…e nel cuore una foresta: Stefania

Il Pratone e la Foresta – di Stefania Bonanni

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Aspettavo, aspettavo le parole giuste, e nn le ho trovate. È come quando si parla dei figli, e parlarne non restituisce l’amore, la meraviglia, l’incredibile bellezza, l’unicita’ rara, che siamo consapevoli siano solo per la mamma, e le parole non rendono, banalizzano, in fondo i figli sono tutti uguali, muovono le medesime corde tra ifili del cuore. Per questo, non trovo le parole, ed anche perché i motivi profondi del mio grande amore per certi luoghi non li conosco. Potrebbero essere mille, e nessuno nello stesso tempo: un caso, un fulmine, un giorno più sereno, un ricordo che  ho avuto bisogno di costruirmi. Certo, mio nonno era di Pratovecchio, la mia nonna di Pelago, ed io queste radici le sento profondissime, uscire dalle mie mani, dai miei piedi, sprofondare, e riconoscere il terreno. Quando mi stendo in estate sul pratone d Vallombrosa e chiudo gli occhi, riesco ad allentarmi, ad abbandonare nervi e muscoli, tento sempre di sprofondare un po’, di respirare al ritmo delle foglie che ballano sui rami, così in bilico, anche se poi cadono solo quando è il loro momento. Se fosse possibile costruirsi un paesaggio della pace, vorrei una montagna sullo sfondo, che non  finisca a punta, ma si infili tra la terra ed il cielo inchinandosi in un enorme prato, sulla vetta. Lo chiamerei, pe esempio, Pratomagno. Subito sotto, sulle pendici, una meravigliosa foresta di alberi dritti come frecce, come giovani con folti capelli e gambe dinoccolate, tutti protesi a cercare il sole, ma senza salire addosso agli altri, né pestar loro i piedi per avere più spazio. Come un esercito di sentinelle. Un esercito profumato di resina, canterino di uccelli, che al massimo potrebbe tirare una pina, avesse bisogno di difendersi. L’unico esercito che m piace. La chiamerei, per esempio, foresta di Vallombrosa. Anche lì un grande, accogliente prato , tappezzato di verde, più chiaro dove la gente come me passa le giornate distesa, più scuro all’ombra di giganteschi alberi, la sola vista dei quali regala certezza. Loro hanno visto e sentito, c”erano e ci saranno, solidi, stabili, hanno un senso in estate, e  in inverno, l’acqua, il freddo, la neve, portano loro salute e foglie. Fanno a nascondino con il sole: le foglie ed il vento lo spezzettano alla vista e lo restituiscono in mille raggi brillanti, di quelli che fanno strizzare gli occhi alle persone,  che non hanno sensi adatti a tanto abbaglio. Tra la montagna e la Valle Ombrosa farei scendere centinaia di torrentelli con le acque nervose che ridacchiano mentre saltano sassi e tronchi, magari portandosi dietro qualche piccola trota che ridaccha anche lei. Poi, nel mio paesaggio del cuore, disegnerei l’Arno, proprio sotto il pratone, e la mia pescaia preferita. Così, tutto   infilato nello stesso scenario, non dovrei più scegliere.

La mia mamma ogni volta che si parlava di andare da qualche parte, diceva che voleva andare a Vallombrosa. Io sono diventata anche lei, la porto sotto la corteccia. La cerco in ogni posto, e la trovo in quei prati. Lui in pescaia al sole, lei all’ombra. Ed il tronco cresce, le foglie cadranno, passerà l’inverno e torneremo sul pratone.

Comprate apposta per andare lì: Carla

Le scarpe nuove – di Carla Faggi

Siamo entrate dalla porta aperta al primo piano, belle, nuove, comprate apposta per andare lì, ciao ciao ciaociao! abbiamo fatto insieme e affiancate una decina di passi convinte che tutti ci guardassero,e ci siamo appostate sotto il tavolo per quasi due ore. Un po’ allineate, un po’ accavallate , a volte appoggiate l’una all’altra. Abbiamo ascoltato, assecondato facendo di si con la punta, abbiamo detto la nostra quasi affiancate sulla piante come pronte al salto. Poi le due ore come sempre sono volate via.

Ciao ciao ciaociaociao ancora nella stanza, prego ciao buonasera sulla porta, un’occhiataccia a tutte quelle scarpe che fremevano per entrare e a cui magari con soddisfazione avevamo rubato qualche minuto. Scendemmo prima l’una e poi l’altra le scale sempre convinte che tutti ci guardassero.

Riposte nell’armadio ci siamo rimaste tanto tempo, poi di colpo ci siamo di nuovo sentite al centro dell’interesse e sia state fotografate e commentate.

Abbiamo scoperto che eravamo proprio come dovevamo essere al momento, un po’ vanitose con il nostro musino a punta, particolari con la nostra grande fibbia e comode per il tacco di un centimetro. Però abbiamo  anche scoperto che le nostre rivali erano bellissime rosse decolté tacco dodici punta stretta, snob e con la puzzina sotto il naso. Però fortunate perchè in love story con un paio di scarponi da caccia motosi, sgaruffati ma tanto tanto affascinanti.

Va bè il tempo passa e noi nella nostra elegante sobrietà siamo a disposizione.

Sperando presto di ritornare in quella stanza ciao ciao ciaociao e starci per ben due ore sotto il tavolo.

Viaggio all’indietro nel tempo: Nadia

Un viaggio..nei ricordi – di Nadia Peruzzi

Mosella – foto Pixabay


Dopo due anni non ne poteva più di quella palude dell’anima. Aveva voglia di uscire da quell’angusto anfratto nel quale si sentiva costretta.
Il segno zodiacale non l’aiutava di certo. Segno di fuoco il Sagittario. Indisciplinato quanto basta, il segno viaggiatore per antonomasia, un’anima errante che non amava imposizioni e costrizioni, e aveva un gran bisogno di libertà. La routine la viveva peggio di una condanna all’ergastolo. Cose che doveva tenere a bada in quella forzata stagione di divieti, distanziamenti e fin troppe regole a ritmo incalzante, tendente al parossistico.
Anche il sogno e il pensiero ne uscivano rattrappiti , se non addirittura castrati.
Le mancavano il poter pensare a mete da raggiungere, il passare ore in libreria a sfogliare guide e carte che l’aiutavano poi a concretizzare itinerari e viaggi.
Sempre più spesso era il passato che chiamava e la faceva annegare nella nostalgia.
Rivedeva lui senza il quale ogni meta, ogni itinerario di viaggio aveva perso molto del suo significato.
Pensava alle sue mani. A come le piaceva stringerle quando abbandonate le guide e le loro indicazioni si lasciavano sospingere dalla sola curiosità di scoprire angoli e scorci particolari che dopo sarebbero stati per sempre e solo i loro.
Rivedeva i suoi occhi curiosi di scoperte e pensava a come l’aveva sempre assecondata anche quando lo spunto per un luogo da vedere poteva derivare dal caso.
Il retro della banconota da 500 marchi fu quello che li portò fino al Castello di Burg Eltz vicino a Coblenza e al corso della Mosella.
Stava in un nulla, sperduto in un bosco, senza alture in posizione strategica o passaggi fluviali da dover sovrastare e proteggere. Stava lì da secoli a raccontare la sua storia di dimora signorile del principe che aveva deciso di abitarci. Non li deluse. Non succedeva mai che la realtà, anche quella a cui si era arrivati per caso, portasse delusione.
Telç,fra Brno e Praga, l’avevano vista per la prima volta sulla copertina di una rivista di viaggi. Ci arrivarono in un pomeriggio di fine estate e si ritrovarono in un mondo a parte, senza auto e senza rumori molesti, circondati solo da case merletto dai colori pastello datate 1600.
Con i loro abiti e i loro atteggiamenti da ventesimo secolo erano loro a sentirsi fuori dimensione.
La notte fu magica. La piazza era illuminata da lampioni a gas di vecchia foggia. Cenarono all’aperto, sotto quella luce tremolante e naturale, coccolati da un firmamento di stelle che sembrava di poter toccare.
Qualche figura si aggirava nella piazza, sulle facciate delle case ombre, che apparivano e scomparivano rapidamente. Con un po’ di fantasia si poteva sentire arrivare un rumore di passi felpati e di broccati che frusciavano a contatto con le pietre. Il gran ballo alla Residenza del principe doveva avere avuto inizio e i nobili ritardatari si stavano affrettando.
Non ricordava come avevano scoperto Giethoorn in Olanda. Ormai non aveva più alcuna importanza.
C’erano arrivati e ne erano rimasti conquistati. Era un paese piccolo piccolo, quasi un’oasi nel piattume della campagna olandese.
Da lontano si vedeva solo il ciuffo degli alberi che faceva corona al villaggio. Da vicino ad attrarre l’attenzione erano i canali, i piccoli ponti di collegamento fra le case, i giardini ricchi di fiori colorati che arrivavano fino a lambire l’acqua. Un piccolo angolo di paradiso. Fuori dal mondo e dai suoi ritmi incalzanti. I canali erano le strade, piccole barche silenziose al posto delle auto che correvano lontano, sulla strada principale alle nostre spalle.
Chiudendo gli occhi lo rivedeva mentre scattava le foto. Era lui che le faceva, lei pur non avendo perso la passione gli aveva lasciato di buon grado campo libero. Non servivano parole fra loro per dirsi che avevano fatto la scelta giusta arrivando fino a lì. Si intendevano con uno sguardo. Un gesto era un racconto e un commento.
Tutti e due avevano momenti in cui erano troppo emozionati per riuscire a trovare parole all’altezza di ciò che sentivano. Quindi si affidavano a silenzi in grado di dire tutto.
Sarebbe stato bellissimo pensò poter riannodare insieme i frammenti staccati di quella pellicola. Era una altalena di ricordi nella quale per fortuna erano le immagini gioiose e dolci a sgomitare per mettersi in mostra.
La colazione in una quasi alba sulla Promenade des Anglais con delle “tartes à la francaise”spropositate visto che ognuna valeva almeno 3 paste delle nostre .
La 500 ormai stremata sulla salita di Serravalle, con sulle spalle quasi 6000 chilometri, con cui tentammo di sorpassare un camion che pure andava lento, e dovette abbandonare l’impresa visto che tossiva e procedeva a scatti non sopportando più la differenza di ottani nella benzina con cui avevamo fatto il pieno in Spagna.
Avrebbe rivissuto tutto volentieri. Anche l’ansia e lo stress della vigilia. Era sempre elettrica mentre faceva le valigie e spesso e volentieri finivano di litigare. Era una di miccia corta, lei.
La mattina , saliti in macchina, lui doveva fare affidamento a tutta la sua pazienza. Lo sapevano entrambi.
Ogni volta era una litania di “guida con prudenza, vai piano, stai attento!”,che lui accoglieva in silenzio per poi ignorarla durante il viaggio. Tanto sapeva che arrivati a circa metà percorso , varcata la linea di confine fra il certo e l’incerto, il prima e il dopo da scoprire, lo stress sarebbe sparito come per magia .
Così era stato sempre. Ad eccezione di una volta.
Fossero stati insieme sul quel divano ne avrebbero riso ancora, mentre lo raccontavano ai nipoti. Lui sicuramente con lo sguardo bonario che gli apparteneva e l’espressione sorridente che non lo abbandonava mai.
Lo immagino mentre dice : ”Vedete questa nonna? Delle volte mi ha fatto proprio perdere la pazienza. Una volta più di sempre. Eravamo sull’autostrada fra Roma e Napoli e lei era agitata come non mai. Era tutto un vai piano, corri troppo, attento qui, attento là. Mi dava il tormento. Non ressi più. Mi diressi ad un’area di sosta , fermai la macchina e scesi dicendo.”Se vuoi arrivare a Napoli guidi tu , così la smetti pure di parlare e di rompere.”
Arrivammo a Napoli con la nonna che guidava e io che dormivo. Lei non era andata piano e per di più aveva continuato a parlare ancora per un bel po’.”
Uno sguardo di intesa con i nipoti avrebbe suggellato il tutto e l’attenzione si sarebbe spostata sulla merenda che li attendeva. 
Nell’ombra della sera che stava avanzando le sembro’ di sentirli ridere beati attorno a quella tavola e a quelle fette di torta.

Incontro del 19 gennaio 2022

con Cecilia Trinci

Ringrazio l’amica Caterina Del Panta per l’ispirazione e la consulenza

Il colore e la forma dei nostri passi:

Scarpe sognate, portate o desiderate, il rumore e la lunghezza dei nostri passi, passi incerti, decisi o lenti e pensati, passi scattanti o diversi l’uno dall’altro, passi conquistati, passi faticosi e affaticati, passi di quando il tempo era leggero o passi bagnati di pianto.

La vita nelle scarpe, nel camminare nel tempo con fatica o con leggerezza.

I passi della fuga e del gioco.

I passi senza scarpe, nudi e liberi sulla terra, fredda o calda, secondo le stagioni della nostra vita.

foto e oggetto di Lucia Bettoni

Una valigia per amica: Sandra

L’importante è partire – di Sandra Conticini

La valigia è stata la mia migliore amica. Non importava dove, ma l’importante era partire, il mondo è grande e  per girarlo tutto ce ne vuole! Ogni viaggio mi ha dato emozioni diverse  in base all’età, alle aspettative, al desiderio che avevo di andare in quel posto. Ricordo quando andai in Egitto ed andammo a Luxor alla valle dei Re, entrare dentro le  piramidi vedere, così da vicino, la sfinge e tantissime altre meraviglie  mi sembrò impossibile. Li avevo visti sui libri, alla televisione, ma non avevo mai pensato di poterci andare e, per me, fu un’emozione così forte che ancora oggi non riesco a descrivere.

Anche la Tunisia mi è piaciuta con i suoi colori, i suoi mercati con spezie di tutti i tipi e per tutti i gusti. L’isola di Djerba con la sua spiaggia di sabbia bianca le palme e il suo mare cristallino. Mi sembrava di essere in paradiso, ma quando andavamo in giro per le oasi o nel deserto la povertà si toccava con mano. Quello che mi metteva più tristezza erano i gruppi di bambini magrissimi con quegli occhioni neri,  tutti polverosi, malvestiti, con i denti sciupati che, quando vedevano i turisti, chiedevano caramelle, e soprattutto penne per scrivere. Queste immagini mi sono rimaste nel cuore, non posso pensare  che possa esistere tanta miseria e mi ritengo fortunata per essere nata in un’altra parte di mondo.

Poi, prima di morire, volevo andare a  New York e ce l’ho fatta. Un giorno fui presa in contropiede da mia figlia   che aveva dei giorni di ferie e mi disse che se volevo si poteva andare. Io non me lo aspettavo e dopo averci pensato, direi poco, accettai. Avevo la curiosità di vedere l’America con i grattacieli, le strade grandi, i magazzini di tre o quattro piani di profumi, Times Square, il ponte di Brooklin, il MET, Central Park, e mille altri posti dei quali ho sentito parlare o visto in televisione. Abbiamo camminato tanto, avrei voluto vedere tutto e anche di più in quella città viva, che ti prende, è tutto così grande in confronto a quello a cui siamo abituati noi. Sono tornata proprio soddisfatta e contenta di esserci potuta andare.

Ho visitato capitali europee, ho fatto trekking itinerante, ho visitato città italiane, non per forza lontano da casa, ma credo che ogni posto in cui vai  ti lasci un colore, un profumo, un fiore, un rumore, insomma qualcosa di speciale, l’importante è saperlo cogliere e portarlo via.

Un viaggio da ospite: Tina

Tunisi speciale – di Tina Conti

Nella vita si affrontano diversamente le scoperte del mondo nei vari periodi .

Chi è molto curioso, sente in modo indispensabile  confrontarsi con i mondi   e le tradizioni degli altri  e quindi  vuol partire.

Eccitazione e paura, azzardo e  incoscienza , sfida dei limiti caratterizzano le prime esperienze di un giovane. Così e stato  per me: andare, vedere, rincorrere senza soffermarsi molto, accumulare sensazioni. Nel tempo, però, il viaggio ha assunto caratteristiche molto più profonde.

A volte mi basta cambiare  percorso  nella mia città per avvertire il senso della scoperta, poi, di fronte a partenze impegnative, mi documento, faccio ricerca su cosa  osservare, sulle tradizioni e eventi, leggo testi che narrano la vita e i modi di un popolo, il clima,  le usanze, la storia. Questo è quello che in teoria posso fare  oggi per godere dell’esperienza del viaggio, ma quella vacanza fu molto sorprendente.

Si partiva per un mese, ospiti di un diplomatico tunisino.

L’appartamento che ci accolse si trovava al piano terreno della loro casa, una villa  in collina, a Sidi bes said, la Fiesole di Tunisi. La giovane coppia con due bambini ci aspettava.

Non avevo avuto quelle emozioni nei precedenti viaggi, ma il cuore, i miei sensi si accesero in modo sorprendente.

Sentivo odori, profumi, suoni che mi svegliavano prestissimo  il primo  mattino.

I piedi delle persone che si recavano in città si posavano sul terreno con suoni ovattati e morbidi , leggeri chiacchiericci si sentivano in lontananza, mentre si svelava il territorio ai miei occhi, la luce filtrava, brillante e calda e si posava sulla sabbia.

 Dai minareti arrivavano lamenti per la preghiera, che risuonavano  con ritmi diversi.

Sotto un limone in giardino mi tuffai in un mare di emozioni che mi incantò, poi, la spesa al mercato con  la grande sporta di paglia dove, senza incartare i vari prodotti, si mescolavano con armonia luci e colori.

La richiesta dell’aglio molto prezioso fu accolta con circospezione.

 Il venditore  mi accontentò rovistando da sotto il banco come  offrendo un tesoro. La moglie del diplomatico, di origine tedesca, si faceva rispettare e ascoltare in arabo perfetto. Una sera a cena, l’arabo con il suo abito da casa, lungo e bianco ci accolse nel giardino, il tavolo, i cibi profumati, il the alla menta molto zuccherato. Conclusero la serata, piena di luci lontane e di suoni che non mi facevano staccare l’attenzione del piacere dalla curiosità scatenata.

Il giro per la città con chi   ci vive ha aspetti molto più coinvolgenti e intensi. Fu una cosa  davvero indimenticabile l’incontro con gli amici della coppia che ci ospitava  e la visita al tramonto nel loro negozio di  oggetti e arredi  nel quartiere del mercato vecchio.

Salimmo sul terrazzo   sopra al negozio, il sole  era calato da poco, e tutto assumeva toni aranciati e rosa -viola, la sabbia rimandava bagliori di fasce luminosi e ricchi di sfumature. 

Aspettammo il buio completo , sotto di noi la moschea di alabastro si illuminò, mostrandoci la sua bellezza e la sua unicità, si sentivano suoni di preghiera .

Le pareti con la luce interna riflettevano tutti i toni del giallo, arancio, ocra, marrone dell’alabastro. Rimanemmo in silenzio incantati per tanto tempo.

Di sotto, ci furono mostrati oggetti antichi e tappeti e prendemmo il the  con i dolci al miele. A me piaceva molto un manufatto di tessuto  ricamato  molto vecchio, con colori caldi.  Insieme ad altri regali, alla partenza mi ritrovai quel drappo che ancora oggi conservo insieme alle emozioni.

 I nostri amici ci condussero nella parte del paese più aspra e  rurale, dove vivevano le popolazioni berbere, scoprimmo una realtà diversa dalla città e ancora molto legata alle tradizioni. Si parla di un viaggio che risale a circa quaranta anni fa.

Naturalmente  il paesaggio e i fiori mi appassionarono molto, le collane di gelsomini regalate ovunque per le feste  e le ricorrenze  mi stordivano cosi come il tripudio di ibiscus di tutti i colori nei parchi e giardini privati. Le buganvillee ricoprivano cancelli e prati, sfavillavano rigogliose e esuberanti.

Anche i mercati di generi vari furono fonte di attrazione e curiosità.

Le mani abili degli artigiani che lavoravano sotto  le tende davanti alle botteghe ci facevano sostare incuriositi, ricordo quanto dura fu la ricerca di una teiera che secondo la nostra amica doveva avere impresso il marchio dei tre minareti alla base per essere di buona qualità. Un viaggio accompagnato dalla passione di chi vive in quella terra è davvero diverso dai soliti.

Dopo questa esperienza mi pongo in modo diverso quando ospito amici  da fuori,

Cerco di scoprire con loro aspetti del nostro paese  vicini alle cose reali e emozionanti che provo a condividere con loro.

Viaggio verso se stessi: Carla

Parigi o cara- di Carla Faggi

Il mio primo viaggio, vent’anni o poco più, è stata una sfida e un’avventura verso l’indipendenza.

Poteva essere qualsiasi posto, non aveva importanza, ho scelto Parigi perchè conoscevo la lingua francese, solo per quello.

Volevo sfidarmi, fare qualcosa di diverso, vincere la mia timidezza e insicurezza. Un viaggio da sola in un paese straniero. 

Mollai il fidanzato dell’uscio accanto e partii per Parigi au pair presso una famiglia francese.

Dovevo guardare due bambini in cambio di vitto e alloggio e “argent de poche”.

Le priorità erano io e la scoperta di me stessa, poi i francesi e tutta la gente del mondo che sembrava fosse tutta venuta lì, e infine veniva la scoperta della città.

Spesso mi ripetevo “sono a Parigi, io, la Carlina di Settimello sono a Parigi da sola!”

Ero orgogliosissima e fiera di me. Ero finalmente l’italienne che parlava abbastanza bene il francese, anzi il parigino, e non la settimellese che parlava un povero italiano da provinciale di  un periferico comune oltre Firenze.

Ho avuto tanti amici, conosciuto tante persone, di tante e tante nazionalità. Ma più che altro mi intesessavo a me, a come mi comportavo, a come ero, a come potevo sbagliare e sbagliare ancora senza che nessuno lo sapesse, almeno non i miei genitori ed il mio paesino.

Comunque qualche volta feci anche la brava, mi ricordo che andai alla festa de L’Humanité a sentir parlare l’allora segretario del PCF Georges Marchais. Erano i primi anni settanta. Lo scrissi naturalmente a tutti gli amici ed ai compagni della sezione, anzi la cellula del PCI di Settimello. Perchè quello che stavo facendo non era solo per me ma anche per farlo sapere agli altri.

Inutile dire che al paesello diventai un mito.

La città l’ho scoperta di più nella seconda parte di questo viaggio, si, perchè dopo i tre mesi trascorsi in Francia rientrai a casa ma dopo pochi mesi ripartii e mi trasferii di nuovo a Parigi, vivevo in un appartamentino in affitto nel Marais e lavoravo come guardarobiera presso un ristorante.

Parigi all’epoca era tutto, era l’irraggiungibile, era essere al centro del mondo.

E io c’ero, ero lì, al centro del mondo, da sola. Non mi sentivo più quella di provincia, quella  timida, che si sentiva non all’altezza sempre, e per di più fidanzata con uno dell’uscio accanto.

Ancora qualche mese, poi rientrai e ritornai di nuovo, in tutto ci rimasi nove mesi.

Quel viaggio fu lo spartiacque della mia vita, mi accorsi che nulla, se vuoi, può essere impossibile, difficile sì ma non impossibile, basta provare a farlo.

Fu quindi un viaggio più che verso un luogo, verso me stessa, verso l’avventura il non conosciuto, l’imprevedibile.

Oggi naturalmente viaggio diversamente, vado a scoprire le bellezze di un posto la sua storia e la storia dei suoi abitanti, la mia curiosità si è spostata da me al mondo.

Viaggio turchese verso la Turchia: Vanna

                                                                 Marmaris – di Vanna Bigazzi

Della Turchia, solo il mare posso ricordare, ne ho un po` di rammarico, comunque non e` poco. Fu un viaggio in barca che non prevedeva soste in citta` o luoghi non vicini alla costa. Il porto di Marmaris fu il nostro punto fermo. Ricordo quindi il turchese delle acque, splendide colline quasi montuose e vaste pinete a contenere il porto. Infatti Marmaris e` la traduzione di “Perla di mare”, una perla racchiusa nella propria ostrica. Dicono che il turchese sia il colore degli abissi, dell’inconscio, il luogo che da` origine alla vita. La pietra del turchese e` anche la pietra del viaggiatore dalla mente lucida. Ricordo anche l’affascinante bazar coperto dove si respira tutta l’essenza del “commercio turco” ma se e` vero che i viaggi rappresentano noi che viaggiamo, ecco, allora posso dire che quel viaggio per me e` stato un tuffo nell’azzurro piu` intenso e niente altro.

Dall’India per rinascere: Laura

Nascite – di Laura Galgani

Appena passata l’Himalaya il Boeing 747-300 dell’Air France inizia la sua discesa, planando quasi in silenzio. E’ notte e prima una poi un’altra si intravedono, fuori dall’oblò, le deboli luci dell’immensa periferia di New Delhi.  Dapprima di un fioco giallo sfocato, poi anche rosse e qua e là verdi. Un gigantesco albero di Natale sdraiato nella terra dei Veda e delle mille divinità, alcune dalle molte braccia.

Il computer di bordo, montato nello schienale del sedile davanti al mio, dà l’altitudine e la temperatura. Via via che l’enorme aereo dal ventre gonfio di passeggeri internazionali si abbassa, la temperatura esterna cresce vorticosamente. Se a 11.000 metri erano -70 gradi, a 2000 metri di quota sono già 25. Quanto sarebbe stata, una volta a terra, il 17 aprile? Mi spaventa pensarci.

Atterraggio perfetto, clic-clac delle cinture di sicurezza che si sganciano. “Welcome to India. Thank you for choosing air France”.

Un’ultima occhiata prima di alzarmi dalla poltrona: ore 00.12, + 42°.

Fuori dall’oblò le luci arancioni dei mezzi aeroportuali mi proiettano d’improvviso nel colorato mondo là fuori.

Eccola, l’aria calda, umida, pregna, carica di odori di questa metropoli, dove sono venuta ad incontrare mia figlia.

Già prima del portellone spalancato, mista all’aria condizionata, mi investe.

Sulla scaletta non ho più scampo: mi avvolge una vampata quasi liquida, tanto è densa di umidità, di vapore, di particelle e di odori. Provo ad allargare i polmoni, a respirare profondamente, ma è difficile. Il corpo si fiacca, le gambe si fanno pesanti. Ma non c’è tempo per fermarsi, bisogna raggiungere l’uscita, attendere al controllo documenti, avere pazienza.

Mi concedo un attimo per osservare l’aeroporto: un semplice parallelepipedo in cemento senza alcuno stile né pretesa. Una delusione, per essere quello di una metropoli.

Ma è già il momento di cercare un taxi: nel vocìo e nella confusione di chi aspetta qualcuno mostrando nomi su dei cartelli scritti a mano, riesco a trovare un taxi “ufficiale” e a dire al conducente il nome dell’Hotel prenotato. Gli chiedo quanto ci vorrà ad arrivare, mi dice “50 minutes” ma so già che non è vero: ci vorrà quasi un’ora e mezzo per arrivare all’albergo.

Appena lasciato l’aeroporto mi avvolge il buio della strada, mai illuminata da un lampione mentre attraversa una pianura desolata, lambita da casupole fatte di pannelli di lamiera e cartoni, con fuori bidoni per la raccolta dell’acqua piovana. D’un tratto scorgo un elefante, enorme, grigio scuro, rugoso, dalla pelle flaccida, che con passo ritmato e lento percorre di lato la nostra stessa strada. Un ragazzino in maglietta rossa e pantaloncini verdi, scalzo e con in mano una piccola frusta, gli dà la direzione del lento incedere.

Lo sconcerto è più forte della paura di investirlo. Il taxista lo vede, non si agita affatto, e senza neanche mettere la freccia lo supera. Mi volto a guardarli, incredula, ma il buio li ha già inghiottiti. Solo un bagliore, forse il riflesso della luce dei fari, balugina per un attimo sui finimenti a loro modo preziosi della grande testa dell’elefante.  

Dopo buche innumerevoli e altrettanti scossoni si entra in città: gli eleganti palazzi moderni, sedi di ambasciate e ministeri, ma anonimi, in stile neoclassico, potrebbero essere a Washington o a Londra, non svelano dove siamo.

Il taxi è una vecchia auto di fabbricazione britannica, di sicuro ha servito la corona negli anni di Churchill. Niente aria condizionata, finestrino aperto, lui, io preferisco di no.

Il conducente è un Sikh, si riconosce dal turbante e dalla lunga barba ben curata. Imperturbabile, tiene lo sguardo fisso sulla strada e non fa domande. Meglio, sono troppo stanca per fare conversazione in un faticoso “Indian-English”.

Sono le due passate quando il taxi attraversa il giardino ricco di palme dell’hotel, bianco e in stile coloniale.

Scendo, di nuovo l’aria carica di umidità mi investe e mi schiaccia. Qui almeno sa di terra, di piante sconosciute, di fiori colorati. E’ un’aria gravida, quasi un’immensa, densa placenta, in cui circolano particelle di sostanze misteriose che ancora non so riconoscere.

Entro nella hall, in perfetto stile coloniale: tutto è color ambra e la radica riveste il desk della reception, esageratamente grande. Tappeti intessuti di arabeschi sui toni del rosa attutiscono i miei passi. Le luci delle lampade basse si riflettono negli specchi e amplificano la sensazione di luce dorata che proviene dalle cornici. L’aria però è cambiata: si è fatta fresca, anzi, fredda, secca, il brusco sbalzo mi infastidisce.

Salgo in camera, al secondo piano. Il corridoio è ampio, ha le stanze tutte sulla sinistra, mentre a destra si aprono finestre alte, che terminano in un’arcata, e guardano sul rigoglioso giardino con la piscina, illuminato da lampade in ferro battuto ottocentesche.

La camera è in realtà un appartamento con un grande salotto, una camera da letto e un bel bagno. Peccato che l’aria sia gelida, secca, e il condizionatore sia rumoroso. Passerò quel che resta della notte a coprire di giornali le bocchette del freddo mostro.

Lascio le valigie ai piedi del letto e mi metto al lavoro per chiudere la bocca gelida. Dopo, in bagno mi lavo le mani e mi bagno il viso, non una ma diverse volte. Non mi asciugo. Vado nel corridoio e apro la finestra. Fra non molto sarà l’alba. Mi sporgo un po’ e chiudo gli occhi. Voglio respirare quell’aria ancora calda delle cinque del mattino. Sento con gli occhi chiusi la luce della luna quasi piena illuminarmi il viso. Sento i versi degli uccelli a me misteriosi narrare storie sconosciute. Aspiro profumi di spezie, di cibi, di fiori, di piante e anche di sangue e di smog. Sì, perché questa è la terra d’India. E più respiro profondamente più sento il mio corpo espandersi, farsi accogliente, gravido.

La mia maternità adottiva sta per compiersi. Il tempo sta per scadere, il frutto di una scelta sta per nascere. Così come ho dato alla luce il mio figlio naturale, fra poco farò nascere anche te, da questo stesso mio corpo, figlia mia.

Parco del Mensola: piccolo viaggio dietro casa con la Matite

Una giornata di sole, tanta voglia di vedersi (in sicurezza), piccoli miracoli di buonumore…..con i bergamotti di Daniele, lo scorrere dell’acqua cristallina, alberi secolari e la luna (quasi piena) in anteprima….

Il viaggio visto da Nadia:

foto di Nadia Peruzzi

Il viaggio visto da Lucia:

foto di Lucia Bettoni

Il viaggio visto da Rossella:

foto di Rossella Gallori

Il viaggio visto da Cecilia:

foto di Cecilia Trinci

E infine i bergamotti di Daniele!!!

Foto e ricetta di Lucia Bettoni

Terre di confine: Vanna

Land’s End – di Vanna Bigazzi

“Ho ascoltato la bella registrazione del vostro incontro che ha dato larga possibilita` comunicativa a tutti in modo tanto spontaneo. Anche la mia mente ha vagato nel mondo. Non ho fatto molti viaggi, ma dei pochi, mi sono rimaste forti sensazioni. Circa gli argomenti di cui avete parlato, mi hanno colpito le “Terre di confine” ed io vorrei parlarvi della mia esperienza in Cornovaglia e della sua penisola che possiede la punta di terra estrema sull’Atlantico: Land’s End (capo della penisola di Penwith).” (Vanna Bigazzi)

Cornovaglia foto Pixabay

Il grigiore del cielo e dell’Oceano erano impressionanti. Questo territorio adesso e` stato trasformato con la costruzione di edifici e addirittura con “parchi gioco”, ma negli anni ’70, quando lo visitai io, spingendomi a piedi fino alla cuspide estrema, regnava il deserto. Mi spiace che tali cambiamenti abbiano fatto perdere a questo luogo incantato, tutta la sua “drammaticita`”. Non ci sono parole per descrivere l’impatto emotivo che subii quando raggiunsi quell’estremo confine, sono riuscita soltanto a farne una poesia e credo veramente che la Poesia “possa” la` dove la parola non arriva.

          LAND’S  END

Quando lo sguardo oso` l’immensita`,

alla fine della terra,

per schiudersi alle acque:

dell’Oceano lo sgomento.

Confini larghi a sparire,

i pensieri si confusero

nell’altro da me,

 in uno sfumato ignoto.

Lo sguardo sospeso allo stupore

toccava l’al di la`.

 Un magma indistinto

Intuiva il pensier mio

e il “Grande Passaggio” immagino`.

Il freddo m’invase:

in quell’attimo, all’Eterno,

la mia vita consegnai.

Incontro 12 gennaio 2022

“I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma quello che siamo” (Fernando Pessoa)

Viaggiare insieme tra sogno e realtà, tra ricordi e desideri, tra piccole strade di città o in ampi continenti, tra paesi e borghi inattesi, da una curva all’improvviso a un terrazzo dove stendere i panni. La vita e la bellezza è ovunque. Dovunque abbiamo voglia di trovarla.

Abbiamo fatto vivere Istambul, e la Turchia degli anni 70, la Cina, il Libano, Parigi, ma anche le Alpi, i rifugi in montagna, il trekking con le sue fatiche e magie. Abbiamo visto il Saltino e i suoi angoli di pace, Firenze che resta “la città più bella del mondo”, i cieli visti da una macchina con il tetto trasparente e il punto di vista insolito di chi guarda con gli occhi all’insù. Abbiamo visto pericoli non visti e momenti drammatici imprevisti, la serenità di certi paesi poveri, il Portogallo e la Grecia, l’Abruzzo e la montagna che accoglie.

L’incoscienza dei viaggi giovani e la pacatezza di piccole escursioni mature, sensazioni di estremo e di confine, di stare a metà tra un mondo e l’altro. La libertà e la dittatura, lo sguardo del turista e di chi abita per un po’ un mondo diverso dal consueto.

Abbiamo visto facce, sentito mani, confrontato abiti, scarpe, modi di camminare, abbiamo visto bazar, mercati, frutta e colori, chador e tappeti, coperte e cieli stellati. Abbiamo visto vecchi pullman e traghetti, piccole macchine stracariche e strade polverose.

Come dice Nadia: “Abbiamo viaggiato tutti insieme, usando tutte le leve di un viaggio che non necessariamente prevede auto, aereo o treno. Spesso basta il pensiero e la voglia di continuare a sognare”.

disegno di Lucia Bettoni

Scelte non considerate: Rossella

L’Immacolata delle scelte – di Rossella Gallori

Aveva pensato di esorcizzare la sua solitudine, con una bellissima fascia di maglia melangiata in testa, un braccialetto sfacciato, scarpe comode e voglia di camminare. Gambe quasi buone e voglia di scoprire qualcosa, furono la molla che la fece uscire in una giornata fredda e ventosa, in un posto quasi sconosciuto.

Dopo un sentiero croccante di foglie, si trovò difronte ad una radura di un verde dalle mille sfumature, il sole scherzava tra le nuvole ricamando sul tetto del grande edificio un intaglio delicato.

Sul portone spiccava una targa in oro “ ISTITUTO FEMMINILE SANTA CHIARA IMMACOLATA DELLE SCELTE”

 Si meravigliò di tanto candore, di piccole finestre spalancate, di sbarre di ferro battuto dall’ aria fragile, di voci delicate, di una musica impercettibile; curiosa si avvicinò ed accorgendosi che la porta era aperta entrò, sulle pareti del lungo corridoio quadri senza cornice e grandi cornici senza immagini. Vasi  su cassapanche sbucciate dagli anni, rose bianche, foglie secche, spine nere di fiele, papaveri rossi, su ogni mazzo ciondolava un piccolo cartoncino: scelta numero1….2…..3….4……tanti fiori, tante scelte.

Varcò la soglia del grande salone, si stupì di trovare vecchie fanciulle appollaiate su alti sgabelli, lo sguardo fisso, triste, verso preziose finestre incorniciate da Pizzi  macramè svolazzano per la leggera brezza,   a labbra appena socchiuse ognuna parlava di sé:

ho scelto per paura la strada più facile, venivo da una famiglia solida, non avrei rinunciato al benessere….

La solitudine mi ha fatto  scegliere uomini sbagliati, mi ha fatto dimenticar la famiglia, far figli senza amore….

Ho cavalcato l’onda e dall’onda son stata travolta…

Potevo scegliere ma credevo di non poterlo fare, son stata ad aspettare il meglio, un meglio che non è mai arrivato…

Si sedette in un angolo  coinvolta e sconvolta da parole cupe e sguardi persi, allontanandosi pensò a se stessa, quando voleva scappare da una cosa vuota del suo unico amore, e non lo aveva fatto, quando  da bimba lavorava in casa, facendo finta di divertirsi, quando decise di smettere di studiare per aiutare la famiglia, quando si sposò con un paio di lenzuola e due asciugamani, fingendo che niente le servisse, quando decise di restare e sarebbe stato meglio andare, quando aveva ignorato una vita migliore….perchè così andava fatto per non dispiacere agli altri, ignorando se stessa……quando, quando, quando…

Una mano leggera le sfiorò la spalla destra distogliendola  dal torpore dei ricordi: la sua stanza è pronta, disse una voce morbida, accogliente…..al primo piano reparto “scelte non considerate”…lo seguì a testa bassa guardandosi intorno ad ogni passo….forse era già stata li.

Ricamo e ricordo: Anna

Ricamo materno – di Anna Meli

foto di Anna Meli

Agili dita con mosse eleganti disegnano stoffe di lino, di seta. Ogni suo punto un pensiero che crea.

            Dipinge corone di fiori e di foglie in un susseguirsi continuo di minimi passi. L’ago punge, senza far male, la morbida stoffa seguito dal filo che scorre tranquillo e disegna paziente e sicuro.

            Il mio sguardo di bimba segue le agili dita e gli occhi attenti e sereni e ne avverto la calma e la sicurezza. Un attimo e… l’ago le punge il dito: una piccola goccia di sangue, raccolta da un bacio veloce, appare e non macchia,.

            E il lavoro continua come ogni cosa che vive e lascia una traccia di sé.

La scelta: Carla

La scelta giusta – di Carla Faggi

A volte ho scelto con consapevolezza, altre sono andata a naso, spesso  ho fatto tutto il contrario di quello che mi veniva consigliato altre invece ho seguito il buon senso.

Ho cambiato idea molte volte e sono stata costretta a riscegliere. Anche gli  studi fatti a zig zag cambiando discipline e interessi tutte le volte che potevo, quindi arrivando a conoscere un po’ di tutto ma niente bene.

La leggerezza della vita mi dicevo.

Nelle scelte amorose mi sono permessa di cambiare idea e di sbagliare a cambiare idea.

Sempre la leggerezza della vita mi dicevo.

Poi finalmente l’incontro con un eroe a cui permetto di farmi fare la scelta giusta.

E quando ne fai una di giusta poi ci trovi gusto e quindi eccomi qui, sopravvissuta e soddisfatta.

Forse sono stata fortunata che tante scelte sbagliate non siano state poi così devastanti e quelle giuste siano state giuste per davvero.

Forse il caso oppure anche quel che basta di consapevolezza.

Si nasce senza scelta: Stefania

La scelta di nascere e di morire – di Stefania Bonanni

Si nasce senza averlo deciso. Si può decidere di morire.

Se non fosse stato per quella spinta violenta, se la spinta avesse dovuto essere lei a darla, se ne fosse stata consapevole, forse non sarebbe nata. Aveva cominciato a non scegliere.

Capitò in una famiglia che non le piaceva, del resto non l’aveva scelta. Ebbe un fratello più grande ed una sorella più piccola. Del maggiore non fu mai alla pari, costretta per sempre a rincorrerlo. Della sorellina non ebbe mai la grazia, la delicatezza, il modo di battere le lunghe ciglia sugli occhi sognanti, la bocca a cuore che si increspava nelle smorfie. Non avrebbe voluto essere paragonata, ma non lo poté scegliere, e le capitò.

Cominciò presto a rintanarsi, quando capì che non dare problemi faceva sì che la lasciassero in pace. Andò a scuola e si ritrovò con compagni che non aveva scelto. Qualcuno le piaceva, qualcuno la infastidiva, ma tutti la intimidivano.

Fece la seconda perché veniva dopo la prima, le medie perché seguivano alle elementari, le superiori perché venivano dopo le medie. Non scelse lei che indirizzo dare ai suoi studi. Non le piaceva nulla davvero, tutto le sembrava troppo difficile, troppo impegnativo. Scelsero i suoi, il corso di studi più corto. Quando ebbe il diploma di segretaria, trovò lavoro nello studio di un amico di suo padre. Non avrebbe mai, e “mai” lo ripete’ più volte il capufficio, dovuto prendere iniziative personali. Fu sempre silenziosa e dovutamente impersonale.

Intanto i giorni, i mesi, gli anni, passavano senza scossoni, come essere in un’utilitaria, su un’autostrada con il limite di velocità a 50 km l’ora. Sembrava tutto andasse piano. L’accelerazione ci fu quando suo fratello si sposò. Comnciarono discorsi sulla “sistemazione” che anche lei avrebbe dovuto trovare. Vent’anni sembran pochi, ed anche trenta, poi ti volti a cercarli e non li trovi più.

Quando si sposò anche la sorella minore fu come se lei fosse stata spinta in prima fila. Il problema ora era evidente. Quando le chiedevano se avesse un amore rispondeva: “non so scegliere”. Come se l’amore si potesse scegliere. Arriva e basta: non si sceglie un uomo, non si sceglie più nulla. Per amore son state fatte pazzie, sono stati vissuti dolori e gioie violente. L’energia dell’amore fa sembrare luminosi, si può credere di essere capaci di tutto, pur di stringere tra le braccia quell’unica persona al mondo che l’amore ha scelto per te.

A lei non era successo. I suoi le spiegarono che era l’ora, e pazienza se non era innamorata. Avrebbe imparato a voler bene a quel brav’uomo, modesto e lavoratore. Lo sposò senza emozione. Continuò a mettere in pratica la lezione avuta in ufficio: mai prendere iniziative, mai.

Quando si trovò il marito addosso, che la forzava ad aprire le cosce, le spalancò con rassegnazione. Durò pochissimo, e lei pensò che se era tutto lì, allora si poteva fare. Presto si accorse di aspettare un bambino, e se lo lasciò crescere in seno più per vedere come andava a finire, che per amore. Partorì un maschio, buono e sano. Ma i figli di suo fratello erano oggettivamente più belli, e quelli di sua sorella più vispi, più grassi, più… più…

 E tutti, davvero tanti, a dirle cosa fare, come fare. Non davano consigli: piuttosto giudizi: una mamma capace deve sapersi imporre con i figli, e prendere decisioni sui comportamenti, le scuole, lo sport, l’alimentazione, i giochi, le compagnie. Lei lasciò scorrere la vita come veniva.

Quando il figlio fu adolescente le disse di essere convinto avrebbe fatto la stessa vita, fosse stato orfano di madre.

Il suo poco mondo le cascò addosso tutto insieme, provocando fratture e ferite così profonde che non se ne vedeva l’origine.

Lei non seppe più uscire da quella caverna. Avrebbe avuto bisogno le buttassero una corda, ma non la chiese, non chiamo’ cercando aiuto, e scivolò sempre più giù. L’oscurità ed il silenzio le riempirono gli occhi, i polmoni, le mani, lo stomaco.

Non l’aveva scelta, la malattia.

La lasciarono andare come si butta a mare una zavorra, per essere più leggeri e veloci.

E lei questa volta decise. E se ne andò.

All’ombra del ricamo: Tina

Ombra e punt’ombra – di Tina Conti

foto di Tina Conti

La storia del ricamo, ricorda il flusso della mia  vita. Quello che è bello mi attrae, e ammalia. Le cose che non so fare,  posso provare a impararle.

Così per il ricamo, i lavori con il legno, la maglia, coltivare le piante, cucire una camicia, un lenzuolo, riparare la bicicletta.

Mi piace imparare e fare da sola .

A volte rovino e strapazzo i materiali, ma spesso mi accontento dei risultati, poi però, rubo con gli occhi ai capaci per progredire.

Ho sempre un progetto in testa e uno che devo rincorrere perché mi scappa. Confesso che prendo appunti: accomodare la seggiola, dipingere la cornice, cercare soluzione per la giacca che non mi sta più.

E mentre armeggio, mi perdo in altre occupazioni, cambio la terra a una pianta, ritocco il lavoro ad acquerello del giorno prima.

Quando ho queste giornate di 2libero” come le chiamo, la casa è un bailamme.

Ritorniamo al filo e ago: rimanevo incantata dai colori che RITA, con sveltezza metteva nei suoi lenzuoli, centri, tovaglie.

 Così da bambina mi sono comprata un paio di lenzuoli e disegnata fiori colorati.

Il lavoro da molto lontano era piacevole, ma da molto lontano.

L’estate sotto i platani, si ritrovavano le ricamatrici vere, sfilati, punto ombra, intaglio. Io ho rubato con gli occhi, decisamente i risultati mi attraevano.

Così ho sperimentato, con dubbi risultati  tutti i punti del  ricamo.,

Nel frattempo continuavo con  la scuola e lavoretti saltuari.

Rifinire golf da una magliaia, e confezionare animaletti di panno peloso.

Ho lavorato un mese intero, impestando tutta la casa per una vera miseria.

Finita la scuola, sono andata a bottega da dei decoratori su metallo.

Bel lavoro, con la lente per le miniature, suggestioni degli smalti in cottura

Ma ancora poca paga. finalmente la decorazione del legno,ero diventata brava e svelta con questo lavoro a domicilio molto ben pagato.

Ho cominciato ad andare in città per lavorare nelle scuole e i negozi di ricamo erano i miei preferiti da sbirciare e ai quali  ispirarsi.

I disegni li ho sempre fatti da sola, così ho contribuito a confezionare tutte quelle stoffe che la mamma comprava per il famoso “corredo”

Quando sono riuscita a fare il punt’ombra, mi è sembrato di aver raggiunto un vero traguardo. Così, lenzuoli, tovaglie e asciugamani erano pronti per la nuova casa da novella sposa.

In seguito il ricamo è diventato  il momento di riposo e raccoglimento.

Sempre in movimento, trovare il tempo di pace e ascolto non mi sembrava vero.

Con la radio accesa, oppure sotto l’ombra di un albero trovavo la mia oasi di pace.

Per la casa per i figli e gli amici due punti li facevo volentieri, e anche adesso, se nasce un bambino fra gli amici o parenti, un bavaglino o un lenzuolino lo faccio volentieri, proprio col cuore, perché nel  mio ricamo, come ingrediente essenziale,  ci vuole il cuore.

La scelta delle donne: Carla

Donne- di Carla Faggi

Sonia è una donna moderna, realizzata.

Ha un ottimo lavoro, una famiglia deliziosa composta da un marito e due figli, i genitori ancora in vita anche se il padre non è autosufficiente. Inoltre è impegnata politicamente nel consiglio comunale del suo paese.

Come concilia il suo lavoro, la famiglia, la politica?

Facile. I ragazzi li accompagna lei a scuola quando va al lavoro poi a riprenderli ci pensa Ana, una ragazza ucraina che lavora part time per Sonia, lei adora stare con i bambini, dice sempre che quando sta con loro gli sembra di essere a casa con i suoi di figli che vede pochissimo e che stanno crescendo senza di lei. D’altronde non aveva avuto scelta se voleva sfamarli li doveva lasciare ai nonni e venire a lavorare in Italia.

Per tornare a Sonia quando Ana aveva il suo giorno libero ci pensava la nonna ai ragazzi tanto il marito infermo era accudito da Maria una non più giovane donna peruviana che viveva con loro e con il suo lavoro di badante accudiva a tutta la sua famiglia rimasta in Perù. Non aveva avuto scelta nel suo paese era molto difficile avere un lavoro e la sua era una famiglia numerosa.

La sera Sonia un giorno si e l’altro pure si occupava di politica, i figli andavano a letto presto e poi c’era il marito e quando lui era assente c’era sempre Concetta, che si occupava delle pulizie di casa di Sonia e che cercava sempre di fare qualche lavorino extra come baby sitter per permettere ai figli di condurre una vita decente, d’altronde separata da un ex marito disoccupato non aveva scelta che procurarsi tutti i lavori possibili.

Quindi Sonia era contenta, si sentiva una donna libera e soddisfatta, felice di vivere in questo mondo e in questa epoca dove le donne erano libere di scegliere la loro vita, lavorare, avere figli, essere impegnate politicamente. Inoltre stava anche scrivendo un libro: “Come le donne si sono emancipate nel ventunesimo secolo”.

Visto però che le favole anche quelle moderne hanno tutte una morale e tutte dovrebbero finire con “vissero felici e contenti” cerco di trovarci una morale ed un buon finale.

Per la conclusione mi risponde Sonia che giustamente dice che se non gli dai da lavorare stanno peggio, e poi le ha regolarmente assunte con stipendio dignitoso.

Per la morale la retorica direbbe che finchè una sola donna non è libera di scegliere nessuna lo è. Sempre la retorica direbbe lotta politica, uguaglianza sociale, opportunità per tutti.

Ma io detesto la retorica. E quindi non so trovarci la morale.

Si perchè io oggi, contenta della mia terza dose di vaccino, consapevole che la maggior parte del mondo, quella povera non l’ha avuto, rispondo che da sola la morale non la so trovare.

Se volete aiutatemi voi matitine……