In un video con canzone il seme difficile dell’amicizia

1 – Saper rimanere amici – di Tina Conti

Tenere nel cuore, curare un’amicizia anche  se non ci si incontra  spesso.

Riconoscersi perché si è mantenuta  un’identità riconoscibile che ci commuove

E che  riusciamo a rileggere .

Vent’anni sembrano ieri, possiamo contare  su lui, lei perché il suo comportamento lo riconosciamo, sappiamo come  reagirà  e comporterà.

Nel tempo, sono maturate le sue specificità e caratteristiche  ma rimarrà unico, unica e riconoscibile.

Quanto piacere rivedersi, ascoltarsi, fare esperienze insieme, raccontare il passato, il presente, inventare il futuro.

Quanto coraggio  sentiamo nel  leggere il percorso della vita e con quanta tenerezza accogliamo i cambiamenti del corpo, dell’energia ,del formulare progetti.

Apprezziamo il coraggio di andare avanti, il piacere  di essere stimolati  e sollecitati dai progetti, la sorpresa  di accorgerci  della ricchezza del cammino fatto   e da fare ancora.

2 – Rimanere amici fra vent’anni – di Patrizia Fusi

La vita e un insieme di scelte e di causalità.

Avere degli amici rende la vita più piena e ricca emotivamente, anche se non sempre riusciamo a condividere alcune scelte con loro.

Il più bel periodo dell’amicizia credo che sia in gioventù ,quando bastava poco per renderci felici e farci sentire più simili e spensierati.

Nella maturità alcune amicizie alcune si consolidano e diventano importanti, altre di dissolvono nelle incomprensioni,piccole rivalità nascoste,piccole invidie,queste ultime diventano amicizie di facciata.

I rapporti umani sono importanti ma difficili.

Suggestioni da un video con canzone: numeri di telefono non dimenticati

1 – UN NUMERO FRA LE STELLE – di Anna Meli

Un numero scritto sulla mano per chiamarti tra vent’anni

Scritto sulla pelle per far parte di me, per non non dimenticarti.

Sono trascorsi tanti anni, quel numero si è impresso nella mia mente

vorrei chiamarti, rivederti….ho paura del tempo, di come siamo cambiati.

Meglio lasciarsi scivolare nella nostalgia del ricordo.

Meglio scrivere quel numero nel cielo, fra le stelle.

Immaginarne il suono che si perde nell’universo.

Lo sentirai?

Tremo al pensiero.

2 – Riflettere, ora o tra vent’anni – di Daniele Violi

La prima volta che ho ascoltato questa canzone, sono rimasto triste. Arrivarci tra vent’anni tutte e tutti in modo diverso ognuna e ognuno con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi.  Come una corsa campestre, ognuna e ognuno di noi, si parte ad una età matura, con il nostro corpo che, in piena salute, decide di dover seguire la propria testa, come essa decide e per non trovarsi senza guida. L’avventura delle nostre emozioni e sforzi o ostacoli o sacrifici, inizia quando con la certezza di sapersi ormai padroni della vita, viene quotidianamente il desiderio di buttarsi verso il percorso che decidiamo, che ci appaga e che ci incuriosisce. Vogliamo vivere appieno la vita, più ne siamo capaci e più ci conforta anche la fatica di dover superare ostacoli o di dover affrontare salite che ci vengono costruite perché siano discese altrui. Non resta nel tempo che ci dedichiamo a riflettere, anno per anno che vediamo scorrere, la domanda o la certezza che vogliamo ripassare con la curiosità e per verificare, un attimo, un momento vissuto, rifacendo un vecchio numero telefonico.                                               

Un video, una canzone e due diverse suggestioni

1 – Chi telefonerà tra vent’anni? – di Nadia Peruzzi



Il tempo passa e ci cambia.
Il qui e ora si perde in un nanosecondo.
Rispetto all’idea di eternità siamo poco più che scintille. Scintille,più che stelle, che faticano fino dall’inizio.
La nascita è un trauma, anche per chi nasce, e il crescere è ad ogni step non semplice né facile.
La linea corre dritta in avanti, indietro non si torna, né si può tornare. Può farlo il pensiero, velando cuore e mente di nostalgia.
Il bello è se nel percorso segnato si riesce a conservare lo stupore che fa stare a bocca aperta anche di fronte a cose apparentemente piccole, la voglia di pensare che buttando dei numeri fra le stelle ,ci sia qualcuno che li possa rimettere in fila per chiamarti.
E la cosa più fantastica, dati i tempi ,è pensare, o meglio sognare che fra venti anni il telefono esista ancora ,anche se ormai saremo dominati dall’intelligenza artificiale, e chiamando ,una voce amica o amata sia in grado di rispondere e felice di ascoltarti.

2 – Ti ricordi? – di Rossella Gallori


Una fila lenta

Una fila lenta…ma è sempre stata così…lenta…

Arrivavano tutti con il fiato in gola, chi con il sonno appeso  agli occhi, agganciati e sganciati sempre troppo, dentro e fuori.

Te lo ricordi?

Io c’ero, tu c’eri? Tu? Tu? E tu?

Ed oggi chi ha portato da bere oggi? Li stessi di ieri?

Ve li ricordate?

Lei sta con chi?

Con lei?

Da quando?

Te lo ricordi, lo so!

Alza il volume non sento la musica.

Conosci  le parole?

Te le ricordi?

Tu, allora ballavi…volavi…

Ma ci sei anche tu? Quanti anni, quante mogli, quanti figli, quante ansie, ci dividono?

Te lo ricordi?

Tu scriverti il mio numero di telefono sulla mano con quella grossa matita rossa e blu :055491402…Forse  anche l’indirizzo.

Forse te lo ricordi: ti lavasti le mani, troppo bene, un sapone di Marsiglia magico che cancellava anche l’amore…

Stanno arrivando gli altri, alza il volume, non so ballare, provo…

Scritto sulla pelle un  inesistente messaggio: il ricordo è musica, profumo,  petali sparsi nascosti in un vecchio elenco del telefono…

Se te lo ricordi: telefonami.


Un video, una canzone, e poi ….telefonami tra vent’anni

Telefonami tra vent’anni. Telefonami anche tra vent’anni, Cecilia. Telefonami, ed ovunque sarò, sentirò la tua chiamata. (Stefania)

Le orecchie puntate verso il cielo – di Stefania Bonanni

Lo feci:. buttai tutti i numeri tra le stelle, e saltai nel duemila. E ti vidi, con la barba bianca e gli occhiali da sole, fermo a guardare girare il mondo. Che girava, eccome, trascinando con sé i nostri sogni di ragazzi, vent’anni fa, ed anche altri vent ‘anni prima. Girava il mondo, mangiava le nostre parole, ci costringeva con le orecchie puntate verso il cielo, per capire di più, per sentire di più.

Adesso, non ho voglia di capirti. Telefonami però, oggi, domani e tra vent’anni, ancora. Saro lì per te, come quando sedevo sullo stesso sellino del tuo motorino, e ti stringevo con braccia imbarazzante la vita, e ti pensavo nel tempo, e sapevo che avremmo risposto allo stesso numero, al telefono. Mi avresti risposto, e avresti avuto il coraggio di scoprirti il cuore.

E poi i salti, bum bum, fino alle porte dell’ universo.

E le stelle, che sono sempre le stesse, nei miei occhi e nei tuoi. E poi marzo, ed un’ altra primavera, e non sarà inquietante, se mi prendi la mano. Telefonami, se hai voglia di capirmi. Io adesso, non ho voglia di capirti. Però abbracciami, se vuoi che la primavera fiorisca.

Suggestioni da una scena di un film con canzone di Dalla: Telefonami tra vent’anni

Con un salto siamo nel 2000 – di Sandra Conticini

Il duemila era un sogno per tutti… Da ragazzina sognavo come poteva essere, e facevo il conto di quanti anni avrei avuto. Pensavo che sarei stata vecchia… una vecchina di quarant’anni!

Ma in un salto ci siamo arrivati e, anche se apparentemente era rimasto come il secolo prima, con il passare dei mesi tutto quello che avevo sognato era rimasto  nel cassetto.

Niente capelli e barba bianca, niente giratine mano nella mano, niente da condividere con una persona  importante, perchè, è proprio in quell’anno che il mondo mi è cascato addosso lasciando un segno indelebile.

Da allora  non sono più riuscita a trovare la felicità e,  quando ho avuto eventi che dovevano essere di grande contentezza e soddisfazione, ho sentito la tua mancanza che nessuno, ancora, è riuscito a sostituire.

La vita  non è stata facile, con tante responsabilità, decisioni importanti da prendere senza condivisione, ma a questa età  credo di essere consapevole di aver fatto le scelte giuste e  di sentirmi tranquilla con me stessa. Questa è la cosa più importante… nella vita bisogna anche accontentarsi…

Suggestioni da una scena di un film: “Non so il tuo numero a memoria”

Non so il tuo numero a memoria – di Carla Faggi



Ho bisogno di te ma non so il tuo numero a memoria.

Avevo un’agenda, la cerco disperatamente, la trovo in fondo ad un cassetto, polverosa, la sfoglio velocemente ma è tutta cancellata e illeggibile, non si usa ormai più. E non sono passati neppure vent’anni.

Ho bisogno di te ma non so il tuo numero a memoria.

L’ho memorizzato sul cellulare, è facile telefonarti. Cerco, cerco ma non so dove l’ho lasciato, senza cellulare mi sento nuda, mi sento sola, voglio chiamarti ma non so come fare. E sono passati appena vent’anni.

Ho bisogno di te ma non so il tuo numero a memoria.

Ho riempito le tasche con pizzini con il tuo numero di telefono, li cerco, li trovo, poi non li trovo più, faccio confusione, non riesco a rintracciarti, è un incubo!

È un incubo! È il solito sogno che spesso è con me. Poi però mi sveglio. Decido di imparare il numero a memoria e di scriverlo sulla pelle se telefono tra vent’anni.

La suggestione di una scena e di una canzone: Il nome del figlio (film del 2015) con Telefonami tra vent’anni (L.Dalla)

1 Suggestione di Rossella Bonechi

Ho visto persone che vivono uno spazio e una canzone che li riporta alla condivisione del tempo. Il piacere di ritrovarsi è espresso anche dal corpo che balla, in libertà, e il gioco di rimpallarsi le parole conferma che sono ancora insieme, dopo vent’anni.

“Importante è non arrivarci in fila ma tutti quanti in modo diverso” canta Lucio, e forse la canzone è più immagine del video.

2. Suggestione di Carmela De Pilla

Ripensami tra vent’anni

Ripensami tra vent’anni figlia mia

le gambe non saranno più pronte per andare

le mani saranno intrappolate dal tremolio

 ma ripensami.

Il sole continuerà a splendere

le stelle ci guarderanno

e io sorriderò pensando a te.

La memoria avrà cancellato il mio passato e ne avrò nostalgia

rincorrerò i bei momenti e sarò felice.

Ripensami tra vent’anni figlia mia

quando sentirai a malapena il suono dei miei pensieri

ma pensami.

Ripensami mentre guardo le stelle

mentre parlo con le mie rose

 mentre volo tra i miei sogni

mentre guardo scorrere la tua vita.

Ripensami così come sono

senza aggiungere né togliere.

Ripensami e basta

e io continuerò a sorridere

Storie matte – Sei mani: due di Anna, due di Sandra, due di Tina per una storia sola

Due anime sull’Ape – di Anna Meli, Sandra Conticini, Tina Conti

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Da giorni non si muoveva,  spostava quella catasta di materiale dividendolo per genere;

Ferro,  legno buono, ottone, mattoni e tegole, elettrodomestici da smontare.

Sarebbero dovuti venire a giorni a recuperarlo. Lui così avrebbe avuto un po’ di disponibilità economica per poter finalmente andare in paese a fare una scorta di cibo e incontrare i soliti amici.

Anselma gli trotterellava fra le gambe, stanca anche lei di mangiare pane secco e qualche crosta  di

Formaggio. In quei giorni , aveva anche aggiustato quel vecchio e malandato portone che in modo sommario chiudeva l’accesso a quella stamberga scavata nella roccia.

Era avvezzo ai capricci del vulcano  come tutti del resto, c’erano giorni che  sembrava di essere sulla luna  per quel colore grigio-nero che prendevano tutte le cose, dicevano che sarebbe successo di nuovo e lui non voleva farsi trovare indifeso.

A lui piaceva quella cenere, sentiva  camminando i passi silenziosi, le piante sembravano tutte uguali e dello stesso colore. l’indomani sarebbe andato in paese, si coricò con i panni pronti  e l’ape carica di tegole per la sorella che restaurava il porcile. .

Sembrava una notte tranquilla senza stelle, con il solito vento  intervallato da folate  improvvise.

A volte le nuvole si spostavano veloci  e si scorgeva un chiarore, era la luna, luna piena. Si intravedeva la radura con quei cespugli alti e pungenti. Gli alberi intorno con tronchi grossi e rami alti e pieni  che si muovevano  sempre più veloci. Si sentivano rumori  strani,  e indecifrabili.

Forse esplosioni, crepitio di  legno spezzato,  rotolare di oggetti e pietre.

In lontananza si intravedevano dei chiarori e strane forme luminose  che  si sollevavano nel cielo e precipitavano , la radura era un luccichio continuo. Un odore intenso e nebbioso si levo’ nell’aria, con fumo e fuliggine.  Si udivano stridii di animali che come impazziti  a balzi  si disperdevano. ,

uno stormo di uccelli giganti con larghe ali andava verso la radura,  tentava di spiccare il volo , solo  dopo una forte esplosione e uno spostamento d’aria ci riuscì, come previsto il vulcano si era risvegliato , accadeva spesso ma sempre con pochi danni.

Lentamente  si acquetarono i rumori, il vento cessò , non si vedevano incendi in lontananza,  stava sorgendo l’alba. Anselma cominciò a scodinzolare festosa,  stava volentieri  con  Ciro si sentiva protetta.  Nata sfortunata  perché la sua  mamma , randagina,  dopo aver partorito cinque cuccioli tre maschi e due femmine  era morta.  I cuccioli vivevano sotto un ponte dove c’erano drogati,  alcolizzati   e poveri migranti,  occupando di giorno i loro giacigli  vuoti  ma la sera venivano scacciati  a sassate e a volte con secchi d’acqua gelata.  Due cuccioli  non arrivarono a tre mesi e  un giorno non si seppe più niente di loro.  Per fortuna durante il giorno qualcuno di buon cuore si avventurava in quel disastro per portare da mangiare a una colonia di gatti e lasciava un po’ di latte per i due cuccioli  in vita.

Avevano occhi tristi , gli mancavano coccole , accudimento ,  pulizia e cibo adatto a una vita decorosa

Anselma era arrivata al bar del paese di Zafferana, non si sa come  e riceveva la carità degli avventori.  Un giorno  si era accucciata sul sedile dell’ape  di Ciro trovando cosi un buon padrone

Si erano intesi subito,  poche esigenze entrambi, una vita scombinata tutti e due.

Lei lo seguiva negli spostamenti  per il lavoro, faceva la guardia  alla casa quando lui  si assentava.  Lo sentiva da lontano  e quando lo vedeva arrivare  sulla sua APE vecchia e rumorosa ma sempre riconoscibile per quel  pezzo di legno colorato   attaccato  sulla ribalta  si attaccava alle sue gambe

Quel pezzo di legno , aveva un grande valore per Ciro, lo ridipingeva spesso perché era la sua eredità

Una   parte posteriore del vecchio carro di famiglia decorato  con il quale si facevano i lavori in campagna. Anselma  lo vedeva  scendere veloce per la stradella di casa con quel traballante  mezzo.

Era piccolo, magro, ossuto, vestito con una giacchettaccia logora  ma non lacerata, la sorella spesso ricuciva gli strappi e aggiustava i bottoni. I pantaloni  poggiavano sulle scarpe vecchie di fango a mo di organetto. La  sua faccia scavata metteva in evidenza due guancette  rosse,  una bocca incorniciata  da baffi bianco -grigi. Aveva  un’espressione sorridente oserei dire sognatrice  spesso quando faceva fermate a bere un goccetto di vino.  Portava un  cappellaccio sbertucciato che riparava la sua testa piccola coprendo anche una parte della fronte non nascondendo  però  gli occhi vivaci dall’espressione  furba e scherzosa.

Era un  personaggio unico, viveva giorno per giorno di quello che riusciva  a  racimolare.

A modo suo era un poeta , improvvisava canti e poesie in rima  alle fiere di paese. La cagnetta Anselma era diventata la sua compagna di vita ,  quando erano in giro  per i mercati,  riceveva tante attenzioni e buon cibo e al rientro digiunava per diversi giorni.

Una vita sempre uguale,  di intese silenziose , si vedeva che fra loro regnava  l’armonia

Storie matte – Quattro mani, due di Nadia, due di Carmela in una sola storia

LEA NEL GIARDINO INCANTATO – di Nadia Peruzzi e Carmela De Pilla

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Era un giardino incantato. Di quelli che un tempo impreziosivano ville e castelli della nobiltà europea e non solo di quella.
Era curatissimo, rigoglioso e ricco di statue . Figure fra il mitologico e il mostruoso, piante di un po’ tutte le provenienze .
Felci e cactus si tenevano quasi per mano.  Le liane si intrecciavano alla vite americana in amplessi quasi umani.
Cipressi, aceri, salici piangenti, baobab e sequoie stavano lì dentro in bella mostra senza gareggiare in alcun modo fra loro.
Chi ci entrava respirava un’aria particolare . Era come trovare tutto il mondo in un giardino . Non aveva recinzioni, questo era il bello. Ma era veramente prezioso per altro.
Non si sa come e per effetto di quale magia, lo popolavano senza infastidirsi o cercare di prendere il sopravvento una sull’altra, specie diversissime che di solito si trovavano sparse per il globo. Anche i muschi e i licheni che popolavano il grande Nord vi avevano trovato casa, così pure le piante che, quando fiorivano tutte insieme, davano un tocco di vita alla valle della Morte.
Nessuno sapeva, come tutto questo fosse diventato una realtà, anche perché era sconosciuto ai più.
Chi ci si inoltrava, ne usciva cambiato profondamente. Tornava a casa convinto che nulla era impossibile, e che la natura a volte matrigna sapeva organizzarsi e dare lezioni di convivenza agli esseri umani.
Era un giardino incantato .
Forse era un sogno. Oppure una utopia tradotta in realtà! Pensarci rasserenava e rendeva meno tristi.
Peccato che ad un certo punto la villa fosse stata abbandonata e sempre meno persone erano riuscite a trovare quel giardino e ad entrarvi dentro.
Anche Lea, che era nata e cresciuta in quel luogo non ricordava più quando tutto era iniziato.
Era ancora bella Lea, nonostante i suoi 83 anni, sempre sorridente e pronta ad ascoltare la vita di chi si affidava a lei per un consiglio o semplicemente per un’ora insieme e se era in vena prendeva il suo tamburello e suonava. Se l’era trovato tra le mani fin da piccola e, senza sapere come, aveva imparato a suonarlo.
Lo sentiva nelle vene quel ritmo e a volte se ne andava in giro a cercare luoghi ricchi di mistero e si immergeva nella natura, unica sua vera amica.
Una mattina, per inseguire pace e tranquillità, si ritrovò senza volere nel giardino della villa. All’inizio un po’ titubante, poi attratta da quella vegetazione selvaggia si era seduta su un muretto, si era guardata attorno e aveva cominciato a suonare.
Le dita danzavano sulla pelle ben tesa del tamburello e come avvolta da un’aura che rifletteva la sua anima, continuò a suonare e danzare volando tra le piante, mentre il giardino fu avvolto da un ritmo antico che evocava immagini di pace.
A poco a poco Lea cominciò ad accorgersi che le piante stavano apprezzando la melodia che, con leggerezza di tocco, Lea riusciva a trarre dal suo tamburello.
Il giardino aveva trovato la sua voce.

Storie matte – Quattro mani, due di Daniele, due di Rossella per una storia sola

I libri di Almadi Daniele Violi e Rossella Gallori

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La biblioteca strapiena sembrava scoppiare, gli archivi fine 800 di un legno che sapeva di noce, sembravano non sopportarne più il peso, scaffali, scaffali, scale, scalette, scalini, libri, libri, tanti, troppi libri stravecchi, non c’ era la temperatura ideale…soffrivano questi locali, talvolta  l’ umidità, talvolta il caldo…il freddo, la perdita della copertura era stata letale…

Un grande e fantastico labirinto che solo lei conosceva, tutto senza un criterio: collezioni, riviste, collane, edizioni preziose,  senza un  ombra apparente di logica…dicevamo tutto, tutto o quasi…tranne…

Così vestita, così svestita,  tragicamente coperta  da ciò che aveva e credeva  ancor buono: una garza lisa a tratti sporca, di un giallastro avorio, avvolgeva il suo corpo, un corpo massiccio, opulento: Alma,  fantasma libroso, sguardo perso, quasi fragile, schermato da ciglia sfilacciate,  le guance ingiallite come vecchie pagine di un libro abbandonato….i capelli scomposti e ricomposti più volte, sembravano girini bagnati d’acqua di pioggia.

Spesso trascinava un sacco  di “grassa” plastica grigia, peso di volumi non letti, chiuso da un nastro dalla  parvenza preziosa, di un colore indefinito tra il bleu Savoia ed il sudicio delle scale….un tutto comunque da gettare!

…Sdrucita, ciantellava quasi allegra, strappando piccole foglie morte, alle piante invasate nei grandi orci datati degli immensi corridoi della biblioteca all’apparenza  deserta di gente.

Sembrava volesse affogare nei libri i suoi passi, passi pesanti, accompagnando la sua mente in fuga ad un mantra vecchio di anni, forse una ninna nanna, letta chissà dove e chissà quando: coscine di pollo…

Era un viaggio lungo e tortuoso, che lei seguì.

 Tutto doveva cambiare essere trasferito, trovare una nuova dimora, una nuova dimensione, ogni libro aveva bisogno di amore, di supporto e conforto: pubblicazioni importanti, lettere autografate, manuali antichi, testi blasfemi, bibbie vecchie di secoli, Poesie d’ amore, manuali di giardinaggio, Alma fece tutto con attenzione e preoccupazione, con follia e fantasia: il Pozzo Librario, stava nascendo, nuovo, computerizzato…scaffali  scorrevoli, luci fredde quasi ospedaliere, situazioni inaspettate dove ogni locale si affaccia su altri, una magnifica raggiera, un vortice, un labirinto circolare dalla temperatura non calda, quasi “Mattino di primavera fredda”  come il titolo di quel libro che si ritrovava tra le mani…

Nemmeno se ne era accorta, aveva aperto la porta amica verde di vecchia vernice, senza chiave ed era uscita per un appuntamento con le pagine e si era  trovata nel “Pozzo Nuovo”

La cantilena riaffiorò, le mani violaceo,  i seni pesanti, umidi di pazzia, le gambe segnate dai lividi,  stronzi spigoli pensò, indossando un cappello di carta di libro grande, per proteggere i suoi  girini che rischiavano di diventar rane ad ogni passo.

Noooooo la cultura in cella frigo, gridò! Per conservare le parole, per consultare un libro, avrò bisogno di piume calde, calde di giubbotto, di capo nuovo….

Nooooo….Alma tremava, leggeva, pregava, cantava: fate la nanna…sparendo ansimante,  nella prefazione di un nuovo libro dalle pagine bianche tutte da scrivere!

Storie matte – Quattro mani, due per Carla, due per Patrizia per una storia sola

Merlino e Il Palazzaccio – di Carla Faggi e Patrizia Fusi

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I paesani lo chiamano Il Palazzaccio.

È situato su una collina in mezzo a rovi vicino ad una via francigena che attraversa la zona.

Sembra di essere in un altro mondo, il silenzio, il cielo, i vecchi muri e tante fantasie come a costruire una fiaba.

Nel prato attorno uno scultore del posto ha lavorato pietre e sassi trasformandoli in personaggi, donne, uomini, animali.

Quindi la fiaba può continuare a comporsi.

Ma poi arriva la strega cattiva, una vecchia pedana abbandonata da anni, forse il tentativo di farci qualche spettacolo, ma ormai lasciata alle intemperie, alla ruggine e al legno disfatto.

Attorno comunque regna una energia creativa ricca di storie.

Vale la pena incunearsi in viottoli sconnessi, impigliarsi in rovi pungenti, perdere la strada, scambiare viottolo per arrivare in questo posto magico situato nel cuore del Monte di Firenze.

La flora è particolare, ci troviamo pure lo scardiccio, cespuglio che nasce solo nei posti marini, ma che qui ha dimora perché c’è la magia di un vento che viene dal mare.

Merlino, gattino abbandonato, trovato, accolto e amato era curioso, avventuroso e creativo.

Aveva il brutto vizio di salire sulle mensole e sui mobili e fu proprio lì che trovò un paio di stivali magici.

Curioso com’era volle entrarci e appena indossati, preso da un brivido particolare si sentì leggero, iniziò a fare grandi salti, talmente grandi da trovarsi in quel luogo speciale che era il Palazzaccio.

Merlino aveva sentito parlare Patrizia, la sua padroncina che in quel posto fatato c’era un tesoro nascosto in una grotta.

Puntò i suoi stivali al centro delle mura e questi autonomamente virarono verso un anfratto preciso nascosto dalla vegetazione.

Magicamente la grotta apparve e all’interno cosa c’era? Un tesoro immenso fatto di emozioni, luce, calore, colori e amore, un amore grandissimo che a Merlino ricordò le carezze e le coccole che gli faceva Patrizia.

Allora corse, volò e torno là dove tutto era iniziato, tra le braccia della sua padroncina.

Storie matte – Quattro mani, due di Lucia, due di Luca per una storia sola

La donna dalle lunghe gambe – di Lucia Bettoni e Luca Miraglia

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Aveva gambe lunghe, sottili e leggere come quelle di un fenicottero.

Vestiva di piume rosa come quelle di un fenicottero.

Era alta e girovagava sognante con la sua borsetta rosa in tinta con le piume.

Si trovò di fronte ad un portone anonimo, di quelli in alluminio e vetro anni ’70: si apriva su pochi scalini senza guida che salivano verso un pianerottolo illuminato da una finestrella polverosa e alta.

Pensavi che fosse un uccello? No, lei era una donna e in fondo non era nemmeno così leggera: semplicemente aveva bisogno di luce.

Da quel pianerottolo a destra una scala, a sinistra un’altra, davanti e dietro altre due rampe. Nessuna indicazione sull’eventuale giusta direzione da prendere.

La prima rampa di ciascuna di quelle quattro scale si affacciava su un altro pianerottolo da cui ripartivano otto scale che portavano al successivo da cui si irraggiavano sedici rampe… e così via in una successione apparentemente senza fine. Una ragnatela di gradini e rampe di cui era difficile comprendere la direzione: su, giù, destra e sinistra divengono relativi

Seguirle era difficile perciò lei aveva gambe lunghe.

Aveva bisogno di vento, per questo vestiva di piume.

Aveva bisogno di acqua per lavare la polvere delle strade sassose,

delle strade sconnesse,

delle strade faticose.

Si chiamava Aria ed era una donna.

Storie matte – Quattro mani: due di Rossellina e due di Stefania per una storia sola

Paesi e persone che riemergono – di Rossella Bonechi e Stefania Bonanni

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Dall’alto sono un ammasso di rovine colore sabbia con qua e là sfumature di grigi e ocra. Occorre scendere verso la voragine per cominciare a distinguere: un campanile addossato alla chiesina non si sa se a sorreggersi o a sostenerla, le casupole con ancora qualche gradino e persiane ciondolanti. Avvicinandosi di più ci si può accorgere di uno spiazzo con una specie di vasca rettangolare: una fonte? Un abbeveratoio? Chissà, solo vecchie foto ben nascoste in un archivio possono rivelare che quella specie di presepe disabitato e desolato una volta era un paese brulicante di persone e animali, il campanile e la sua campana, la fontana e le cannelle zampillanti acqua fresca. A quelle finestre ormai orbe c’erano fiori e panni, canti e richiami, e da alcune file di pietre smangiucchiate si capisce che muri e muretti accoglievano rampicanti, chiacchiere, soste ombrose. Ma un giorno, chissà come e perché, si decise che una valanga d’acqua sarebbe stata importantissima per la valle e il circondario, così tutto fu abbandonato in fretta e furia e dopo un tempo concordato ecco pronto l’invaso per la diga, che ogni tanto viene svuotato per la manutenzione e rivela le tracce di quello che non serve più: un ex paese che però non molla, pietre testarde e decise a fare memoria di una vita magari semplice e più dura che ha dovuto piegarsi al progresso ma non ha voglia di scomparire. Era stato un ragazzino pestifero. Di quelli che non danno retta a nessuno, sputano e fanno i dispetti a tutti. Con il senno di poi non sarebbe stato difficile andare a vedere in quella casa, cercare di capire, ma allora non si usava. Così ebbe presto la fama di carognetta, da scansare. Peggio fu alle scuole medie, quando i professori lo mandarono nel banco in fondo, subito. E lui chiuse i libri, per sempre. Gli dicevano ignorante e fannullone, e forse facevano finta di non sapere che lavorava già. Faceva il garzone del macellaio, che a fine settimana lo pagava con un fagotto di bracioline che a casa aspettavano a gloria. Era biondissimo, e già era una fatto raro, e con degli occhi così celesti che era difficile distogliere lo sguardo. Era bellissimo. Chissà se oggi lo sarà ancora, sono passati tantissimi anni. Ed ecco, si materializza. Sempre biondo o, a meglio guardare, bianco….ma era alto, cioè basso, così? No, impossibile, forse è rimpicciolito. Parla bene, è vestito da Signore di campagna molto signorile. Sicuramente ha fatto buona vita, si mantiene bene. Sembra abbia anche studiato. Poi racconta: ha sposato una con i soldi, poi è stato facile metterli a frutto. Sa quattro lingue, ha girato il mondo. È gentile e simpatico. Ha avuto una nuova bella vita. La vita di prima è scomparsa anche fisicamente quando la costruzione della diga ha richiesto l’abbandono del paese che è stato affogato dall’invaso. In quel paese era nato e vissuto, in una vita povera e serena. Tutto questo fa sì che il ricordo rimanga, tutto il resto sembra un sogno che ogni tanto riaffiora quando, svuotando la diga, per magia, il paese riemerge. Ma il solo ricordo e la vista di povere rovine è troppo doloroso. Così sa di poter ben utilizzare i suoi soldi per rendere giustizia alle vite di chi è passato da quel paese. Costruisce un museo dove trasferisce e restaura tutto quello che rappresenta il paese che il mondo voleva cancellare, e riesce a fare sì che ne resti traccia per sempre

Guardare le cose andare via per Rossellina

Le cose se ne vanno per natura – di Rossella Bonechi

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Penso che se potessimo scegliere non smetteremmo mai di
appassionarci alla vita, di agguantare quanta più vita possibile. Ma non siamo
solo anima ed emozioni: esiste un fisico, che si logora, si stanca, a volte
perde pezzi. E così ci illudiamo che sia una nostra scelta allentare la
stretta, che non inseguiamo più per pacificazione dei sensi e non perché il
fiato non regge. Dovremmo confessarci che le cose le guardiamo andare via
sempre con rimpianto ma ci piace di più sembrare “pacificati” che non
delusi o nostalgici.

Per forza accettiamo la fine: non c’è alternativa, ma se potessimo…… Vorrei
dire ai giapponesi che il ciliegio lascia con amore cadere i suoi fiori perché
è certo che ne avrà di nuovi e così anche per noi è la speranza, sempre e
comunque, che se anche non si può più inseguire qualcosa, qualcosa può sempre
arrivare che valga la pena

Partire è sempre un po’ morire per Daniele

Il dolore del partire – di Daniele Violi

Succedeva puntuale ogni estate, man mano che si avvicinavano i giorni fissati per le partenze, per godere dei giorni di vacanza. Tra tutte le amiche e tutti gli amici, già da mesi ci si scambiava le mete per vivere a pieno il gusto della vita che dava la libertà  di poter raggiungere un desiderio. ….noi si và in Turchia…..ganzo…ma che siete soli….si é già fissato con Renato….e via e via. Questi i messaggi che a voce ci si scambiava per sondare altre idee da coltivare. La pigrizia talvolta dava colpi grossi e faceva vincere la rinuncia. Anche i soldi ci davano lo stimolo a decidere dove e quando arrivare a una decisione per partire verso i lidi desiderati, decisione che investiva amiche e amici insieme e le coppie che ai trent’anni di vita si affacciavano davanti a scelte autonome. Ecco mi nasceva allora con leggero senso di smarrimento, la sofferenza e il vuoto che sentivo e che mi portava a vivere le giornate in estate e i pomeriggi prossimi alle partenze, come momenti di abbandono; e anche le sere vicino alle partenze erano sempre meno animate, la compagnia si riduceva delle presenze, fin quando si avvicinava la liberazione da questo stato d’animo, perché partivo, partivamo anche noi. Tante estate nella mia vita vissuta con la mia voglia di comunità che si realizzava con le persone a cui volevo bene, tante estati ho sentito vivere come una pena il distacco delle voci, dei pensieri e degli affetti che si prendevano una pausa vicendevolmente. Allora sicuro ho iniziato poi a capire che tutto dentro di me doveva riuscire a restare come un armadio pieno di sveglie che comunque erano ben funzionanti e continuavano a battere come dei cuori e la presenza si sentiva come magica.               

Oggi lascio andare talvolta le voci, quei pensieri, anche se sono una parte di me, lascio andare gli affetti che le amicizie rappresentano e spero tanto che esse ed essi vivano con la loro saggezza la prova di ciò che gli appartiene. 

Lo spazio per la bellezza per Carmela

C’era poco spazio – di Carmela De Pilla

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 Non c’era più spazio, lo sconforto e la malinconia che l’accompagnavano da sempre aveva invaso tutto il corpo e si sentiva trascinare nel nulla.

Troppa roba.

Troppo peso.

Troppo tutto.

Mancava lo spazio per i sogni, per le risate, per l’amore e quel troppo pieno le toglieva il respiro, la chiudeva nel suo castello incantato dove non c’era spazio per nessuno.

Troppa roba.

Troppo peso.

Troppo tutto.

E poco di tutto.

Come spiegare? Fili di metallo tessevano chilometri di stoffa ruvida, grinzosa, inutilizzabile e intanto lo spazio continuava a diminuire.

Lo sapeva che doveva pulire, mettere in ordine, liberarsi dello sporco che si era accumulato negli anni, ma come?

Forse doveva guardare le stelle?

Forse.

In una notte stellata si ritrovò a camminare nel buio cupo e guardò le stelle, erano tante, cercò di contarle una, due, tre…troppe… poi si accorse che il buio non era così cupo, la luce delle stelle e della luna faceva risaltare i contorni degli alberi, le linee sinuose e materne delle colline, il luccichio delle onde del mare che farfugliavano fra sé e sentì il fruscio delle fronde e lo svolazzare della civetta, sentì anche l’odore della mentuccia, del rosmarino, del finocchietto selvatico e allora capì.

Si lasciò guidare dalle stelle e lasciò andare ciò che fino ad allora aveva occupato tutto lo spazio, ma le ferite più profonde, quelle che avevano disegnato la sua vita le curò e le conservò con premura e mise in ordine ogni cosa.

Quella notte aveva imparato a riconoscere la bellezza.

Ora la scopriva nel disegno di un bambino, nel mandorlo appena fiorito, nei tramonti che le rubavano il cuore, nel miscuglio ordinato o caotico dei colori sulla tela, nella delicata trasparenza di un petalo di rosa.

Aveva smesso di inseguire tutti quei fantasmi e aveva imparato ad amare.

Una scuola per lasciarsi andare per Nadia



LASCIARE ANDARE  PER LASCIARSI ANDARE – di Nadia Peruzzi




Come si impara a lasciare andare? C’è una scuola? Se c’è, mi iscrivo subito. Immagino
che la troverei frequentatissima. .

Non sono mai stata brava in questo. Forse non lo diventerò mai.
Il tempo che resta, se mai lo contassi in anni,  sarebbe già sulla via dell’orlo dell’abisso.
Contando in settimane, apparentemente uno può
anche far finta e tirare il fiato. Ma la spada di Damocle sempre lì resta.

E in questo tempo corto aumentano le domande,  è sempre più facile commuoversi di nulla e temere di parecchie cose che a venti anni erano lontane come Cassiopea.
Allora che facciamo? Che faccio? Che si può fare?
Una bella baita in montagna persa nel nulla e senza nulla a volte la penso come soluzione.  Che bello senza internet e senza cellulare, soli e in mezzo alla natura!
Poi però mi dico e se per uccidere una zanzara cado e metto a rischio una vertebra ? Soluzione baita come toccasana? Non buona.

Ancora peggio la versione struzzo. Mettere la testa sotto la sabbia,  vuol dire
lasciare allo scoperto parti sensibilissime!

Siamo fregati . Non si scappa da ciò che siamo.
È dura farsi scivolare i mali del mondo dalle spalle per vivere meglio,  anche perché a
quelli devi aggiungere i tuoi di mali che si accumulano e danno stilettate
dolorose quando vedi sparire chi ti è stato amore, appoggio, complice, guida, riferimento.

Sapere che tutti provano le stesse cose non aiuta. Così come non aiuta una novella che si racconta per far coraggio anche se sai che non è vero. Il tempo piano piano cura e lenisce!!
Non sono capace di spezzare i fili, questa è la mia verità . Lasciare andare è lacerante e complicato.  Arriva sempre il momento di un gesto, una foto comparsa all’improvviso che riaprono voragini di dolore.
A volte mi dico, ragazza come sarebbe se pensassi di meno, se il cervello fosse meno vigile e attento? Se arrivasse quel ragazzo tedesco dal cognome che mette paura, potrebbe aiutare??
Fare tabula rasa di ricordi, pensieri, potrebbe anche esser divertente, se aprisse un mondo alla Alice nel paese delle Meraviglie dove il Cappellaio Matto diventa il personaggio principale e puoi fare a botte con la Regina di Picche. Ma mica funziona cosī! Chiudere in una bara prima del tempo emozioni, legami ricordi? Terribile . Per fortuna un pensiero che corre via fugace come è arrivato.
E mi dico, ma non sarei più io, che valore avrebbe vivere nei panni di un’altra, smemorina e parecchio svagata a cui le cose non restano addosso ma è collocata senza speranza nella quarta dimensione, dove non arriva più nulla, o se ti va di lusso ti ritrovi a fare i conti col Grillo parlante di Pinocchio mentre il Cappellaio Matto ti da una mano mentre fai a botte con la Regina di Picche!!E tu non sai a chi dar retta!! E allora la
domanda nasce spontanea.

Chi sono io? Chi voglio essere? Chi accetto di essere?
Sono una che si libera delle cose ma non sa fare tabula rasa.
Ne è prova, fra le tante, un vestito dai colori smeraldo, di un cotone che regge da 50 anni. Origine e disegni indonesiani che a forza di lavaggi non hanno perso smalto ma si è solo liso un po’ alle spalle.
 È stato una sorta di accompagnatore scaramantico nei miei viaggi estivi. È sul ripiano dell’armadio e li resterà. C’è una vita dentro quel vestito.  Rivedo le istantanee dei luoghi visitati, le emozioni provate, la felicità o lo stupore di fronte a quello che vedevamo . Farne a meno sarebbe come amputarsi un pezzo di cuore.

I libri? Altra difficoltà. A volte aprendone uno scappa fuori un biglietto dell’autobus di Mosca 2006, o la cartolina di amici o parenti da mete lontane che ormai ho depennato dai miei orizzonti.
Non si può far pulito.  Li considero perle di una collana il cui unico filo è un insieme di ricordi, attimi, sensazioni.
Le persone? Le rotture le vivo malissimo. Non riesco, dentro di me, a rompere del tutto. Bisogna che proprio qualcuno mi abbia ferito profondamente, e lo abbia fatto con cattiveria .
Altrimenti le porte restano sempre con uno spiraglio, in attesa di acque calme in grado di spezzare muri che si creano a volte anche su banalità.
Se devo giudicarmi rispetto alla scintilla a cui mi sono ispirata, direi che mi sento a metà di un guado.
Per imparare a lasciare andare forse sono ancora alla scuola media, con la consapevolezza che forse all’università non arriverò mai, non solo per il tempo che manca,  ma per attitudine.
Sulla consapevolezza che ciò che se ne va, se ne doveva andare, forse lì ci sono più vicino.
Ma essendo una inguaribile romantica piuttosto che assolutizzare il concetto preferisco affidarmi al “Mai dire mai” di 007. Chissà che qualcosa o qualcuno non torni ?
Il definitivo è privo di speranza, un dato di fatto che può pesare come un macigno.
Per questo non amo i cimiteri . Eppure ci sono storie lì dentro. Anche parte delle mie. E parti molto importanti.  Ma non riesco ad andarci con regolarità, devo costringermi ogni volta.
Odio accettare una definitività che impedisce il flusso del bello passato insieme. Una lapide di marmo è lapide nel cuore, e non voglio questo.
Meno male che ci è data la possibilità di sognare anche ad occhi aperti.
Fa bene all’anima. Il sogno è vita, possiede una magia tutta sua.
Le maglie che collegano un anello all’altro non sono pesanti, ma leggere come piume. Le immagini che compaiono possono essere fuori sincrono e con una cronologia strana rispetto al reale andamento delle cose.
Ma le fiammelle che accendono sono in grado di illuminare la strada che aiuta ad andare avanti.



 



Tutto ricorda qualcosa per Sandra

Lasciare andare – di Sandra Conticini

Non riesco a lasciare andare, tutto mi ricorda qualcosa. Non riesco a staccarmi dalle cose…più che dalle persone.

E’ difficoltoso buttare via anche i fogli e i fiocchi dei regali, per non parlare dei bigliettini che ogni tanto ritrovo nei cassetti,  li rileggo, rivivo il momento e penso alla persona che ha scritto quelle  parole.

Spesso mi riprometto  di cominciare da una parte  a mettere a posto, ma poi preferisco andare avanti ed iniziare domani…. quel domani che deve ancora arrivare. Pur avendo la consapevolezza che potrei sentrmi più leggera,  è faticoso staccarsi dai ricordi, dalle persone e, facile da dire, ma impegnativo metterlo in pratica.

Quando decido di buttare via qualcosa prima lo metto da una parte,  lo riprendo in mano,  lo riguardo, poi può succedere che ritorna  al suo posto e così  è tutto un cercare in qua e in là e non riesco ad  essere precisa come vorrei.

Negli ultimi tempi mi sono ripromessa di comprare solo quello che serve, ma allora che soddisfazione c’è andare fuori se non posso levarmi qualche sfizio?

Mia mamma mi diceva: -Ohi ohi non riesco a buttare via niente, che rabbia!!!

Chissà quanti accidenti mi manderai!!!

Allora mi viene da pensare:- Non sarà per caso il DNA di famiglia? 

Quello che torna per Tina

Solo ciò che torna ci appartiene – di Tina Conti

Solo ciò che torna ti appartiene……….

Cogliere quello che torna  a volte ci sorprende, lo davamo per  passato, sepolto, fuori da noi.

Se questo accade, ma non è la regola, ritorniamo indietro, frastornati, confusi. Queste emozioni che ritornano  ci fanno paura, o ci fanno sognare.

Sul nostro cammino, delle nostre esperienze rimangono granelli  preziosi, pieni di impronte, splendenti che con lampi di ricordi a volte ci rasserenano a volte ci inquietano.

L’uomo, oggi, si porta una quantità tale di zavorra  che non riesce a sostenere

Vive troppi anni, ha moltitudini di emozioni, fa tante e diverse esperienze, si confronta con tanti mondi.

Ci pensa però il nostro io a staccarsi, a fare uno spazio intorno per trovare quell’umanità utile al quotidiano.

Talvolta serve il trascorrere degli anni a ridimenzionarci, i movimenti lenti, le gambe più incerte e meno veloci  la mente saggia ma essenziale limitano le forze.

Il passare del tempo  ci conduce alla bellezza dell’essenziale:-

Osservare in poltrona i colori lucenti di una calda giornata

Ripensare ad una amicizia profonda,

indossare quella vecchia maglia di lana calda e con qualche buco ma lavorata a ferri   così accogliente.

Ci conforta  ascoltare  quella grandezza che ci ha nutriti all’interno, la tana con cui ci siamo curati , il resto lo possiamo lasciare andare: guizzi di energia  a momenti ci sorprendono, lottiamo come un tempo per arrivare.

Poi li guardiamo con benevolenza, non valeva la pena tutto quel movimento.

Siamo fortunati se  la nostra vita  ci consente una conclusione  saggia  e con poco dolore.

L’impronta di noi  rimarrà  in qualche modo  e per un tempo che non sappiamo, a volte la vediamo  riflettersi nei modi di  fare  o di essere delle persone che ci sono vicine, questa è una sorpresa e un’eredità inaspettata, talvolta anche dolorosa.

Quando viene il momento di fare spazio per Anna

CAOS – di Anna Meli

– Cose inutili, cose inutili! – Così ripeteva a se stessa a voce alta mentre cercava di trovare un po’ di spazio in quel caos di oggetti, cose, scatole indumenti ed altro. Certo era fortunata a disporre di una stanza dove poter mettere di tutto e chiudere la porta: non esisteva più nulla e tutto poteva essere dimenticato.

            Prima o poi veniva però il momento di fare spazio per altre cose e a quel punto bisognava scegliere fra quello da tenere e quello da buttare e scegliere era difficile. Ogni cosa che toccava era rivivere un momento, un tempo particolare, una gioia, un momento critico e così non riusciva a fare granché .

            Chiedeva allora consiglio a qualche familiare che sbirciava dalla porta scuotendo la testa:“ Ma che te ne fai di tutta questa roba? Dammi retta, chiama lo svuota cantine e fatti portare via tutto. Via tutto via, libera la stanza e le pareti ti ringrazieranno.! Quelle foto che stai guardando, lasciale perdere che non sai nemmeno di chi sono…e quel libro della V elementare che perde le pagine! Non è una reliquia! Fai spazio e soprattutto fallo dentro di te!”

            E così lei a malincuore incominciò a dividere le cose e le loro storie: quelle da tenere e ricordare e quelle gettare e dimenticare e non fu facile. Pensava e rifletteva.  Toccandone alcune in particolare nella sua mente mille ricordi si facevano strada, ma facevano parte di un passato del quale doveva  rimanere solo l’essenza chiusa in fondo al cuore; il resto non contava doveva riuscire a liberarsi dell’inutile, di ciò che non serviva e doveva farlo anche su stessa stessa per ritrovarsi e continuare a vivere serenamente.