Una traccia da seguire: Sergio e la notte degli incontri per Luca

Sette per un mistero – di Luca Di Volo

Gli alberi del bosco, gocciolanti per la pioggia, osservavano. Nel loro obiettivo c’era un gruppetto eterogeneo di persone, sette, per la precisione. . li avevano anche contati. .

Chissà che ci facevano in quel posto dimenticato…a questo gli alberi non sapevano rispondere.

Però non erano i soli a farsi domande, qualcuno del gruppo se le stava facendo anche lui. . eccome…

Una era Anna, compagna di Liceo di tutti e otto. . già, otto perché c’era l’anfitrione che per il momento non si era fatto vedere: Sergio. . un bel tipo, a quanto lei ricordava. .

Accompagnata dal ciac-ciac dei passi sul terreno umido riviveva le prime carezze dei quindici anni. . ironia. . e proprio con Sergio…Gli struggenti sogni della sua adolescenza erano finiti tutti nei fornelli della chef pentastellata che era diventata, alla fine.

Si staccò per un momento dai ricordi agro dolci, prima di esserne sommersa, provandosi ad osservare , nel modo più spassionato possibile, anche gli altri, reduci come lei da quella confusa, scombinata, ma anche gioiosa avventura che era stato il loro percorso liceale.

Nel silenzio gocciolante la truppa avanzava compatta, finalmente riunita dopo tre tappe intermedie, volute dal loro organizzatore.

E con piglio sognante procedeva Sandro, il medico. Solo il suo cinismo professionale lo esimeva dal credersi davvero in mezzo alla giungla del Borneo inseguito dai Giapponesi. . Anche il vento tra gli alberi ai suoi orecchi sembrava ululare . banzai. . banzai…e il cuore gli batteva forte.

Ognuno aveva il suo personale eco risvegliato da quel cammino per loro insolito…ma ce  n’era uno più o meno condiviso da tutti: Sergio (l’anfitrione,  che non si faceva ancora vedere. . ) lo conoscevano come famoso burlone, e quella sceneggiata minacciava di assomigliare un po’ troppo ai celebri “Dieci piccoli Indiani”. . Va beh. . sarebbero stati a vedere. .

Erano arrivati alla porta del palazzo, vecchiotto ma non decrepito. . aprirono ed entrarono.

Di Sergio manco l’ombra, questo se lo aspettavano…ma mancava anche la luce. . e questo se l’aspettavano un po’ meno.

In compenso nella dispensa c’era ogni ben d’Iddio…. di legna per la stufa ce n’era tanta. . insomma, si poteva sopravvivere, e anche bene.

Dopo il primo attimo per riprendere fiato, parlò Luciano, titolare della Bencasa S. p. A, la società immobiliare di cui era proprietario. ”Ragazzi, io questa casa non la venderei neppure al mio peggior nemico, anche se l’accettasse. . ma l’avete visto che razza di buco è questo posto? Mette tristezza solo a guardarlo”.

Ma si vedeva che parlava per farsi coraggio, quel sentiero umido di foglie morte lo aveva spaventato davvero. .

Una voce indistinta. . ”E se Sergio ci avesse preso per il ehm. . per il c…lo?” Questa era Daniela, proprietaria di un solare agriturismo in quel di Siena, a cui evidentemente il paragone con questo sentiero degno del Mastino dei Baskerville non era andato giù. . ”Ve lo ricordate , no, quando mise al buio tutta l’aula e ci fece mormorare tutti : ”Vecchia , devi morire. . vecchia devi morire. . ”. . A quella povera insegnante di Greco venne un mezzo colpo…e poi ce la fecero pagare, eccome!”.

Seguì un silenzio imbarazzato, a nessuno piaceva ricordare. .

Si riprese per prima Rita, l’ex bellona della classe, attuale direttrice di una scuola di ballo. . un po’ oca , per la verità, ma fu l’unica a vedere il bicchiere mezzo pieno.

“Vai, almeno ci sono le candele, la legna per il fuoco. . e tante , tante belle cose da mangiare…. ”e in così dire fece una piroetta sulla punta delle sue scarpine da ballo. . tutte infangate, ma a molti fece battere il cuore. E il primo a reagire fu Gabriele, attualmente rigido militare, ma anche ex fidanzatino in carriera permanente effettiva…non potè trattenersi dal rimbeccarla: ”Rita, per te mangiare dovrebbe essere l’ultimo pensiero, potresti rimetterci la tua scuola di ballo, le tue allieve non vengono per vedere un ippopotamo, ma una libellula…!”

“Ma io sono una libellula. . o non ti sembra?. . ”

Gabriele tacque…era sprofondato nelle medaglie  ma il cuore era sempre pesante. Fu solo capace di dire ”Allora lascia stare quei funghi e vedi se con Anna potete preparare qualcosa che ci tiri un po’ su il morale”.

Il gruppo si sciolse e , quasi con ordine, ognuno si dette da fare per contribuire .

Però il fantasma di Sergio aleggiava intorno, e nessuno lo vedeva.

Solo Stefano rimaneva in disparte, silenzioso. Era sempre stato così: al Liceo non aveva avuto avventure amorose, neppure qualche fidanzatina, anzi, non andava volentieri nemmeno alle feste, tanto frequenti in quell’epoca beata. E questo era bastato a quelle buone lane dei compagni di bollarlo con l’epiteto (benevolo) di “equivoco” che ai nostri tempi sarebbe equivalso, più o meno a “gay”. Invece lui gay non lo era per niente e anzi , come direttore di un rinomato albergo aveva poi avuto un discreto successo con le donne, riscattando in cuor suo quell’”equivoco” che gli aveva creato tanto disagio.

Insomma. . passava il tempo, la legna e le candele confortavano di luce e calore. . il buon cibo cucinato dalle mani sapienti di Anna, aveva sortito l’effetto sperato…e come accade spesso nei paradossi della vita, l’atmosfera rilassata, il dolce calore, gli amici vicini sistemati come meglio pareva ad ognuno di loro, fecero uscire , dopo le solite stantie frasi di circostanza, la verità, come un getto liberatorio. I sogni perduti, le cose non dette, gli atti mancati. . le sconfitte vere ma taciute, il bagaglio sempre inespresso emerse come un malinconico lampo , ma insieme dolcemente liberatorio. La sera scendeva velocemente. . ma di Sergio . . nulla.

Fu Sandro, emergendo da quell’atmosfera che si era fatta dolcemente languida e sottilmente malinconica, il primo a rientrare nella realtà…E saltò su dicendo:”Ehi, sveglia. . vedete per caso Sergio? Forse ci ha preso davvero per il c. . lo. . o forse no. Sarebbe troppo anche per lui. E io come medico sono abituato a fare diagnosi e prognosi e qui non c’è una diagnosi che abbia senso. . che scopo c’è a farci venir qui e …basta. . ? No , non torna, forse Sergio è qui e si sta godendo lo spettacolo, ma…. Sergio un guardone sadico? No, eravamo amici intimi, lo sapete, burlone sì, ma sadico no…E a me allora è venuto in mente quell’incidente di stamattina, sull’autostrada. . brutto davvero. Non ho perso tempo a leggere i particolari. . ma. . non potrebbe essere che ci fosse coinvolto anche Sergio?! Pensateci bene. . forse è morto e noi stiamo offrendogli senza volere il suo banchetto funebre. . ”

L’ipotesi sembrava un po’ campata in aria. . ma inspiegabilmente . . piacque. Fu accettata subito, si dissolse la mestizia. . Il pensiero di essere al centro di un curioso fatto di cronaca sembrò ravvivarli. . che cosa straordinaria. . ne parleranno i giornali. . la TV. . Non vollero nemmeno usare i cellulari, anzi li spensero per non uscire dal sogno che chissà perché, tutti volevano disperatamente “vero”.

“Oddio , domani dovrò andare ai funerali e io ho ospiti all’agriturismo da ricevere”. . ”Madonna, io ho un intervento importante. . ”Io ho una riunione col consiglio di amministrazione. ”. .

Sergio fu presto dimenticato, e si prepararono per la notte lì. Forse perché pensavano che l’amico defunto l’avrebbe gradito. . oppure, chissà. . la notte avrebbe  permesso qualche  trasgressione ritenuta perduta nella nebbia della giovinezza. Non lo sapremo mai. .

Invece la mattina, al risveglio, alla riaccensione dei cellulari, un SMS di Sergio li precipitò tutti nella avvilente banalità; un guasto alla macchina, una coda chilometrica sull’autostrada: questi i colpevoli del suo ritardo.

Come il velo di Psiche la magia che li aveva avvolti cadde e non si rialzò mai più.

Incontro del 27 aprile 2023 al Teatro Comunale di Antella: Una storia da inventare

con Cecilia Trinci

foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

15 storie diverse con pochi elementi dati:

Sergio aveva deciso di riunire i compagni del liceo e farli arrivare tutti insieme in un luogo speciale.

I compagni che rintracciò furono però solo 7:

  Sandro, che ora faceva il medico

  Anna che ora faceva la cuoca in un ristorante stellato

  Daniela, che gestiva un agriturismo vicino a Siena

  Stefano che gestiva un hotel in centro

  Gabriele che  si era dato alla carriera militare

  Luciano, che gestiva una società immobiliare

  Rita, che gestiva una scuola di ballo.

I sette non si erano più rivisti ma avevano avuto un passato scolastico piuttosto burrascoso.

Il luogo non fu facile da trovare. Alla fine fu deciso per un vecchio palazzo, un po’ deteriorato, in mezzo alle campagne di Pelago

Per farli arrivare tutti insieme Sergio organizzò una serie di luoghi intermedi da raggiungere e dove fermarsi.

Alla fine l’ultimo pezzo nel bosco lo percorsero tutti insieme. Pioveva, era ottobre, cominciava a fare fresco.

Arrivarono alla casa ma non trovarono Sergio.

Entrarono a cercarlo. Non c’era luce, ma c’erano molte candele e molta legna da bruciare. La cucina era piena di provviste………………………………….

Gli abbracci di Gabriella

Abbracci – di Gabriella Crisafulli

Photo by Dominika Roseclay on Pexels.com

Sono andata al di là dello specchio.

Ho scoperto che certi abbracci erano condizionati, a riscatto.

Perduti quelli più cari, che stringevano forte e sapevano di cuoio, mi muovo tra abbracci di parole: chiacchiere per strada, spirito di ricerca, caramelle di libertà, leggerezza dei veli, tabù infranti.

Forse sono niente, eppure fanno.

Danno compagnia, sapore, colorano le giornate e riscaldano.

Producono pensiero.

Vado zigzagando in qua e in là fra chi non ho scelto né mi ha scelto.

Mi riempio gli occhi di bello, il naso di profumi, le orecchie di suoni.

La bambola di crinolina esibita sul lettone si è alzata e cammina.

Le gambe dolgono ma si chiama autonomia.

Ancora abbracci in quasi 20 parole (antologia)

Photo by fauxels on Pexels.com

Sandra Conticini: 1. E’ sempre un piacere sciogliersi nell’abbraccio con un caro amico, ma non riesco ad essere la prima per paura di essere rifiutata.

2. Ricordo quella volta, non un bacio non una parola, solo un abbraccio di una persona cara.. le lacrime iniziarono a cadere!

Carla Faggi: Dolore alla cervicale, muscoli contratti, spalle ravvicinate, testa ricurva.

Il tuo abbraccio mi da calore, alzo la testa, scivolano le spalle, i muscoli si sciolgono.

Un velo caldo mi accoglie e vince ogni tabù.

Abbracci in “quasi” 20 parole (antologia)

Photo by fauxels on Pexels.com

Lucia Bettoni: 1. Accolgo il tuo corpo sulla mia pelle
senza veli
Accolgo il tuo profumo e lo sciolgo con il mio

2. Un soffio libera il mio corpo da quel velo trasparente
e sono nuda davanti a te
per farmi vedere

foto di Lucia Bettoni

Rossella Gallori: 1. Sciogliere i sentimenti, in un  unico abbraccio.

Tolgo i picchetti, apro le braccia.

È un domani migliore, senza veli funesti!

Rossella Gallori: 2. Una canzone sussurrata, quasi muta,

strappa un velo pesante,

vecchio di anni.

Sentimenti sciolti in acqua cristallina, tolgono la sete: abbracci…

Gli abbracci dei bambini

“Il sol dell’avvenire” di Stefano Maurri

Photo by Josh Willink on Pexels.com

“Sei grasso, nonno” e i suoi occhi furbetti brillano ancora di più…

“e te sei una piccola peste”. Ma certo lui ha ragione più di me.

Subito dopo mi salta sulla pancia grossa gridando minacce. Eppure quel faccino con le gote sode e quell’altro con il volto a “Giovane Holden” sono l’ancora di ogni salvezza.

Come si direbbe “ogni sacarrafone è bello….” ma in questo caso lo scarrafone è il nonno e loro riescono a smuovere i sentimenti che ritornano amplificati.

“Il sol dell’avvenire” brilla nei loro occhi. C’è sempre, anche nei tempi più bui qualcosa a cui riferirsi, non importa se una canzone, uno scritto o un luogo. Questi elementi sono vivi se riempiti da una persona…tutto il resto è noia.

Quanto sarà lungo questo avvenire nessuno lo sa, ma il sole dei loro occhi non tramonta, è sempre mattino.

Qualcuno realizzerà quello che non sei riuscito a realizzare.

Eccoli, distesi sulla pancia: “la vuoi una caccola?” propongono

“grazie, era quello che mi mancava!”

Caccole di tutto il mondo unitevi! Le conservo come una reliquia, penso che ne farò un altarino non meno sacro di uno di chiesa.

Viva le caccole dei bambini, il moccio, i cazzotti sulla pancia, i rutti fatti per gioco, copriamo di questo tutto il mondo!

Abbracci in 20 parole (antologia)

Photo by fauxels on Pexels.com

Simone Bellini: Sciogliti, getta il velo dei tuoi tabù, abbracciami e comunicami le tue emozioni profonde, senza parole, capiamoci, stretti stretti in una morsa piena di affetto.

Rossella Bonechi: Non posso piacere a tutti, non tutti mi piacciono, ma vivere insieme con più empatia ha fatto cadere qualche tabù.

Lucia Bettoni

Incontro del 20 aprile 2023 al Teatro Comunale di Antella: la magia degli abbracci

con Cecilia Trinci

foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

Incontro “ravvicinato” dopo tre anni di distanziamento.

A coppie, uno/a di fronte all’altro/a, prima ci incontriamo con le mani, trasmettendoci, col solo contatto delle mani appunto, parole di emozione o fantasie del nostro animo.

Passiamo poi all’ABBRACCIO, incontro fisico profondo, la più intima forma di comunicazione e contatto tra persone.

La parola che ci ha guidato è stata FANTASMA, nel senso etimologico di APPARIZIONE FANTASIOSA, dal greco “faino, fainomai”.

Ne ricaviamo altre quattro parole derivate anche dai nostri interventi:

  • sciogliere
  • tabù
  • spirito guida
  • velo

Giornata intensa e molto dolce

Parole di Spirito e Corpo di Daniele

Parole non dette – di Daniele Violi

Le parole che i miei pensieri del libro di Vita vissuta hanno tenuto per se stessi, sono state sempre sedute composte ai bordi dei miei corridoi connettivi, e hanno atteso con molta pazienza, abbandonate in larghe poltroncine di canna di bambù e vimini che sempre più hanno affollato anche i vari ampi spazi e saloni del metaverso che si è introiettato nella mia testolina fin dalla nascita. Le parole venivano fuori man mano che crescendo e scoprendo la Bellezza della Vita e iniziando a maturare progetti, si generavano ogni qualvolta esordivano Idee; Idee di creatività e la curiosità e lo spirito di osservazione. Parole che il mio Spirito avrebbe voluto dire al mio Corpo. Parole che elencano via via i momenti di impegno e sforzo fisico fino talvolta al logoramento e al sacrificio che lo stesso Spirito sentiva di essere partecipe e invece contrariamente desiderava starsene tranquillo a sognare. Ma perché non ti sei risparmiato? Perché non ti sei buttato su una spiaggia deserta del mare di Calabria a sonnecchiare per giorni e come un fannullone e startene a poltrire senza poltrona? Il Sogno che continua e non ha mai dato tregua a questa mio percorso di Vita. Il Sogno, i Desideri che venivano anche generati dal mio Spirito, le mie visioni avevano desiderio di proiettarsi, anche di realizzarsi. Ma. Come potevo però fare a meno del mio Corpo. Parole e pensieri che si sono volute sempre bene. Grazie comunque a tutte e Due.   

Rancori non detti di Nadia

LE COSE CHE NON TI HO DETTO – di Nadia Peruzzi

Photo by Muhammad-taha Ibrahim on Pexels.com


Mi ci è voluto del tempo, anni, per liberarmi dal peso di un limite. Il tenermi dentro le cose e logorarmi, soffrire senza dire, prima di scoprire quanto sia corroborante rispondere a tono, anche a raffiche ad alzo zero, se necessario.
A te, Caterina la bella di raffiche ne avrei dovute tirare più di una.
Amicizia nata sui banchi del liceo e al solito, per quegli anni, intrecciata anche con la politica.
Una amicizia che non lo era, alla prova dei fatti, intessuta di fili di eccessi e di adolescenza in tumulto.
Troppo di tutto, esclusiva e chiusa. Una di quelle storie che di solito finisce nell’unico modo in cui deve. Cioè male.
E tu carissima più volte ti sei comportata da vera cacchina, tendente pure al verdognolo. Te lo scrivo di cuore.
Fra le cose migliori quando bella bella, ”sai, ora ho un ragazzo come possiamo continuare come prima?. ”Un vaffa al cubo ci sarebbe stato benissimo, ma evitai.  
Ci pensò lui a essere stronzo quanto basta nei tuoi confronti da farmi gustare a distanza di tempo il detto che la vendetta è un piatto che va assaporato freddo. Beh, quello fu gelido addirittura perché ormai si era congelato tutto e non era ricucibile assolutamente nulla sul piano dell’amicizia che poi alla prova dei fatti, amicizia vera non era.
Ci siamo perse poi di vista.  Tu in Venezuela col tuo compagno nuovo.  Uno di quelli che lavorano per grandi aziende, vanno all’estero e dopo aver intrattenuto per anni i rapporti che contano poi si mettono in proprio.  Bella vita, begli ambienti. Poi però Chavez vi ha tarpato le ali cercando di far salire e far emergere gli ultimi, gli esclusi.
La tua posizione, legittima ci mancherebbe, antichavista chiaramente scritta su facebook in polemica con me dopo anni e anni che nemmeno il buon giorno e buona sera e forse, solo forse,  qualche buon compleanno.
Mi volevi pure convincere a cambiare idea su un evidente tentativo di colpo di stato che puzzava come una latrina sporca e corrotta.
Sedersi per trenta anni al tavolo dei ricchi e dei benestanti, benpensanti può far male anche alla figlia di un vecchio segretario provinciale del PCI.  
Ma hai fatto anche altro. Mi telefonasti un giorno. Eri a Firenze, avevi parlato a lungo con mia mamma. Lei tutta entusiasta.  Io quando presi la telefonata sempre con le mani in avanti e pronta a cogliere la fregatura. Ormai avevo imparato.
Era un invito a cena. Un giorno di calendario preciso, non trattabile. Invito perfetto, fatto con i tuoi modini, sempre gli stessi, da chi ci sa fare.  Piacionici, sfruttando un aggettivo fantastico inventato dalla sagacia di Gigi Proietti.
Non ci volle molto per capire che a Firenze già c’eri da due mesi. Già ti eri incontrata con altre di quella classe del liceo, senz’altro quella di cui conservo il ricordo peggiore di tutta la mia carriera scolastica.
Stavi telefonando due giorni prima di ripartire, evidente segno di quanto quella cena ti interessasse realmente.  
Che ti andasse di traverso non te l’ho detto. Ma l’ho pensato. Eccome se l’ho pensato!

Parole e abbracci da fermare di Tina

Le cose che non ho detto – di Tina Conti

Photo by RODNAE Productions on Pexels.com

Non eravamo tanto di parlare, in casa ci si capiva con i fatti, con gli sguardi.

Pochi i momenti di confidenze, di tempo per noi.

Tanto amore indiretto, accudimento, presenza, sentimento.

Non poteva essere altrimenti, c’era  tanto daffare, eravamo in tanti, e tutti con i propri bisogni e necessità, erano altri tempi.

Forse sono  diventata un po’ anche io una mamma pratica  presente, indaffarata.

Seria, allegra ma poco coccolona..

Oggi  con i nipoti mi sono  vista diversa e mi sono  lasciata andare, ho pensato che potevo permettermi qualche abbraccio di più con mia figlia. essere  meno indaffarata. Mi avrebbe consentito  di godere diversamente del tempo insieme.

Oggi cerco di fermarmi, sentire che il tempo scorre e quello che si lascia lo perdiamo….come sono rimasta felice  quando, pensando a questo ho fatto partire  un grande abbraccio, senza pensare ad altro, senza dover criticare e poi non avere il momento per noi.

Un abbraccio solo per noi, per come siamo e come viviamo.

Allora, Tina, te lo ripeto anche se da tempo te lo dicevo: -ascolta il tuo cuore, lascia tutto  e fai quello che ti chiede!

Al resto ci penseremo dopo, non perdere questi momenti  che sono la linfa  della vita.

Ci  sollevano nei momenti tristi e difficili, ci aiutano a vedere le cose  giuste .

Ti confortano nei pensieri e ti rassicurano su quello che  sono le scelte.

Fatte su come hai vissuto e operato nel mondo e con gli altri.

Il non detto e il non fatto di Rossellina

Quante sono le parole non dette – di di Rossella Bonechi

Photo by Sora Shimazaki on Pexels.com

Sono più le parole che non ho detto o le cose che non ho fatto? Perché anche non aver fatto quello che si sarebbe voluto lascia l’amaro in bocca come non aver detto quando si sarebbe potuto. Avrei dovuto chiedere sinceramente “scusa” ma se anche tacendo avessi fatto una carezza dal cuore sarebbe forse stato lo stesso. Senza fare calcoli precisi perché ancora non è tempo, avverto che  i piatti della bilancia sono alla pari, pertanto lo sbaglio è stato doppio! La cosa migliore sarebbe stata unire al dire il fare: ti voglio bene con un abbraccio stretto, grazie per quello che fai per me prendendogli le mani tra le mie, mi ricorderò sempre di te baciandole la fronte rugosa, ma cos’hai in codesto cervello bacato? e voltare le spalle per sempre.

Il non detto e il non fatto rimasti dentro di me sono come tante piccole spine che prudono salendo le scale quando apro la cantina ma i destinatari non sono purtroppo più raggiungibili per cui le ricaccio giù e col tempo grattano più fiaccamente diventando un po’ meno rimpianti, un po’ meno rimorsi, un po’ meno rabbie, amalgamandosi ai ricordi e diventando a volte nostalgie.

Scegliere il silenzio per Sandra

Le parole non dette – di Sandra Conticini

Mi veniva sempre detto: -Non si può dire sempre tutto, non sta bene.  E pensavo: – ma allora sono falsa, non sono me stessa!

Questa è stata la teoria della mia vita: essere sempre me stessa.

Ripensando al passato, mi dispiace non aver dimostrato affetto, amore o non aver raccontato cose personali ai miei genitori, ma l’ho fatto per non farli preoccupare, stare male ed anche per rendermi la vita più semplice. C’era, in quel periodo, il rispetto per il genitore ed il figlio doveva fare quello che gli veniva detto, a volte qualcosa  si evitava di raccontarlo. Per fortuna negli ultimi anni sono riuscita a ripagarli di questa mancanza. Me li sono coccolati e sbaciucchiati ed ero contenta quando vedevo i loro occhi soddisfatti e ridenti.

Ora che è passato qualche anno mi sono accorta che a volte è meglio lasciar perdere, se questo può far stare meglio una persona.

A mia figlia ho sempre detto quello che pensavo, ed anche lei a me, ma ormai è una donna e mi accorgo che le nostre idee sono divergenti e allora, per evitare discussioni, scelgo il silenzio, anche se non mi sembra giusto.

Le favole non raccontate di Cecilia

Pigiama Party – di Cecilia Trinci

disegno di Monica Trinci

Restano qui, per un pigiama party di eccezione. “Nonna prepariamo il letto?” “Ma sono solo le 18,30! Aspettiamo dai!” “Okkkkeeeeyyyyy!” risponde il piccolo a malincuore. Dopo cena però non si può più rimandare, il divano si trasforma in letto. Loro si buttano a pesce sul materasso appena aperto, si rincorrono girando intorno tra divano, coperte e lenzuola che non si riesce a stendere per benino, si tirano i cuscini appena appaiono, si tuffano dai braccioli sul piano del letto, si lanciano tra braccioli e poltrone. Il piccolo fa l’acrobata-giocoliere lanciando bottigliette di plastica. Il grande lo acciuffa alle spalle e lo rotola baciandolo sul letto. Ridono, rotolano, si strapazzano. La nonna non ripara, sommersa di lenzuola che si arruffano, spaventata da cadute che per fortuna non cadono, in ansia per tutti gli spigoli della stanza che non aveva mai notato, preoccupata per le bottigliette lanciate sui lampadari, “Bambini, bambini, fate piano, pia…..noooo” e proprio sul “pia” ecco le grida: “nonna mi ha fatto maleeeeee” lacrime piccole esplodono a spruzzo dal faccino. A quel punto il piccolo va preso in collo e consolato mentre il grande fa l’aria innocua di un aspirante gangster sorpreso dalla polizia. “Io non ho fatto niente!” impone a tutti i sospettosi sguardi che lo inchiodano. Incrocia le braccia sul petto indignato : “è stato lui a cominciare!!!” La nonna sa che a volte i fratelli piccoli esagerano in dispetti, per il desiderio di essere notati da quei super eroi dei fratelli grandi. E quindi lascia stare, preferisce consolare quel fagottino deluso. La lotta riprende dopo poco, come se niente fosse stato. Intanto qualcuno, in un fitness notturno, cerca di mettere a posto i giocattoli del pomeriggio: piste, animali gommosi appiccicati alle piante ornamentali, alle vetrine, ai panchetti….Finché la nonna annuncia che bisogna andare a dormire! Si spenge la luce, resta la lucina tenue della televisione per vedere la fine del cartone. Poi si spenge tutto e la nonna in mezzo ai due in pigiama comincia la sua funzione notturna. “Nonna la storia!!” “Quale volete?” “Quella del cavaliere!” “Quella del pilota di macchine!” “No! Quella dei pirati di Castagneto!” “NOOOOO quella delle corse sulle strade sterrate!” “OK Ok fa la nonna, ne raccontiamo una che parla di tutto, va bene?” “Siii una storia con i cavalieri, i pirati, le auto da corsa …e la stellina con quattro punte ti ricordi nonna?”

La nonna racconta…..alla fine una serie di sbadigli da sinistra e da destra. Poi, inaspettatamente, silenzio.

A destra un profilo rotondo, due gotine piene e un nasino piccino piccino, due ciglia lunghe distese su occhi marroni addormentati, a sinistra un profilo delicato, ciglia lunghe su occhi verdi intensi e un riccio biondo sulla fronte che sta provando a diventare grande. La nonna si ricorda quando anche lui aveva gotine tonde tonde e sembra proprio solo ieri. Fa un po’ di conti….con un po’ di fortuna forse ce la farà a vederli grandi.

E non dovranno esserci favole che non ha detto

Le parole della piccola Carla

Le parole che non ti ho detto – di Carla Faggi

Photo by Magda Ehlers on Pexels.com

Cara nonna, ero bambina e non sapevo che avrei potuto dirti che non mi piacevi, che ti sentivo nemica, spiona, che raccontavi al babbo la sera tutto quello che poteva essere successo di non bellissimo, un mio errore, qualcosa di non fatto, perché potesse brontolarmi.

Ma il mio babbo non mi brontolava mai. Stava zitto.

Avrei potuto dirti cara nonna che non sopportavo i tuoi raffronti con la cugina Sonia che per te era più brava, più buona, più tutto.

Non te lo dicevo perché sentivo che non mi volevi bene e quindi non mi avresti ascoltata. Eri l’unica nonna che avevo ma avrei voluto non averti.

Quando sei morta sono rimasta male e muta. Non lo dicevo neppure a me stessa quello che non ti avevo detto.

Ora che non mi sento più in colpa per i miei pensieri e posso in gran segreto dirtelo, ecco te lo dico:- peccato, nonna, abbiamo perso un’occasione, potevamo volerci bene.

Meglio il silenzio di Anna

PAROLE NON DETTE – di Anna Meli

Photo by Taryn Elliott on Pexels.com

           Le parole non dette rimangono in gola, soprattutto quelle amare che vorrebbero uscire spinte dal risentimento, dalla rabbia e rimangono sospese  vinte dalla ragione e dal buon senso.

            Tornata la calma e la lucidità rimane una sensazione di malessere, di dolore che pian piano si affievolisce fino a perdersi in un’eco lontana che però rimane viva nella memoria in modo indelebile.

            Quante parole avrei voluto dire  di fronte a quel volto addolorato e spento, a quelle mascelle serrate, a quell’espressione di sconfitta non accettata?…e i ragazzi, cosa pensavano, quali parole erano nascoste nella loro mente bloccate da una situazione che in fondo non riuscivano a comprendere?

            Soffrivo e non capivo. Le parole, tante parole, avrei voluto dire, ma mi rimasero in gola quasi a strozzarmi. Solo una domanda sembrò venir fuori ma priva di espressione:- perché?

            Non ci fu risposta

            E poi…tornò il sereno 

Oggi tante parole, magari legate ad altri pensieri tengo dentro di me e sono come fiori che non riescono a sbocciare; di una cosa però sono convinta, in fondo non tutto può essere detto, a volte meglio tacere.

Parole non dette di Simone

Le cose che non ti ho detto – di Simone Bellini

Trovami nei miei pensieri,

scardina la cassaforte dove sono racchiusi

aiutami a liberarli

a dare voce e forza,

maltrattali affinchè, irriverenti

esplodano costringendo i tuoi

a contrastarli con veemenza

in una guerra liberatoria,

cattiva se vuoi, ma vera!

Sarà dura, spietata

ma appagante nella sua verità.

Una nuova vita rinasce

Felice e sincera

Troviamoci di nuovo.

Parole vive non dette di Rossella

Le cose che non ti ho detto – di Rossella Gallori

Siediti, togliti il rossetto, metti le pantofole, levati gli orecchini, guardami, parliamo tu ed io, non della casa venduta per ripicca, non di quei due che tornano troppo tardi, non di come rimediare pranzo e cena, non di che fine faremo…

Parliamo di Lui: quanto lo hai amato davvero?

Era la scappatoia del 38?

Era soltanto: bello, maturo e ti piaceva?

Perché poi me lo hai ceduto, così senza lottare, quando era più debole, più malato, più stanco.

Hai coltivato, il ricordo di lui pur di togliermi da te?

Lavoravi, lavoravi, per noi, per te, per me?

Domande, domande, ho solo domande per te, tu mio saccone da boxe, tu non ti scansi, nemmeno ora, io pugile senza categoria, tu ring senza arbitro.

Avevo altre  persone a cui non ho detto quello che veramente avrei dovuto dire, chiedere, con calma, iniziando con: senti palle, io…

Ho scelto silenzi rari, profondi, bolle d’ aria rimaste nello stomaco, silenzio, uguale paura.

Paura di non saperlo dire

Paura della risposta.

Paura di non saper portare avanti un dialogo

Paura che tanto tutti sono meglio di me

Paura di esser sciacquina  ancora una volta: poca istruzione, poco fine, poco bella, una commessina di quattordici anni

Paura di sentir dire: eppure sembra, sembra, non sembra proprio nulla, so che qui su questa minchia di  quaderno non ho detto la verità, per PAURA…

Se poi non mi vogliono più?

Se mi vogliono cambiare cuore e cervello?

Se mi guardano solo fuori?

E se…….Mi dimenticano sulla panca di San Luca vecchio, come quella volta mamma!

Mamma, mamma ritorni tu, che mi hai regalato l’ amore della tua vita, per farlo diventare solo mio, tu che hai coltivato una pianta senza nome, convinta che tra tanti fiori belli ed eleganti, sarei sopravvissuta, come te.

Forse lasciarmi li sulla panca di quell’ ospedale piattoloso,  sarebbe stata una ideona, forse sarei stata più felice? Non rispondi? Comunque te l’ ho detto ora, ma tu lo sapevi già, come sempre mamma?!!

Lucia che non ha mai detto

Mio padre a 91 anni – di Lucia Bettoni



Non ti ho mai detto niente
Non ti ho mai fatto partecipe
Cosa sai della mia vita?
Cosa sai dei miei dolori?
Cosa sai dei miei passi, dei miei amori, di come io sono dentro?
Cosa sai della mia forza, del mio coraggio, della mia voglia di una vita senza catene?

Non ti ho mai detto niente
Non ti ho mai detto ti voglio bene
                    E poi
Non ho più voluto neppure toccarti

Ecco, voglio dirti con tutta la rabbia e la forza che ho dentro
                     Voglio dirti
Ti assomiglio babbo
Ti assomiglio
Ti assomiglio

Voglio dirti che ho sentito tutte le parole non dette
Voglio dirti grazie
Grazie di non  aver mai dubitato di me
Di non aver mai dubitato della mia presenza sempre e comunque
Di non aver mai smesso di pensare che io fossi la tua brava figlia
anche quando distruggevo tutti i tuoi sogni
anche quando andavo oltre ogni limite
anche quando ti lasciavo con il cuore a pezzi e la mia vita era così lontana dalla tua
Non ti ho mai detto grazie
                 E allora
Grazie per avermi sempre salvata
Di non avermi mai condannata
Di essere l’unica forza che nel profondo mi ha salvato la vita
                        Grazie
                Ti voglio bene