Lo scrigno rosso di Patrizia nel cestino incantato

Lo scrigno rosso – di Patrizia Fusi

Un morbido scrigno di panno rosso bordeaux, un ciondolo di plastica trasparente a forma di ciuccio, tagliato come i diamanti, la luce batte sulle sfaccettature e lo rende vivo e luminoso.

Lo scrigno rosso, girandolo, ha la forma di un tortellino, inserendoci il diamante di plastica, diventa una piccola morbida caverna che contiene l’oggetto prezioso.

Penso al diamante come un pegno d’amore, come il ciuccio mi ricorda l’amore per i bambini.

Il NIDO di stoffa di Rossellina nel cestino incantato

Il nido – di Rossella Bonechi

È sempre il lucido, il brillante, il liscio senza ostacoli che attira; un bel colore caldo, con tutte le sue sfumature, una forma comoda fatta apposta per acquattarsi in un nido.     

E guarda caso il nido ha la stessa gradazione di colore, forse per mimetizzarsi meglio dentro? Al sicuro?  Il nido non è che un rettangolo di stoffa girato su se stesso, quasi a ricordare una calla ma senza avere la sua delicatezza: è panno ruvido, compatto, impenetrabile ma caldo, che avvolge senza stringere. Sì, quello che continuo a tenere tra le dita è proprio un bocciolo di stoffa che racchiude un ovetto di plastica; entrambi non di schiuderanno mai ma continueranno ad aspettare Primavera . Insieme.

Le tazze di Carla

Il nido e le nostre tazze – di Carla Faggi

Il nido e le tazze, quanta nostalgia.

Chissà se gli uccellini faranno ancora il nido sulla nostra finestra.

Chissà se ci saranno ancora quegli acquerelli bruttini esposti che noi volevamo sostituire con le nostre scritture.

Com’erano buoni i cioccolatini sempre presenti, specialmente quelli di cioccolata bianca che Cecilia non faceva mai mancare.

Così come le sue calde tisane e le sue tazze colorate.

Tazze che erano tutte diverse tra loro; c’era quella lunga, quella più grassa, la più elegante e anche quella più normale.

Io sceglievo quella più colorata, mi sembra di ricordare arancio di ceramica.

Quelle tazze ci accompagnavano nei nostri giochi, nelle letture, nei nostri viaggi nel mondo della magia.

Accoglievano il tempo che Cecilia ci regalava, le emozioni che ci voleva solleticare, il ruzzo dei nostri giochi.

Noi ne bevevamo a boccate piene.

Poi…poi tutto cambiò.

Fu trovato il modo per stare ancora insieme, fu trovato il modo per rivedersi ancora. Nuovi posti, nuovi stimoli, nuovi noi.

Abbiamo comunque bevuto sempre a boccate piene…ma non più da quelle tazze.

…mi mancano…

La tazza di Rossellina

La tazza capolavoro – di Rossella Bonechi

foto di Rossella Bonechi

Hai ragione Michela: una tazza in sé e per sé non è un oggetto qualunque e a riprova di questo pensiero anche stamani l’ho tirata fuori dal mobile dove se ne sta con le altre razze spaiate. Ho anch’io tazze tutte uguali con i loro piattini, impilate a tre a tre per prendere meno posto e far bella mostra di decori e forme, ma a me piacciono di più quelle scompagnate, di diverse altezze e colori. C’è quella a cono tronco verde e arancione con le pecore che sembrano un fumetto, quella bianca elegante con l’iniziale “G” in blu destinata a Giuliano e quella un po’ puerile con l’orsetto e il manico rincollato, quella grande a ciotola dipinta a mano d’azzurro con i pois blu insieme a quella bianca di arcopal con un bel disegno blu stile ricamo.

E poi c’è lei, la decana, quella che ha più anni di me, sbrecciata e diventata ormai giallina; è la superstite di un servito da sei della nonna che negli anni è diventato da cinque poi da tre da due e ora non è più un servito! Ci sono ancora quattro piattini però loro non fanno testo, solo da contorno. Quella tazza da sola mi fa casa, mi ricorda quando facevo colazione con i cugini e la nonna ci versava il latte dal bricco e ci metteva in tavola le fettone di pane. La nonna aveva sempre fretta, a ragione, e non si curava di sbattere tazze e piattini per fare più in fretta. Da allora il rumore delle stoviglie che sbattono tra loro è per me una specie di Madeleine del risveglio mattutino.

Me la sono trasportata di casa in casa, come il guscio per la chiocciola, perché averla ancora mi ricorda che sono stata bambina tra bambini, che qualcuno ha avuto cura di noi con amore, che la nostalgia è pericolosa ma la testimonianza del bene e del bello no, mai. Ora, quando facciamo colazione insieme, è la tazza di Daniele.

Dono inatteso di Stefania

Marzo – di Stefania Bonanni

Photo by Ivy Son on Pexels.com

Zitto, piove.

Frizza, l’acqua di marzo, sulla pelle fredda schiaffeggiata dal vento della neve vicina.

Frizza sugli alberi pieni di gemme, combattuti dal trattenersi o dall’,esplodere di fiori. Parte di un mondo cambiato, ormai sconosciuto. Era una grande certezza che dopo l’inverno venisse ia primavera. Certezze non ce ne sono più. Lo sanno le mie rondini, arrivate venerdì con le ali piene di chilometri e di muscoli. Pronte per volare nei nostri cieli, per disegnare le nuvole di note musicali, cerchi magici e parole che non sappiamo leggere. Le abbiamo viste arrivare, e poi più. Speriamo siano nel nido al caldo, che c’è la facciano. O dovremmo impedirne la partenza?

Frizza marzo, con quella zeta dolce ma tagliente, sveglia dal letargo. All’inizio dell’inverno, quando non si sa né come sarà, né quanto durerà, si rimanda a marzo tutto quello che non è urgente. Una specie di mantra: a marzo, a marzo..che significa: se ce la faremo, se lo vorremo ancora fare, se ci sveglieremo, se il principe ci bacerà, se, se, se…… Poi passa l’inverno, e non è cambiato nulla, purtroppo e per fortuna…e ci si affida a quel frizzantino che nonostante tutto entra sotto le gonne, come se il sangue diventasse gassato, gassantino, inutile resistere, inutile mettere sempre e solo pantaloni, inutile tagliare quei rami carichi di gemme, rispunteranno, nasceranno nelle orecchie, e saranno capaci di sentire di più, spunteranno tra i capelli,  saranno fantasie colorate e pensieri d’amore. Saremo di nuovo primavera, a marzo.

Incontro del 2 marzo 2023 alla Carrozza 10: il cestino incantato

con Cecilia Trinci

Foto di Lucia Bettoni, Patrizia Fusi, Rossella Gallori e Cecilia Trinci

Il cestino incantato contiene pezzetti di stoffa e pietre da abbinare. Ognuno ne sceglie una coppia.

Moltissime le suggestioni: il sangue di S. Gennaro, il tavolo verde da gioco con le fiches, le farfalle disegnate dai bambini piccoli, cappelli di gnomi, tortellini, caramelle di menta, un nido per mimetizzarsi al sicuro, fiori che respirano, il ciuccio dei bambini o un diamante entrambi simboli d’amore, due foglie gemelle che si rotolano nell’autunno, un anello con copricapo di ortiche, un amore dei diciotto anni, il mare blu nel verde morbido, il Nilo……..

Siamo in attesa delle pubblicazioni complete….

Un passo nel passato e una scintilla del 2016 che ci fece sognare: rileggiamo insieme la tazza di Michela Murgia:

Già in se e per sé una tazza non è un oggetto qualunque, ma una cosa importante. Costa meno ma fa più cose di un vestito. Ci puoi bere, ti scalda le mani, ti tocca le labbra col bordo, suona se la fai cocciare contro un’altra e se ascolti la sua voce ti dice anche cosa c’è di rotto in lei. Può andare in pezzi, questo è vero, ma non sporcarsi. Le tazze, a differenza dei vestiti, tornano sempre perfettamente linde. E poi una tazza non cambia. Se ingrassi o dimagrisci lei non perde niente, ti nutre sempre, continua a esserci. Un vestito invece non ti segue: ha la sua misura e non la cambia per te. Ha il suo modello, ma poi la moda passa. E se il matrimonio somiglia a quel vestito? E se ci entro  e poi a un certo punto mi accorgo che non ci sto più? Un vestito da sposa….non so se lo voglio davvero quel vestito. Tanto spreco per un solo giorno….

(Da Chirù pag 97 di Michela Murgia)

Il pacco FRAGILE di Rossella B.

La fotografia – di Rossella Bonechi

Ho aperto un pacco anonimo con la scritta “FRAGILE” su ogni lato. Dentro ho trovato un rotolino di carta finissima che quasi si sbriciola con tante scritte fitte fitte che mi rendo conto essere linee-guida per una relazione amorevole:

l’ascolto profondo in silenzio, il tu anziché l’io, rispetto della diversità dei tempi, gentilezza ammazza-rabbia, decantare, spazi coincidenti non collusivi, sincerità di intenti.

Il pacco è arrivato a destinatari diversi ma ognuno scopre che il dono va bene proprio per tutti: per gli innamorati, per gli amici, per i familiari, per i vicini, per qualsiasi relazione.

Vedo che non c’è il mittente, ma dev’essere qualcuno che la sa lunga !

Un pacchetto che si tiene bene in mano, leggero, di umile carta di colore neutro. Ma su tutti i lati spicca la scritta “FRAGILE”. Che cosa ci sarà? Forse qualcosa di piccolo, delicato, trasparente. O qualcosa di materia morbida, da non schiacciare, da non deformare. Sarà invece un meccanismo complicato, con fili e intrecci da non spostare in alcun caso? O una qualche bomba che se scossa o sbattuta esplode in faccia? C’è solo da aprirlo, scartarlo piano sul tavolo e la sorpresa non sarà più tale.

Toh! C’è un cartoncino….no…. è una fotografia! Ma è la MIA fotografia! Che scherzo è questo ?

Sedendomi stupita, forse delusa, piena di domande e priva di risposte, mi rendo conto che è proprio così: in fondo, in mezzo a tante cose fragili, a tanti rapporti fragili, a molta vita fragile, la fragilità che più mi condiziona e mi riguarda è la mia ed è tutta nelle cose immaginate in quel pacco: la trasparenza e quindi l’attaccabilita’, la morbidezza di intenti e quindi il pericolo di essere schiacciati, la complicazione delle sfaccettature e quindi la fuga nella staticità, la molotov di rabbia e paure e quindi lo sforzo continuo per il disinnesco.

Non c’è mittente sul pacco, peccato ! Avrei risposto volentieri che la mia fragilità mi fa sentire più umana, mi ridimensiona, mi serve per cercare di fare piccoli passi prudenti ma costanti e continui.

Così sarebbe arrivato il prossimo pacco, stessa carta stesso anonimato, ma con la scritta “RESISTENTE”, l’altra faccia della mia fotografia.

Il pacco FRAGILE di Gabriella

Fragilità – di Gabriella Crisafulli

Da quando aveva dieci anni era preda di una grande inquietudine che la teneva sotto scacco. Nel passaggio fra l’infanzia e l’adolescenza si era trovata a navigare fra religione, ideali e sogni ma l’ortodossia in vigore nella sua famiglia costituiva un ostacolo alla riflessione. Non poteva più leggere “Il monello” perché era all’indice. Le mancavano molto le avventure di Nadir. I libri arrivavano con il contagocce. Non ci si rivolgeva alle biblioteche.

Si trovava stretta fra regole ferree, paure alte come muri, convinzioni enunciate a mo’ di dogmi. Un po’ si era ribellata ma alla fin fine si era conformata al modello imposto, viaggiando con la mente al di sopra di tutto.

“Mi spezzo ma non mi piego” diceva suo padre: oltre a questo non si andava. Viveva la lotta, non importa quale, come un segno di forza. Era forse sintomo di fragilità?

Serrava le labbra e andava avanti a testa alta.

Per tutto il resto riteneva che fosse meglio chiudersi in sé.

La moglie lo aizzava quel tanto che era sufficiente a portare avanti la campagna del momento: “Ho bisogno di un nemico” sosteneva. Anche questo era forse sintomo di fragilità?

In casa non c’erano dibattiti o discussioni: di volta in volta veniva definito un assioma con tutte le argomentazioni a sostegno della tesi e si andava avanti. Soprattutto niente dubbi.

Erano lotte che facevano da paravento e da difesa alle difficoltà personali e al ruolo di genitori.

Lotte alimentate dalla grande diffidenza nei confronti degli altri che potevano attentare al loro buon nome e all’integrità morale, fisica, economica, sociale del nucleo familiare. Bisognava essere accorti, tenere le distanze, muoversi con circospezione.

Per gli adulti c’erano alcune – poche – deroghe relazionali, non per la figlia che non poteva andare ai giardinetti con l’amica (c’erano i cagnoli]*), né frequentare la parrocchia (troppo bigotti) e tantomeno i circoli (gente del popolino).

In quel periodo dell’età evolutiva, all’interno di questo meccanismo familiare, si radicavano in lei idee sovrapposte, intrecciate, contraddittorie, conflittuali che impedivano la crescita e lo sviluppo di una sicurezza emotiva e della riflessione oggettiva. Non c’era nessuno con cui confidarsi, confrontarsi, né adulto né coetaneo e i pensieri vagavano sull’onda di una emotività esasperata. Si era generata all’interno della cornice stabilita ed era diventata la sua struttura portante. In famiglia non veniva contemplato di prestare attenzione alle sfumature dell’empatia, ai misteri degli affetti, ai meccanismi del dolore, agli attimi di tenerezza, alle tonalità dell’allegria e della tristezza, alle modalità della gioia e della speranza. Non veniva preso in considerazione l’allargamento di relazioni umane che facessero uscire dai confini del nucleo ristretto. Le emozioni venivano incanalate in una regione calcolante e organizzativa il cui scopo era la massima efficienza con il minimo costo. In occasioni particolari, in presenza di un pubblico, le emozioni venivano ritualizzate, spettacolarizzate ma non messe in contatto con sé stessi. Era un sistema funzionale ma distaccato, distante, quasi robotico, che evitava di entrare in contatto in maniera profonda con ciò che avveniva dentro e intorno. Le parole venivano limitate a disposizioni schivando le possibilità di conciliare emozioni e ragione, riflessione e intuizione, uscendo dall’io per incontrare gli altri sul piano più intimo e profondo. Si preferiva giocare sulla denigrazione, sullo scherno, sul ridicolizzare e il giudicare: le scarpe bianche, quelle con il tacco, San Remo, la televisione. A mala pena le veniva concesso di guardare Rin Tin Tin alla Tv dei ragazzi e Carosello alle 20.

Era tutto mascherato, nascosto perché le preoccupazioni e i timori su quello che succedeva in casa erano davvero a livelli molto alti.

Lei non si rendeva conto di cosa si stava verificando: non poteva averne coscienza data l’età ma ne sentiva tutto il portato di ansia e angoscia. Era semplicemente infelice e la solitudine la angustiava da morire.

Aveva provato a ribellarsi ma la sua protesta era indiretta e la metteva in una posizione di colpa. Giorno dopo giorno una rabbia inconsapevole si incistava a sua insaputa dove meno se l’aspettava mentre l’infelicità si trasformava in sofferenza e generava assenza di pensiero.  Avrebbe smarrito la sua interezza. Avrebbe creato il vuoto mentale.

E la vita le avrebbe presentato il conto colpendola in ciò che aveva di più caro.

Solo in vecchiaia sarebbe tornata su quei fatti e ne avrebbe percepito la potenza disgregatrice. Solo in vecchiaia aveva colto l’occasione per entrare in contatto con le sue fragilità, macerie sul campo di una guerra persa.

Non si era accorta con quanta forza nel suo intimo si ribellava ad un regime autoritario provocando dentro di sé rigidità pari alle fragilità che aveva generato.

Non si era accorta di quanti conflitti le si erano radicati dentro.

Faticava a liberarsi da agiti generati in automatico, senza riflessione e ripensamento, che avevano causato a loro volta fragilità in coloro a cui lei voleva più bene.

Così, giorno dopo giorno, si era messa a bonificare un territorio devastato, pezzo a pezzo, strato a strato, con meticolosità e pazienza certosina.

Era una cosa che doveva a sé stessa e ai suoi cari.

Era un dovere morale.

Era un viaggio alla scoperta della gioia.

1 MARZO!

Inizia Marzo tra neve e pioggia….un po’ di passato non guasta

copertina del libretto 2017-18

Poesia di Arpalice Cuman Pertile
O marzo

O marzo, che i petali rosa
dei fiori di pesco colori,
o marzo, che a volte disserri
i primi soavi tepori,
e a volte ventoso e gelato
tormenti le erbette del prato.
O marzo, non fare il cattivo,
non rompere i rami fioriti,
i rami dei peri e dei meli,
che poi daran frutti squisiti.

Che albero sono: Mimma Caravaggi (1 marzo 2016)

Mimma: Sono un Cerro, una quercia particolare. Alta imponente sui 25 metri di altezza che mi permettono di guardare il cielo più da vicino e spaziare lo sguardo nell’infinito tra panorami verdeggianti e collinosi e le montagne coperte di neve molto ravvicinate. Le mie fronde arrivano fino a terra colme di foglie lanceolate e frastagliate come quelle di tutte le querce. Ho come frutti delle ghiande particolari con un cappuccio riccio a formare una piccola parrucca sul mio frutto. Vengo visitata quotidianamente da vari amici come cinghiali pronti ad arraffare tutti i frutti che cadono dai miei rami, copiosi e abbondanti e loro a grufolare felici dell’abbondante pasto. Anche i caprioli vengono spesso a pascolare e mi salutano con il loro suono gutturale piuttosto goffo e brutto ma se li guardi sono bellissimi, eleganti e con degli occhioni timidi e dolcissimi. Ci sono poi gli scoiattoli che percorrono in lungo e in largo le mie fronde facendo risuonare il fruscio delle foglie, quasi una musica eterea. Squittiscono allegri e spensierati cogliendo qualche ghianda che si portano alla bocca con le due zampette e rimanendo in piedi sono uno spettacolo di allegria e buonumore. Non mi devo scordare degli amici uccelli che fra i miei rami costruiscono un nido ben riparato  anche da pioggia battente. Li’ nascono i piccoli che affamati richiamano continuamente i propri genitori affinché non si dimentichino di loro e del loro pasto. Se poi scendiamo tra le mie radici c’è addirittura un altro mondo. Piccoli insetti, vermiciattoli  striscianti il cui compito è di tenere pulite e areate le mie radici, grandi e piccole, ramificate in largo e lungo e che mi permettono di prendere il nutrimento per crescere forte e copioso. Quando poi arriva il vento ! Quel venticello leggero che spolvera le mie foglie e crea col il suo passare una musica dolce e soave a fare quasi da ninnananna ai piccoli uccelli appena nati. A volte arriva anche un vento ghiaccio e forte che mi stringe in una morsa di freddo terribile, ma è molto rara per fortuna. So che starò qui a lungo per ancora decine e decine di anni a venire ma sicura che non sarò mai sola ma sempre attorniata dai miei piccoli, rumorosi, ingombranti, teneri amici.

Marzo 2020 – di Gabriella Crisafulli

Il mio cuore

fatica a carburare

è un po’ verde

inacidito

inaridito

inaudito

acerbo?

Le amiche disperdono

fobie, fantasmi

menzogne, sortilegi

Vorrei un cuore

almeno arancione.

Questi giorni di marzo – di Tina Conti (marzo 2020)

Ci saranno giardini curati e fioriti, alberi rigogliosi e potati a dovere, in campagna  la natura è in piena gioia. Al mattino quando guardo fuori, gli uccelli sono in grande movimento. Si infilano nelle siepi  a portare fili d’erba e scappano di nuovo volando rasoterra. Le capinere arrivano veloci a  becchettare i semi davanti alla porta. Sono mattiniere, per sorprenderle  mi devo appostare dietro il vetro.  Io fuori mi sento come loro, spensierata, allegra, ignara. Ho piantato un nuovo albero, lavorato nell’orto, riordinato le  parcelle che quest’anno son ben disegnate. Nel lavoro di rinnovo della recinzione sono riuscita a far partecipe  mio marito e un suo amico, la struttura di nocciolo che ho comprato si  armonizza con il cancellino in castagno che avevamo  sistemato  tempo addietro. Sono proprio orgogliosa del lavoro, posso raccogliere insalate, cicoria e cavoli piantati in autunno. Visto quanto tempo ho a disposizione ho interrato la patate germogliate aiutata dalla mia nipotina , non lo facevo da tempo ma visto che avevano messo gli occhi come ho detto a Tea  e lo spazio è aumentato  ci ho riprovato. Sembra tutto normale (fuori) ma nella mia mente passano le nuvole, quando ripenso alla situazione attuale. Sento  le notizie alla televisione vedo il lavoro dei medici e degli operatori sanitari. Quanto siamo vulnerabili noi che ci sentiamo immortali, oggi piove, le notizie da fuori portano tristezza e silenzio, ripensiamo alla nostra vita, cuciniamo, leggiamo, ascoltiamo una musica, ci aiutiamo ad avere coraggio.

Giorni di marzo – Gabriella Crisafulli (2017)

Due ragazzi per via

sotto un ombrello

si riparano dalla pioggerella

di un grigio lunedì di marzo

sprizzano gioventù

e luce

intorno

Anni verdi

1 marzo 2018 – di Maura Corazzi

Questa notte ho chiesto all’infermiera di aprire la finestra nel silenzio del reparto e di nascosto sono volata fuori, nel prato ricoperto di bianco sotto un cielo scuro ma dal quale scendevano bellissimi fiocchi bianchi soffici come il cotone ! la Maura ha preso il suo arco si è messa in posizione con i piedi nudi facendo arrivare quella sensazione di nuovo, di  fresco fino alla testa di cambiamento; ho disteso l’arco, scoccato la freccia nel buio tra i fiocchi che scendevano e tenendo gli occhi  chiusi sono rimasta ferma in posizione di tiro per fare mio il rumore  della freccia  che colpisce il paglione  e quando sento il crok apro gli occhi e vedo la freccia nella speranza: era nell’azzurro, poi non so come mi ritrovo a letto con la sensazione vera o no non si sa di avere i piedi umidi !

COMUNQUE TRA BRUCHI E FARFALLE marzo 2018di Rossella Gallori

VOLO, NON SO BENE DOVE POSARMI,

COMUNQUE VOLO, ASPETTAMI, SE VUOI.

NASCO OGGI, VESTITA DI ORGANZA AZZURRA.

COMUNQUE VOLO, INSEGUIMI, SE PUOI.

VEDO, FANTASTICANDO,CON I MIE MILLE OCCHI ILTUO CUORE.

COMUNQUE VOLO, CERCAMI, NON MI NASCONDERÒ.

…..NON AVRÒ PAURA DI MORIRE DOMANI, VOLO, COMUNQUE VOLO……

Il pacco FRAGILE di Patrizia

Fragile di Patrizia Fusi

Foto di spencer da Pixabay

Scatola robusta, ricoperta con una carta da pacchi di spessore e liscia al tatto, con scritto sopra Fragile, può essere una vendita di oggetti fra persone, un gioco di vendite gestite da altri, consumismo, illusione di felicità nel comprare risparmiando, illusione di felicità nel possedere.

 Un’altra immagine mi arriva alla mente, a muoverla nessun rumore, è leggera, con l’immaginazione vedo dentro un antico porta profumo da toilette ,di vetro soffiato di Murano , con varie striature di colore rosa, il tubicino e la pompetta ricoperti di passamaneria di un tenue color pesco, con questa immagine nella mente sento uscire dal pacchetto un leggero profumo di violetta.

Un oggetto fragile come possiamo essere noi umani in balia degli eventi naturali, guerre, sopraffazioni.

Le notizie mi cadono addosso e mi dicono come sono fragile.

Il gran parlare con acrimonia per convalidare le proprie opinioni senza ascoltarci fra noi mi dicono come sono fragile.

La paura di non saper fare mi rende fragile.

Il timore di non essere scelta mi rende fragile.

L’incertezza di non essere amata mi rende fragile.

Il sentire il corpo e la mente che cambia col passare del tempo mi rende fragile.

Fragilità di bambina.

Fragilità di donna.

Fragilità degli oggetti.

Il pacco FRAGILE di Tina

Pacchetto fragile – di Tina Conti

Photo by Fatih Turan on Pexels.com

Piccola dimensione, incartato con cura con carta da pacchi, senza fiocco, leggero, ma sembra contenere una scatola di cartone aperta sopra.

Fragile, scritto su tutti i lati, bisogna essere cauti nel maneggiarlo.

Secondo me si riferisce ad altro.

Che parola universale Fragile, si può  riferire agli oggetti, alle cose, ma anche al mondo animale e al sentire degli uomini.

Il vetro, la ceramica, una stoffa leggerissima e preziosa, un vecchio divano con le gambe tentennanti, un antichissimo reperto archeologico  ritrovato nella profondità di uno scavo.

Tutto è fragile, da maneggiare con cura, ma l’animo dell’uomo è una cosa a sé.

Difficile riconoscere e accettare nella nostra vita questo aspetto.

Ci si allena ad essere forti, resistenti, combattivi, si fatica ad accettare il nostro lato debole e a comprendere quello degli altri.

Dai, non è nulla! Quante volte si pensa che possa essere la frase utile.

Spesso non lo è.

Capire, accettare la nostra debolezza è un percorso lungo tutta la vita.

Se riusciamo a affrontare questo percorso, la nostra esistenza e quella degli altri potrebbe farci stare meglio e in pace con il mondo.

Il pacco FRAGILE di Carla

Dieci parole fragili – di Carla Faggi

Ci hai detto: dieci parole per descrivere la fragilità.

Ed io ho scritto: “ abbracciami, proteggimi, tienimi vicino, non lasciarmi mai. Solitudine è fragilità.”

Poi hai detto: ed ora continuate.

Ed io non so più che scrivere.

Allora ho pensato a quando sono nata, tanti e tanti anni fa. Non volevo nascere, volevo star lì al calduccio, mi sentivo completa e volevo restarci. Invece fui costretta a nascere e prima per giunta! A sette mesi, e credetemi, me ne presi a male, lo sentii come un abbandono prematuro.

Da allora mi ha quasi sempre accompagnato quella lieve malinconia che ti stringe il cuore; se non è accompagnata da un antidoto che è un abbraccio, una vicinanza vera, l’esser capita, io la chiamo solitudine.

Qualcuno ha detto che la solitudine può essere amica o nemica, ecco ora io sto parlando di quella nemica.

Quella che hai dentro e che a volte la mattina non ti fa venir voglia di alzarti, quella che ti fa sentire inadeguato e non all’altezza.

Quella di quando preferisci star solo come salvezza e non come scelta.

La solitudine di chi non vuole aiuto perché pensa che non ne troverà.

Di chi non osa mostrarsi perché pensa che non piacerà.

Quella che: non ci vado tanto io sono diverso, sono oltre, non mi meritano.

Ma anche quella di chi: ci vado, mi noteranno, sarò al centro, dirò sempre di si e capiranno che sono uno di loro.

Così come quella di chi parla tanto e poi parla ancora, ma non ascolta mai.

Ma, dicevo, esiste un antidoto. Copio una frase scritta da qualcuno “Chissà dove va a nascondersi tutta questa mia solitudine quando mi abbracci!”

Il pacco FRAGILE di Stefania

Limiti e libertà – di Stefania Bonanni

Ho sempre saputo di essere esposta alle ventate, agli entusiasmi facili, alle persone sconosciute con le quali dividerei casa all’ istante, e i progetti di sogno mi innamorano, e le cause bislacche trovano un avvocato della difesa, in me. Sempre saputo, di vedere cose, particolari, stranezze che non vede nessuno. Ovvio che quando le racconto (di qui il progetto di diventare muta), sgranano gli occhi e scuotono la testa. Pensano strana, la solita strana, chi vive di certezze più vere del vero, a volte dice bugiarda. Per questo, forse, mi sono circondata di persone che non sognano, per poter continuare a farlo io, certa che se barcollero’, se la ventata mi farà sbattere, saranno forti per me, le mura alle quali potermi appoggiare, a volte nascondermi.. Mi sento, a volte, come il bambino di quelle mamme che orgogliose parlano con gli altri; ” Sarebbe così bravo se non si distraesse di continuo a guardare le mosche!! Sempre con la testa tra le nuvole.. ” Da poco ho scoperto l’origine della mia grande voglia di leggere, di vedere film, di ascoltare storie, un bisogno che non finisce, anzi si moltiplica: credo sia moltiplicare il sogno, svolazzare sulla vita ad una distanza dalla quale si vede meglio. O peggio, che in fondo è lo stesso Sono stata così tante volte sul punto di sbattere forte e sbriciolarmi come una statuetta di ceramica che si schianta sul pavimento e diventa un mucchietto di schegge irriconoscibili, che forse c’è stato, lo schianto. Anzi, senza forse. Come si sono ricomposti i pezzi? Si vedono, le incollature. Si sentono le cicatrici. Ogni cicatrice, un tatuaggio.

Poi, ad un certo punto della vita, sono stata fornita di corazza. Quella patente, certificazione di fragilità, mi ha avvolto in un mantello da super eroe, una corazza nella quale ci si può nascondere, si può essere disperati autorizzati, si può fare sfoggio di fragilità senza spiegazioni, praticamente si è rovesciato il paradigma. In un mondo di giovani e forti e sani, un fragile riconosciuto , a patto che chieda, si può permettere comportamenti inusuali, forse in fondo in fondo in fondo alle convinzioni c’è anche qualcosa che dice che non si sa mai per certo la natura della fragilità, per cui…..meglio assecondare…Io comunque , per la prima volta, non mi sento forte, questa è condizione che non conosco perché non appartiene al mio mondo, ma mi sento più stabile. Da quando barcollo ed inciampo, mi sento più stabile. È come se prendere atto dei limiti, avesse evidenziato il contenuto.

Il pacco FRAGILE di Anna

LA SCATOLA FRAGILE – di Anna Meli

            Fra le mani una scatola confezionata con carta antica sulla quale sta scritto “ fragile”. La osservo girandola da ogni lato, cerco di individuare una possibile chiusura, la annuso, la scuoto leggermente: niente proprio niente, sarà mica vuota?

Vuoto, fragilità.

            Petardi e fuochi d’artificio in quella notte di fine- inizio anno. Vicino al letto lo osservavo respirare sempre più lentamente e carezzavo le sue mani senza avere alcuna risposta, cercavo di comunicargli il mio amore per dargli conforto in quel tragico momento. Fuori la festa per l’anno nuovo si manifestava in tutte le sue forme con forti rumori di variopinti fuochi d’artificio. Io mi sentivo stanca e tesa allo stesso tempo nell’illusione di un impossibile miracolo. Il tempo trascorreva inesorabile e lento.

            Poi tornò la quiete in quella notte buia insieme a quel respiro sempre più lento finché tutto fu compiuto. L’angoscia mi assalì impadronendosi di tutta la mia persona rendendomi incapace di ogni movimento, mi sentii fragile vuota come se tutto il mio vissuto fosse stato cancellato e se ne fosse andato insieme a lui.

Ricordando quei momenti rivivo ancora quel dolore che tengo chiuso in una scatola vuota con su la scritta “ fragile”.

Il pacco FRAGILE di Sandra

Inadeguatezza – di Sandra Conticini

Fragilità in 10 parole: E’ sentirsi inadeguato con persone ed amici in qualsiasi ambiente.

Luigina, che tutti chiamavano Gina, non si dava pace. Suo figlio Domenico detto Mimmo di ormai sette anni stava sempre chiuso in casa a studiare. Non faceva combriccola come tutti i ragazzi del rione che andavano per strada a giocare a pallone, a chiacchierare di sport, a ridere di niente. Gina pensava a cosa poteva aver sbagliato. Gli altri tre figli erano un po’ scapestrati, ma non aveva avuto nessun problema. Mimmo era arrivato dopo ben 10 anni da Cesare, il terzogenito, e lei era già in là con gli anni. Lo aveva viziato un po’  perché non aveva troppa salute, aveva una malformazione al cuore ed era soprappeso. Tutti i problemi di famiglia pesavano su di lei, il marito lavorava in Germania e, quando andava bene, tornava una volta l’anno, soldi ne mandava pochi e raramente e Gina per tirare avanti, andava a fare un po’ di pulizie, ma i soldi non bastavano. Mimmo a scuola non andava volentieri, anche se era bravo, perchè naturalmente lo prendevano tutti in giro, gli nascondevano i lapis, la gomma  e quando uscivano gli fischiavano e lui non reagiva mai perchè quei bambini della sua età gli facevano paura. A metà anno scolastico fu messo accanto ad una bambina di nome Rosa con  occhi scuri quasi neri e capelli lunghi lisci . Con lui era molto carina e dolce, si scambiavano la merenda, le penne qualche volta facevano un pezzetto di strada insieme, Mimmo iniziò sentire le farfalline nello stomaco… era forse quello l’amore? Si chiese.

I ragazzi continuavano a prenderlo in giro, ma un po’ meno, però Mimmo notava che giravano un po’ troppo intorno a Rosa e a lui questo lo disturbava abbastanza. Così un giorno all’uscita di scuola chiamò  Pino, il capo branco della classe, e gli disse di stare alla larga dalla sua compagna di banco. Lui gli mollò uno schiaffo e scappò così Mimmo gli andò dietro correndo sempre più forte, ma più correva più gli mancava il fiato, il respiro divenne affanno poi cascò sul selciato…. il suo cuore gli aveva fatto un brutto scherzo.

Il pacco FRAGILE di Cecilia

La scatola fragile – di Cecilia Trinci

E’ tutto dentro questo computer. Foto, scritture, diari di bordo, attimi. Anche qualche sogno stropicciato.

Apro il coperchio, si accende la luce dello schermo che non basta per vederci bene anche sui tasti, gli occhi sono diventati fragili col tempo. E allora accanto al computer accendo un lume antico, con lampadina a basso consumo. Lo schermo acceso è chiaro e vedo che le lettere nere si avvicendano scattanti via via che scrivo, come sto facendo adesso.

Cancello, torno indietro, i pensieri sono fragili, hanno bisogno di parole, spesso anche di fatti, di azioni che realizzino un pensiero o di ricordi su cui prendere fiato.

Questa scatola rettangolare molto fragile contiene tutto questo tempo, questo lavoro inventato, questi pomeriggi di incontri e sogni prestati.

L’umore è fragile. Ultimamente di più, come se la buccia del cuore fosse un po’ lisa e a tratti si possa rompere, tanto è diventata trasparente.

Cerco nelle cartelle secondo le parole chiave e trovo, ma non sempre. A volte la ricerca va a vuoto perché le parole stanno dentro i files ben nascoste e non sempre trovo le pagine che cerco al primo colpo. Riprovo e riprovando trovo altre cose non stavo cercando. Mi fermo, leggo, mi perdo. Incontro una vecchia foto archiviata non so perché nella stessa cartella dove sto frugando. Le foto fermano periodi interi, li definiscono, li inchiodano.

Ho cartelle per ogni anno o per ogni settimana, ci sono i files registrati con tutte le conversazioni delle Matite. Ci sono i video del periodo lokcdown. Li ho copiati ovunque perché sono fragili. Può bastare un click sbagliato per perdere tutto: anni di parole.

Leggo, rileggo, le parole contengono aria vissuta, sospiri di emozioni che sono svaniti nel momento stesso in cui sono stati detti, confessati. Nessuno di noi ricorda cosa ha detto, non ricordo cosa ho risposto io; di tutto ciò che si prova o si dice resta sempre solo il sapore, un retrogusto forte, una scia che si aggiunge alla crosta di vita che ci portiamo dietro e dentro un inconsapevole chissà.

I pensieri sono fragili, volano via, come gli anni, silenziosi, frettolosi.

C’è stato l’anno dei due gruppi separati, l’anno delle scritture su carta che ricopiavo la sera, l’anno delle passeggiate, l’anno delle scatole a sorpresa, l’anno dei vestiti scambiati, dei cappelli, delle bottiglie blu, delle esperienze al buio. Non si può ricordare, fisicamente, tutto questo percorso fragile.

Eppure niente è volato via, è in questa scatola fragile, che è poi una manciata di fili oscuri, di contatti metallici, una macchina magica che qualcuno giudica un ordigno demoniaco che ci ha cambiato la vita. Basta nulla, in verità, perché si fonda o si blocchi.

Sono qui, ora, in questo pomeriggio fragile di fine inverno, non ho la penna d’oca come Alfieri, ma parlo con un video acceso che si anima, risponde, racconta, suggerisce. Forse l’ipotesi di uno “studio matto e disperatissimo” per raccontare la nostra avventura mi affascina, stare in questa stanza, in questa luce incerta mi fa sentire protetta.

Leggo da un libro accanto a me: “L’amicizia è uno specchio in cui l’uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso (…) Capita che l’amico sia una figura silente, che per suo tramite, si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che diventano chiari e visibili grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui (…) L’amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca e nell’amicizia tende a donare ciò che possiede” (parole di Vasilij Grossman Vita e destino, riportate da Alessandro D’Avenia, in L’arte di essere fragili).

Perché essere fragili, saperlo essere, saperlo dire è la cosa più dolce che ci rende forti

Il pacco FRAGILE di Nadia

Fragilità – di Nadia Peruzzi


Il termine di per sé non incute timore. Anzi con quel finale accentato risuona così bene da apparire bello.
Pensiamo al cristallo.  Certo che si può rompere anche solo con uno sguardo e tradursi in polvere. Ma per delicatezza e sapienza di lavorazione, un bicchiere passando sul bordo un dito inumidito può anche regalarci una vera melodia.
Eppure, basta solo una scritta su una scatola a metterci in ansia. Anche se la scatola è vuota, e nasce come una delle tante invenzioni di Cecilia.

Lo sappiamo da sempre che ogni cosa si porta con sé il suo lato fragile.
Un oggetto, un cuore (parecchio), un sentimento, un volto la cui bellezza nell’arco della vita cambia mille e mille volte. Il nostro corpo prima pieghevole in massimo grado e in grado di reggere colpi anche duri e che si fa via via più rigido e delicato.
Ogni movimento perde elasticità, vigore e ritmo e anche l’animo non è più baldanzoso e reattivo ma si piega e tende a cedere, come canna ad ogni filo di vento contrario.
Quando siamo piccoli la fragilità non la percepiamo nemmeno. Corre, con le sensazioni e i sentimenti, non siamo in grado di rendercene contro né abbiamo tempo di filosofeggiare su di essa.
È bisogno spasmodico di coccole, di attenzioni, di amore.
È nello svolgere il filo delle nostre vite che quel termine col finale che suona, prende corpo e ci rendiamo conto che farci i conti vuol dire sentirsi come funamboli inesperti che tentano ogni volta di salire su una corda messa sempre sempre più in alto. Fatica e sgomento spesso sono lì a farci compagnia, e sono una compagnia scomoda .
Una compagnia che non fa star bene. Mette ansia, paura, spaesamento, senso di impotenza. Spesso occhi da cane bastonato e angoli della bocca rivolti verso il basso.
Nasciamo e ci portiamo addosso questo fardello.
Siamo ad un inizio che comporta una fine, una data di scadenza.
Veniamo alla luce, letteralmente, sotto quelle lampade ad alta intensità, viviamo un momento di forte shock senza nemmeno rendercene conto.
E già la sera è lì dietro l’angolo ad aspettarci. Siamo un attimo breve, se confrontati all’eternità. Meno male che al momento, mentre il pianto che tutti si aspettano dichiara che si, siamo vivi, stiamo bene, siamo parte di questo mondo, non abbiamo nessuna idea di questo non piccolo particolare che ci riguarda.
Ce la godiamo appena ci mettono le tutine morbide e ancora di più quando attaccati alla mamma sentiamo calore e fonte di nutrimento e di amore.
L’essere umano è grande per questo. Nel suo contenitore è un crogiuolo di pensieri non solo negativi e una intera biblioteca di parole, anche se non si è letto un solo libro, che si traduce in sentimento e spinta ad andare avanti, nonostante tutto.  E al fatto di dover scadere come una mozzarella non pensa nessuno.
Ci soffermassimo troppo a ragionarci sopra alle fragilità che ci portiamo addosso e dentro, la specie umana non avrebbe fatto un solo passo avanti. Sarebbe ancora lì, coperta di pelli, al freddo di una spelonca a cercare il modo di accendere un fuoco.
Eppure, ammettiamolo con sincerità, con la fragilità dobbiamo farci a pugni appena prendiamo consapevolezza di noi.
A me sembra di averci dovuto fare a pugni da sempre.
Nell’adolescenza soprattutto. Stagione bastarda in cui sentiamo più i difetti che abbiamo che i pregi. Da qui insicurezza e spesso, soprattutto a scuola, l’essere giudice fin troppo severa di me stessa.
Non è da tutti essere più severi dei professori che poi decidevano i voti che prendevo.
Se guardo all’indietro gli anni migliori, quelli in cui il senso di fragilità l’ho tenuto a bada fino a farlo diventare inconsistente, sono stati quelli del mio impegno politico. Un partito di massa è stato letteralmente la mia seconda casa. Anzi a ben pensarci era la casa che consideravo ancora più bella della mia. Lo era, bella, proprio perché di tutti.
Amici, vicini di casa, compagni. È stata la stagione degli amori e delle lettere d’amore. Un intreccio personale e collettivo che proteggeva più di quanto non faccia la coperta che Linus si porta sempre con sé.
Anche se sai di essere un puntino in un mare vastissimo, ti senti forte, senti di ricavarne energie, hai la forza di pensare in grande, di mirare al cielo.
La stagione del “cambiamo il mondo alla radice” è stata così elettrizzante che non si faceva a tempo a star troppo a rimuginare su sé stessi. Eravamo la meglio gioventù e ci sentivamo forti ed invincibili.

E quando ci siamo sposati con Walter, ed è nata Irene la fase del benessere è continuata una buona decina d’anni. Dovessi tornare ad una stagione della vita non sceglierei mai i diciotto anni ma questo periodo d’oro, che va dai 35 ai 45 .

Col tempo abbiamo dovuto, come tutti, fare i conti con le assenze che pesano sulle nostre vite.
Un marito andato via troppo presto e da tanti, troppi anni. Anni in cui alla fragilità non potevo nemmeno pensare. Dovevo esser forte per mia figlia e per me. Non c’era tempo per sentirsi addosso macigni e insicurezze. Il tempo del dolore e delle lacrime doveva essere ritagliato, calibrato e consegnato a quando nessuno era nei paraggi per vedermi. Quante lacrime versate in bagno o la notte a letto.
Come tutti, in questi casi,  la vita ho cercato di reinventarmela mentre facevo a pugni con la fragilità, e le prendevo di santa ragione su quel ring.
La vita va avanti nonostante tutto. Deve andare avanti nonostante tutto.


Oggi allo scoccare dei 70 e con la somma di tutte le altre perdite e assenze (anche quelle collettive ) la fragilità si insinua come tarlo sottile. Lavora piano, subdolamente, la si tiene ancora a bada ma poi la bastarda prende campo e trova il verso di travolgerti.
Ci sono momenti in cui rimettersi in piedi si fa più difficile.
Mi ha aiutato nel frattempo la consapevolezza di aver vinta almeno la battaglia contro il senso di inadeguatezza, che mi ha accompagnato un po’ sempre.
La Peruzzi, dai sessant’anni si è scoperta meno fragile da questo punto di vista. Mi accetto come pacco completo.  Consapevole dei tanti difetti, ma anche dei pregi che ormai so di avere. Non mi sopravvaluto, mai fatto, la modestia è il lascito famigliare a cui tengo di più, ma nemmeno mi sottovaluto più. A punteggio mi sento a saldo zero, ed è una sensazione bellissima.
Ma, c’è sempre un ma.
E occorre affidarsi all’abbastanza.  Nessuna ola da fare quando ci si sente bene o benissimo. Mettere le mani avanti e star sul chi vive.
Perché fra capo e collo, quando non sto bene, il serpente maligno si insinua .
Fragilità non è più la bellissima melodia che può uscire da un bicchiere di cristallo, ma l’anima a pezzi, il bicchiere vuoto in un attimo, e l’avvoltoio di Panariello che sta appollaiato sul letto della nonna pronto a fare ciò che natura comanda.
La consapevolezza di avere più strada percorsa che da percorrere rende fragili. La finitezza di una storia, che è la tua,  si fa palpabile e a questo punto dobbiamo esser noi a darci begli schiaffoni per riprenderci dallo sconforto che ci porterebbe direttamente ad avvitarci in un vortice di paure e scoramento. Laddove non ce la si fa con gli schiaffi arrivano le goccioline di EN a dare una mano e almeno ci dormi sopra per le ore che servono a recuperare terreno.
Ogni mattina dobbiamo dirci viva la vita.
Viva figli e nipoti anche se e quando ti fanno un po’ arrabbiare ma sono la tua continuità, ci sono, e senti che nelle loro storie e nei loro sentimenti, oltre che in piccoli pezzi del loro DNA qualcosa di te c’è. È vivo e non si perderà con la tua assenza.
Ma come sappiamo il tarlo è subdolo, si insinua e si è fatto cattivo .
La guerra alle porte che rischia di essere nucleare è in mezzo a noi. Da un anno ormai, ma in realtà da prima quando la stavano preparando senza dircelo.
Fragilità oggi mi impone di tenere spenta la Tv e legger poco anche i giornali. Non mi va di sentire piccoli uomini, ma anche donne, tronfi che si riempiono la bocca del poco che vogliono farci sapere davvero sul vero stato delle cose e delle cause.  Piccoli e tronfi uomini e donne che disquisiscono del “nucleare tattico” come se una bombetta “di teatro” , come la chiamano i militari , facesse meno male di quelle che straziarono un tempo, e a guerra pressoché finita, Hiroshima e Nagasaki.
Fragilità è sentirsi senza una famiglia politica solida e capace di reazione. Capace di alzare la voce e aiutare milioni di voci ad alzarsi contro la guerra in casa e dietro l’angolo. Perché dando le armi noi siamo ufficialmente in guerra.  Possiamo essere bersagli.
Come si fa a non sentirsi sopraffare dal senso di fragilità e di scoramento di fronte a tutto questo?
In questi casi mi affido, come naufrago ad un relitto che mi tenga a galla.
La mia luce è pensare che nei momenti drammatici l’umanità, che non è vero che nasca con cattiveria innata, sa poi dare il meglio di sé. Lo abbiamo visto nella gara di solidarietà dei Turchi che sono accorsi in massa nelle zone del terremoto a portare aiuti, nelle catene umane nelle strade di Istanbul. Di notte, file lunghissime di persone a passarsi i pacchi da inviare in aiuto.  Spesso auto organizzandosi .
Insieme è la parola a cui mi aggrappo ancora adesso , come salvifica.
Una volta che la parola pace sembra diventata bestemmia, e anche il papa sembra parlare nel deserto.
Nel tempo in cui guerra è sdoganata e legittimata, ”insieme” è termine che allontana paura e senso di spaesamento e di impotenza rispetto al destino dei miei cari e di tutti gli altri.
In un insieme colorato di bandiere per la pace ieri abbiamo circondato gli Uffizi e come noi altri hanno fatto in altre città, non solo in Italia.
Meno male che ancora aggrappandomi a questo “insieme” posso sentire dentro di me la sensazione che nulla è impossibile e che se ci prendiamo per mano , in vista dell’abisso, possiamo tutti imporre di fare un passo indietro.
Siamo fragili in un mondo che è , per clima e altro, quasi più fragile di quanto non siamo noi stessi.
Ma, c’è un ma.  La speranza. Quella che non deve abbandonarci mai.

“Hey you. . ” ci dicono i Pink Floyd in una canzone bellissima “ non dirmi che non c’è alcuna speranza. Insieme  restiamo in piedi, divisi cadiamo”.  

Insieme contro la fragilità…possiamo fare in modo che sul ring i pugni li prenda più lei di noi! 

Il pacco FRAGILE di Carmela

Fragile cemento – di Carmela De Pilla

Per troppi lunghi anni aveva vissuto nel buio tra paure e insicurezze poi ha imparato a calpestare l’anima per sentirne l’essenza, in silenzio ha ascoltato ogni nota e col tempo ha messo un po’ d’ordine nel caos che volteggiava dentro.

 Con fatica, mattone dopo mattone aveva costruito un’ impalcatura solida che ha resistito a molte intemperie, agli occhi di tutti era diventata una donna forte, infaticabile, decisa, ma quando si ritrovava con se stessa  si scatenava una lotta tra la forza conquistata e le sue fragilità e così si abbandonava alle emozioni più intime, quelle che portano al pianto e si lasciava cullare dalle lacrime amiche.

Come era bello sentirsi trasportare dalle onde senza opporre alcuna resistenza, senza dover decidere niente, leggera e libera tra le sue paure.

Il pacco FRAGILE di Rossella G.

Fragilità incartata male.

Seduta  qui dove sono, non ho fatto in tempo a vedere bene chi mi ha consegnato il pacco, l’ ho intravista  di spalle: capelli lunghi biondo cenere, spalle minute, ali ai piedi, una piccola luce illuminava il suo quasi correre.

Il pacco l’ ho riconosciuto subito.

Fragile

…come la mia immagine, riflessa nell’ acqua, che non riconosco.

Lo avevo spedito qualche mese prima, riconosco la carta, anche se è un po’ stropicciata, è stato richiuso da mani frettolose, il nastro adesivo verticale, sembra strappato con i denti, la scritta fragile e più chiara, sembra urlata più che scritta, la mia era più piccola, più timida.

Fragile

…come un dentro,  incompatibile ad un fuori pieno di ostacoli.

Del destinatario non vi è traccia, rifletto: l’ indirizzo sarà stato sbagliato?

Ricordo di non ricordare, la posta, il corriere, a cui l’ avevo consegnato, so che quel giorno pioveva, pioveva ed io ero tanto stanca.

Mi rigiro tra le mani il pacco rinviato al mittente; dall’ angolo chiuso peggio, sbuca un biglietto, la scrittura minuta, mi costringe ad indossare gli occhiali, che sembrano non bastare per decifrare le parole, penso ad una pulce scrivana:

Carissima le restituisco il suo organo, non l’ ho usato! Ho redarguito Marione, l’infermiere, appena me lo ha portato in sala operatoria, con l’ altra paziente pronta per il trapianto: ce sta l cuore de na vecchia, per me sta da buttà!

 Si è vero ho gridato: non bestemmiare, ignorante!

Ma ora con il senno di poi devo riconoscere che il Marione aveva ragione: già mettendolo sulla bilancia mi sono accorto che era sovrappeso, gonfio, con un suono anomalo, più simile ad un sitar, che ad un battito regolare.

Grazie ugualmente è stata gentile, ma inutilmente generosa, l’ ho aperto, sezionato con cura, il suo cuore, conteneva rifiuti, che forse lei, mia cara considera ricordi, ma cosa ne fa un chirurgo di fama mondiale come me di: un fiocco per capelli, una poesia di Prevert, di una stella di Davide, un pezza di trina bianca alta 8cm, due scarpine di lana rosa, una bottiglia vuota di profumo, il referto di un esame cattivo… potrei continuare a lungo c’ era di tutto nel suo cuore stanco, cara signora, pensi che il paziente che aspettava il trapianto ha preferito morire, piuttosto che prenderselo.

La saluto con simpatia  pur non ricordando il suo nome, vedo troppa gente, la domanda, comunque, mi viene spontanea, come è vissuta in questo periodo senza cuore?

Fragile

…come un letto d’ ospedale mai lasciato, bagnato di rosso.

Ho voglia di rispondere, ad un messaggio immaginario: sono andata avanti, con il cuore di riserva, quello che amici generosi mi prestano nei momenti bui, caro professore, con la voglia di fermarmi e la grande consapevolezza di voler continuare il mio cammino, per chi mi ama così come sono, con un cuore pieno, stracolmo ed inesorabilmente fragile. Anche io la saluto pur non ricordando il suo nome.

Avevo messo il cuore nella scatola, un pomeriggio di giovedì……l’ ho ritrovato.

Fragile

…come un sentimento risolto, tappeto consunto, di passi apparentemente fragili.