Paura. Ma si può vincere!

PAURA ! – di Nadia Peruzzi

E’ l’occhio nero che ti segue e senti pesare dietro alle spalle. E’ insistente e si insinua nel profondo là dove giacciono sepolte le paure ancestrali che hanno attraversato storie e tempi, e che forse ci portiamo dentro nel DNA collettivo come specie umana.

E’ l’angolo buio in fondo alla strada, e quello vicino alla porta di casa venendo dal garage. E’ una stilla, una sola, ma ti prende. La senti appena prima di premere l’interruttore per accendere la luce che cambia tutto lo scenario.

Paure sciocche che si sono sommate ad una serie infinita di altre. Questo siamo in fondo. La somma di linee di paura che abbiamo dovuto superare per arrivare qui dove e come siamo adesso.

Paura di crescere troppo in fretta, paura dell’abbandono o della solitudine. Paura di non essere all’altezza delle prove che ti trovi ad affrontare. Paura di fronte ad una commissione di esame con tutti che ti guardano e tu temi la figuraccia peggiore di tutta la tua vita da studente.

Su tutte la paura del male e della morte, che non ammette repliche .

Avessi vissuto la guerra immagino che avrei scritto di quella.  L’abbiamo vista nei film e letta nei libri ma esserci stati in mezzo deve esser stato terribile . Tutta quella distruzione, quella sofferenza, quel dolore.

Oggi viviamo in un punto della storia e in una parte di mondo che ci dovrebbe garantire serenità e pensiero positivo. Ma solo se ci chiudiamo a pensare a noi stessi evitando ciò che ci circonda.

Guerre in atto, povertà, dolore che si somma a dolore, morti che si sommano alle morti, terrore a terrore in molte, troppe parti di questo nostro meraviglioso pianeta blu.

Abbiamo innalzato muri per fermare esseri umani sofferenti che fuggono da condizioni spaventose per arrivare a scoprire quanto poco possa reggere un muro se un virus dal nome regale viaggia nella valigetta 24 ore di un top manager super accessoriato, partito da migliaia di chilometri di distanza dal nostro piccolo mondo.

Le nostre fragilità e la nostra finitezza un virus impertinente e invasivo ce le può sbattere in faccia in un attimo  e lo sta facendo. Costringe a tenere sotto controllo pure i gesti più semplici ed automatici, quelli che ti accompagnano e sono parti di te da sempre.

Cerchi di non pensarci ma il bla bla bla 24 ore su 24 non ti lascia tregua, ti senti braccato.

Eviti il cinema dicendo tanto per ora non c’è granché di interessante,  ti adatti a malincuore a questa nuova forma di incontro collettivo da Matite ma senza la fisicità e il calore e la complicità del gruppo delle Matite in carne ed ossa.  Siamo file audio e forse se ci riusciamo video…..ma manca la vicinanza, il gomito a gomito anche al di sotto del metro di distanza!.

Passerà anche questo, mi dico. Ce ne dimenticheremo pure. E’ successo con l’epidemia del 1969 che tenne a letto 13milioni di italiani e fece 5000 morti e giace filmata nelle teche dell’Istituto Luce  ma non nei ricordi.

Passerà, speriamo presto. Speriamo con una primavera benevola che ci permetta di uscire all’aperto.  Le migliori energie e intelligenze sono coalizzate e lavorano per contenerlo, neutralizzarlo e sconfiggerlo.

Ha un nome regale è vero, ma non è unto da nessun signore. Per questo non è invincibile.  

STORIA DI UN LIBRO…..CHE NESSUNO  EBBE IL CORAGGIO DI LEGGERE….IN UNA SALA D’ ASPETTO ALL’ ORA DI PRANZO…PER COLPA DEL CORONAVIRUS…. – di Rossella Gallori

Qualcuno lo avrebbe definito “un fulmine a ciel sereno” io  l’ho visto come una nuvola nera, in una volta lunettata e confusa..

Villa delle Rose…la ricordavo come il posto dove eran nati quasi tutti i figli dei miei colleghi più grandi…

Essere li, nel 2020, mi sembrava strano, non lo riconoscevo quel posto…un altro ingresso, un altro scopo…

Il corridoio che portava alla piccola sala d’aspetto. Mi era sembrato stretto interminabile e perfino in salita…

Lui, mi era accanto con l’unico modo possibile: parallelo…mai sovrapposto…al mio modo di essere….

Appena entrata divento un numero un y 214, freddino e sfacciato, che tardava ad annunciarsi nel display posto un po’ troppo in alto…oltre all’ ansia, anche il torcicollo….

Mi è apparso così, come un raggio di sole, abbandonato , su una libreria   malferma, graffiata ma gradevole…un po’ come me…con la gonna buona ed il cardigan giusto ed ampio…per la situazione…il cuore a palla.

Copertina rossa di una “pelle tarocca” il titolo che a distanza non leggo…cerco di innamorarmi di lui di guardarlo con occhi buoni, in un momento di merda….sto per alzarmi, per prenderlo, sfogliarlo, invece un infermiere tatuato forse anche dove non si vede, mi chiama…sempre con il mio anonimo 214…mi porge un sacchetto di ghiaccio, sospirando un delicato a dopo…tra dieci, quindici minuti la richiamo.

Cerco di tornare al mio libro, mi sento sola e non lo sono.

Lui è li, un formato economico, ma pretenzioso, ci somigliamo…chissà perché ho voglia di leggerlo, io che ho imparato a farlo prima di altri bambini dell’epoca…per poi non farlo più, da anni…qualche poesia…righe, mai pagine….

Mi sposto per raggiungerlo, una voce mi ferma, perentoria mi blocca: è bene non toccare niente…con il coronavirus …chissà quanti bacilli tra quelle pagineeeee!!!!

Io vigliaccamente mi blocco e non ti raggiungo…non so nemmeno di cosa parli e già ti volto le spalle…

Vengo chiamata,ho ritrovato il mio nome nella piccola, ma non troppo, sala operatoria piena di monitor… ho un freddo boia…

Divento una cosa per 30 minuti…penso a lui al libercolo orfano e solo, capisco come si sente…buttato lì

Torno in sala d’aspetto con l’ennesima borsa del ghiaccio…mi danno un altro appuntamento…Benigno? Maligno? Chissà? ….appoggio la giacca sulle spalle, il mio compagno di silenzio mi guarda e questa volta mi vede, peccato guardarsi così solo nei momenti di tramontana, mi tolgo la cuffietta e mi avvio all’ uscita, salutandoti da lontano, non ho avuto il coraggio nemmeno di sfiorarti, condizionata da voci ignoranti, che mi han tolto una piccola gioia….

MA  torno sai, torno, tra quindici giorni sono di nuovo li, a Villa delle Rose…e ti tocco e forse ti leggo, almeno il titolo, per sapere chi sei, come ti chiami…e forse ti porto a casa e ti rubo….e ti trovo un posticino, nella mia ignorata libreria…e ti vorrò bene…anche pieno di bacilli, perché si sa nessuno è perfetto…ma nessuno deve essere ignorato….abbandonato…

Due parole: paura e speranza

PAURA – di Luca Di Volo

Sulla paura, oscuro e atavico sentimento, si possono fare eleganti considerazioni…quando non ce l’abbiamo addosso…ma..mentre la si prova?E io in questo momento, come molti (inutile negarlo) sento che qualcosa nel sottile strato della nostra tanto vantata civiltà scricchiola e minaccia di sciogliersi come neve al sole mettendo a nudo la debolezza del piccolo “uomo”.

In questo non siamo per nulla diversi dai nostri primitivi antenati, che da tutto erano spaventati, dal fulmine come dalla tempesta,dalle malattie dalla fame e dalla morte. Però lottarono. E furono grandi perché, come noi , con la paura ci convissero,vennero a patti, si inventarono le religioni, la magia,gli esorcismi…ma resistettero. E noi moderni? Poveri signori di un mondo che vorrebbero dominare anche a rischio di distruggerlo, se basta un microscopico piccolo piccolo virus per farli ripiombare nel buio della paura. Però è anche vero che essa ci è stata utile…non si poteva andare a caccia di una bestia zannuta senza averne un salutare timore e prendere le precauzioni necessarie.

Solo che ora sarebbe preferibile avere davanti un mostro visibile.. .l’avremmo già abbattuto, come i vari Godzilla dei film. Ma questo non lo vediamo,non sappiamo che cos’è… già, l’ignoto, quello che non si sa..questo è l’oscuro sentimento che ci procura il piccolo maligno virus…

Sentiamoci invece fratelli di quei nostri piccoli e indifesi antenati,per loro era il fulmine,per noi , più smaliziati, è un virus, ma seguiamone l’esempio, non abbandonarono fiducia e speranza e piano piano scoprirono che il fulmine si poteva evitare, conoscendolo..e in questo momento sento e spero che sappiamo tutti far valere quei principi di solidarietà, di orgoglio, magari, insomma tutto ciò che fa uomo l’uomo, che ci ha salvati finora e ancora ci salverà.

La vita al tempo del coronavirus – di Mirella Calvelli

L’ispirazione e non l’inspirazione, poiché in quest’ultima risiedono tutte le nostre preoccupazioni e paure degli ultimi tempi, va al famoso romanzo di Gabriel Garcia Marquez e all’idea di poter partire su un battello isolando tutte le nostre ansie con l’amore della tua vita.

Ma non è così, noi e sopratutto io sono un animale sociale e penso anche socievole che si alimenta con l’altro e non nella fattispecie solo di  amici o famigliari.

Ho fatto e abbiamo fatto del nostro lavoro la sintesi dell’accoglienza e della condivisione, abbracciando e interagendo con centinaia di persone, da ogni parte del globo.

Ho e abbiamo aperto la nostra casa a tutto questo, reinventandoci un lavoro che traeva sfogo dalla nostra professione, ma che serviva ad attirare un numero sempre più crescente di ospiti che volevano conoscere la nostra tradizione, non solo culinaria, ma anche sociale, culturale e storica.

Ero ed eravamo orgogliosi di avere avuto l’opportunità e permetteteci  la genialità in tutto questo.

Ho iniziato queste poche righe utilizzando i verbi al passato, come se dessi per scontato che non c’è più nulla da fare…ed invece no!!

Lotterò in questo momento terribile per la nostra comunità, le nostre famiglie , il nostro paese ed il nostro lavoro per infondere un sano ottimismo, il desiderio di umanità e lo spirito di non arrendersi mai.

Cercherò di valutare e non infondere notizie vere,  infarcite di allarmismi gratuiti ai quali i media hanno contribuito con tutta la loro capacità di” penna”.

Sono una matita fiera e contribuirò a colorare il mondo e non a cancellarlo.

Voglio rassicurare chi mi sta vicino, trasformando questo triste periodo in linfa vitale  per creare nuove opportunità e sopratutto…VIVERE. Senza rifugiarsi nel piccolo io, dominato dall’arroganza, dall’egoismo, dalla paura, dalla sfiducia e dalla rassegnazione.

Siamo tutti legati ad un doppio filo e tutto quello che oggi ci accade è sicuramente l’effetto di cause che abbiamo messo in passato.

Non voglio continuare ad alimentare l’ignoranza e la disinformazione, suggerendo e suggerendomi che c’è sempre un’altra angolazione, un’altra realtà da quella soggettiva a quella oggettiva e viceversa.

Non voglio essere alleata delle mie paure e delle mie incertezze, voglio pensare positivo.

Non voglio analizzare, perlomeno qui, le cause e  l’indotto che troveremo presto in tutto quello che sta accadendo.

Sempre nel rispetto di chi se ne è andato a causa di questo virus. Poco importa se vecchio, malato o con patologie conclamate, questo nel rispetto della vita sempre.

Pare che questo virus, non sopravviva al caldo e allora spero che il paese del sole, dia il suo impegno a surriscaldarci, come altre volte ha fatto anche se non richiesto.

Da permettere ai nostri ricercatori, non solo di isolare (già fatto), ma anche debellare definitivamente questo virus prima del riproporsi dell’inverno.

Non ho le qualifiche per sindacare e disquisire in merito, se non di un cervello mio pensante, che vuole e deve rimanere fuori dal terrorismo psicologico, dalle battute free, dalle fake e dai giochi di potere.

Siamo gestibili, controllabili anche in massa, lo abbiamo visto.

Abbiamo assaltato farmacie e supermercati, spesso non per esigenza ma per colpire l’ansia. Come se una bottiglietta di amuchina o un pacco di pasta potesse rassicurarci come la coperta di Linus.

Lo sfogo per far uscire quello che nella mia testa circolava in queste ultime settimane, difficili anche famigliarmente in quanto mia suocera se n’è andata proprio nel giorno che arrivava il primo caso all’ospedale dove era ricoverata.

La difficoltà di raccogliere le forze per incoraggiare la nostra famiglia e salutarla nel modo adeguato Lei che non aveva mai allontanato nessuno, che non aveva mai negato accoglienza e il famoso piatto di “pasta”

Le “Parole del Piccolo Mondo” – di Francesco Zanella

Gli autori di questa sezione hanno collaborato al progetto di scrittura creativa “La Matita per scrivere il cielo” come ospiti esterni, regalandoci immagini e ricordi di quello che loro stessi hanno definito “Il Piccolo Mondo”, cioè il mondo antico della vita quotidiana, che risalta vivida e appassionata.

Il rumore della natura – di Francesco Zanella

Sono nato in campagna in un paesino vicino a Rovigo. Da ragazzino avevo paura a tornare a casa quando facevo tardi al bar.

Ora  non  ho paura del buio. Ora ho paura della civetta….che fa chiù chiù…..dice che se la senti sparisce qualcuno entro tre giorni! Porta male sul tetto della casa dove si posa. C’ha gli occhi come un umano. Quando ero ragazzino e passavano i carrozzoni dove portavano via i morti e sopra c’era disegnata la civetta e quindi si diceva che era un uccello di malaugurio.

 Si diceva: Ho sentito la civetta, da chi andrà?

Invece il canto del gallo dava soddisfazione ai contadini che dovevano andare in campagna. Cantava a ore quasi precise, gli animali sentivano la temperatura del tempo. Il tempo ha sì una temperatura.! I vecchi una volta stavano dietro alle semine con la luna, anche per travasare il vino…c’era una temperatura del tempo, i nostri vecchi vivevano con la temperatura che si dà il tempo, seguivano le giornate lunghe, corte, la luna.

  Il buio che mi piaceva era quello della mattina, quando stava per farsi giorno. Mi ricordo la luce attraverso le persiane quando mi alzavo presto per andare a pescare dopo aver fatto il caffè. Mi piaceva quel buio la mattina quando aspettavo l’orario per andare a pesca, a caccia. Poi ho lavorato di notte, ho fatto il fornaio, quindi il buio era abituale per me. Da ragazzi si ha sempre un po’ paura dell’oscurità….di quel buio di notte…..Ci si sente riavere quando canta il gallo. Il canto del gallo è la sveglia per i contadini.

 Da bambino facevo la gita del pane a Rovigo.  Lì si comincia bambini a andare in bicicletta. Lassù  va di moda, ci sono le piste ciclabili grandi come strade.

La bicicletta fa sentire il rumore della natura……non mi metteva mai tristezza mi metteva gioia, una volta cominciò a piovere a Pontassieve mentre facevo il giro del Mugello, e io ero tutto solo e tutto contento. Tornai  zuppo ma contento. Mi dava gioia…mi piaceva.

Ho fatto il cicloamatore, ero attento al rumore del cambio….della catena….quando si cambia male si sente un rumore e si deve rimettere a posto, si sente che la catena non tira.

Ero fissato con le strade. Mi piaceva il San Baronto o tutto il Mugello…..ero sempre in bicicletta, il Chianti, il Bilancino, le Croci… stavo dalle parti di Novoli. Avevo strade che mi piacevano e strade che non mi piacevano. Non mi piaceva tornare indietro mi piaceva fare il giro e vedere zone diverse…….. per Vinci e Carmignano la strada si gode bene, con tutte le ulivete.  Conoscevo tutte le fontanine per bere. Poi mi piaceva il Chianti, Greve, Panzano,

Di quelle gite mi è rimasto un ricordo……d’estate, in vacanza, andavo sempre in bicicletta da Quercianella al Monte Nero. E da Monte Nero scendevo a Antignano. Un giorno c’erano tutte le bancherelle di souvenir  e feci una collanina alla moglie. La portai a casa e la moglie mi disse: potevi comprarne una anche alla tua mamma. E allora il giorno dopo  in bicicletta sono tornato a ricomprarne un’altra. Sono questi piccoli ricordi che rimangono. Son ricordi miseri ma mi è rimasto quel ricordo lì di tornare a prendere la collanina per la mi’ mamma……..

60 anni di bicicletta! Ma il ricordo più netto è sempre stato quello della collanina della mamma. Perché la mamma l’è mamma…non c’è nulla da fare…..la mamma l’è mamma……

Son nato anche per la pesca…anche la caccia mi piaceva, ma la pesca di più, non mi piaceva ammazzare gli uccellini …sono andato da ragazzo sui fiumi, in Veneto, vivevo a pochi chilometri dal Po.

Ho mangiato le trote del lago di Garda.

 Poi sono venuto a Firenze e allora andavo in Arno, quando il pesce si poteva mangiare e c’erano i gamberini, in Arno……l’emozione è quando si tira su il pesce, poi lo puoi anche regalare….se non prendevo nulla ero contento lo stesso, andavo per andare su un sasso, mangiavo pane e mortadella…..ma ero contento. Son cresciuto con la passione della pesca, sono andato 22 anni in Iugoslavia per pescare. Si spendeva poco. Si faceva la pesca dell’orata, con la lenza, con la canna. Là c’è un mare meraviglioso!

La passione è la cosa più bella della pesca: a sedere su un sasso a mangiare un panino mi passavano le ore e non mi accorgevo nemmeno.

 Lassù a Rovigo c’era anche il Po e la gente viveva di pesca. Nelle osterie sul Po c’era scritto “Rane tutti i giorni”.

Nelle acque dolci sono andato a pescare con i tramagli. Il mio babbo faceva il tramaglio. Le reti erano con i sugheri …i piombi le tenevano giù da una parte e i sugheri tenevano su dall’altra. Si andava a pescare con una pertica lunga lunga,  si levava la buccia e si faceva seccare. Si metteva in cima un gancio e poi si usava per stendere il tramaglio. C’erano canali, fossi e con i tramagli da parte a parte si pescava. In cima alla rete c’era un anello. Mio babbo pescava di notte e metteva più piombi perché la gente non vedesse le reti che rimanevano più a fondo. Ci passava una nottata, lui metteva il segno in acqua e la mattina tirava su la tinca, il barbo, lui lo faceva di mestiere. Aveva un recipiente per tenere il pesce a vivo. Certi pesci muoiono subito altri no…il pesce gatto se lo metti in un cencio bagnato campa anche due giorni….Pescava anche di giorno: c’era il pesce che prendeva con una trappola fatto a sacco: prendeva tutto quello che c’entrava….era pesce di fondo. Anche in mare c’è il pesce di fondo: la seppia, l’orata, la spigola invece sta a mezza acqua. Le aguglie stanno a pelo. C’è la stagione giusta per i pesci:  l’orata va via d’inverno e torna a  primavera.

D’inverno il mare è un mortorio. Avevo casa a Castiglioncello ma la moglie aveva paura si stava a piano terra. Lei non veniva a pescare. Non ci pensava nemmeno. La moglie odiava la pesca perché io avevo la passione e si aveva la casa e lei doveva pulire, seguire il giardino. La colpa è tutta mia: io nella vita ho fatto tutto sbagliato. Lei non voleva venire al mare….Tutto da rifare diceva Bartali!

Lassù da me, in Veneto, si portava la roba pesante nelle balle  e le recuperavano sempre dopo averle usate.    Facevano tutto con la canapa…i grembiuli per lavorare…..i sacchi per la farina…La mia mamma lavorava nel magazzino della canapa.

In Veneto tutti la coltivavano.

La canapa faceva delle piantine verdi, c’era il maschio e la femmina… La pianta maschio faceva il seme la pianta femmina era più piccola. La pianta maschio si tagliava dopo due mesi per recuperare il seme.

Lassù da noi, in Veneto ce n’era tanta…. Ogni famiglia coltivava la canapa.

Veniva messa nelle vasche apposta e dopo tre giorni l’acqua marciva e i pesci morivano, venivano le zanzare e l’acqua puzzava.

La mettevano a macerare nell’acqua  con tanti sassi sopra….poi si strizzava con il telaio …da verde diventava bianca e la seccavano al sole.

Allora la pettinavano…Quando nasceva era verde, poi stava a bagno 22 giorni, poi la lavavano e la tenevano al sole e diventava bianca. Poi la filavano e la lavoravano…ci facevano anche i guanti, L’ho vista da piantare in terra fino a vederla lavorare. A Rovigo tutti la coltivavano, ha bisogno di acqua, se viene la grandine si sciupa. Con quella piccola facevano la stoppa che era lo scarto, lo adopravano i trombai, non avevano quella pasta che hanno ora…..

Ci facevano i sacchi. Davanti al forno  c’era una rosticceria  e gli portavo i sacchi pesanti di farina portandoli sul groppone  c’era dentro  la farina manitoba americana, in sacchi da 25 chili e il proprietario per ricompensa mi dava dei panini con il roastbeef, pieno ma pieno di carne! Più roastbeef che pane!

Il lago di Garda mi piaceva tanto ci avevo fatto il viottolo. Facevo il bagno a Torboli. Andavo dalla mattina alla sera, stavo vicino,  a Rovigo, e ci andavo in motocicletta con la moglie.

Sono stato a Bardolino sul Garda… erano posti…..non so….. che immaginazione bellissima!

Il lago è diverso dal mare. Sono stato 22 anni a Pola. C’erano le rocce e  dei cavalloni e persone che prendevano le onde ma c’era anche da rimanere secchi, molti sono morti perché aspettavano l’onda che li riportasse a riva e l’onda invece li ha portati via.

Il mare! E’ sempre stata la mia passione, il mare e la pesca!

La parola del giorno: paura

Paura – di Carla Faggi

Tanti e tanti anni fa una mia amica si ammalò di polmonite.

Andai a trovarla, mi dissero che non si attaccava. Non avevo paura perché mi sentivo immortale, e pensavo che la vita andava presa con leggerezza!

Poi tornai a casa. C’era mia madre, molto anziana e malata di cuore.

Mi prese il panico, se ero stata contagiata avrei potuto contagiarla a mia volta.

Stetti così male che mi ammalai, non di polmonite ma di senso di colpa. Tutt’ora se ci penso mi sento male.

Non successe nulla a mia madre, il senso di colpa non è contagioso, ma ripensandoci ora, la paura ti può essere amica, se non per te per le persone a cui vuoi bene e sono più fragili. Non averne non è leggerezza ma può essere superficialità.

Meno male che siamo capaci di avere paura perché il corpo e la mente sono saggi. Sanno quando è necessario averne.

Paura – di Carmela De Pilla

La ricordo bene quella sensazione, era proprio di paura, quella che precede il panico e che ti resta dentro per sempre.

Ero andata con alcuni amici in Valle d’Aosta a fare un trekking di una settimana nel parco del gran Paradiso, quel giorno dovevamo affrontare una dura prova: valicare il Col Rosset  arrivando fino a 2.600 m.

Ai piedi i due grandi laghi assorbivano l’azzurro intenso del cielo e lo rimandavano con forza a noi, il grande contrasto tra il verde dei prati e il turchese era smisuratamente appagante.

Io, al contrario dei miei compagni che erano in perfetta forma fisica, avevo intrapreso quell’avventura spinta solo dal forte desiderio di scoprire quei luoghi incontaminati e straordinari.

Ci mettemmo in cammino e dopo poco capii subito che per me sarebbe stata un’impresa difficile, arrancando e aiutandomi con la forza di volontà e con le mani arrivai quasi alla fine del sentiero, ma poco prima di raggiungere la vetta, stremata mi fermai un attimo e guardai giù verso il precipizio.

Non c’erano alberi che mi impedivano la vista e così immediatamente un groviglio di sensazioni incominciarono a  bombardare il cuore e la mente, ero paralizzata, il corpo non rispondeva più, per un attimo mente e corpo incominciarono a volare e una forte tentazione di farlo si impossessò di me, poi mi ripresi e incominciai a urlare.

Luigi, esperto di montagna, capì subito che la situazione era seria e in poco tempo mi raggiunse abbracciandomi con forza.

La sua stretta mi riportò alla realtà e confortata dalla sua presenza raggiunsi la vetta.

Il terzo tempo nell’era nuova

La testa mi gira – di Cecilia Trinci

Coronavirus disegnato da Simone Cuccurullo

Eravamo diventati giovani.

“Lavorare fa bene fino a 70 anni. Fino a 75 non sei neppure anziano. I 60 di oggi sono i 40 del secolo scorso.” Frasi fatte a fiumi, ricordate?

Solo pochi giorni fa i decaloghi si sprecavano: e vai in palestra, per carità di Dio!  A ballare. Viaggia su, che fai stai sul divano? Il divano  è il peggior nemico della vita. Alzati! Corri! Vai a prendere i bambini….…. Vai dal parrucchiere, vai a comprare vestiti colorati e fai la dieta punti, e poi lavora su….almeno fino a 70 anni il cervello funziona benissimo! Però fallo senza prendere il posto ai giovani, metti in gioco la pensione, tu che spudorata ce la puoi avere!  dei soldi che ne vuoi fare? Spendi! Spandi! Muoviti! Guardati intorno: tour della Puglia a novembre, la Sicilia d’inverno è anche più bella, i posti in traghetto a gennaio a metà prezzo che idea! Comprati il trolley che fa giovane! Esci da codesta casa ma non prendere il posto in tram, lo vedi che sei giovane? fai le capriole, fai le giravolte, su su……

Poi d’improvviso, in una manciata di ore più che di giorni, i 65enni sono diventati anziani, spesso “con patologie pregresse” , i 70enni si sono accorti di camminare sul bordo della fossa, per non parlare degli 80enni che quelli davvero che ci fanno in giro?

Abbiamo smesso in due ore di essere una risorsa, abbiamo smesso di essere manager  in ritiro spirituale, atleti di seconda mano, ballerini  di categoria over, ex qualcosa, ex calciatori, ex direttori, ex giocolieri e barzellettieri da cene aziendali.

Abbiamo smesso.

Ci siamo ritrovati a “dovremo cambiare modo di vivere”. E infatti abbiamo smesso di abbracciarci, di andare al cinema,  di mangiare pizze in compagnia, di ballare, di fare le gite della Coop, e per carità “anziani vi prego, non andate fuori, state sul divano, non andate a giocare a tombola e nemmeno a burraco!”

Eravamo i giovani del XXI secolo, quasi immortali da quanto eravamo giovani!

Ci hanno ridato la nostra età e con gli interessi. Siamo diventati più vecchi ancora che nel secolo scorso.

Vecchi! Nemmeno anziani. Altro che terzo tempo!

“Vecchi state a casa, non guardate nessuno! Non incontrate nessuno! Non ammalatevi per non occupare i nostri posti  letto”. Se ci fossero i caminetti in cucina torneremmo nel canto del foco a ciucciare castagne secche, guardando il volo degli storni al tramonto, attraverso le finestre chiuse

“Rinoceronte, che passi sotto il ponte…che salti e che balli…che dici buongiorno girandoti attorno ..…che giri e rigiri, la testa mi gira…non ne posso più…la pallina cade giù.”

Le “Parole del Piccolo Mondo” – Floriana Giovannini

Gli autori di questa sezione hanno collaborato al progetto di scrittura creativa “La Matita per scrivere il cielo” come ospiti esterni, regalandoci immagini e ricordi di quello che loro stessi hanno definito “Il Piccolo Mondo”, cioè il mondo antico della vita quotidiana, che risalta vivida e appassionata.

Il profumo del melograno – di Floriana Giovannini

Quando ero piccola stavo in una casa in campagna con grandi stanze affrescate e un bel  giardino intorno, era una bella casa anche nel ricordo.

Lì c’erano le camere in sequenza e a volte, anche da piccina, mi mandavano a prendere qualcosa nell’ultima stanza:  dovevo passarne due al buio. La consolazione era arrivare all’interruttore: ricordo quella  sensazione del buio che finiva. In quel ricordo c’è anche il grande sollievo che provavo nel ritrovare tutte le cose che sapevo c’erano, ma mi ricordo anche che c’era una specie di sottile piacere in quella paura, come la soddisfazione di vincere una sfida. Da piccoli si cercano anche le paure, affascinano, attirano. Anche se mi ricordo che d’estate pensavo: “meno male fuori ci sono le lucciole!”

Mi ricordo la paura che avevo a mettere la mano sull’interruttore che a quei tempi era come una chiavetta: mi piaceva quel timore lì che io potevo annullare. Mi dava un senso di potere. E’ il ricordo di un attimo, quello in cui annullavo la paura con un solo gesto, girando l’interruttore. Tutte le volte che mi si chiedeva di fare luce per vincere il buio andavo, anche se ero piccola.

La paura da piccoli (8-9-10 anni) è anche gradita. C’è qualcosa che attrae. Sai che c’è qualcosa che ti spinge verso una cosa misteriosa. Allora c’era una ricerca di cose paurose…..si andava in certi posti dove si sapeva c’era qualcosa che faceva tremare… Anche le favole avevano tanto terrore.

Ora le favole svolazzano verso qualcosa di già preparato. Difficile che un bambino ora abbia voglia di andare a cercare qualcosa in un campo. I bambini sono addestrati, strutturati. Non gli si fanno fare esperienze, piuttosto si addestrano alla vita.

In quella casa in campagna mi ricordo una nonna piccola e magra che portava le mezzine. Il marito gliele aveva fatte fare su misura perché non portasse troppi pesi.  La lucentezza rosa del rame veniva quando le strofinavano con il sale e un panno morbido. La forma era fatta apposta perché le donne potessero tenere questa “pancia” della brocca infilata nell’incavo della gamba quando camminavano.

Ce n’era una piccola per l’acqua da bere, si teneva sull’acquaio insieme al secchio. Il secchio era per lavare, la mezzina era piena di acqua da  bere.  Nella montagna pistoiese erano semplici, senza beccuccio e senza tappo. C’erano di diverse misure c’erano anche per le bambine….che andavano a prendere l’acqua con le mamme o le nonne. Si chiamavano BROCCHE.

L’acquaio era di pietra. Bere a brocca era un termine comune….anche se non si poteva fare.

Portare pesi era una regola allora, ma portare il secchio era più difficile perché sciaguattava.

Ho un ricordo come un’immagine scolpita, una fotografia indelebile  di me  a un anno e mezzo e mi rivedo proprio bene  sul pianerottolo della vecchia casa che piangevo disperata e dicevo: “peddo a bache” (perdo le brache) perché mi cadevano giù le mutande. Ricordo la mia disperazione. Ero nella casa di famiglia, aveva un piano terra e un piano superiore con le camere. Tre pianerottoli di 5 scalini. Nel ricordo avevo sceso le scale e ero sull’ultimo pianerottolo. Me lo ricordo come un punto fermo della crescita perché avevo cominciato ad appoggiarmi sulle storie reali non sulle favole, ero entrata nella vita vera.

Lì c’era la nonna Laura, nata nel 1864.

All’inizio quando sono nata la mia mamma non aveva latte e avevo avuto la balia che era stata in casa con noi, poi la balia mi aveva preso e portato con sé a Casaluigi perché non poteva più stare da noi  ed era una casa di contadini isolata in cima a una montagna, nel pistoiese. Poi è nato il mio fratellino e io sono stata affidata alla nonna.

La nonna Laura aveva avuto una vita difficile da ragazza, era stata mandata in montagna a fare la maestra, in un paesino sperduto. Era vissuta a Firenze nel periodo di Firenze capitale. Una donna che leggeva, evoluta, in questo strano paese aveva insegnato  non solo a leggere e scrivere ma anche a mettersi le mutande, a pettinarsi, a quelle persone che lì avevano una vita primitiva. Non sapeva ricamare perché era stata educata a forza di libri, ma aveva imparato poi da sé e aveva insegnato anche agli altri. È morta a 84 anni. Un’altra cosa che “fa punto fermo” nei miei ricordi era il suo dire “chissà se arriverò fino al 1930!” In montagna la vita era dura se uno se la faceva così. Lei ha fatto di tutto per farsela meno stretta. Aveva insegnato a apprezzare la lettura. Aveva insegnato anche a scegliere non solo a leggere e scrivere ma anche a leggere quello che piaceva.

Scegliere è libertà.

Ha avuto due figli: uno mio babbo, Osvald e l’altra la zia    Rina, erano i nomi presi da certe storie di Islanda. Rina era l’angelo delle nevi, per esempio.”

 Si andava a fare la spesa nelle botteghe, allora. Io ci compravo le caramelle, che poi erano pasticche che stavano dentro contenitori di vetro grandi. Le compravo di nascosto. Era una regola di casa che io non dovevo andare nelle botteghe, ma passavo, vedevo le pasticche e le compravo.

Mi ricordo quelle tende che suonavano, erano  fatte anche di tappi di bottiglia o di pezzetti di canna. Erano le tende anche dei contadini,  antimosca. Probabilmente le facevano da sé. Non erano industriali.

  Mi ricordo i soldi, il diecino, una moneta di rame con una mosca stampata sopra e che era il decimo di una lira e mi ricordo la bottegaia che trattava caramelle, sigarette, salumi, che si chiamava Confortina. Il fatto era che tutti ci mettevano le mani nei barattoli e quindi il divieto di comprare da lei  era per l’igiene soprattutto.

Ci facevano mettere le mani dentro, ma la Confortina tanto pulita non doveva essere. Si vendeva di tutto: acciughe, soprassata, baccalà……tutto.

 C’era odore di caffè in quelle botteghe, caffè, sigaro, naftalina…..un odore misto. Vendevano gli acchiappamosche, che erano strisce appiccicose…La Confortina aveva addosso anche questo odore misto di spezie.

Era una donna alta, secca, con le calze nere, il vestito lungo, con una specie di crocchia sulla cima della testa. Mora, vecchiotta, tinta con chissà che decotto era dunque un po’ rossiccia, era aspra, non bella.

Era da sola, non aveva altro aiuto. Era lei a gestire tutto quanto, forse non aveva supporti familiari. Tutte le botteghe erano UNA bottega. C’era un macellaio, un ortolano, che si chiamava il Cena. “Vai dal Cena a comprare le pesche”. Era un uomo enorme e anche la moglie. Si diceva “Vai dai Cena”. Anche lui per sé, si chiamava Cena. Erano persone tranquille, per forza, per forza di volume…perché erano tutti grossi! La produzione era locale. Il campo di questo ti dava i finocchi, il campo di quell’altro ti dava gli asparagi….era tutto molto locale.

E poi c’erano i pesciaioli lungo l’Arno.

Quello che trovavano nei fiumi, quello che pescavano lo mettevano dentro  zucche grosse svuotate. Dentro le verniciavano con qualcosa di impermeabile. A volte c’avevano i ranocchi, a volte i barbi…..erano tutti pesci d’Arno…

Si mettevano lungo i fiumi e dietro la bicicletta trasportavano nelle strade queste zucche arancioni fuori e nere dentro e urlavano “pesciaio!!”

Giocare ho giocato poco. Mi ricordo una bambola che si chiamava Battina aveva gli occhi che si chiudevano, il visino di bisquit e tutti i vestitini. Non mi faceva provare una sensazione di maternità ma a me piaceva da guardare  …dicevo dammala abattina e per un po’ me la facevano tenere. Le facevo chiudere gli occhi la guardavo un pochino e basta….

Questa bambola c’è ancora perché era per me una bellissima creatura, una bambina piccina, ma non una bambola per giocare. Per me il gioco era scrivere, disegnare….. Non ho molto giocato….sono montata tanto sugli alberi, magari…..la vita era questa.

Non ci sono querce da sughero nella montagna pistoiese. Ma ce n’era una, dove ero io, che avevano piantato apposta e tutti la rispettavano

La sughera che mi ricordo io era un’eccezione per il posto dove era, e quindi era ancora più magica.

Era rispettata, tenuta di conto.

Questa sughera da bambini ci affascinava perché si voleva staccare la corteccia e non si poteva perché bisogna aspettare un tot di anni tra un taglio e l’altro.

 Mi piace anche ora toccare  il liscio dentro la scorza, come ci piaceva allora. Il ruvido fuori è protezione, ma il dentro liscio è il contatto con l’anima della pianta, è forellato per avere il rapporto nutritivo. Anche da bambini eravamo affascinati. Quando mi sono resa conto che ci facevano anche le scarpe e i sugheri del vino la cosa mi è piaciuta meno. Questa leggerezza che non corrisponde alla massa della scorza, questo è il magico del sughero. Prima si facevano tanti oggetti col sughero, tappi, suole, …. Nonostante la friabilità il sughero è un materiale anche forte che può sostenere il peso.

I miei giochi all’aperto erano in un grande giardino che era intorno alla casa. C’erano i contadini oltre ai nonni e c’era una ragazzina che giocava con me, si andava a cercare il fiore nella valle, si andava a cercare il mostro per vedere se era vero che esisteva e si andava nei campi vuoti cioè non seminati. Si andava a cercare il Regolo, un serpentone con le ali. Il Regolo faceva paura perché sembrava che mangiasse i bambini. Quello che mi lasciavano fare volentieri era scrivere, disegnare….raccoglievo gli anemoni, li mettevo un pochino nell’acqua… campare era loro fortuna non cura mia, non ce n’erano tanti….bisognava andarli a cercare. Oppure andare di frodo a raccogliere le albicocche cascate….

Dopo è cambiato. Sono stata con la nonna e gli zii fino alla scuola media. Allora sono stata ripresa a casa mia dove c’era anche mio fratello e insieme si andava al ginnasio. I giochi erano diventati autonomia, con un fratello di un anno e mezzo più piccolo non si poteva condividere troppe cose….

Il distacco è stato doveroso, la casa dei nonni era in collina, fra l’altro splendida, era lontano da qualsiasi mezzo di trasporto e quindi sono tornata a casa dai miei genitori perché il babbo ci portava a scuola con la macchina. Il sabato mi prendevano da scuola mi portavano alla base della collina e io tornavo a casa dei nonni e degli zii fino alla domenica sera. E’ stato arricchente perché ho incontrato culture diverse e importanti per me. E’ quello che poi ho cercato nei viaggi che hanno unito me e mio marito. Si cercavano culture, modi di vivere, non solo luoghi.

Il mio matrimonio è stato una lunga intesa d’amore.

Mi ricordo quando accadde. Fu una festa di famiglia tranquilla, con i cugini della stessa età che nel mio caso erano molto giovani e qualche spizzico di persone anziane, la vecchia zia, la bisnonna…

Ricordo i giovani che venivano a fare colazione dopo la cerimonia. Non si stava seduti a tavola ad aspettare di essere serviti, ma gli invitati andavano in giro stando tra loro…si servivano da sé, nessuno serviva nessuno. Era una colazione tipo “aperipranzo”

Il posto erano i due salotti della casa di mia zia. Le persone che erano stati presenti alla cerimonia erano tutte lì, un po’ in piedi un po’ sedute, ma non intorno al tavolo.

Vedo ancora tutto così nitido.

Vedo i vestiti estivi di luglio, i vestiti nuovi delle ragazze di luglio….

Vedo le mie vecchie zie, che difficilmente si muovevano da casa loro in montagna, all’Abetone. In genere si andava noi, raramente scendevano loro quindi era già un evento che fossero venute. Le zie erano:  Isola e Rina e poi c’era Elena, queste erano le zie vecchie e poi c’era Maria. Erano tutte anziane.

Non accadeva spesso di fare pranzi. Succedeva durante la stagione della caccia che veniva fatta d’inverno..

Vedo la cucina grande con il focolare, il camino, la legna accesa, l’attrezzo per fare l’arrosto girato. Il piano del fuoco era alla mia altezza e guardavo tutto attentamente: lo zio ungeva l’arrosto, seguivo lo scricchiolio della ruota del girarrosto. Tutte queste cose erano non ferme, ma in movimento, c’era il rumore del meccanismo, il rumore del metallo, c’erano suoni, il girare dell’arnese…..

Gli uccellini non erano così protetti come ora. C’erano i tordi, le beccacce, i merli, la caccia era normale ma  era anche una cosa complessa, c’era il rito della cacciata, la spennatura, la preparazione della selvaggina…….in finale il girarrosto. Allora non facevano pena, era cosa normale mangiare gli animali. Era naturale. Non ci si sentiva cattivi a mangiare la carne della natura.

Oggi, tra questi profumi, mi ha solleticato uno che ho riconosciuto come di melograno. Mi ha riportato al periodo in cui, da bambina, facevo la caccia ai melograni. Il fiore del melograno aveva una consistenza grassosa, morbida, sostenuta ma anche elastica e un certo profumo che non può essere considerato profumo ma solo un alone di giovinezza del fiore. Andavo a caccia di melograni e li prendevo a chi li aveva e li schiacciavo e l’odore era così diverso da tutti gli altri frutti conosciuti, soliti, la mela, la pera, la pesca….

Era un profumo costretto a venir fuori per farmi piacere, non era un profumo spontaneo.

In oriente era un profumo abituale e i miei viaggi in oriente mi hanno poi riportato al vecchio odore, colore, sapore del melograno di quando ero bambina.

Il melograno non ha un sapore intenso da ricordare, ma nel suo insieme quei chicchi, quei colori danno questa sensazione di particolarità che, anche se non va in modo prorompente direttamente al cervello,  razzola più lentamente nei meandri della memoria.

Ora mi ricorda i viaggi con mio marito, la mia vita con lui. Mi piaceva, ci piaceva  il viaggio dal punto di vista del contatto con la gente. Ci ha unito,   questa voglia di andare, quando si tornava  si pensava già a quello dopo.

Volevo conoscere i modi di insegnare, quello che fanno a scuola, come fanno a imparare, cosa che è diversa da mondo a mondo…in Africa è un modo, in Russia è un altro, questa strada diversa ti fa trovare la tua, la grande risorsa della geofisica, del terreno, delle rocce: dai diamanti dell’Africa alle cascate dell’Islanda.

Conoscere è sempre stato il mio lavoro ….era un piacevole modo di lavorare. Sono stata farmacista per 7- 8 anni poi ho fatto tutto quello che ci voleva per insegnare e poi ho lavorato per la camera di Commercio di Firenze e di Prato e poi per gli editori…..ho avuto sempre la curiosità di stare al mondo. Oppure si può dire che il mio è stato uno stare al mondo con curiosità.

In fondo ricordiamoci che il destino te lo fabbrichi da te.

L’isolamento e la ricerca del passato

Il coronavirus ci isola. Ci porta a rimanere da soli, a scavare nel passato, a cercare di capire chi siamo e cosa rimane di ciò che siamo stati. Ci sono cassetti in cui conserviamo appunti scritti. La parola scritta non si ammala, non mente, rimane testimone eterna di ciò che abbiamo vissuto.

Un esempio? Una pagina di diario del 2002 riferita a un viaggio di studio di mia figlia in Amazzonia. Quasi due mesi isolata nella foresta con ogni tipo di pericolo davanti. Pochi contatti via internet a distanza di giorni uno dall’altro. Una grande prova. Coraggio e amore. Un ricordo, una traccia di ciò che siamo stati, di ciò che siamo ancora.

31 luglio 2002

Ieri sera, dopo aver guarducchiato il film perché Claudia parlasse in pace per conto suo (via internet) con la sua complice amazzonica (che guarda caso si chiama Cecilia anche lei …o che nome abbinato sempre a gente inquietante!) l’ho raggiunta in camera sua e mi sono distesa sul suo letto a guardarla. Lei mi leggeva la descrizione dei luoghi dove andrà, che in effetti non sono “il bagno Maria” di Rimini con le discoteche e gli spinelli, ma le coste del Rio delle Amazzoni e mentre mi elencava le innumerevoli specie di insetti che vivono SOLO lì e le razze di alligatori che, dice, sono pericolosi SOLO SE SI PESTANO, e mi elencava la percentuale mondiale dei primati, degli uccelli, dei rettili, degli anfibi, dei pesci che sembrava mi sciorinasse tutto il regno animale e vegetale dell’enciclopedia Treccani, mano a mano vedevo i suoi occhi illuminarsi e riempirsi di tutti quei riflessi. E gli occhi suoi riflettevano tutti i colori e i verdi di quelle foreste, si riempivano dei riflessi delle scaglie dei pesci, dei mantelli di ocelot e di giaguari, delle penne di uccelli quasi immaginari, di are, pappagalli e altri nomi neppure mai sentiti. E mentre ero lì sentivo il mio cuore come le crete di Siena, un po’ crettato e diviso in settori. Uno era decisamente di paura “ma dove sta andando questa pazza scatenata?” ma le altre scaglie erano di gioia. Di gioia nel vedere i suoi occhi pieni di gioia. Di gioia perché ce l’ho fatta a portarla fino a qui, ce l’ho fatta a permetterlo. E molto ha voluto dire questo progetto inatteso che mi ha dato i soldi per  questi suoi viaggi e questi studi incoscienti!

Un’altra creta  mi diceva: “forse non sei stata una mamma giusta. Potevi insegnarle l’uncinetto, dovevi proteggerla di più”….ma più pensavo così e più qualcosa dentro mi spingeva a pensare “vai vai vai, vai libera, vai felice, è la gioia più grande vederti così, dolce, con quei capelli che saluto addormentati ancora ogni mattina, così fini e teneri e con quello sguardo che è un misto di dolcezza e di diamantina determinazione. Io morirò di ansia, ma ti proteggerò anche da lontano perché non esiste lontananza per un amore, quando è grande davvero….”

E poi ho pensato che se sopravvivo alla paura, questa prova sarà importante anche per me. E allora penso che come ora io aiuto Claudia a realizzare i suoi sogni, sarà lei a dare forza a me e mi aiuterà a liberare la mia energia, e mi darà la spinta perché incontri davvero la persona che è in me.

Cecilia

Le Matite incontrano la LIS – Parole come farfalle

Lucia Daniele e la poesia Matite in lingua dei segni
Rosaria Giuranna – L’orologio in Lingua dei segni

Le Matite per scrivere il cielo incontrano la lingua dei segni con Alessandra Biagianti, insegnante e ricercatrice LIS.

Le parole, le emozioni hanno molte possibilità e molte strade, a volte sconosciute, da poter percorrere. Le parole possono anche volare per attraversare gli spazi che ci separano e farci sempre e comunque incontrare.

Alcune ispirazioni da L’Orologio di Rosaria Giuranna

Carmela

L’orologio

1…2…3…tac…tac..tac..

Giorni? Mesi? Anni?

Tanti anni…

Ne sento tutto il peso

E vorrei buttar via tutto, cancellare

 tornare indietro e fermarlo

Ma lui, il tempo, guarda e passa

Non ha pietà di nessuno

Gabriella

E uno, e due, e tre, e quattro

Pa   pa   pa   pa   pa

non  si muove nulla

il tempo passa

Tempo perduto

a rincorrere un filo

che non c’è più

Via via via

mettilo via

pa  pa  pa  pa  pa

Ma che fai!

mangi

dormi

Pa  pa  pa  pa  pa

poi rimangi

e ridormi

Donna inutile

voli nel vuoto

pa  pa  pa  pa  pa

Sopra sotto

destra sinistra

giri rigiri

Stravolgi tutto

rimescoli vortici

nello spazio

Pa  pa  pa  pa  pa

PA      

BASTA

Adesso basta

ferma il nulla

vuoto

Maria Laura

Il trascorrere del tempo è ineluttabile. Quando le ore passano troppo veloci hanno il rumore degli spari.

Carla

Non capire…sforzarsi di capire…male alla schiena.

Sforzarsi ancora di più…male al collo.

Voglio capire…male alla testa.

Ci rinuncio, sto meglio, bella la gestualità, sto bene!

Mi godo il video e non voglio cercare di capire. Perfetto!

Eppoi c’è l’orologio…ormai ci sono abituata.

Mi piace da subito, il video ha ritmo, come le ore, come il tempo. Tanto tempo, tempo veloce.

C’è troppo tempo da non riuscire a trovare il tempo.

Nadia

Orologio che scandisce le ore del giorno, quelle belle, quelle brutte,

quelle in cui è l’ansia a dominare,

quelle in cui tutto è tranquillo,

quelle in cui la stanchezza ha il sopravvento e ci si può abbandonare finalmente al sonno!

Rossella

Una, più una, più una, ed un’altra ancora…

Passa il tempo, inesorabile e monotono..

Allontanandomi da te…nel suo passaggio ne scoprirò la musica, ma solo io dirigerò l’orchestra…

Vivrò scappando, ignorando le ore, sarà domani di nuovo, un altro giorno, un’altra me…ma tu, tu, non scappare.

Sandra

Una donna  dall’aspetto severo, con capelli neri e vestito nero, è arrabbiata con quell’orologio che fa trascorrere il tempo…ore,  giorni, mesi,  anni sempre con il solito tic tac tic tac e non cambia  niente.

Finalmente in un momento sembra che qualcosa sia mutato, ma è un’illusione, e tutto  torna come prima. 

Decide che, il tempo ormai trascorso  non tornerà più,  comunque è stato sempre migliore del presente e forse del futuro.

Stefania

Girano le lancette segnando ore sempre uguali. Durano lo stesso tempo, le ore di giorno e le ore di notte. Le ore serene e le ore di ansia. Le ore di giorno, assolate, e le ore dei giorni di pioggia, grigie.

Durano lo stesso giro di lancette, i giorni che non passano mai, e quelli che non hai finito di veder sorgere, che già  finiscono.

Quell’orologio ha accompagnato la vita, fino al momento in cui fu così responsabile di scadenze ineluttabili, da essere sopraffatto. E scoppiò: in un groviglio di numeri e lancette, lasciò  rotolare per terra ore, minuti, secondi, giornate intere. E si mescolarono. Si intrecciò il giorno più  buio dell’anno, con quel giorno d’afa soffocante, le ore più  tristi, quelle insopportabili, con i momenti sereni, giocosi.

Formavano dei mucchietti, non si distinguevano più.  Continuavano a mescolarsi, a scappare, e ad essere attratti. Non trovavano una definizione. Ricominciarono ad esplodere. Si toccavano e scoppiavano.

Ed erano fuochi artificiali, colorati.

Tina

Passa il tempo, ora, ieri, domani

Oggi, passa, passa, passa

Veloce, piano, passa

Se sono felice il tempo passa veloce

Se sono triste, è lento lento, pesante.

Mirella

  • L’orologio

1,2,3, 4…tic tac..

Il tempo passa, arriva il giorno e poi la notte.

Gira gira, gioiosamente o tristemente?

Sicuramente velocemente nel tempo felice e lentamente nella sofferenza.

Impazientemente o stancamente?

Tic tac, 1,2,3,4….quando si fermerà? Ma si fermerà?

Capelli come rami

…tra i rami… – di Rossella Gallori

Il cappotto striminzito, che…strano l’ anno passato le stava quasi bene, di un verde “ arreso” più simile al pantano, che al prato, gli scarponcelli senza lacci più per trascuratezza che per moda, i capelli,  increspati dall’umido si sollevavano ad ogni passo, verso il cielo, come rami secchi, tremando quasi, come le sue mani rattrappite dal freddo, nei guantini bucati color neve sporca….

A vederla da lontano sembrava una bimba, una bimba stanca, un po’ persa, dall’incedere lento, pesante…anche il suo berretto l’ aveva abbandonata…un calzerotto di lana rossa un po’ infeltrito, con un  pompon  spennacchiato, che ora giaceva a terra come una briciola di Pollicino nel viottolo decretando il suo passaggio a tre, quattro merli infreddoliti ed umidi.

Si era, poi,  fermata di colpo al culmine della salita, in un silenzio peso come la croce di Cristo, con la nebbia che aveva solo voglia di ingoiarla, infondo aveva voglia di essere inghiottita da qualcosa, anche solo per pochi minuti, ore, riposare in uno stomaco caldo ed accogliente, appoggiata a solide pareti, senza spigoli, camminare dentro qualcuno…farsi trasportare…

Fuori c’era l’inverno…forse da sempre…

Udì una voce, non si voltò  aveva paura di perdere quel poco equilibrio che le era rimasto, di cadere e sporcarsi fuori oltre che dentro, il fango sembrava invitarla ad un amplesso cattivo……

Riudì la voce ed ancora una volta…non si voltò.

L’albero di quercia

Incontro – di Elisabetta Brunelleschi

Albero spoglio.

Albero d’inverno.

Sembra una grande quercia, è circondata da fitte canne con lunghe foglie gialle, piegate verso il basso.

Non ci sono persone, ma solo piante addormentate nel sonno invernale.

È una natura svettante e rigogliosa che sembra aver preso il sopravvento su uno spiazzo erboso che in antico poteva essere usato come pascolo. Le pecore brucavano e il pastore le sorvegliava riparandosi sotto le fronde della quercia.

Io amo molto questi scorci. In ogni stagione mi piace camminare tra campi e boschi, guardando intorno, osservando ogni segno animale o vegetale.

Ma non cammino da sola, temo incontri strani,soprattutto con cani randagi. Quando percorro viottole o sentieri preferisco essere in compagnia.

Quindi in questa scena mi immagino insieme ai miei abituale compagni di escursioni. Siamo fermi e i nostri occhi si posano sulla grande quercia che pare abbracciare il cielo. Ci riposiamo nel silenzio di una natura addormentata e poi, lentamente, riprendiamo il cammino.  

L’albero del mercato

L’albero del pentolaino – di Carla Faggi

Aveva un’apina carica di pentolame, faceva la gita di paese in paese.

– Forza spose che l’è arrivato il pentolaino!

Al suo richiamo le donne uscivano dalle loro case per cercare e poi acquistare un mestolo, un tegame, una scodella.

Era un bell’uomo, il pentolaino, magro, simpatico, volto intelligente.

Molte finivano per comprare qualcosa solo per potersi intrattenere in sua compagnia.

Aveva molte fidanzate, più di una per paese, però la sera tornava sempre a casa dalla moglie e dai figli.

Era un girellone, si diceva allora.

Era uno che piaceva, c’era poco da fare!

Però il marito di una sua cliente, uomo forte e un po’ manesco, decise di non essere daccordo sul “c’era poco da fare”.

Non picchiò il pentolaino ma si sfogò sul prezioso mezzo di trasporto.

Povera apina, tutta accartocciata, le ruote perforate, gli sportelli divelti.

Fu peggio di un pugno in testa, come poteva fare ora con le gite?

Fu così che il pentolaino decise di aprire un banco sotto un grande albero in mezzo al paese, ci espose tutti i suoi tegami e aspettò che le spose dei paesi vicini venissero direttamente lì.

Fu un successo!

Si mormora che il sindaco del paese, conquistato dall’idea, decise di far proprio in quel luogo, sotto il grande albero, il primo mercato cittadino.

Ad oggi a Sesto la piazza del mercato la chiamano tutti la piazza del pentolaino.

L’albero grande

ll grande albero – di Tina Conti

La vita lo pressava con impegni e responsabilità, era soddisfatto delle mete raggiunte ma  gli mancavano i suoi momenti di  rilassamento e vagabondaggio nei posti della giovinezza.

Guardava fuori dalla finestra e sognava  quelle sensazioni, e i posti cari dei  ricordi.

A volte non ce la faceva  e doveva scappare.,

Indossava le  scarpe ammorbidite con il grasso , un regalo del suo amico  di avventure che ritrovava in estate  per  una ricerca  in montagna.

La giacca, comoda e con tante tasche e lo zaino piccolo sempre pronto  con  un  corredo di sopravvivenza.

Coltellino, spiccioli, fazzoletti, una borraccia, cappellino  e ultimo acquisto il telo termico super leggero  .cose che rimanevano sempre  ad aspettarlo per le fughe.

Nelle tasche della giacca, rotolavano noccioli, sassi di forme arrotondate, una noce.

Non ce la faceva a non piegarsi a raccogliere quelle  cose cosi belle che dentro la tasca accarezzava e indovinava.

Il bastone stava dietro la porta, nessuno lo doveva spostare, era di nocciolo, forte e nodoso ma rassicurante  durante la strada.

I primi passi erano energici, frettolosi, infilava le viottole ,tagliava i campi.

Sentiva la bramosia di arrivare al suo posto speciale.

Ascoltava il vento sul viso, il profumo dell’aria, riconosceva gli odori dei posti che percorreva; il fossato, la concimaia di Rosetta, la capanna dei conigli, il bucato steso al sole il vento di primavera portava l’odore di primi fiori

Passata la spianata, intravedeva la chioma elegante e maestosa della sua quercia.

Sentiva lo svolazzare  dei passerotti, il cinguettio dei merli e pettirossi.

In inverno pace, quiete e la brezza di tramontano che lo costringa  a chiudersi il

colletto della giacca.

Si illuminava di sorrisi, godeva ogni attimo, i passi felpati sul tappeto di muschio lo facevano volare, ascoltava il frusciare delle foglie secche, il canneto che sventolava.

Il capanno dei cacciatori era sempre più rovinato, si erano fatti vecchi  quelli e avevano poche energie, ma  a caccia ci andavano ancora.

Si metteva seduto appoggiato al tronco, spiava  i segni della natura, le foglie che si sbriciolavano fra l’erba i primi fiori coraggiosi.

Che emozione la prima violetta, i boccioli di zampe di gallo.

L’aria lo incantava, chiudeva gli occhi e si immergeva in quelle emozioni.

Ricordava le corse dopo la scuola, la nonna che cantava quando cercava erbe e chiocciole, il rumore del pennato del nonno che faceva fascine.

Stava bene, si riconciliava col mondo, rientrava energico e sorridente, portava in tasca i suoi tesori.

L’albero grande

L’albero grande – di Chiara Bonechi

Chi sa da quanto era lì!

Ricordava di averlo ammirato da quando, giovane sposa, era andata ad abitare in quella casa fuori dal paese, verso la campagna.

Si stagliava nel cielo superando in altezza ogni elemento intorno: campi incolti, vigneti e colline.

Al mattino, spingendo la persiana per far entrare le prime luci del giorno, l’albero grande era la prima immagine che i suoi occhi percepivano. Non si era mai chiesta cosa fosse, per lei era soltanto l’albero grande che annunciava, prima di percepirlo sulla pelle, il cambio delle stagioni.

Si spogliava in inverno e sui rami si potevano scorgere intrecci più fitti: un nido, a volte due.

E quando a primavera si ricopriva di foglie, si trovava incantata ad osservare il via vai ritmato dei diversi abitanti dell’aria che fra quei rami trovavano riparo.

“Un airone! Ed eccone un altro!”

“E quelli piccoli, saranno tutti passerotti?”

La finestra della cucina e anche il terrazzo erano ottimi punti di osservazione, spesso prendeva il binocolo, metteva a fuoco e penetrava in quel segreto mistero della natura.

L’albero spoglio

L’albero e il canneto – di Anna Meli

            Quell’anno l’estate era stata veramente torrida, tutti eravamo stanchi di quel clima afoso e aspettavamo ardentemente l’arrivo dell’autunno.

            Anche la campagna ne aveva risentito e aveva assunto dei colori bruciaticci; gli alberi in particolare stavano già perdendo le foglie aride e accartocciate. Giunsero finalmente le prime piogge a rinfrescare la terra e ogni cosa sembrò brillare in modo particolare come se un filo di tristezza si fosse posato su ogni luogo.

            Là, in fondo, fra il bosco e i campi, c’era un albero spoglio e ingiallito con accanto un canneto che, non essendo più stato tagliato, cresceva in modo anomalo a ciuffi disordinati e per metà secchi.

            Quella scena mi riportava indietro nel tempo e in altre stagioni della vita. Sentivo quel luogo e in particolare quell’albero come un amico immobile e fedele. Da piccola, con altri ragazzi, ci ritrovavamo là alla sua ombra a far merenda, ognuno col proprio panino e la bottiglietta dell’acqua e non mancavano giochi inventati, bonarie canzonature, storie di paura che i più grandi raccontavano per sentirsi importanti e assumere atteggiamenti protettivi verso i più piccoli spaventati e timorosi.

            Col passare del tempo nacquero storielle fatte di tenerezza e bacetti innocenti e l’albero sempre là fu punto di riferimento di incontri. Mi sembra di sentire l’eco di voci lontane: “Ci ritroviamo domani, stessa ora, ciaoooo!”

            Poco tempo fa mi è venuta voglia di ritornare all’albero con i miei nipotini e l’ho ritrovato più alto, più vecchio, come me, ma con rami allargati come se volesse abbracciare qualcosa o qualcuno. Un nido ormai vuoto si dondolava lassù in attesa della primavera l’albero amico di sempre e di tutti lo avrebbe protetto a lungo.

Appoggiarsi all’albero

Faticosa solitudine – di M.Laura Tripodi

La strada scelta era fra le più faticose, ma dicevano che sarebbe stata anche la più breve.

Invece la boscaglia ci aveva inghiottiti in sentieri che non si riconoscevano. Forse una volta erano stati dei tratturi, ma gli animali non c’erano più da tanto tempo e la vegetazione si era allargata in  maniera selvaggia, forse obbedendo a un  proprio disegno.

La giornata era nebbiosa e si sentiva l’umido che entrava nelle ossa. L’orientamento era andato, ma oltre gli sterpi si intravedeva una distesa azzurrina e immobile che poteva essere cielo o mare, o entrambi in un abbraccio confuso.

Si percepiva anche un profumo sconosciuto. Come lupi che fiutano l’aria cercavamo di riconoscere un aroma,  ma anche gli odori sembravano abbracciarsi e confondersi. Forse stavano imitando il cielo e il mare.

Affaticati e anche un po’ preoccupati ci fermammo per fare il punto della situazione. Era tanto tempo fa e l’unico strumento a nostra disposizione era un sole pallido e malaticcio che stava tramontando.

A ovest, dovevamo andare a ovest seguendo il cammino del sole.

Il gruppo si era riappropriato degli zaini, qualcuno si scuoteva la terra di dosso.

Appoggiata a quel solitario albero stecchito avrei voluto rimanere lì, anche io unica superstite in un deserto di sterpi, natura addormentata, fatica e solitudine. 

I resti dell’albero

Quel  che resta dell’anima – di Vanna Bigazzi

In un cielo madreperla

s’imprimono i resti dell’animo mio,

niente rimane di verde,

nessun movimento di foglia.

Da un arido letto di spine

uno scheletro a rami si erge,

severo, impone la sua maestà.

Pare che dica:

“Guardate, questo è rimasto…”

In tale deserto intristito,

canne gialle e spaurite

emettono uno sterile canto.

Albero secco

L’albero secco – di Stefania Bonanni

Non l’ho vista, la foto. Ma mi sono accorto che l’hanno scattata: io che svetto altissimo,  secco e solitario, alle spalle di un gruppo di canne fruscianti, sibilanti, sfrigolanti quando il vento le costringe a strusciarsi le une con le altre.

Era inverno, come adesso, io non cambio mai  in inverno. Sarei stato meno solo, fossi stato una canna. Sarei nato verde, con le radici nell’acqua fresca del fosso, radici vicine al tronco. Mi hanno raccontato che il fresco bevuto dalle radici arriva subito fino alle foglie in testa alla canna, fino al pennacchio, quando c’è. Invece le mie, di radici, affondano per metri e metri, in giù,  poi si ingobbiscono e qualche ramo risale, ma sempre lontano dal mio cuore, come fossero un’altra creatura. Non le sento. Lo so, mi alimentano,  Ma non mi parlano, non guardano fin quassù.

Le canne parlano in continuazione. Fruscianti, ridono, il suono non è  molesto, ma mi accende d’invidia. Soffro la solitudine.  Guardatevi intorno: per centinaia di metri, fin dove si vede, sono io l’essere più alto. Nessuno mi guarda negli occhi. Chi guarda in su, tutt’al più vede sotto la mia chioma, e non distingue granché : se c’è il sole resta abbagliato, se ho le foglie vede solo loro, se mi guarda perché seguiva il volo di un uccello che mi si è  posato addosso, non guarda me.

Ho occhi nascosti, mani nodose ricoperte di foglie, semi, fiori, ma solo alle estremita’, specchietti per le allodole, apparenza.

Ho cuore di legno, nascosto bene, corro il rischio mi venga beccato.

Ho pensieri di legno, concentrici. Nascono, crescono, girano su sé stessi , ma restano dentro.Sono quei cerchi  che quando morirò  conteranno. Diranno misurino l’età. Non è  vero. Sono pensieri, nati e morti in me. Pensieri di me, non ho conosciuto altro mondo.

Albero di ciliegio

Un ciliegio, un amore – di Roberta Morandi


Quando una foto ti porta lontano, un ciliegio in fiore ti offre i suoi frutti futuri.
Furono dei lunghi sguardi, intensi, forse inizialmente non complici. Sicuramente assertivi, poi, dopo, molto dopo arrivò la chimica, ma quasi mai le parole.
In fondo a che servono le parole se tutto è  già stato detto  dagli occhi, da quella luce che arriva fino al cuore, che dà spazio alla chimica da cui non puoi sottrarti.
Vorrei ma non posso, ma si che posso, no, non posso, non devo.
E perché mai non devo?
Figli dei tempi dove tutto si manifesta nel turbinio dell’evoluzione dei pensieri contrapposti alle  consuetudini dei padri che ora non contano più nulla, o forse ancora hanno un peso.
Coscienza, autocoscienza, sorellanza, indipendenza, ubbidienza, uniformarsi, ribellarsi. A chi, a cosa?
Facile quando si dice, quando è la bocca a parlare, belle frasi fra compagne, amiche, sorelle.
Agire è altro, senti il divario, la dicotomia che si configura nel mettere in atto un pensiero emergente ma non del tutto assimilato, compreso, condiviso.
Ecco condiviso.           
Chimica che scorre, ci raggiunge, ci travolge  e ci sorprende.
A pelle.
Il turbine dei sensi spinti da una forza incontrollabile.
Estasi irripetibile, terrena, le cui catene  avvinghiano  l’essere alla prigione dei corpi materiali.
Quanto tempo?
Infinito.
Un battito di  ciglia.
Le parole hanno un senso di verità, di complicità.
Si confondono e si frammentano nei giorni, negli anni. 
Le dita si intrecciano, gli sguardi s’incrociano più complici, le mani carezzano anfratti conosciuti, già esplorati eppur nuovi.
C’è  ancora del nuovo nella conoscenza, le parole si sommano alle conferme e tutto si fonde nella quotidianità. 

Albero scheletro

BRACCIA CHE CHIEDONO AIUTO – di Sandra Conticini

Questi rami spogli e piccoli sembrano le braccia scarne e magre di persone che non hanno da mangiare. Le alzano verso il cielo nella speranza che qualcuno si ricordi di loro e riescano a vivere ancora a lungo, insieme alle persone care e soprattutto  sperano che i loro figli riescano ad avere un mondo migliore e una vita più semplice.

La quercia grande

Muschio – di Patrizia Fusi

La mattina era serena, l’aria fresca, i primi raggi di sole un po’ ci riscaldavano, l’odore di erba umida mi entrava nelle narici. Vicino alle case coloniche l’odore della legna bruciata mi faceva venire alla mente focolari con fiamme guizzanti e il tepore che producevano.

Avevo le mani fredde ma ero felice di fare quella spedizione con mio fratello, il babbo e Lampo, il suo cane da caccia.

Arrivati a destinazione il paesaggio si modifica, si mischia fra bosco e campagna.

Tratti di quercioli spogli, rovi, erba secca sono sotto gli alberi, macchia di verde del pungitopo, Lampo gira festoso tutto intorno, ha il naso rivolto in terra fiuta odori di altri animali passati di li, quando si allontana troppo il fischio del babbo lo fa tornare subito ubbidiente.

Il mio paniere e quello di mio fratello sono semi vuoti abbiamo trovato pochissimo muschio, il bosco è troppo secco.

Inoltrandoci più in fondo ci troviamo davanti a un grande quercia, che è accerchiata da rovi, erba, ciuffi di canne secche, tutto dorme, il sole filtra tra i rami e forma spicchi di luce sul terreno dove cadono, uno di questi batte sopra ad un piccolo prato di muschio alle radici della grande quercia, i nostri panieri in pochi minuti si riempiono.

Nel ritorno ci fermiamo alla casa del contadino amico del babbo, deve fissare con Gino dove trovarsi per andare a caccia alla lepre, vanno di notte ora che la luna è piena.

 Entriamo nella grande cucina, nel focolare un cumolo di tizzoni con una piccola fiammella tiene tiepido l’ambiente, il tepore ci riscalda. L’Assuntina offre a noi ragazzi dei tozzetti con le mandorle, al babbo e a Gino anche del vinsanto, Lampo si è accucciato tranquillo sotto la tavola.

Arrivati a casa iniziamo a distendere il muschio per il nostro primo presepe, discutiamo un po’ con mio fratello per come disporre i personaggi, se mettere o no la neve, cotone idrofilo o farina?  Troviamo un accordo, alla fine il risultato non è granché anche perché i personaggi sono di cartone piuttosto bruttini.

 Però siamo stati con il babbo, per tutta quella mattina.