Quattro personaggi in cerca di storia: Cecilia

Sotto le stelle – di Cecilia Trinci

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Si alzò in tutta fretta. Non aveva mai dormito così tanto ma quella mattina il rumore della pioggia coccolava  il resto di un sogno che l’aveva accompagnata tutta la notte. Era stato ello rivedere la stanza dove sua madre cantava preparando la cena. Non era come  era stata veramente, ma c’erano dei particolari che le davano emozioni profonde: la finestra con le tendine di pizzo e quel ramo di glicine che si appoggiava fino al davanzale. Sua madre diceva sempre. Antonietta , ricordati sempre che una casa senza tendine non è casa, non importa il colore, la stoffa, basta che ci stiano bene appese a rallegrare la stanza.

Si alzò alla fine e preparò il caffè, come ogni mattina, un caffè lungo, non troppo buono ma caldo e pensò subito alla mail che aveva letto la sera prima: un certo Livio le chiedeva una consulenza. Aveva a che fare con un soggetto difficile: un ragazzo cresciuto in uno stato di totale abbandono che era poi tornato alla civiltà. Era stato adottato da una ragazza molto affettuosa e disponibile, di nome Amelie che non riusciva però ad entrare in contatto profondo con lui. Si mise al computer, rispose alla mail  e fissò un appuntamento per il giorno dopo,  nel bar della Facoltà di Lettere. Lei avrebbe avuto un cappello rosso, lui, Livio, un giaccone verde bosco. Alle  10 davanti a un buon caffè.

Venne anche Amelie. Livio non era bravo con le persone, troppo timido e riservato non sapeva come cominciare un qualsiasi rapporto. Infatti fu Amelie che salutò per prima, accompagnando il saluto con un gesto festoso. Antonietta, curiosa e abituata alle cause perse, allungò una mano per accogliere i due accanto a sé. Livio si decise con il preambolo, era uno psicoterapeuta che da anni si occupava soprattutto di adozioni difficili. La madre, in questo caso, era Amelie. Tenera, un po’ indifesa, quasi timorosa la donna allungò la mano verso Antonietta. Tremava, ma appena, e subito si rifugiò nella stretta calda di una mano concreta. Raccontò la sua storia. Dopo tanti amori difficili, tutti complicati e sfortunati si era decisa a prendere in affido un ragazzino di 12 anni, recuperato in una  zona desolata dell’Abruzzo. Era stato abbandonato a due anni e non si sa come era sopravvissuto e addirittura cresciuto sano e forte. Qualche pastore ogni tanto lo aveva aiutato, soprattutto nei primi mesi, ma poi  i rapporti si interrompevano sempre e lui, il ragazzo, scappava di nuovo nelle solitudini naturali. Alla fine, dopo varie segnalazioni, i servizi sociali lo avevano raccolto e portato in comunità dove era stato trovata una soluzione di affido temporaneo. A questo punto fu Amelie a raccontarsi e a dire come avesse tentato ogni strada per comprendere il ragazzo, che ancora, dopo tre mesi con lei mangiava solo banane, castagne e  pane e dormiva in terra, ai piedi del suo letto, sopra una balla di iuta. Non parlava. Non comprendeva e piangeva di fronte alla finestra sull’orto. Antonietta era attenta e mentre ascoltava ad un certo punto cercò nel cellulare un numero. Chiese il permesso di chiamare e sulla striscia luminosa apparve un nome: Roberto.

Pronto, Roberto, ho bisogno di te. Vediamoci stasera a cena, sì vieni da me, alle 8.

Rassicurò i suoi ospiti e promise di rivederli tutti e due il giorno dopo. Stesso posto, stessa ora.

Antonetta si alzò di fretta, pagò il conto per tutti e scappò via.

Roberto era sempre stato un bel ragazzo. Erano rimasti sempre in contatto, anche quando il calcio aveva assorbito  tutto il corpo e la mente di lui. Non si erano sposati nessuno dei due. Antonietta aveva sempre creduto di preferire le ragazze anche se Roberto era l’unica persona che riuscisse a farla ridere e a provare quel sentimento di leggerezza che la faceva stare sempre bene, ogni volta che riuscivano a incontrarsi. Lui la chiamava ogni volta che aveva un dubbio, o uno stato di stanchezza che lo spaventava, bevevano qualcosa, ridevano un po’ e tutto svaniva, tornavano a sentirsi forti, quasi felici. Questa volta era lei ad avere bisogno di Roberto e lui, come sempre c’era.

Fu così che gli raccontò del “caso Livio” come lei diceva e chiese a lui se poteva incontrare il ragazzo, magari proponendogli un gioco, facendogli scoprire il pallone o qualsiasi altra cosa.

Si videro solo pochi giorni dopo.

Roberto vide il piccolo e ne fu stregato. I suoi occhi scuri, spauriti, opachi di dolore lo incantarono. Tornò alla macchina e prese un vecchio pallone che portava con sé. Non dissero niente. Roberto accennò un piccolo palleggio, piano, tra le frasche del giardino dove si erano trovati. Il ragazzo lo guardava, affascinato, senza avvicinarsi. Piano piano Roberto cominciò a lanciare la palla vicino a lui e continuarono così, in silenzio, lentamente e inesorabilmente per tutto il pomeriggio. Il ragazzo alla fine  lo inondò con un sorriso largo, lucente, contagioso.

Fu solo allora che Roberto chiese: tornerai domani?

E fu solo allora che il ragazzo parlò e disse  Si

Andarono avanti per diversi giorni prima che Roberto si spingesse un poco più avanti e cominciasse a parlare,  di gioco, di regole, di calcio vero.

Un sentimento fresco e sincero li univa e ogni giorno si manifestava su quel campetto di periferia. Roberto era tornato ragazzo e l’altro diventava adulto.

L’amicizia si estese a tutti e cinque i protagonisti di questa storia. Ogni tanto si incontravano a casa di Livio,  un casale di campagna dove il prato diventava un campo di calcio e il pergolato accoglieva le grigliate di  formaggio di capra e torte di bietola, le fragole e i mirtilli. Tutti erano vegetariani e Roberto insegnò al suo pupillo anche il pensiero buddista che tanto lo aveva sorretto da giovane.

I giorni scorrevano sereni, e sembrava che non potessero mai finire.

Una sera si fermarono tutti dopo cena per vedere le stelle cadenti. Il cielo era buio, i cuori pulsavano lenti e sereni, sembrava tutto perfetto quando cominciarono ad alzarsi dalle sedie per andare a dormire. Livio non si alzò, rimase immobile sulla sedia a sdraio ancora con il sorriso che gli aveva regalato la serata. Lo chiamarono, lo scossero, lo afferrarono stretto, ma lui era spirato in silenzio.

Il mondo si fermò di colpo, anche le stelle sembrarono spengersi. Le lacrime si gelarono.

Finché Antonietta ruppe il silenzio con poche parole tremule. “Lo sapevo. Era troppo stanco, stanco del male che ha sempre combattuto, non accettava più questo mondo, ma ha voluto andarsene nell’amore, sotto le stelle. Ora noi dovremo proseguire anche per lui. Ma non accetteremo che il mondo trabocchi solo di cattiveria e continueremo ad aiutare chi avrà bisogno di comprensione e di amore. Fonderemo una scuola di calcio  per ragazzi difficili.

Si alzarono, presero una targa di legno e incisero lì, nel buio della notte  con il fuoco ancora acceso la scritta da appendere al cancello

“Scuola calcio la casa di Livio”

Quattro personaggi in cerca di storia: Rossella B.

Top secret – di Rossella Bonechi

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Finalmente la convocazione tanto attesa! Scoprire la missione per lui sarà emozionante e a Kripstak tremano le mani aprendo la busta TOP TOP TOP SECRET !

DESTINAZIONE : Terra

LUOGO : Italia

IDENTITA’ : Donna, Single

COPERTURA : ricercatrice Università Umanistiche

INCARICO : ritrovare le tracce di Petrektet, persi i contatti da tempo; nessuna comunicazione recente degna di nota

AGENTI DI SUPPORTO : Amely e Roberto; seguono indirizzi descrizioni e metodo di contatto

E’ tutto, può partire e durante il viaggio Kripstak diventa Antonietta, un nome scelto perché gli risuona nella testa, legato forse agli studi su un’antica sovrana. La città di destinazione è caotica e pullulante di persone, un buon luogo per rendersi invisibile tra la folla. La casa è la solita d’ordinanza: centrale, un po’ anonima ma provvista di tutto il necessario, soprattutto di una scrivania su cui poter lavorare e studiare il materiale raccolto. Il computer è come quello visto tempo fa al Museo della Tecnica ma lo sa padroneggiare e può aprire il file “LIVIO”: sulla terra per fare rapporto sulla Botanica e sulle interazioni tra piante e Umani, compito svolto egregiamente in quel paesino di una dolce montagna che lui descrive con curiosità. Il collegamento si è interrotto 12 giorni 3 ore e 14 minuta fa secondo il tempo terrestre, per cui urge un sopralluogo.

Contatta Amely aspettandola davanti alla scuola dove insegna (ma guarda un po’ …) Scienza e Telecomunicazioni. Eccola, Antonietta non può sbagliare: colorata, sorridente, con quella camminata che sembra sempre sul punto di spiccare il volo, proprio come descritto nella sua scheda. ” Ciao Amely, sono Antonietta streghetta ristretta nella fretta (ma chi le inventa le parole di contatto lassù ???)Ho bisogno del tuo aiuto” e comincia a spiegare mentre camminano verso l’indirizzo dell’altro compagno-agente. Arrivano davanti a un campo da calcio e allo sguardo interrogativo di Antonietta, Amely indica un bel tipo non molto alto, con un codino e una maglia con il 10 che fa su e giù di corsa come se non ci fosse un domani. “Lui è Roberto – spiega Amely – un famoso calciatore e la sua squadra va in ritiro in un casolare di lusso nel bosco frequentato da Livio”. Roberto si avvicina alla rete ad un cenno di Amely  e dopo un breve conciliabolo concordano di aspettarlo davanti all’uscita degli spogliatoi per poi andare in avanscoperta  nel bosco. Durante lo spostamento Antonietta risponde di buon grado alla richiesta di notizie della Base Natìa, ma sente che non c’è eccessiva nostalgia nelle voci dei due. “Io qui sto bene come Amely: passo da una storia d’amore all’altra, da un viaggio ai Caraibi ad uno nel Nord Europa, instillo conoscenza ai miei studenti e mando rapporti sulla gioventù umana. Non penso al ritorno, ho qualcosa di molto interessante in vista …”. “Anch’io non mi trovo male come Roberto: i tifosi mi amano, i compagni mi stimano e  mi mantengo in forma. Per ora invio resoconti sullo Sport Umano ma quando l’età terrestre si farà sentire, anziché tornare appenderò gli scarpini al chiodo e imbraccerò il retino da cacciatore di farfalle”.

Intanto erano arrivati. Antonietta esplorò minuziosamente memorizzando tutto: la zona, la casa, gli effetti personali e anche la dispensa con il formaggio di capra e le bietole bollite; se ne andò con il computer di Livio sotto il braccio.

Seguirono giorni di studio, di ricerca in tante biblioteche e in vari archivi universitari ma fu mentre si preparava una delle solite insalate miste che una foglia di salicornia le accese una lampadina! Stampò l’ultima relazione di Livio e tornò nel bosco. Seguendo le indicazioni nascoste tra le righe arrivò ad una grande albero frondoso che Livio aveva chiamato Cerro. Dietro al suo tronco, in una zona d’ombra, trovò il suo corpo ormai senza vita appoggiato come per una pennichella, il volto sereno, in pace come chi sta proprio dove vuole essere. In mezzo alle grandi radici dell’albero che affioravano dal terreno spuntavano piccoli ributti di tenero verde con foglioline perfette seppur minuscole. Antonietta si inginocchiò e passando una mano a carezzare i giovani virgulti, salutò Livio e lo rassicurò: “Ciao collega, a fine missione invece di tornare hai scelto di rimanere diventando ciò che hai studiato e amato. Tranquillo, farò un rapporto eccellente e nelle mie conclusioni scriverò che Petrektet si è guadagnato la Menzione d’Onore”.

Un ultimo sguardo e si preparò per ritornare Kripstak, sapendo che avrebbe sempre un po’ invidiato chi aveva scelto di restare. Ma forse, in un’ultima Missione… chissà… !!    

Quattro personaggi in cerca di storia: Daniele

Salute e mistero nel bosco – di Daniele Violi

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Roberto di primo mattino, decise di uscire di casa e tentare come anni addietro, di poter sgranchire le gambe, vestito con un paio di pantaloncini corti e canottiera di lana. Una corsa in mezzo ad un bosco che si trovava a mezza costa, a poche centinaia di metri, un bosco curato da anni, con un sentiero che con leggera pendenza risaliva con tornanti dolci verso una sommità ampia e aperta verso la valle opposta. Tutto questo scenario, per tante persone amanti della natura, era una palestra di vita e di contatto con esseri viventi come le piante. Un bosco curato con amore e passione da volontari che dedicavano la propria opera a mantenere questa bellezza naturale. Tra loro, Livio molto conosciuto, si distingueva per la sua conoscenza e la sua profonda filosofia riferita alla coabitazione tra esseri animali e esseri vegetali. 

Quella mattina su quel sentiero che si dipanava per diversi chilometri, si dettero appuntamento anche Antonietta e l’amica Amely; vista la bella giornata, si erano decise a portare avanti le pratiche yoga di respirazione, con una lenta passeggiata, con movimento delle braccia in sincronia, con una ginnastica corporea che aveva il fine di ossigenare con metodo, tutto il proprio apparato respiratorio, traendo benefici e scacciando per sempre il vizio del fumo, un percorso che con convinzione era stato intrapreso da entrambe. Un percorso nel percorso. 

Ad un certo momento sul sentiero, le due amiche incontrarono Roberto, che con un saluto fece interrompere il silenzio che accompagnava la passeggiata delle due ginnaste, convinte a volersi bene con questa iniziativa di immersione nel verde.

Ci fu una pausa e la sosta porto’ oltremodo a convenevoli che si trascinarono in domande che coinvolgevano argomenti comuni. Giusto il tempo di iniziare a chiacchierare, Roberto si accorse che da sotto un mucchio di foglie, cadute da tempo, raccolte su uno spazio aperto, la suola di uno scarpone, si intravedeva. Spostata la montagna di foglie di acero e castagno, la sagoma di un uomo appariva agli occhi dei presenti. Subito riconosciuto, Roberto si accorse che si trattava di Livio, l’amante di questo bosco, giaceva inerme senza respirare. Subito lo sgomento prese tutte e tre, subito si fece certa la triste idea che non c’era più niente da fare. Livio era volato in cielo, sopra un ramo di Abete, di media grandezza, come un tappeto. Dopo poco aver cercato di sistemare Livio dormiente sopra un poncho telato uscito dallo zainetto di Amely, avvertirono chi poteva dare aiuto. Livio non dava segni di vita e il dolore di questa grave perdita scese nell’animo e nelle parole che venivano espresse rendendo l’aria così cupa che poi nel giro di poco, una nebbia avvolse velocemente la scena dell’accaduto e quasi si tagliava con il coltello per la sua consistenza. Sembrava che tutto fosse stato scritto per una sceneggiatura legata ad un momento così triste e  cupo. 

Ma un colpo di scena, si fece avanti nella nebbia. Livio iniziò a respirare, si alzò a sedere e con fare lento cercò con le nocche delle dita di sfregarsi gli occhi. Come una folata di vento si presentarono lo stupore e l’incredulità. La luce così bianca abbagliava Livio, e accorgendosi di essere attorniato da Antonietta Roberto e Amely, si rallegro’ ed esclamo’ con voce dolce e puntuale: con questo mio viaggio interiore nel mondo sotterraneo, mi sono mescolato con le foglie e l’humus; sono andato alle ricerca delle mie radici. Ho voluto ricollegarmi con l’anagramma del mio nome.

Quindi ora che sono vivo e contento di vedervi, lascio a voi, che avete ascoltato quanto ho esposto, la possibilità di indovinare chi sono.

Quattro personaggi in cerca di storia: Elisabetta

TRA AMICI – di Elisabetta Brunelleschi

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Il messaggio le era giunto su posta elettronica e pareva da provenienza sicura. Ma la richiesta non la convinceva. Pensò quindi di parlarne con gli amici che sentiva più vicini: Antonietta, Roberto e Livio.

Dato che le chiedevano entro tre giorni una risposta e non poteva perdersi in inoltri, attese di risposte e ulteriori inoltri, considerò che l’unico modo per comunicare velocemente e tutti insieme fosse creare gruppo su WA.

Prese il telefono e con pazienza si lasciò guidare dai passaggi che la pagina WA via via le indicava.

Amici cari, così lo volle nominare. Poi aggiunse i membri: Antonietta, Roberto e Livio. Ecco fatto, ci siamo, premi Chat vocale e aspetta le risposte!

Uno squillo, un altro e un altro ancora; lo schermo si illumina, Antonietta e Roberto rispondono:

– Ma chi è? Chi ci chiama, Amelie, pronto!-

– Ciao carissimi, ho creato questo gruppo perché vi devo chiedere velocemente un consiglio, e mi pareva più semplice. –

R. – E allora dicci tutto, siamo qua!-

A – Nel gruppo ho messo anche Livio, ma ancora non ha risposto …-

An: – Si, aspetta e spera, lassù il telefono prende solo se ti affacci alla finestra di camera, chissà lui dove sarà!-

Am: – Aspettiamo ancora un po’.-

R. – Può darsi che non sia in casa, al mattino scende in paese-

An: – Dai Amelie, parla sono curiosa!-

R: – Ma sì, soddisfa la nostra curiosità.-

Am: – Sono stata contatta da un giornalista di una testata locale, mi chiede un’intervista.-

R: – Tutto qui, e figurati …-

Am: – Roberto tu la fai sempre facile.-

R: – Certo, cosa vuoi che sia, loro domandano e tu rispondi!

An: – Ma non sarà una truffa? Hai controllato?-

Am: – Sembra una email sicura!-

An: – Cosa vogliono saper da te?

Am: – Del mio lavoro di insegnante, anni e anni a contatto con i ragazzi-

R: – Ma il giornalista, dicevi …-

Am: – Franco Tanetti-

R: – Lui, proprio lui!! Tanti e tanti anni anni fa, era responsabile della sezione sportiva di un quotidiano nazionale, seguiva la squadra, ci tallonava, voleva informazioni, impressioni. Uno scocciatore, credetemi!-

An: – Roberto, tu giocavi in serie A, è normale che fossi rincorso da giornalisti e fotografi!-

R: – A me piaceva solo giocare, lo sapete, e invece te li ritrovavi anche all’uscita delle docce, sotto il portone di casa!-

Am: – Esagerato! –

R. – No, no, è proprio così. Comunque se il Franchino …

An: – Ragazzi noi chiacchieriamo, ma Livio non si fa vivo, ma scusa ti ho interrotto.-

R: – No, figurati, dico che se il Franchino è approdato a una testata di paese, la sua carriera non ha più speranze.-

An: – Ma dai sarà oramai vecchiotto, anche tu Roberto hai abbandonato da un bel po’..-

R. – Venticinque anni, ora vivo di rendita, di ricordi, di squadre amatoriali e grigliate miste con amici.-

An: -Bravo, ma Livio?-

Am: – Amici, chissà dove si sarà cacciato! Poi gli racconteremo tutto. Ma cosa mi consigliate?-

An: – Ma accetta, fatti intervistare, a me è capitato per motivi di lavoro. Quando si pubblicano i risultati di una ricerca, di solito l’ateneo convoca una conferenza stampa, e non ti puoi sottrarre Certo è sempre consigliabile rileggere cosa scrivono prima che il testo venga pubblicato. Onde evitare sorprese. Lo puoi chiedere.-

R: – Ma sì , buttati, alla fine codesta testata non è una comare in cerca di chiacchiere. Comunque dipende da te, puoi inventare, infiorettare, raccontare la prima che ti viene in mente.-

Am: – Cari amici, vi ringrazio, parlare fa bene. Rispondo e poi resto in attesa, vi terrò informati. Ma ora questa Chat? La elimino?-

– No!- Esclamano all’unisono Roberta e Antonietta

An: – Ci sarà occasione per altre conversazioni, comunicazioni, Chissà! E magari risponderà anche Livio. Ma dove si sarà cacciato? –

R: – Strano che non si sia fatto vivo. Dopo pranzo vado subito a casa sua. E vi farò sapere.-

An e Am: – Bravo, ottima idea! E parleremo tutti insieme sulla chat! –

Roberto subito dopo pranzo sale in macchina e raggiunge via dei Cordoni.

La strada, che iniziava dalla periferia della città, curva dopo curva s’inerpica nella campagna per poi finire in uno spiazzo circondato da poche case. In quella più vecchia, ai margini del bosco, abitava Livio. Dopo aver parcheggiato vi si avvicina: le finestre sono sprangate, dalla cassetta della posta ciondola la pubblicità di un centro commerciale. Suona il campanello e nulla. Livio evidentemente non è in casa.

In quel momento ecco giungere un’altra auto. Roberto ne approfitta per chiedere informazioni:

– Manca da cinque \sei giorni, mia moglie lo ha visto salire su un taxi. Aveva tre enormi valige. È un tipo solitario, non sappiamo molto di lui!-

Scambiano qualche altra parola, si salutano. L’uomo si allontana casa e Roberto resta immobile davanti davanti alla casa di Livio.

Non riesce a capire, possibile, si chiede, che sia partito senza dir nulla. Erano amici da tempo immemorabile, avevano superato insieme tante vicissitudini. Si ritrovavano regolarmente tutti e quattro anche per raccontarsi banalità. Come, quella dell’intervista, ma Amelie, è così, che ci vogliamo fare! Ma alla fine pur di non sentirsi soli qualsiasi argomento era valido. Tra loro non vi era stata partenza non fosse stata annunciata e motivata. E ora lui spariva senza dir nulla a nessuno. E dove?

Così rimuginando camminò intorno alla casa e sbirciò al di là del recinto dove si estendevano l’orto e il giardino che Livio amorevolmente coltivava. Lì non vi era segno di abbandono e nell’orto le cicorie e le erbette che lui preferiva crescevano rigogliose.

Lentamente riprese la via del ritorno. Giunto a casa telefonò alle amiche che risposero al primo squillo.

– Partito cinque giorni fa, così dicono i vicini. È salito su un taxi con tre valigione! –

Am: – Come? Senza dir nulla, senza salutarci..-

An: – Diamo tempo, forse si farà vivo. Certo fa strano, non che lui fosse incline alle confidenze, tra noi era il meno chiacchierone… ma scomparire così …. –

Am: – Strano molto strano, ma hai ragione, diamogli tempo, forse si farà vivo.

Passano dieci giorni e di Livio non si hanno notizie.

L’unico parente era un cugino che abitava in un’altra città. Roberto ha il contatto. Dopo due giorni finalmente risponde. Non sa nulla di Livio, i loro rapporti sono cordiali ma saltuari. Dice che si erano visti da pochi mesi, e aggiunge che gli era parso stanco, provato da non so che cosa, ma lui lo aveva rassicurato dicendogli mi sento bene.

Passano altri giorni.

Era un giovedì mattina, Antonietta non lo avrebbe mai più dimenticato, quando come tutte le mattine, alle sette accese la radio.

Il corpo di uomo senza vita è stato ritrovato sulla spiaggia di San Juan di Porto Rico. La polizia ne ha disposto il trasferimento al reparto di medicina legale del City Hospital. Dai primi accertamenti si tratterebbe di un turista italiano.

Un sobbalzo, un presentimento, Antonietta è incerta, vorrebbe chiamare gli amici.

Ma no!, si disse, cosa vado a pensare. 

Fa colazione ed esce. All’università l’aspettava un incontro con un gruppo di dottorandi.

Ore dodici, la radio di Amelie era accesa. Le piace ascoltare musica mentre traffica per la cucina. E alle dodici e trenta quando passano le notizie del giornale-radio e lei di solito o spegne o cambia stazione, quel giorno senza un perché, non fa nulla. Lascia che le notizie scorrano finché l’orecchio sente qualcosa:

È stato identificato l’uomo ritrovato ieri sulla spiaggia di San Juan di Porto Rico, si tratta di un turista italiano di 57 anni di nome Livio Brandicardi. Il Consolato si sta occupando del caso.

Amelie sobbalza, si piega, porta le mani al volto.

Il corpo non presenta segni di violenza. La morte secondo le autorità del luogo sarebbe da attribuirsi a cause naturali. Sarà effettuata l’autopsia.

Amelie non crede, non è possibile, sarà un caso di omonimia.

Squilla il telefono, non vorrebbe rispondere, ma gli squilli insistono. Sono loro gli amici.

Roberto inizia con toni disperati:

– Avete sentito i notiziari? Ecco dov’era scappato e il perché non lo sappiamo, non lo sapremo mai.- 

Am: – Ma siamo sicuri che sia lui, potrebbe essere un altro con lo stesso nome. –

An: – Tu vuoi sempre illuderti, vuoi scacciare lontano la realtà. –

Am: – Voglio sperare. –

Roberto nemmeno le ascolta e continua dicendo: – L’unico cugino che gli era rimasto forse è già stato avvertito, saprà qualcosa in più, cerchiamolo. –

Il cugino, come loro, ha appreso la disgrazia dai notiziari. Non ha parole, non sa spiegare. È dispiaciuto e non sa dire altro.

Trascorrono altri giorni tra incredulità e rassegnazione. Poi inaspettatamente i tre amici vengono convocati dal Console di Porto Rico. Vi si recano insieme. Un’impiegata gentilissima e in perfetto italiano li accoglie e li annuncia al console.

Entrano nell’ufficio carichi di emozione. Poche parole di convenienza e il Console mostra la lettera ritrovata sul comodino della camera dove Livio aveva trascorso gli ultimi giorni della sua vita.

È chiusa, sulla busta vi è scritto (gli amici riconoscono la sua calligrafia): da consegnare a Roberto Carcanti, Antonietta Villesti, Amelie Tornaveri quando tutto sarà finito.

Cari amici,

        vi sarete sentiti traditi, me ne sono andato senza dirvi nulla. Ma questa è stata la mia scelta. Ora vi dirò la verità. Otto mesi fa, si era in primavera ricordate, andai dal medico per certi strani disturbi che da un po’ mi affliggevano. E lui dopo aver ascoltato e fatta qualche domanda sui dolori alla schiena, l’appetito e il peso che stavo perdendo, subito mi prescrisse una serie di esami. Il risultato finale fu: tumore al Pancreas. In fase avanzata. Non c’era più nulla da fare.

All’inizio pensai di confidarmi con voi. Ci incontrammo a Pasqua, ricordate, a casa tua Roberto, cenammo e io tenevo pronto dentro di me un bel discorso con cui vi avrei spiegato la malattia. Vi guardavo, c’era tranquillità nei vostri sguardi. Antonietta parlava dei suoi passati amori, Amelie dell’ultima conquista e tu Roberto ci raccontavi delle assurde pretese della tua ex-moglie, che ancora una volta era ripartita all’attacco per non so più quale questione finanziaria.

Io tacevo e vi ascoltavo. Mi faceste notare che quella sera me ne stavo come in disparte. Dissi qualcosa ma non la verità. Il discorso mi rimase in gola. Il cielo intorno a noi era sereno ed io non lo volli rannuvolare.

E così decisi scomparire e cercare la fine prima che lei trovasse me, lontano lontano da tutto e da tutti.

Qui accanto a me ho un sonnifero. Lo porterò in spiaggia e davanti al mare mi addormenterò.

Cari amici miei, perdonatemi se non vi ho parlato.

Davanti al mare azzurro vi penserò.

Il vostro amico Livio

P. S: il mio testamento, olografo, è depositato da un notaio.

Quattro personaggi in cerca di storia: Stefano

Mondo difficile – di Stefano Maurri

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Amelie a causa del suo carattere timido e taciturno, aveva come unica consolazione chattare con una persona che si faceva chiamare Roberto che con il suo atteggiamento ricordava nel modo di fare e  di porsi Roberto Baggio. Lei aveva di Roberto Baggio un poster in camera e una maglietta autografata che aveva comprato a un’asta on line. Roberto cercava di consolarla e di convincerla che forse se avesse conosciuto meglio  se stessa avrebbe potuto affrontare il mondo. L’aveva invitata a recitare, ma per il momento non se la sentiva. La mamma Antonietta pensava solo alle mode, guardava la televisioni e si comportava come i concorrenti di affari tuoi si era rifatta il culo, le labbra il seno e aspirava a partecipare a tutti i giochi

Livio lavorava in un carrozzeria dove al muro troneggiavano le foto di tutte le pornostar del pianeta Accanto troneggiava una foto del presidente Trump che era diventato il suo idolo perché sperava di vedere reimmigrati tutti i giovani di prima generazione che giravano per il quartiere. Conoscendo la sua tendenza i giovani immigrati  andavano a pisciare sul bandone

Nel quartiere erano in maggioranza e non poteva dare sfogo alle sue voglie di ordine e giustizia

Il quartiere era noto in tutto il mondo come Rogoredo, un quartiere dove soltanto i peggiori malintenzionati riuscivano a sopravvivere. La stazione era piena di scritte che indicavano, come quelle degli anni 70, l’arrivo di una nuova partita di eroina (dio c’è) Lui si rivolgeva a quelle persone dicendo “sto cominciando a stirare la camicia nera!”.

Ogni tanto si accendevano risse, sia tra gli immigrati sia tra chi voleva farsi giustizia da sé. Amelie non usciva e chattava con Roberto che ripeteva che bisognava trovare una pace interiore che li tenesse separati da tutto questo.

Alla fine decisero di incontrarsi e si trovarono in piazza del duomo come nella canzona di Ornella Vanoni

All’appuntamento si presentò un signore in carrozzina di circa 60 anni. Faccia spiritosa e comportamento affabile. Amelie rimase perplessa. Non sapeva come comportarsi, ma poi decise che non importava né l’età né l’handicap, ma contava il suo animo gentile. Amelie salì sulla carrozzella con lui e andarono in giro per Milano cantando le canzoni della Mala di Orella Vanoni, di Cesare Cremonini quando diceva “da quando Baggio non gioca più e Senna non corre  più non è più domenica” infatti il loro amore travalicava i giorni della settimana e si spandeva in giro per la città. Quando tornava a casa Amelie era accusata di essere una scialacquatrice di soldi, di vivere alle spalle della famiglia e lei rispondeva “la vita è adesso” e bisognava viverla fino a quando era possibile.

Un giorno alla carrozzeria di Livio si presentarono quattro energumeni che cominciarono a cazzottarlo fitto fitto e poi dopo che era svenuto lo caricarono su un furgone e lo trasportarono nel boschetto di Rogoredo, convinti che lì avrebbero potuto seppellirlo tranquillamente. Purtroppo per loro passava una volante che intimò loro di fermarsi. Accelerarono per non farsi prendere e abbandonarono il cadavere di Livio, quando la polizia si presentò alla casa la moglie Antonia li ricevette, rimase angosciata anche se sapeva che le caratteristiche del marito avrebbero portato in quella direzione. Appena saputa la fine del marito decise che avrebbe fatto giustizia da sé. Cominciò a girare nelle strade di Rogoredo informandosi su chi erano i componenti della banda. Nessuno rispondeva ma da alcune indicazioni intuì che poteva essere la banda che si faceva chiamare fratelli di Mahmud; era difficile arrivare fino a  loro, l’unica cosa che sapeva era che erano fanatici di calcio e che se avesse messo in giro qualche annuncio dicendo che Roberto Baggio sarebbe venuto apposta per raccontare alcune delle sue esperienze, li avrebbe attirati dove voleva. Lo disse alla figlia  la quale lo comunicò a Roberto e lo convinsero a  interpretare il ruolo di Roberto Baggio che si era infortunato e non si poteva più muovere, lo pettinarono  con il codino e quando ricevettero la comunicazione della disponibilità dei quattro, organizzarono la trappola di fronte allo stadio di San Siro. Appena tutti fossero stati presenti le due donne uscirono da dietro le macchine e con due pistole 465 cominciarono a sparare senza dare a questi il tempo di fiatare, poi di corsa Amelie e sua madre, tutte e due sopra la carrozzina di Roberto,   andarono al karaoke che si svolgeva a Legnano, cantando le canzoni degli anni ottanta e terminando la serata con la canzone “uno su mille ce la fa”.

Quattro personaggi in cerca di storia: Sandra

QUATTRO PERSONAGGI IN CERCA DI STORIA – di Sandra Conticini

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Livio era un grande studioso di antropologia botanica ed aveva girato il mondo in lungo e in largo, ma fu in Amzzonia che sbocciò la sua passione per le  piante allucinogene utilizzate nelle tribù. Dopo tanti anni di lavoro in luoghi malsani decise di tornare nella  casa di bassa montagna vicino a Firenze. Era un tipo  curioso di tutto, solitario e, quando era partito per l’Amazzonia  aveva lasciato qualche amico, ma con il tempo e la lontananza aveva perso le loro tracce.  In Italia  continuò a studiare  e,  mentre era alla presentazione del suo libro, vide Amely, una sua vecchia compagna di Università, insegnante di materie scientifiche. Non era cambiata per niente, sempre molto bizzarra nel vestire. Anche quel giorno non si era smentita, la giornata era abbastanza calda nonostante fosse la metà di ottobre, aveva un paio di stivaletti di gomma rossi, pelliccia di marmotta, pantaloncini viola ed in testa un cappello di paglia giallo con fiocco a pois e fucsia, borsa verde acqua.  Alla fine della serata lui la salutò e lei, con fare malizioso e sbattendo le ciglia, le disse che non si ricordava di lui. -Strano perchè i miei uomini, anche se ne ho avuti diversi, li riconosco…. Livio pensò fra sé e sé che non era davvero cambiata, sempre la stessa sciocca.  Lui ricordava ancora quando il marito la buttò per le scale insieme a tutti i suoi cenci e, quando tornò a casa pentita, non la volle più vedere! Parlarono un po’ di quegli anni passati poi si scambiarono i numeri di telefono con la promessa di rivedersi ma, mentre si stavano salutando Ameliy vide l’amico di vecchia data: Roberto, di cui Livio era un fans. Roberto Gappo, un giocatore professionista di serie A degli anni 80-90. Sempre un bell’uomo, con un bel fisico e molto curato.  Si vedeva che ne era tuttora affascinata, sembrava una gatta che faceva le fusa . Lui il calcio lo aveva nel sangue, stava volentieri con i ragazzi della squadra e non perdeva un allenamento. Con il suo codino aveva comprato l’Italia, ma ora le cose erano cambiate, i suoi tifosi non lo filavano più e pochi si ricordavano di lui. Livio fece due parole con il grande, poi se ne andò. Arrivato a casa per cena mangiò il suo solito formaggio di capra, bietole lesse scondite e due uova sode. Tutte le sere  era il solito menù, ma stasera,  davvero depresso decise di chiamare la sua amica Antonietta, gli faceva sempre un certo effetto di avere per amica una transgender. Era collega dell’università,  anche lei ricercatrice in materie umanistiche, molto particolare. La casa per lei era il suo rifugio per la sopravvivenza, c’era tutto il necessario, ma niente di più. Aveva un carattere a dir forte era poco, caparbia, finchè non aveva risolto il problema non demordeva,  spesso era molto pesante. Certo la sua vita non era stata facile. Fin da piccola era stata trattata da maschio, ma dentro si  sentiva una donna. Indossava i vestiti della mamma, scarpe con tacco, minigonne, la mattina si metteva la vestaglia con il marabù e ciabatte con pon pon. In quella mise si sentiva bene, non con quei Jeans scoloriti e rotti da ragazzaccio.  Aveva combattuto con tutte le sue forze, ma era stata rifiutata dalla società e dalla famiglia. Il lavoro invece le aveva dato grandi soddisfazioni e all’età di 50 anni decise di scrivere il libro sulla sua vita. Fece molto successo,  aiutò anche altre persone a seguire il suo esempio e lei si sentì  contenta di aver trovato il coraggio di  condivederla con il mondo.

Dopo qualche giorno Amely contattò Livio e gli propose se insieme a Roberto si potevano vedere per fare una partita di poker e, se lui aveva qualche altro amico, poteva portarlo.Ci pensò un po’ poi gli venne in mente che poteva sentire Antonietta. Lei accettò,   organizzarono un aperitivo  con poker a casa di Livio. La serata  fu molto piacevole, andò avanti fino a tarda notte, tutti insieme bevvero, risero e scherzarono. Roberto fu il vincitore della serata, Livio chiese la rivincita, Roberto accettò.

Amely rimase male che Roberto avesse preso tutti quei soldi e fosse andato via senza salutare e ringraziare, quindi il giorno successivo decise di andare  a casa di Livio per parlarne. Salì il viottolo che portava alla casa, in lontanza vide, sotto il boschetto, qualcosa di grigio, forse era un lupo…,ma via via che si avvicinava non voleva credere ai suoi occhi era il corpo di Livio senza nessun tipo di violenza o segni di arma da fuoco o da taglio, forse era morto d’infarto?. Iniziò a urlare disperarsi, ma nessuno la sentiva. Fece un giro intorno nessuno, la porta di casa era aperta, entrò, era stato già rimesso tutto in ordine anche le carte erano sparite!   Chiamò subito l’ambulanza, la polizia ed anche Antonietta e Roberto.

I medici arrivarono e dissero che ormai non c’era più niente da fare e che  era morto di morte naturale. I carabinieri fecero tutti i rilievi, la scientifica  prese le impronte digitali e, giunti alla fine, un po’ tutti volevano chiudere il caso. Antonietta riteneva che la morte di Livio non fosse stata naturale perchè Livio era un uomo sano e molto attento alla sua salute, sotto c’era qualcos’altro. Intanto Roberto ancora non si era né visto né sentito. Dopo tanto discutere fu deciso di fare l’autopsia. Antonietta era distrutta, in quei giorni non riusciva a lavorare alle sue ricerche,  non poteva pensare che Livio potesse sparire così.

I risultati parlarono chiaro era stato avvelenato con il cianuro. Roberto andò alla polizia, si costituì. Disse che all’alba era andato da Livio per avere i soldi, ma quella cifra non ce l’aveva disponibile, aveva da saldare un altro debito,  ci fu un’animata discussione, al momento che si voltò per offrirle un  caffè gli mise diverse gocce di cianuro nella tazzina. Uscì sbattendo la porta sperando che il veleno facesse presto il suo effetto!   

Quattro personaggi in cerca di una storia: Lucia

Fantasie – di Lucia Bettoni

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Fantasia senza limiti
Festa di colori
Ali bagnate di pioggia e calde di sole
Amelie crede nell’amore
La sua casa sull’albero profuma di bosco, di terra, di muschio e foglie di quercia
Antonietta scalcia, batte, parla forte e urla compressa in una vita dai contorni definiti che vorrebbe frantumare, polverizzare, cambiare
Antonietta rimanda l’amore, non ha tempo per l’amore
Batte e si dibatte consumando le ali
La sua casa in città è scoppiata
Vetri e mattoni hanno coperto l’asfalto
Amelie l’ha accolta nella sua casa sull’albero
Ti insegno a volare se vuoi
Ti insegno l’amore se vuoi
Dalla casa sull’albero il panorama è immenso, l’albero è il più alto del bosco
Antonietta si placa
Apre gli occhi e osserva
La sua vista trapassa il fogliame e arriva a terra
C’è un uomo seduto immobile , canta una canzone che parla di pioggia, racconta e coccola un cuore imbevuto d’inverno
Livio ha ha il cuore pieno d’inverno e di luce
Ha una sensibilità rara, trasparente e fragile come cristallo
Passi pesanti rimbombano nell’aria: è un orso? è un mostro?
E’ Roberto il cacciatore
Fango sotto le suole e un fucile in mano
Una colomba si libra leggera nell’aria
Un colpo secco, uno solo
La colomba cade, precipita 
Un tonfo assordante ai piedi di Livio
Il suo cuore di cristallo si frantuma in mille pezzi e muore
Antonietta più tardi scoprirà che senza la pace non ci può essere la vita

Prima che cada la pioggia per Annalisa

Sogno a sorpresa – di Annalisa Faleschini

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Il 30 gennaio si stava avvicinando.

Avevo da tempo lanciato il desiderio di quel viaggio.

Per la verità, i miei cari sapevano che era il sogno o uno dei sogni della mia vita, da quando ero piccina.

Gli scienziati narrano essere questo l’anno più proficuo per assistere allo spettacolo dell’aurora boreale con frequenze superiori agli anni passati ed ai 10 che verranno, visto il ciclo del sole. Beh,mi sentivo quasi pronta nello spirito, ad affrontare un’avventura fredda e notturna per 2/3 giorni, sperando nella buona sorte  di un avvistamento così “magico”.

Il fisico, invece, titubava…in preda alla paura della sofferenza di un congelamento…e la mente non si metteva in moto nell’organizzazione, quasi convinta o per lo meno speranzosa che marito e figlio agissero per me. Una pigrizia preventiva e salvifica.

La mattina del 30 sveglia a casa, la “casa del nord”, quella che ora era abitata dal figliolo, essendomi trasferita a Firenze. La mia non più mia.

Sul tavolo da pranzo un piccolo bigliettino, di quelli ecologicamente strappati dalla parte bianca di fogli grandi quasi tutti scritti.

TI AMO TANTO Bruno.

E già il cuore si era aperto. Non è scontato che un ragazzone di 30 anni scriva la parola  AMO…è piccina, poche lettere, pregne di un sentimento immenso.

Mi prendo il tempo per metabolizzare, l’emozione (e la lontananza). E vedo la pellicola della nostra relazione scorrere negli anni. Sono commossa nella mia intimità. 

Poi mi accendo e mi metto in moto per affrontare gli acquisti per la festicciola che avrei, di lì a breve, fatto a Milano con le mie ex compagne di scuola. Non mi soffermo sui particolari sino che, giunta la sera, mio marito da Firenze mi raggiunge e riporta a casa.

Suoniamo il citofono e la risposta da parte di Bruno è :” La mamma, per ora, rimane fuori!”

Ecco che mi si presenta l’immagine di lui e di un tempo utile per accendere il pc, entrare sul sito, ingrandire il biglietto destinazione Tromso o Rovaniemi o vattelappesca!

Mi sento frizzante, anche perché sto attendendo su una seggiolina da giardino; fa freddo, penso a quanti e quali indumenti dovrò cercare in cabina armadio o comprare.

Le “bollicine” salgono, sono quasi ubriaca di adrenalina. Il cielo è stellato, limpido. seguo alcune costellazioni. penso che dovrò attrezzarmi per le foto in notturna e per  le dita delle mani e dei piedi che si congeleranno. Burp! Alcool emotivo alle stelle.

I minuti passano…chiedo se posso entrare. Il freddo rimane il mio “non amico”. Finalmente si apre la porta e si spengono le luci…sono convinta, per lasciare alla tenue luce blu del pc con l’immagine del volo, di essere stella e centrotavola.

Si illumina la stanza e sul tavolo c’è una grande scatola con cuori colorati. Ovvio, i biglietti si stampano! La soppeso, è pesante. Hanno aggiunto altro!

La apro, quasi titubante e dentro…trovo due pigiami, uno da uomo ed uno da donna. Osservo meglio la scena: mio figlio e la sua fidanzata sono in pigiama.

Lì, scoppio a ridere…

Un altro mio sogno sarebbe stato quello di festeggiare un compleanno facendo un pigiama party…ed eccomi accontentata! Aurora…bye bye

La pioggia prima che cada per Sonia

NON HO SCELTO IO – di Sonia Cortecci

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Non ho scelto io….sto chiudendo un’altra scatola di cartone ed un numero indicibile ne ho già chiuse, con dentro tutti i pezzetti della mia vita…..pezzi che dovrò rimettere insieme ridando loro un senso, per non perdermi!

Ci si perde così, senza accorgersi, se non incolli la tua memoria alle cose: ognuna ha una vita propria e toccandole si apre lo scenario di un pezzo di storia solo tua.

Devo andare via da qui. Sperimenterò una vita nuova, forse più facile, più semplice….

Ma nelle emozioni che sento non c’è niente di piacevole.

La più forte è la paura dell’ignoto, ma nessuno si è mai fermato per questo e la metterò a fianco a me, la domerò.

La più difficile da affrontare è l’insicurezza nelle mie capacità, il bisogno di avere tutto sotto controllo!

Mi aiuterà il ricordo delle battaglie già combattute e vinte.

Adesso devo proprio andare

La pioggia prima che cada per Stefano

La bella e il piacione – di Stefano Maurri

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 L’aveva incontrata in vacanza, lei con i suoi 16 anni un corpo rotondetto, il seno prorompente, le cosce compatte rivestite dai jeans. L’aveva  seguita  camminando per tutti i rifugi della valle,  notando quello che per lui era il più bel fondoschiena che avesse mai visto. Aveva parlato di una inedita filosofia, con lei che faceva il classico e lui l’istituto tecnico, era stato comunque abbastanza convincente: aveva discusso di teologia, della liberazione, del valore del doposcuola, dell’ugualianza tra i popoli, ma non faceva progressi, aveva  scelto un soggetto praticamente difficile per cercare di ottenere qualcosa di più di un sorrisino e lui era particolarmente imbranato. A fine vacanza si salutarono con un po’ di imbarazzo, e si scambiarono i numeri di telefono,  mentre in  lontananza un  temporale scaricava la sua forza sulle vette dolomitiche.  La risentì qualche settimana, dopo cercando di convincerla che avrebbe potuto aiutarla nel doposcuola . Quando arrivò a casa di lei, in una villetta piccolo borghese, mentre lei si sedeva con il kilt scozzese che allora era di moda, scoprì il bianco di una coscia . Lui prese coraggio per non perderlo troppo presto e azzardò ad avvicinare una mano. La famosa pioggia, ricordo delle Dolomiti, cadde con un tonfo di tuono rotolante e lui ricevette un sonoro schiaffo di risposta.

La pioggia prima che cada di Tina

Aria invernale – di Tina Conti

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Quando  apro la finestra al mattino, passando dal semibuio alla luce, dal tepore del letto alla  temperatura esterna, gusto  il primo soffio di aria e luce che arriva gioioso dentro la stanza, è un rito che aspetto anche quando qualcuno  lo fa per me.

Allora, rannicchiata al calduccio, aspetto ad occhi chiusi quel soffio benefico di aria pulita, frizzante, energica. E’ il benvenuto della campagna, della natura  è un soffio che sveglia, appaga, ti stimola a guardare oltre osservando fuori, Immagino come sarà il tempo, cosa succederà  durante le ore che verranno. Certo, si può immaginare e talvolta indovinare ma spesso sono i cambiamenti repentini che ti colgono impreparato a incantarci o sorprenderci.

A me fa sognare il cielo bianco e lattiginoso, l’aria ferma fredda  ghiacciata, quella sensazione strana guardo e aspetto, esco più volte all’esterno per odorare l’aria, si per me la pioggia, il vento, la neve  hanno odori riconoscibili. Ma il cielo bianco mi mette gioia, aspetto la neve.

Non sono solo le belle giornate di sole  a farci felici,  è cosa sentiamo dentro a cambiare il nostro umore. Per me aspettare la neve è una delle belle emozioni della vita.

Sarò stata contagiata dalla mia mamma a cui piaceva tanto e ci incoraggiava sempre ben coperti ad uscire, giocare e costruire  figure.

Mi piace l’attesa, il cielo che cambia, i rumori che si  assopiscono, il  silenzio dei primi fiocchi, le folate di vento che ti imbiancano le sopracciglia e il naso. Osservo incuriosita le orme lasciate dai passi ovattati sul manto spesso, le prime impronte che segnano il passaggio di  un animale grande o piccolo, di una persona.

Non mi scoraggio anche con le bufere, esco, cammino con gli scarponi, mi incanto in questa realtà magica che mi sorprende sempre, sono proprio sensazioni inaspettate, nuove ogni volta.

I rami tessono ricami, gli alberi si rannicchiano, si abbassano pesanti e magici, gli animali sono contagiati da questa magia, a volte anche in difficoltà nella ricerca di cibo.

Bastano pochi raggi di sole per rompere l’incantesimo, lo sgocciolio, il vento il ghiaccio che seguono trasformano l’incanto e  creano nuove magie.

La pioggia prima che cada di Anna

Ricordi nelle nuvole – di Anna Meli

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Nuvole nere correvano in cielo come una mandria di bufali, si accavallavano disegnando varie strane forme; ogni tanto qualche lampo sinistro precedeva secchi boati. Seduto nella veranda, osservava tutto questo senza alcun timore.

            Sentiva l’odore della pioggia che sarebbe caduta di lì a poco e lo legava alla sua attesa. Assaporava con serena calma, ma anche con angoscia, il momento in cui avrebbe riabbracciato quel figlio che, da tempo, aveva scelto di vivere lontano da lui.

            Ormai anziano, si era abituato a vivere tirando avanti senza grandi cambiamenti e questa novità lo turbava in modo positivo. Non arrivava solo quel figlio, ma insieme a lui i ricordi lontani vissuti: estati al mare, il primo giorno di scuola, la bicicletta rossa e su via via nella crescita e nelle varie esperienze.

            Ricordava tutto questo passeggiando su e giù lentamente, guardando le nuvole, ma vedendo ben oltre dove tutto si tingeva del colore della vita passata in modo sereno. Aveva finalmente capito che bisogna essere sempre capaci di aspettare senza dimenticare.

La pioggia prima che cada per Carla

Il presente nella nebbia – di Carla Faggi

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Almeno per me quasi tutte le cose belle su cui ho aspettative se accadono sono spesso già successe. Non riesco a coglierle a fondo, diventano subito già ricordo. Come se il presente fosse avvolto in una nebbia. L’attesa è nitida e chiara, fatta di gioia o di paura a seconda di quello che stiamo aspettando, il presente è opaco ed è comunque già accaduto.

Come se dovessi viverlo pienamente prima e dopo, coglierlo nel momento quasi mai. Forse solo negli eventi che arrivano improvvisi.

Ricordo l’appuntamento con un ragazzo amato, arrivava alla stazione di Firenze dalla Gare de Lion Parigi. Quanto avevo immaginato quel momento, lo vedevo come luce che arriva nel buio, estasi infinita, un piacere non raccontabile. Lui che arrivava bellissimo ed io in piena estasi che gli correvo incontro.

Poi arrivò il momento, scese dal treno e..non era più bellissimo, non vidi nessuna luce, non successe niente se non la mia decisione che da quel momento non lo amavo più!

Questo mi succede anche nel dolore, ho talmente paura di quello che succederà che soffro tantissimo e tantissimo mi convinco che non sarò capace di affrontarlo.

Poi di colpo tutto diventa passato e mi rendo conto che c’ero, che ce l’ho fatta e che sono ancora qui.

L’operazione di mio marito l’estate scorsa, otto ore senza avere notizie. Solo a ripensarci mi sembra impossibile che abbia retto a tanta ansia ed angoscia. Eppure è successo, è passato, e fa più paura pensarlo che viverlo.

Qualcuno sicuramente disse anche se non ricordo chi: è la mente che ti fa vivere perché la vita è solo percezioni di pensieri.

La pioggia prima che cada per Nadia

IL PRIMO APPUNTAMENTO – di Nadia Peruzzi

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Nacque dal caso. Una telefonata improvvisa di quelle che hai aspettato per anni dopo esserti messa a sedere nel banco vicino al suo. Lei stava per andare al cinema con una amica. La telefonata cambiò i suoi piani. Si guardò allo specchio agitata. Si vide invecchiata e vestita proprio da cinema con un’amica, più che da primo appuntamento. E dopo anni poi. Ci voleva una mise adatta. Non troppo esagerata, ma nemmeno una che la facesse apparire una casalinga disperata (anche se non lo era, casalinga) per di più trascurata da troppo tempo. Si cambiò velocemente, un filo di trucco e via. Man mano che si avvicinava al luogo dell’incontro l’agitazione era diventata confusione vera e propria. Tanta era la voglia di scappare a gambe levate, ma si trattenne.  Domande le si affollavano nella testa, come sarà dopo tutti questi anni? Pingue e con la pancetta? I capelli saranno caduti e avrà il riportino che fa ribrezzo? Quella più ricorrente e puntuta in mezzo alle altre era la più banale. Perché uno ti chiama dopo così tanti anni per invitarti a cena e soprattutto perché scema, gli hai detto subito di si? Sognare lo aveva sognato, per tanto tempo. Ma sognare e attendere mica vuol dire che poi ti trovi davanti il figo che era a 18 anni, dopo che ne son passati altri 20. Arrivò al ristorante. Lo vide. Era già seduto. Impettito e tutto azzimato. Aveva l’aria del perfettino, figlio di mammà che pensa di essere il centro del mondo e che tutte debbano cadergli ai piedi anche se del figo di un tempo si faticava a trovare qualche traccia. Decise all’istante e sentì di avere una gran voglia di andare al cinema con la sua amica. Saltò sul primo taxi visto che era in leggero ritardo. Non si girò indietro nemmeno una volta!

La pioggia prima che cada di Vittorio

La notte stellata – di Vittorio Zappelli

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L’aspettativa è iniziata quasi subito, nell’autogrill sceso dalla moto con ancora il casco in testa, quando l’ho vista e dopo, nella cena, aspettando l’imbarco sulla nave.

Eravamo un gruppo di giovani, badati da una coppia quasi anziana, quindi con piena libertà.

Il pensiero della meta da raggiungere si è confermato nei giorni seguenti sul mare nel vento della Sardegna allora terra incontaminata. Molti i segnali che mandavo, per me chiari ed inequivocabili…

La gita in moto con lei dietro e io guidatore e le sue braccia intorno alla vita come la migliore cintura. Senza parlare, impossibile nel vento della corsa, per comunicare,  le mani sulla cintura soffermate piu’ del dovuto e poi indicare il paesaggio intorno profumato di mirto.

Quei 15 giorni vissuti tutti insieme spensierati tra bagni e gite con sguardi ed attenzioni, difficili a non capirsi….

Il cielo illuminato quella ultima sera sul mare era per me il traguardo quasi raggiunto.

E invece no. Un rifiuto spiegato piano piano in modo tranquillo che mi ha lasciato senza parole .

Per fortuna che le atmosfere e le sensazioni di quei giorni sono diventate come una bomba a  scoppio ritardato….

Dopo qualche mese in ambiente diverso la storia è iniziata e …dura ancora

La pioggia prima che cada per Stefania

Preferisco – di Stefania Bonanni

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Preferisco i pensieri, quelli nei quali si decide di fare, all’ avvenire dell’ operazione.

Preferisco fare la spesa comprando gli ingredienti per preparare le lasagne, piu’ di affettare, tritare, soffriggere, far bollire, assemblare, grattugiare.

Preferisco fare la doccia, il momento in cui sono sotto l’ acqua, all’ asciugatura.   Vorrei rimanere gocciolante.

Preferisco i tuoi sguardi, i baci, le tue mani che mi toccano, all’ atto ultimo dell’amore.

Preferisco leggere, prima di vedere. Leggere di una città, prima di vederla. Vedere un museo dopo aver letto dell’ artista.

Oppure leggere e basta.

Preferisco sognare. Non mi interessa la verifica, se e’ possibile, se e’ vero.

Preferisco il dubbio. Ho sempre l’ insana tentazione di demolire chi professa certezze.

Preferisco gli strani, i sofferenti, i falliti. Quelli che nonostante tutto vanno avanti. Quelli che non hanno fatto carriera, non hanno trovato l’ amore, non hanno studiato, non sanno, non hanno capito.

Preferisco parlarci, sapere, conoscere il punto di vista, cercare di capire come facciamo a resistere.

Preferisco chi ascolta. Del resto, abbiamo due orecchie ed una sola bocca. Segno che si dovrebbe parlare raramente e ridere parecchio, il piu’ possibile.

Preferisco i bambini, perché hanno occhi piu’ liberi e piu’ profondi. E dicono cose che i grandi, spesso “per decenza”, non dicono piu’.

Preferisco i vecchi. Mi sono sempre piaciuti gli uomini piu’ grandi di me. Ora ovviamente non piu’, non esageriamo. I vecchi hanno ricordi fatati, con protagonisti sconosciuti all’oggi, ricordi nostalgici di una vita “Altra”, impossibili da manomettere. Parlano di come lei era bella, di come si sono voluti bene, e gli occhi tornano bambini, luccicano di nuovo

Preferisco scrivere, anche oggi che non ho  proprio niente da scrivere.

Ancora la pioggia prima che cada di Elisabetta

ATTESA – di Elisabetta Brunelleschi

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            Amava la musica. Da anni era abbonata alla stagione sinfonica del maggior teatro della città.

Col tempo, ascolto dopo ascolto, lettura dopo lettura, aveva imparato a riconoscere lo stile dei compositori e a collocare loro opera nel preciso spazio storico-artistico di riferimento.

Prepararsi per la sera del concerto era un rito che ripeteva ogni settimana con medesime attenzione e dedizione. E alla fine, nel tardo pomeriggio, del giovedì, eccola uscire di casa perfettamente abbigliata, non prima, però, di aver telefonato agli amici con cui condivideva l’abbonamento, per dire che sarebbe arrivata in anticipo e li avrebbe aspettati già seduta nel palco.

Comunicazione quasi superflua, perché i tre amici, che la conoscevano da anni, non badavano ai suoi orari semplicemente li consideravano un suo personale rito di preparazione all’ascolto.

Entrare nel teatro semivuoto ed attendere in silenzio la predisponeva ad assaporare le atmosfere che di lì a poco si sarebbero sparse su di lei e intorno a lei. In quell’attesa i muscoli si allentavano, per far posto ai messaggi e le speranze che ogni volta la musica le offriva.

Il primo passo verso quella sorta di catarsi musicale era l’ingresso nell’atrio ampio, luminoso, nitido e fresco come una campagna accarezzato da venti leggeri. I pavimenti lucidi, gli specchi sulle pareti, i lampadari di cristallo, le poltrone di velluto, i soffitti alti e chiari, le pesanti tende anch’esse in velluto coi ai lati ragazzi o ragazze impeccabili nella divisa scura dei valletti, erano i segnali che qualcosa di importante stava per accadere.

Le piaceva soffermarsi nel leggero mormorio di chi, come lei giunto in forte anticipo, si attardava tra sorrisi e conversazioni. Signore e signori eleganti, profumati, che dall’atrio sciamavano verso il caffè e poi tornavano per appressarsi agli ingressi.

Quando dall’atrio passava al guardaroba ancora non affollato e con calma poteva togliersi il cappotto, rimaneva poi soddisfatta dai gesti attenti con cui le guardarobiere riponevano gli indumenti e consegnavano la contromarca.

Così rilassata, con la borsetta in spalla e il programma in mano, si avviava a entrare nella sala concerti. Era l’ultima fase di quella sorta di rito preparativo al settimanale evento.

Si affacciava dal palco verso la platea ancora deserta e nel silenzio volgeva lo sguardo verso gli stucchi che abbellivano le pareti, il grande lampadario al centro del soffitto tutto affrescato e ogni settimana, come fosse la prima volta, si sentiva pervadere da una nuova emozione.

Sul palco giungevano alla spicciolata i musicisti e iniziavano le flebili note degli accordi, definite poi all’unisono dal ‘la’ del primo violino.

Ed ecco che gli amici già accanto a lei, con saluti leggeri si preparano anch’essi alla musica. La sala si riempie e il crescendo del brusio indistinto di voci e di passi cessa improvviso con lo spegnersi della luce e l’arrivo del direttore d’orchestra, dei solisti di turno. 

L’attesa finisce, l’animo è pronto, ora lei può chiudere la porta a ogni disagio della vita e lasciarsi cullare dal forte e piano della musica.

La pioggia prima che cada di Elisabetta

L’ATTESA DEL DECOLLO – di Elisabetta Brunelleschi

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Le cinture sono allacciate.

Il personale di bordo illustra le manovre di sicurezza e salvataggio.

Che batticuore che balzi nello stomaco!

I motori rombano. Le ruote avanzano anche sobbalzando sulla pista.

C’è un accelerare, un rallentare, curvare poi nuovo accelerare, si prende la rincorsa.

E in un attimo: voilà il decollo, ed è quasi bello, leggero, si vola!!

Pare di esser fermi e invece 100, 200, 300, 400, 500 e oltre km orari !!!!!!!!!!!!!!!

I 1200 km che ci separano dalla meta si percorrono in due ore.

Che paura …..