Con Vecchioni scrivere d’amore per Stefania

E scrivere d’amore,
E scrivere d’amore,
Anche se si fa ridere
Anche quando la guardi,
Anche mentre la perdi
Quello che conta è scrivere
E non aver paura,
Non aver mai paura
Di essere ridicoli:
Solo chi non ha scritto mai
Lettere d’amore
Fa veramente ridere

Se parlassi d’amore – di Stefania Bonanni

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Parlassi d’amore,

sapessi parlare d’amore,

parlerei di te,

di occhi negli occhi,

di mani che si cercano,

di presenza che cura e consola.

Parlassi di fuoco,

parlerei di te,

di notti riempite d’abbracci,

di bocche vicine,

d’amore negli occhi, nelle mani, nelle spalle, negli orecchi, tra le braccia.

Parlassi di consolazione,

parlerei di te,

del tuo esserci sempre per me,

del tuo aspettare e cercarmi,

degli occhi dolci con i quali mi guardi.

Parlassi d’affetto,

parlerei di te,

che mi sei stato padre, madre, nonno, fratello, amante, amante, amore,amico.

Parlassi di uomini che mi sono piaciuti,

parlerei di come mi piacevi, con i capelli arruffati e la barba lunga. Mi piacevi tanto. Riconoscevo  in te lo sconosciuto che mi mancava e che volevo, per me.

Parlassi d’amore romantico, di lune splendenti e stelle accese per illuminarci, di tramonti colorati e nuvole…….francamente sarebbe meglio parlassi con qualcun’altro.

Parlassi, parlassi….tanto posso parlare quanto mi pare: sei sordo!!

La lettera d’amore (da Vecchioni) scritta da Rossellina

E scrivere d’amore,
E scrivere d’amore,
Anche se si fa ridere
Anche quando la guardi,
Anche mentre la perdi
Quello che conta è scrivere
E non aver paura,
Non aver mai paura
Di essere ridicoli:
Solo chi non ha scritto mai
Lettere d’amore
Fa veramente ridere

(R. Vecchioni)

C’è sempre una prima volta – di Rossella Bonechi

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La mia scintilla: ” lettere d’amore” di R. Vecchioni 

Io non ho mai scritto lettere d’amore, l’amore mi sgorga dal fare e non dal dire. Ho scritto l’amicizia, la cronaca, la gioia ma non l’amore, anche se era lontano. L’amore l’ho cercato, l’ho perso, l’ho pianto ma non l’ho mai scritto e poco anche detto; però la Vita fa anche regali ed è l’ora di contraccambiare, quindi…..:

” Mio Amore, ti scrivo 

perché tu possa ritrovare questo pezzetto di carta nascosto nell’angolo di un cassetto e aiutato dagli occhiali che non trovi mai, questo mio Amore scritto ti faccia sorridere. Perché voglio la tua gioia e la tua risata di lacrime, voglio continuare ad essere una delle tue curiosità, voglio quel che sarà da ora in poi; e mentre Mio Amore ti scrivo, t’ immagino venirmi incontro sventolando questo coriandolo di follia e sento che la gola mi si chiude al pensiero che tremolanti e canuti si possa ancora sorridere insieme.

Questo ti ho scritto, Mio Amore,

perché ogni cosa bella ha la sua prima volta. “

Associazioni di idee: Luca ci dona Stefano Benni

Le piccole cose che amo di te
quel tuo sorriso un po’ lontano
il gesto lento della mano
con cui mi carezzi i capelli
e dici: vorrei averli anch’io così belli
e io dico: caro sei un po’ matto
e a letto
svegliarsi col tuo respiro vicino
e sul comodino
il giornale della sera
la tua caffettiera
che canta, in cucina
l’odore di pipa che fumi la mattina
il tuo profumo un po’ blasé

il tuo buffo gilet

Le piccole cose che amo di te
quel tuo sorriso strano
il gesto continuo della mano
con cui mi tocchi i capelli
e ripeti: vorrei averli anch’io così belli
e io dico: caro me l’hai già detto
e a letto
stare sveglia sentendo il tuo respiro
un po’ affannato
e sul comodino il bicarbonato
la tua caffettiera che sibila in cucina
l’odore di pipa anche la mattina
il tuo profumo un po’ demodé

Le piccole cose che amo di te
quel tuo sorriso beota
la mania idiota
di tirarmi i capelli
e dici: vorrei averli anch’io così belli
e ti dico: cretino,
comprati un parrucchino!
e a letto stare sveglia a sentirti russare
e sul comodino
un tuo calzino
e la tua caffettiera che è esplosa finalmente, in cucina!
la pipa che impesta fin dalla mattina
il tuo profumo di scimpanzé
quell’orrendo gilet

Le piccole cose che amo di te.

Stefano Benni

Ispirandosi ad alcuni versi di Neruda, la notte di Luca

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Scrivere, ad esempio: «La notte è stellata,
e tremolano, azzurri, gli astri, in lontananza»
.
Il vento della notte gira nel cielo e canta.

La notte – di Luca Miraglia

foto di Lucia Bettoni

Da sempre è solo verso sera che la mente si placa e non rincorre le mille cose della giornata: dai compiti da bimbetto della scuola elementare agli impegni di studente adulto, dagli obblighi quotidiani del lavoro ai pensieri sull’oggi e sul futuro di un giovane figlio.

La sera che vira verso il buio accende il sereno tempo che mi appartiene.

La notte è il mio tempo.

Cessa la folla del giorno e si apre lo spazio.

Lento, a volte anche un po’ ottuso con una prospettiva breve che tuttavia lascia luogo all’immaginazione degli scenari più diversi.

Anche il corpo si rilassa e non percepisce più la fatica del giorno soprattutto se, come quasi sempre, si adagia sul tappeto della musica preferita.

Con leggerezza la notte ho saputo scrivere, ho saputo studiare, ho saputo lavorare… ho camminato per boschi e borghi, ho incontrato persone affini, ho amato per la vita…

Ho trovato e trovo conforto e serenità nel buio, non nascosto nelle sue ombre ma esplorando il suo tempo ed il suo spazio finalmente a mia misura, senza lasciare cose non dette, senza lasciare cose non fatte.

La frase “Offrire la sedia” per Rossellina

Offrire la sedia – di Rossella Bonechi

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“Guido! Prendi una sedia! O che lo fai stare in piedi?” E ancora prima di finire la frase era già entrata lei nella stanza con la sedia tra le mani sbattendola rumorosamente sul pavimento a sottolineare la maleducazione del marito. Nessuno a casa di Angela, detta Angiolina, doveva restare in piedi e se tutte le sedie erano occupate ci si rimetteva noi bambini: “alzati Nanni, fa’ posto” e con una carezza sulla testa mitigava l’ordine perentorio. L’ospite non doveva avere la sensazione di non essere benvoluto o di essere di troppo, si poteva “accomodare”  come uno di casa. Mi ricordo una vicina venuta a portare una brutta notizia, sulla soglia di cucina indecisa se entrare o no: prima ancora di ascoltarla l’Angiolina le offrì una sedia su cui ricomporsi e prendere tempo; o quando mi raccontavano della levatrice che venne chiamata per me di corsa a casa alle due di notte: quando entrò lei l’accolse con in mano la seggiolina bassa dicendo        ” Questa può andar bene ?” 

Sono gesti che ritrovo in me, che mi sono rimasti appiccicati addosso a mia insaputa e capisco ora, “da grande”, che spesso offrire una sedia è accogliere nel proprio nido.

Una cosa bella per Gabriella

In questa lunga vita – di Gabriella Crisafulli

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Girava e rigirava pensando che lo voleva a tutti i costi.

Lo voleva proprio, non ne poteva fare a meno.

Sentiva che gli altri ce lo avevano: possibile che mancasse solo a lei?

No, non era proprio che non ce l’avesse.

Anzi, nel corso della sua lunga vita erano stati davvero tanti gli episodi felici che l’avevano portata a vivere a mezzo metro da terra, ma quando li raccontava stava male perché appartenevano ad un passato morto e sepolto.

C’era quel bacio a Mondello sugli scogli de “La Torre” mentre era stesa ad arrostirsi al sole e si stagliava solo lui su quello sfondo di cielo blu cobalto.

C’era quel matrimonio fatto di festa, in barba a tutto e tutti, con il cicaleccio dei quattro cuginetti che le giravano intorno festosi sollevando il velo.

C’era quella bellissima bambina che era nata dopo una gravidanza complicata. Aveva temuto di aver causato danni alla sua piccina e l’aveva sfasciata per poter guardare bene il suo corpicino. Invece eccola lì, fra le sue braccia, con il suo carnato roseo, il faccino tondo, mentre si attaccava tranquilla al seno.

C’erano state le vacanze in un camper che di caravan aveva solo il nome. Era un furgone con attrezzature di fortuna ma a lei sembrava una reggia anche se, di notte, la più piccola cadeva dalla sua amaca su di loro stesi a dormire. Una scusa in più per abbracciarla!

C’erano stati gli anni di poesia in cui il dialogo si arricchiva della scrittura dell’uno e dell’altra in uno scambio che riguardava solo loro due.

Episodi di una vita vissuta e goduta intensamente.

Tutto si era interrotto sull’ultima poesia scritta al CTO in un doloroso finale di partita.

E adesso, cosa c’era adesso?

Non c’erano più episodi belli da ricordare e da vivere in questa vecchiaia solitaria?

Non c’era più alcuna occasione di volare a mezzo metro da terra?

Girava e rigirava cercando cos’era quel qualcosa che accendeva ancora una luce nella sua vita e la portava sulle nuvole.

Sì, c’era e si chiamava Olga.

Era l’ultima arrivata della serie con la quale condividere il letto, il divano, …

L’aveva incontrata on line nei suoi giri sul web alla ricerca di qualcosa di intenso, appassionato, intrigante.

Olga Tokarczuk.

L’aveva vista e ascoltata.

E si era sentita trasportare in quel mondo chiamato Polonia all’incrocio di culture diverse intrecciate fra loro in uno scambio di nutrimento reciproco.

La sua affabulazione l’aveva ammaliata.

Così era andata in biblioteca e aveva preso un suo libro: “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti”.

Appena aperto il modo di scrivere l’aveva attirata, catturata, trascinata.

Ancora una volta si ripeteva il miracolo che la faceva sognare.

Era capitato con tanti: Saramago, Primo Levi, Bufalino, Vasilij Grossman, Morante, Musil, Pessoa, Pamuk, …

La lista era lunga, il percorso avvincente: doveva tornare ai compagni di viaggio di questa lunga vita.

Anche lei aveva tanti episodi belli da raccontare senza patire, in una Timbuctu dove si riannodano i fili della storia, la sua.

La frase “Rammenta e rammenda” per Daniele

La lunga vita del canovaccio – di Daniele Violi

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Quel canovaccio di Canapa che da tempo vedo abbandonato sul tavolo di marmo in terrazza, deve avere un compito ancora da svolgere. Troppo facile finire la sua vita come un cencio qualunque.

Bucherellato in alcune parti, sfibrato ai bordi, la fibra della trama, così forte ha comunque per decenni assorbito e rimosso tutte le possibili sostanze che in cucina passeggiano nei piatti e sui lavelli dove la vita nostra è scandita dal cibo dei piatti fumanti e dalle tovaglie sui tavoli che ci donano gioia di assaporare gusti profumi e calore che l’amore di chi cucina ci regala. Tutte le volte che il canovaccio ha potuto rendersi utile, appeso poi ad un gancio, ha potuto osservare lui, proprio lui, quanto era stata importante l’opera che a lui veniva richiesta. Si sentiva soddisfatto, ora di aver accarezzato tutti i piatti, i bicchieri o aver sentito il contatto con il marmo del tavolo e magari di aver sopportato il sonno di padelle abbandonate a capo in giù  con le gocce da smaltire. É questa la vita del canovaccio. Ora in pensione e con i bordi sfilacciati e pertugi tra la trama, ora ci penso io a dargli una vita migliore. Voglio che viva ancora e ci e mi rammenti lui come é nato, chi ha voluto crearlo e quindi mi dedicherò a lui, e con un buon rammendo tramite le sue stesse fibre passerò a rammentarmi la bellezza della Vita e della Persona che era mia Nonna Angela, che lo ha tessuto. Dopo voglio vederlo; lo metterò sul tavolo. 

Una frase allegra ci fa sorridere con Sandra: “Ciaccole fasulle senza senso”

CIACCOLE FASULLE SENZA SENSO di Sandra Conticini

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Ohhh lei bel giovine icchè l’ha da dire che siamo qui a ciaccolare da stamani!!!Che gli sembra senza senso essere in apprensione perchè il gattino della poera Liliana l’è scappato e un si ritrova più?!

Nel testamento aveva scritto espressamente che lo lasciava a noi tre e quando l’ultima di noi la morirà, se Milo c’è ancora, lo porterà in quella pensione che lei conosceva e che li trattano da re. Icchè la crede e la gli ha lasciato anche l’eredità e bisogna governallo bene, croccantini di prima qualità, medicine per la tiroide e controlli dal suo veterinario di fiducia. Bisogna fare perbenino perchè quando l’ eredità l’è finita e si deve pagare noi… che ha capito?

A lei queste cose gli sembrano senza senso?

-O dove sarà infilato l’è da ieri che un si vede!

-Via per farmi perdonare vi darò una mano a cercarlo!

Dopo essersi consultate le tre amiche decidono di accettare l’aiuto.

Si sente un urlo: Trovato! Trovato!

Oh dove l’era?

Sotto la macchina del postino con una gattina tutta bianca dal pelo bianco a godersi la vita!

Mica grullo!!! La Liliana la non la faceva mai uscire di casa per paura che un tornasse!!!! La un voleva rimanere sola!!!

La frase per Anna: “Rammenta e rammenda”

RAMMENTA E RAMMENDA – di Anna Meli

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            Rammenta e rammenda, nonna Maria, seduta sul muretto vicino alla porta di casa sua. Sospira e rammenda calzini bucati, mette toppe sui pantaloni, rifà orli sdruciti. 

Cinque sono i nipoti,quattro maschi e una femminuccia e il lavoro è tanto e noioso, ma lei lo fa con amore. La guardo e mi meraviglio per la velocità delle sue dita che, a dire il vero non sono una bellezza, storte dall’artrite e soprattutto dal lavoro di una vita intera. Le manca anche metà del dito pollice della mano destra, ma ce la fa lo stesso arrangiandosi per rendere ancora servibili quegli indumenti; certo non fa proprio capolavori, ma meglio non le  riesce.

            Dalla finestra della camera del piano di sopra la nuora, che non gode di ottima salute, perennemente in vestaglia ogni tanto si affaccia e interviene facendo critiche al quel modo di rammendare. La nonna sospira si stringe nelle spalle  e continua il suo lavoro.

            Mi siedo vicino a lei, in basso e osservo i suoi occhi  di vecchia, sono stanchi e lacrimosi ma tanto dolci. Conosco già la storia del mezzo dito, ma non mi dispiace ascoltarla per l’ennesima volta e a lei piace raccontare quindi le chiedo:

“ nonna mi racconti del dito?” e lei:

“rammento che ero una bella ragazza dritta e in carne non come mi vedi ora. Eravamo contadini e il grano veniva mietuto a mano, con la falce, non come ora. Era bello veder ondeggiare quella messe bionda e matura  che cadeva sotto la falce, quasi mi dispiaceva tagliarla anche se sapevo che sarebbe diventata pane. Faceva caldo, ma eravamo giovani e non si sentiva più di quel tanto; ogni tanto mi alzavo per asciugarmi la fronte con l’avambraccio per poi riprendere il mio lavoro e…lui mi guardava e… anche io lo guardavo dal sotto insù e fu così che la falce mi scivolò e si mangiò mezzo del mio dito. Me lo fasciarono così alla belle e meglio e via dal medico. Del pronto soccorso non se ne parlò nemmeno. Il medico condotto mi mise i punti necessari e come vedi mi ritrovo questo mezzo moncone rinfrinzellito proprio come i rammendi che riesco a fare. Mia nuora brontola, ma sono cinque, cinque nipoti e non si può comprare sempre roba nuova se si vuole arrivare in fondo al mese. Ti annoio cara bambina mia eh!”

            Non era così, a me piaceva ascoltare e sentivo dentro di me una gran voglia di abbracciarla. Non avevo una nonna e mi mancava. Lei sarebbe stata l’ideale. Le volevo bene.

Volevate sapere una cosa bella? – La risposta di Carla

Sotto il cielo di trent’anni fa – di Carla Faggi

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“Vedi quella costellazione laggiù? Quella è Cassiopea. E là vedi c’è Orione” ed io vedo il tuo dito, la tua bella mano, il tuo corpo accanto al mio… “quelle quattro stelle e l’altra sotto, quello è il carro maggiore”.

Intanto che mi mostri il cielo stellato con l’altro braccio mi tieni stretta a te, io appoggio la mia testa sulla tua spalla, sto bene.

“Quella striscia chiara che si vede appena è la via lattea, la vediamo solo in estate”

Quella è la nostra prima estate, sono ancora poche le notti che passiamo insieme, siamo in agosto del 1992, in quella casa in mezzo al bosco, che allora era solo tua e che ora condividiamo da quasi trent’anni, sulla terrazza due materassi. Abbiamo deciso di passare la notte coperti solo dal cielo stellato.

Mi stai raccontando il cielo, ed io penso che quel cielo è il più bello che io abbia mai visto, perché lì c’è proprio tutto, ci sono i nostri sogni, le nostre promesse, e…lì… lì proprio accanto a quella stella ci sono tutti i nostri programmi, le cose che faremmo, i posti che visiteremo, ci sono promesse di risate, di giochi, di baci e di carezze.

E là in fondo la vedi quella stellina? Cucinerò per te tutte le cose più buone del mondo, e tu cucinerai per me, ti nutrirò e tu mi nutrirai. Laverò i tuoi panni e tu laverai i miei, accarezzerò il tuo corpo e tu accarezzerai  il mio.

Guardo quel nostro cielo stellato, stelle, stelle delle mie brame che ci regalerà il destino?

Stella cadente fammi esprimere un desiderio: noi insieme per tanto tempo ancora.

Eccone un’altra stella cadente, puoi esprimere un altro desiderio se vuoi.

No, non importa, mi basta questo. Voglio stare con te tanto , tantissimo, e ancora tanto tanto tanto tempo.

Una frase per Carla: “Rammento e rammendo”

Rammento e rammendo – di Carla Faggi

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Da quando sono diventata molto adulta passo molto più tempo di prima a rammentare.

Forse perché ho più tempo per dedicare ai ricordi, forse perché ne ho accumulati molti più di prima, o forse semplicemente perché meno sarà quello che avrò da ricordare da quello che ho avuto.

Quando si è giovani il ricordare è un hobby che non frequentiamo con molta assiduità, preferiamo programmare, cercare, consumare.

Nel nostro presente invece gli dedichiamo abbastanza spazio. Ci piace farlo.

I ricordi quando diventano racconto oltre a essere rammentati, ovviamente, vengono rammendati anche un po’; ci si aggiunge qualche effetto speciale, qualche accortezza che impreziosisce, atmosfere particolari in più. Non sono bugie, ma piccoli dettagli che forse rimpiangiamo non siano stati veri.

Quando mi capita, per esempio, di parlare dei miei cari che non ci sono più, ci aggiungo tanti e tanti abbracci in più, talmente tanti da non riuscire a finire il racconto.

Certo non sono una che pesca un pesce di tre metri, anche perché non vado a pescare, ma quando parlo di mio marito dico e sono convinta che sia il più bello del mondo. Le mie amiche le più amorose. La mia scrittura semplicemente splendida.

Quindi concludendo, rammento, rammendo e quando rammendo talmente tanto sto proprio bene.

Beati i creativi, saranno fantasiosi.

Una frase per Gabriella: “Il crepuscolo della vita”

Il crepuscolo – di Gabriella Crisafulli

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È come se mi stessi preparando.

Il crepuscolo richiede grandi capacità.

Non è facile perdersi poco a poco con la grazia di essere presenti.

Quando la partita è persa, non è semplice impedire che il pensiero si accartocci fra rancori e risentimenti.

L’allenamento è continuo e deve far fronte a grandi resistenze interne.

È difficile portare anche solo una minuscola piantina a chi non può amarti.

Riuscire a farlo, però, spalanca finestre.

L’aria si muove, respira, alita, sorride: e muori in pace.

Una frase per Tina: “Rammenta e rammenda”

RAMMENTA E RAMMENDA – di Tina Conti

foto di Tina Conti

Penso  che possa essere  un difetto credere che  un oggetto,  un abito, un pezzo di legno, mantengano una loro personalità anche quando non sono più utili e non  utilizzati da tempo.

Sono capaci ancora di parlare alla mia mente:-potresti farci un  gilet, un portaoggetti, un grembiule da cucina… questo sento nel mio cervello.

In ultima ipotesi potrebbero diventare  presine per la cucina oppure stracci per spolverare,  oppure ritagliati a dovere scampoli creativi da mettere nel mucchio dei colori.

Parlano, sì, mi inseguono per la casa, certo è un vero peccato, gettare una trama così bella, che panno morbido, un filato così sottile e con quei colori. Quanto tempo e lavoro  ha richiesto per realizzarlo. Così si  ammucchiano  dentro la macchina da cucire,  sullo scaffale , sotto il mio tavolo da disegno  una miriade di progetti che aspettano di essere lavorati.

A volte riescono bene,  altre a forza di aggeggiare,  finiscono  fra gli stracci. Ma quanta soddisfazione però quando li vedo tornati a nuova vita, in un cuscino unico,  un grembiule,  delle ciabatte di gomma morsicchiate dal  cane che diventano ciabattine da bambini. Sarà perché ho visto le mani dei miei genitori sempre attive e capaci di  creare  tanti manufatti che mi ritrovo così. In quei periodi  si provava a fare tutto in casa, i calzini, camiciole, abiti, si riparavano gli oggetti e si  facevano tanti rammendi. Che bel cappotto mi ha fatto la mamma rigirando un tessuto  di bella lana  che era stato il cappotto della sua zia signorina. Certo, si dovevano mettere  dei grandi bottoni per coprire l’occhiello che si trovava  nella parte opposta  all’agganciatura. Lo portai con orgoglio , sapevo  quanto tempo  era stato necessario  per scucirlo, stirarlo e rigenerarlo. Guardavo la mamma lavorare, , capivo quell’amore silenzioso e quel tempo sottratto al suo lavoro di sarta  e agli altri miei fratelli. Ricambiavo alleggerendola  nelle incombenze di casa e cucinando. Ripensando a quei tempi,  mi spiego perché  la mia casa è cosi stipata di materiali recuperati, nastri, bottoni,  cerniere, utensili per  lavorare. Ci vorrebbero dieci vite  per  utilizzare tutto quel materiale , ho però dato accesso ai miei nipoti a tutti quei tesori. loro dicono, :_andiamo a chiedere alla nonna di sicuro lei  ha quello che ci serve. Conoscono bene la dislocazione e sanno che io sono felice che imparino con le mani. Mi ha confortato però  in questi giorni aver trovato dei vecchi anelli da tenda per poter realizzare  quelle belle ghirlandine  che la sorella della nostra Stefania  ha realizzato per il Mercatino natalizio della croce rossa. Le ho studiate con attenzione e poi, con filo di lana, verde , rosso e bianco,  un po’ bruttarelle  le ho realizzate.

Una frase per Patrizia: “Accompagnare un’amica al cimitero”

Accompagnare un’amica – di Patrizia Fusi

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La siepe di mortella e il terreno umido producono un odore acuto, mi arrivano alle narici con intensità, sono le aiuole all’ingresso del cimitero.

Un luogo di silenzio lo sento pieno di pace, tante piccole immagini mi guardano e io guardo loro, mi immagino la loro vita.

Tombe importanti, tombe modeste, piccoli quadrati sul pavimento tombe ancora più modeste, anche nelle sepolture ci dividono le classi sociali .

Ma in fondo tutti lasciamo tutto, ricchi , poveri, belli, brutti, intelligenti, ignoranti , bisognerebbe ricordarselo più spesso, forse saremmo più umani.

Mi sento in pace, il silenzio mi circonda l’aria è tiepida, mi verrebbe voglia di mettermi a leggere in questo luogo.

In lontananza vedo arrivare due donne che conosco,  nel vederle sento un dolore allo stomaco.

Marinella sta accompagnando Carla alla tomba del figlio.

E’ una giornata piena di un sole ridente il suo splendore offende il dolore di Carla.

Quindici giorni fa ha accompagnato il figlio in questo posto di pace e di tanto dolore.

Marco un bel giovane di ventidue anni, pieno di vita con tanti sogni e progetti.

Mentre andava all’università in bici alla rotonda vicino alla facoltà un camion l’ha trascinato, in un attimo è finito tutto.

Un dolore immenso in tutti.

La frase per Rossella: “La cerco ma lei non c’è”

La cerco ma non c’ è ( Luca) – di Rossella Gallori

Le cose le inizio bene, calligrafia chiara, quasi leggibile, poi non so svolgere, non so spiegare, il progetto mi cade di mano, si frantuma, non c’è Attak che funzioni, le briciole di me si attaccano sotto le scarpe, quasi mi fanno scivolare nel lungo corridoio lucido di cera…la mano si intorpidisce, lentamente le dita cadono una ad una, per unirsi ai pezzi di racconto, diventando tutt’ uno con i morsi di parole.

Poi…

.. poi, ho visto la porta aprirsi, e…sono entrati i bimbi, tanti tanti bimbi, alcuni buffi dai riccioli rossi, bimbi strabici con gli occhialini rossi.

Occhi verdi di mare.

Bimbe secche come sogliole, con i calzini ciondoloni su gambette magre, senza polpacci.

Bimbi più larghi che lunghi lucidi di ragù, frutto della solitudine, che crea fame, cibo per annientare il  dolore.

Bimbi belli belli così biondi da far luce, che niente può spingerli, nemmeno un blackout.

Fanciulline ben pettinate, le trecce identiche, i fiocchi non sgualciti di un color cielo, così cielo…da sembrare cielo, cielo sereno.

Non li accompagna nessuno, conoscono la strada, sono saliti fin qui, i sicuri con gli incerti, gli eleganti ed i non, i tondi, i rettangolari, i bellini tra i bruttini.

La porta si sta quasi chiudendo, ma lei dove è?

Dove è rimasta?

Ce l’ha fatta ad arrivare fino a qui da sola o ce l’ han portata?

La cerco ma non c’ è!

l’ avevo lasciata, non so dove con un quadernino mencio in mano, ed una penna morsicchiata tra i capelli scomposti.

Era dietro una panchina.

Non ricordo se rideva o piangeva

Se parlava o taceva.

Mi alzo di scatto, blocco la porta, chiamo forte, grido il suo nome.

La  cerco tra i cenci del teatro, in un treno che non parte, in un bagno gelido e vecchio…dietro una scrivania…

La cerco ma non c’è!

È sparita o forse non è mai stata qui, era, lei, l’inizio di qualcosa che non ricordo, un frutto insapore senza né buccia, né semi.

La cerco ma non c’è!

L’ho solo sognata e  la porta non si é mai aperta.

Eppure l’ avrei voluta incontrare, prima di domani.

Ci provo ancora.

Forse è sorda.

Scrivo  un grande cartello con il suo nome…il mio.

Lo espongo alle mareggiate di vento.

La cerco ma non c’è.

Non mi trovo…..Non mi voglio trovare…

La frase per Stefania: “Un pensiero distratto”

Un foto pensiero – di Stefania Bonanni

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Un pensiero distratto si infilo’ prepotente e di corsa tra i pensieri diritti, quelli quotidiani, ubbidienti, solerti, che non fanno rumore, quelli che si fermano lì, non danno avvio ad altri più complicati, più insoliti, meno decifrabili. Il pensiero distratto di un ricordo luminoso, anzi brillante, indimenticabile, felice e resistente. Non e’ servito cercare di sminuzzarlo, diminuirlo, renderlo cattivo, raccontarsi che non contava. Fu bellissimo, un amore grande, fece tanto male, ma oggi ringrazio la sorte, per aver vissuto quel giorno splendente.

E’ un foto pensiero, quello distratto, distrutto, disfatto, sepolto, riesumato, poi imbalsamato. E mi trovo lì, nel giardino nascosto di una casa sconosciuta, in un mattino di sole che divento’ notte, senza avvertire. Suonava un pianista. Non arrivava proprio un ritmo, più una dolcezza struggente che sembrava magia. Avevo deciso di vivere un sogno. O forse non l’avevo deciso davvero, era l’onda lunga di un mare in tempesta che trascinava, e forse l’unico modo di calmare quelle acque alle quali non era possibile fuggire.

Un sogno. Braccia forti che stringono, ore ed ore di carezze e parole strascicate nei fiati mescolati.

Un sogno che sarebbe rimasto incastonato come un brillante in una collana d’oro. Non lo sapevo, allora, che sarebbe tornato, mascherato da pensiero distratto, ogni volta    che fosse servito sognare, ed anche ogni volta si allentassero le maglie della catena dei pensieri diritti.

Quello distratto era fatto ad uncino. Non faceva più sanguinare, ma mordeva ancora, quando si infilava nella carne.

Ci sono stati milioni di momenti di brillanti, nella mia vita. Sono una donna fortunata. Ma anche i brillanti, con la consuetudine, diventano opachi. Le storie non vissute restano intatte, appuntite, giovani e luminose. Il cuore non dimentica.

Una frase per Nadia: “Il crepuscolo della vita”

CREPUSCOLO DELLA VITA!! – di Nadia Peruzzi

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Ho scelto questo. Un titolo che fa pensare a qualche racconto straordinario di E. A. Poe tipo “La caduta della casa degli Usher”, o “Il pozzo e il pendolo”.
O per metterla un po’ più sul divertente all’avvoltoio sul letto della nonna, di una gag di Panariello. . ovvio in attesa che la vecchia passi a miglior vita!
In realtà l’ho scelto per parlare d’altro . Del suo contrario!
Di quel momento della giornata in cui il sole decide che è tempo di cambiare aria, si fa meno potente e va a nascondersi laggiù laggiù, e si traduce in una linea dalle sfumature rosa che accarezza e segna i contorni di tutte le cose.
Quanti ne ho visti ! Per quanto possa ricordare non mi hanno mai incupito. Momento sospeso, di passaggio, in cui a volte anche il cuore sembra fermarsi insieme all’aria attorno. Sembrano affievolirsi i rumori mentre il giorno comincia a cedere il posto alla notte.
E’ un momento di magia. Tutto in fondo lo è in questo rotolarsi senza fine dei pianeti, che girano attorno a sé stessi , ballano attorno al sole mentre gioca a rimpiattino con la luna.
In alto, sopra di noi finalmente le stelle prendono il sopravvento. Quando guardiamo in alto andiamo a cercare loro , non il buio siderale nel quale nuotano. IL carro dell’Orsa maggiore uno dei più gettonati, ma vogliamo mettere Cassiopea o Venere?? 
Come si fa sotto un brilluccichio come quello a pensar male.  Sotto quella coperta escono sogni, progetti. Quante marachelle abbiamo fatto da bambini in quelle notti di primavera che speravamo non avessero fine.  Appuntamento al crepuscolo , obbiettivo un campo pieno di alberi di ciliegie sopra Balatro, sulla via di Tavarnuzze.
Era una festa la camminata per arrivare fino a li’. La musica ce la inventavamo. Ancora il mangianastri non c’era e se ci fosse stato l’imperativo categorico sarebbe stato tradotto così : “Chi lo porta è grullo. Il contadino ci sente!!”
Dominava il silenzio nel momento in cui salivamo sugli alberi per prenderne il più possibile. Poi , erano parlottii a bocca piena e grande sputazzar di noccioli, con le orecchie sempre all’erta. . il contadino poteva arrivare in ogni momento e allora si che sarebbero stati dolori.
Per fortuna la notte ha le sue ali di protezione. Ci rende ombre, come nel teatro giapponese. Sarà per questo, forse, che non ci hanno mai beccati.
Non riesco a pensare in termini di crepuscolo di vita. Preferisco quello di cui ho provato a scrivere.
Anche perché avessi deciso di sviluppare il tema avrei dovuto cominciare a pensare a quanto può ancora restarmi da vivere, secondo le stime di vita in Italia.  Che pensiero deprimente!
Tanto più se accompagnato dagli altri: quante rughe dovrò vedere apparire sul mio viso, quanto cederanno ancora mento e collo e soprattutto , ahimè, a quale strapiombo sarà destinato il mio seno?
Ci mancava proprio che Newton da una mela che cadeva da un albero, scoprisse che la forza di gravità tira verso il basso.
Qui di mele ce ne sono due e sono mie e il rischio grande è di ritrovarsele ancor più in caduta libera puntando verso le ginocchia .
Orrore puro!
Questo si . Altro che “La caduta della casa degli Usher”, pure con tutto lo sferraglio di catene che si sente risuonare in quel racconto.  
Rispetto al pensiero della caduta di queste due mele avvizzite, un film horror farebbe meno paura.
Allora? Che si fa?
Cerchiamo di giocare noi a rimpiattino con la vecchiaia, provando a non prenderla sul serio come vorrebbe!
Guardo oltre la finestra mentre sto scrivendo. Si vede una corona di nuvole bianche compatte come enormi batuffoli di cotone in cui potersi rotolare senza farsi male. Fanno da sfondo a sagome di uccelli che volano ad ali spiegate, la stanchezza della sera ancora sembra non essere arrivata a rallentare i loro volteggi.
La luce si va attenuando. Più che pensare al buio che avanza cerco di far durare il più possibile questo momento di passaggio.
Non è il muro della notte che avanza ma una porta che si apre se si ha ancora voglia di sognare.
Sogni ad occhi aperti , in questo momento sospeso fra giorno e notte, e ti appare un mondo che riesce a ritrovare le sue coordinate di umanità e razionalità e faticosamente ridisegna un cammino più agevole e meno ingiusto per tutti.
Ovvio sogni ad occhi aperti,  ma a TV spenta. Quel che c’è da sapere lo sappiamo da 70 lunghi anni in cui i governi non hanno risolto le spinosità di un mondo fatto di genti diverse , spesso molto diverse fra loro che devono trovare il modo per collaborare e cooperare, è al sogno che ci dobbiamo aggrappare non come rimozione della realtà ma per ridare corpo e fiato e grido alla speranza ! Senza quella altro che pensare al crepuscolo della vita , sarebbe meglio chiedere all’Ispettore Callahan di darci la sua 44 magnum e spararsi subito.
Invece no!
Speranza e sogni fanno risaltare i colori delle piccole e grandi cose che ogni giorno ti danno il coraggio di guardare avanti.
Un fiore, un tralcio di vite americana e un acero rossi come il fuoco e pronti per essere fotografati a memoria di questo autunno che sembrava non arrivare mai. Le risate e gli sguardi dei nipoti.
Immagini colorano i sogni. So di aver sempre sognato a colori. Fin dal tempo in cui sognavo le battaglie degli antichi romani. Anche oggi quando sogno è così.
Qualche volta arrivano aromi inebrianti da nuvole impalpabili di polverine dai colori sgargianti.  Ecco arrivare, la curcuma a braccetto con lo zafferano e il curry.  Qualche altra volta sono il coriandolo, il sandalo e il gelsomino.  E chissà come, sei ad un tavolino a bere ayran e a mangiare un kebab dell’Anatolia. Una marea di genti intorno che vanno e vengono , in file lunghissime, vestite con fogge che non sono le tue ma visto che quel tavolino è a Istanbul ti senti come se fossi a casa.
E gli incontri che si possono fare in questa città da 15 milioni di abitanti.  
Non nei sogni ma in una realtà che a pensarla sembra così impossibile, da farti dire forse ho sognato !
Invece nella frazione di tempo di due fermate di tram, due grandi occhi neri di bambino ti fissano intensamente. Sei quasi a disagio. Temi di averlo colpito con la macchina fotografica.
Il fratello più grande ti guarda allo stesso modo, così anche la giovane madre col velo e il padre. E’ il padre a dire in una lingua che non ricordo :” ti abbiamo già vista!”” Un tuffo al cuore. La paura di essere scortese, non ricordando . Poi un lampo “Palazzo Beylerbey”, dico! 
Loro hanno riso , io ho riso. Una risata non di circostanza, ma di quelle belle , che fanno bene al cuore, spezzano confini e rompono qualsiasi tipo di barriere. Come se ci conoscessimo da una vita e non da quelle tre o quattro parole in turco che son riuscita a spiccicare mentre facevo in complimenti ad un bambino in carrozzina della famiglia che era insieme a loro a visitare il palazzo sulla costa asiatica.
Il mondo puo’ essere così piccolo, anche in una megalopoli come quella.
Una consapevolezza che è in grado di rischiarare anche la notte più scura. Come i nostri sorrisi su quel tram alle 10 di una sera piena di vento e di stelle.
Le ombre e gli angoli bui della notte sai che domani spariranno. La luce riprenderà il suo posto, infilandosi anche nelle fenditure più strette!
Tutto scorre.  Nulla resta mai uguale a sé stesso!
Immagino una grande ruota in cui alba, giorno, crepuscolo e notte giocano a rincorrersi in un magma fluido che li spinge e li accompagna.
E’ la vita, sono le sue scansioni. Corre e scorre.  Viverla è il modo migliore per non pensarci chiusi in un sacchetto circondati da acqua lattiginosa che non ha nulla a che vedere con il liquido amniotico.  Tanto più che su quel sacchetto la prima cosa che vedi è la data di scadenza !
Non siamo mozzarelle, perbacco!!

Una frase anche per Cecilia

Il buio – di Cecilia Trinci

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Quel “vorrei sapere qualche episodio bello che vi viene in mente di questa lunga vita” mi ha fatto e mi sta facendo pensare. Confesso che non saprei isolare, di questo lungo scorrere degli anni, un frammento in particolare. Sarebbe come fermare il film in punto preciso, escludendo tutta la storia che c’è, staccare un isolato fotogramma per farne un protagonista unico…impossibile. Quasi come scegliere di una figlia, il suo momento più bello.

Ogni sorriso si compone di molti muscoli che lavorano insieme, denti, bocca, faccia contribuiscono ad un unico singolo solo sorriso. Ma se proprio dovessi tirar fuori un momento, per giunta bello in assoluto, se voi tutti ripeteste più e più volte la richiesta, vi direi allora di quel cielo stellato visto in piena notte, a largo di tutte le coste, in barca a vela, durante un turno di guardia, accanto ad uno sconosciuto con cui per un secondo ci raccontammo la vita, entrambi immersi nell’unico, immenso, totale buio che ho conosciuto, trapuntato dai disegni di  costellazioni e di stelle così grandi e intense da sentirle direttamente dentro gli occhi. Un buio nero assoluto e stelle luminose assolute, in un posto fuori dal mondo, di certo lontano dalla terra, nel silenzio assoluto di un nulla senza nulla. Il nero pastoso, sembrava ingoiarci, nell’abbraccio di un buco nero senza ritorno, incanto di un non luogo, senza Nessuno, un per sempre senza fine, senza dolore né gioia.  Ricordo che dissi: “non avevo mai visto il buio, fino ad oggi”.

E mentre lui, il nero,  mi succhiava, una piccola luce all’improvviso  apparve da un angolo, accompagnato dalla sirena  di un traghetto buio che apparve, vicinissimo, dal niente e sembrò ingoiarci, così, senza motivo.  Una massa scura passò veloce,  seguendo una sua strada invisibile, sfiorandoci in un terrore inatteso,  lasciandoci nella corrente di un vento cattivo che ci fece tremare.

Fu un attimo, che poteva essere fatale. Poi le stelle ripresero a guardarci grandi, facendomi perdere di nuovo il senso delle distanze, dell’orientamento, del perché e del come, del dove e del quando.

Nell’assoluto nulla.

Una frase per ognuno: “Rimbalzare tra portone e finestra” per Luca

Rimbalzare tra portone e finestra (da Rossella) – di Luca Miraglia

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foto di Lucia Bettoni

Pam, pam, pim, pam…

Sto passeggiando e mi arriva in lontananza un percuotere ossessivo di martelli e metalli, ma nel labirinto di questa Medina è difficile comprendere la direzione da cui proviene…

Zampetti di animali non meglio precisati lungo questo budello…

no, di qua no…

Pam, pam, pim, pam, papam…

Tessuti dai colori sgargianti e vestiti dalle fogge più improbabili lungo questo vicolo…

Ecco forse di là…

Cesti e cestini intrecciati con sapienza e maestria in questo slargo…

Pam, pam, pim, pam…

Si fa più vicino il percuotere ritmato che mi attrae, rimbalzando nell’intestino di questo folle mercato…

Inciampo nell’oscura bottega di un sarto che cuce un unico abito con accanto il venditore di pettini probabilmente riciclati…

Pam, pam, pim, pam, papam…

Vicino vicino…

Devo attraversare la bolgia della conceria a cielo aperto, tanto aberrante quanto affascinante…

Pam, pam, pim, pam…

Improvvisa ecco la piazza concerto dei fabbricatori di pentole, meravigliosi forgiatori di forme perfette, e mi lascio cullare da quel ritmo sconnesso che si fa suo malgrado creazione…

Pam, pam, pim, papam…

Una frase per ognuno: “Vorrei sapere un episodio bello che vi viene in mente della vostra lunga vita” di e per Lucia

La finestra sul tetto – di Lucia Bettoni

Foto di Lucia Bettoni

Posso rimanere qui questa notte?
Non so dove andare
Non ho più una casa
Non ho più niente
Posso rimanere?

L’ultimo piano di una grande casa colonica
Io non avevo niente
Lui non aveva niente
Non avevamo niente
neppure il letto

Abbiamo dormito su un letto gonfiabile
per almeno un mese
forse di più

Nessun mobile
solo quelli lasciati da chi
abitava lì prima di noi

In pochi giorni cominciò ad arrivare tutto:
chi ci regalava un vecchio cassettone
chi una vecchia libreria
chi un tavolo grande con il vetro sopra
perfetto per dipingere

La casa vuota si riempì delle cose di tutti
La casa più bella che abbia mai avuto
Era una casa libera
di una bellezza disarmante

Si poteva fare tutto
Tutto poteva nascere, crescere e
crescere ancora

Gli spazi perfetti
Le luci perfette
Il sapore delle cose autentiche
Lì la creatività aveva veramente la
sua casa
Nella semplicità più assoluta fiorivano
le cose senza fatica

Tutto era fluido
Tutto scorreva come un ruscello

Pochi vestiti
Poco di tutto
Poco poco
Quel poco era in ordine perfetto
un ordine che sapeva di libertà assoluta

Ma ecco un ricordo bello che bussa forte:
Il mio corpo di giovane donna
una finestra e un tetto

Ho sempre amato i tetti di coppi
delle case coloniche
Da bambina ci passavo le ore
appollaiata sopra insieme ai passerotti
e adesso quel tetto era lì
a portata di mano
anzi a portata di gambe
bastava saltare dalla finestra
e sdraiarsi sopra i coppi

Ricordo il mio corpo
e il calore del sole
sul quel tetto
come se fossi lì adesso

Quel niente
Quel tetto
Quel corpo caldo di sole
Quell’amore con gli occhi di luna

Da quella sera non sono più
andata via