Picchiettare

Picchiettare di un tipo riservato – di Tina Conti

Fra il vento caldo dell’estate e il frinire delle cicale,  sentivo fra i rami dei pini  uno strano picchiettare.
Più volte ho guardato in alto  per scoprire quel piccolo animale autore della musichetta.
Niente, più guardavo e meno capivo da dove proveniva.
Eppure  nel tempo ero riuscita a scoprire  e individuare  i pennuti visitatori del mio giardino, le tortore dal collare che ripulivano la ciotola del cane, i pettirossi golosi dei semini e dellebriciole che spesso lasciavo davanti casa, i piccolissimi uccellini gialli che si rincorrevano fra i rami  del cedro.
Ma quel picchio, che in estate mi faceva compagnia non si faceva mai vedere.
Si trattava certamente di lui, prima o poi sarei riuscita avederlo.
Lui di sicuro si accorgeva di me, si fermava di colpo quando si accorgeva che stavo guardando in alto. Doveva essere molto astuto e si burlava di me rimanendo immobile e silenzioso. Forse era un tipo molto riservato.

Angolo della letteratura

“Cantava, dico, ma sottovoce, vecchi motivi senza parole,metà mugolìo, metà fischiettìo, e un gorgheggio a tratti; ed era una buffadonna coi suoi cinquant’anni o poco meno, e la sua faccia non vecchia ancora,asciugata dagli anni, ma non vecchia, giovane anzi, e coi capelli castani quasibiondi, con la coperta rossa sulle spalle, con gli scarponi del babbo ai piedi.Vidi le sue mani, ed erano grandi, consumate, nodose, completamente diversedalla faccia, perché potevano anche essere di uomo che abbatte alberi o lavorala terra mentre la sua faccia era di odalisca in qualche modo. «Queste nostredonne!» pensai, e non volevo dire le siciliane ma le donne in genere senzadolcezza per la notte sulle mani, e forse, alle volte, infelici di questo,gelose e selvagge per questo, non avere di odalische le mani come pur avevanoil cuore e la faccia e non poter tenere i loro uomini legati a loro con lemani. Pensai mio padre e me, tutti gli uomini, col nostro bisogno di manimorbide su di noi, e credetti capire qualcosa della nostra inquietudine con ledonne; di come eravamo pronti a disertare da loro, le donne nostre con le manirudi e spicce, quasi maschili, dure nella notte; e di come si cadeva inschiavitù a chiamar regina una donna che fosse donna, odalisca, quando toccava”

Elio Vittorini Conversazioni in Sicilia

Boato

Boato – di M.Laura Tripodi

Esplode improvvisamente. Può essere violentissimo o un’eco lontana. Si annuncia con un crescendo quasi musicale, incerto. Sembra quasi avvertire per non spaventare troppo. A volte brontola a intermittenza e sembra volersi allontanare. Ma intanto le nuvole nere corrono veloci senza sapere dove andare. Si scontrano, si allontanano, si fondono. Intorno c’è odore di pioggia e come un’aria di aspettativa. Poi si fa buio, un buio innaturale nel primo pomeriggio. Si rischiara all’improvviso per una saetta che perfora le nuvole. E finalmente il tuono grida con tutta la sua forza.

Ridere

Ridere – di M.Laura Tripodi

Voleva andare al lago.

“Zia ci andiamo in bicicletta?”

“Io non ci so andare”

“Ha ha! Allora andiamo a piedi. Ma ce l’hai la canna?”

“Io? Io non sono mai andata a pescare! Mi siedo accanto a te e ti guardo.”

“Ma non sai fare proprio nulla!”

“Invece no. So ridere!” E dopo uno scambio di spintarelle e solletico giù matte risate a rotoloni sull’erba.

In un libro ho tenuto per anni una margheritina che il bimbo aveva raccolto e mi aveva regalato quella bella mattina di primavera.

Piangere

Lacrime d’argento – di M.Laura Tripodi

Fin da piccolissima c’erano parole che nella mia mente diventavano o evocavano altro.

Il termine “piangere” da sempre mi fa pensare all’argento e non credo sia solo una questione di suono. Chissà da dove arriva l’immagine di un metallo che non ha un gran valore, ma con il quale si fanno gioielli bellissimi.

Eccolo il pianto che viene da un sentimento di profonda tristezza, ma consola, pulisce, libera.

Lo stomaco si chiude in uno spasmo incontrollato, lo sguardo si appanna, il singhiozzo sale senza che nulla possa fermarlo.

Piangere è qualcosa che si scioglie dentro come se i nostri ghiacciai interiori si trasformassero in acqua che disseta.

Piangevo lacrime d’argento.

Cantare

Foglie croccanti  cadono – di Cecilia Trinci

Sono rimaste poche sugli alberi già quasi tutti stempiati. In alto non ci sono già più  e a metà chioma sono rugginose e gialle. Quelle cadute stanno tutte insieme ai piedi, sulle radici, in un letto soffice e croccante  su cui le scarpe strusciano passi lenti e contenti. Si fanno compagnia e si mantengono a lungo, proteggendosi a vicenda come sorelle. Il sole di novembre,  tagliente quando c’è, le pettina sfiorando i rami, bruciandole di luce. E loro cadono. Cadono piano piano, più lente della neve, più silenziose delle farfalle, girandosi attorno come minuscole ballerine, facendo un sussurro impercettibile, irraggiungibile e imprendibile.

Cadono. Inesorabilmente. Chissà se vogliono cadere. Eppure cadono, si staccano in un soffio e a guardare in su si resta solleticati dai loro sospiri leggeri. Cadono sulle spalle, sugli occhi, sui vetri delle macchine. Sospirano. Non si sa se di malinconia o di piacere, si adagiano per terra, scrocchiano, cantano.

Poi muoiono. Ma lentamente. Sono bellissime fino all’ultimo momento.

E cantano.

Boato

BOATO – di Laura Galgani

Un boato è la mia paura del dolore.

Ho paura che arrivi così, all’improvviso, gigantesco, insopportabile.

Temo i boati che potrei udire, certamente: una bomba potrebbe scoppiarmi vicino, se fossimo in guerra, o potrebbe replicarsi l’orrenda scena delle torri gemelle che crollano. Quante volte ho pensato che sarebbe fin troppo facile per qualche folle schiantare un aereo sul nostro amato cupolone!

Ma queste paure, benché già grandi, sono niente in confronto al potenziale di dolore che sento potrebbe esplodere dentro di me – se ce ne fosse un motivo, beninteso…

Se ci rifletto un attimo mi dico che è stupido ciò che provo. Lo so, se temo il dolore, lo chiamo, e in qualche modo lo attraggo. Ma questa parola, stasera, proprio non ci voleva… mi costringe ad aprire uno spiraglio su una parte di me che preferisco non vedere, impegnata, come sono ogni giorno, a cercare la luce in ogni cosa, a desiderare il meglio e il buono per ogni creatura, a pervadere di serenità e di amore ogni mio gesto, pensiero, incrocio di sguardi, scambio di parole.

E invece c’è anche il boato che ogni essere può udire dentro di sé quando una lama chiamata dolore fende in due il cuore, irreparabilmente.

Anche questo vuol dire vivere, e lo devo accettare….

Rimbombare

Rimbombare di pensieri – di Chiara Bonechi

RIMBOMBARE è un rumore di disturbo, nel momento in cui lo avverti vorresti liberartene.

Distesa sul tappetino, completamente rilassata col corpo, ascolto l’insegnante di yoga che con voce soave ripete di lasciare andare ogni tensione, ripete di lasciare fuori pensieri e preoccupazioni.

Intorno immobilità e silenzio ma nella mia mente la calma richiesta non c’è, i pensieri si muovono, si susseguono, corrono, parlano. Mi ricordano un appuntamento, una cosa da comprare, una visita da fare, quello che non ho detto e che avrei voluto dire, le parole migliori per farmi capire…

Cerco di concentrarmi sul “terzo occhio”, chiedo aiuto al respiro, mi impegno.

Adesso va un po’ meglio, ma com’è difficile rilassarsi!

Rimescolare

RIMESCOLIO DI FRUSCII – DI LAURA GALGANI

Tutto era fermo. Gli ospiti pronti, gli abiti silenti. L’orchestra taceva, le corde dei violini tese, gli archetti sollevati.

Il direttore lentamente portò in alto le braccia, la bacchetta puntata in avanti, immobile.

Girò la testa leggermente a sinistra, ed incrociò lo sguardo del principe. Questi fece un piccolo cenno col capo, inclinando appena il mento in avanti. Fu il segnale: il direttore mosse imperioso la bacchetta, e la musica esplose vigorosa, allegra, festosa. E insieme alla musica si mossero le stoffe: fu subito un rimescolio di fruscii, ora delicati, ora taglienti, che si fusero con le note argentine del walzer viennese. Le geometrie che si disegnavano nel salone cambiavano continuamente, creando nuovi spazi, mai immaginati in quelle stanze. Fruscii, battere di tacchi, colpi d’archetti, fremere di corde, volteggiare di rasi cangianti e di lisci velluti.

Suoni da respirare, colori da mordere, note da toccare.

Più che un rimescolio, una sinestesia senza fine – per una serata indimenticabile.   

Rimbombare

Non tutti i martedì pomeriggio. – di Stefania Bonanni

Forse quando rimbomba c’è un motivo, e forse rimbomba perché non lo conosciamo, quel motivo.

A volte comincia con un tonfo sordo. A volte coincide con il rumore che fa la porta spinta dal fantasma delle sei del pomeriggio.

Certo, sarà la scuola di musica, qui, sul nostro stesso pianerottolo, ma la spiegazione non rende giustizia alla bellezza del rimbombo.

La parola, del resto, si presenta da sé. Se la si dice tra i denti, più di una volta, quelle MB cominciano a gonfiarsi, a ruzzolare, a fare confusione mentre girano tra i denti ed il palato, tonde e fragorose, dei incastrano sotto la lingua, poi riprendono fiato, o acqua, saliva, come spugne, e continuano a ritirarsi, piene e gioiose.

Rimbomba scoppietta, è come doppia bomba, ma non deflagrazione.

Rimbombano i passi abbandonati sunpavimenti di locali ormai vuoti, rimbomba l’onda che si schianta e poi veloce si ritrae dagli scogli che ha abbracciato, rimbombano le aule vuote dai giochi che hanno ospitato per tutto il giorno, rimbomba la grancassa della banda del paese, ma solo il primo colpo fa trasalire.

Rimbombano nella testa parole capite un attimo dopo, quando era tardi per rispondere.

Rimbomba il silenzio, quando non ci sono parole per noi.

Musicale

MUSICALE – di Rossella Gallori

Ondeggiava leggera, la sua gonna di duchesse bluette, le lunghe gambe nude, sembravano danzare, su per le scale di Palazzo Vecchio…la seta leggera del top nascondeva poco e d’altronde nessuno glielo aveva chiesto, al polso un piccolo gioiello, dono della zia, nella mano una trousse civettuola dono dell’amica del cuore.

I parenti, pochi e già ben informati dell’evento non proprio tradizionale, cicaleggiavano nel lato più ombroso di piazza Signoria, era un parlare sommesso, che il vento portava a zonzo, tra piccioni obesi, a caccia di riso…

Già, il riso, le spose avevano proibito, a parenti ed amici, di lanciarlo; io timidamente avevo suggerito petali di rose rosse…ma lo sguardo di mia figlia aveva detto “NOOOOO”  ed io stranamente non avevo replicato, il tutto venne egregiamente sostituito da bolle di sapone, con grande delusione dei volatili presenti.

Gli amici erano tanti, colorati, un mondo arcobaleno era lì, solo per loro, ragazzi che si tenevano per mano, mamme che abbracciate cullavano le loro creature…

Entrammo nella Sala Rossa, stipati e ordinati…i due bouquet di gerbere rosse, appoggiati sulle alte sedie di velluto…

Poi una voce musicale e conosciuta iniziò il suo discorso…c’ero anche io in quella voce, c’ era mia madre, mia nonna e tante altre donne ancora…gli anni sembrarono minuti…e la “canzone” iniziò così:

“ERA IL 6 NOVEMBRE 1938………………….”

(quando la nonna ebrea si sposò in segreto una mattina presto…durante la persecuzione razziale…..in quella stessa sala rossa……..)

Magari insieme

Bricolage insieme – di Chiara Bonechi

“Bello il tavolo che hai messo in cucina!”

“Era di mia nonna, lo abbiamo ripulito, scartato e coperto con la cera, è stato un lavoro che abbiamo fatto insieme.”

Insieme, una bella parola…

Se avessi chi mi guida e chi mi aiuta potrei finalmente sistemare le due vecchie sedie che da tempo ho depositato nel sottoscala, senza un minimo di restauro sono inutilizzabili.

Insieme potrei farlo.

Invece eccomi qui, da sola ho difficoltà a partire, a prendere in mano carta vetrata e pennello e riportare a legno grezzo quelle vecchie sedie consumate e in più parti mangiate dai tarli.

Passa il tempo e il momento giusto arriva, l’azione segue il pensiero e con coraggio inizio a scartare. Ed ecco il rumore leggero e continuo della carta vetrata che scorre sul legno, le mie braccia si muovono dall’alto in basso, da destra a sinistra, guidano la carta vetrata liberando il legno da quella consumata patina scura. Il mio lavoro produce l’effetto desiderato, che fatica però!

Avverto le mie braccia dolenti, il rumore della carta sul legno si fa discontinuo, sento che non ce la faccio a continuare da sola.

Magari insieme.

Fruscìo di passi

Il fruscìo dei miei passi veloci – di Carla Faggi

Cammino nel bosco, sento il fruscio dei miei soli passi veloci.

Le foglie rimaste ancora sui rami degli alberi mi cercano come volessero accarezzarmi, le scanso e cammino ancora più veloce.

Cerco di raggiungerti, i tuoi passi rallentano, stanno aspettando i miei.

Mi aggrappo alla tua mano.

Il fruscio delle foglie sotto i nostri passi ora è diverso.

È più pieno, più denso. Mi piace.

Mi piace molto di più del fruscio dei miei soli passi veloci.

Angolo della letteratura

Il gattopardo – Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1958)

Maggio 1860

“Nunc et in hora mortis nostrae. Amen”

La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Dolorosi; durante mezz’ora altre voci, frammiste avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d’oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte; e mentre durava quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto; financo i pappagalli che spiegavano le ali iridate sulla seta del parato erano apparsi intimiditi; perfino la Maddalena, fra le due finestre, era sembrata una penitente anziché una bella biondona, svagata in chissà quali sogni, come la si vedeva sempre. Adesso taciutasi la voce, tutto rientrava nell’ordine, nel disordine consueto. 

Esplosione

Esplosione – di Luca Di Volo

Eravamo in due, chini su pagine che neanche vedevamo più…Forse ci distraeva la finestra aperta sullo spettacolo di una primavera verde e oro con delicati tocchi di rosso e viola, fatto sta che eravamo delusi, depressi e sfiduciati; si tornava a rileggere quel che era scritto davanti a noi, ma…niente. E poi un pensiero ci rimbombava in testa: mamma mia, se ci si fermava lì, alle prime pagine, potevamo anche chiudere subito il cammino scelto; che so, cambiare facoltà. ..o andare a lavorare, magari al Catasto che, chissà perché, era l’ombra di Banquo che perseguitava quasi tutti gli studenti in quell’epoca. Io ricordo solo il mio babbo: ”guarda che se un tu studi, tuvvai allavorare aiccatasto…!”.  Neppure sapevamo cosa si faceva in quel maledetto “Catasto” ma la fantasia ce lo faceva immaginare pieno di diavoli zannuti…insomma, in quel momento l’autostima era a zero, anzi, sotto zero.

Ma si vede che c’è una Provvidenza anche per i miseri studenti, chissà…forse il refolo di uno zefiro d’Aprile ci portò il dono di una Musa pietosa..forse…Fatto sta che a un certo punto quel bailamme di segni e scritte senza senso miracolosamente si mise in fila e ci comunicò cosa davvero voleva dire…grandioso. L’esplosione fu forte, ci guardammo e l’esplosione si ripetè: orgoglio, piacere, un allargamento del nostro io…e fu tutt’uno con l’esplosione della primavera che fino a quel momento ci era sembrata solo matrigna.

Picchiettare

PICCHIETTARE – di Franco Bellio

Mi ha sempre affascinato accompagnare mio padre quando faceva compere ed approvvigionamenti per l’osteria. Lo osservavo estasiato testare la qualità di una partita di vino da acquistare, prima assaggiandolo  con gesti  ed espressioni facciali che molto più tardi avrei visto ripetuti da pomposi sommeliers, poi armeggiando con sapienza ed esperienza complicati arnesi del mestiere come provette, versatori cromati, termometri e alcool tester. Ma quello che più mi incantava era quando nei caseifici sceglieva con accuratezza certosina una forma di parmigiano. Estraeva con religiosa precauzione da un astuccio (quasi una teca) un argenteo martelletto e iniziava sapientemente a picchiettare la forma, tendendo l’orecchio per percepire il rimbombo nei minimi particolari. L’espressione del suo viso non era mai uguale, quasi stesse riflettendo come in uno schermo la vita del prodotto che stava analizzando : sembrava intravvedere quanto i pascoli fossero verdi, quanto chiare e fresche le acque del ruscello che li attraversava, quanto sazie e tranquille fossero le mucche, quanto il pastore fosse stato paziente e scrupoloso nella mungitura, quanto i mastri casari avessero svolto con passione il loro lento, metodico lavoro. Quel picchiettare rilasciava un suono  che riecheggiava a meraviglia un intero mondo

Argento

Argento – di Rossella Gallori

…era argento, la luce che filtrava sfacciata ed ondeggiante, tra i fili della frangia di tripolino azzurra, della lampada pesantemente Liberty.

Era argenteo, il nastro glacée tra i capelli stopposi della bambola di bisquit, impalata sul divanetto di velluto mauve unto dal tempo, un color malva indefinito e spento.

I vassoi d’argento riflettevano sontuose teiere grasse e lisce dipinte a mano.

Zuccheriere Sheffield  sembravano scoppiare da un momento all’ altro…successe e fu solo e semplicemente polvere bianca, dolce e morbida che cadde a terra senza far rumore…scricchiolava, invece, sotto le babbucce di raso rosa, lise in punta del piccolo fantasma trasparente che volteggiava facendo ondeggiare i riccioli color rame, sorrideva, riconoscendo l’immenso salone, prato dei suoi giochi, di cucciola  diafana…si fermò solo per un attimo ad asciugare le lacrime, che inarrestabili scendevano sul volto ancor giovane di sua madre, che piegata sul tappeto, di fronte ad un camino spento, la piangeva morta, accarezzando il nulla.

Un piccolo campanello di alpacca…annunciò l’ora del thè….

Gemito

Il mal di testa – di Sandra Conticini

Ero piccola…ricordo i gemiti della mamma quando, ogni tanto, le veniva un forte mal di testa.. Mi impaurivo, pensavo che fosse una cosa grave. Io non chiedevo niente, ma nessuno mi tranquillizzava o mi spiegava che come era venuto presto sarebbe passato. Me ne andavo nel mio lettino, senza il suo bacio della buonanotte, mi coprivo fino sopra la testa, mi tappavo le orecchie e pregavo fino a quando non riuscivo ad addormentarmi. La mattina, appena sveglia, facevo capolino alla porta della sua camera per vedere come stava. Che sollievo provavo se il letto era vuoto e lei era in cucina a preparare la colazione per tutti.

Lo scricchiolio della penna

L’indovinello del Monaco – di Luca Di Volo

scrittura

 

Nel vasto scriptorium dell’Abbazia un novizio solleva lo sguardo dalla sua fatica, stanco dell’oro e del lapislazzulo che luccicano sulla miniatura su cui lavora. Quello che scorge è una sequenza, quasi spettrale alla luce del giorno morente, di teste tonsurate chine sui tavoli e forse rapite in qualche cielo sonnolento. Osserva il suo lavoro, soddisfatto per la perfezione, la cura e la precisione del tratto, forse domani l’Abate lo loderà…chissà, lo riempirebbe d’orgoglio..

Ma, come un lampo irruento, una domanda-sottile-gli lampeggia nella coscienza. A lui appare così, guardando ancora una volta la sua preziosa icona: ”Questo è l’ordine, la sublime composizione, l’ordine delle sfere celesti…..ma, il suo contrario, il disordine…come sarà? In quel dominio oscuro, forse si potrà essere più liberi, più…sinceri, in una parola, più “umani”?

Quasi ipnotizzato da questo pensiero, e sotto il suo impulso irrazionale, afferra uno dei preziosissimi (e carissimi) fogli di pergamena (fiducioso che domani il cellario sarebbe stato un po’ disattento, viste le sue abitudini alcooliche). Di getto comincia a ferire il foglio candido con il calamo scrivendo cose svariate, a caso, senza ordine, affascinato dal disarmonico rumore della penna che graffia senza pietà la candida pergamena. Scrive con fretta irresistibile, quasi stregato da quel tangibile scricchiolio liberatorio. Tra le varie stupidaggini vergate inserisce un indovinello che allora andava di moda tra i frati colti…

Un attimo di ritmo selvaggio di una musica sconclusionata e selvaggia ma anche finalmente gioiosa e liberatoria .

Tutto s’interrompe col suono del Vespro, l’incantesimo svanisce, con un sospiro tira un gran rigo sotto la strana composizione, terminando così il suo, forse eretico, viaggio in un mondo, per una volta molto umano.

NB: l’indovinello vergato da questo strano novizio, per uno degli incredibili scherzi della Storia, è giunto fino a noi, ed è una preziosa testimonianza di un periodo sconosciuto della transizione tra latino e volgare Italiano, si chiama “L’indovinello di Verona” ed è databile a circa la metà dell’VIII secolo D.C

Un rumore di……

…… Mani che lavorano – di Elisabetta Brunelleschi

mani

Ascolta: si sente uno strisciare uniforme,

Una lama avanza su un legno incrostato di bianco,

non stride, la mano la guida sapiente,

e accelera, va avanti, pulisce, veloce, veloce …

La polvere cade in silenzio nel basso.

Ecco, il legno riluce,

la mano ora si muove sempre più lenta

e infine, leggera, ripone gli attrezzi,

distende le dita, si piega e trova il riposo.