La scelta delle donne: Carla

Donne- di Carla Faggi

Sonia è una donna moderna, realizzata.

Ha un ottimo lavoro, una famiglia deliziosa composta da un marito e due figli, i genitori ancora in vita anche se il padre non è autosufficiente. Inoltre è impegnata politicamente nel consiglio comunale del suo paese.

Come concilia il suo lavoro, la famiglia, la politica?

Facile. I ragazzi li accompagna lei a scuola quando va al lavoro poi a riprenderli ci pensa Ana, una ragazza ucraina che lavora part time per Sonia, lei adora stare con i bambini, dice sempre che quando sta con loro gli sembra di essere a casa con i suoi di figli che vede pochissimo e che stanno crescendo senza di lei. D’altronde non aveva avuto scelta se voleva sfamarli li doveva lasciare ai nonni e venire a lavorare in Italia.

Per tornare a Sonia quando Ana aveva il suo giorno libero ci pensava la nonna ai ragazzi tanto il marito infermo era accudito da Maria una non più giovane donna peruviana che viveva con loro e con il suo lavoro di badante accudiva a tutta la sua famiglia rimasta in Perù. Non aveva avuto scelta nel suo paese era molto difficile avere un lavoro e la sua era una famiglia numerosa.

La sera Sonia un giorno si e l’altro pure si occupava di politica, i figli andavano a letto presto e poi c’era il marito e quando lui era assente c’era sempre Concetta, che si occupava delle pulizie di casa di Sonia e che cercava sempre di fare qualche lavorino extra come baby sitter per permettere ai figli di condurre una vita decente, d’altronde separata da un ex marito disoccupato non aveva scelta che procurarsi tutti i lavori possibili.

Quindi Sonia era contenta, si sentiva una donna libera e soddisfatta, felice di vivere in questo mondo e in questa epoca dove le donne erano libere di scegliere la loro vita, lavorare, avere figli, essere impegnate politicamente. Inoltre stava anche scrivendo un libro: “Come le donne si sono emancipate nel ventunesimo secolo”.

Visto però che le favole anche quelle moderne hanno tutte una morale e tutte dovrebbero finire con “vissero felici e contenti” cerco di trovarci una morale ed un buon finale.

Per la conclusione mi risponde Sonia che giustamente dice che se non gli dai da lavorare stanno peggio, e poi le ha regolarmente assunte con stipendio dignitoso.

Per la morale la retorica direbbe che finchè una sola donna non è libera di scegliere nessuna lo è. Sempre la retorica direbbe lotta politica, uguaglianza sociale, opportunità per tutti.

Ma io detesto la retorica. E quindi non so trovarci la morale.

Si perchè io oggi, contenta della mia terza dose di vaccino, consapevole che la maggior parte del mondo, quella povera non l’ha avuto, rispondo che da sola la morale non la so trovare.

Se volete aiutatemi voi matitine……

La scelta delle donne: Vanna

I due volti della discriminazione – di Vanna Bigazzi

In modo certamente semplicistico, credo che la prima discriminazione della Storia sia stata quella dell’uomo nei confronti della donna, ai primordi. Il motivo? La superiorita` della forza fisica dell’uomo, da cui il suo approfittamento. Nel corso dei secoli, questo abuso si e` ovviamente modificato ma siamo dovuti arrivare alla fine ottocento, in Italia al 1946, qualche annetto dopo, direi, perche` le donne venissero considerate degne di far valere la loro opinione. Un effetto tardivo di civilta`? No certo, le donne erano e sono molte ed i loro voti comunque sono serviti e serviranno. Pseudoscherzi a parte, non e` proprio di questo che vorrei parlare ma della figlia del pregiudizio: la discriminazione come “ malattia della mente e del cuore”. Di come crei differenza e distanza anziche` comprensione e vicinanza. Il razzismo, nella sua ideologia, affonda le radici nella discriminazione. Ad Atene, dove e` nata la Democrazia, erano esclusi dalla vita politica: stranieri, donne e schiavi, mah… Insomma tutti quelli che per qualche verso si trovavano in condizione di “diversita`” rispetto all’uomo, quello vero, tanto per intendersi, che avesse qualche spicciolo nelle tasche. La donna poi, nei secoli, purche` non schiava, (le schiave servivano ad altro), e` stata riconosciuta nel suo ruolo di moglie e di madre. Come moglie non e` poco, come madre assolutamente inconfutabile. Ma veniamo ai giorni nostri e a rispondere alla domanda se in un passato, non troppo lontano, quello della nostra giovinezza, noi donne abbiamo veramente avuto la liberta` di scegliere il nostro futuro. L’argomento “ricamo” ci ha portato a questa considerazione, ma non solo l’attivita` del ricamo, anche tutti quei lavori ritenuti idonei ad una donna perche` potesse divenire minimamente indipendente, cosa che in fondo faceva piacere a tutti. Sinceramente non penso che la maggior parte delle giovani che eravamo, siano state libere di prendere in mano la propria vita, escludendo i casi, certamente non pochissimi, in cui siano state amorevolmente spinte e incoraggiate dalla famiglia e dall’ambiente circostante, a realizzare le proprie aspettative. Ad ogni modo credo che abbiamo dato veramente il massimo all’epoca, nei limiti che ci sono stati concessi ma anche con una lotta sostenuta in tempi non paragonabili a quelli di oggi. Non meravigliamoci dunque del conseguente fenomeno del “Femminismo” che in quanto esasperato, da movimento di protesta, degenero` a sua volta, in una forma di razzismo: “la castrazione dell’uomo”. Questo fatto fa riflettere sugli effetti del risentimento e del rancore socializzato. Da vittime si puo` divenire carnefici e proprio da qui: i due volti della discriminazione. Veramente brutta cosa, la discriminazione, un cane che si morde la coda, un abominio dal quale sembra difficile uscirne. Concludendo, forse utopisticamente, potremmo guarire da questa “malattia della mente e del cuore” ridefinendo il pensiero con parametri di uguaglianza e non con la corsa al potere, risanando le forze dell’umanita`che esistono in noi come ha fatto Gesu` riscattando, col suo sangue, gli uomini dal peccato.

La neve non ha scelta: Carmela

Fiocchi senza scelta – di Carmela De Pilla

foto di Carmela De Pilla

Cadono.

Cadono lentamente

s’incontrano, si abbracciano

mai si scontrano

Ognuno segue la propria strada

guardano dall’alto in basso

senza sospettare la loro fine

E cadono

Non hanno scelta

la terra li chiama

E intanto tacitamente

tessono raffinati ricami

Tutto si ricopre di una coltre bianca

e lo stupore mi pervade

Una strada è solo una strada: Cecilia

“IL COMPITO DI UN GUERRIERO E’ QUELLO DI TRASFORMARE IL PROPRIO MONDO IN UN TERRENO DI CACCIA” (Carlos Castaneda)

 La scelta – di Cecilia Trinci

Non mi ha soltanto lasciata sempre libera di scegliere.

Mio babbo ha fatto di più.

Mi ha insegnato a scegliere ogni volta.

E io ho imparato.

Mi ha insegnato che per prendere la strada davanti a un bivio bisogna ascoltarsi bene, sentire da dove viene la voce che ci chiama e andare.

Senza avere paura di cosa penseranno gli altri, di quello che comporterà e nemmeno delle nostre paure.

Ho imparato. E quando è toccato a me insegnare a farlo, ho usato le sue parole e le ho ripetute: “Scegli la via che ti chiama e non avere paura”.

E così anche mia figlia ha sempre scelto.

Più tardi ho letto un libro: A scuola dallo stregone di Carlos Castaneda:

Esamina ogni strada con accuratezza e ponderazione.

Provala tutte le volte che lo ritieni necessario.

Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda: 

Questa strada ha un cuore?

 E’ l’unico interrogativo che conti davvero. Se il cuore ce l’ha, la strada è buona. Se non lo ha, non serve a niente.”(Carlos Castaneda). 

Non avevo scelta: Lucia

A mio padre – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni



Non ricamerò sotto la pergola
Non starò a capo chino senza guardarti negli occhi
Sono salita sul tetto della nostra casa nel punto più alto
Mi sono seduta sui coppi di terracotta e ho
guardato le nuvole sparire all’orizzonte
Oltre la collina la vita mi chiamava
Era la mia vita e io non avevo scelta
Sono partita per un lungo viaggio e sono tornata dopo mezzo secolo
Con cura e con amore restauro ciò che mi hai lasciato

Scelta e non-scelta: Laura

Abbiamo scelta? – di Laura Galgani

“Dio vuole che ci poniamo delle domande, non che troviamo risposte“ Papa Francesco, Epifania 2022.

Non avevamo scelta. Mi sorprendo a riflettere su questa affermazione e chiedermi se per me sia vera.

Lo è, a livello personale? E ancor più, in senso collettivo? Non so dare subito una risposta. Devo interrogarmi in profondità.

Il principio di causa-effetto mi si presenta alla mente per primo: ogni fenomeno cela dietro di sé la spinta che lo ha determinato e produce a sua volta degli effetti. Quindi, una non – scelta è il frutto della mancanza di determinati presupposti. È il ripetersi di una simmetria in equilibrio.

Se non si sceglie, come individui o come collettività, è perché non sono maturate le condizioni per poterlo fare.

Che si tratti di non ricamare più, di partecipare al gruppo delle Matite o meno, di rovesciare un tiranno dal trono o no.

Ma allora mi chiedo: cosa accade, esattamente, nel momento in cui le condizioni di simmetria che fino a quel momento avevano portato ad una non – scelta, e quindi al ripetersi dello status quo, improvvisamente cambiano, e l’equilibrio si rompe, determinando una rottura che sfocia in un cambiamento, anche radicale ed improvviso?

Chi, o che cosa, sceglie, goccia dopo goccia, passo dopo passo, parola dopo parola, di introdurre nei fenomeni piccoli mutamenti, che, sommandosi, ad un certo momento – non prevedibile – portano alla rottura dell’equilibrio precedente e al nascere di un nuovo scenario?

La simmetria infranta, la fluttuazione del vuoto che si riempie di materia, da cui è nato l’universo, è stata una scelta?

Perché quel nucleo iniziale, che immagino denso e stabile, ha voluto provare un brivido, una scossa, divenendo cosciente di sé e differenziandosi da quel tutto in cui esisteva in maniera perfetta?

Tutto è determinato da ciò che è e ciò che è stato.

Nel mio piccolo posso solo accettarlo e decidere di vivere fluendo dentro il flusso della Vita, che è perfetta così com’è.

Non avevamo scelta – Ricamo e libertà: Nadia

Le ragazze degli anni 60 – di Nadia Peruzzi


Erano i primi anni 60 quelli in cui anche il tappeto d’asfalto dell’autostrada aveva iniziato a collegare il nord e il sud del paese e le prime macchine cominciavano ad avere prezzi più popolari e le utilitarie entravano anche nelle case dei lavoratori.  Pagamento a rate,  come per tutto il resto,  su quello non c’era dubbio.
Nell’aria cominciavano a farsi sentire le canzoni dei complessi che soppiantavano man mano le vecchie glorie del bel canto italico.  Erano gli anni in cui nella sala da ballo del Circolo Ricreativo e Culturale di Antella i big della canzone li potevi vedere da vicino,  se non toccare proprio.  Per noi erano sogni che si traducevano in realtà.  Noi che per anni nemmeno avevamo saputo come erano fatti,  noi che,  senza tv,  li ascoltavamo alla radio fremendo in attesa della proclamazione del vincitore di Sanremo.
Ma chi eravamo noi?
Eravamo le ragazze degli anni 60.  Mogli,   sorelle,  cugine, amiche.  Con i nostri vestiti di cotone a fiori stretti in vita,   con le passate sui capelli alla moda di Grease.
Noi che finita la scuola cercavamo un impiego alternativo a quello dei campi che stava iniziando a sparire insieme alle famiglie contadine che cominciavano a trasferirsi altrove,  e a quello della fabbrica che ci avrebbe portato lontano da casa per troppo tempo visto che le grandi fabbriche erano per lo più dall’altra parte della città.
Noi che cercavamo strade per la nostra indipendenza economica e per integrare in qualche modo il bilancio delle nostre famiglie e ci siamo imbattute nel lavoro a domicilio e nel ricamo.
Era fiorente all’Antella in quegli anni.
Non c’era casa che non avesse almeno una ricamatrice,  guantaia o una delle decine e decine di attività legate a quella tipologia di lavoro.
I Barbieri,  i Ceccherini,  i Migliorini,  le Ferrini alcuni dei nomi di chi ha fornito il lavoro e fatto fortuna con il nostro lavoro e la nostra maestria.
Noi passavamo il tempo chinate a finirci gli occhi.  Ora dopo ora,  giorno dopo giorno.  Spesso era difficile ritagliarsi lo spazio libero del tutto anche nelle feste comandate .
Toccavamo stoffe delicate e vaporose che avevamo paura di sciupare da quanto erano belle.
Il telaio era il loro letto.  Le tiravamo,  le sistemavamo con amorevolezza cercando di eliminare qualsiasi piega anche minima.  Poi arrivava la carta col disegno e sulla stoffa comparivano quelle linee di colore azzurrino . Fiori,  cifre,  lettere,  spighe di grano,  rose,  fiordalisi,  mughetti,  anemoni . La scelta dei colori e del filo era la stoffa stessa ad orientarla,  ma più spesso a decidere era la commessa che si riceveva al momento in cui si andava a prendere il lavoro.
Poi i punti fitti fitti come note su uno spartito musicale.
Un lavoro spesso chiuso nelle mura domestiche,  nei ritagli di tempo delle incombenze casalinghe,  e in molti casi notturno.
Dove era possibile il telaio era luogo di ritrovo.  Se vicine di casa ci mettevamo d’accordo,  trovavamo un punto comune,  soprattutto nella bella stagione,  ognuna portava una sedia e un telaio e il gruppo era fatto.
Era un piacere avvicinarsi a quei gruppi per vedere quelle mani che correvano sulle tele, quegli occhi vivaci, quella sapienza che si traduceva filo dopo filo in opera d’arte.
Correvano le vite attorno a quei telai. Le nostre e quelle degli altri.
Gli amori che stavano per nascere, quelli finiti e passati, le nascite, le malattie, le morti.
Era un fiorire di storie sui personaggi che in una comunità non mancano mai . Da noi il Pini e la Bianca , sua moglie, Angiolino che in un certo momento si mise a passeggiare per il paese con una capretta, o il Nanni gran simpaticone, aiutavano a tirar fuori dai cassetti dei ricordi aneddoti che in breve erano diventati patrimonio collettivo.
Anche i grandi eventi della politica si affacciavano a quei crocchi. Erano gli anni delle passioni forti e di grandi idealità e il senso comune ne era pervaso.
Non mancavano nemmeno i racconti sui big della canzone, o i riferimenti ai fotoromanzi con le loro storie e gli attori che ne erano protagonisti e facevano sognare.
Intanto le mani correvano su quei rasi, su quei lini , su quelle organze di seta, su quei cotoni leggeri. Anche ad un occhio di bambino come il mio di allora giungeva l’eco del capolavoro.
C’è voluto del tempo prima che avessimo coscienza del fatto che quei nostri capolavori giravano per il mondo, arrivando a destinazioni lontane e lontanissime. Il nostro orizzonte all’inizio lo immaginavamo limitato al tratto breve che ci separava da chi ci forniva il lavoro, e andava non molto oltre quello.
Le case dei signori a Firenze e provincia o in qualche altra città italiana.
Lo stare insieme alleggeriva la fatica. A volte dava l’idea di una festa , soprattutto quando ci si poteva riunire fuori casa, nelle corti, sotto gli alberi del viale.
Festa non era . I pezzi che prendevamo dovevano essere completati in un tempo determinato e non c’era ritardo o giustificazione che potessero essere accettate. Anche la malattia non aveva tutele. Le opere d’arte si traducevano in oro per chi dava il lavoro mentre dall’altra parte spesso i compensi erano del tutto inadeguati alle ore e al lavoro che ci veniva richiesto. In fin troppi casi nemmeno i contributi per la pensione erano previsti, tanto meno pagati.
Noi ragazze degli anni 60 dovemmo attendere fino 1973 che il Parlamento varasse una legge sul lavoro a domicilio come forma di lavoro subordinato e soggetto quindi ai doveri ma anche ai diritti del caso. E come per tanti altri settori il miglioramento non avvenne per grazia ricevuta ma dopo lotte e impegno collettivo.
Noi che eravamo ragazze negli anni 60 abbiamo visto un paese in ebollizione, in grande cambiamento e alla ricerca della sua modernizzazione.  Abbiamo attraversato tutto questo mettendo in campo i nostri sogni, le nostre aspettative, la nostra voglia di fare e collezionando anche non poche delusioni e soprusi.
Sappiamo di aver percorso la vita compiendo scelte. Piccole o grandi tocca a tutti farle. Dovessimo fare un bilancio in merito alla condizione di lavoro, pur tenendo conto di tutto quanto ci siamo detti fino a qui a volte c’è capitato di chiederci se in fondo la strada che abbiamo intrapreso non fosse stata segnata anche dalle circostanze e dalle occasioni che c’erano o non c’erano allora.  E il dubbio che resta è che ci si siamo dovute adattare in un modo o nell’altro. In somma e in fondo . La sensazione a distanza è che non avevamo poi tutta quella grande scelta che la visione romantica del mondo del ricamo può far balenare.

La stanza sospesa: Nadia

La stanza sospesa – di Nadia Peruzzi


Se mi chiedono come stai in questo periodo, rispondo quasi sempre con un “ se deve andare peggio, che vada così come sta andando ora!”.
Interlocutoria ma sincera, data la cappa di incertezza che ci opprime da un bel po’.
Traducendo tutto questo in una stanza mi è venuto da pensare ad una stanza in cui prevalga un sensazione di sospensione. Dei pensieri, dei sogni, dei progetti, dei piani a medio o lungo termine. Si vive alla giornata.
La mia stanza è una stanza sospesa, fra un ieri scombussolato alquanto dal presente e un domani che non sappiamo quando tornerà a regalarci di nuovo tranquillità e piena di libertà.
Cerco di viverla senza ansie particolari , prendendola un po’ così come viene. Se dovessi pensare al tempo che scivola via e che non si riagguanta più o in termini di “ma quante albe e tramonti mi potrà capitare di vedere ancora?”, sarebbe depressione assicurata.
Invece nel carpe diem si prende atto di cio’ che c’è, del calore che trasmette la stanza dove passo buona parte del mio tempo, della luce che l’attraversa e la rischiara, del movimento e della confusione con cui i bambini la riempiono e la ravvivano ogni volta che sono con me, delle voci che arrivano via cavo e risuonano spesso come un rumore di fondo che ha fin troppo di ciò che si deve sapere ma non è sempre detto che sia la verità.
Il qui e ora solo io, diventa nello stesso angolino un noi nei mercoledì dei nostri incontri,vicini pur da lontani, a contatto se non di gomito, di certo di spirito e di sentimento.

Incontro del 4 gennaio 2022

Il primo incontro dell’anno ha visto una cascata di bellezza con i ricami.

L’etimologia di RICAMO è “segnare con righe, punteggiare, cifrare, e anche scrivere ” dall’arabo RAQAMA.

Come dice Carmela il ricamo deve seguire un progetto, utilizzare un piccolo ago e del filo, lavorare sulla stoffa, come appunto una scrittura, che, come anche Stefania conferma, deve seguire un percorso, utilizzare semplice carta e penna e lavorare su una ambientazione, simile alla stoffa.

Tina riflette come il ricamo “abbia sempre “punteggiato” la sua vita, le ricorrenze importanti, come sia stato un elemento di manifestazione d’amore per i suoi cari. Ci porta i suoi lavori e ci riporta alla storia del ricamo, al buratto, al filet, al tombolo……

Carla ricorda con tenerezza gli anni giovanili in cui faceva l’accompagnatrice di anziani in vacanza. Ricorda la loro energia, anche sentimentale e affettiva e i centrini che le regalavano. In casa ha una tenda speciale.

Rossella condivide con noi i lavori di una amica suora dalla particolare pazienza e abilità e una foto particolarmente creativa.

Carmela ci espone i suoi tesori, ricorda il corredo delle spose, come simbolo di amore e augurio per il futuro e ricorda le parole della madre: “Chi ricama si educa alla pazienza, alla tenerezza e alla bellezza”. Ricorda anche come il ricamo e anche le relazioni personali abbiano bisogno di cura e rispetto dei riti.

Anche Laura ha i suoi “ricami nel cassetto” e ricorda come Leonardo da Vinci, tra le sue invenzioni, abbia da vantare anche uno strumento per trasformare l’oro in una lamina sottile per ricoprire il filo da ricamo per le vesti più preziose.

Lucia espone i suoi “sogni e segreti” raccolti nel tempo e conservati nella soffitta del tempo, molto apprezzati, anche se ammette di non riconoscersi in questa forma di arte.

E Lucia conserva, in cantina, anche il corredo della mamma

Nadia, Patrizia e Stefania ci ricordano il duro destino delle ricamatrici a cottimo che lavoravano “nei vari angoli del paese” dell’Antella e come il ricamo abbia costituito fonte preziosa ma anche faticosa di lavoro, di sfruttamento e anche, in certi casi, di discriminazione e isolamento.

Raccontano anche della famosa Scuola di Ricamo dell’Antella e delle bravissime maestre

Patrizia ha bei ricami in casa

e ha comunque imparato a ricamare, come questa tovaglia:

Vanna ricorda il suo breve incontro con il ricamo, alla scuola media, visto come impegno e educazione alla tenacia e alla costanza. Anche nel tempo l’insegnamento del ricamo, per le donne, è stato di sicuro un allenamento alla pazienza.

Sandra ammette che, al di là di qualche centrino per casa, il gusto per il ricamo è un dono recente.

Mimma, figlia di madre sessattottina e pure attivista, non ha avuto modo di avvicinarsi al ricamo, ma condivide alcuni oggetti preziosi di casa.

Anna ricorda il lavoro della madre che non ha voluto trasmetterle l’arte pensando di proteggerle gli occhi dalla fatica e che ora percepisce come un’occasione di apprendimento mancata.

Quasi Epifania

SIAMO SEMPRE TRE… – di Rossella Gallori

Il treno per fortuna era partito in orario, lei era salita distrattamente, si accorse subito di uno strano brusio, di sorrisetti scemi, di un odore strano: un misto tra profumo intenso e puzza di animale selvatico. Si sedette cercando di non toccare niente, pur sapendo che il niente, forse era inutile…guardava l’ acqua fiorentina che scorreva parallela alle rotaie, una gara senza vincitori, né vinti. Per fortuna Natale, Santo Stefano e San Silvestro erano passati tra dolci, telefonate e messaggi, poca compagnia, ma ormai questo era “oggi” cercava maledettamente di spengere il cervello, su un locale in quasi corsa per Firenze/ Campo Marte.

Quando le risate  aumentarono, fu costretta ad ascoltare:

Ma dove son saliti?

Ma come son vestiti?

Ma uno è nero? O mi sbaglio?

Ma come han fatto a salir con “le bestie”

O icche c’hanno in capo?

I soliti extracomunitari, oh quanti ce n’è?

Per me gliè un gruppo rocche!

Oh che puzzo!

Oh che profumo!

Siee  e ve lo dico io, son quelli di cinema, comparse che un n’ hanno fatto in tempo a cambiassi.

Stufa del cianìo  si alzò.

Si, mi alzai, diciamo la verità, è dura la terza persona quando racconti ciò che è accaduto;  le Sieci erano passate, Rovezzano era la mia fermata,  quasi a casa, finalmente.

Con grande stupore li vidi scendere, mi stropicciai gli occhi, cosa sconsigliata , ma indispensabile in certe situazioni….

 Tre ragazzoni dall’ età indefinita lentamente venivano verso di me, tre gradazioni di pelle, tre copricapo assurdi,  un abbigliamento improbabile e sfacciato da far impallidire i Maneskin,  tre cani  gibbuti e giallastri senza guinzaglio alcuno, seguivano biascicando  le orme dei  padroni, orinando qua e la senza ritegno.

E questi?

Non ebbi paura, sembravano illuminare un quasi buio invernale, con il loro incedere, vedendoli più da vicino notai occhi grandi, buoni, scuri ed intensi, rivolti verso un cielo, che si stava accendendo di piccole fiammelle, sembravano al tempo stesso stranieri e famigliari, gente come me diversa da me, che avevo già visto.

Si rivolsero a me in una lingua che non conoscevo ma capivo, cercavano un bimbo, una casa modesta, una coppia povera. Dare un’indicazione non era facile,  sorrisi sollevando dispiaciuta le braccia, il profumo d’ incenso mi stordiva, più mi avvicinavo e più lo sentivo, ce n’era anche un altro, ma non lo conoscevo….tutto proveniva da incerti incarti dorati, che tenevano tra le mani.

Poi lo scenario cambiò, un nastro lunghissimo argenteo solcò il cielo, sorridendo i tre accelerarono il passo, avevano trovato, quel segno che cercavano…

Si inchinarono a me che a fatica respiravo, impietrita dagli eventi, prima di lasciarmi mi chiesero come mi chiamavo, risposi balbettando ….loro si presentarono: il re innamorato, il principe e l’ artista dal volto scuro!

Chissà se Melchy ,Gaspy e Baldy  troveranno quel che cercano: case povere, bimbi infreddoliti, coppie distrutte dagli affanni. Penso proprio di sì…

E fra quattro giorni arriva l’Epifania

Ps: dedicato a chi ho incontrato anche per pochi minuti e mi son rimasti nel cuore per sempre.

Fantasia natalizia: Luca

Regalo di Natale – di Luca di Volo

(ovvero la stanza che non c’era)

Per Natale aveva ricevuto un regalo. Bonariamente , il suo benefattore gli aveva detto: ”So quanto tieni alla tua intimità e quanto ami gli ambienti accoglienti e molto personali. Allora ti dico: gira un po’ dappertutto, guarda e scegli. . il luogo dove ti fermerai, sarà tuo…e non preoccuparti per il costo o cose del genere…mi conosci”.

Detto fatto. . viaggiò, traversò oceani e montagne…

Su una spiaggetta vicino a Tahiti, in una casetta tra i palmizi, quasi affogata tra le stelle del Sud…credette di aver trovato la sua pace. Fece venire il benefattore che si mostrò contento: ”Allora hai scelto?! Bravo! Allora concludo?!”

Stava per dire di sì quando un pensiero gli trapassò la mente. . oddio. . ma quello era il posto degli tsunami. . dei terribili tornado. . no no. . meglio cercare altrove. .

Lo disse al benefattore che sorrise con comprensione. . ”Allora vai. . alla prossima volta. . ”

Un po’ gli dispiaceva. . ma si rimise in viaggio. .

Questa volta aveva trovato un attico. . su un’immensa terrazza nel mezzo di un’enorme città. . ma il rumore lì non arrivava. . silenzio perfetto. . e poi tutte le pareti erano trasparenti e davano su un terrazzo pieno di piante lussureggianti. . Era sicuro che quello sarebbe stato il suo buen retiro. . quindi fece ritornare il benefattore.

Arrivato, questi si guardò intorno, incantato da quel luogo. . ”Allora ti stabilirai qui?”

“Ma certo…”

“Sicuro? Mormorò il benefattore. . (conosceva i suoi polli. . )

Stava per ribadire il suo sì convinto. . ma    il solito pensiero maligno gli traversò la strada. ”Mamma mia…quassù. . tanto in alto. . posso cadere io o può venirmi sopra un aereo. . l’aereoporto è vicino …”

Quindi tacque. .

Con un sospiro il benefattore rimise in tasca il portafoglio mormorando: ”Vai , ho capito. . cerca ancora. . e, con piglio insolitamente severo aggiuse: ”Ma che sia l’ultima…”

Era stanco ma si rimise di nuovo in viaggio.

Alla fine. . ormai sul punto di abbandonare , trovò quello che cercava: un edificio imponente, immenso…circondato dai picchi dell’Himalaya…poteva dal suo ufficio guardare sopra i tremendi ghiacciai battuti da venti terribili. . rimanendo nel lusso e nel caldo del suo ufficio. .

E non era solo. . con lui c’erano migliaia di persone. . laboratori. . cucine. . biblioteche… Era per questo che l’edificio era stato costruito. . un tempio laico. . votato solo alla conoscenza del mondo e dell’uomo. .

Con sospiro voluttuoso. . chiamò il suo benefattore. . sì . . sì. . questa volta era sicuro. .

Premette il pulsante…

Un dolce buio l’avvolgeva, materno…sapeva che era la notte di  Natale. . ascoltò in silenzio il quieto e regolare respiro di sua moglie assaporò il profumo leggero che trasmetteva…

La sua ricerca era finita…e il benefattore lo sapeva…di sicuro…e  gli parve di sentire l’eco di una bonaria risata. .

Domani sarebbe stato un bel Natale. .

La stanza segreto: Anna

STANZA SERENA E STANZA RIFUGIO – di Anna Meli

            La mia stanza serena non ha pareti né soffitto. E’ immensa e luminosa, piena di voci di persone amiche e di ragazzi allegri. Non ha angoli né spigoli e ognuno trova il suo spazio insieme agli altri sentendosi liberi ma non soli, in una condivisione di pensieri e di sentimenti per lo più positivi.

            Forse non esiste, ma mi piace crederla possibile e il solo immaginarla mi fa sentire bene e la cerco quando pensieri grigi cercano di farsi largo nella mia mente come le nuvole nere dell’inverno.

            Non sempre però ho la meglio e, allora, ho bisogno della stanza rifugio che non è una vera stanza ma parte di essa.

            E’ un angolino fra il tavolo di cucina ed il termosifone dove mi accuccio su una seggiolina impagliata bassa e fornita di un morbido cuscino rosso. Lì mi sento protetta quasi abbracciata nell’angolo alle due pareti. Se è sera, non accendo la luce perché in questi momenti anche l’oscurità può essere compagnia confortante e il silenzio amico dei miei pensieri.

            A volte sono stata sorpresa nel mio angolo rifugio dall’improvviso accendersi della luce da parte di qualcuno che entrava e mi sono alzata gelosa di quel momento per me prezioso; quasi sempre però ho ricevuto un affettuoso abbraccio di comprensione e tenerezza. Mai nessuno mi ha chiesto perché. L’angolo rifugio è rimasto segreto e solo mio.

La stanza sospesa – Stefania

La stanza sospesa – di Stefania Bonanni

C’è una stanza segreta che mi parla da tempo, in silenzio. Una stanza piena di assenza, di trapezisti in bilico, di cose sospese, di se, forse, non so. Vedremo, faremo, apriremo le imposte, accenderemo la luce. “No, non ancora. Lasciami a galla, immobile, ancora un po’. “Forse oggi ce la faro’, forse riusciro’ a riacchiappare il sogno bello che stanotte mi ha fatto ridere. Forse, se chiudo di nuovo gli occhi e stringo forte le palpebre, lo ritrovo li’, dietro l’angolo. Dietro quell’angolo ancora buio ma non piu’ nero di notte, colpito di sbieco da un raggio di luce fioca che filtra da destra, dal fondo della serranda ancora chiusa. La stanza è piena di un chiarore lattiginoso che sembra solido, una via di mezzo tra la notte che non si decide a sparire, ed un giorno che non ha promesse da mettere sul piatto. Una meraviglia di momento senza nome. Non notte, non Alba, non mattino, né giorno, né realta, né sogno. Come una ragnatela che si allarga e si romperà, e costringerà  a muoversi, ad atterrare, ma per ora regge sospesi, fa dondolare. Come l’acqua che culla, come cantilene antiche, e sapere con certezza, e mai certezza fu più certa, che la mia, quella che mi somiglia, è la stanza sospesa. Un momento magico, con il chiarore che si allarga e proietta sui muri ombre bianche, mentre gioca tra le pieghe delle tende chiare e le fa sembrare gonfie, come a nascondere il mondo, come a dire che c’è  un mondo fuori, ed un mondo “dentro”. Ed è un ballo che si può ballare: un passo fuori, un passo dentro. Senza sbagliare. Un passo fuori, un passo dentro.

La stanza salotto – Mimma

SONO IN SALOTTO – di Mimma Caravaggi



Mi trovo in salotto dove passo gran parte della mia giornata. E’ la  stanza che prediligo e dove c’è la mia poltrona preferita ma non riesco a godere appieno sia della stanza che della poltrona poiché l’atmosfera attuale non è delle migliori. Il periodo che sto attraversando è molto complicato e nonostante la  positività del mio carattere non riesco a raggiungere l’umore allegro a cui sono abituata e pur stando nel mio angolo preferito, nella mia stanza preferita, ho un groppo alla gola per tutti i pensieri che si accavallano ma di cui uno in particolare mi rende triste. Dopo oltre trent’anni ho dovuto mettere in vendita la mia casa. Il solo pensare di dovermene andare è così doloroso che a volte mi dico : “non è possibile, la mia casa la mia stanza a breve non le avrò più” Non ci credo e l’idea di ritrovarmi in un condominio mi angoscia. Non sono mai stata in un condominio ed ora mi vedo catapultata non solo fuori di casa senza più la mia stanza dove ricomporre i pensieri e i ricordi, ma in un posto che non mi piace e che non lo vedo adatto a me, al mio carattere. Oltretutto la casa attuale è costata tanti sacrifici e fatica prima di tutti alla mia mamma che mi ha permesso di acquistarla e poi 15 anni per restaurarla e farla mia con le comodità e le mie idee. E’ dura a questa età pensare di doversene andare, sobbarcarsi un grosso ed impegnativo trasloco cercando di ridurre mobili e suppellettili al minimo indispensabile. Attualmente è piena,  anzi strapiena di ninnoli ognuno legato ad un ricordo, ad un viaggio, ad un affetto e se penso che dovrò lasciare anche tutto questo beh allora arrivano le lacrime. Questi pensieri si sovrappongono ad altri mentre sono sulla mia poltrona nella mia stanza , nel mio angolo preferito  e  penso che non ne avrò altri uguali.

La stanza della solitudine – Sandra

La stanza della solitudine – di Sandra Conticini

In questo periodo pieno di incertezze e di cose che è consigliato non fare, il mio posto è nella stanza della protezione e della solitudine. Cerco di fare cose da sola anche se amavo la compagnia. Con grande dispiacere sento che mi sto chiudendo in me stessa sempre più.

Durante il giorno, quando decido di stare in casa o il tempo è brutto, mi metto sul divano a leggere o a fare qualche lavoretto passatempo. Il pomeriggio passa velocemente, ma arrivo a sera che mi sento come se fossi stata in prigione. I  giorni che ho l’opportunità o la voglia di stare in compagnia  a fine giornata sto bene, ma purtroppo  succede raramente, perchè il tempo che passa mi sta cambiando.

Poi riflettendoci questi cambiamenti non dipendono solo da me, perchè la pandemia ha lasciato a quasi tutti qualcosa di negativo,  ci ha tolto la libertà di scegliere ed abbiamo tutti più ossessioni, paure e tanta solitudine.

La Stanza Nonna: Stefania

La stanza-nonna – di Stefania Bonanni

Una stanza luminosa, dove si sta bene, coperta di mobili chiari in contrasto con un pavimento nero.  Una stanza che non si puo’ fare a meno di frequentare perché ci si mangia, ci si cucina, ci si fa il presepe, si disegna, si fanno i biscotti, ci si fa colazione e merenda. Dove si mette a bollire il sugo, mentre si fanno le parole crociate e se c’è un raggio di sole ci si affaccia su un minuscolo angolo di verde giardino, popolato da gatti estranei. Una stanza che si usa perché serve, ma che è piacevole e serena, popolata da strani oggetti frutto spesso di visioni fantastiche, come il cane di legno portato dalla piena dell’Arno, ed il pappagallo di plastica che si poso’ sul lampadario, senza più ripartire. Una stanza che si chiama cucina, ma si potrebbe chiamare Nonna. Che è semplice e molto moderna, ma mantiene pranzi della domenica e delle feste, come da tradizione. Una stanza dove trova posto il seggiolone che tra poco non servirà più a nessuno, ma che aveva trovato una nicchia perfetta e sembrava un arredo. Dove molte cose hanno trovato posto: ne’ troppo, ne’ troppo poco cucina. Ne’ una gran fatica, ne’ una minestrina riscaldata.