio da strangolare.

Gente che non riconoscevo in me, che non volevo conoscere…tanto, mi raccontavo, sarebbe stato per poco e da poco…case basse, aperte sul marciapiede, stessi cognomi dal civico 5 al civico 17…parenti anche per me che quasi non ne ho.

Poi, poi, ora, lascio la porta aperta ed esco, il portachiavi oscilla nella toppa che sembra dirmi: torna.

Ma la voglia di fuggire è sempre la stessa.

Non corro, forse non cammino nemmeno, scanso buche, cercando, occhi, saluti, frasi mozze, canti mezzi, nipoti veri, vecchi sani dentro, animali con la coda bella, in un posto che c’è ed è solo mio.

Le panchine ci sono, solo tre, un tappeto di cicche per terra, frutto di notti che non  conosco, un kilim fra l’ avorio ed il giallo.

C’ è chi c’è da sempre.

“ il solito” che dice: allora?

Ed hai pochi secondi per decidere la risposta, scegli tra:

Allora icchè?

Ciao non ti avevo visto

Scusa è tardi

Tempo per un caffè?

E se “il solito” dice no, c’è un altro che dice si è se non prendi il caffè è uguale, ne senti il profumo, il sapore in bocca…

Passa un cane con la coda mozza

Ti cade l’ acqua addosso, sputata da un vaso di geranei

Stai per pestare un topolino morto, schiacciato da un’ Ape.

Tutto monotono e protettivo, stavamo dicendo?

Non ce la faccio più

ed una mano che non è la  tua, ti scosta i capelli dal viso.

Il respiro torna regolare, ed i miei pensieri restano nelle dita dell’ altro, che le passerà ad un altro ancora che li farà volare…

Ė PIAZZA

FA PIAZZA

LA MIA….

Per Stefania la piazza di chi non c’è più

La piazza – di Stefania Bonanni

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L’ultima volta che mi e’ capitato di pensare di essere in una piazza e’ stato poco tempo fa, quando mi sono accorta di essere circondata da persone conosciute. Volti familiari tutti intorno, dappertutto.

Erano tutti personaggi di un mondo scomparso, animatori di giorni ed ore di tempi passati, quando la piazza era il piazzale davanti alla chiesa del paesino di un tempo. Un paese che adesso risulta estraneo, popolato da estranei, straniero nei modi e nei discorsi, persino irriconoscente, verso la memoria che si sta perdendo, di personaggi strani e particolari. C’era chi parlava in rima, e lo chiamavano strano. Chi passava la vita in chiesa, ed era bigotta, o beghina. C’erano donne belle, alcune disinvolte, e non lo dico come le chiamavano. C’era chi mi chiamava Pasqualina, o più banalmente morina, e sono io che non ricordo i loro nomi. O forse erano conosciuti con i soprannomi. Nomignoli dovuti a caratteri fisici, o  a stranezze.

Forse avrebbe reso giustizia che sotto il nome ed il cognome ci fosse il soprannome, anche se curioso o poco rispettoso, perché comunque era familiare ed affettuoso, e ricordare il motivo per cui era stato inventato, era ricordare la vita di quella persona. Vedere tutti quei volti insieme, tutti intorno, però mi rincuora, me li riporta tutti nel cuore, e forse per la prima volta penso che un cimitero abbia un senso. Se si nasce, e si celebra la vita, si sa anche come va a finire. Ma se poi finirà tra “Chicchirichì” e “Il canterino”, sono sicura che ci sara’ da chiacchierare, in questa piazza. E oggi, proprio oggi, e’ arrivato un personaggio nuovo, ed era l’ultimo a parlarmi ancora del mio babbo, della mamma, dei miei nonni, di me piccina. Allora abitava nella casina accanto alla mia, e si condivideva lo scalino davanti alla porta. La sua era la famiglia dei renaioli di cui mi piace parlare. Non ci sono altri che ci fossero allora. Tocca a me,  ricordare

Un pezzettino di vita nella piazza di Lucia

Piazza – di Lucia Bettoni

foto e disegno di Lucia Bettoni

Difficile
Difficile
Questa piazza per me oggi
Chissà…
Comunque nella mia piazza vorrei incontrare delle donne e a ognuna di loro vorrei chiedere: parlami di un pezzettino di vita, non andate troppo indietro, non voglio la vostra infanzia e nemmeno la vostra adolescenza
Parlatemi di un pezzettino della vostra vita di donne
Perché è così difficile parlare di oggi, di ieri, di un passato non troppo lontano e perché invece è così facile parlare sempre dell’inizio della vita? Perché è anche così difficile parlare del futuro?

Si donne care, vorrei sedermi in cerchio insieme a voi e sentirmi proprio insieme a voi
Vorrei ascoltare dei vostri amori e dolori
Vorrei ascoltare di quello che avete costruito o di quello che avete dovuto distruggere

Guardiamoci negli occhi
Prendiamoci per mano
Sentiamo il calore della nostra pelle e del nostro sangue

Avete avuto un figlio?
Parlatemi di lui
Si, vorrei sentirvi parlare dei vostri figli
e se non avete un figlio parlatemi di amore e di progetti
Oppure
Quale episodio BELLO vi viene in mente di questa lunga vita vissuta?
Per favore però non andare troppo indietro: dieci, venti ,trenta anni fa o anche domani o anche FUTURO

Voglio pensare che tutte , proprio tutte abbiamo una stella dentro
Questo pensiero mi fa sentire MONDO
mi fa sentire mondo caldo
Soffiamo insieme e accendiamo
la SPERANZA

Piccolo scherzo di Cecilia

Un ricordorimpianto – di Cecilia Trinci

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Piazza mia bella piazza qui ci passò una leprina pazza

Le dita leggere passano sul palmo aperto della manina, che aspetta il resto della storia, ogni volta come fosse la prima.

Questo la vide

Il pollice si attorciglia leggermente su se stesso e prova un sottile piacere solleticante, tondo e grassottello, sempre attento e pronto.

Questo le corse dietro

L’indice snello un po’ più lungo del primo si sente importante, più grande, più furbo. Non perde un particolare, indica e giudica, cerca e accusa

Questo l’acchiappò

Tronfio, protetto, il dito medio sa di essere ganzo, di non perdere mai, infallibile e forte, protetto dagli altri in pari misura, si limita a stringere, a lavorare in sincrono..

Questo la cucinò

Eccolo lì l’anulare saggio, il dito degli anelli, fortunato e silenzioso, appartato nei suoi privilegi di dito ricco e adornato. Lui sapientemente  produce, realizza, condivide

E questo più piccino ….la mangiò

L’ingiustizia del fratello minore che strappa via le cose, le mangia, le possiede. Un piccolino solo apparentemente fragile, che vince su tutti, con lo sguardo tenero del furbetto.

La piazza di Patrizia che dice e non dice

Mettere in piazza – di Patrizia Fusi

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Vorrei avere il coraggio di parlare nei gruppi o piazze che io frequento degli arrivi sulle nostre coste dei migranti, vorrei poter capire per quale motivo tanta umanità scappa dai loro paesi, quali sono le cause.

Mi danno fastidio alcuni luoghi comuni e non mi va di accettarli, mi sento in difficoltà perché mi sembra che  la maggior parte delle persone vorrebbe chiuderli tutti fuori.

Mi sento in difficoltà perché forse anche io ho paura del diverso.

Perché non vedo soluzioni.

Perché anche io voglio poter mantenere alcune piccole sicurezza e non divederle con altri?

O perché fanno paura?

Incontro in piazza per Sandra

Incontro – di Sandra Conticini

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Mi siedo sulla panchina a leggere il libro nella piazza vicino a casa sempre ombrosa, tranquilla e fresca in questa estate torrida e afosa.

Ecco che la calma viene interrotta dall’arrivo di una famiglia di peruviani che iniziano a fare un picnic, arrostiscono wurstel, bevono vino e musica a tutto volume. Eh no…e meno male che non c’era nessuno penso, proprio oggi no!!! 

Vado dalla parte opposta e mi siedo su un’altra panchina, ma ecco che, dopo poco, arriva una signora un po’ anziana molto curata, capello bianco ben tenuto, orecchino vistoso che si siede accanto a me.

Penso: ma qui non c’è pace! Percepisco che vuole attaccare bottone.

Non faccio in tempo ad alzare la testa che mi dice:- Ma lei sta in questa zona?

Certo! Rispondo, qua dietro.

Anche io, vengo tutti i giorni a fare una giratina qui, c’è sempre molta pace, ma oggi con questa musica e con questa aria di carne arrostita mi verrebbe voglia di andare a casa, ma poi cosa faccio? Sono sola. Anche se sto da tempo in quel condominio non conosco quasi nessuno. Mi sembra di essere un fantasma perchè i giovani sono  di corsa e, nonostante l’età, li devo salutare io e spesso neppure mi rispondono, ma dov’è finita l’educazione?  Gli anziani, invece, stanno chiusi in casa e non aprono se suonano il campanello, per paura di essere derubati.  Mia figlia la vedo poco, ma meglio, tanto quando viene è tutta una discussione, mi fa sentire una rimbambita, ma lei non lo sa, faccio finta di esserlo, ma ancora non lo sono. I nipoti  li vedo  raramente, sono grandi e non hanno più bisogno di me, forse si sono dimenticati anche che esisto. La vecchiaia è brutta e da soli  ancora peggio.

No signora non deve dire così, lei è una persona fortunata perchè ha una casa, una famiglia che sicuramente, anche se li vede di rado, le vogliono tutti molto bene e quando avrà bisogno ci saranno tutti . Allora rimpiangerà i momenti di solitudine. Perchè anche la solitudine ha qualcosa di positivo, fa quello che vuole e quando vuole senza dover chiedere niente a nessuno… le sembra poco?

Sa che non ci avevo mai pensato? Ha proprio ragione, cercherò di non farmi prendere più dalla malinconia, la ringrazio per avermi ascoltato. Ora torno a casa più serena e  penserò a quello che mi ha detto.

Mi sono avviata verso casa più tranquilla e,  pazienza se del libro avevo letto solo dieci righe in tutto il pomeriggio!