Il Pratone e la Foresta – di Stefania Bonanni

Aspettavo, aspettavo le parole giuste, e nn le ho trovate. È come quando si parla dei figli, e parlarne non restituisce l’amore, la meraviglia, l’incredibile bellezza, l’unicita’ rara, che siamo consapevoli siano solo per la mamma, e le parole non rendono, banalizzano, in fondo i figli sono tutti uguali, muovono le medesime corde tra ifili del cuore. Per questo, non trovo le parole, ed anche perché i motivi profondi del mio grande amore per certi luoghi non li conosco. Potrebbero essere mille, e nessuno nello stesso tempo: un caso, un fulmine, un giorno più sereno, un ricordo che ho avuto bisogno di costruirmi. Certo, mio nonno era di Pratovecchio, la mia nonna di Pelago, ed io queste radici le sento profondissime, uscire dalle mie mani, dai miei piedi, sprofondare, e riconoscere il terreno. Quando mi stendo in estate sul pratone d Vallombrosa e chiudo gli occhi, riesco ad allentarmi, ad abbandonare nervi e muscoli, tento sempre di sprofondare un po’, di respirare al ritmo delle foglie che ballano sui rami, così in bilico, anche se poi cadono solo quando è il loro momento. Se fosse possibile costruirsi un paesaggio della pace, vorrei una montagna sullo sfondo, che non finisca a punta, ma si infili tra la terra ed il cielo inchinandosi in un enorme prato, sulla vetta. Lo chiamerei, pe esempio, Pratomagno. Subito sotto, sulle pendici, una meravigliosa foresta di alberi dritti come frecce, come giovani con folti capelli e gambe dinoccolate, tutti protesi a cercare il sole, ma senza salire addosso agli altri, né pestar loro i piedi per avere più spazio. Come un esercito di sentinelle. Un esercito profumato di resina, canterino di uccelli, che al massimo potrebbe tirare una pina, avesse bisogno di difendersi. L’unico esercito che m piace. La chiamerei, per esempio, foresta di Vallombrosa. Anche lì un grande, accogliente prato , tappezzato di verde, più chiaro dove la gente come me passa le giornate distesa, più scuro all’ombra di giganteschi alberi, la sola vista dei quali regala certezza. Loro hanno visto e sentito, c”erano e ci saranno, solidi, stabili, hanno un senso in estate, e in inverno, l’acqua, il freddo, la neve, portano loro salute e foglie. Fanno a nascondino con il sole: le foglie ed il vento lo spezzettano alla vista e lo restituiscono in mille raggi brillanti, di quelli che fanno strizzare gli occhi alle persone, che non hanno sensi adatti a tanto abbaglio. Tra la montagna e la Valle Ombrosa farei scendere centinaia di torrentelli con le acque nervose che ridacchiano mentre saltano sassi e tronchi, magari portandosi dietro qualche piccola trota che ridaccha anche lei. Poi, nel mio paesaggio del cuore, disegnerei l’Arno, proprio sotto il pratone, e la mia pescaia preferita. Così, tutto infilato nello stesso scenario, non dovrei più scegliere.
La mia mamma ogni volta che si parlava di andare da qualche parte, diceva che voleva andare a Vallombrosa. Io sono diventata anche lei, la porto sotto la corteccia. La cerco in ogni posto, e la trovo in quei prati. Lui in pescaia al sole, lei all’ombra. Ed il tronco cresce, le foglie cadranno, passerà l’inverno e torneremo sul pratone.





























































