La tazza capolavoro – di Rossella Bonechi

foto di Rossella Bonechi
Hai ragione Michela: una tazza in sé e per sé non è un oggetto qualunque e a riprova di questo pensiero anche stamani l’ho tirata fuori dal mobile dove se ne sta con le altre razze spaiate. Ho anch’io tazze tutte uguali con i loro piattini, impilate a tre a tre per prendere meno posto e far bella mostra di decori e forme, ma a me piacciono di più quelle scompagnate, di diverse altezze e colori. C’è quella a cono tronco verde e arancione con le pecore che sembrano un fumetto, quella bianca elegante con l’iniziale “G” in blu destinata a Giuliano e quella un po’ puerile con l’orsetto e il manico rincollato, quella grande a ciotola dipinta a mano d’azzurro con i pois blu insieme a quella bianca di arcopal con un bel disegno blu stile ricamo.
E poi c’è lei, la decana, quella che ha più anni di me, sbrecciata e diventata ormai giallina; è la superstite di un servito da sei della nonna che negli anni è diventato da cinque poi da tre da due e ora non è più un servito! Ci sono ancora quattro piattini però loro non fanno testo, solo da contorno. Quella tazza da sola mi fa casa, mi ricorda quando facevo colazione con i cugini e la nonna ci versava il latte dal bricco e ci metteva in tavola le fettone di pane. La nonna aveva sempre fretta, a ragione, e non si curava di sbattere tazze e piattini per fare più in fretta. Da allora il rumore delle stoviglie che sbattono tra loro è per me una specie di Madeleine del risveglio mattutino.
Me la sono trasportata di casa in casa, come il guscio per la chiocciola, perché averla ancora mi ricorda che sono stata bambina tra bambini, che qualcuno ha avuto cura di noi con amore, che la nostalgia è pericolosa ma la testimonianza del bene e del bello no, mai. Ora, quando facciamo colazione insieme, è la tazza di Daniele.






























































