Acqua argentina

L’Arno giovane – di Carmela De Pilla


Avevamo deciso di uscire quel giorno, il sole era così prepotente e invitante che non potevamo rimanere in casa.
Le avevo messo il vestitino che preferiva, uno scamiciato di cotone leggero cosparso di innumerevoli fiorellini azzurri, Lisa saltellava, pregustando già il pomeriggio all’aria aperta.
Presi la sua manina morbida e accondiscendente, desiderosa di essere guidata e ci tuffammo nella strada.
Era una stradina di un piccolo paese che portava direttamente alla “Rana”.
Che buffo sentire la sua vicina che ripeteva: -Mamma andiamo alla Rana?
Mentre si camminava mi accorsi che anch’io saltellavo, ero spensierata, volevo giocare con la mia piccola in un tempo senza tempo.
L’aria era calda e afosa così accellerammo il passo per arrivare il prima possibile.
Eccoci, la pineta era punteggiata di troppe persone che si impossessavano di ogni angolo e la pozza, così la chiamavano, era affollata di piccole e grandi teste che fuoriuscivano dall’acqua.
Risate, grida, palloni, panini …no,no…non avevamo voglia di tutto questo, ci guardammo negli occhi e con aria complice andammo oltre e via, via davanti a noi si dipanava uno spettacolo meraviglioso.
Un ruscello ancora giovane, ignaro delle meraviglie che avrebbe scoperto durante il suo percorso, scorreva silenzioso, non un soffio di vento lo distoglieva dal suo andare, ogni tanto borbottava o giocava con qualche masso che con dispetto deviava il suo corso.
Quel gioco di luci che il sole si divertiva a creare mi trasportarono in un mondo di suoni e colori.
Lisa si divertiva a camminare lungo la riva, nell’acqua morbida e trasparente invitandomi a una musica che risuonava dolcemente.
Era magico l’Arno quel giorno, lo sentivo più amico del solito.

A proposito di donne

Alma, una storia vera – di Rossella Gallori

Non posso dire  “ LA CONOSCEVO BENE”  come spesso si dice, dopo un fatto, una notizia di cronaca; dico semplicemente, ci ho parlato, l’ho incontrata spesso,  forse l’ho anche sottovalutata nel suo parlare freddo, senza emozione apparente…

Ci incontravamo casualmente, in una latteria che non c’è più, un po’ nascosta a S. Andrea, lei era lì con una età indefinita e la tazza del cappuccino tra le mani, sembrava scaldarsi, più  che dissetarsi, aveva freddo…un freddo che la vita non le ha mai tolto.

Seppi che si chiamava Alma, quando il lattaio la richiamava perché aveva lasciato il resto ….Sora Alma i sordi….ohindo la ce l’ha la testa!!!

Un giorno, lo ricordo bene, era quasi maggio, io avevo sbattuto la porta sulle mie rabbie, per fare pochi metri senza respirare, e ritrovare con quell’apnea forzata, una specie di equilibrio. Me la trovai alle spalle, quasi sorridente, aveva voglia di parlare di raccontarsi, mi disse che si era sposata a 15 anni con un lui apparentemente ricco e gentile, vecchio di anni e di cattiveria, mi parlò dei suoi figli, 5 nati uno dopol’altro, con nomi mai scelti da lei, che aveva solo l’obbligo di “ covare” e basta…e se piangevano  erano  botte, per lei…e se non eran  botte erano insulti, sputi in viso, nel cuore…

Non piangeva Alma raccontava e basta, raccontava del suo conoscer due lingue, del suo leggere, del suo amare la musica, la poesia…e di quel lui che l’aveva sempre umiliata ed offesa….per poi  lasciarla sola senza soldi, senza casa, senza amici, senza un minimo di stima…

Le domandai, come avesse fatto a non odiare un uomo così violento….ebbi una strana risposta…

“Non l’ho perdonato perché mi ha fatto credere di essere scema, le botte mi han fatto meno male.”

Ho saputo da poco che Alma si è uccisa…..non so come, ma so chi è stato …….

Acqua preziosa

Acqua che scorre – di Anna Meli

            Siamo in estate, fa molto caldo, io sto camminando a piedi verso casa dopo essere stata a trovare un’amica. Abito in collina, la strada sale abbastanza ed io sono affaticata. I raggi del sole sembrano incandescenti, il canto delle cicale monotono e assordante.

            Non vedo l’ora di arrivare a casa per potermi dissetare. Ancora qualche passo, qualche passo   ancora; ho una sete terribile, veramente non ce la faccio più!

            Sgombro la mente da immagini di acqua fresca, ma il pensiero corre alle popolazioni dell’Africa che tanta strada fanno per rifornirsene e dove la siccità provoca carestie e morte. Sono triste………..

            Continuo passo dopo passo, prendendo atto della mia impotenza e quasi senza accorgermene sono casa. Fuori, nel giardino, c’è la canna dell’acqua che serve per innaffiare, la apro e un getto forte esce gorgogliando ed io bevo, mi bagno la faccia, la testa, le braccia e mi sento felice di poter apprezzare una cosa così semplice, ma preziosa e insostituibile.

Passeggiate lente

Seconda passeggiata lenta per le vie di Antella – di Cecilia Trinci

Nonostante il tempo minaccioso  Roberta Tucci parte alla guida del gruppo dei “passeggiatori lenti”, curiosi di conoscere immagini, aneddoti e storia di questo magico territorio.

Dopo una breve passeggiata condita di storie e l’incontro con un giovane capriolo, sotto una leggera pioggerella intimidatoria,  il gruppo torna sui suoi passi verso la piazza da dove ha avuto origine il paese.

“Ante illam” (“di fronte a quella”) è infatti l’etimologia di Antella perché dietro alla bellissima chiesa che tutti conoscono si trova un’altra chiesa ancora più antica, oggi tornata al suo splendore, con le finestre che funzionano come meridiane e che lasciano passare fessure di luce a squarciare il buio di quella che oggi è una cappella per la messa del mattino. A tradire la sua esistenza una porta dietro l’Altar Maggiore,  non al centro rispetto all’asse verticale del transetto.

Dentro la chiesa, nel raccontare di Roberta, prendono vita le nobili famiglie dei Peruzzi, dei Bardi e degli Antellani  che hanno fatto la storia di questo territorio, ben collegato a Firenze. Folgorante  la scoperta di un quadro del ‘600 che ha sullo sfondo la piazza come era allora e il tabernacolo con una splendida Madonna, di età ancora più antica, ancora oggi ben visibile all’esterno,  sul piccolo ponte di fronte al negozio di fiori davanti al quale gira costantemente un traffico intenso, eternamente distratto.

(Stemma della Famiglia Dell’Antella presente anche sulla facciata del Teatro Comunale di Antella)

Ruscellare d’acqua

Alle sorgenti dell’Affrico – di Luca Di Volo

Quel giorno, alla fine di un pomeriggio di tarda estate, mi ero trovato nei pressi del Salviatino, proprio vicino al punto in cui l’Affrico si infogna per sfociare in Arno dopo 2 chilometri di putrido canale. Ero capitato lì per caso, senza una meta precisa, ma mi rallegrai nel vedere che prima di affrontare la “morta gora” il fiumiciattolo della mia (e non solo della mia) gioventù era ancora un ruscellare di acque multicolori rutilanti tra i barbagli del sole calante. Ne emanava un alito di freschezza, pur essendo questa solo una pallida imitazione del luogo che era stato tanti anni prima.

Mi persi nei ricordi come in un flash-back….già, perché anch’io in anni migliori, ero stato tra gli adolescenti che avevano scelto quel luogo come scenario delle loro avventure.

Ero scappato di casa dopo un perentorio richiamo della mamma per essermi scordato di far correre l’acqua del bagno, preso dalla furia di raggiungere gli amici….ma non ci fu nulla da fare, masticando amaro, ero tornato indietro e feci il mio dovere…Povera mamma …quel giorno non fu tutto bello quello che pensai di te….

Comunque, in ritardo, raggiunsi quei ragazzacci (così ci chiamavano allora), con nelle orecchie lo scroscio dell’acqua del bagno, colpevole, nella più completa illogicità del mio mancato arrivo…Ma erano ancora tutti lì..perché quello era il gran giorno, il giorno della battaglia che avrebbe deciso finalmente la supremazia tra noi, Sudisti di S.Salvi, e i perfidi Nordisti del Ponte a Mensola.

E battaglia ci fu..armati di una specie di fucili fatti in casa per sorreggere una cerbottana, con tanto di cartucciere piene di innocui pirulini una squadra di marines nostrani (quelli di S.Salvi) affrontava un’altra pattuglia di orridi musi gialli (quelli del Ponte a Mensola). I primi camminavano chini lungo l’alveo dell’Affrico, i secondi  li bersagliavano coperti dalla boscaglia …ah, l’illusione era perfetta, il sole traeva accecanti barbagli dal verde profondo delle foglie, e poi i suoni..c’era uno che addirittura imitava alla perfezione i suoni della giungla (quella vera), immagino per averli sentiti al cinema, durante qualche film che allora propinavano a noi ragazzi e per i quali andavamo pazzi…chiù chiù chiù….crò crò  crò…fiì fiì, insomma tutta la gamma. Chi veniva colpito era fuori gioco e molte furono le “vittime”. Una delle prime a cadere fu una bambina..si chiamava (spero che ancora si chiami..) Fiammetta, mi ricordo che era indispettita solo per il fatto di essere stata così bischera da farsi colpire… per il resto era un vero maschiaccio che poi sarebbe diventata una splendida donna.

Insomma, tra queste tragicomiche imprese, senza accorgercene arrivammo dove l’acqua del fiumiciattolo aveva origine..la sorgente dell’Affrico..una sorta di piccolo getto che sgorgava dalla pietra. Allora più che l’ardore guerriero potè la sete. Amici e nemici ci abbeverammo tutti, posando la bocca, a turno, sotto quella fresca e rugiadosa beatitudine…

E qui finì il mio sogno ad occhi aperti.

Gorgoglìo di ruscelli

Acqua di montagna – di Laura Casati

Li sciacquo continuamente questi denti doloranti, anche i colluttori non attenuano il dolore sordo e continuo. Mi alzo anche di notte, nel silenzio della casa, si ode questo rumore: l’ acqua che scorre nel lavandino. Il gorgoglio dell’acqua riporta alla mente un’emozione piacevole e rivedo i rigagnoli impercettibili che dalla sorgente pian piano  si dirigono verso il torrente impetuoso che scende a valle verso Pozza di Fassa e si getta nell’Avisio. Lungo il torrente situato nel gruppo Monzoni,  sul sentiero,  con il passare degli anni è divenuta una strada, scorgo il rifugio omonimo “Monzoni” il mal di denti siattenua e mi par di gustare lo yogurt montano con panna e mirtilli che viene servito lì. L’ultima volta che ci sono andata, ormai sei anni fa, oltre all avista, al gusto, anche l’udito si è deliziato, la filodiffusione trasmetteva brani del periodo della mia giovinezza: è stato un momento magico che non scorderò. Che strano i miei malanni fisici sono più sopportabili sarà stato l’effetto del colluttorio oppure i bei ricordi influenzano la mente e quest’ultima anche il fisico?

Scrosci d’acqua

L’acqua in casa – di Ivana Acciaioli

Andare a prendere l’acqua alla fonte in mezzo all’aia era a volte un piacere a volte un peso, ma sempre fonte di litigio con mia sorella.

La pesante pompa di ferro da alzare ed abbassare era  un incubo per me, la guardavo sospettosa mentre trascinavo la mezzina di rame vuota,  certa che volesse umiliarmi . Mi attaccavo a lei con tutto il mio peso di bambina ma mai sentivo l’acqua sgorgare, ci voleva sempre un aiuto per dare vigore alla prima mossa e questo mi irritava molto perché non ho mai amato le sconfitte. Poi giungeva il primo scroscio e singhiozzando si succedevano gli altri mentre  spingevo su e giù  fino a veder riempire la mezzina, che immancabilmente non riuscivo a sollevare da sola alimentando altra delusione. Invece mia sorella di cinque anni più grande di me gongolava  affermando la sua superiorità.

Quando arrivò l’acqua in casa compresi il significato di “miracolo”. La vecchia pompa rimase al suo posto ma ci dimenticammo di lei.

Il babbo decise di fare il bagno in casa ed una delle  camere al piano superiore fu adibita a toilette. Un lavandino e un water si perdevano e si guardavano nella vastità della stanza. La vasca non fu presa in considerazione, forse sembrò un lusso eccessivo. La mamma continuò a farci il bagno, si fa per dire, in piedi nel grande acquaio di marmo in cucina, soffrendo in inverno un freddo terribile.

Il lavandino e il water divennero, fino al disincanto materno, i miei giocattoli preferiti; ascoltare flussi diversi mi incuriosiva, il suono esile della mia pipí e subito dopo quello fragoroso dello sciacquone, mentre il lavandino diventava mare per le mie barchette di carta risucchiate nel vortice quando toglievo il tappo, veri naufragi si perdevano nel bianco della ceramica. Il mistero di dove tutta quell’acqua andasse a finire era un caso per me irrisolvibile.

La mamma intervenne a spezzare incanto e mistero per via di quelle mie lunghe permanenze nella “camera da bagno” come io la chiamavo, spiegandomi che l’acqua consumata andava pagata. Guardai dalla finestra della camera da bagno, si vedeva l’aia con la vecchia pompa e di nuovo sentii il sapore della sconfitta.

Gorgoglìo d’acqua

GORGOGLIO D’ACQUA – di Simone Bellini

La penombra nella stanza fredda della vecchia casa di campagna accoglieva l’arrivo della mamma. Con la pentola piena d’acqua appena riscaldata sul fuoco riempiva la catinella alloggiata su di un bellavamani in ferro battuto. Il vapore caldo dell’acqua si univa a quello dei nostri  fiati, mentre a torso nudo, tremanti dal freddo, aspettavamo il nostro turno per lavarci. Come sempre a me toccava l’ ultima mescita di acqua ormai fredda:

Non mi lamento mamma, ormai sono grande !  Dicevo con orgoglio, ma non ne ero molto convinto!

Acqua d’amore

Acqua d’amore – di Chiara Bonechi

Erano rumori di acqua, acqua che scorre, acqua che lava, acqua che bolle, acqua che nutre.  Ho sentito rumori caldi di casa, rumori di una volta, rumori di adesso.

Mi hanno regalato un’immagine lontana, la vecchia vasca da bagno, ovale e con i sostegni, mia nonna, i suoi piedi, proprio come erano fatti e le sue gambe grassottelle e ho risentito la sua voce, quando mi chiedeva aiuto perché la sorreggessi nell’atto di entrare nella vasca.

E se l’acqua era troppo calda ne aggiungevamo altra fredda e poi ancora calda fino a trovare un giusto equilibrio per un piacevole pediluvio. E avrei voluto che continuasse a lungo quello sciabordio, quello sciaguattio che per gioco non mi era permesso.

Ho rivisto anche mia zia nel suo grande giardino, le sue braccia forti che sostenevano annaffiatoi pieni d’acqua, due alla volta ne portava, dal viaio agli orci pieni di fiori.

Era instancabile in quel giardino, appagata dalla bellezza dei fiori.

I colori che penetravano attraverso i suoi occhi nella sua anima e i profumi che poteva odorare sono stati capaci di colmare il vuoto di un amore che troppo presto l’ha lasciata.

Acqua di pozzo

Acqua di pozzo – di Stefania Bonanni

In casa non c’era acqua corrente, e neanche luce elettrica, e forse mancavano anche molte altre cose. L’acqua si prendeva al pozzo in corte, con la mezzina. Per farsi mandare al pozzo bisognava essere grandi, mi ricordo quando non vedevo l’ora.

Il pozzo era in una corte, che era il centro del gruppetto di casette dove vivevamo. La corte era lastricata di ciottoli, ed ombreggiata da un grosso, scuro, nespolo. La costruzione del pozzo era una specie di cilindro rivestito di mattoni rossi sbiaditi e sgretolati e sul davanti aveva una finestrina chiusa da una porticina di ferro, fermata dauna stanghetta che, spinta dentro all’occhiello che la bloccava, consentiva di sbarrare l’accesso al pozzo.

I bambini, naturalmente, non dovevano arrivare alla finestrella, ma in corrispondenza, in basso, erano appoggiati due o tre mattoni sovrapposti, che servivano appunto a regalare quei centimetri mancanti. Io ci sono salita sopra, la prima volta che sono andata al pozzo, e avventurando la testa dentro la finestrella, ho finalmente guardato l’abisso. Il fondo, l’antro delle streghe, il regno delle lumache, delle lucertole, di certe ostinate piantine che avevano radici sulle pareti, ma poi crescevano in obliquo, sporgendosi anche loro sull’abisso.

Una volta aperta la finestrina, si agguantava la catena. Il movimento sganciava un vecchio, sbocconcellato secchio agganciato anche lui alla catena che srotolandosi lo accompagnava giù giù giù, fino a che si sentiva “splash”, e si avvertiva che  diventava pesante la catena, sempre di più via via che il secchio si riempiva.

Quanto fosse profondo il pozzo era il vero mistero.

A volte era quasi secco, sembrava che non bastasse la lunghezza della catena, a volte era pienissimo, si vedeva subito l’acqua, si poteva toccare.

Ho anche fantasticato di entrare nel secchio, scendere in fondo ed andare a vedere.

Vedere se come pensavo c’erano anche strade asciutte. Se passavano sotto le case, se erano abitate.  Io pensavo fosse possibile ci vivesse una popolazione di persone piccolissime, verdi come le rane, molto abili a nuotare, nei momenti nei quali il pozzo era pieno. Quando arrivò l’acqua corrente, salutata dalla fine di una grossa fatica esclusivamente di donne, rimasi un po’ male. Mi sembrarono un po’ squallidi quei tubi, quei rubinetti, quell’acqua a comando, tutto quel lavorare a spaccare strade e corti, e violentare la terracon quei tubi. Ecco, di sicuro non c’era da fantasticare, sui tubi.

Fontana

Acqua e non solo – di Rossella Gallori

Per le sue gambette, la salita non era cosa da poco, per i suoi piedini, poi, quasi un piccolo inferno, d’altronde le Superga blu erano poco sue, un  po’ strettine, un po’ ereditate.

La mano grande che la tirava, anzi la strattonava, non era quella che avrebbe voluto…era quella che c’ era, che passava il convento, la vita… ma la meta era importante, ambita…varcò il cancello con le guance arrossate, ma gli occhi ben “spippolati”, suo fratello la lasciò lì e lei non si voltò nemmeno per salutarlo. La fontana l’aspettava, sapeva di essere cresciuta, anche troppo in fretta, lo dicevano le amiche della mamma: come è alta questa bimba……

Quindi, lo aveva deciso: sarebbe arrivata a bere da sola.

La chiamava Giorgia, quella vecchia fonte, dava un nome a tutte le cose, quella strana bambina, raramente alle persone, solo alle cose…

…e Giorgia era lì, bronzea ed austera e stranamente sola, nessun moccioso che riempiva la pistola ad acqua e nessuna bimba che, precisina si lavava il visuccio.

Un piccolo sforzo ed arrivò  alla magica “pigna” consumata da mille manine, l’acqua non si fece pregare, schizzò da tutte le parti, per tutti i versi, da ogni lato, rimbalzando disordinata, sul secchio arrugginito che stava là sotto… Arturo ( il secchio) era colmo, non calmo e  traballò rovesciando il suo  contenuto  formando un piccolo fiume, che in pochi minuti raggiunse il tempietto, facendo la doccia a grassi pesci rossi ed irritando il vecchio cigno, che indispettito voltò il culo, in segno di protesta.

Bello lo Stibbert, bella la sua fontana, bello il suo silenzio, le sue foglie, le sue grandi braccia, la sua protezione, bella nonostante tutto, l’ infanzia….

Tolse le scarpe, mezze e sbiadite, e corse sui sassi bagnati..

L’acqua nella tinozza

La tinozza – di Nadia Peruzzi

Rivedo la casa, la stanza dove si svolgevano gli attimi della vita familiare. Ricordo la posizione del lavabo di granito e quella della cucina economica. E’ la casa dove ho abitato da bambina.

Il fiume mostrava ancora il suo percorso, nessuno si era ancora fatta venire l’idea balzana di coprirlo anche per ricavare un posto per il capolinea dell’autobus. La Coop lì davanti ancora non c’era, avevamo i campi di fronte .

C’erano affetti in quella casa di un tempo che fu, spazi piccoli ma accoglienti malgrado io e la nonna dovessimo dormire nello stesso letto. Lecomodità erano poche. Fra queste mi viene in mente il latte che vendevano porta a porta. Bastava scendere le scale con un pentolino e la mattina dopo potevi tirar via uno strato di panna profumata che, con una generosa aggiuntadi zucchero, serviva come anticipo della colazione vera e propria.

 Il gabinetto invece era per le scale, una vera scomodità per non dire della fetenzìa che usciva fuori da quel buco nero una volta che toglievi l’asse che separava dall’abisso maleodorante.

 Solo dopo qualche anno, si riuscì a trovar lo spazio utile per spostarlo sulla terrazza dove ebbe il suo posticino anche il bagno. Era iniziata la stagione dell’acqua corrente fin dentro le case.

Prima l’acqua te la dovevi andare a prendere alla fonte che, per fortuna, non era lontana. Usavamo la mezzina di rame che adesso fa bella mostra di sé in salotto insieme al fascio di fiori che di solito contiene.

Fare il bagno diventava così un’avventura .Un’avventura che di solito giocavamo in due, io e la nonna visto che il bagno intero io e lei lo facevamo nei giorni feriali mentre il babbo e la mamma erano al lavoro. Farlo tutti insieme sarebbe stato troppo complicato e avrebbe portato via troppo tempo.

Al centro della stanza e il piu’ possibile vicino alla cucina economica dove in inverno scoppiettavano bei ciocchi di legno, nel giorno dedicato al bagno intero, campeggiava una tinozza di zinco. Era abbastanza grande perché almeno io potessi  entrarci senza problemi standoci addirittura seduta dentro,avanzava anche un po’ di spazio ai lati. La nonna la riempiva per metà e io ci entravo a gran velocità per godere di quel teporino e di quei vapori al profumo di marsiglia e sopratutto in inverno, per evitare il più possibile il freddo. Vicino e a portata di mano un pentolone in posizione strategica. Dopo l’insaponata la nonna armata di bricco con movimenti continui prendeva l’acqua dalla pentola per versarmela addosso, mentre strusciava via l’eccesso di sapone. Era una sensazione piacevole il tocco delle sue mani, che appena possibile trasformavano in carezza il gran strusciare. Il rumore dell’acqua che scivolava dal bricco per finire su testa e spalle portava serenità.

Che bello quando un suono, un semplice sciaguattio riportano in superficieun intero mondo. Cose, immagini, sentimenti che vengono da un’altra dimensione e tuttavia di una vivezza tale da sentirla come se accadesse  tutto adesso.Un bagno, che oggi si fa in 5 minuti, basta aprire un rubinetto nella doccia, allora era una vera impresa che, e questo era il bello però, riusciva a farsi momento divertente. I piccoli scrosci dell’acqua dal bricco di alluminio si univano al suono dell’acqua che si muoveva nella tinozza ad ogni mio spostamento. 

Tutto attorno erano schizzi, che spesso mi divertivo a lanciare anche oltre lo spazio attorno alla tinozza,tanto che  i cenci che la nonna sistemava aprotezione non riuscivano a impedire che ne venisse fuori un vero lago. Così, mentre io mi vestivo rapidamente per evitare il freddo , la nonna ancora rossa per il vapore e scarmigliata, doveva poi dedicarsi ad asciugare per terra per riportare tutto all’ordine solito. Quando il lago era troppo grosso..non c’era scampo, anche io di corvée, a fare  la mia parte.  

Vino rosso

Vivere in cantina – di Vanna Bigazzi

“Vai in cantina ad aiutare il nonno che sta infiascando il vino!” Senza dir niente uscii di casa per raggiungere il sottosuolo. In realtà il nonno non mi faceva far niente, potevo solo osservare, ascoltare, fantasticare.

Mi era sempre piaciuta quella cantina, anche per una suggestiva finestra a mezza luna posta in alto, difesa da strani ghirigori in ferro battuto.

Il nonno era di poche parole, lo trovavo chino sulla canna intento a riempire fiaschi grandi e piccoli, bottiglie e recipienti,  di quel bel vino rosso rubino che fluttuava profumato in rivoli più o meno corposi a seconda del getto: accenti più o meno forti, più o meno prolungati.

Mi sarebbe piaciuto vivere in quella cantina, grande, poco luminosa, dalle mura sciupate che odoravano di muschi e di muffe.

Lì si sarebbe potuto vivere non visti e non sentiti; in quel silenzio potevo percepire il battito del mio cuore, il respiro del nonno, il rumore dei nostri pensieri vaganti in direzioni diverse…

Acqua che scorre

ACQUA CHE SCORRE – di Sandra Conticini

Acqua.. tanta acqua…acqua che esce dal rubinetto e viene digerita dallo scarico del lavandino….perché non riusciamo ad accorgerci quanta ne buttiamo via in  una giornata!!! Ce ne rendiamo conto solo quando manca, perché siamo abituati ad averne a scialo. Appena possiamo percepire che questo bene prezioso ci mancherà, iniziamo a riempire tutti i recipienti grandi e grossi che abbiamo in casa, e veniamo presi dal panico, perché non ne possiamo usare la quantità desiderata, soprattutto per lavarsi e farsi le docce tutti i giorni, sia in estate che in inverno. Ci sarà davvero tutta questa necessità?

Non credo, perché quando ero piccola ricordo che la giornata di bagno era la  domenica. Era quasi un rito. Si iniziava a pulire la vasca, perché poteva essere polverosa, poi si riempiva con l’acqua calda, dopodiche si entrava dentro ci si lavava con una bella spugna ruvida con il sapone. Ricordo anche quando in casa entrò il bagnoschiuma….che bellezza…sembrava di entrare nella vasca che si vedeva in televisione…tutta quella schiuma sembrava panna montata…peccato che dopo un po’ che eri dentro…. spariva.

Certamente non eravamo puliti come ora, ma non mi sono mai accorta di essere stata evitata perché sapevo di lezzo!!!!

Riti d’acqua

CUORE DI NOTTE – di Laura Galgani

Si era svegliata di soprassalto, come già altre notti le era successo. Il cuore si era messo a battere veloce, senza un perché.

I suoi due bambini dormivano nelle stanze vicine, abbandonati al fiducioso abbraccio del sonno in casa della mamma.

Aveva dormito per poco più di un’ora, soltanto. Non era stato un rumore esterno a svegliarla, bensì quello del suo cuore, che impazzito batteva troppo veloce e a tratti irregolare.

La paura l’assalì. Paura di morire.

Eppureil suo cuore non era malato, per niente! Il medico, pochi giorni prima, l’aveva trovata sana e in forma.

Cercò di ragionare: “Se non sono malata – si disse – non mi devo preoccupare!”. Non servì a niente, anzi. Battiti veloci, irregolari, gola riarsa. Ora anche le gambe le davano fastidio: una tensione subdola ma molto intensa la costringeva a muoverle di scatto, e a dare forti calci nel letto, come se dovesse battere tutti i rigori di una finale di coppa.

Si alzò, l’angoscia la opprimeva. “Acqua, ho bisogno di acqua”, pensò. In bagno aprì il rubinetto, mise le mani sotto l’abbondante getto di acqua fredda. “Che bella, l’acqua, ti scorre addosso e ti lascia diversa!” – riuscì a pensare.

Le parlò, la pregò di aiutarla: “Acqua, ti prego, calma il mio cuore, porta via da me questa tensione, le mie paure”. Ne raccolse un bel po’ dentro i palmi delle mani messi a ciotola e ci tuffò il viso. ”Acqua lavami, acqua mondami, acqua purificami. Creature trasparenti, che abitate nell’acqua, lavate via da me la fatica che sento sulla mia pelle, sulle mie spalle, nel mio cuore!” Tuffò e rituffò il viso nel liquido freddo, ci si massaggiò la fronte, gli zigomi, le guance, poi le mani, i polsi, gli avambracci. L’acqua intanto giocava nel lavandino, gorgogliando e scorrendo vivace.

Finalmentesi fermò, e d’istinto prese un asciugamano. Se lo passò leggero sul viso. Poi si guardò allo specchio e sorrise a se stessa. Era passata, e il cuore alleggerito sorrise anche lui.   

Luce sull’acqua

Luci di casa – di Carla Faggi

L’acquaio sotto la finestra è stata un’ottima idea.

Mentre lavo le stoviglie, sciacquo le verdure o preparo gli alimenti mi godo il panorama oltre la finestra. Le querce, il bosco, Gigi il gatto.

Ma la cosa più bella è la luce che dalla finestra illumina l’acquaio e la cucina; arriva dal bosco, attraversa il cortile, entra dalla finestra e sembra indicarmi il punto centrale: il primo posto dove andare, dove decido cosa cucinare, dove inizio e preparo.

Delle cucine del mio passato il mio ricordo più nitido è proprio la luce che le illuminava.

In quella di mia madre entrava dalla porta aperta sul terrazzo davanti al giardino. La ricordo come una luce netta, orientata verso i fuochi e l’acquaio. Sembrava indicare che era lì che si doveva andare, lì si creava e si inventava cose nuove, da lì dipendeva il buon umore della giornata. Il tavolo e le sedie erano più in penombra, forse perché erano meno decisive per il risultato di un buon pasto.

Fantasie di ricordi, ricordi dolci, i più belli.

In quella cucina è passata la storia di una parte della mia vita. Storie di litigi, di affetto, di insegnamenti e di punizioni.

Quanta parte della propria vita si vive in una cucina, seduti ad un tavolo. Quanta famiglia, quanta nostalgia.

Ora ho il cucinotto che divide il preparare dal consumare. È diverso dalla grande cucina. I due momenti si fanno meno compagnia. Anche la luce che entra da fuori è diversa. Più netta e orientata nel cucinotto come a darti delle direttive e più diffusa nella sala pranzo dove sembra ti voglia solo accompagnare.

Bisogni diversi, oggi, meno spazio nelle case, famiglie meno numerose.

La cucina delle mie zie “a contadino” la ricordo enorme, lì si faceva tutto, si cucinava, si mangiava, si stava a veglia. Era la stanza più calda. C’era poca luce, le porte e lefinestre erano piccole per mantenere il calore interno. Poca luce ma tante cose da mangiare. Ci stavo bene dalle mie zie.

Ricordi belli, ricordi di luoghi dove mi sono nutrita di famiglia.

Angolo della letteratura

Andai a raggiungerle, ma Rebecca non si girò quando sentì i miei passi suiciottoli. Si schermò gli occhi, guardo le montagne e disse: “Guarda quellenuvole. Ci sarà un bel temporale se vengono da questa parte”. Thea sentì l’osservazione: era sempre molto rapida nel notare i cambiamenti d’umore -restavo sorpresa, ogni volta, nell’accorgermi di quanto fosse sensibile, pronta a recepire gli stati d’animo degli adulti. “Per questo hai l’aria triste?” si sentì in dovere di chiedere. Rebecca si girò. “Chi, io? No, non mi dispiace la pioggia estiva. Anzi, mi piace. E’ il tipo che preferisco.” “Il tuo tipo di pioggia preferito?” disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: “Be’, a me piace la pioggia prima che cada”. Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi:”Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro”. “E allora cos’è?” disse Thea. E io spiegai: “E’ solo umidità. Umidità nelle nuvole”. Thea abbassò gli occhi e si concentrò, ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l’ altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: “Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia”. Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario – perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. “Certo che non esiste una cosa così,” disse. “E’ proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale.” Poi corse verso l’acqua, con un gran sorriso, felice che la sua logica avesse riportato una vittoria così sfacciata.”

La pioggia prima che cada – di Jonathan Coe

Gorgoglìo d’acqua fresca

Il canto dell’acqua – di Roberta Morandi

Arrivo di corsa in cucina e con forza mi butto in mezzo alla gonna nera della nonna che, al lavandino, sta ancora lavando i piatti del grande pranzo della battitura.
La nonna ha un sobbalzo, presa alla sprovvista com’è stata dal mio arrivo, mi prende in braccio e mi mette in piedi su una seggiola vicino a lei, delicatamente mi fa indossare un grembiule nero più grande di me e mi invita ad aiutarla nella faccenda. Il grande lavandino di pietra grigia a  cui mi appoggio è ormai quasi sgombro e l’acqua defluisce via gorgogliando dal buco: prima doveva essere pieno a sentire il rumore che fa.  Che strano, da dove viene l’acqua? Io a casa mia ho una cannella  che si può aprire e chiudere, ma la nonna non ha niente di simile. A fianco del lavandino, su un piano di legno umido, guardando bene, vedo una mezzina di rame col beccuccio che quando viene inclinata fa uscire l’acqua. La nonna la versa in una grande brocca con un pisciolio a tratti intermittente.   Però……..

……………………un però….un pensiero…….
Acqua, acqua fresca,   limpida , acqua corrente di un ruscello che scorre in un grande prato verde contornato da colline, un prato che ora non esiste più,  pieno di ruspe e trivelle e cemento e le colline ormai spianate dalla terza corsia dell’A1.

Angolo della letteratura

Bisogna essere come l’acqua. Nessun ostacolo, l’acqua scorre. Trova una diga, allora si ferma. La diga cede, scorre di nuovo. In un recipiente quadrato, è quadrata. In un recipiente tondo, è rotonda. Questo è il motivo per cui è più indispensabile di qualsiasi altra cosa. Non vi è nulla al mondo più adattabile dell’acqua. E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei. 
Lao Tzu 

Sciaguattare

Rumori di casa – di M. Laura Tripodi

Dolcissimo era il momento in cui vinta dalla stanchezza appoggiavo la guancia sulla giacca del babbo. La stoffa era ruvida e odorava di tabacco stantio. Anche i suoi calzoni pizzicavano, ma per niente al mondo me nesarei lamentata per paura di perdere il suo abbraccio. Man mano che le palpebre si facevano pesanti svaniva l’odore di fumo e i rumori del quotidiano si allontanavano come risucchiati da un’altra dimensione. Svaniva lentamente anche la sensazione di pizzicore dalla guancia e dalle gambe. I rumori della cucina diventavano ovattati e  lo sciaguattare delle stoviglie nell’acquaio mi dicevano che la mamma stava finendo di lavare i piatti. Un leggero spostarsi del babbo sulla sedia annunciava che di lì a poco mi sarebbe toccato di abbandonare quel calore per trovare il ghiaccio del lenzuolo. Allora mugugnavo qualcosa per far credere che ero ancora ben sveglia. Ma dopo avrei continuato a percepire nel sonno quei rumori rassicuranti che sapevano di casa.