Incontro del 21 novembre 2024 – Le VOCI

Le parole della canzone come scintilla, anzi più di una…..

Testo
Voci di radici, di nebbia e di pioppi
Che parlano agli argini e che parlano ai matti
Voci nella testa, voci contro il tempo
Che riempiono la vita restando nel silenzio
Voci che non sento più
Voci che sai solo tu
Manca la tua voce, sai
Mama don’t cry
Mama don’t cry
Voci di ricordi, giorni da balordi
Persi nella noia di un’estate al bar
Voci all’oratorio, voci in bocca ai preti
E a suore un po’ più audaci di quelle dei presepi
Voci che non sento più
Voci che sai solo tu
Manca la tua voce, sai
Mama don’t cry
Mama don’t cry
It’s been a long time, mama non sai
It’s been a long, long time
Ooh, it’s been a hard time, mama non sai
It’s been a hard time
Sera di cera
Calami dagli occhi
La notte è chiara
E c’è chi spera
Ai piedi della sera
Voci senza nome urlate a bocca piena
Voci tempestose sognando l’altra riva
Voci di padroni che abbaiano ai tuoi sogni
Dove chi ha il guinzaglio non sono i veri cani
Voci che non hanno un suono
Che non sanno più chi sono
Manca la tua voce sai
Mama don’t cry
Mama don’t cry
Ooh, mama don’t cry
Mama don’t cry
Ooh, mama non sai
Mama don’t cry

foto di Rossella Gallori, Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

La lettura per Patrizia

Leggere è cibo per la mente – di Patrizia Fusi

Photo by Pixabay on Pexels.com

Frase ispiratrice: E’ stata Marcella che mi ha fatto venire la passione per la lettura con i libri degli anni verdi che lei mi passava.

Per me leggere è cibo per la mente, quando leggo entro nella storia che sto leggendo, vivo con i personaggi che ci sono descritti .

Alcune volte quando non ho capito bene torno indietro nella lettura.

Provo interesse per alcuni personaggi e gli ambienti che vengono descritti, li vedo come io li immagino.

In ogni libro che leggo, vivo una parte della mia vita con loro.

Per me leggere è vivere tante vite.

Leggere mi stacca dalle difficoltà della vita quotidiana, mi tiene la mente attiva e mi aiuta a mettere in ordine le mie idee e i ragionamenti.

Mi arricchisce di conoscenza.

Finalmente piove per Anna

La pioggia è vita – di Anna Meli

Frase ispiratrice: IL PAVIMENTO DELLA VERANDA E’ UN LAGO DI ACQUA

Photo by Landiva Weber on Pexels.com

            Era stata un’estate torrida con tanto sole e un caldo impossibile. Si poteva godere di un po’ di fresco solo alla sera dopo il tramonto. Il frinire delle cicale non cessava fino a notte inoltrata e, tanto era il desiderio della pioggia che, se non fosse stato in soffitta, avrei anche tentato di agitare quel bastone magico per avere un risultato immediato.

            Passarono giorni senza nessun cambiamento; poi in un pomeriggio particolarmente afoso, una nuvoletta fece capolino seguita da altre che si unirono, si scurirono velocemente, lottarono col sole facendolo sparire insieme al frinire delle cicale. Il silenzio fu spezzato da un boato cui seguirono lampi saettanti e altri rumori secchi che si rincorrevano producendo echi diffusi e…finalmente cadde la pioggia.

            Enormi goccioloni, prima radi, poi man mano più fitti, diedero inizio a un temporale violento e, in men che non si dica, l’acqua si distese ovunque. Tamponai con stracci la porta d’ingresso ma non riuscii ad evitare che la veranda esterna ne fosse invasa.

            Poi, così come era arrivato, il temporale si dileguò verso altre zone continuando a brontolare.

            La pioggia cessò.

            Mi liberai dai sandali e, a piedi nudi, mi apprestai a spazzar via l’acqua dalla veranda ricevendone una deliziosa sensazione di fresco.

Umanità e lavoro di Rossella B.

Conoscere e conoscersi – di Rossella Bonechi

Frase ispiratrice: Quarant’anni di lavoro sono stati un lampo ma pieni dell’umanità più varia

Photo by Mikael Blomkvist on Pexels.com

Quarant’anni di lavoro sono stati un attimo ma pieni dell’umanità più varia. Quante vite ho incrociato al di là e al di qua della scrivania ! Con qualcuno ho solo galleggiato a pelo d’acqua, con altri ho esplorato il mare profondo; c’è stato chi mi ha insegnato a nuotare e poi io sono stata istruttrice per chi arrivava aggrappato alla sua ciambella. Sembrava di vendere solo riposo e svago, esaudire il sogno di luoghi lontani e mari esotici, aiutare qualcuno a riassaporare casa, in realtà il vero viaggio lo facevo io ogni mattina che aprivo quella porta. Da tutto ho tratto carezze e graffi, sorrisi e mugugni, ma quei famosi quarant’anni mi hanno aperto la testa, il cuore, orizzonti e soprattutto la possibilità di conoscere: ho capito che solo la conoscenza dell’altro, anche il più antipatico, mi permetteva di superare i limiti dei miei preconcetti. Se chiudo gli occhi tante diapositive mi scorrono davanti, una appresso all’altra, e ogni tanto da un fermo immagine riemerge anche una voce o una storia che ha inciso di più. È stato faticoso lavorare al pubblico, con colleghi che non ti sei scelta, ma ognuno di quei fili che ho intrecciato al mio è presente nel disegno del mio tessuto.

Poi, oltre al lavoro, c’era la vita degli affetti profondi e cari dai quali, fortunatamente, non si va mai in pensione.

O forse sì, ma questa è un’altra storia.

Un pensiero fondamentale di Stefania

Quando la verità non la vogliamo vedere – di Stefania Bonanni

Frase ispiratrice: Con la coda dell’occhio trascino un pensiero improvviso

Photo by Aidan Nguyen on Pexels.com

Certo, quando finalmente le cose appaiono chiare, fanno male davvero

Quello che non avrei mai voluto sapere, era che lei fosse stata così tanto male. Eppure era ovvio, banale, inevitabile, che quello che era successo, altro non fosse che il frutto di una grande sofferenza. Ero io che non volevo sapere. Ero disposta a pensare ad una follia, perfino ad un attimo di lucidità estrema, a qualunque motivazione, ma non che lei stesse male.

Eppure la sequenza temporale dei fatti era uno specchio chiaro, di tanto malessere. Eppure non avrei voluto sapere. Che stessi male io e che avessi messo in atto trucchi per divagare, mi faceva fermare un attimo prima che tutto accadesse, ma alla lunga non mi e’ bastato. C’era sempre un pensiero altro. Ogni guizzo, ogni divagazione e’ sempre stato per un attimo. In fondo, in coda, sotto, c’è sempre stato il suo dolore, e la mia incapacità di farci i conti.

Ora lo so, chiaro e per sempre, che mi porto dietro e dentro un pensiero che farà da sbarramento a tutti gli altri.

Tanti fiori per Sandra

Un mare di fiori – di Sandra Conticini

Frase ispiratrice: VORREI RICOPRIRTI DI FIORI, CORRERE ANCORA CON TE!

Photo by cottonbro studio on Pexels.com

Quando è arrivata quella bestia nera non avevo pensato che potesse succedere proprio a me… anzi a noi, o almeno in quel momento, troppo presto per tutti!

Certo non è che a chi succedono queste cose la bestia manda un avviso qualche tempo prima.

Tante volte ho pensato – Per fortuna -, altrimenti sarebbe una vita con un’ansia infinita.

All’inizio mi sono sentita abbandonata, convinta che ti avrei voluto seguire, tanto che scopo poteva avere la mia vita? Però più ci pensavo e più mi accorgevo di non potermelo permettere, dovevo pensare al nostro bel fiore, che sicuramente anche lei si sarà sentita tradita e stordita, in poco tempo sei sparito nel niente.  Non riusciva a capire perchè non avevi potuto salvarti da quella bestiaccia, che quando arriva la pace è finita!

Così con tanta fatica ho cercato di dedicarmi al meglio a quello che dovevo fare, ma non è stato un gioco.

Se guardo indietro mi accorgo che  soddisfazioni ne ho avute, ma sicuramente non sono state vissute come se fossi stato con noi.

 Ci sei mancato e ci manchi anche a distanza di tanto tempo, ed ancora quando il cuore me lo dice ti vengo a trovare e ti ricopro di fiori, ma non volevo che fosse così!

Il “Noi collettivo” di Nadia

Scampagnate in Fontesanta – di Nadia Peruzzi

Frase ispiratrice: Olivi e vigne sono sempre lì,  sembrano sempre uguali a sé stessi di un tempo,  ma non è così. Manca la vita che brulicava attorno a loro e quelle passioni, anche civili, che erano il bello delle nostre campagne!

Photo by Giuseppe Di Maria on Pexels.com


Anche le case non sono più quelle. I vecchi abitanti, le grandi famiglie contadine non le occupano più. Dagli anni ‘60 in poi, man mano si sono svuotate per mancanza di braccia, visto che figli e nipoti sono andati a fare altri lavori. Sono state occupate da altri, con una sostituzione sociale che nelle nostre zone ha marcato la linea fra il prima e il dopo . Altre le storie, altri i trascorsi e i percorsi di vita.
Non sono come i Dei, che ho conosciuto da piccola. Si andava da loro a prender olio nuovo e formaggio. Erano una sosta obbligata quando si facevano le nostre scampagnate in Fontesanta . Andando a piedi, la loro era l’ultima casa che si trovava prima dell’ultima salita tagliagambe, venendo su da via Rimaggina.
Sosta obbligata . A volte breve a volte più lunga.
Col babbo e con la mamma erano occasioni per scambi di valutazioni sulla situazione politica, ma anche per ricordare i tempi in cui il babbo e altri della sua brigata scendevano per procurarsi cibo, vestiario e aiuti vari . I Dei, come tante altre famiglie contadine, sfidando il pericolo, erano protagonisti di quella forma di resistenza civile, senza la quale i partigiani non avrebbero potuto sopravvivere. Mettevano a disposizione quello che riuscivano a raccogliere anche dalle famiglie vicine. Certo dovevano fare attenzione, contare solo su quelle fidate. Le spie a quel tempo potevano annidarsi ovunque.
I Goli, i Poggiali, i Cappelletti altri che hanno dato il loro contributo fattivo e poi in tempo di pace,  da militanti aprivano, volentieri le aie e le grandi cucine, in modo che le altre famiglie contadine vicine alle loro case potessero partecipare alle riunioni che la sezione organizzava in prossimità delle campagne elettorali o per discussioni di questioni importanti che riguardavano il territorio.
Mentre scrivo mi rendo conto che uso i plurali, il singolare mononucleare non era nemmeno ipotizzabile a quel tempo .
Erano famiglie numerose, costituite da genitori che abitavano con figli, nuore e nipoti . Talvolta anche le zie e gli zii se rimasti vedovi o avevano qualche problema di salute rientravano in famiglia.
Quando ci riunivamo c’era un intero mondo in quelle aie e cucine.
Dai piccoli ai molto vecchi, seduti in cerchio a dialogare.  
A volte spuntava vino nuovo o vin santo che accendeva le serate sciogliendo quel che poteva essere una sorta di iniziale imbarazzo, fra il noi della sezione e il loro che ospitavano e erano lì per ascoltare.
Era invece,  il bello e fecondo “noi “collettivo, in cui c’era chi aveva più parlantina e dimostrava di aver capito prima che noi si abbozzasse una qualche spiegazione e chi più zittone, parlava con gli occhi o con i gesti. Stava attento e quando meno te lo aspettavi in 2 parole, non di più, faceva sintesi perfetta e andava al punto cruciale.
Occhi attenti e partecipi. Sapevano da che parte stare.
Un mondo di persone semplici e vere che dava calore e forza, ricco di valori e di principi saldi.
Si tornava a casa a notte fonda, a volte stanchi ma con animo pieno di nuova consapevolezza, e speranza.
Era il tempo in cui il cambiamento era nell’aria e nelle cose .
Si stava anche realizzando.

Il canovaccio di Daniele

Il canovaccio dalla Calabria – di Daniele Violi

Frase ispiratrice: Quel canovaccio di canapa che da tanto tempo vedo abbandonato in terrazza

Photo by Sena on Pexels.com

….Quel canovaccio di canapa che da tanto tempo vedo abbandonato in terrazza, dicevo tra me e me, mentre stendevo la biancheria, mi fa ricordare che tempo fa avevo vissuto un momento di ritorno al passato che nello stesso momento si traduceva anche in un pensiero suggestivo. Il desiderio di poterlo maneggiare e avere successivamente la capacità e la maestria di rendere questo manufatto di creatività, di mani laboriose e gentili, vivo e ancora protagonista della quotidianità che ci circonda in casa e in cucina, per i momenti che possiamo dedicare a noi stessi, al nostro benessere.

Il canovaccio, che mia Madre mi ha poi raccontato aveva tessuto all’età di 14 anni, ha una tessitura corretta, senza smagliature e grossolanerie. Il colore crema scuro dà un senso di calore come il colore di una giacca sahariana, che ricorda le giornate calde in un paesaggio tipico della Calabria, dove tra rocce e pianori si aprono valli come canyon, intervallate da colli e terrazze frutto del lavoro di generazioni che hanno ricavato dalla terra tutto. Tutto il loro mondo di vita, che oltre al cibo, quel mondo di allora, chiedeva tessuti per coprirsi e recipienti e utensili e strumenti, che con l’arte tramandata da artigiano ad artigiano, con sapienza si realizzavano. Queste mani d’oro riuscivano ad soddisfare le esigenze e le necessità di vita di tante persone che vivevano nell’indigenza del secolo scorso e nei secoli precedenti. Un canovaccio di vita che parla ora, e che mi parlerà ancora.

Ho restaurato la trama e i pizzi laterali con passione, con la voglia di vederlo ancora giovane e forte a parlarmi della mia Mamma e della vita che lui ha visto con i suoi occhi scorrere in tanti anni.

Canovaccio ti promuovo in bella copia.

Simone continua la storia: Giù la testa 2

Parte Prima (già pubblicata): Allungai il collo per osservare la situazione, quando la mano dell’uomo accanto a me mi fece abbassare il capo : – Cosa fai, sei impazzito? Giù la testa presto prima che sia troppo tardi- Non capivo! Perché stavano tutti con la testa reclinata, sguardo a terra, ammassati l’uno accanto all’altro. Cosa stava succedendo? Perché mi trovavo in quella situazione? Sopra di noi una luce accecante che non permetteva di alzare lo sguardo. Un ronzio ritmico spostava folate di vento come le pale di un gigantesco ventilatore. Ogni tanto si sentiva un “toc” come di una pacca sul capo, seguito da un “ohi “ di chi era stato colpito.-Ma dove siamo – chiesi. -Mah … saperlo … nessuno lo sa, perciò zitto e guarda in terra !-  Se c’era una terra, perché in tutto quel riflesso bianco non si capiva. “CrocoTook”, una testa rotolò su di noi. -Visto? … Ha allungato troppo il collo …. Giù, sta’ giù…

ATTENTI AL COLLO (parte seconda) – di Simone Bellini

Photo by Suki Lee on Pexels.com

Cristo, ma che cavolo di situazione è questa!

Non esiste che io resti ancora qui, devo trovare una via d’uscita.

Rifletti ….. se non puoi alzare il capo, puoi fare l’opposto ….. strisciare in terra !

Mi abbassai e strisciando cercai di farmi largo tra centinaia di gambe, quando mi sentii afferrare per i piedi. Mi voltai, era lui, il mio compagno di sventura :

– Che cazzo fai , lasciami andare ! –

– Stai scappando vero? Voglio venire con te ! –

– No, non se ne parla ! Devo essere solo per riuscirci –

– Dai , in due ci proteggeremo a vicenda, me lo devi, se non ti avessi avvertito la testa non l’avresti più ! –

– Va bene, ma stai attento mi raccomando.-

Strisciammo insieme verso non so dove, spostando le gambe di quella marea sottomessa che, sentendo minacciato il loro precario equilibrio, mugugnavano impauriti.

Man mano che avanzavamo i mugugni aumentavano sempre più fino a far scattare la sirena dell’allarme.

– Dai, presto, striscia più veloce.-

L’agitazione dei soprastanti rendeva difficile la fuga.

 Strisciando ci allontanammo più velocemente possibile da quel frastuono, senza accorgersi che il pavimento stava andando in discesa,.. una discesa ghiacciata. Scivolammo senza un appiglio a cui potersi aggrappare. L’inclinazione diventava sempre più ripida e noi acquistavamo sempre più velocità.

D’un tratto … il vuoto …. Precipitammo nel buio non so per quanto tempo,… sembrava non finire mai !!!

Era la fine, me lo sentivo, non saremmo sopravvissuti.

Questi pensieri affogarono nell’acqua gelida che ci accolse salvandoci.

Nuotammo sfiniti fino a che una melma rocciosa si palesò sotto i nostri piedi. Esausti svenimmo.

– Ehi svegliati, svegliati ! – Un paio di schiaffi mi aiutarono ad aprire gli occhi

– Siamo ancora vivi?- dissi bloccandogli la mano pronta per il prossimo schiaffo- dove siamo ?-

– Ne so quanto te ! Non si vede niente.-

 A queste parole, d’ improvviso apparve una fiammella su di una roccia

– Guarda!… com’è possibile che scaturisca del fuoco da una roccia –

Un’altra fiammella spuntò su un’altra roccia e poi altre ancora fino ad illuminare quella tetra grotta.

– Guarda quelle fiammelle in fila, sembrano indicare una via, un sentiero !-

( continua … forse ..)

La zia di Carla

Lo zabaione di zia – di Carla Faggi

Frase da approfondire: Mia zia che mi rincorreva con lo zabaione nel bicchiere dove ancora sbatteva il cucchiaino

Photo by cottonbro studio on Pexels.com

Andavo spesso da mia zia Nella a contadino, dalla zirinella dicevo, la mia preferita.

Mi coccolava non con le affettività ma con le cose ed essendoci.

Per merenda mi preparava i bocconcini di pane col prosciutto e li metteva tutti in fila ed io giocavo a sceglierli. Poi le corse al torrente Marina di Calenzano, i piedi nell’acqua, la mia paura di pescecani che potevano mordermi i piedi, mia zia che rideva.

Il raveggiolo che veniva posto a riposare sui giunchi, io che volevo imparare a farlo e che volevo mangiarlo tutto tanto era buono.

I campi, il pollaio, volevo fare amicizia con le galline ma finii per essere rincorsa da un tacchino. Da allora non ho più voluto amiche galline e neppure tacchini boriosi.

Però le galline facevano l’ovino fresco, mia zia lo sbatteva con lo zucchero ed una puntina di vinsanto e diceva che faceva bene e dovevo mangiarlo. Io delle cose che facevano bene e che avrei dovuto mangiare mi sono sempre fidata poco, quindi per principio facevo resistenza, ma poi dopo la perseveranza di mia zia cedevo soddisfatta.

Riposavo sotto un moro, un albero gigantesco, bellissimo. Sognavo di principi, principesse, castelli e magie.

Giornate speciali, ma poi arrivava la sera, mi mettevano a dormire in un grande letto, in una grande stanza dal soffitto molto alto, dove c’era tanto freddo e soprattutto non c’era la mia mamma.

Allora ogni volta, succedeva sempre, cominciavo a piangere, volevo tornare a casa, mio cugino che già allora era grande, mi faceva sedere sulla canna della sua bicicletta e mi riportava a casa.

Lui scocciatissimo, io essendone innamorata segretamente, quasi contenta.

Le mie merende, i miei sogni, il moro, i tacchini, lo zabaione e la zirinella. Ed anche il mio primo innamoramento.

Oggi al loro posto ci sono I Gigli….non i fiori, ma il Centro Commerciale….

Il coraggio di Lucia

Frase ispiratrice: Lì potevo saltare dalla finestra

Non poter più tornare indietro – di Lucia Bettoni

foto e disegno di Lucia Bettoni

Bisogna avere coraggio ed essere più forti della paura o semplicemente non poter più tornare indietro
Ci sono momenti in cui guardi la tua vita con i piedi ben saldi, anzi seduta a gambe incrociate sulle pietre al centro di una vecchia strada
Guardi avanti, sei sola e non hai paura
Sei così straordinariamente consapevole che niente e nessuno potrà farti tornare indietro
È quella forza che può tutto perché puoi lasciare tutto
Sei nuda ,sola, intoccabile
Mi vuoi uccidere?
Vuoi farmi male?
Vorresti portarmi via?
Fai pure quello che vuoi
Pensa pure quello che vuoi
Io sono qui
Seduta a gambe incrociate sulla vecchia strada di pietre
Sono inamovibile
Fai pure
Io ho deciso
Fai pure
Non mi spezzerai
Ci vuole coraggio
Ho avuto coraggio
Da quelle pietre mi sono alzata
Tu non avevi più nessun potere su di me
Io ero libera
Avete mai avuto la sensazione di essere veramente liberi?
È un sentimento unico
un sentimento che vale la vita
Si vale la vita
Non avere niente e non sapere niente di quello che sarà domani
Senza niente, ne’ case, ne’ cose, niente
Sola con la tua libertà
Il respiro di un momento
Quella è la vera forza, quella che conosce il cammino
Quella forza è fatta di te
È fatta di quello che sei
di quello che veramente sei
È un sorriso che non teme

La lettera di Gerardo per Rossella G.

Cara Rossella – di Rossella Gallori

Frase ispiratrice: Era tutto dall’ altra parte della strada….

Photo by Pixabay on Pexels.com

…ed ora era tutta un’alta strada, anche la cassetta della posta rossa  ammaccata di ruggine e di solitudine, sembrava aspettarmi, sbilenca la sua bocca sembrava sorridermi; bastava attraversare, ignorare la fitta nebbia che me lo impediva, i fari gialli di luce fioca, occhi malati vaganti.

Ero scomoda, scomoda dentro, vestita a strati, infreddolita, cazzo,  dovevo solo attraversare il giardinetto incolto, prendere la chiave, ed aprire la bocca del “forno postale” sapevo che qualcosa mi aspettava.

Ebbi all’improvviso più coraggio che voglia, non tolsi nemmeno le ciabatte, che affondarono sotto il mio peso nell’ erba fradicie.

La lettera era lì, il sogno l’ aveva annunciata, ma da un pezzo non credevo più ai sogni, eppure!

La busta era color paglia vecchia, quell’avorio antico distrutto dagli anni. Aprii con paura: chi mi cercava? Chi voleva sapere di me? Chi era interessato al mio sapore vecchio di anni.

La grafia era incerta, da bimbo grande, a tratti anziana……..

Carissima

Scusa se non uso il tuo nome, non so come ti han chiamata sei anni dopo di me, Rossella forse, sono quasi sicuro che la nostra mamma abbia vinto all’ arrivo di una femmina.

Mi presento: sono tuo fratello, il terzo, quel bimbo nato per poco, so che ti han parlato anche troppo di me.

Sono morto per mano assassina, dal ventre di nostra madre ho visto la luce….luce di bombe, nere di camicie, li vedevo sai, con le pistole puntate ai suoi riccioli neri, attaccata al muro, vedevo le loro facce, facce a bischero, quei bischeri cattivi senza nome.

Si sono tuo fratello, da qui dove sono da ottanta anni, ti vedo, ti seguo, non sei un granchè Rossella mia, certo esser cresciuta all’ombra mia, non deve essere stato il massimo.

“ ero bello, avevo ciglia lunghissime, non piangevo mai” le ho sentite sai, le tiritere della mamma: bello come lui non li ho mai fatti!!!! Mentre tu tiravi calci a quel “fiocco da cuscino da morticino” dispettosa ed indispettita.

Sono nato per poco ma ho fatto un figurone, a San Casciano, piangevano tutti, anche i due fratellini nostri c’erano, mancavi te, che non eri nata, che poi anche quando ci sei stata se ne son accorti in pochi.

Ti scrivo da questo posto che non so dirti cos’ è: chi lo chiama paradiso, chi no, chi forse, io mi ci sono abituato.

Ti ho seguita passo per passo, non hai concluso tanto, hai tenuto conto, troppo, di quel che dicevano loro, maschi grandini e birboni: STUPIDA …la Rosy ė stupida, ci hai creduto talmente tanto, che quella stupidità e diventata la tua bandiera, il tuo scudo!

Ora basta te l’ho sentito dire troppe volte.

Comunque un grazie grande e frettoloso, per quel che hai fatto, con coraggio. Vedendo da quassù ho capito che non è stato semplice. Sola su strade senza marciapiede.

Ora ti lascio è l’ ora della poppata, qui deglutisco bene, ci sono balie bellissime, di tutte le razze, nessuno mi ha chiesto la mia, ci vogliamo bene, non sappiamo cosa è il male.

So già cosa dirai: prendi il latte come i vecchi ed i neonati?

Già come i neonati, sono del 44 ma il 45 non l’ ho mai visto.

Ciao Rossella, Rossellina mia, attenta quando rientri a casa con gli occhi lacrimosi.

Ti aspetto, forse è questione di poco o di tanto.

Mi riconoscerai, sono quel bimbo bello, nella culla di raso azzurro, quella che tu non hai mai visto, avevano già buttato tutto quando sei arrivata tu.

Tuo per sempre, fratellino piccolo più grande di te

Gerardo

Ho chiuso la cassetta, sono rientrata a casa, passi lenti e pesanti, mi sono messa per terra in un angolo, senza luce, tra le mani : nulla…….

Qui caro Gerardo c’ è notte, notte buia e cattiva, buio troppo…. Ma stanotte ti ho sognato….è vero eri bellissimo……

Ps: sono tutti sempre dall’ altra parte della strada, quella strada che si sta facendo più stretta….sarà più facile raggiungerli???

Simone approfondisce: Giù la testa!

ATTENTI AL COLLO – di Simone Bellini

Frase ispiratrice:  Allungai il collo per osservare la situazione

Photo by Kosygin Leishangthem on Pexels.com

Allungai il collo per osservare la situazione, quando la mano dell’uomo accanto a me mi fece abbassare il capo :

– Cosa fai, sei impazzito? Giù la testa presto prima che sia troppo tardi-

Non capivo! Perché stavano tutti con la testa reclinata, sguardo a terra, ammassati l’uno accanto all’altro. Cosa stava succedendo? Perché mi trovavo in quella situazione?

 Sopra di noi una luce accecante che non permetteva di alzare lo sguardo. Un ronzio ritmico spostava folate di vento come le pale di un gigantesco ventilatore. Ogni tanto si sentiva un “toc” come di una pacca sul capo, seguito da un “ohi “ di chi era stato colpito.

-Ma dove siamo – chiesi

-Mah … saperlo … nessuno lo sa, perciò zitto e guarda in terra !-  Se c’era una terra, perché in tutto quel riflesso bianco non si capiva.

“CrocoTook”, una testa rotolò su di noi.

-Visto? … Ha allungato troppo il collo …. Giù, sta’ giù…

La discesa di Luca

La discesa in gruppo – di Luca Miraglia

Frase ispiratrice: Con la stessa lentezza ci alzammo e iniziammo la discesa. (Luca)

Photo by Tobi &Chris on Pexels.com

Non era stata condivisa una meta precisa, forse, anzi certamente, non era necessario: la cosa importante era il cammino, la discesa verso un dove inevitabilmente comune.

La cadenza lenta dei passi alcuni leggeri quasi appena accennati, altri scivolati lungo la pendenza, altri ancora calcati e pesanti, scandiva il tempo del viaggio.

La stessa cadenza risuonava negli sguardi e nei volti di noi compagni di viaggio, un po’ assorti ciascuno nella propria emozione, un po’ anello ciascuno di quella assortita combriccola unitasi per caso lungo la via.

  • Forse laggiù in fondo c’è casa
  • Forse di là c’è festa
  • Forse quaggiù c’è da bere e da mangiare

Davvero a qualcuno importa dove fermarsi?

Io amo questo cammino comune, lentamente in discesa verso il centro di tutto.

L’Assassino assassinato di Stefano

La nostalgia di Dio – di Stefano Maurri

Photo by Pixabay on Pexels.com

Frase ispiratrice: Uscì dal buio della stanza, ma la luce lo fece indietreggiare….

…..questo rafforzò la sua nostalgia di Dio. Era una sensazione che non era legata alla religiosità che non aveva mai provato in maniera particolare, era una nostalgia del passato, quando la nonna sgranava il rosario, e quando con lei andava in giro per la città per la visita delle sette chiese. La città era piena di luci e di bancarelle che vendevano croccante

Era una nostalgia della cattedrale piena di candele con i rosoni che filtravano le luci di tanti colori.

Adesso la chiesa e le cattedrali erano il pronto soccorso degli ospedali nelle quali i pazienti si mettevano in coda per una terapia.

Era la nostalgia di una pala d’altare del 300 nella chiesa di S. Martino a Mensola.

Era la nostalgia della Deposizione del Pontormo nel Duomo di Volterra e la Visitazione della Vergine del Rosso Fiorentino nella Chiesa di Carmignano con i loro colori accesi e intensi che aveva visto da giovane studente di Architettura.

Il sangue delle ferite, invece di coagularsi, continuava a sgorgare perché il suo abito si liquefaceva come un novello San Gennaro.

Lui era stato un assassino, ma gli altri lo erano stati molto di più.

Il volo di gabbiano di Vittorio

L’altura a picco sul mare – di Vittorio Zappelli

Photo by David Iglesias on Pexels.com

Frase ispiratrice: Saremo quei gabbiani che hanno scelto il cielo e le nostre ali temevano il vento fresco

Stavano scavando nel terreno dalla mattina con piccozze e piccole vanghe alla ricerca del reperto agognato e da molti anni fantasticato nell’animo. Scavavano e sudavano dandosi il cambio sulla altura a picco sul mare. Da terra gli scavi già fatti davano una visione parziale come piccoli cantieri sparsi qua e là senza un criterio .

In alto volavano dei gabbiani con i loro gridi. Uno degli uomini rimase a fissarli: macchie bianche sullo sfondo azzurro.

D’un tratto si finse gabbiano ed immagino’

Dall’alto tutto cambiava ed intravide un disegno tra quelle rovine stancate dal sole e finalmente scorse le tracce della costruzione tante volta immaginata sulle carte e che appariva ora nella roccia in fronte agli scogli.-

Aveva qualcosa di misterioso vista dall’alto: sembrava una freccia che puntasse verso il mare di cui si vedeva solo l’inizio in superficie. Come gabbiano spicco’ il volo e vide la costruzione dal mare e piu’ si alzava piu’ la freccia cambiava la direzione e lo invitava a continuare a volare. Si trovo’ a volare controvento con le ali che battevano l’aria fresca che sapeva di sale, poi un raggio di sole lo colpi e lì per un attimo fu felicità

 

Incontro del 14 novembre 2024 – Approfondire

Ad ognuno una frase

foto di Lucia Bettoni, Cecilia Trinci, Rossella Gallori

Che cosa significa l’idea di approfondire i concetti espressi in scritti precedenti.

Ho scelto una frase per ognuno da scritti già letti o stampati. Le frasi definiscono l’autore pur con poche parole. Nel tempo concesso la frase diventa stimolo per ulteriori riflessioni e scopriamo insieme che ognuno di noi ha un nodo, che nonostante il tempo e la volontà, ancora non si è del tutto sciolto. Scriverne fa bene, aiuta a sciogliere il nodo o addirittura a liberarsene.

Anniversario burrascoso (Tina)

….continua tu….

Incipit: Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera. La luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale. L’assassino era nervoso, cercava niente e tutto, la spilla con la pietra verde smeraldo si incontrò con le sue mani. Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si era attaccato sui rami. I raggi della luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Cinquant’anni di risse e baruffe – di Tina Conti

Non sarò un assassino si ripeteva reggendosi i  calzoni che gli scivolavano dalla vita.

Al buio, non aveva neppure trovato la sua cintura preferita.

Ho tanta  rabbia, mi sento ferito, scontento… ma, assassino no!

Sentiva passi sulla ghiaia, sempre più vicini, non aveva deciso cosa fare.

Si arrampicò sull’albero, scivolava per i rami  bagnati dalla pioggia, reggeva forte il ramo, non lo dovevano trovare….lei, non era morta, ne era sicuro, la paletta di ferro  del camino  l’aveva  fatta traballare e poi era inciampata e caduta sul divano.

Era buio,ma  vedeva il suo petto che ansimava.

L’avrebbero trovata,forse addormentata ,oppure  che si stava abbuffando  sulla torta  di anniversario con i loro nomi scritti sopra. Cinquanta anni di matrimonio e lei che  tentava di rientrare  nell’abito delle nozze  con i suoi  trenta chili  in più.

La pioggia battente  e il corto circuito, avevano  trasformato la lite  in una farsa.

Ecco che le luci si riaccesero, le cugine  fradice e rumorose si aggiravano per la casa.

Arrivarono parole concitate, e gridi soffocati…..lei, interrogata ,straparlava, si lamentava ma non era in grado di raccontare cosa era successo..

Io pensai bene  di  non scendere  dall’albero.

Nel frattempo, si sentì la sirena di un’ambulanza.

Poi, tramestio di passi, andirivieni sull’acciottolato l’ambulanza ripartì e anche le cugine con la loro macchina lasciarono la casa.

Aspettai ancora, quando mi parve  che si fosse calmato tutto, scesi dall’albero e rientrai in salotto.

La bella cena calda fumante  e la torta che era stata preparata per l’anniversario , mi aspettavano. Accesi due candele, misi  la mia musica preferita e cominciai a mangiare; che anniversario Ragazzi! cinquanta anni  di  baruffe  e lotte.

Trovai sul pavimento il suo foulard giallo fiorito, lo arrotolai sulla testa, non volevo alzarmi a prendere il berretto di lana e  raccolsi anche la spilla verde che era finita sotto la mia sedia

Sentivo forte il suo profumo , mi venne un po’ di nostalgia ma avevo anche una gran fame.

Anche il suo rossetto scarlatto che io odiavo rotolava fra i miei piedi, non ebbi pietà, ci posai una scarpa per sentire  lo scricchiolio del metallo che si frantuma.

Arrivato al dolce, sobbalzai per aver visto un’ombra muoversi davanti alla finestra.

Cautamente mi avvicinai  portandomi dietro un  tronco preso dalla cesta della legna.

Inutile preoccupazione, era un pezzo di plastica che svolazzava  impigliato nel susino

Il camino scoppiettava, seduto sulla comoda poltrona scivolai in un sonno quieto.

Ma uccidere mai (Patrizia)

…continua tu…

Incipit: Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera. La luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale. L’assassino era nervoso, cercava niente e tutto, la spilla con la pietra verde smeraldo si incontrò con le sue mani. Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si era attaccato sui rami. I raggi della luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Uccidere mai – di Patrizia Fusi

Una pioggia leggera l’accompagna mentre rientra a casa, i raggi della luna si riflettono sulle superfici bagnate e formano un paesaggio  incantato, ma dentro di sé sente un senso disagio e paura. La sera trascorsa fra un gruppo di amici, i fatti raccontati durante la cena l’hanno  turbata: si diceva che girava una banda di ladri acrobati che riuscivano a salire ai piani alti delle abitazioni.

C’è stata una discussione in cui veniva detto da alcuni, che li avrebbero volentieri fatti volare dal proprio balcone . Se nella caduta morivano se l ‘erano cercata, dicevano, pace all’anima  loro.

Lei aveva replicato che non  avrebbe voluto mai che una persona morisse per mano sua.

Quando è rientrata a casa, appena aperta la porta ha provato un senso di vuoto e di terrore vedendo lo sfacelo che c’era per terra, ha gridato sperando che non ci fosse più nessuno, quando si è resa conto di essere sola si è seduta per riprendersi dallo spavento.

Per terra c’era di tutto, perfino il velo del matrimonio, le cose dei cassetti gettate in tutto l’appartamento: indumenti , borse , scarpe, cinture, spariti i piccoli oggetti d’oro dei ragazzi , la spilla con smeraldi regalo per il matrimonio.

Nel bagno arrovesciati tutti i trucchi, creme,   e mascara, rossetto gettati per spregio nel water. Nel salotto sulla pianta del beniamino la sciarpa a fiori gialli si era impigliata, l’aria che entrava dalla porta finestra dove erano passati i ladri si muoveva come un fantasma.

Ha provato risentimento, rabbia verso quelle persone che avevano violato la sua casa le sue cose, rubato i suoi ricordi: avrebbe voluto spingerli giù dalla terrazza anche lei.

 Appena ha avuto questo pensiero nella sua mente ha visto un giovane uomo, un ragazzo, disteso sul prato immobile con gli occhi sbarrati con la morte sul viso.

Si è calmata e ha pensato, tutto questo non vale la vita di un essere umano.

Amore e morte (Rossella G.)

…continua tu….

Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera.  La Luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale.  L’assassino era nervoso,  cercava niente e tutto. La spilla con la pietra verde smeraldo s’incontrò con le sue mani. Tornò a tempi più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica. I raggi della Luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Morire – di Rossella Gallori

Avevamo deciso tutto insieme, lui ed io, io e lui.

Nascosti da un silenzio inventato, nel nostro posto sognato e segnato.

Pioveva non so più nemmeno da quanto, acqua che sembrava musica, colonna sonora di una sera, la nostra, se non fosse stato per quel raggio di luna sciabolante ed indiscreto, il buio sarebbe stato totale. Ogni tanto un refrain stonato di ghiaia zuppa mi faceva rabbrividire, avevo freddo, troppo, avvertivo strane ed anomale presenze. …avevo indossato stupidamente quel tulle bianchiccio, sgranocchiato dai vermi sopra il nulla, le tenebre mi rendevano audace, perversa a tratti.

I miei capelli annodati in malo modo vantavano sul nastro di velluto fanè, una spilla d’oro non vero, orfana dell’ occhio destro, il sinistro, invece, brillava: smeraldoso e farlocco.

Lui era con me, fantasma mio e di altri da sempre, lo avevo incontrato in momenti così lontani e cupi, attimi dimenticati, solo le cicatrici ne portavano la memoria, lo ricordo bene quel giorno…era appoggiato ad un albero i suoi capelli grigi di anni sembravano brandelli di plastica consumata…eppure..

ORA….

Seduti sulla Cassapanca ci assaggiavamo, la sua mano mi cercava lenta, trovandomi…la sua cintura si  scioglieva, preludio di altro. Mordevo in silenzio il mio rossetto, rosso di petali d’ansia….

Quando lo sentii mio per sempre, non vidi le sue pupille assassine, né la lunga sciarpa gialla che cercava di cingermi al collo…bevevo di lui e del suo essermi accanto, vino buono…

Morii piano, ubriaca e stanca, mentre una nuvola ritardataria cercava di avvisarmi….

CALMA PIATTA DI MORTE D’ AMORE.