Atmosfera di Stefania: ci vuole coraggio a parlare a voce alta

Cercava il silenzio – di Stefania Bonanni

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Il piu’ delle volte era quello che cercava: il silenzio.

Non voleva un silenzio di solitudine e campagna. Cercava un silenzio che si manifestasse solido, vero, presente, con un posto ed una dimensione. Ed accadeva ogni volta, puntuale.

La gente entra e la pesante porta antica sbatte  rumorosamente alle spalle del nuovo arrivato: SBAM, con la emme che continua a farsi sentire, sbiadendo. Poi brusii, chiacchiericci, rumori decifrabili anche senza vedere, senza girarsi. Rumori larghi di sorrisi senza risate, parentesi orizzontali di bocche che, educate, accennano appena un verso di maniera, che non turba la sacralità del luogo.

Entrano tutti, sempre i soliti, si dirigono con passi anonimi verso il posto che occupano di solito, la testa accenna piccoli inchini diplomatici, ed ancora si sente brusii. Piano piano prevale la voglia di pensare, del resto il senso e’ quello, ed i brusii si stemperano nell’atmosfera che si fa piu’ intensa, piu’ seria, piu’ sacra, e quindi anche piu’ scandaloso turbarla. Ci vuole coraggio per parlare a voce alta. Piano, come scende la nebbia, cala il silenzio, si espande e prende possesso di tutto, persone e cose. I presenti aspettano, le orecchie sono tese. Lei spera che questo faticoso silenzio duri, ma e’ turbato da una scampanellato argentina. Lei si scuote, quasi colta di sorpresa.

Non e’ la sola, a rimpiangere quel silenzio. Alla scampanellata risponde un ululato lungo ed intonato.

Il pastore maremmano in fondo alla chiesa, compostissimo, zampe unite e testa alta, come fosse in ginocchio, da’ il via alla funzione.

L’atmosfera di Rossella G.: la parete verde stupido

La stanza… – di Rossella Gallori

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Conosceva già la stanza, la riconosceva, se pur non fosse,  forse, la stessa…sapeva del muro scortecciato eppure e non ne vedeva più traccia, ricordava bene quel nulla di una parete “ verde stupido” un verde che aveva voglia di esser giallo e gridava inerte tendendo le braccia: vogliono essere azzzzurroooo…

Si la camera era quella, il suo stato d’animo però era diverso, non più paura bollente, ma tiepida sensazione che all’ inizio era brusio pesante di mancanze, ora era solitudine fredda ed irrisolvibile.

Provò a fare una nomenclatura, un elenco, un sistema ordinato del suo essere li:

La finestra: 2 ante, un vetro rotto da sempre, in alto a destra, due tenducce  scure di tempo

 vantavano qualche foro di sigaretta in basso a sinistra…poi, poi un cesso, un bidet, una panca verniciata di grigio, una lampadina fioca e ciondolante, un comodino a tre gambe, un coperta rattoppata, una bacinella sproporzionata.

Era così la prima volta è lo era ancora.

Lo ricordava bene, si, molto bene.

Aveva urlato per ore, poi aveva taciuto per giorni ed allora nel suo silenzio si era ritrovata con la luce gialla, faro ignorante,  che le sfiorava il viso gonfio di pianto, ignorando  gli scarafaggi innocui che le percorrevano le guance e quel lampo azzurro che allungava la notte con la sirena che pareva musica, un tutto che attimo per attimo le avevano insegnato a sopravvivere.

Ora dopo cinquanta anni si ritrovava li, più vecchia, più goffa, più grassa e più stanca, ma sempre, sempre più sola.

Si buttò sul letto…le gambe nude e formicolanti trovarono sotto le coperte infeltrite, qualcosa di caldo, di morbido, un qualcosa di umano con le orecchie, un cuore dal battito accelerato, quattro zampine … due croccantini  spezzettati le bucarono il braccio, li riunì e li porse al nuovo amico di pelliccetta vera, che le fu grato e le si strinse addosso…

Si trovarono soli, con il profumo aspro di caffè cattivo, sangue bollente e nero che scorreva da una macchinetta affollata di infermiere scoglionate.

Lei ed il gatto, un gatto e lei, nessuno  dei due sapeva perché era li, come ci era arrivato, quanto sarebbe stata lunga l’ attesa in quel buio a tratti rassicurante, erano due gatte vecchie a fine corsa, stanche di non  parole, non carezze…le dette un nome Speranza, non rivelando il proprio, si fecero compagnia, fu per poco….

Le ritrovarono all’alba  la piccola zampa nella mano rugosa….

Le atmosfere di Anna: voglia di tenerezza

RICORDO INGIALLITO – di Anna Meli

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            Era da parecchio tempo che non si recava in quella vecchia casa avuta in eredità. Odore di chiuso, di polvere, di tempo. Aprì la finestra e la persiana cigolante e un raggio di sole fece brillare le numerose ragnatele, mentre un viavai di leggeri ragni dalle lunghe zampe, fuggivano impauriti.

            Il grande armadio, antico quanto il tempo sembrò quasi chiamarla. Fin da piccola le piaceva esplorarlo di nascosto, il perché non lo sapeva e forse era proprio questo che la spingeva a disobbedire. Stavolta ne aprì le ante senza timore e rivide appeso il vecchio cappotto militare, abiti di altra epoca, coperte, copertine, libri e riviste, scatole.

            In fondo, in un angolo scoprì una strana scatola di un metallo sconosciuto dal colore indefinibile. Ebbe difficoltà ad aprirla. Conteneva vecchie foto alcune delle quali appiccicate insieme con i bordi smangiucchiati dalle tarme. Una in particolare attrasse la sua attenzione.

            Non riconosceva né il luogo né le persone: una donna seduta sulle scalette di una casa, probabilmente la sua, teneva in collo una bimba che le si appoggiava sulla spalla e con la mano la teneva stretta a sé quasi a confortarla. Chi era quella bimba? Chi era quella donna? Non aveva avuto la gioia di conoscere sua madre, l’aveva lasciata  quando era piccolissima: una zia si era presa cura di lei. Forse quella bimba era lei con la zia?

            Sentì improvvisamente la voglia di essere abbracciata e rassicurata. Sì, era vero aveva sofferto mancanza di tenerezza durante l’infanzia ed ora, ormai adulta, si sentiva incompleta.

            Nella foto vicino alla donna, un carretto a due ruote appoggiato in terra e un asino completavano la scena comunicando un’antica semplice serenità. Ebbe un brivido, ripose la foto, richiuse l’armadio.

            Fuori il sole splendeva.

Le atmosfere di Sandra: il silenzio della “pandemia”

L’ATMOSFERA DELLA PANDEMIA – di Sandra Conticini

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Non pensavo di poter rimpiangere quei giorni. Erano stati molto pesanti e brutti o meglio: particolari. Negli anni 70 un altro periodo analogo c’era stato: l’austerity.

A causa dell’aumento del petrolio per un periodo  la domenica le macchine non circolavano, successivamente le auto giravano a targhe altrne, però almeno a piedi si poteva andare.

Invece con il Covid, questo virus arrivato dalla Cina, da un giorno all’altro ci siamo ritrovati chiusi in casa, ma soprattutto all’inizio sono morte decine e decine di persone, perchè non  sapevano  come curarlo ed eravamo tutti impauriti di questo mostro arrivato da lontano.

Nonostante si fosse chiusi in casa non ci si fidava neppure dei familiari. Le prime persone che vidi con le mascherine, pensai che fossero esagerate,  dopo qualche giorno diventarono obbligatorie per tutti. Si poteva uscire solo  una volta la settimana per la spesa, ma dovevanmo stare a dovuta distanza. Per strada si cambiava marciapiede, ci si scansava e, se qualcuno tossiva o starnutiva, si fulminava con gli occhi.

In quel periodo è mancato tutto: la libertà e la condivisione.

Il silenzio era assordate, non si sentiva il rumore di una macchina, un motorino, tutti erano in casa ad inventarsi le giornate, diventate troppo lunghe.

Ogni tanto sotto casa si vedeva una volpina che si metteva al sole vicino ad una siepe. Con tutto quel silenzio e quella pace si era avventurata nella città forse in cerca di cibo. Stavo ad osservarla dal terrazzo, ma che dispiacere ho provato quando ho saputo che era morta.  Forse in quell’atmosfera stava bene solo lei.

Nonostante ormai la pandemia sia stata superata da diverso tempo, l’atmosfera dell’avanti Covid non è tornata. Le persone mi sembra siano  peggiorate. Sono diventate scorbutiche, egoiste ed  intolleranti anche alle piccole cose.