Il canovaccio di Daniele

Il canovaccio dalla Calabria – di Daniele Violi

Frase ispiratrice: Quel canovaccio di canapa che da tanto tempo vedo abbandonato in terrazza

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….Quel canovaccio di canapa che da tanto tempo vedo abbandonato in terrazza, dicevo tra me e me, mentre stendevo la biancheria, mi fa ricordare che tempo fa avevo vissuto un momento di ritorno al passato che nello stesso momento si traduceva anche in un pensiero suggestivo. Il desiderio di poterlo maneggiare e avere successivamente la capacità e la maestria di rendere questo manufatto di creatività, di mani laboriose e gentili, vivo e ancora protagonista della quotidianità che ci circonda in casa e in cucina, per i momenti che possiamo dedicare a noi stessi, al nostro benessere.

Il canovaccio, che mia Madre mi ha poi raccontato aveva tessuto all’età di 14 anni, ha una tessitura corretta, senza smagliature e grossolanerie. Il colore crema scuro dà un senso di calore come il colore di una giacca sahariana, che ricorda le giornate calde in un paesaggio tipico della Calabria, dove tra rocce e pianori si aprono valli come canyon, intervallate da colli e terrazze frutto del lavoro di generazioni che hanno ricavato dalla terra tutto. Tutto il loro mondo di vita, che oltre al cibo, quel mondo di allora, chiedeva tessuti per coprirsi e recipienti e utensili e strumenti, che con l’arte tramandata da artigiano ad artigiano, con sapienza si realizzavano. Queste mani d’oro riuscivano ad soddisfare le esigenze e le necessità di vita di tante persone che vivevano nell’indigenza del secolo scorso e nei secoli precedenti. Un canovaccio di vita che parla ora, e che mi parlerà ancora.

Ho restaurato la trama e i pizzi laterali con passione, con la voglia di vederlo ancora giovane e forte a parlarmi della mia Mamma e della vita che lui ha visto con i suoi occhi scorrere in tanti anni.

Canovaccio ti promuovo in bella copia.

Simone continua la storia: Giù la testa 2

Parte Prima (già pubblicata): Allungai il collo per osservare la situazione, quando la mano dell’uomo accanto a me mi fece abbassare il capo : – Cosa fai, sei impazzito? Giù la testa presto prima che sia troppo tardi- Non capivo! Perché stavano tutti con la testa reclinata, sguardo a terra, ammassati l’uno accanto all’altro. Cosa stava succedendo? Perché mi trovavo in quella situazione? Sopra di noi una luce accecante che non permetteva di alzare lo sguardo. Un ronzio ritmico spostava folate di vento come le pale di un gigantesco ventilatore. Ogni tanto si sentiva un “toc” come di una pacca sul capo, seguito da un “ohi “ di chi era stato colpito.-Ma dove siamo – chiesi. -Mah … saperlo … nessuno lo sa, perciò zitto e guarda in terra !-  Se c’era una terra, perché in tutto quel riflesso bianco non si capiva. “CrocoTook”, una testa rotolò su di noi. -Visto? … Ha allungato troppo il collo …. Giù, sta’ giù…

ATTENTI AL COLLO (parte seconda) – di Simone Bellini

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Cristo, ma che cavolo di situazione è questa!

Non esiste che io resti ancora qui, devo trovare una via d’uscita.

Rifletti ….. se non puoi alzare il capo, puoi fare l’opposto ….. strisciare in terra !

Mi abbassai e strisciando cercai di farmi largo tra centinaia di gambe, quando mi sentii afferrare per i piedi. Mi voltai, era lui, il mio compagno di sventura :

– Che cazzo fai , lasciami andare ! –

– Stai scappando vero? Voglio venire con te ! –

– No, non se ne parla ! Devo essere solo per riuscirci –

– Dai , in due ci proteggeremo a vicenda, me lo devi, se non ti avessi avvertito la testa non l’avresti più ! –

– Va bene, ma stai attento mi raccomando.-

Strisciammo insieme verso non so dove, spostando le gambe di quella marea sottomessa che, sentendo minacciato il loro precario equilibrio, mugugnavano impauriti.

Man mano che avanzavamo i mugugni aumentavano sempre più fino a far scattare la sirena dell’allarme.

– Dai, presto, striscia più veloce.-

L’agitazione dei soprastanti rendeva difficile la fuga.

 Strisciando ci allontanammo più velocemente possibile da quel frastuono, senza accorgersi che il pavimento stava andando in discesa,.. una discesa ghiacciata. Scivolammo senza un appiglio a cui potersi aggrappare. L’inclinazione diventava sempre più ripida e noi acquistavamo sempre più velocità.

D’un tratto … il vuoto …. Precipitammo nel buio non so per quanto tempo,… sembrava non finire mai !!!

Era la fine, me lo sentivo, non saremmo sopravvissuti.

Questi pensieri affogarono nell’acqua gelida che ci accolse salvandoci.

Nuotammo sfiniti fino a che una melma rocciosa si palesò sotto i nostri piedi. Esausti svenimmo.

– Ehi svegliati, svegliati ! – Un paio di schiaffi mi aiutarono ad aprire gli occhi

– Siamo ancora vivi?- dissi bloccandogli la mano pronta per il prossimo schiaffo- dove siamo ?-

– Ne so quanto te ! Non si vede niente.-

 A queste parole, d’ improvviso apparve una fiammella su di una roccia

– Guarda!… com’è possibile che scaturisca del fuoco da una roccia –

Un’altra fiammella spuntò su un’altra roccia e poi altre ancora fino ad illuminare quella tetra grotta.

– Guarda quelle fiammelle in fila, sembrano indicare una via, un sentiero !-

( continua … forse ..)

La zia di Carla

Lo zabaione di zia – di Carla Faggi

Frase da approfondire: Mia zia che mi rincorreva con lo zabaione nel bicchiere dove ancora sbatteva il cucchiaino

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Andavo spesso da mia zia Nella a contadino, dalla zirinella dicevo, la mia preferita.

Mi coccolava non con le affettività ma con le cose ed essendoci.

Per merenda mi preparava i bocconcini di pane col prosciutto e li metteva tutti in fila ed io giocavo a sceglierli. Poi le corse al torrente Marina di Calenzano, i piedi nell’acqua, la mia paura di pescecani che potevano mordermi i piedi, mia zia che rideva.

Il raveggiolo che veniva posto a riposare sui giunchi, io che volevo imparare a farlo e che volevo mangiarlo tutto tanto era buono.

I campi, il pollaio, volevo fare amicizia con le galline ma finii per essere rincorsa da un tacchino. Da allora non ho più voluto amiche galline e neppure tacchini boriosi.

Però le galline facevano l’ovino fresco, mia zia lo sbatteva con lo zucchero ed una puntina di vinsanto e diceva che faceva bene e dovevo mangiarlo. Io delle cose che facevano bene e che avrei dovuto mangiare mi sono sempre fidata poco, quindi per principio facevo resistenza, ma poi dopo la perseveranza di mia zia cedevo soddisfatta.

Riposavo sotto un moro, un albero gigantesco, bellissimo. Sognavo di principi, principesse, castelli e magie.

Giornate speciali, ma poi arrivava la sera, mi mettevano a dormire in un grande letto, in una grande stanza dal soffitto molto alto, dove c’era tanto freddo e soprattutto non c’era la mia mamma.

Allora ogni volta, succedeva sempre, cominciavo a piangere, volevo tornare a casa, mio cugino che già allora era grande, mi faceva sedere sulla canna della sua bicicletta e mi riportava a casa.

Lui scocciatissimo, io essendone innamorata segretamente, quasi contenta.

Le mie merende, i miei sogni, il moro, i tacchini, lo zabaione e la zirinella. Ed anche il mio primo innamoramento.

Oggi al loro posto ci sono I Gigli….non i fiori, ma il Centro Commerciale….

Il coraggio di Lucia

Frase ispiratrice: Lì potevo saltare dalla finestra

Non poter più tornare indietro – di Lucia Bettoni

foto e disegno di Lucia Bettoni

Bisogna avere coraggio ed essere più forti della paura o semplicemente non poter più tornare indietro
Ci sono momenti in cui guardi la tua vita con i piedi ben saldi, anzi seduta a gambe incrociate sulle pietre al centro di una vecchia strada
Guardi avanti, sei sola e non hai paura
Sei così straordinariamente consapevole che niente e nessuno potrà farti tornare indietro
È quella forza che può tutto perché puoi lasciare tutto
Sei nuda ,sola, intoccabile
Mi vuoi uccidere?
Vuoi farmi male?
Vorresti portarmi via?
Fai pure quello che vuoi
Pensa pure quello che vuoi
Io sono qui
Seduta a gambe incrociate sulla vecchia strada di pietre
Sono inamovibile
Fai pure
Io ho deciso
Fai pure
Non mi spezzerai
Ci vuole coraggio
Ho avuto coraggio
Da quelle pietre mi sono alzata
Tu non avevi più nessun potere su di me
Io ero libera
Avete mai avuto la sensazione di essere veramente liberi?
È un sentimento unico
un sentimento che vale la vita
Si vale la vita
Non avere niente e non sapere niente di quello che sarà domani
Senza niente, ne’ case, ne’ cose, niente
Sola con la tua libertà
Il respiro di un momento
Quella è la vera forza, quella che conosce il cammino
Quella forza è fatta di te
È fatta di quello che sei
di quello che veramente sei
È un sorriso che non teme

La lettera di Gerardo per Rossella G.

Cara Rossella – di Rossella Gallori

Frase ispiratrice: Era tutto dall’ altra parte della strada….

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…ed ora era tutta un’alta strada, anche la cassetta della posta rossa  ammaccata di ruggine e di solitudine, sembrava aspettarmi, sbilenca la sua bocca sembrava sorridermi; bastava attraversare, ignorare la fitta nebbia che me lo impediva, i fari gialli di luce fioca, occhi malati vaganti.

Ero scomoda, scomoda dentro, vestita a strati, infreddolita, cazzo,  dovevo solo attraversare il giardinetto incolto, prendere la chiave, ed aprire la bocca del “forno postale” sapevo che qualcosa mi aspettava.

Ebbi all’improvviso più coraggio che voglia, non tolsi nemmeno le ciabatte, che affondarono sotto il mio peso nell’ erba fradicie.

La lettera era lì, il sogno l’ aveva annunciata, ma da un pezzo non credevo più ai sogni, eppure!

La busta era color paglia vecchia, quell’avorio antico distrutto dagli anni. Aprii con paura: chi mi cercava? Chi voleva sapere di me? Chi era interessato al mio sapore vecchio di anni.

La grafia era incerta, da bimbo grande, a tratti anziana……..

Carissima

Scusa se non uso il tuo nome, non so come ti han chiamata sei anni dopo di me, Rossella forse, sono quasi sicuro che la nostra mamma abbia vinto all’ arrivo di una femmina.

Mi presento: sono tuo fratello, il terzo, quel bimbo nato per poco, so che ti han parlato anche troppo di me.

Sono morto per mano assassina, dal ventre di nostra madre ho visto la luce….luce di bombe, nere di camicie, li vedevo sai, con le pistole puntate ai suoi riccioli neri, attaccata al muro, vedevo le loro facce, facce a bischero, quei bischeri cattivi senza nome.

Si sono tuo fratello, da qui dove sono da ottanta anni, ti vedo, ti seguo, non sei un granchè Rossella mia, certo esser cresciuta all’ombra mia, non deve essere stato il massimo.

“ ero bello, avevo ciglia lunghissime, non piangevo mai” le ho sentite sai, le tiritere della mamma: bello come lui non li ho mai fatti!!!! Mentre tu tiravi calci a quel “fiocco da cuscino da morticino” dispettosa ed indispettita.

Sono nato per poco ma ho fatto un figurone, a San Casciano, piangevano tutti, anche i due fratellini nostri c’erano, mancavi te, che non eri nata, che poi anche quando ci sei stata se ne son accorti in pochi.

Ti scrivo da questo posto che non so dirti cos’ è: chi lo chiama paradiso, chi no, chi forse, io mi ci sono abituato.

Ti ho seguita passo per passo, non hai concluso tanto, hai tenuto conto, troppo, di quel che dicevano loro, maschi grandini e birboni: STUPIDA …la Rosy ė stupida, ci hai creduto talmente tanto, che quella stupidità e diventata la tua bandiera, il tuo scudo!

Ora basta te l’ho sentito dire troppe volte.

Comunque un grazie grande e frettoloso, per quel che hai fatto, con coraggio. Vedendo da quassù ho capito che non è stato semplice. Sola su strade senza marciapiede.

Ora ti lascio è l’ ora della poppata, qui deglutisco bene, ci sono balie bellissime, di tutte le razze, nessuno mi ha chiesto la mia, ci vogliamo bene, non sappiamo cosa è il male.

So già cosa dirai: prendi il latte come i vecchi ed i neonati?

Già come i neonati, sono del 44 ma il 45 non l’ ho mai visto.

Ciao Rossella, Rossellina mia, attenta quando rientri a casa con gli occhi lacrimosi.

Ti aspetto, forse è questione di poco o di tanto.

Mi riconoscerai, sono quel bimbo bello, nella culla di raso azzurro, quella che tu non hai mai visto, avevano già buttato tutto quando sei arrivata tu.

Tuo per sempre, fratellino piccolo più grande di te

Gerardo

Ho chiuso la cassetta, sono rientrata a casa, passi lenti e pesanti, mi sono messa per terra in un angolo, senza luce, tra le mani : nulla…….

Qui caro Gerardo c’ è notte, notte buia e cattiva, buio troppo…. Ma stanotte ti ho sognato….è vero eri bellissimo……

Ps: sono tutti sempre dall’ altra parte della strada, quella strada che si sta facendo più stretta….sarà più facile raggiungerli???

Simone approfondisce: Giù la testa!

ATTENTI AL COLLO – di Simone Bellini

Frase ispiratrice:  Allungai il collo per osservare la situazione

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Allungai il collo per osservare la situazione, quando la mano dell’uomo accanto a me mi fece abbassare il capo :

– Cosa fai, sei impazzito? Giù la testa presto prima che sia troppo tardi-

Non capivo! Perché stavano tutti con la testa reclinata, sguardo a terra, ammassati l’uno accanto all’altro. Cosa stava succedendo? Perché mi trovavo in quella situazione?

 Sopra di noi una luce accecante che non permetteva di alzare lo sguardo. Un ronzio ritmico spostava folate di vento come le pale di un gigantesco ventilatore. Ogni tanto si sentiva un “toc” come di una pacca sul capo, seguito da un “ohi “ di chi era stato colpito.

-Ma dove siamo – chiesi

-Mah … saperlo … nessuno lo sa, perciò zitto e guarda in terra !-  Se c’era una terra, perché in tutto quel riflesso bianco non si capiva.

“CrocoTook”, una testa rotolò su di noi.

-Visto? … Ha allungato troppo il collo …. Giù, sta’ giù…

La discesa di Luca

La discesa in gruppo – di Luca Miraglia

Frase ispiratrice: Con la stessa lentezza ci alzammo e iniziammo la discesa. (Luca)

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Non era stata condivisa una meta precisa, forse, anzi certamente, non era necessario: la cosa importante era il cammino, la discesa verso un dove inevitabilmente comune.

La cadenza lenta dei passi alcuni leggeri quasi appena accennati, altri scivolati lungo la pendenza, altri ancora calcati e pesanti, scandiva il tempo del viaggio.

La stessa cadenza risuonava negli sguardi e nei volti di noi compagni di viaggio, un po’ assorti ciascuno nella propria emozione, un po’ anello ciascuno di quella assortita combriccola unitasi per caso lungo la via.

  • Forse laggiù in fondo c’è casa
  • Forse di là c’è festa
  • Forse quaggiù c’è da bere e da mangiare

Davvero a qualcuno importa dove fermarsi?

Io amo questo cammino comune, lentamente in discesa verso il centro di tutto.

L’Assassino assassinato di Stefano

La nostalgia di Dio – di Stefano Maurri

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Frase ispiratrice: Uscì dal buio della stanza, ma la luce lo fece indietreggiare….

…..questo rafforzò la sua nostalgia di Dio. Era una sensazione che non era legata alla religiosità che non aveva mai provato in maniera particolare, era una nostalgia del passato, quando la nonna sgranava il rosario, e quando con lei andava in giro per la città per la visita delle sette chiese. La città era piena di luci e di bancarelle che vendevano croccante

Era una nostalgia della cattedrale piena di candele con i rosoni che filtravano le luci di tanti colori.

Adesso la chiesa e le cattedrali erano il pronto soccorso degli ospedali nelle quali i pazienti si mettevano in coda per una terapia.

Era la nostalgia di una pala d’altare del 300 nella chiesa di S. Martino a Mensola.

Era la nostalgia della Deposizione del Pontormo nel Duomo di Volterra e la Visitazione della Vergine del Rosso Fiorentino nella Chiesa di Carmignano con i loro colori accesi e intensi che aveva visto da giovane studente di Architettura.

Il sangue delle ferite, invece di coagularsi, continuava a sgorgare perché il suo abito si liquefaceva come un novello San Gennaro.

Lui era stato un assassino, ma gli altri lo erano stati molto di più.

Il volo di gabbiano di Vittorio

L’altura a picco sul mare – di Vittorio Zappelli

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Frase ispiratrice: Saremo quei gabbiani che hanno scelto il cielo e le nostre ali temevano il vento fresco

Stavano scavando nel terreno dalla mattina con piccozze e piccole vanghe alla ricerca del reperto agognato e da molti anni fantasticato nell’animo. Scavavano e sudavano dandosi il cambio sulla altura a picco sul mare. Da terra gli scavi già fatti davano una visione parziale come piccoli cantieri sparsi qua e là senza un criterio .

In alto volavano dei gabbiani con i loro gridi. Uno degli uomini rimase a fissarli: macchie bianche sullo sfondo azzurro.

D’un tratto si finse gabbiano ed immagino’

Dall’alto tutto cambiava ed intravide un disegno tra quelle rovine stancate dal sole e finalmente scorse le tracce della costruzione tante volta immaginata sulle carte e che appariva ora nella roccia in fronte agli scogli.-

Aveva qualcosa di misterioso vista dall’alto: sembrava una freccia che puntasse verso il mare di cui si vedeva solo l’inizio in superficie. Come gabbiano spicco’ il volo e vide la costruzione dal mare e piu’ si alzava piu’ la freccia cambiava la direzione e lo invitava a continuare a volare. Si trovo’ a volare controvento con le ali che battevano l’aria fresca che sapeva di sale, poi un raggio di sole lo colpi e lì per un attimo fu felicità

 

Incontro del 14 novembre 2024 – Approfondire

Ad ognuno una frase

foto di Lucia Bettoni, Cecilia Trinci, Rossella Gallori

Che cosa significa l’idea di approfondire i concetti espressi in scritti precedenti.

Ho scelto una frase per ognuno da scritti già letti o stampati. Le frasi definiscono l’autore pur con poche parole. Nel tempo concesso la frase diventa stimolo per ulteriori riflessioni e scopriamo insieme che ognuno di noi ha un nodo, che nonostante il tempo e la volontà, ancora non si è del tutto sciolto. Scriverne fa bene, aiuta a sciogliere il nodo o addirittura a liberarsene.

Anniversario burrascoso (Tina)

….continua tu….

Incipit: Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera. La luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale. L’assassino era nervoso, cercava niente e tutto, la spilla con la pietra verde smeraldo si incontrò con le sue mani. Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si era attaccato sui rami. I raggi della luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Cinquant’anni di risse e baruffe – di Tina Conti

Non sarò un assassino si ripeteva reggendosi i  calzoni che gli scivolavano dalla vita.

Al buio, non aveva neppure trovato la sua cintura preferita.

Ho tanta  rabbia, mi sento ferito, scontento… ma, assassino no!

Sentiva passi sulla ghiaia, sempre più vicini, non aveva deciso cosa fare.

Si arrampicò sull’albero, scivolava per i rami  bagnati dalla pioggia, reggeva forte il ramo, non lo dovevano trovare….lei, non era morta, ne era sicuro, la paletta di ferro  del camino  l’aveva  fatta traballare e poi era inciampata e caduta sul divano.

Era buio,ma  vedeva il suo petto che ansimava.

L’avrebbero trovata,forse addormentata ,oppure  che si stava abbuffando  sulla torta  di anniversario con i loro nomi scritti sopra. Cinquanta anni di matrimonio e lei che  tentava di rientrare  nell’abito delle nozze  con i suoi  trenta chili  in più.

La pioggia battente  e il corto circuito, avevano  trasformato la lite  in una farsa.

Ecco che le luci si riaccesero, le cugine  fradice e rumorose si aggiravano per la casa.

Arrivarono parole concitate, e gridi soffocati…..lei, interrogata ,straparlava, si lamentava ma non era in grado di raccontare cosa era successo..

Io pensai bene  di  non scendere  dall’albero.

Nel frattempo, si sentì la sirena di un’ambulanza.

Poi, tramestio di passi, andirivieni sull’acciottolato l’ambulanza ripartì e anche le cugine con la loro macchina lasciarono la casa.

Aspettai ancora, quando mi parve  che si fosse calmato tutto, scesi dall’albero e rientrai in salotto.

La bella cena calda fumante  e la torta che era stata preparata per l’anniversario , mi aspettavano. Accesi due candele, misi  la mia musica preferita e cominciai a mangiare; che anniversario Ragazzi! cinquanta anni  di  baruffe  e lotte.

Trovai sul pavimento il suo foulard giallo fiorito, lo arrotolai sulla testa, non volevo alzarmi a prendere il berretto di lana e  raccolsi anche la spilla verde che era finita sotto la mia sedia

Sentivo forte il suo profumo , mi venne un po’ di nostalgia ma avevo anche una gran fame.

Anche il suo rossetto scarlatto che io odiavo rotolava fra i miei piedi, non ebbi pietà, ci posai una scarpa per sentire  lo scricchiolio del metallo che si frantuma.

Arrivato al dolce, sobbalzai per aver visto un’ombra muoversi davanti alla finestra.

Cautamente mi avvicinai  portandomi dietro un  tronco preso dalla cesta della legna.

Inutile preoccupazione, era un pezzo di plastica che svolazzava  impigliato nel susino

Il camino scoppiettava, seduto sulla comoda poltrona scivolai in un sonno quieto.

Ma uccidere mai (Patrizia)

…continua tu…

Incipit: Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera. La luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale. L’assassino era nervoso, cercava niente e tutto, la spilla con la pietra verde smeraldo si incontrò con le sue mani. Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si era attaccato sui rami. I raggi della luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Uccidere mai – di Patrizia Fusi

Una pioggia leggera l’accompagna mentre rientra a casa, i raggi della luna si riflettono sulle superfici bagnate e formano un paesaggio  incantato, ma dentro di sé sente un senso disagio e paura. La sera trascorsa fra un gruppo di amici, i fatti raccontati durante la cena l’hanno  turbata: si diceva che girava una banda di ladri acrobati che riuscivano a salire ai piani alti delle abitazioni.

C’è stata una discussione in cui veniva detto da alcuni, che li avrebbero volentieri fatti volare dal proprio balcone . Se nella caduta morivano se l ‘erano cercata, dicevano, pace all’anima  loro.

Lei aveva replicato che non  avrebbe voluto mai che una persona morisse per mano sua.

Quando è rientrata a casa, appena aperta la porta ha provato un senso di vuoto e di terrore vedendo lo sfacelo che c’era per terra, ha gridato sperando che non ci fosse più nessuno, quando si è resa conto di essere sola si è seduta per riprendersi dallo spavento.

Per terra c’era di tutto, perfino il velo del matrimonio, le cose dei cassetti gettate in tutto l’appartamento: indumenti , borse , scarpe, cinture, spariti i piccoli oggetti d’oro dei ragazzi , la spilla con smeraldi regalo per il matrimonio.

Nel bagno arrovesciati tutti i trucchi, creme,   e mascara, rossetto gettati per spregio nel water. Nel salotto sulla pianta del beniamino la sciarpa a fiori gialli si era impigliata, l’aria che entrava dalla porta finestra dove erano passati i ladri si muoveva come un fantasma.

Ha provato risentimento, rabbia verso quelle persone che avevano violato la sua casa le sue cose, rubato i suoi ricordi: avrebbe voluto spingerli giù dalla terrazza anche lei.

 Appena ha avuto questo pensiero nella sua mente ha visto un giovane uomo, un ragazzo, disteso sul prato immobile con gli occhi sbarrati con la morte sul viso.

Si è calmata e ha pensato, tutto questo non vale la vita di un essere umano.

Amore e morte (Rossella G.)

…continua tu….

Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera.  La Luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale.  L’assassino era nervoso,  cercava niente e tutto. La spilla con la pietra verde smeraldo s’incontrò con le sue mani. Tornò a tempi più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica. I raggi della Luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Morire – di Rossella Gallori

Avevamo deciso tutto insieme, lui ed io, io e lui.

Nascosti da un silenzio inventato, nel nostro posto sognato e segnato.

Pioveva non so più nemmeno da quanto, acqua che sembrava musica, colonna sonora di una sera, la nostra, se non fosse stato per quel raggio di luna sciabolante ed indiscreto, il buio sarebbe stato totale. Ogni tanto un refrain stonato di ghiaia zuppa mi faceva rabbrividire, avevo freddo, troppo, avvertivo strane ed anomale presenze. …avevo indossato stupidamente quel tulle bianchiccio, sgranocchiato dai vermi sopra il nulla, le tenebre mi rendevano audace, perversa a tratti.

I miei capelli annodati in malo modo vantavano sul nastro di velluto fanè, una spilla d’oro non vero, orfana dell’ occhio destro, il sinistro, invece, brillava: smeraldoso e farlocco.

Lui era con me, fantasma mio e di altri da sempre, lo avevo incontrato in momenti così lontani e cupi, attimi dimenticati, solo le cicatrici ne portavano la memoria, lo ricordo bene quel giorno…era appoggiato ad un albero i suoi capelli grigi di anni sembravano brandelli di plastica consumata…eppure..

ORA….

Seduti sulla Cassapanca ci assaggiavamo, la sua mano mi cercava lenta, trovandomi…la sua cintura si  scioglieva, preludio di altro. Mordevo in silenzio il mio rossetto, rosso di petali d’ansia….

Quando lo sentii mio per sempre, non vidi le sue pupille assassine, né la lunga sciarpa gialla che cercava di cingermi al collo…bevevo di lui e del suo essermi accanto, vino buono…

Morii piano, ubriaca e stanca, mentre una nuvola ritardataria cercava di avvisarmi….

CALMA PIATTA DI MORTE D’ AMORE.

Assassino incolpevole (Luca DiV.)

….continua tu….

Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera.  La Luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale.  L’assassino era nervoso,  cercava niente e tutto. La spilla con la pietra verde smeraldo s’incontrò con le sue mani. Tornò a tempi più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica. I raggi della Luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Tormento notturno – di Luca Di Volo

Quel rossetto…quel rossetto…. mi imbrattava la mente, confondendosi con quel panorama avvilente. Mentre calavo con timore i passi cadenzati cercando di sincronizzarli con quelli della mia compagna, un pensiero, come un serpente infido, mi saliva dai piedi e mi arrivava alla testa: io l’avevo lasciata lì, con l’immagine del rossetto pallido che quasi ghignava su quel volto…

Mi ricordavo lo scatto d’ira, la spinta potente…Lei era caduta e io, sicuro di averla uccisa, ero fuggito in cerca di un altro universo in cui non ci fosse traccia né di me né di lei…

Ma non c’ero riuscito, tutti erano in cerca di quel rossetto e quell’amica che condivideva con me quei passi pesanti mi aveva spinto nelle ricerche.

E io sapevo dov’era (“se” c’era) il cadavere, ma volutamente stavo depistando le ricerche, sicuro del mio essere assassino.

E se non fosse stato così? Non poteva essere che l’avessi solo stordita, che lei si fosse rialzata, si fosse rifugiata in qualche posto, magari per tendergli un agguato e vendicarsi?

Sentivo di meritarlo, anzi forse la punizione la volevo, la cercavo con tutte le  forze.

Tra i cespugli balenò un lampo di giallo…in mezzo a quella luce sinistra, con passi incerti nella mota, guidai la mia compagna verso quel cespuglio.

Si, era una sciarpa, una sciarpa di lana gialla…quella di lei. Non doveva essere lì, lei l’aveva sulle spalle quando, …quando…

Come c’era arrivata…?

Anche se l’incubo nel quale  viaggiavo poteva farmi credere al sovrannaturale sapevo bene che solo lei poteva averla trasportata fin lì

Prima conseguenza logica: allora lei non era morta

Seconda conseguenza logica: allora io non ero più un assassino.

Mi tremarono le ginocchia per il sollievo. La Luna, così terribile quando s’intravedeva tra le nubi piovose mi gratificò con quello che a me parve  un sorriso.

Mi inginocchiai nel fango tenendo stretta la sciarpa, non volevo perderla, me la legai alla cintura: era l’unico testimonianza che in fondo il destino non mi aveva definitivamente condannato a morte. Ma c’era dell’altro. In ginocchio quasi inconsapevolmente appoggiai le mani nell’erba e incontrai la prova che mi sollevò un po’ di più il cuore …..  quella era la spilla da cui non si separava mai, lo sapevo bene, gliel’avevo regalata io.  Forse l’aveva perduta…. ma allora era lì, lì vicino, forse al ritmo di quelle goccioline d’acqua era dietro uno dei cespugli, mi guardava e meditava vendetta.

Ebbi paura.. davvero paura.. la mia compagna dovette accorgersene, mi strinse un braccio con un gesto solidale. Le fui grato, mi rialzai.. riprendemmo la pesante marcia nel fango dove l’acqua sollevava, picchiettando,  un triste canto.

E fu ascoltando quel canto che non mi avrebbe mai abbandonato, che fuggii, senza nemmeno voltarmi, senza nemmeno congedarmi dalla mia compagna…. un altro universo mi aspettava e io mi ci abbandonai.. e finalmente in esso ritrovai la pace del cuore.

Attacco preventivo (Carla)

…continua tu….

Incipit: Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera. La luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale. L’assassino era nervoso, cercava niente e tutto, la spilla con la pietra verde smeraldo si incontrò con le sue mani. Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si era attaccato sui rami. I raggi della luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Prevenire è meglio che curare – di Carla Faggi

Era freddo.

Brividi in tutto il corpo.

Cercavo inutilmente di coprirmi le spalle con la sciarpa gialla, facendomi illudere dal colore solare, ma serviva a poco.

Inoltre pioveva, di una pioggia fitta ma quasi impalpabile, infatti ero tutta fradicia e non capivo perché.

Era quasi buio pesto, la luna illuminava appena, dietro le nuvole ed i rami degli alberi creava immagini raccapriccianti in continua trasformazione.

Rimasi a bocca aperta ad aspettare nuovi bagliori e nuovi tremori.

Ma ero decisa, volevo andarci a tutti i costi; con passo risoluto continuai coraggiosamente verso la meta.

Un fruscio improvviso mi fece arretrare. Mi guardai attorno…ma non c’era nessuno!

Continuai, un po’ meno coraggiosamente ma continuai.

Di nuovo un fruscio, un baluginare di ombre!

Mi fermo, mi vengono alla mente tutte le storie di donne aggredite, uccise, che ho sentito ultimamente.

Allora mi dico: perché sempre noi donne? Non abbiamo forse diritto alla difesa preventiva pure noi?

Afferro la borsetta, la apro.

Tra un rossetto ed una cintura trovo anche la mia preziosa arma, sembra una spilla incastonata di pietre verde smeraldo ma in realtà è una pistola.

La impugno, miro e sparo. Una , due, tre volte! Una strage!

Continuo poi tranquilla verso la meta, una aggiustatina ai capelli, un filo di rossetto ed entro; molto, molto serena, perché come dicevo: non abbiamo diritto anche noi alla difesa preventiva?

Lo dicono tante volte alla televisione: attacco di difesa preventiva!

E se lo dicono alla televisione è vero e va bene!

Serata spettrale (Sandra)

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Incipit: Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera. La luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale. L’assassino era nervoso, cercava niente e tutto, la spilla con la pietra verde smeraldo si incontrò con le sue mani. Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si era attaccato sui rami. I raggi della luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

La vendetta è un piatto freddo – di Sandra Conticini

In quella serata spettrale poteva ormai succedere di tutto, pensò.

Ma come aveva fatto ad entrare nel parco? Lei non se ne capacitava. Il muro di cinta ed il cancello erano altri quasi quattro metri e  l’allarme inserito non aveva suonato. Erano dieci anni ormai che abitava sola, da quando lui se ne era andato via e non si era più visto né sentito, sperava che fosse espatriato o, meglio ancora, morto.

Sbirciò dalla finestra della sala e vide la sua figura che si nascondeva dietro la grossa quercia, ed una cintura da uomo  ciondolava da un ramo. Al pensiero che sarebbe potuta servire per strangolarla, iniziò a tremare.

Perse la ragione, si buttò in testa il primo foulard che le capitò tra le mani, quello giallo con le rose, due dita di rossetto, un piumino sulle spalle, un bastone in mano ed uscì fuori.

Con quel buio il fruscio dei lembi di un pezzo di plastica la fecero sobbalzare ma andò avanti ed iniziò ad urlare: -Farabutto esci fuori che non mi fai paura. Torni  a farti vivo ora dopo tanti anni,  ti faccio vedere io!

Sentì  delle mani che le stringevano il collo, allora con  il bastone tirò una botta all’indietro e la presa si allentò. Si voltò e lo vide in terra sanguinante con la testa fracassata che respirava ancora. Presa dalla rabbia continuò a picchiare sempre più forte finchè smise di respirare.

Con molta calma tornò in casa, prese un bicchierino di rum e  pensò:

 – Finalmente, mi sono tolto qualche sassolino dalla scarpa, vigliacco!!!.

Racconti di paura (Stefania)

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Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.).La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone). L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela).Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania).Uscì dal buio della stanza (Stefano). Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Sera di paura – di Stefania Bonanni

Ad uno ad uno, erano entrati in parecchi. Del resto, la sera nuvolosa recava minacce vaghe, ma paurose. Venivano in mente fantasmi, spiriti, visioni e suggestioni. Di solito le insolite presenze mi fanno compagnia. Questa sera però, lo devo confessare, l’atmosfera era da paura. Mentre si aspettavano gli ultimi ospiti (c’erano ancora dei posti liberi), mi venne in mente un’antica storia, una strana faccenda sentita raccontare mille volte, che ogni volta mi divertiva per i particolari inediti aggiunti dall’oratore.

Cominciava nella casa di certi contadini, sulla collina dietro il fosso, nell’avvicinarsi delle nozze della figlia più piccola. Si sarebbe sposata con un giovane dagli occhi azzurri ed i modi gentili, non proprio una rarità, ma di certo un’ eccezione, tra quei campi.

La sera in cui la promessa sposa mostro’ il velo alle sorelle, successe il finimondo. Lei era la piu’ giovane, e le sorelle dissero che mai e poi mai si sarebbero fatte prendere in giro da tutti perché non avevano ancora il moroso. La sorellina non si doveva sposare. Punto.

Fiumi di lacrime bagnarono perfino il pavimento, strilli disperati si sentirono dalle case vicine, chi si voleva ammazzare, chi voleva uccidere qualcuno, chi strappo’ il velo. La promessa sposa svenne.

Passarono mesi ed anche anni, ma lei pare non si sia piu’ ripresa. Da allora comincio’ a fare strane cose, così raccontarono. Dissero di averla vista di notte camminare nel fosso, ed era sempre vestita di bianco, come le spose, come i fantasmi.

Un giorno, un brutto giorno, svenne e non si riebbe mai più. Il dottore disse che era stata avvelenata. Inorridirono tutti: a chi poteva dare fastidio una povera pazza? Poi, con il tempo, si seppero delle cose. Per esempio, che la mamma in punto di morte le aveva lasciato una spilla con uno smeraldo, e che era sparita. Intanto le altre due sorelle, che non si erano mai sposate, sembravano diventate statue di sale. Brutte erano  sempre state, ma ora erano così pallide e risecchite, che sembravano fantasmi. Sull’avvelenamento, non ci furono mai indizi di colpevolezza.

Fino al giorno in cui, al mercato, furono viste fare compere. Di già, non erano state al mercato da anni, che comprassero qualcosa poi, fu notato da tutti.

Presero una cinghia da uomo ed un foulard giallo a fiori. Non si sa a chi venne in mente, che il foulard si abbinava bene alla spilla con lo smeraldo.

Una delle due sorelle fu trovata penzoloni alla ringhiera del ponte sul fosso, con al collo la cinghia… l’ altra fu di nuovo vista al mercato, e la spilla le teneva fermo il foulard giallo. Aveva anche il rossetto.

Nel frattempo, la sala si era riempita. Dovevo ricominciare il racconto. Come ogni sera di Halloween.

Di male in peggio (Simone)

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Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.).La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone). L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela).Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania).Uscì dal buio della stanza (Stefano). Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

PIOGGIA ASSASSINA – di Simone Bellini

Sotto questa pioggia incessante portata dal vento gelido tornare a casa era diventato un film horror, ogni passo era un tuffo al cuore.

La luna dietro le nuvole rendeva ancora più cupa l’ambientazione.

Quando d’un tratto, come uno schiaffo bagnato,un lembo di plastica portato dal vento si avvinghiò sui miei occhi

– Ahhh !!!- urlai terrorizzato, mentre gli scrosci d’acqua aumentavano a dismisura .

Riuscii a liberarmi gli occhi quando – Ahhh !!! – vidi un uomo con uno sguardo assassino, iniettato di sangue, pararmisi davanti brandendo un coltellaccio – Maledetto ! La riconosci questa ? – disse mostrando nell’altra mano una spilla di pietra verde smeraldo ed un velo a fiori macchiato di rossetto.

-La riconosci? E’ di mia moglie !  E questa? Questa cintura è tua vero ? –

La lama nelle sue mani si sollevò, scintillò illuminata dai raggi della luna.

I miei occhi terrorizzati , sotto una pioggia incessante che riempiva le strade come un fiume in piena, cercavano disperatamente di avvertire l’assassino dell’incombente pericolo.

-Non dici niente  maledetto codardo. Non cercare di distrarmi con le tue occhiate di avvertimento, non ci casco ,non c’è nessuno dietro ! Confessa maledetto, dillo glu che sei glu l’amante glu glu di mia mo.. gluglu.. glie… glugluglu.. dillooooo..gluuuuuuuu gluuuuu gluuuuuu……..

Ultimo sguardo (Nadia)

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Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.).La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone). L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela).Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania).Uscì dal buio della stanza (Stefano). Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Ultimo sguardo – di Nadia Peruzzi

Photo by Rodolfo Clix on Pexels.com

Girò e rigirò la spilla fra le sue mani. Provò nostalgia, ma c’era molta molta più rabbia nel ricordo di quando l’aveva regalata a sua moglie.
La mise in tasca. Non era quella che cercava, in camera da letto.
Cercava altro. Tutto quello che avrebbe potuto incastrarlo. Nessuno sapeva di lui.
Quella casa era inesistente, per tutti quelli che li avevano conosciuti prima.
Lei vi si era rifugiata, per scappare da lui. L’aveva rintracciata con fatica. Ma ci era riuscito, finalmente.
Le aveva stretto al collo la sciarpa gialla con i grandi fiori, che aveva trovato sul bracciolo della poltrona del salotto, dopo averla colpita sul volto e sulla testa con la fibbia della cintura dei suoi pantaloni.
La rabbia che da sempre accompagnava i suoi sentimenti e decideva dei suoi comportamenti, era esplosa di nuovo in violenza senza freni.
Provò a resistergli, Giulia, ma lui, che già era un uomo massiccio, aveva decuplicato la sua forza e aggressività.
Non ebbe scampo.
La lasciò in camera. La compose sul letto, così com’era. Un sacco vuoto, la faccia ferita e il volto paonazzo.
Il rossetto cremisi, caduto in terra durante la colluttazione, lo usò con spregio per violare ancora un’ultima volta quello che era stato un bel viso con bellissime labbra.
Ne uscì fuori una maschera orribile . Tanto quanto era lui, nell’anima e da sempre.
Al pallido chiarore della piccola lampada accesa sul comodino, osservò quello scempio senza alcun rimorso. Dentro di sé il ghiaccio di un cuore di pietra che non aveva nulla di umano.
Per anni Giulia lo aveva sopportato in silenzio. Fuggendo in quel luogo abitato da poche anime e lontano da tutto e da tutti aveva sperato di salvarsi.
Fino a quella sera.
L’acqua a scroscio, aveva coperto l’avanzare guardingo del suo carnefice. Nemmeno la ghiaia davanti casa si era mossa per avvertirla.
Se lo era ritrovato davanti, quando aveva aperto la porta ad un toc lieve e ritmato usato di solito dalla sua amica più cara, che abitava a pochi passi da lei.
Fuggire non era servito a niente. Quel diavolo era lì per chiudere la partita. Non riuscì nemmeno ad urlare.
Lui fu rapidissimo a togliere di mezzo il rossetto, a recuperare la sciarpa e la cintura tutta imbrattata di sangue. Ripulì velocemente ogni cosa che aveva toccato per evitare che potessero rintracciarlo grazie alle sue impronte.
Si muoveva come un’ombra nella casa buia.
La notte lo avvolse come un nero mantello quando uscì.  
Riuscì a non fare alcun rumore, come quando era arrivato.
Lo sfrigolare di quel pezzo di plastica che ondeggiava dal grande acero della casa di fronte, coprì, complice, ogni suo passo.

Assassino per caso (Rossella B.)

….continua tu…..

Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.).La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone). L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela).Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania).Uscì dal buio della stanza (Stefano). Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Assassino per caso – di Rossella Bonechi

Photo by Ahmet Yiu011fit Ku00d6KSAL on Pexels.com

…. come ballava leggera quella sciarpa gialla che non era un suo regalo. Sì, era un assassino, ma un assassino per caso non per professione, quindi aveva ucciso spinto dalla rabbia padrona, dalla paura mille-facce, dalla sua vigliaccheria e pochezza umana.

Ora raccontare tutto a quella commissaria ragazzina in tacchi alti e rossetto era come liberarsi e più spiegava e descriveva e più si sentiva leggero, quasi giustificato.

Dopo gli rilessero il verbale da firmare e gli sembrò di ascoltare il copione di un dramma da quattro soldi, una storia già sentita e già scritta che non lo riguardava, banale nella sua assurdità.

Quando lo fecero alzare per portarlo via volle aggiungere un’ultima cosa per lui di vitale importanza e cercando lo sguardo della poliziotta le sussurrò: ” io l’amavo, mi creda, l’amavo più di me stesso”.