La bambina pugile, di Nadia

LA BAMBINA PUGILE – di Nadia Peruzzi

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Come può essere nascere e crescere su un ring? Certo non facile, né divertente. Ma per più di uno il ring è la sola possibilità, un piano B per chi è ai margini in questo mondo non c’è ! Il primo round per Sara era stato nascere con largo anticipo sui tempi previsti.  Il dopo l’aveva vista costretta in una culla termica, alimentata con flebo, tanti tubicini e poco contatto con la sua mamma per tre mesi buoni. Tutto sommato non era ancora in condizione di capire che il fare a pugni con la vita era appena agli inizi. La culla termica non era poi malaccio. Stava al calduccio come nel ventre materno e i rumori le arrivavano ovattati, era quasi una pacchia. Quando i medici decisero che poteva uscire da quel limbo forzato, si ritrovò catapultata in un altrove che era tutto meno che confortevole e tanto meno piacevole. Dal silenzio e dalla pace dell’ospedale al caos vociante di una stanza in cui stavano in 6, fu trauma vero! Doveva piangere, piangere, piangere perché qualcuno passandole accanto si prendesse cura di lei. Capire ancora non capiva. Ma sentiva. C’era qualcuno che le dava dei pizzicotti che le facevano un male cane. Le ci volle tempo per capire che non erano i fratelli o le sorelline ,ma la madre che più che cullarla, la strapazzava e la strizzava forte da farle mancare il respiro. Le bastò crescere un altro po’ per sentirsi indesiderata e da chi avrebbe dovuto amarla più di tutti. Aveva gli occhi sempre pesti sua mamma, non rideva mai e non faceva ridere lei. Tutto il contrario. Appena fu in grado di vedere e capire si accorse di avere attorno a sé degrado, sporcizia ,squallore, che si riflettevano negli stati d’animo dei suoi genitori e dei suoi fratelli. Erano gli invisibili, gli schiacciati dagli eventi, gli ultimi che non riuscivano a superare la loro condizione in alcun modo. Nessuno lavorava o andava a scuola, nessuno si preoccupava realmente di ciò che avrebbe potuto aiutarli ad uscire dalla loro condizione di miserabili. Meno male che ogni tanto vedeva arrivare dei signori e delle signore con dei pacchi con cose da mangiare e qualche vestito che sicuramente era passato addosso a diverse persone prima di arrivare da loro. Sara stava con abiti sdruciti, lerci e bisunti per giorni e giorni. Quando arrivò ad articolare i suoi primi pensieri arrivò a concludere che se non fosse mai nata sarebbe stata meglio, ma visto che c’era, la partita con la vita intendeva giocarsela tutta. A forza di pugni sarebbe prima o poi riuscita a scendere da quel ring e viversela al meglio. Appena le fosse stato possibile sarebbe scappata da quel letamaio!

La bambina di vetro, di Stefano

La bambina di vetro – di Stefano Maurri

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La bambina di vetro troneggiava nella vetrina del negozio di Archimede Seguso insieme ad altre decine di vasi preziosi.

Lui usciva da una complicata separazione e aveva deciso di cominciare a collezionare vetri di qualità. Nel negozio una gentile signora si dilungò nella descrizione di vasi pregiati, in cosa consisteva il loro valore e la loro unicità e il perché dei prezzi così alti. Lui rimase a lungo ad ascoltare la signora che mostrava gli oggetti di Seguso senza stancarsi. Ritornò diverse volte in quel luogo e instaurò una bella amicizia con la signora.

Non comprò la bambina, si accontentò di altri vasi e oggetti meno costosi ma ugualmente artistici e che rispondevano ai criteri dei vetri da collezione.

La raccolta cresceva piano piano, ma la bambina rimase dentro il suo cuore.

Il tempo che passa produce danni alle persone, ma anche alle produzioni artistiche e anche le ditte muranesi cominciarono a chiudere per la crisi economica e per la concorrenza cinese che rappresentava una buona alternativa per il gusto dei più sprovveduti.

La signora andò in pensione, il negozio chiuse, la bambina rimase nel sogno dei desideri

La bambina di carta, di Rossella B.

LA BAMBINA DI CARTA – di Rossella Bonechi

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Alla fine degli Anni ’60 le edicole cominciarono a vendere molto altro oltre i quotidiani e i settimanali, persino qualche piccolo giocattolo; ma Rosellina era incantata da un grande quaderno colorato con la figura a tutta pagina di una paffuta bambina in mutande. Tanto fece e tanto piagnucolò che alla fine l’Album, le spiegarono che si chiamava così, fu suo! Le dissero che era una bambolina da ritagliare e che avrebbe trovato nelle pagine interne tanti vestitini di carta per fare bella Cicci Bum: si ritagliavano e grazie a delle linguette di carta rimanevano ben appesi.

Rosellina ascoltò le spiegazioni, fece vedere che sapeva usare le forbicine dalla punta arrotondata e nel giro di pochi minuti la lasciarono da sola a giocare. Ci passava i pomeriggi con Cicci Bum e nessuno si immaginava che per lei quella era una vera bambina, la sua amichetta, l’unica in quelle serate solitarie che l’ascoltava e sapeva che lei c’era. 

I vestitini presto si sciupavano, le linguette si rompevano e qualche taglio azzardato mozzò un dito, un ricciolo, una manica. Ma la Bambina di Carta era sempre lì, con il suo sguardo attento sorrideva sempre ai suoi racconti e con la boccuccia rosa rideva con lei e sembrava dirle cose bellissime. Gli adulti frettolosi si stupivano di come Rosellina se ne stesse buona a giocare da sola ma troppo presi dalle loro faccende erano lontano anni luce dal comprendere che Rosellina si era creata da sola un mondo e lo riempiva, con l’aiuto di una Bambina di Carta, di storie e immaginazioni. Per i grandi era un Album da ritagliare, per lei l’unica compagna di giochi: la rese vera, la rese importante, la rese utile mentre le rimandava l’immagine di sé.  

La bambina che scriveva sulla seta, di Luca

La ragazza che scriveva sulla seta – di Luca Miraglia

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Una strana architettura di veli e tendaggi la circondava.

Su ogni scampolo di tessuto chiaro, un tratto traslucido lasciava intuire una scrittura fitta ma indecifrabile, quasi un codice inintelligibile ai più.

Lei se ne stava lì al centro accoccolata su un tappeto e circondata dai suoi rotoli di tessuto, i suoi pennelli, il suo grande calamaio di inchiostro simpatico che usava per tracciare incessantemente i suoi simboli segreti sulle pezze che poi lasciava stese ad asciugare. Quasi quinte inesauribili di un teatro immaginario.

A chi le domandasse cosa stesse facendo o a cosa servisse tutto ciò lei non rispondeva, non poteva rispondere.

Nel suo mutismo congenito però sapeva spiegare che su quei tessuti tracciava il senso continuo dei suoi pensieri, che quello era l’unico modo che conosceva per lasciare fluire nel vento il suo essere intimo e profondo.

E a chi le contestava l’incomprensibilità dei simboli tracciati, lei rispondeva con un sorriso radioso che stava a dire: che importa del loro significato, tutto sta nella loro armonia e bellezza.

La bambina sperduta di Lucia

Sperduta perduta – di Lucia Bettoni

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Inghiottita in un tempo immobile senza voci
Appesa alle nuvole bianche della sera
Gli occhi grandi come il cielo
Mani piccole e morbide

Sperduta perduta

In attesa del vento del crepuscolo
Piedi scalzi e un velo in testa
Un tappeto di terra e sassi
palcoscenico per i sentimenti

Sperduta perduta

Ogni sera al crepuscolo quando dal cuore esce la malinconia e il vuoto si riempie di brividi e un’emozione simile all’amore la solleva dalle zolle e lo sguardo si alza

Sperduta perduta

Un sorriso dipinge di rosa intenso il volto e quel tempo immobile perde consistenza
si dissolve e scivola via e allora lei può essere chi vuole dove vuole con chi vuole e non ha più bisogno di niente

Incontro del 26 febbraio 2026: La bambina nei titoli, una ispirazione per raccontare

La bambina pugile

La bambina che custodiva i libri

La bambina del treno

La bambina inutile

La bambina che ascoltava i fiori

Una bambina e basta

La bambina che diceva sempre di sì

La bambina che non doveva piangere

La bambina sputafuoco

La bambina invisibile

La bambina perduta

La bambina che amava troppo i fiammiferi

La bambina del sole

La bambina di carta

La bambina che scriveva sula seta

La bambina di vetro

La bambina perfetta