Il conforto: ci vuole coraggio – Laura

Il conforto – di Laura Galgani

Vorrei il conforto di un sole pallido a primavera, di una breve passeggiata per le vie del quartiere quando il cielo si tinge di rosa. Lo vorrei ma non posso, non ho il tempo di andare a cercare la carezza di quel conforto.

“Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio”. Perché, mi sono chiesta. Forse perché soltanto così lo si soppesa, cioè se ne sente davvero il peso. E allora sì, che c’è bisogno di conforto.

I nostri cuori pesano come macigni. Anche quelli delle donne ucraine che ho incrociato oggi nell’ingresso dell’ufficio, uscendo. I bimbi, piccolissimi, strillavano divertiti perché giocavano a nascondersi e ad acchiapparsi in un ambiente nuovo, pieno di angolini segreti. Ma le madri no. Davano loro merende e succhi di frutta portati da noi, ma i loro occhi non ridevano. I volti tesi, le labbra serrate. Tutte giovani, ben vestite, dall’aspetto curato.

Sono passata attraverso quella piccola folla rumorosa spargendo sorrisi e gridolini di apprezzamento ai bambini, ma con mio grande imbarazzo sono caduti nel vuoto. Non mi hanno nemmeno vista.

So che avranno un rifugio, una casa, per quanto essenziale, e cibo e vestiti ma il loro cuore rimane di cemento, e ci vuole davvero tanto coraggio per pesarlo con entrambe le mani.

E’ un peso collettivo, globale, che va al di là delle responsabilità di ognuno.

Il conforto mi trovo a doverlo distribuire ogni giorno, su più versanti, e continuamente.

E’ difficile che mi occupi del conforto di cui avrei bisogno io.

Cerco di mantenere dentro di me il contatto con quella fonte inesauribile di luce, di pace, di calma e di serenità alla quale attingo per trovare conforto. Ma le giornate non sono tutte uguali e a volte le carte si rimescolano tutte in maniera tale per cui anche io mi sento nel deserto, là dove nessuna pianta cresce. E nel deserto avanzo, nonostante la fatica. Il sole mi abbaglia, il calore mi prosciuga.

Poi però mi fermo dal mio incedere senza posa. Qualcosa mi attrae, è una tenda bianca i cui veli si schiudono al vento. Un’ombra dentro si muove, in una danza armonica e silenziosa. Mi fermo ad osservarla. Mi siedo sulla sabbia calda. Lei è ancora lì, dentro la tenda, e danza, leggera ma decisa. Si direbbe che sia felice. Ora la riconosco, è la mia anima. Non mi ha mai abbandonata …

Il Conforto: Maria Laura

Il Conforto – di M.Laura Tripodi

Credo che ognuno di noi abbia attraversato momenti in cui il proprio passato sembrava lontano milioni di anni e il proprio futuro sembrava bussare urgente senza ricevere risposta.

Sono i momenti della disperazione che tolgono il respiro.

Poi ci si accorge che c’è altro da noi. Il cuore continua  a battere. Il nostro corpo non si arrende come fa spesso la mente.

Il conforto è guardarsi intorno e sapere che siamo piccoli esseri fallibili provvisori e fragili.

Ma nello stesso tempo partecipi di qualcosa che ci è incomprensibile e immenso.

Il conforto è la consapevolezza del tutto e del nulla in una relatività che ogni giorno insegna qualcosa.

Come una mano invisibile che si appoggia sulla spalla e trasmette sicurezza e calore di vita.

Come una caramella mou  che con la sua dolcezza placa il dolore di un bimbo

Incontro 9 marzo 2022: Il Conforto

con Cecilia Trinci

Ascoltiamo una canzone dal titolo Il Conforto, parola di cui abbiamo molto bisogno in questi giorni dolorosi di guerra tra Ucraina e Russia.

dalla strofa evidenziata troviamo ispirazione:

Testo Il Conforto

Se questa città non dorme
allora siamo in due
per non farti scappare
chiusi la porta e consegnai la chiave a te

Adesso sono certa
della differenza tra prossimità e vicinanza
è… nel modo in cui ti muovi
in una tenda in questo mio deserto

Sarà che piove da luglio
il mondo che esplode in pianto
sarà che non esci da mesi
sei stanco o hai finito i sorrisi soltanto
per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio
e occhi bendati su un cielo girato di spalle
la pazienza, casa nostra, il contatto e il tuo conforto
ha a che fare con me
è qualcosa che ha a che fare con me

Se questa città confonde
allora siete in due
per non farmi scappare
mi chiuse gli occhi e consegnò la chiave a te
adesso sono certo
della differenza tra distanza e lontananza

Sarà che piove da luglio
il mondo che esplode in pianto
sarà che non esci da mesi

sei stanco o hai finito i sorrisi soltanto
per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio
e occhi bendati su un cielo girato di spalle
la pazienza, casa nostra, il coraggio e il tuo conforto
ha a che fare con me
è qualcosa che ha a che fare con me

Sarà la pioggia d’estate o
Dio che ci guarda dall’alto
sarà che non esci da mesi
sei stanco o hai finito e respiri soltanto
per pesare il cuore con entrambe le mani mi ci vuole un miraggio
quel conforto che ha a che fare con te
quel conforto che ha a che fare con te
per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio
e tanto tanto troppo troppo troppo… troppo amore.

(Tiziano Ferro, Emanuele Dabbono)

Conversazione e condivisione molto intensa.

Il fuoco e il vento di tramontana: Tina Conti

Il vento di tramontana e i fuochi nei campi – di Tina Conti

Questo pomeriggio, completati i lavori programmati, ho acceso il fuoco nel camino e sono andata al tavolo per scrivere due righe.

Ieri al mattino, mentre salivo per il vialetto vicino all’orto dove il contenitore del compost trasforma gli scarti per il concime, ho pensato che avrei  dato fuoco facilmente alle potature degli olivi, cosi i campi riordinati si potevano passare con il tagliaerba ..sono partiti due grandi fuochi, lingue alte e svettanti mosse dal vento freddo di tramontana. Lo scoppiettare e crocchiare del fuoco si e’ fatto sentire quando ho aggiunto un ramo verde di alloro.

Il profumo si e’ presentato subito, insieme a una folata di vento fumoso.

Ho messo a punto strategie efficaci per far partire il fuoco all’esterno.

Raccolgo pine e pezzetti di scorze di legno, coccole di cipresso e le impacchetto con fogli di giornale, curando l’avvio, con pazienza, la fiamma si alza e si propaga al cumulo .aggiungendo pian piano i rami tagliati, in poco tempo il fuoco diventa potente e gagliardo.

Nei campi in questo periodo e’ necessario liberarsi delle frasche di potatura.

Si vedono girando lo sguardo sul territorio pennacchi di fumo sparsi ovunque. Rispettando le indicazioni  e le regole territoriali è ancora possibile adottare queste pratiche per liberare i campi.

Adoro  fare il fuoco, guardarlo, accudirlo, domarlo.

Ricordo il grande camino di nonna Cesarina nella grande casa del Monastero  che ci accoglieva alla sera riscaldandoci d opo una lunga giornata all’aperto.

Le guance si accendevano, le mani arrossate e screpolate avevano un po’ di refrigerio, ai bambini dopo cena  toccavano anche delle chicche: fette di mele secce ,noci, fichi secchi e un bicchiere di acquerello.

Che bevanda prodigiosa, non so cosa darei per un sorso di quel nettare.

La cosa che mi  piaceva tanto del fuoco erano i profumi che si sprigionavano.

Mi capita anche adesso di riconoscere gli odori della legna bruciata.

Non mancava mai pero’ nella cucina della nonna quel padellino con il lungo manico dove sulla fiamma vivace venivano cotte le nostre frittate, una per ognuno, gonfie e morbide che ci facevano saltare di gioia.

E poi che goduria il fuoco dello scaldino nel letto che fumava vapori di freddo.

Non si voleva mai che ce lo togliessero, ci ripagava di tutto quel freddo che nei campi per la raccolta delle olive si pativa di giorno.

Il veggio  o scaldino di coccio oppure di metallo, veniva preparato con sapienza 

Il fuoco doveva scaldare, durare, non bruciare.

Sopra i tizzoni immersi nella cenere, si spargeva ancora un velo protettivo di cenere e si infilava nel letto appeso al trabiccolo.

Il fuoco che scoppietta: Nadia

IL FUOCO di Nadia – di Nadia Peruzzi


Il fuoco, motore decisivo nell’accelerazione dello sviluppo umano e oggetto di dibattiti accaniti fra i primi filosofi della storia dell’umanità, nei miei primi anni di vita era una semplice, ma utilissima fiamma che cercava in tutti i modi di farsi vedere e sentire da dentro la cucina economica,  strumento essenziale nelle case di allora.
Era un fuoco ristretto e costretto da quei cerchi di ferro, con un suono più o meno scoppiettante a seconda del tipo di legna che ci si metteva.  Un suono particolare venato di sfrigolii che facevano da contraltare al sobbollir lento dei fagioli che spesso la nonna cucinava.
Il fuoco è famiglia, per me.
Racconta di calore , e di una tavola apparecchiata attorno a cui ritrovarsi, parlare, mangiare mentre una vecchia radio trasmetteva notizie con la sua voce un po’ gracchiante e le canzoni erano cantate da ragazze con le passate e le cinture di stoffa attorno a vitini che avevano l’obbligo di essere di vespa. Non potevi vederle attraverso la radio , potevi immaginarle visto che le ritrovavi prima o poi in qualche rotocalco di allora.
Sarà per questo collocarlo in questa dimensione domestica, che quando penso ad un fuoco un po’ più grande e libero di mostrarsi tale,  l’immagine che subito si fa strada è quella di un bel camino con la parete annerita , dei cuscini bassi e colorati lungo le sedute , con la cenere ancora viva e pronta a riprendere forza in qualsiasi momento.
Quando mi è capitato di partecipare a qualche vendemmia poi si finiva li, ad occhieggiare quelle fiammelle che poi diventavano fuoco impetuoso e braci ardenti. Fin troppo caldi davanti e tutti con le guance rosse, freddi alla schiena,  ce ne stavamo li a guardare le scintille che si rincorrevano e quelle grandi griglie piene di bontà da leccarsi i baffi.
Spesso era tutto un fuoco , perché anche la cucina economica era in funzione, con attorno le donne che davano gli ultimi ritocchi alla salsa per i crostini e al sugo di carne che diceva mangiami.
Gli uomini arrivavano dopo aver sistemato all’esterno, accaldati e con le mani ancora appiccicose per la tanta uva toccata.  Qualche gallina impertinente arrivava fino alla porta di ingresso per farci sentire un coccodè a cui nessuno prestava ascolto.
Si pensava ad altro.
La tavola era già apparecchiata , lo sguardo di noi bambini vagava fra pane casalingo e olio bono e formaggio pecorino , non disdegnando un’occhiata vogliosa verso l’acquerello in bella vista nella nostra parte di tavolo.
Era la tavola di una festa. Una festa scoppiettante, vivace, vitale. Una festa di comunità.
Il grande camino non mancava di far sentire ogni tanto anche la sua voce.

Il fuoco e le scintille: Simone Bellini

FUOCO – di Simone Bellini

Crepita nel caminetto il fuoco

Diffondendo chiarore

Scoppiettano scintille

S’inseguono per gioco

Alimentate da un dolce calore

Fiamme  ‘si belle

Rapiscono gli occhi

Tornano alla mente

Incanti di mille novelle

ardono dentro, il resto è niente.

Volti dimenticati

Riaffiorano nella penombra

Sorridono si commuovono narrano

Si abbandonano gli occhi al tuo tepore

E tutto quel che sembra scompare.

I fuochi di S. Antonio: Carmela De Pilla

I fuochi di S. Antonio – di Carmela De Pilla

Già da qualche giorno c’era aria di festa in paese, i ragazzini e i più giovani erano quelli che si divertivano di più, le loro voci portavano allegria per le strade del paese che fino a poco prima sembrava dormisse, per vincere la gara dovevano procurarsi molta legna perché il falò risultasse il più grande e il più bello così partivano in gruppo e tra una risata e l’altra bussavano a tutte le porte per racimolare quanta più legna possibile.

-Andiamo da Senza nas, lui ha il bosco chissà quanta ce n’ha!

I più piccoli scoppiarono in una risata fragorosa e non si accorsero che il povero Senza nas era sulla porta, ma lui era ormai abituato a quel nomignolo che gli stava appiccicato addosso da generazioni e non se la prese più di tanto anzi donò una carriola piena di legna già pronta sulla soglia.

Avevano lavorato fino a tarda sera e c’era abbastanza legna per fare un grande falò, tutto era pronto per la festa di S. Antonio  e l’indomani, 17 gennaio, si sarebbero radunati dopo il tramonto nella piazzetta del rione.

L’attesa per il grande evento aveva portato in ogni casa un’atmosfera particolare, tra il sacro e il profano e ognuno trascinato da un intimo desiderio di allegria si avvicinava alla grande catasta portandosi dietro la propria sedia  e qualche coperta.

Gli uomini avevano completato con maestria il lavoro e dopo che le donne e i bambini si erano accomodati in cerchio intorno al grande cono, avevano dato fuoco alle fascine partendo dal cuore, all’improvviso giochi di luce incominciarono a danzare nell’aria, scintille scoppiettanti si rincorrevano scherzosamente e qua e là nel cielo della notte s’intravedeva il chiarore giallo-arancio delle fiamme che si liberavano verso l’alto. Un turbinio di voci, di risate, di gesti s’insinuava tra i presenti trascinandoli in una spensieratezza quasi dimenticata, quel rito che si ripeteva tutti gli anni li univa, non c’era distinzione tra il ricco e il povero quella sera perché il fuoco apparteneva a tutti, per una notte erano tutti uguali.

Come d’incanto arrivavano le note di una fisarmonica e un gruppo di anziani intonavano una canzone, il ritmo diventava sempre più incalzante così altri si univano al coro e i più intraprendenti si lasciavano andare nel ballo cadenzato della pizzica, un trionfo di allegria era entrato nei loro cuori e nessuno pensava più alla malasorte, l’inverno stava per finire e l’arrivo della primavera faceva sperare in un raccolto più abbondante e metteva di buon umore tanto più che il carnevale era alle porte, come diceva il detto “S. Antonio, maschera e suono”.

Quelle fiamme bruciavano le sofferenze, le delusioni dell’anno appena passato e tutti si preparavano a cacciar via gli aspetti negativi della stagione fredda e quindi della vita con una grande voglia di rinnovamento…

I bambini si erano accovacciati ai piedi delle nonne che si dilettavano a raccontare le fiabe, quelle stesse che anch’esse avevano ascoltato dalle loro mamme e intanto mani grandi e stanche s’intrecciavano amorevolmente con quelle piccole e cicciottelle e una piacevole armonia s’infiltrava tra loro mentre in un angolo della catasta qualcuno abbrustoliva i ceci nella sabbia rovente con grande piacere di tutti.

Il fuoco, principe assoluto di quella sera, continuava a scoppiettare fino a notte inoltrata e a poco a poco ognuno ritornava a casa con la propria sedia ebbro di gioia, i più coraggiosi aspettavano che lentamente si addormentasse fino a diventare cenere raccontandosi storie di fatti quotidiani.

L’indomani avrebbero saputo il vincitore della gara perché più grande o più accogliente, ma ogni fuoco rimaneva  per tutti simbolo di rispetto, di amicizia e di buon auspicio.

Ancora oggi la luce del fuoco custodisce gelosamente questo antico rito che si ripete a dispetto di una vita moderna che tenta di dimenticare.

Il fuoco delle paure: Patrizia Fusi

Il fuoco e il fantoccio – di Patrizia Fusi

Quando ero piccola nel borgo dove abitavo, si fece una festa.

Prepararono dei festoni con delle lunghe corde dove incollarono dei triangoli di carta velina di tutti i colori, che misero attraverso la strada legandoli dalle finestre delle abitazioni agli ulivi del campo di fronte, formando cosi un tunnel colorato e festoso.

A noi bambini tutti questi preparativi  piacevano: vedere le donne mentre formavano come per magia quelle roselline di carta crespa di tutti i colori, mentre noi continuavamo i nostri giochi.

 Fu fatto anche un fantoccio di paglia a forma di uomo vestito con pantaloni, giacca e un cappellaccio a falda larga.

 Le donne abbellirono le loro finestre con quelle roselline di carta crespa colorata formando dei disegni, ad una finestra c’era una falce e un martello fatto da roselline rosse (per me senza nessun significato a quel tempo)

 Il giorno della festa in mezzo alla strada alla fine dell’edificio fu fatto un cumolo di fascine di legna, dove fu posizionarono il fantoccio.

 Noi bambini la sera eravamo tutti fuori in attesa che venisse bruciato il fantoccio con tante altre persone, l’aria era tiepida.

Quando gli dettero fuoco tutto si illuminò intorno a noi, la fioca luce del lampione all’angolo del fabbricato dove ci radunavamo nelle serate estive sparì per l’intensità delle fiamme del falò.

Il crepitio che facevano le fascine nel bruciare veniva accompagnato dai canti degli adulti a dalle nostre grida festanti alla vista delle fiamme, le scintille saltavano come piccoli coriandoli di luce.

Quando le fiamme si abbassarono alcuni uomini iniziarono a fare dei lunghi salti da una parte all’altra delle braci rimaste, noi bambini guardavamo con meraviglia, continuammo a giocare mentre gli adulti cantavano e parlavano fra loro.

Il gruppo della festa piano piano dolcemente si spense come il fuoco e ognuno tornò alle  proprie abitazioni.

Gli adulti dando fuoco al fantoccio avevano cercato di bruciare le proprie paure.

In questo periodo il fuoco che non riesco a togliermi dalla testa sono le immagini di case che bruciano in Ucraina, dietro ogni casa una storia una vita.

Pazzia dell’essere umano.


Il fuoco passione: Stefania Bonanni

Il fuoco – di Stefania Bonanni

Il fuoco non esiste. Va cercato e voluto, come un desiderio che viene dal profondo e non si può evitare. È affascinante, caldo, suadente, infiamma e rasserena. È pericoloso, come tutto quello che nasce dentro e trascina, consapevoli, ma incapaci di resistere. Non si può distogliere lo sguardo, dalla fiamma che ipnotizza. Accendere un fuoco è scatenare una forza immensa, è avere potere, perché da solo il fuoco non esiste. Per nascere, per esistere, ha bisogno di inghiottire qualcosa che si lasci bruciare, nel deserto non c’è fuoco. Per crescere, lascia ceneri.

Il fuoco è rosso, come il sangue, come il cuore. È il sangue che scorre nelle vene al centro della terra, tra i sassi. Nacque dai sassi e forse dalla curiosità di qualcuno che sarà sembrato matto, quando per giorni e giorni, accovacciato nella grotta, continuò a strusciare sassi l’ uno contro l’altro, e non sapeva cosa cercava. Poi, una scheggia di sole, o forse la coda di un fulmine, ma non c’ era il temporale. Da allora la notte non fu più solo buio, ed il buio non fu più un destino. La curiosità del matto aveva inventato stelle private. Da quel momento ognuno ebbe la sua stella privata. Quella che rischiarava la grotta ed intorno alla quale sedevano i cuccioli aspettando di mangiare.

Il fuoco ha creato il focolare, ed il focolare la casa, la famiglia. Nella notte quando vedo luci in lontananza, penso che sia una cucina, che qualcuno sia intorno ad un tavolo, davanti ad un piatto cucinato sul fuoco, o con le mani vicine ad altre mani, aperte sul piano del tavolo, davanti a un camino, insieme per parlare, per guardarsi, mentre gli occhi luccicano di scintille che volano in alto e si riflettono, moltiplicandosi, negli occhi e nei ricordi.

Fuoco è passione. L’amore è passione. Il fuoco è amore. Tra amati, amanti, genitori, figli, nipoti, amici. Per lavorare, leggere, scrivere, sognare, cucinare, giocare, sperare, vivere, ci vuole passione.  L’esempio di giornate vissute con passione è eredità preziosa. Si rischia molto, si vive.

Il fuoco benedetto: Anna Meli

FUOCO BENEDETTO – di Anna Meli

            Sabato Santo. Sono circa le 23 e noi stiamo andando verso la chiesa. E’ un buio veramente nero e la strada in salita. Abbiamo solo una piccola torcia ad illuminare i nostri passi. Il vento fresco ci accarezza il volto trasmettendoci profumi di erbe e fiori primaverili. Passo dopo passo siamo arrivati.

            La chiesa è affollata di gente che partecipa ad alcune letture preparate da un gruppo cui seguono riflessioni, preghiere e canti in un clima di grande serenità. Fuori, al lato della chiesa, c’è un ampio spazio dove è stata preparata una piccola catasta di legna e arbusti secchi, è lì che mio marito accenderà il fuoco. Lui vorrebbe che raggiungessi gli altri, ma io mi rifiuto con la scusa di tenergli compagnia e poi… la notte è magica e ti avvolge come un abbraccio e ti senti straordinariamente viva!

            Un po’ di carta, un accendino, un soffio di labbra e il fuoco si accende, prima timido e dubbioso poi, più vivace e crepitante, si alza verso il cielo in lingue danzanti e faville che si dissolvono velocemente lasciando il posto ad altre in un gioco continuo. Il mio sguardo stregato da quella scena si sposta all’immensità del cielo, alle migliaia di stelle che risplendono come tanti piccoli fuochi lontani e mi stringo a mio marito. Ci sono emozioni che si esprimono solo in silenzio di fronte a tanta bellezza!

            La gente sta uscendo dalla chiesa insieme al parroco in ordinata processione: ognuno ha in mano una candela spenta, il parroco il cero pasquale. Ancora preghiere e canti poi a seguire la benedizione del fuoco culminante con l’accensione del cero. La fiammella brilla vivace, candele si accostano prendono fuoco ne accendono altre ed è un tripudio di piccole fiammelle. E’ una notte di luce che riscalda il cuore!

            Ora tutti si dirigono in chiesa, rimasta la buio, a seguito del parroco che innalza il cero pasquale. Le candele vacillano, qualcuno inciampa, ma non c’è la minima possibilità di cadere tanto siamo stretti e vicini.

            Un attimo ancora e la luce centrale si accende mentre il suono dell’organo si mischia con quello festoso delle campane annunciando la Resurrezione. Ognuno spegne la propria candela che viene riposta per l’anno a venire mentre il cero viene collocato sul candelabro.

            Questo avveniva fino allo scoppiare del covid e spero che si ripeterà ancora, anche se il fuoco verrà acceso da altri. Sentirò comunque in quel momento vicino a me una presenza amorevole. Guarderemo ancora il fuoco e le stelle insieme.

Il fuoco del camino: Lucia Bettoni

Il canto del “foco” – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Nella foto una pagina del mio diario a nove anni

Ho fatto lunghi viaggi in uno spazio piccolo piccolo

Mi sono raccontata tante storie nel posto più caldo che conoscevo: il canto del foco

Era una casa nella casa, era accoglienza e protezione, calore e riposo

Il luogo dove tutto si fermava in una quiete serena alla fine di ogni giorno

Nel cuore il sentimento più vicino alla pace che io abbia conosciuto

C’era uno scalino da salire, uno scalino un po’ alto: forse non era così alto, ma lo era per me bambina piccola piccola

Il fuoco nel centro, a destra e sinistra dei sedili in mattoni e cemento

Quattro persone potevano sedersi in questo posto speciale

Spesso il sedile di destra era solo per me: un po’ principessa e un po’ cenerentola

Era il luogo magico per le mie storie

Era la mia televisione, il mio videogioco, era tutto quello di cui avevo bisogno per inventare

Guardavo il fuoco e dalle fiamme e dalle faville uscivano i personaggi come da un cappello magico: folletti, fatine, conigli, uccelli, stelle…

In un attimo i personaggi salivano sul muro crepato e nero di fumo

Le crepe erano strade, case, laghi, fiumi: erano il palcoscenico e la scenografia dei miei personaggi

E poi gli applausi delle scintille che salivano, salivano su per il camino per raggiungere il cielo

Le mie guance calde e le mie mani e i miei piedi che finalmente si scaldavano dopo il freddo di una giornata senza calore

A volte la mamma mi diceva – metti le mani sotto le ali – e io mettevo le mie mani sotto le sue ascelle e le mie manine viola dal freddo si riscaldavano

Ricordo così bene quel calore!

Un calore tenue come una rosa

Spesso le mani sotto le ali le potevo mettere proprio la sera quando la mamma si sedeva davanti al fuoco con me in collo perché i posti dentro il focolare erano già occupati dal nonno, dal babbo, dalla zia, lo zio, dal fratello del nonno o dal…

Allora eravamo tanti, una grande famiglia intorno al fuoco

Il fuoco dell’incendio: Sandra Conticini

FUOCO – di Sandra Conticini

Mi dispiace non conoscere le tradizioni o le storie contadine perchè sono una cittadina e non ho avuto nessuno che me le ha tramandate.

L’unica che  ricordo è  che, quando si arrivava dopo Pasqua, la mamma cercava sempre qualcuno che aveva un camino o una stufa economica per poter bruciare l’olivo benedetto e i gusci delle uova, perchè diceva che non si potevano buttare nella spazzatura. E’ stato  sempre più difficile, a volte li teneva anche diversi mesi in giro per casa, così alla fine si è dovuta rassegnare. 

Stare seduta davanti a un camino a guardare la legna che piano piano si consuma  mi piace, mi fa sognare, mi riscalda, mi rilassa ,  ma dopo un po’ mi rintontisce e preferisco  allontanarmi.

Comunque in tutti gli altri casi  il fuoco mi mette paura, perchè per me è distruzione. Gli incendi di grandi, ma anche piccole dimensioni non perdonano, distruggono quello che trovano, boschi, alberi, case e persone, c’è solo la speranza che riescano a domarlo prima possibile.

Ricordo una vacanza in Corsica negli anni 90, eravamo in campeggio con mia figlia che avrà avuto 3 anni. Dalla spiaggia si vedeva in lontananza una nuvola di fumo. Nel giro di due ore l’incendio era arrivato vicino a noi, per fortuna riuscirono a fermarlo, ma per il resto della vacanza mi rimase la paura addosso ed ogni volta che vedo un incendio provo inquietudine.

Il fuoco nel letto: Rossella Gallori

Il fochino piccino – di Rossella Gallori

Seguiva quella scintilla ad altezza un metro e ottanta circa…prima di vederla, ne avvertiva  l’ odore, si annunciava nel corridoio di una casa, che forse era solo nei suoi ricordi…poi appariva sulla soglia di camera, un fuoco piccolo che si appoggiava sul cassettone riflettendosi  sullo specchio,  dove l’immagine per magia si allargava, poi raggiungeva il comodino, per appoggiarsi su una conchiglia di ottone consumato dalla cenere, era la fine di un’ attesa bella,  l’ora di dormire, il respiro regolare della bimba, quello un po’ difficile di un babbo…e quella sigaretta che si consumava lenta, è quel “ fochino piccino” che faceva da ninna nanna….

Poi una notte, un temporale forte forte, che faceva paura, con i lampi, che sembravan  nastri di fuoco…e quella richiesta che non aveva mai: no.

E quella signorina piccola che chiede: si accende un fochino piccino????

Ed il temporale finì, si acquietò l’ acqua, il fuoco, il tuono ed il lampo…si addormentarono tranquilli, in attesa del giorno…

Un forte odore di fumo li svegliò di colpo, ed il lenzuolo  bruciava,  cercarono di spengerlo quasi ridendo e non era il caso, con l’ acqua con le mani, con la gioia che il peggio non era successo… con ancora la voglia di abbracciarsi e di ridere piano…

Arrivò un altro giorno felice, nel silenzio la luce si faceva spazio,   una bimba osservava i buchi sul bordo del lenzuolo, con lo  voce impastata di sonno e fumo e lo sguardo cupo sentenziò: io babbo volevo un falò!!!!

Vortice di fuoco – Laura Galgani

Fuoco – di Laura Galgani

Fuoco vortice tempesta, ti osservo rotolare, immergerti, guizzare, mi lascio avvinghiare dai tuoi tentacoli di luce, mi lambisci, mi sfiori, poi mi stringi e mi scavi, toccandomi nel buio più profondo di quei meandri che nemmeno io conosco.

Là dove arrivi ti temo, a tratti ti detesto, perché vuoi sapere tutto di me, vuoi portare la luce là dove non è mai arrivata, e allora mi oppongo, mi ribello, mi intestardisco in un linguaggio di guerra, di difesa, di negazione.

Non serve. Lo so, da sempre, che sarai tu, ad avere la meglio.

Sulla mia ragione, sulla ferrea logicità che guida ogni mia azione, sul controllo che vorrei avere ma non posso, sul credere ogni evento determinato, mentre è la tempesta a travolgere ogni piano.

Ti temo, fuoco, nelle tue spire più sapienti, nelle passioni che sai scatenare. Quell’unica volta in cui ti ho lasciato vincere hai stravolto la mia vita. Fredda, sì, incasellata come un ordinato cruciverba, ma tranquilla.

Nulla è stato più come prima. Sono saltati tutti i parametri, come un piede che calpesta una mina sepolta sottoterra. Tutto vola via, a brandelli. Chi c’è, ne fa le spese. Anche ingiustamente.

Ma il tempo è passato, e quel fuoco di passione l’ho domato. Dalle sue ceneri sono nate nuove visioni, orizzonti limpidi adesso mi attraggono.

Ti vivo con una sapienza diversa. So che puoi far male, ma lo accetto.

Quando le lacrime solcano il mio viso e tutto il mio essere geme e si stringe in sé stesso come a volersi attorcigliare soffocando e scomparire, arrivi tu, e mi scuoti. Non è lento il tuo sorgere dentro di me. E’ improvviso, e grandioso. E’ lacerante. Un urlo sgorga dalle viscere e ti lascia lavorare il mio essere come creta. Mi impasti, per farmi nuova. Fa male, ma è necessario.

Dopo il passaggio delle fiamme ardenti, una nuova forza, cristallina e pura, mi fa rialzare e accettare me e il mondo intorno a me. Mi guardo dentro e scopro piccole gemme preziose: un rosso rubino, un verde smeraldo, un turchese e un quarzo rosa. Brillano, mi consolano, se le ascolto mi suggeriscono note, parole, disegni che cerco di tradurre nel linguaggio della mia vita. Sono il frutto della trasformazione operata da te.

Ora, una piccola fiamma mi basta per ritrovarti. Mi concentro su quell’unica fiamma che assume contorni sempre nuovi e che cambia colore col crescere. Violetta alla base, e trasparente, si fa opaca al centro per poi guizzare di una luce quasi bianca verso l’alto e spingersi in un vertice che punta dritto al cielo. E danza, danza, danza, in un dono di sé infinito.

Voglio essere come te.

Amico fuoco – Daniele Violi

IL MIO AMICO FUOCO – DI DANIELE VIOLI

Il FUOCO mi accompagna come un amico da quando lo conosco. Da piccolo in quel di Coverciano con la stufa e la legna che amo e che già allora, virgulto di  curiosita’, trasportavo dalla cantina fino al 4 piano, in quantità morigerate e profumate di bosco. Io stesso poi alimentavo il mio amico FUOCO.

Poi 44 anni fa il nostro rincontro ha sancito definitivamente tale amicizia, rinsaldando questo rapporto. Da allora sempre con Lui. Mi ha sempre riscaldato,  continua a riscaldarmi e con il suo calore mi dà anche cibi profumati, sopratutto per il mio Cuore. La Sua presenza é protettiva é ineguagliabile. A tuttoggi fedele. Ma quale sporco, ma quale sudicio; tutto trasforma il fuoco, dalla legna bruciata potassio e calcio per le nostre piante! che bella sincronia  La Natura, gli Alberi ci vogliono bene, anche quando non sono vitali, restano vitali, lasciano il segno del loro passaggio. Meraviglioso. Al Fuoco ho dedicato e dedicheremo sempre considerazione. Ho cercato di poter ricavare, possibilmente da piante morte o cadute,  la legna per riscaldarmi. Il FUOCO ti riscalda e annulla l’aggressività e la follia.  Lasciando nel dimenticatoio il FUOCO abbiamo negato a noi stessi, parte della nostra anima.

Incontro 2 marzo 2022 – Il Fuoco

con Cecilia Trinci

Il fuoco come potenza, come forza di purificazione, come energia, come conforto, fisico e morale.

Il fuoco nelle sue derivazioni: rogo e falò, ma anche scintille e faville

Il fuoco nei riti di carnevale e non solo, come capace di difendere dal male, o come distruttore di forze malefiche

Il fuoco come calore, luce, conforto, coraggio, lampi e presagi.

Il fuoco delle candele, delle torce, dei ceri...

e……

da La Cantatrice Calva di E. Ionesco:

Il Fuoco – legge Simone Bellini

Regali: Carmela a Vanna

Lettera a Vanna – di Carmela De Pilla

Così dolce, sempre attenta a usare le parole giuste Vanna, con la sua compostezza e delicatezza propone il suo pensiero in maniera pacata e rassicurante.

Sarà perché il suo mestiere di psichiatra la porta ad entrare in empatia con gli altri o forse fa la psichiatra perché entra in empatia con gli altri facilmente?

La semplicità e la sicurezza evidenti nelle sue parole le trovo anche nel suo vestire, principalmente di nero o comunque scuro, ma sempre con qualche nota originale che personalizza con i suoi gioielli veri o di bigiotteria.

Oggi viene a prendere un caffè da me e io cercherò di farlo buono perché so che le piace molto, ho preparato anche un piccolo dono per lei che ho avvolto amorevolmente in una cartavelina verde prato legata da un nastro viola per ricordare gli anemoni che proprio in questo periodo stanno alzando timidamente il capolino.

Quando ho saputo della sua visita ho pensato di regalarle quella spilla che ho fatto per lei, una farfalla con le ali spiegate pronta a spiccare il volo, il corpo realizzato con piccole pietre azzurre ricordano il mare.

 Eccole…eccole volare insieme verso la libertà.

Regali: Carla a Patrizia

Per Patrizia – di Carla Faggi

Un pacchetto di carta verde perchè il verde è un colore che sento adatto a Patrizia, il verde è tranquillità, è appagamento, è esserci dopo tanta pazienza, ricerca, ma è anche il colore della continuità e dell’appartenenza.

All’interno del pacchetto verde un mazzo di fiori di campo, che mi ricordano un bello scritto di Patrizia che mi aveva colpito molto ed anche perchè i fiori di campo sono semplicità, bellezza e varietà.

Un po’ come lei che è tante cose, tanti interessi, e soprattutto tanta spontaneità.

Ci saranno margherite che come Patrizia sono fiori del popolo con misteri di magie amorose che ci ricordano come si può essere regine e belle con pochi fronzoli.

Ci saranno i crochi gialli che ci annunciano che l’inverno sta finendo ed è arrivata la primavera. Ora  si gode cara Patrizia di quello che si è costruito, con tranquillità e saggezza.

Poi ci saranno tanti altri fiori di ogni colore e specie, perchè tanti sono i tuoi interessi e tante le tue sensibilità.

Nel pacchetto c’è anche un libro di Casprini su Fonte Santa con l’intenzione di ripercorrere insieme quei sentieri sulle colline della tua Antella perchè Patrizia è attaccata al suo paese, ci racconta nello scrivere i suoi ricordi, la storia dell’Antella, delle sue genti, le tradizioni ed il carattere degli abitanti.

Regali: Stefania a Sandra

Una miscela esplosiva – di Stefania Bonanni

Vorrei regalare a Sandra una miscela esplosiva. Un insieme di sostanze che fosse possibile racchiudere in una scatolina per poi schizzare fuori all’apertura, che quei giochi antichi che liberavano burattini che scattavano srotolandosi.

Nella miscela metterei: due atomi della registrazione di una risata lunga e sonora della Sandra stessa, che è sempre un regalo per chi ride e per chi ne gode, due idrogeni di lettura dell’ “ode della patata” di Neruda, registrata mentre legge, per esempio, Simone Rovida, infine il video girato durante una mattinata serena, dal titolo “riso a crepapelle”, ed erano frittelle.

Poi nella scatolina ci metterei il regalo vero e proprio, che secondo me deve avere queste caratteristiche: essere una cosa che fa stare bene, essere qualcosa che la persona a cui si dona non si comprerebbe mai da sola. Io a Sandra comprerei un abbonamento per una decina di giri sulla giostra di Piazza della Repubblica, quella dorata con i cavalli e le carrozze. Una decina di giri dovrebbero bastare per un pomeriggio indimenticabile, da far girare la testa.

Definizione del nostro incontrarsi:

“Un posto dove ognuno parla ed ognuno ascolta: e già questa è una rivolta.”