Dal frammento di Neruda il pensiero di Stefania: si spense la nube vagante

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Si spense la nube vagante – di Stefania Bonanni

Troppo tempo aveva faticato, trascinandosi stelle che non ne volevano sapere,di seguirla.

Aveva faticato, traversando un cielo troppo pieno, con quello strascico. Aveva faticato a splendere su commissione, con la luce di altri.

L’ aveva pagata cara, quella luminosità a credito.

Ed era venuto il momento. Avevano richiesto indietro il prestito.

Nulla e’ gratuito a questo mondo, e neanche nell’ alto dei cieli.

Quella nuvola magica si sgonfio’, si scuri’, non sembro’ più panna montata. Non fu piu’ illuminata dal rosso dei tramonti. Non se la porto’ piu’ a giro quel venticello di marzo che fa il solletico al mondo. Cambio’ natura, in un baleno fu piu’ scura del mare di notte, gonfia e dura, come un sasso.

Se qualcuno la vide, ma nessuno guarda le nuvole per conoscerle davvero, non si stupi’.

Ora era una nuvole come tutte. Gonfia di vento, di pioggia, di sospiri, di lacrime.

Ed allora piovve.

Frammento da Neruda per Vittorio: il libro di neve

Un libro di neve – di Vittorio Zappelli

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La passeggiata era erta ma si sapeva ; nel bosco dopo la strada sterrata arrampicarsi a piedi tra la neve con il freddo che si stemperava nel calore del corpo in movimento. Non da solo ma in piccola carovana . Il traguardo “sassi scritti” grandi lastroni in pietra affioranti dal terreno con iscrizioni sconosciute ai piu’.

Arrivati , si spazzola il mantello di neve per rivedere gli antichi scritti ; e dopo, qualcuno , me compreso, incide parole come ferite nel freddo bianco.

Dureranno un baleno rispetto agli scritti sulle pietre.

Ma ce le portiamo a valle con gli zaini e, mentre scendiamo, rotolano nella mente .

Da un frammento di Neruda per Rossella G.: ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia

Ho atteso sul balcone…con l’edera della mia infanzia – di Rossella Gallori

…la coperta di lana ruvida…le righe azzurre allineate, parallele e tristi.

Ho atteso di rivederle invano…

Speravo volassero in cielo, prima o poi…

Io sul balcone a cercare nuvole infeltrite che mi riportassero a lui…

Con l’edera ombra verde ed insistente di un passato morbido…

Le mani giunte senza preghiera, senza amen.

il silenzio, compagno della mia infanzia,  giocava tra i riccioli mogano che ad uno ad uno cadevano…

Un tappeto per i sogni nuovi, per gli incubi vecchi.

Piccoli nodi di capelli bambini cercavano, rincorrendosi,  la lunga frangia, per porre fine ad una corsa senza fiato, senza spazio…

Ho atteso e ancora attendo, vecchie coperte in cielo, appese ad un filo immaginario pesante di ricordi e  lungo di vita…righe azzurre un incubo mai sbiadito…

Sul balcone io non ci sono più, l’edera della mia infanzia fa buio sui giorni di  oggi…o è  miraggio di fiori nascosti?

PS: Pensi di aver scelto, un brano, quasi per caso, poi ti accorgi che è lui che ti ha scelto e trovi tra le pagine del tuo quaderno un cuore lilla, libero e prigioniero al tempo stesso di parole tue…di versi di altri….

Dal frammento di Neruda per Sandra: il taciturno che venne da lontano

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IL TACITURNO CHE VENNE DA LONTANO – di Sandra Conticini

Stava sempre li, al circolo, da solo, zitto zitto guardandosi intorno. Nessuno lo aveva mai sentito parlare, pensavano che fosse sordomuto. Arrivava nel primo pomeriggio, si metteva a sedere in un angolo e fino a sera non si alzava. All’inizio veniva chiamato “il mafioso”. Da sotto quegli occhiali neri era difficile vedergli gli occhi , indossava un vestito grigio logoro, camicia grigiastra con il colletto finito, sempre con la sigaretta accesa, tanto che le dita delle mani erano diventate gialle, bruciate dalla nicotina, metteva un certo non so che di paura.

Se non era al circolo vagava per il quartiere, ma sempre solo e taciturno.

Ormai sembrava un soprammobile, era diventato uno dei tanti invisibili.

Un giorno, in quell’estate torrida, era nel suo angolo, cascò in terra, battè la testa e intorno a lui si formò una pozza di sangue. Le persone si guardarono negli occhi e pensarono che fosse morto, invece aprì gli occhi e iniziò a dire qualcosa che nessuno capì. Fu portato in ospedale, curato alla meglio e rimandato a casa.

Qualcuno una mattina disse di averlo visto uscire con una valigetta quasi vuota.

Di lui non si seppe più niente, se n’era andato in silenzio com’era arrivato.

Incontro del 22 gennaio 2026: La poesia spezzata

Inverno – di Pablo Neruda


Giunge l’inverno. Splendido dettato
mi dan le foglie lente
vestite di giallo e di silenzio.
Sono un libro di neve,
una mano spaziosa, una prateria,
un circolo che attende,
appartengo alla terra e al suo inverno.
Crebbe il rumor del mondo nel fogliame,
arse poi il frumento costellato
di fiori rossi come scottature
,
quindi venne l’autunno a stabilire
la scrittura del vino:
tutto passo’, fu cielo passeggero
la coppa dell’estate,
e si spense la nube navigante.
Ho atteso sul balcone cosi’ funebre,io
come ieri con l’edera della mia infanzia,
che la terra distendesse
le sue ali sul mio amore disabitato.
Ho saputo che la orsa sarebbe caduta
e che il nocciolo della pesca transitoria
sarebbe tornato a dormire e a germinare:
mi sono inebriato con la coppa dell’aria
fino a che tutto il mare divenne notturno
e il rosso delle nubi fu cenere.
La terra vive ora
tranquillizzando il suo interrogatorio,
distesa la pelle del suo silenzio.
Io torno a essere ora
il taciturno che venne da lontano
avvolto di pioggia fredda e di campane:
debbo alla morte pura della terra
la volonta’ delle mie germinazioni.

Esperimento letterario: storie scritte separatamente a più mani con CONFINI ben definiti tra i singoli autori

(in via di aggiornamento)

INVITO A CENA – di Sandra Conticini e Elisabetta Brunelleschi

Ma chi glielo aveva fatto fare di organizzare quella cena a casa sua per rivedere la sua compagna di gioco Gianna!

Era sempre troppo precisa, non le pendeva mai un pelo, precisissima in tutto!Ormai erano passati diversi anni da quando si frequentavano e lei andava spesso a cena da lei. L’apparecchiatura era perfetta, i fiori sul tavolo non mancavano mai, i piatti, bicchieri, tovaglia tutto era tutto di ottima qualità.

Per non parlare poi della presentazione dei piatti, da come erano ben disposti le dispiaceva mangiarli.

Lei, che era sempre stata “all’incirca” e troppo pratica nella vita, non si sentiva all’altezza della situazione. Era stata dura preparare quella cena. Prima scegliere il menù,  comprare cibi di pregio, poi rimettere un pò di ordine in casa e, per finire, lavare, tagliare, apparecchiare, trovare buoni vini…. ma insomma si era proprio voluta rovinare la vita! Ma ormai il passo era stato fatto…

Gianna era una donna di mezza età, agile nei movimenti e d’aspetto giovanile.

Un pomeriggio che si rigirava annoiata nella sua grande casa squillò il telefono.

– A cena? Domani sera?, … Ma sì, grazie! ci sarò.-

Era una vecchia amica che l’aveva chiamata, non si vedevano da tanto.

Il giorno dopo con congruo anticipo indossò il più elegante dei suoi abiti e uscì.

Mentre si avviava a casa dell’amica pensava a quello che poteva dire e fare.

Di quella cara amica di tempi lontani ricordava l’esuberanza, l’aspetto eccentrico e a volte un po’ disordinato. Ma aveva dimenticato quali fossero gli argomenti delle loro lunghe conversazioni e poi non aveva capito il perché di quella cena, ammesso che ci fosse stato.

Più si avvicinava alla casa dell’amica più le sorgevano dubbi sulla riuscita di quella serata.

Giunse così al portone e nonostante gli incerti pensieri suonò decisa il campanello.

Il portone s’aprì, Gianna entrò e l’amica, affacciata al pianerottolo, l’accoglieva sorridendo.

 Gianna sentì che era sempre lei, approssimata, un po’ arruffona, ma simpatica. E allora, sì! potevano ritrovarsi, anche intorno a un tavolo non proprio apparecchiato, e parlarsi, mostrarsi, raccontarsi.

Nascere – di Luca Miraglia e Rossella Gallori

R) La culla di raso rosa, rosa spento, aveva i suoi anni e li dimostrava tutti: piccoli strappi, qualche toppa mal nascosta, un guanciale senza ricami privo di penne….di nuovo c’era solo il filo spinato arabescato e pungente…..

L) Ci si era ritrovata per quegli strani casi in cui dal nulla improvvisamente il caos, luce abbagliante, pianti di estranei e sorrisi di un volto di donna amorevole ma stanco.

R) Lei succhiava quel poco che c’era, quel che le bastava, guardando senza vedere, vedendo senza guardare, lunghe ciglia ombreggiavano guance tonde rosse di rabbia, gonfie di pianto…

L) Solo dopo, sulla pelle il senso ruvido di fasce tessute al telaio e il vuoto quasi incolmabile di quella culla esageratamente grande per quel suo corpicino di nuova generazione,

R) mentre le dita corte e morbide sfioravano ripetutamente il rame appuntito senza provocare ferita alcuna, il suo sangue incolore restava statico nelle piccole vene…immobile e prezioso…

L) Era chiaro che quella culla benché accogliente fosse il suo solo campo d’azione. Da fuori però arrivava un sommesso miscuglio di suoni fatto da voci di uomo, di bambini e di rochi accenti anziani.

R) Trovare la forza di uscire dal caldo rifugio sarebbe stato facile, il tempo le avrebbe dato il coraggio, i sogni buoni la spinta giusta per mescolare il suo balbettio a quelle parole maschie che sembravano rincorrerla, spingerla, affascinarla…..in una corsa lenta e languida….

RACCONTO PER TRE – di Rossella Bonechi, Sonia Cortecci e Vittorio Zappelli

Quella mattina Salvatore si svegliò contento: primo perchè non lavorava e poi perchè si ricordò di ciò che doveva fare quel giorno.

Prima di uscire, frugò nella sua valigia e prese il costume e tutto ciò che pensava gli tornasse utile. Varcò il cancello, percorrendo il vialetto di ghiaia, entrò nella villa, cercando di capire deve fossero le persone che avrebbe incontrato.

Improvvisamente si trovò ad oltrepassare la soglia di un camerone pieno di luce.

Salvatore guardò, perplesso, i cinque anziani sulle sedie: due di loro parevano dormire.

Cominciò a parlare, per vedere se li svegliava e, nel frattempo, si vestì.

Gli anziani videro uno spilungone con un enorme naso rosso in frack e con la barba bianca e gli occhi marcati di nero e sobbalzarono sulle sedie, finalmente svegli.

A questo punto, Salvatore cercò di capire gli stati d’animo di chi aveva davanti.

Difficile, perchè parevano chiusi nei loro gusci e non volevano intromissioni nel loro mondo.

Dopo un po’ uno di loro disse: ” ma sei buffo!” e tutti si misero a ridere

Mentre a fine giornata, sorridendo, si avviava all’uscita, sentì una voce squillante domandare: ” ma….ritornerai?”

Aveva, Salvatore, compreso che l’età non era il confine della voglia di ridere e stare in allegria!

 La risposta fu decisa: “Certo che sì! Aspettami!” 

La storia di Daniele – di Daniele Violi e Lucia Bettoni

Scalare e risalire montagne di terra di riporto scaricata dai camion, per realizzare fondamenta di fabbricati in periferia, era il gioco del personaggio Daniele da piccolo.

Da grande salire sulle piante per potarle rappresenta invece per Daniele la soddisfazione  di esprimere un benessere che vuole trasmettere alle forme viventi in natura.

Questo suo innato proiettare la propria creatività per gli abitanti dell’ambiente, caratterizza sempre più il suo percorso di vita, con l’approfondimento e lo studio sulla vita di ogni forma vivente, che stimola la  curiosità crescente di vivere sempre più immerso nella vita delle piante, ha permeato anche la sua filosofia di vita; l’ottimismo nonostante tutto prevale. Sono tante le piante che incontra, che lo incoraggiano, con la loro grande resistenza a tempeste, neve, pioggia, freddo e sole, a comprendere di più benefici e valori della vita che si fanno incontro. (Daniele)

E’ l’alba
Daniele apre la finestra
E’ la prima azione di ogni suo giorno
Guarda il cielo
Le sfumature rosa delle nuvole
presagiscono una giornata serena
La sua seconda azione è aprire la porta
La finestra… la porta
I primi passi all’esterno
Annusa l’aria, ascolta, guarda
sente, osserva
Poi pensa: voglio fare una cosa importante
Si gira intorno
Una piuma di fagiano, la lunga piuma della coda di un fagiano e’ lì accanto ai fiori del vialetto di casa
Raccoglie la piuma , l’accarezza, la passa sulla pelle della mano sinistra, prima sul dorso poi sul palmo, infine la passa leggera leggera sulle guance, sulla fronte, sul naso, sulla bocca e sugli occhi
Occhi chiusi
Un respiro profondo
Un sorriso
Che bella cosa importante per iniziare il nuovo giorno! (Lucia)

Una storia molto molto moderna – di Carla Faggi e Patrizia Fusi

Un viso di cera, un ciuffo di capelli che sembrano una frittata venuta male, un modo di gesticolare non rispettoso delle persone, un carattere prepotente, ondivago nelle decisioni. Un prepotente e interessato solo al suo interesse economico.

Individuo senza umanità.

Il suo modo di fare lo definirei “l’asso piglia tutto”.

Una parte del mondo si sente in pericolo con un personaggio così che rinuncia allo stato di diritto e mostra solo l’arroganza dei soldi e delle armi.

Questo è l’uomo più potente del mondo, il presidente degli Stati Uniti d’America.

E un giorno decise che…(Patrizia)

…decise a mezzanotte e dieci ora americana di salire sul suo boeing personale e partire per la Groenlandia.

Voleva far sapere al mondo che avrebbe trattato, ma visto che le sue condizioni non sarebbero state sicuramente accettate già si stropicciava le mani di piacere preparandosi alla guerra!

Arrivò all’aeroporto di Nuuk dove fu accolto con tutti gli onori, il tappeto rosso che lo avrebbe accompagnato dall’aereo alla macchina di rappresentanza era ghiacciato, purtroppo in Groenlandia faceva freddino; una raffata di vento e nevischio gli scompigliò il ciuffo giallo, per rimetterlo a posto un gesto brusco lo squilibrò, il ghiaccio del tappeto rosso ci mise del suo e lui, l’uomo più potente del mondo non poté impedire l’enorme culata sul suolo ghiacciato da lui tanto ambito.

Fu portato d’urgenza all’ospedale della capitale che fu evacuato per ospitare solo l’illustre paziente.

Naturalmente il tutto fu oscurato dai media che nulla riportarono.

La forza militare statunitense era in attesa di notizie sulle trattative che non arrivarono.

Come da accordi precedentemente presi con il Presidente dopo un tot di ore forze di terra, di aria e di acqua partirono per attaccare la capitale Nuuk della Groenlandia. E da dove iniziarono? Dall’ospedale della capitale, naturalmente!

Un solo drone, un solo attacco!

Il giorno dopo i media riportarono che si era avuto un solo decesso. L’unico paziente dell’ospedale centrale di Nuuk. (Carla)

Ada e l’incontro importante – di Carmela De Pilla e Tina Conti

Il tempo l’aveva catapultata in un lampo nei quattordici anni, i più terribili diceva lei, era come indossare un vestito troppo stretto che non ti permette di respirare, non riusciva a trovare il modo di entrare in sintonia con gli altri e faceva di tutto per non rendersi simpatica così si chiudeva sempre di più in se stessa mostrando la sua eccessiva timidezza.

Secondo lei le ragazze con tanto seno e un lato b considerevole piacevano di più così incominciò a ingrassare, di chili ne aveva presi tanti, ma non aveva perso l’agilità grazie alla quale faceva cose straordinarie come tuffarsi nel fiume in ogni stagione, le amiche la invidiavano per i capelli da vichinga e gli occhi color mare, ma non la capivano.

 Viveva in un paese alla periferia di Firenze attraversato da un piccolo fiume che per lei era vita, spesso marinava la scuola e si recava lì, lo conosceva perfettamente e sapeva il punto esatto dove tuffarsi, si lanciava dal piccolo ponte e come un pesce si dimenava nell’acqua libera dai tanti confini che la bloccavano e la tenevano prigioniera dei suoi stessi pensieri.

Non percepiva alcun limite nell’acqua poteva attraversarla senza timore, l’acqua avvolgeva quel corpo grasso e lei si sentiva leggera…leggera e libera. Le paillettes e i lustrini dei vestiti sfiorati dai raggi del sole luccicavano e giocavano con l’acqua.

-Ada, ma fai il bagno vestita?

-Sì, così mi sento più bella.

Ada non aveva mai visto Firenze osservava tutte le bellezze del centro della citta, percorrendo le vie e le piccole strade, cercava il Ponte Vecchio

Quando si trovò al primo ponte che vide da lontano, il ponte da Verrazzano disse fra sé che tutto quel cemento non le sembrava degno di quella città e quello non era certo il ponte che cercava.

Continuò a camminare, poi, chiese informazioni a un signore molto distinto ma vestito in modo originale. A gambe nude, indossava solo una tutina a righe bianche e celesti come quelle dei nonni probabilmente di filato di lana come si usava allora.

Faceva allungamenti e flessioni vicino alla spalletta dell’Arno per prepararsi ad un tuffo come si

Sentiva dai discorsi della folla che si era radunata vicino.

Lui, solerte e con molti ghirigori le raccontò tutta la storia della città e poi le disse di seguirlo, era arrivata a destinazione.

Scesero   insieme le scalette del circolo dei Canottieri Comunali, fra flasch di fotografi e giornalisti nonché di atleti del circolo, accompagnati da applausi e incoraggiamenti . Ada si entusiasmò a tal punto che  senza pensarci due volte prese coraggio e  si tuffò in Arno dopo di lui.

Il ciuffo di Trump – di Gabriella Crisafulli e Stefano Maurri

Il maggiordomo entra con passo felpato nella stanza buia.

– Maggiordomo

“Buongiorno Signore. Come ha dormito stanotte?”

Un grugnito emerge dalle coperte.

– Maggiordomo (con un filo di voce)

“La giornata è splendida Signore. Apro le cortine?”

– Signore

“Chi è quel verme che osa rivolgermi la parola?

Avevo dato disposizione di lasciarmi dormire fino a

tardi!”

– Maggiordomo (esitante)

“Signore aveva ordinato all’hair stylist di presentarsi per

tempo stamani per porre rimedio al progressivo

acquattarsi della capigliatura”

– Signore

“Dì a quel frocio di stare calmo: devo ancora portare a

termine il mio sogno ai confini della realtà”

– Maggiordomo

“Sarà fatto Signore.”

“Posso portare intanto la colazione?”

– Signore

“Ok. Solo due uova al sangue di bue e una spremuta di

arance venezuelane.”

“Solo quando avrò finito andrò da quel verme

strisciante di Gil.”

Nel frattempo Gil, l’hair stylist di grido, si trova nella

stanza degli stucchi d’oro.

Veste in modo variopinto e stravagante. In questa

maniera risponde alle aspettative del Signore, al suo

bisogno di stereotipi, al godimento che prova nel

denigrare i suoi sudditi. Per lui un gay deve indossare

abiti adatti a prestare il fianco alle sue battute triviali.

Così Gil si presta al gioco: oggi porta una camicia

dorata, dei pantaloni aderenti a fiori gialli e lilla, un gilet

arancione, una giacca viola con una peonia rosa

all’occhiello e scarpe a punta con la fibbia.

Nell’attesa dell’arrivo del Signore controlla attentamente

l’attrezzatura raccolta in un carrello apposito al centro

della sala: diffusore per phon, ferro arriccia capelli,

piastre, forbici lisce e sfoltitrici, pettini a denti stretti e a

coda, spazzole piatte e rotonde di varie circonferenze,

shampoo volumizzante, balsamo, maschere nutrienti,

tinte varie, vapozoon per graduare il colore dei capelli,

lacca, profumo, ciotole, pennelli, bilancia.

Il Signore è molto esigente, di umore variabile e di

scelte volubili, talvolta incoerenti: l’hair stylist deve

essere disponibile ad ogni richiesta.

Tutto è pronto.

La porta si apre.

Inaspettatamente la presenza del Signore si manifesta

con una potente scureggia che vaga per la sala con

potenti, ripetuti schiocchi.

Rompe la sacralità del rito da officiare.

Gil alza lo sguardo smarrito e fa un passo in avanti.

Nel farlo urta contro il carrello delle attrezzature che

oscilla pericolosamente fino a rovesciare in terra il suo

contenuto. Il vapozoon comincia ad emettere i suoi

vapori nebulosi. Gli schiocchi e le nebbie attivano i

sistemi d’allarme. Le sirene suonano, la guardia

nazionale irrompe ad armi spianate. Il Signore fermo,

immobile, terrorizzato, urla:

“Combattete, combattete: non arrendetevi.”

In tutto questo trambusto i capelli del Signore si

rizzano, non sono più acquattati e spenti.

È successo l’incredibile.

Senza volerlo una scoreggia ha pettinato il Signore in

maniera impeccabile.

La Storia lo tramanderà ai posteri.

Riflessione di fine anno di Rossella B.

Desidero condividere queste parole di Rossella Bonechi, che, al di là dell’occasione che ha motivato la sua riflessione, esprime con grande esattezza, lo scopo e l’essenza del nostro stare insieme a scrivere. Servirà per farci meglio conoscere, per ulteriori riflessioni e per fissare saldamente i nostri obiettivi. (Cecilia Trinci)

RIFLESSIONE – di Rossella Bonechi

Scriviamo favole?

Sono forse favole i graffi sul cuore di Stefania degli amici d’Arno che non sono più? Sono forse novelle le donne di Rossella distrutte nell’anima e il profumo di quel particolare tabacco che le circonda? Sono storielle la Voce del Babbo di Sandra, il paese di Patrizia, le bambine di Lucia che non riescono a piangere o a salire imponenti scalinate? E cosa sono i ricordi di Carla del Settimello che c’era e non c’è più o i piccoli paesi pieni di umile e varia umanità di Carmela? Le notti di Luca, i colori e i profumi dell’Istanbul di Nadia sono veri come la Genova che lei ci ha raccontato. Poi, volendo…, sarebbero da leggere le “fiabe” di Gabriella che in un giro dell’Oca tra una caserma e un’altra coltiva il sogno di una fioriera; e poi Vittorio dalle Tante Porte, Anna e la sua Posta di Candeli, Daniele piantamoroso nato da una valigia di cartone, Tina e il gallo Davide: c’è più realtà qui dentro che in tutti i quotidiani che si possono trovare.

Di cosa dovremmo scrivere? Di bambini abusati, di donne sempre uccise, di morti sui ponteggi? Di bombe, di fame, di corruzione, di genocidi? No, il giovedì no: la porta di quella stanza chiude fuori il fuori e apre il nostro dentro e aprendoci come frutti maturi le penne iniziano a correre sui quaderni. Una parola, un’immagine, anche una frase sola danno il “via” alle nostre emozioni, che prima però di arrivare sui fogli passano a volo radente sul nostro vissuto e sui nostri ricordi raccogliendoli, trasformandoli, a volte rispolverandoli. Può capitare che ci siano fiocchi, fiocchetti, perline e persino paillette, perché l’immaginazione ha bisogno anche di loro per non rimanere compressa e schiacciata, ha bisogno anche di leggerezza sennò non è più un aquilone ma una zavorra ancorata alla nostalgia dolente.

Questo si cerca di fare il giovedì, nella stanza.

Poi ci si saluta e si torna al quotidiano, ognuno al suo; in coda in macchina verso casa pensando se hai tutto per una cena veloce, il grembiule allacciato di fretta e il gesto automatico di accendere la televisione perché è l’ora del TG; e mentre triti alla svelta il battuto la “realtà” arriva ad abbracciarti tutta, raccontandoti di questo Circo di Nani e Ballerine chiamato Parlamento e scaraventandoti nell’angoscia di bambini a cui abbiamo “spento tutte le stelle in cielo”.

Ce n’è abbastanza per non volerne scrivere visto che lo dobbiamo vivere.

E meno male che la colpa della lacrime se la prende la Cipolla….

Atmosfera di Daniele: profumi dall’Himalaya

Terra magica di Himalaya – di Daniele Violi

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….ero partito dal villaggio, il tempo che si preannunciava, con la luce solare che quasi costringeva a chiudere gli occhi, incoraggiava a immaginare un’altra giornata di buon cammino, in questa avventura che mi faceva scoprire la vita su queste altitudini estreme. Ripartire da un luogo, che come altri attraversati, rappresentano le comunità  e l’anima di un paese himalayano, dove  forte è il legame di donne e uomini con questa terra, dove gli animali e le piante  vivono in simbiosi da secoli e dove alcuno vuole alterare il  rapporto forte che subito salta all’occhio a me straniero e curioso di conoscere questa cultura.

Io che provengo da un mondo lontano, dove la vita viene regolata da altri meccanismi, con il progresso che ha di fatto sostituito gesti e comportamenti alle persone.

Camminare sui sentieri e sentire il profumo o gli odori di un viaggiatore o di un portatore che ti incrocia, con i suoi vestiti che sono un concentrato di fumo di legna con odori di cucina di cibo e di spezie, e che un rituale (Namaste’), poi alla fine sancisce il momento dell’incontro, magari percorrendo un tratto di sentiero abbastanza stretto e lungo una parete ripida di un canalone, da dove si può ammirare una grande massa d’acqua che scende. Poi pensi e ripensi alla magia che l’acqua che scorre, cosi in basso, sotto il sentiero, provenga dai ghiacciai delle montagne altissime che con la loro maestosità sono pronte a volerti proteggere. Una atmosfera insolita ma tutta con ritmi lenti, lentissimi, dove ad un certo punto puoi assistere con piacere nel tuo peregrinare, ad incrociare sul sentiero stretto capre solitarie o in gruppo che ti massaggiano sfiorando le tue gambe con il loro corpo, e quasi ti salutano, poi di li’ a poco vedere in lontananza il fumo che esce da case arroccate e che il vento porta via con quel profumo percepito di legna di rododendro, pianta tipica del paese che attraverso. Piu ti avvicini al prossimo villaggio, più sono le curiosità e le voci che ti assalgono. Il profumo intenso delle erbe che vengono usate per tenere accesi gli altarini religiosi, si confonde con il profumo del Ciapati, il loro pane, tipo piadina, cotto su lastre di pietra sopra bracieri, tutto si mescola, e partecipa al pourpurri delle tante essenze e profumi di cibo che viene cucinato. Davanti alle porte di casa o appena dentro, è ricavato lo spazio per cucinare, in questi spazi piccoli e angusti, dove la luce che filtra del giorno è preziosa.

Di notte le candele fanno compagnia e sono indispensabili, alla vita di abitanti e escursionisti, in queste sperduti luoghi meravigliosi e affascinanti, che riportano in  me alla mente, la vita dei tempi passati raccontata dalle Nonne e dai Nonni.

Personaggi di Tina: cambiare non è morire

Doppia vita – di Tina Conti

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Quella casa sarà   fondamentale per entrambi.

I ricordi  spesso erano  evanescenti e idealizzati si mescolavano fra  sogno e realtà , per uno scrittore  di fantascienza  ora  era una vera goduria  pensare di ritornare alla vita nella casa dei nonni .

Si erano indebitati per comprare un camper  grande e confortevole, qualche giro di prova nelle settimane precedenti e dopo   l’acquisto della attrezzatura adatta   per giornate fredde e piovose erano pronti. Il progetto di  restaurare  la vecchia casa aveva impegnato mesi e incontri con amici per decidere  le modalità più  giuste e poco onerose.

Contavano sullo spazio pulito e confortevole del pulmino per avere tempi rilassati per il lavoro. Dalla città avevano portato  poche cose , non sapevano se  quella scelta sarebbe stata  una scelta   definitiva oppure un nuovo modo di vita per le vacanze o i momenti di riposo.

Il guardiacaccia della tenuta MAREMMI, gentilmente aveva mandato una squadra di boscaioli a ripulire la strada e parte del campo e giardino.

Si erano telefonati spesso per fare un resoconto  dei lavori che inizialmente avevano trovato delle difficoltà. Mentre procedevano con le seghe sotto un muro alla fine del bosco, avevano trovato una zona molto umida  dalla quale uscivano vapori caldi.

Con attenzione, liberando cautamente lo spazio circostante, era emersa una grande polla di acqua calda e sulforosa, qualche operaio ricordava racconti di vecchi che parlavano delle acque curative.

Ma da molto tempo nessuno ne aveva parlato più e nemmeno i nonni avevano mai fatto cenno a quella cosa. Mentre procedevano con la ripulitura i boscaioli avevano chiesto se tagliare  i sambuchi troppo vicini alle finestre, se potare il nocciolo sul pozzo e  quanto ridimensionare la pergola di uva fragola che  si era insinuata nel capanno degli attrezzi ostruendo  completamente  il passaggio.

Le telefonate erano quasi  giornaliere, ma c’erano decisioni importanti da prendere sul posto. Amedeo  che si intendeva un po’ di tutto aveva fatto partire  la caldaia a legna  che aveva  emesso però strani brontolii  consigliando di far intervenire un idraulico prima possibile.

Erano partiti presto, la strada era agevole, da lontano sembrava tutto apposto, parcheggiato il camper sotto la pergola, e presa la borsa frigo  grande  per una sopravvivenza  di emergenza entrarono. Tutto  era intatto come lo ricordavano, non si sentivano strani odori, il centrino giallo all’uncinetto ora  si trovava al centro del tavolo ovale  con sopra un vaso con il vischio di vetro. , la frutta  di cera un po’ impolverata era  sulla credenza, i gatti  di terracotta colorata a guardia della porta . Anche i rumori del vento e dello sportello del contatore  elettrico  che sbatteva   erano quelli di sempre.

Salirono al piano superiore, non dissero una parola. Come poteva essere rimasto tutto immutato?

L’aria era  pervarsa dall’odore di canfora e lavanda che usciva dai cassetti e dagli armadi.

All’attaccapanni dietro la porta, il cappello di paglia del nonno era vicino allo sciallino  a righe della nonna, che serviva a coprire le spalle prima di uscire  nelle giornate fredde..

Nel bagno il vecchio scaldabagno a legna grande e ingombrante, luccicava colpito dalla luce  che filtrava dal finestrino, aveva le sgocciolature di ruggine  che facevano tanto arrabbiare la nonna.

Camminando avanti e indietro nel corridoio, sentirono gli stessi scricchiolii  delle tavole di legno di quando correvano per arrivare primi al letto della nonna.

Lei , per la festa della befana, attaccava le calze vicino al suo letto perché diceva  la vecchia essere  sua amica e prima di lasciare i dolci voleva parlare con lei, quando si trovarono davanti al camino pensarono di provare ad accenderlo

Avrebbero potuto stare nella casa invece che nel camper  , tutto sembrava accoglierli.

Nello sgabuzzino ,c’erano i due  trabiccoli per  gli scaldaletto, arieggiarono i materassi e poggiarono  le lenzuola portate da casa vicino al camino scoppiettante.

Incantati e stupiti dalla nuova vita, trascorsero  quattro mesi  beati e sereni.

Si lasciarono  cullare dal tepore del sole  impolverati e con le mani macchiate dalla vernice. Rimasero incantati allo sbocciare delle prime primule e cullati dai cinguettii degli uccelli

Prepararono marmellate  con le bacche di rosa canina, susine selvatiche, sambuco.

Costruirono un piccolo pollaio in legno ,raccogliendo preziose uova fresche.

Si recavano nel paese vicino   nel giorno di mercato per le provviste e per  comprare nuove piante per l’orto.

Il postino un giorno, recapitò un avviso di giacenza.

Dovevano recarsi all’ufficio  per ritirare un  grande baule. Non si capivano le indicazioni di provenienza, e neppure  il nome del mittente, le carte erano rovinate e sbiadite.

Aspettarono qualche  giorno perché erano in attesa di  un geologo per valutare la natura dell’acqua della polla calda in fondo al campo.  Sarebbero andati di venerdì  per acquistare anche i mangimi per i  pulcini appena nati.

Ritirato il baule di legno verde con borchie di ottone  ,corsero a casa curiosi di vedere cosa contenesse, dimenticandosi anche del becchime dei pulcini  che pigolavano dalla fame.

Da quel giorno tutto cambiò, il baule era  per lei, che entrò  in un vortice senza dare  spiegazioni, devo andare, partire, mandava messaggi, lettere, riceveva continuamente  altri pacchi.

Si era trasferita nella stanza vicino al fienile, non voleva che nessuno la disturbasse, lavorava giorno e notte a un progetto  solo suo.

Non erano più una coppia, tutto stava cambiando, una mattina lei  uscì di casa con un abbigliamento davvero originale; calze a righe, abito arancio e viola  cappello verde, guanti gialli e borsetta arancio, si allontanò senza dire dove andava, non tornò più.

Atmosfere di Tina: ritorno al passato

ATMOSFERA CON ANIMALI – di Tina Conti

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Era primavera, era libera dal lavoro  e da tempo desiderava tornare  al suo paese, era tanto tempo che  mancava  da quel luogo che  aveva amato e dal quali si era allontanata giovanissima.

Sapeva che avrebbe trovato tutto cambiato, anche lei in quegli anni era diventata una persona diversa. L’autista fermò la bella macchina  un po’ distante dalla piazza principale, lei  con passi leggeri scese e si incamminò silenziosa,  desiderava assaporare  in silenzio, il nuovo incontro con la sua terra.

Era ora di siesta, la piazza appariva deserta ma,  lei sapeva che dietro  le finestre  c’era sempre  chi seguiva  i movimenti  e fatti  del paese. Dentro la vettura ,  il suo piccolo cagnolino  si era accucciato silenzioso sulla coperta a righe  un po’ strappata con la quale poteva giocare aspettandola.

Era abituato alle attese, l’autista  si occupava volentieri di lui,  gli permetteva anche di fare giri ai giardini e corse nei vialetti. Bastava un fischio e lui rientrava veloce dentro la macchina.

A casa però,  si scatenava con salti e capriole, e dopo la cena si accucciava ai piedi della padrona addormentandosi.

Quando usciva negli spazi pubblici , era guardato a vista perché leccava tutto e più volte   era rimasto intossicato, non si era mai capito da cosa.

L’ordine era di somministrargli solo il cibo raccomandato dal veterinario,  per questo in macchina c’era un corredo apposta per le sue necessità,  era trattato meglio di un figlio, forse , sostituiva il figlio che lei non aveva potuto avere.

Era un piccolo cane simpatico e allegro,  anche il portiere del palazzo di città si era affezionato a lui e al mattino presto se lo vedeva apparire al portone pronto ad attraversare il giardinetto e andare dal giornalaio. Saltellando sulle zampe posteriori, raggiungeva il banco di vendita per ricevere il biscotto  premio per le sue acrobazie.

Il biscotto naturalmente era di una qualità speciale supervisionato dalla padrona.

Marisa era il nome della signora matura che ritornava  al paese dopo tanti anni.

Guardò il palazzo con occhi lucidi, ripercorse il tempo trascorso con la sua famiglia,  i giochi,  gli amori, i dolori.

Dopo la morte dei genitori si era trasferita lasciando a un conoscente l’impegno a mantenere in uno stato decoroso la proprietà,  oggi però tornando riprendeva in mano la sua tradizione, la sua storia.

Avrebbe restaurato il palazzo per viverci con agio e  allargato e modernizzato il laboratorio fotografico del padre.

Nel piccolo negozio non era più entrata,   dopo aver aperto la porta fu investita da polvere e grandi ragnatele che le coprirono i capelli come una cuffia.

Per terra vide una  vecchia foto sbiadita che ritraeva la piazza  con un asino al centro e una donna che teneva in braccio una bambina.. quella bambina era lei con la sua mamma, sentì le lacrime scendere  calde e  inaspettate, lei non aveva avuto un buon rapporto con la madre e questo aveva pregiudicato le scelte di vita.

 Il padre invece con il suo fare  paziente e caloroso l’aveva tanto appassionata  al mondo della fotografia da  permetterle di fare una carriera brillante e  appagante.

Conosciuta in tutto il mondo si era poi trasferita  negli Stati Uniti  , dove incontrava artisti e critici che valorizzavano il suo lavoro.

Spesso per i suoi servizi  aveva usato le foto d’archivio del padre,  ristampandole e modificandole con grande talento.

Sentiva che una nuova tappa della sua vita stava iniziando. Avrebbe attinto a quella energia primitiva che il luogo di nascita   le avrebbe   regalato  ancora.

 Ai suoi laboratori  avrebbero potuto partecipare gli appassionati e i giovani in cerca di una buona occasione di lavoro.

Atmosfera di Carmela: il calduccio del carbonaio

Il ciuco di Tonino – di Carmela De Pilla

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Immagini senza colore, sbiadite da un tempo indefinito, illuminate solo dal ricordo di chi ha vissuto, di chi conosce bene la storia e mantiene ancora vivo quell’attimo  alimentato da un respiro un po’ stanco, ma ancora forte.

Era una foto non molto grande racchiusa da una sottile cornice nera, se ne stava nella penombra offuscata da altri quadri dai colori più vivaci, attaccato alla parete del lungo corridoio si nascondeva come se si vergognasse della miseria e della incomprensibile semplicità che rappresentava, non rimase però nascosto agli occhi di Angelina che incuriosita da quell’immagine insolita chiese alla nonna:

-Nonna chi è quello, tuo padre?

-No, piccola, quello è Tonino il carbonaio, pover’ uomo ne ha fatte di fatiche!

L’arco di Petrella faceva da cornice alla scena e la impreziosiva nei più piccoli particolari, per chi conosce quel luogo è facile individuarlo perché quell’arco ancora oggi sembra che stia lì per proteggere i pochi abitanti rimasti, ben solido con i suoi pietroni squadrati lascia intravedere il canale lungo il quale sono disposte le poche case sopravvissute ormai non più bianche, sembra di sentire il suono del silenzio che avvolge il tutto e in lontananza il brusio filtrato da una garza dà vita alle poche persone immortalate.

Nel mezzo della scena c’era lui con il suo carro sgangherato trainato con grande fatica da Lumin Lumin, il vecchio ciuco, anche lui sgangherato con cui aveva trascorso gran parte della sua vita, si volevano bene quei due e si rispettavano a vicenda perché sapevano che erano indispensabili l’uno all’altro, una pacca sulla schiena rafforzava ancora di più il loro legame e la povera bestia nonostante le fatiche mai lo aveva lasciato solo.

Tutti li conoscevano perché portavano un po’ di calore nelle case, quel tanto che serviva per non soffrire il freddo, sgangherato era anche Tonino che cercava di aiutare e incoraggiare il suo amico a tirare il carro lungo la salita, sembrava di sentire ancora il ticchettio degli zoccoli che sdrucciolavano sui lastroni di pietra levigati dal tempo, per  l’occasione però Tonino si era messo in posa cercando di nascondere un fisico che si piegava in due dalle fatiche, fiero e orgoglioso si dava arie da gran signore con il cappello di feltro in bella vista appartenuto già a suo padre.

-Eh, era bravo Tonino, non trascurava nessuno, pur di portare la carbonella in tutte le case era capace di lavorare nel bosco anche la notte!

-Ma nonna, come faceva? Sembra un vecchio di 150 anni!

-Sembra bambina mia, ma era giovane sai? Solo che una volta la fatica faceva invecchiare prima, si lavorava tanto e si mangiava poco!

-Ma cosa dici nonna! Se lavorava tanto guadagnava tanto!

-Tu non puoi capire Angelina, io ho 85 anni e me li ricordo bene quei tempi e soprattutto mi ricordo quei volti scavati e quei corpi appesantiti però ricordo anche il sorriso di Tonino che disegnava sul viso un futuro pieno di speranza.

Atmosfera di Elisabetta: quasi un film antico

COME IN UN FILM – di Elisabetta Brunelleschi

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Dalla diligenza scende un solo passeggero: non ha bagagli barcolla, e fatti pochi passi si accascia sulla terra color ocra della piazza. Un rigo di sangue gli cola da una guancia.

Il postiglione urla aiutatelo e subito dà il via ai cavalli. La diligenza riparte avvolta nella polvere.

Chi sarà? Da dove viene? Qualcuno lo conosce?

Gli avventori che a quell’ora affollano l’unico bar del paese, si portano sul marciapiede e lì si fermano. Guardano silenziosi quel giovane uomo ferito, ma non si muovono. Dai loro sguardi terrorizzati traspare un senso di paura e diffidenza.

Non lo conosciamo, è uno straniero, non ci si avvicina agli stranieri! Meglio stare attenti con gli sconosciuti. Ci sono gli addetti, sapranno loro come fare!

Questo stanno pensando.

Infatti il farmacista esce e si avvicina, lo guarda, si piega, fa per toccarlo:

– Frido, è Frido, il figlio di Maria! – Esclama ad alta voce voltato verso la piazza.

Il giovane muove la testa, apre gli occhi.

Sentito il nome tutti si affacciano, escono e tra mormorii di stupore e sconforto cercano di avvicinarlo.

– Fermi, state lontani! – Intima il dottore che stringendo una borsa accorre anche lui richiamato dalle parole del farmacista.

La ferita, forse da coltello, non è profonda. I due soccorritori la tamponano, la puliscono, disinfettano.

Frido vorrebbe alzarsi, parlare, ma il medico lo invita a rimanere calmo, in silenzio, poi gli spiega che quel taglietto sarà meglio ricucirlo per bene, guarirà più in fretta!

La piazza è gremita, tutti si chiedono il come e il perché di quella ferita. Nel brusio indistinto si odono storie di rivalità amorose, di gelosie, di debiti di gioco. In molti scuotono la testa lo conoscono, lo hanno visto crescere, si chiedono in quale brutta strada si era ficcato. Altri rammentano che da quando la mamma se n’era andata non era più lui, gli mancava una guida.

Intanto il medico assistito da farmacista sistema una benda sulla ferita. Poi tutti e due lo aiutano ad alzarsi. Frido lentamente va a sedersi su una sedia accanto ai tavolini del bar.

La folla applaude soddisfatta. Le son ferite curate, i dolori leniti, Frido tornerà a casa sano e salvo almeno per ora.

Al dopo pensa solo il dottore, tra due giorni andrà a controllare la ferita.

Ma questa storia fin qui cos’ha raccontato? La risposta è semplice e nello stesso tempo tragica: ha detto della paura verso gli sconosciuti che all’improvviso ti piombano davanti.

Se ti conosco e so chi sei, ti porgo una mano. Se sei uno straniero, se non ti conosco, posso dire poveretto, ma ti avvicino con molta cautela. Non si sa mai. È meglio stare attenti!

Come se chi, pensi di conoscere proprio nel tuo stesso paese, non possa, almeno una volta, averti nascosto il cuore e averti fatto credere, qualcosa che non era.

Così è capitato in quel nemmeno poi tanto immaginario paese.

E meno male che esistevano i medici e i farmacisti pronti a fare un passo avanti e buttarsi verso chi stramazza a terra noto o ignoto che sia .

Atmosfera per Carla: suoni fatti di mancanze

Suoni vuoti – di Carla Faggi

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Inizialmente era solo un brusio, un suono fatto di mancanze, poi quel vuoto si riempì, vi erano sospiri inquietanti, urla sussurrate, respiri forti e ritmati.

Cercai di alzarmi ma ricaddi pesantemente sulla branda.

Volevo muovere le braccia ma erano immobili come abbracciate le une alle altre.

Provai a parlare ma le labbra sembravano incollate, ci riprovai di nuovo ed uscì un suono, allora continuai ed il suono diventò più alto delle mie orecchie.

Mi spaventai ma come presa da un senso di liberazione provai di nuovo e fu allora che la mia voce si espanse in tutta la stanza ed esplose rimbalzando sulle pareti imbottite di ovatta.

Mi sentivo libera ed allora urlavo.

E poi urlai di nuovo verso quella luce accecante che mi ghiacciò gli occhi.

Poi ancora urlai verso quelle persone vestite di bianco che improvvisamente arrivarono.

Sentii la loro presenza e urlai di nuovo.

Sentii qualcosa di pungente e poi di caldo che entrava dentro di me e urlai.

Il caldo iniziò a svuotare le mie forze ed io provai ad urlare.

Ero di nuovo vuota, fatta di mancanze, non urlavo più.

E tutto tornò ad essere solo un brusio.

Atmosfera di Gabriella: gelo, brindisi e angoscia

Natale alla malga – di Gabriella Crisafulli

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La proposta era intrigante: trascorrere la notte nella malga di Herbert.

Di primo mattino eravamo tutti pronti con le vettovaglie in spalla.

La sera precedente aveva nevicato in abbondanza ma il cielo era terso.

Il freddo pungeva.

All’inizio il sentiero era sgombro però via via che si saliva affondavamo nella neve soffice e bianca fino al ginocchio.

Mentre ci allontanavamo dal paese, il suono del silenzio si allargava, diventava multiplo, interrotto dal rumore dei nostri respiri e dei piccoli cumuli che cadevano dagli alberi.

C’era da prendere un passo ritmico e cadenzato per attenuare la fatica.

Le parole si facevano rarefatte e il fiato si condensava intorno a noi in una nebbia che ci avvolgeva.

All’inizio i bambini non sentivano la fatica e godevano della neve a piene mani: ci si tuffavano e se la lanciavano a manciate vociando e ridendo. Ma quando la salita si fece più ripida divennero silenziosi interrompendo di tanto in tanto la quiete sbruffando e lamentandosi.

Per fortuna Werner, che era ben fornito di cioccolata a pezzi e the caldo, riusciva a sedare gli animi.

Camminammo, camminammo, camminammo … sembrava che la malga via via si allontanasse sempre più ma il vin brulè che veniva passato da uno all’altro, ci faceva sentire nuovamente in forze.

Quando in lontananza apparve l’alpeggio cominciò a serpeggiare un’allegria contagiosa.

Uno alla volta arrivammo al terrazzo coperto che si affacciava sulla valle, ci liberammo dei pesi e iniziammo subito a darci da fare per rendere possibile la permanenza nella grande stanza al pianterreno nella quale ci saremmo accampati anche per la notte.

Marcus e Rigus entrarono in casa per accendere il fuoco nel camino e nella cucina economica; Werner ed Ernst cominciarono a riempire i tegami di neve per portarli sui fornelli: era l’acqua per bere, cucinare e rigovernare.

Dagli zaini venne fuori di tutto ed Elli iniziò a preparare il cenone.

C’era chi appendeva i sacchi a pelo alla ringhiera della scala perché fossero caldi al momento in cui li avremmo stesi a terra per dormire; c’era chi dava una passata ai tavoloni di legno abbandonati alla polvere da tre mesi e chi accatastava stoviglie, bicchieri tovaglioli, posate; chi pelava, sbucciava, spezzettava, impastava, chi riforniva la cucina con tegami di neve da sciogliere sul fuoco.

I bambini sembravano non sentire il freddo e stavano per lo più fuori a giocare.

Enric e Nicoletta amoreggiavano vicino al camino.

Niente macchine, vicini, passanti, luci, rumori: solo le frasi in tedesco che rimbalzavano di qua e di là accompagnate da risate e bicchieri di vino. Solo un brusio che sapeva di buono, uno sfrigolio profumato, un acciottolio di stoviglie sommerse da secchiate d’acqua fumante.

Dopo cena andammo ad aspettare la mezzanotte in terrazza. Il cielo era tutto per noi. Le stelle facevano da decorazioni festose. Era tutto un rimbalzare di brindisi ed auguri.

In un angolo, appeso ad una trave della tettoia, un po’ nascosto, penzolava il cadavere mummificato di un gatto.

La coda, appena curva, dondolava.

Su un fondale di velluto blu la luna splendeva chiarissima.

Atmosfera di Lucia: la bambina sulla scala

Una bambina troppo piccola – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Una scala enorme
Una scala lunga
Riuscirò a salire fino in cima?
Sono piccola , senza parole e con gli occhi sgranati
E’ troppo grande e’ troppo alta quella scala!
Non potevo immaginare che esistessero luoghi così, tutto così immenso, gigantesco e silenzioso
Mi ero accorta che le persone appena entrate nel portone si ammutolivano davanti a quella scala
Le voci diventavano sussurri, quasi dei soffi
Le scarpe non potevano fare rumore, bisognava camminare piano facendo attenzione a non produrre alcun suono
Iniziava poi la salita con gli occhi rivolti verso il soffitto alto come il cielo
Poi in cima un altro portone di legno vecchio come il tempo
Di lato al portone uno strano campanello
Mi accompagnava mio padre e lui suono’ quel campanello producendo un suono assordante che riempì tutto quello spazio fatto solo di silenzio
L’attesa ebbe inizio
Verrà qualcuno ad aprire?
Tutto è così grande che forse anche quel suono invadente non riuscirà a raggiungere l’orecchio di qualcuno
Dopo un’attesa che mi sembro’ infinita il portone si aprì
Una piccola suora con un sorriso e lo sguardo basso fece un cenno di accoglienza indicando la direzione dove dovevamo sederci per aspettare ancora
Una stanza con vecchi mobili e vecchie sedie impagliate di bianco ma soprattutto un tendone color porpora separava la stanza d’attesa da un mondo misterioso, inaccessibile, non tangibile e nemmeno immaginabile
Solo silenzio e una luce ovattata filtrava da finestre poste in alto sulla parete
L’attesa continuo’ in un silenzio pungente
Poi un brusio fitto fitto, una cantilena che sembrava una nenia

Preghiere preghiere preghiere

Ieri ho salito di nuovo proprio quella scala e anche ieri mi è sembrata immensa, alta, ripida come sempre
Una colomba volteggiava silenziosamente come se le ali non muovessero l’aria
Volava in alto davanti a me per aiutarmi ad alleggerire quella salita
Uno scalino dopo l’altro senza far rumore ed un pensiero:
Sarà l’ultima volta che salirò questa scala?

Atmosfera di Nadia: ispirata da Carla

IL FARO SULLA SCOGLIERA (dalle suggestioni di Carla) – di Nadia Peruzzi

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Il faro si intravedeva appena. C’era nebbia tutto intorno. Quando i primi raggi del sole si insinuarono a rompere la spessa coltre, svelò la sua bellezza poco a poco.  Bianco, con due strisce rosse per esaltarne la visibilità, quasi a far da confine fra l’indaco del mare e il verde punteggiato dal giallo della colza e dal rosa violaceo delle eriche che cercavano di conquistare il primato in quel lembo di terra del New England, e in quella stagione strana in cui il clima ormai faceva coesistere fiori e piante che fino a qualche anno prima non si incontravano mai.  Una visione decisamente idilliaca che ebbe uno strano effetto su di lei. La intimorì, più che farla star bene.  “Deve essere la sensazione che prova qualcuno che é stato in prigione per anni e fuori dal cancello, si ritrova spaesato, a testa quasi completamente vuota se si esclude una domanda! E ora?”. Pensò Jane.  Cercò di non farlo vedere alle amiche . L’avevano tirata fuori a fatica dalla sua quotidianità fatta di caos cittadino, slalom fra macchine che sputacchiavano fumi puzzolenti e clacson dai rumori invadenti, andirivieni frettoloso e irrispettoso di folle vocianti .  Il tutto sotto lo sguardo di grattacieli altissimi, che in qualche giornata storta sentiva incombere su di lei.  La schiacciavano con l’arroganza di chi si era preso tutto il meglio. Per un singolo francobollo di cielo, dovevi quasi rovesciare la testa all’indietro e rischiare una bella caduta.  Per questo aveva concluso che non valeva la pena di guardare in alto. Era tempo perso. Tanto più che andava sempre di gran fretta proprio come la moltitudine che incrociava, nelle strade e sui marciapiedi e come tutti gli altri guardava davanti a sé,  o in basso per evitare gli ostacoli. Del cielo aveva deciso di fare a meno.  Il brusio attorno a lei era incessante, come quello che ogni giorno trovava in ufficio.  Una cosa non mancava mai, a far da sottofondo,  nel salone delle contrattazioni della borsa di Wall Street ed era il respiro affannato dei motori delle centinaia di computer accesi sul mondo.  Il resto era il vociare dei colleghi che compravano e vedevano di tutto. Tutto era vorticoso come un alveare. Ma in quell’alveare pieno di ronzii il miele non usciva. La borsa di Wall Street era piuttosto paragonabile ad uno schiacciasassi con cingoli pesanti. Un modo più soft per fare guerra al mondo, e per questo dovevi perdere ogni giorno sempre più umanità, abbandonare il senso di responsabilità verso gli altri, la capacità di interrogarsi sugli effetti collaterali di ogni singola contrattazione.  Le amiche di Jane non capivano come potesse lavorare in un luogo così straniante. Sogni, sentimenti, etica rimanevano fuori dalla porta girevole che la accoglieva ogni mattina. Da persona ad automa era il cambiamento che avveniva nei dieci passi che la separavano dall’ascensore che la portava fino al 35esimo piano.  La vedevano svuotata e stressata al massimo. Quasi ogni giorno cercavano di convincerla a staccare almeno per un po’. Poi decisero loro. La costrinsero, di fatto.  Prenotarono per cinque giorni in un luogo che avrebbe restituito vita anche ad un pezzo di legno.  Partirono un sabato. Il B&B verso cui erano dirette era un faro che era costato un occhio della testa, ma era solo per loro tre.  Non rivelò alle amiche la sensazione che aveva provato all’arrivo. Ci sarebbero rimaste male. Gli spazi senza fine, il cielo sopra di loro, la brezza che le intrecciava i capelli, il sole che la abbagliava, erano fonte di inquietudine.  Una vocina dentro di sé le ripeteva imperiosa e maligna : “Dalle scorie tossiche della quotidianità non ci si libera facilmente! ”Quando le amiche la chiamarono per uscire a fare una passeggiata, scese controvoglia.  L’aria era ferma. Il sole stava calando lentamente e infuocava l’orizzonte, le onde del mare si frangevano sugli scogli con delicatezza, senza esagerazioni. Dai campi arrivavano profumi che Jane non sapeva riconoscere, ma erano piacevoli e benefici.  Anche camminare le fece bene.  Arrivarono in un punto in cui la vista spaziava a 360 gradi fra mare e terra . Una visione potente che le riportò alla mente le praterie sconfinate che circondavano la casa dove era nata e cresciuta. La natura era allora signora di tutto. Era lei a scandire le azioni degli esseri umani non il contrario. Il loro lavoro e i raccolti anno dopo anno dipendevano da quanto la rispettavano e ne assecondavano tempi e modi di coltivazione.  Il tempo di allora fluiva più lento.  Le andava stretto. Lei era giovane e aveva una gran voglia di correre. Per questo, finiti gli studi se n’era andata lontano. I suoi sogni di allora finirono in un cassetto insieme alle romanticherie da ragazzina. Sapeva che nel mondo in cui aveva deciso di entrare avrebbe dovuto vestirsi di cinismo . Un prezzo che considerò lieve da pagare per conquistare un posto nel cuore pulsante della finanza globale . Camminarono ancora un po’ lungo la linea di costa. Il crepuscolo durò poco e il buio le costrinse a rientrare. La terra emanava un calore quasi materno, mentre il cielo si riempì in un attimo di stelle.  Non le vedeva da anni . La città le spegneva.  Quasi come se il cielo ne fosse privo.  Rivide lucciole a centinaia attorno a sé . Le sembrò che la prendessero per mano per riportarla ai suoi dieci anni e ad una notte senza luna, nel bosco vicino casa con suo padre e sua madre e lei che le rincorreva ridendo a più non posso.  Fece fatica a dormire. Troppe novità, troppo silenzio. Era abituata ai rumori che le arrivavano in un flusso continuo dal basso, in quella città senza posa 24 ore su 24.  Si girò e rigirò nel letto. Ogni tanto si assopiva facendo strani sogni. Lei che non sognava da anni, aveva ricominciato a sognare.  Si svegliò la mattina con meno ansia di quella che si sarebbe aspettata.  Ricordava molti dei frammenti del passato che erano riaffiorati con prepotenza, misti a nostalgia.  Un altro dei sentimenti di cui aveva dovuto fare a meno fin dal suo arrivo nella Grande Mela. La nostalgia è un freno le aveva detto qualcuno e lei l’aveva tenuta ben lontana.  Quella mattina sentì il bisogno di crogiolarvisi un po’. Era una sensazione così bella, anche se sapeva che non avrebbe dovuto farla riaffiorare del tutto.  Indietro non si torna, si disse, però si può imparare ad andare avanti in modo diverso da come aveva vissuto gli ultimi dieci anni.  I quattro giorni seguenti quasi volarono. Tornò a sentire e gioire del cinguettio degli uccelli. Anche le strida dei gabbiani le trovò meno fastidiose di quanto ricordava. Il chioccolio dell’acqua che scorreva in un fiumiciattolo poco lontano, e il fuscio delle foglie sugli alberi suscitarono una gioia bambina in lei.  Arrivò a tuffarsi nelle erbe alte un po’ per nascondersi alle amiche, soprattutto per stare a pancia in sù a guardare le nuvole che si rincorrevano nel cielo. La nozione tempo era sparita insieme al suo orologio. Si accorse che era da quando si trovava al faro che lo aveva lasciato in camera.  L’ultima notte che passarono al faro volle che fosse tutta sua.  Lo chiese come un favore alle amiche.  Si chiuse in un sacco a pelo e si lasciò avvolgere dal silenzio e dal buio. Si accorse che la cullavano, non la intimorivano più.  Sopra di lei il Grande Carro, attorno fruscii, picchiettii del becco di qualche uccello sugli alberi vicini, la risacca col suo moto continuo diceva, ”Ci sono anche io,  il silenzio assoluto non esiste. La natura è viva, si trasforma in continuazione e si fa sentire in mille modi, da chi ha voglia e animo di ascoltarla”.  Come la prima notte dormì poco. Non per il carico di adrenalina di cui ancora non si era liberata, ma per la voglia di non perdersi un attimo di quella immensa bellezza che le aveva riacceso passioni e sentimenti. Lo stupore che non provava più da anni ora lo provava per tutte le cose piccole o grandi che la circondavano. Riscoprì il suo cuore fanciullo.  Abbandonarsi al sonno le avrebbe fatto perdere il meglio di quanto natura aveva da offrire in una notte di fine estate con una luna così grande da sembrare un sole.  D’altra parte non voleva correre il rischio di perdere il filo che in quei pochi giorni era riuscita a riprendere nelle sue mani. Esile ancora, ma esigente e combattivo, nel seguirlo sentiva che stava tornando a ritrovare la sua vera essenza

Atmosfera di Stefania: ci vuole coraggio a parlare a voce alta

Cercava il silenzio – di Stefania Bonanni

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Il piu’ delle volte era quello che cercava: il silenzio.

Non voleva un silenzio di solitudine e campagna. Cercava un silenzio che si manifestasse solido, vero, presente, con un posto ed una dimensione. Ed accadeva ogni volta, puntuale.

La gente entra e la pesante porta antica sbatte  rumorosamente alle spalle del nuovo arrivato: SBAM, con la emme che continua a farsi sentire, sbiadendo. Poi brusii, chiacchiericci, rumori decifrabili anche senza vedere, senza girarsi. Rumori larghi di sorrisi senza risate, parentesi orizzontali di bocche che, educate, accennano appena un verso di maniera, che non turba la sacralità del luogo.

Entrano tutti, sempre i soliti, si dirigono con passi anonimi verso il posto che occupano di solito, la testa accenna piccoli inchini diplomatici, ed ancora si sente brusii. Piano piano prevale la voglia di pensare, del resto il senso e’ quello, ed i brusii si stemperano nell’atmosfera che si fa piu’ intensa, piu’ seria, piu’ sacra, e quindi anche piu’ scandaloso turbarla. Ci vuole coraggio per parlare a voce alta. Piano, come scende la nebbia, cala il silenzio, si espande e prende possesso di tutto, persone e cose. I presenti aspettano, le orecchie sono tese. Lei spera che questo faticoso silenzio duri, ma e’ turbato da una scampanellato argentina. Lei si scuote, quasi colta di sorpresa.

Non e’ la sola, a rimpiangere quel silenzio. Alla scampanellata risponde un ululato lungo ed intonato.

Il pastore maremmano in fondo alla chiesa, compostissimo, zampe unite e testa alta, come fosse in ginocchio, da’ il via alla funzione.

L’atmosfera di Rossella G.: la parete verde stupido

La stanza… – di Rossella Gallori

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Conosceva già la stanza, la riconosceva, se pur non fosse,  forse, la stessa…sapeva del muro scortecciato eppure e non ne vedeva più traccia, ricordava bene quel nulla di una parete “ verde stupido” un verde che aveva voglia di esser giallo e gridava inerte tendendo le braccia: vogliono essere azzzzurroooo…

Si la camera era quella, il suo stato d’animo però era diverso, non più paura bollente, ma tiepida sensazione che all’ inizio era brusio pesante di mancanze, ora era solitudine fredda ed irrisolvibile.

Provò a fare una nomenclatura, un elenco, un sistema ordinato del suo essere li:

La finestra: 2 ante, un vetro rotto da sempre, in alto a destra, due tenducce  scure di tempo

 vantavano qualche foro di sigaretta in basso a sinistra…poi, poi un cesso, un bidet, una panca verniciata di grigio, una lampadina fioca e ciondolante, un comodino a tre gambe, un coperta rattoppata, una bacinella sproporzionata.

Era così la prima volta è lo era ancora.

Lo ricordava bene, si, molto bene.

Aveva urlato per ore, poi aveva taciuto per giorni ed allora nel suo silenzio si era ritrovata con la luce gialla, faro ignorante,  che le sfiorava il viso gonfio di pianto, ignorando  gli scarafaggi innocui che le percorrevano le guance e quel lampo azzurro che allungava la notte con la sirena che pareva musica, un tutto che attimo per attimo le avevano insegnato a sopravvivere.

Ora dopo cinquanta anni si ritrovava li, più vecchia, più goffa, più grassa e più stanca, ma sempre, sempre più sola.

Si buttò sul letto…le gambe nude e formicolanti trovarono sotto le coperte infeltrite, qualcosa di caldo, di morbido, un qualcosa di umano con le orecchie, un cuore dal battito accelerato, quattro zampine … due croccantini  spezzettati le bucarono il braccio, li riunì e li porse al nuovo amico di pelliccetta vera, che le fu grato e le si strinse addosso…

Si trovarono soli, con il profumo aspro di caffè cattivo, sangue bollente e nero che scorreva da una macchinetta affollata di infermiere scoglionate.

Lei ed il gatto, un gatto e lei, nessuno  dei due sapeva perché era li, come ci era arrivato, quanto sarebbe stata lunga l’ attesa in quel buio a tratti rassicurante, erano due gatte vecchie a fine corsa, stanche di non  parole, non carezze…le dette un nome Speranza, non rivelando il proprio, si fecero compagnia, fu per poco….

Le ritrovarono all’alba  la piccola zampa nella mano rugosa….