La pioggia prima che cada per Stefano

La bella e il piacione – di Stefano Maurri

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 L’aveva incontrata in vacanza, lei con i suoi 16 anni un corpo rotondetto, il seno prorompente, le cosce compatte rivestite dai jeans. L’aveva  seguita  camminando per tutti i rifugi della valle,  notando quello che per lui era il più bel fondoschiena che avesse mai visto. Aveva parlato di una inedita filosofia, con lei che faceva il classico e lui l’istituto tecnico, era stato comunque abbastanza convincente: aveva discusso di teologia, della liberazione, del valore del doposcuola, dell’ugualianza tra i popoli, ma non faceva progressi, aveva  scelto un soggetto praticamente difficile per cercare di ottenere qualcosa di più di un sorrisino e lui era particolarmente imbranato. A fine vacanza si salutarono con un po’ di imbarazzo, e si scambiarono i numeri di telefono,  mentre in  lontananza un  temporale scaricava la sua forza sulle vette dolomitiche.  La risentì qualche settimana, dopo cercando di convincerla che avrebbe potuto aiutarla nel doposcuola . Quando arrivò a casa di lei, in una villetta piccolo borghese, mentre lei si sedeva con il kilt scozzese che allora era di moda, scoprì il bianco di una coscia . Lui prese coraggio per non perderlo troppo presto e azzardò ad avvicinare una mano. La famosa pioggia, ricordo delle Dolomiti, cadde con un tonfo di tuono rotolante e lui ricevette un sonoro schiaffo di risposta.

La pioggia prima che cada di Tina

Aria invernale – di Tina Conti

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Quando  apro la finestra al mattino, passando dal semibuio alla luce, dal tepore del letto alla  temperatura esterna, gusto  il primo soffio di aria e luce che arriva gioioso dentro la stanza, è un rito che aspetto anche quando qualcuno  lo fa per me.

Allora, rannicchiata al calduccio, aspetto ad occhi chiusi quel soffio benefico di aria pulita, frizzante, energica. E’ il benvenuto della campagna, della natura  è un soffio che sveglia, appaga, ti stimola a guardare oltre osservando fuori, Immagino come sarà il tempo, cosa succederà  durante le ore che verranno. Certo, si può immaginare e talvolta indovinare ma spesso sono i cambiamenti repentini che ti colgono impreparato a incantarci o sorprenderci.

A me fa sognare il cielo bianco e lattiginoso, l’aria ferma fredda  ghiacciata, quella sensazione strana guardo e aspetto, esco più volte all’esterno per odorare l’aria, si per me la pioggia, il vento, la neve  hanno odori riconoscibili. Ma il cielo bianco mi mette gioia, aspetto la neve.

Non sono solo le belle giornate di sole  a farci felici,  è cosa sentiamo dentro a cambiare il nostro umore. Per me aspettare la neve è una delle belle emozioni della vita.

Sarò stata contagiata dalla mia mamma a cui piaceva tanto e ci incoraggiava sempre ben coperti ad uscire, giocare e costruire  figure.

Mi piace l’attesa, il cielo che cambia, i rumori che si  assopiscono, il  silenzio dei primi fiocchi, le folate di vento che ti imbiancano le sopracciglia e il naso. Osservo incuriosita le orme lasciate dai passi ovattati sul manto spesso, le prime impronte che segnano il passaggio di  un animale grande o piccolo, di una persona.

Non mi scoraggio anche con le bufere, esco, cammino con gli scarponi, mi incanto in questa realtà magica che mi sorprende sempre, sono proprio sensazioni inaspettate, nuove ogni volta.

I rami tessono ricami, gli alberi si rannicchiano, si abbassano pesanti e magici, gli animali sono contagiati da questa magia, a volte anche in difficoltà nella ricerca di cibo.

Bastano pochi raggi di sole per rompere l’incantesimo, lo sgocciolio, il vento il ghiaccio che seguono trasformano l’incanto e  creano nuove magie.

La pioggia prima che cada di Anna

Ricordi nelle nuvole – di Anna Meli

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Nuvole nere correvano in cielo come una mandria di bufali, si accavallavano disegnando varie strane forme; ogni tanto qualche lampo sinistro precedeva secchi boati. Seduto nella veranda, osservava tutto questo senza alcun timore.

            Sentiva l’odore della pioggia che sarebbe caduta di lì a poco e lo legava alla sua attesa. Assaporava con serena calma, ma anche con angoscia, il momento in cui avrebbe riabbracciato quel figlio che, da tempo, aveva scelto di vivere lontano da lui.

            Ormai anziano, si era abituato a vivere tirando avanti senza grandi cambiamenti e questa novità lo turbava in modo positivo. Non arrivava solo quel figlio, ma insieme a lui i ricordi lontani vissuti: estati al mare, il primo giorno di scuola, la bicicletta rossa e su via via nella crescita e nelle varie esperienze.

            Ricordava tutto questo passeggiando su e giù lentamente, guardando le nuvole, ma vedendo ben oltre dove tutto si tingeva del colore della vita passata in modo sereno. Aveva finalmente capito che bisogna essere sempre capaci di aspettare senza dimenticare.

La pioggia prima che cada per Carla

Il presente nella nebbia – di Carla Faggi

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Almeno per me quasi tutte le cose belle su cui ho aspettative se accadono sono spesso già successe. Non riesco a coglierle a fondo, diventano subito già ricordo. Come se il presente fosse avvolto in una nebbia. L’attesa è nitida e chiara, fatta di gioia o di paura a seconda di quello che stiamo aspettando, il presente è opaco ed è comunque già accaduto.

Come se dovessi viverlo pienamente prima e dopo, coglierlo nel momento quasi mai. Forse solo negli eventi che arrivano improvvisi.

Ricordo l’appuntamento con un ragazzo amato, arrivava alla stazione di Firenze dalla Gare de Lion Parigi. Quanto avevo immaginato quel momento, lo vedevo come luce che arriva nel buio, estasi infinita, un piacere non raccontabile. Lui che arrivava bellissimo ed io in piena estasi che gli correvo incontro.

Poi arrivò il momento, scese dal treno e..non era più bellissimo, non vidi nessuna luce, non successe niente se non la mia decisione che da quel momento non lo amavo più!

Questo mi succede anche nel dolore, ho talmente paura di quello che succederà che soffro tantissimo e tantissimo mi convinco che non sarò capace di affrontarlo.

Poi di colpo tutto diventa passato e mi rendo conto che c’ero, che ce l’ho fatta e che sono ancora qui.

L’operazione di mio marito l’estate scorsa, otto ore senza avere notizie. Solo a ripensarci mi sembra impossibile che abbia retto a tanta ansia ed angoscia. Eppure è successo, è passato, e fa più paura pensarlo che viverlo.

Qualcuno sicuramente disse anche se non ricordo chi: è la mente che ti fa vivere perché la vita è solo percezioni di pensieri.

La pioggia prima che cada per Nadia

IL PRIMO APPUNTAMENTO – di Nadia Peruzzi

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Nacque dal caso. Una telefonata improvvisa di quelle che hai aspettato per anni dopo esserti messa a sedere nel banco vicino al suo. Lei stava per andare al cinema con una amica. La telefonata cambiò i suoi piani. Si guardò allo specchio agitata. Si vide invecchiata e vestita proprio da cinema con un’amica, più che da primo appuntamento. E dopo anni poi. Ci voleva una mise adatta. Non troppo esagerata, ma nemmeno una che la facesse apparire una casalinga disperata (anche se non lo era, casalinga) per di più trascurata da troppo tempo. Si cambiò velocemente, un filo di trucco e via. Man mano che si avvicinava al luogo dell’incontro l’agitazione era diventata confusione vera e propria. Tanta era la voglia di scappare a gambe levate, ma si trattenne.  Domande le si affollavano nella testa, come sarà dopo tutti questi anni? Pingue e con la pancetta? I capelli saranno caduti e avrà il riportino che fa ribrezzo? Quella più ricorrente e puntuta in mezzo alle altre era la più banale. Perché uno ti chiama dopo così tanti anni per invitarti a cena e soprattutto perché scema, gli hai detto subito di si? Sognare lo aveva sognato, per tanto tempo. Ma sognare e attendere mica vuol dire che poi ti trovi davanti il figo che era a 18 anni, dopo che ne son passati altri 20. Arrivò al ristorante. Lo vide. Era già seduto. Impettito e tutto azzimato. Aveva l’aria del perfettino, figlio di mammà che pensa di essere il centro del mondo e che tutte debbano cadergli ai piedi anche se del figo di un tempo si faticava a trovare qualche traccia. Decise all’istante e sentì di avere una gran voglia di andare al cinema con la sua amica. Saltò sul primo taxi visto che era in leggero ritardo. Non si girò indietro nemmeno una volta!

La pioggia prima che cada di Vittorio

La notte stellata – di Vittorio Zappelli

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L’aspettativa è iniziata quasi subito, nell’autogrill sceso dalla moto con ancora il casco in testa, quando l’ho vista e dopo, nella cena, aspettando l’imbarco sulla nave.

Eravamo un gruppo di giovani, badati da una coppia quasi anziana, quindi con piena libertà.

Il pensiero della meta da raggiungere si è confermato nei giorni seguenti sul mare nel vento della Sardegna allora terra incontaminata. Molti i segnali che mandavo, per me chiari ed inequivocabili…

La gita in moto con lei dietro e io guidatore e le sue braccia intorno alla vita come la migliore cintura. Senza parlare, impossibile nel vento della corsa, per comunicare,  le mani sulla cintura soffermate piu’ del dovuto e poi indicare il paesaggio intorno profumato di mirto.

Quei 15 giorni vissuti tutti insieme spensierati tra bagni e gite con sguardi ed attenzioni, difficili a non capirsi….

Il cielo illuminato quella ultima sera sul mare era per me il traguardo quasi raggiunto.

E invece no. Un rifiuto spiegato piano piano in modo tranquillo che mi ha lasciato senza parole .

Per fortuna che le atmosfere e le sensazioni di quei giorni sono diventate come una bomba a  scoppio ritardato….

Dopo qualche mese in ambiente diverso la storia è iniziata e …dura ancora

La pioggia prima che cada per Stefania

Preferisco – di Stefania Bonanni

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Preferisco i pensieri, quelli nei quali si decide di fare, all’ avvenire dell’ operazione.

Preferisco fare la spesa comprando gli ingredienti per preparare le lasagne, piu’ di affettare, tritare, soffriggere, far bollire, assemblare, grattugiare.

Preferisco fare la doccia, il momento in cui sono sotto l’ acqua, all’ asciugatura.   Vorrei rimanere gocciolante.

Preferisco i tuoi sguardi, i baci, le tue mani che mi toccano, all’ atto ultimo dell’amore.

Preferisco leggere, prima di vedere. Leggere di una città, prima di vederla. Vedere un museo dopo aver letto dell’ artista.

Oppure leggere e basta.

Preferisco sognare. Non mi interessa la verifica, se e’ possibile, se e’ vero.

Preferisco il dubbio. Ho sempre l’ insana tentazione di demolire chi professa certezze.

Preferisco gli strani, i sofferenti, i falliti. Quelli che nonostante tutto vanno avanti. Quelli che non hanno fatto carriera, non hanno trovato l’ amore, non hanno studiato, non sanno, non hanno capito.

Preferisco parlarci, sapere, conoscere il punto di vista, cercare di capire come facciamo a resistere.

Preferisco chi ascolta. Del resto, abbiamo due orecchie ed una sola bocca. Segno che si dovrebbe parlare raramente e ridere parecchio, il piu’ possibile.

Preferisco i bambini, perché hanno occhi piu’ liberi e piu’ profondi. E dicono cose che i grandi, spesso “per decenza”, non dicono piu’.

Preferisco i vecchi. Mi sono sempre piaciuti gli uomini piu’ grandi di me. Ora ovviamente non piu’, non esageriamo. I vecchi hanno ricordi fatati, con protagonisti sconosciuti all’oggi, ricordi nostalgici di una vita “Altra”, impossibili da manomettere. Parlano di come lei era bella, di come si sono voluti bene, e gli occhi tornano bambini, luccicano di nuovo

Preferisco scrivere, anche oggi che non ho  proprio niente da scrivere.

Ancora la pioggia prima che cada di Elisabetta

ATTESA – di Elisabetta Brunelleschi

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            Amava la musica. Da anni era abbonata alla stagione sinfonica del maggior teatro della città.

Col tempo, ascolto dopo ascolto, lettura dopo lettura, aveva imparato a riconoscere lo stile dei compositori e a collocare loro opera nel preciso spazio storico-artistico di riferimento.

Prepararsi per la sera del concerto era un rito che ripeteva ogni settimana con medesime attenzione e dedizione. E alla fine, nel tardo pomeriggio, del giovedì, eccola uscire di casa perfettamente abbigliata, non prima, però, di aver telefonato agli amici con cui condivideva l’abbonamento, per dire che sarebbe arrivata in anticipo e li avrebbe aspettati già seduta nel palco.

Comunicazione quasi superflua, perché i tre amici, che la conoscevano da anni, non badavano ai suoi orari semplicemente li consideravano un suo personale rito di preparazione all’ascolto.

Entrare nel teatro semivuoto ed attendere in silenzio la predisponeva ad assaporare le atmosfere che di lì a poco si sarebbero sparse su di lei e intorno a lei. In quell’attesa i muscoli si allentavano, per far posto ai messaggi e le speranze che ogni volta la musica le offriva.

Il primo passo verso quella sorta di catarsi musicale era l’ingresso nell’atrio ampio, luminoso, nitido e fresco come una campagna accarezzato da venti leggeri. I pavimenti lucidi, gli specchi sulle pareti, i lampadari di cristallo, le poltrone di velluto, i soffitti alti e chiari, le pesanti tende anch’esse in velluto coi ai lati ragazzi o ragazze impeccabili nella divisa scura dei valletti, erano i segnali che qualcosa di importante stava per accadere.

Le piaceva soffermarsi nel leggero mormorio di chi, come lei giunto in forte anticipo, si attardava tra sorrisi e conversazioni. Signore e signori eleganti, profumati, che dall’atrio sciamavano verso il caffè e poi tornavano per appressarsi agli ingressi.

Quando dall’atrio passava al guardaroba ancora non affollato e con calma poteva togliersi il cappotto, rimaneva poi soddisfatta dai gesti attenti con cui le guardarobiere riponevano gli indumenti e consegnavano la contromarca.

Così rilassata, con la borsetta in spalla e il programma in mano, si avviava a entrare nella sala concerti. Era l’ultima fase di quella sorta di rito preparativo al settimanale evento.

Si affacciava dal palco verso la platea ancora deserta e nel silenzio volgeva lo sguardo verso gli stucchi che abbellivano le pareti, il grande lampadario al centro del soffitto tutto affrescato e ogni settimana, come fosse la prima volta, si sentiva pervadere da una nuova emozione.

Sul palco giungevano alla spicciolata i musicisti e iniziavano le flebili note degli accordi, definite poi all’unisono dal ‘la’ del primo violino.

Ed ecco che gli amici già accanto a lei, con saluti leggeri si preparano anch’essi alla musica. La sala si riempie e il crescendo del brusio indistinto di voci e di passi cessa improvviso con lo spegnersi della luce e l’arrivo del direttore d’orchestra, dei solisti di turno. 

L’attesa finisce, l’animo è pronto, ora lei può chiudere la porta a ogni disagio della vita e lasciarsi cullare dal forte e piano della musica.

La pioggia prima che cada di Elisabetta

L’ATTESA DEL DECOLLO – di Elisabetta Brunelleschi

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Le cinture sono allacciate.

Il personale di bordo illustra le manovre di sicurezza e salvataggio.

Che batticuore che balzi nello stomaco!

I motori rombano. Le ruote avanzano anche sobbalzando sulla pista.

C’è un accelerare, un rallentare, curvare poi nuovo accelerare, si prende la rincorsa.

E in un attimo: voilà il decollo, ed è quasi bello, leggero, si vola!!

Pare di esser fermi e invece 100, 200, 300, 400, 500 e oltre km orari !!!!!!!!!!!!!!!

I 1200 km che ci separano dalla meta si percorrono in due ore.

Che paura …..