Non è facile allentare la stretta per Carla

La primavera della querce – di Carla Faggi

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Le querce sono ancora piene di foglie, non sono ancora cadute, sono ancora lì attaccate ai loro rami impegnatissime nel tentativo di rimanerci più a lungo possibile.

Solo in primavera arrivano i germogli delle nuove foglie, sono piene di giovane vigore, hanno l’energia di una nuova vita. Ed è con la forza della passione, della fame di vita che scalzano le vecchie foglie e le spingono via.

Queste ultime forse allentano la stretta, pacificamente alcune, altre con più resistenza, comunque alla fine tutte si lasciano andare via.

È in primavera che troviamo il terreno pieno di foglie secche di quercia e non in ottobre.

Per me tutto questo fa pensare ad una metafora della vita.

I giovani spesso devono utilizzare tutta la loro forza, volontà e sicurezza nel farsi spazio in un mondo in mano agli adulti e anziani. Ci vuole tenacia e coraggio ma ci arrivano comunque con la forza del tempo.

Spesso gli anziani si fanno sostituire solo di fronte all’ineluttabile ed il più tardi possibile, non sempre pacificamente.

Perché non è facile allentare la stretta e accettare di essere sostituiti.

Ci si può allenare con la ragione, capire l’importanza di essere altro; ma con la pancia e le emozioni fino all’ultimo resistiamo.

D’altronde non sempre siamo giusti e non sempre occorre esserlo, tanto la primavera della querce arriva sempre.

Pensierino consolatorio: la foglia quando è matura e si veste di tutti i suoi colori è nel momento più ammirato della sua esistenza, come una donna che non ha bisogno di nessun ramo per essere bella, indipendente e libera.

Una storia per quattro autori e un imprevisto: Daniele, Lucia, Gabriella, Rossella, Tina

Il ghiacciaio sparito – di Daniele Violi, Lucia Bettoni, Gabriella Crisafulli, Rossella Gallori, Tina Conti

I veicoli sfrecciavano a velocità sostenuta.

Dal cavalcavia si godeva un panorama che spaziava dal verde dei monti a quello delle valli.

Sulla destra troneggiava un autogrill.

Maria mise la freccia e svoltò in direzione del parcheggio.

Francois era lì a fianco della sua auto e Maria pensò che stava per succedere qualcosa.

“Mi chiamo Maria, ho cinquantanove anni, amo i vestiti colorati e amo la vita in maniera esagerata.

I miei capelli sono così come sono: mi piacciono liberi, non ho una pettinatura. Sono il bastone del rabdomante in cerca di acqua. Prevedono eventi, pericoli, catastrofi.

Mi fermo.

Percepisco qualcosa, qualcuno …”

Un’ombra si avvicina all’auto.

Capelli sciolti più per necessità che per vezzo.

Asciugarli al vento è un rischio da correre.

Finestrini aperti.

“Ho lasciato alle spalle parole sbagliate.

Sono salito sulla mia jeep e via.

Mi sono fermato per un battito di ciglia”

Maria e Francois magicamente attratti si distaccano dalla folla perché attirati entrambi dalla visione delle montagne e dall’energia che sprigionavano.

Salire sempre era il loro motto, la loro passione, il loro mistero condiviso e inaspettato che li spingeva verso il cielo.

Provavano in ciò sollievo e risposte alle loro domande: scoprire la vita e darle un senso.

Li aspettava un evento funesto: Maria lo aveva percepito.

Il ghiacciaio si era spogliato ed era sparito.

Si presentò una strada ripida e buia: il sole era calato, la pioggia batteva inesorabile.

Sopraggiunse una nebbia fitta e un grande lampo squarciò l’orizzonte con un boato.

Li colse una sensazione di smarrimento.

Davanti a loro si formò una voragine profonda e buia.

I corpi di Maria e Francois si fusero insieme, i capelli in un’unica treccia.

Rotolavano massi dalla montagna a terra.

Le loro membra ibernate per sempre nell’ultimo lembo di ghiaccio.

Una storia per quattro autori: Anna, Luca, Nadia, Sandra

Mostri sulla riva del mare – di Anna Meli, Luca Miraglia, Nadia Peruzzi, Sandra Conticini

Casa dell’Assuntina era uno dei tanti agriturismi che si trovano in maremma nel parco della Sterpaia, fra la campagna ed il mare: una cascina trasformata in piccoli appartamenti semplici e confortevoli. Niente lussi, solo una piscina sopraelevata nella quale immergersi in compagnia di qualche insetto che, venuto a rinfrescarsi, vi era annegato.

Una strada sterrata e polverosa conduceva al mare. Ai lati pascolavano stupendi bufali che osservando il tutto con occhi languidi, muovevano la testa incuranti di ciò che succedeva intorno.

Tafani noiosi cercavano cibo sulla pelle di quelli che passavano per andare alla spiaggia.

La spiaggia, il mare resi selvaggi da tronchi e pezzi di legno portati dalle tempeste si mostravano in tutta la loro naturalezza ed erano motivo di rilassante serenità.

Alla sera l’Assuntina apparecchiava per tutti sotto la pergola per una cena semplice e gustosa.

Intorno allo stesso tavolo stavano Saverio, all’apparenza chiuso e introverso, e un giovane uomo allampanato dal bel sorriso: non si conoscevano e, stanchi entrambi della giornata al sole, si scambiarono solo poche parole di convenevoli. Terminata la cena ciascuno se ne andò per suo conto a rilassarsi prima del riposo nella fresca notte maremmana.

A notte fonda, improvviso, il cuculo dispettoso dalla cima del cipresso cominciò a cantare la sua litania… senza tregua…

Saverio e il suo giovane commensale, svegliati dal canto ossessivo dell’uccello, si ritrovarono sotto la pergola a maledire il povero cuculo con epiteti di ogni genere tentando di farlo smettere.

Dopo un po’, senza ovviamente ottenere alcun risultato, il giovane desistette e si mise a sedere su una comoda sdraio, accese una sigaretta e, offrendone una a Saverio, tentò di avviare una conversazione.

Lì per lì Saverio se ne stava sulle sue, ma il conversare calmo e profondo del giovane lo fece sentire a suo agio e accolto, sentì che poteva condividere i “mostri” che avevano condizionato la sua vita e il suo carattere: l’incidente e la lunga convalescenza, la zoppia e il tic rimasti a perenne memoria, e perciò il sentirsi spesso messo ai margini anche nei gruppi di amici.

– Tu li chiami mostri – interloquì il giovane – e indiscutibilmente lo sono, e il tuo racconto mi ha riportato alla mente un luogo inquietante che ho visto da ragazzo: il parco di Bomarzo.

Già il nome mi metteva paura, anche se l’intenzione in chi lo aveva ideato, voluto e costruito era invece quella di impressionare e stupire chi si aggirava per il verde lussureggiante del bosco e i ruscelletti che lo attraversavano. Il cinema horror era ancora di là da venire ma gli scenari erano già tutti raccolti in quel luogo. Hanno cambiato l’aspetto alle rocce:

una era diventata una enorme testa di scimmia con occhi spalancati e bocca tanto grande da poter far entrare anche un orso altissimo, un’altra un elefante, un’altra ancora era diventata una balena e accanto a farle compagnia c’era una tartaruga e tanti altri animali mitologici e misteriosi che spuntavano nelle radure di quel bosco folto e pieno di luci e di tante ombre.
Una casa storta sembrava uscire direttamente dalle favole, anche da quelle più recenti, non solo dal mito. A vederla mi ricordo che mi sembrava il rifugio di Pollicino, mentre passa una notte a nascondersi dall’orco e a ritemprare le forze prima di mettersi a seminare le briciole di pane che riportavano tutti a ritrovare casa…. angosciante… –

Saverio ascoltava rilassato il racconto, tentando anche di capire se quello strano incontro nella notte maremmana, e soprattutto quelle chiacchiere al limite della confidenza, avessero o no un qualche senso: che avevano da spartire lui in fuga dai suoi mostri e quel ragazzone cascato lì da chissà dove che tuttavia lo ascolta nel suo pigiama dalle fantasie afro…

– Vabbè… – si riaccese il giovane – S’è fatta una certa… Io provo a tornare dormire… Che ne dici se domani ce ne andiamo al mare insieme?-

Saverio, come sempre, annuì e basta dirigendosi anche lui verso la sua stanza….

sta a vedere che un cuculo dispettoso può riuscire ad addormentare mostri e svegliare una nuova amicizia….

Una storia in quattro con un imprevisto: Carla, Carmela, Patrizia, Rossellina, Stefania

Sullo sfondo del mare – di Carla Faggi, Carmela De Pilla, Patrizia Fusi, Rossella Bonechi, Stefania Bonanni

Il mare oggi è calmo, dalla terrazza della casa si vede un bellissimo panorama marino.

La macchia mediterranea costeggia le strade piccole e contorte che scendono da paesi e case isolate posizionate sul fianco della collina.

La strada che passa sotto il terrazzo porta verso il mare, lungo il suo percorso le case la seguono come fossero un treno, dipinte con colori pastello, vari fiori ai balconi, piccoli giardini verdi, negozi di souvenir, di abbigliamento, un negozio di orefice con dei gioielli bellissimi cesellati da mani esperte, l’ingresso di un albergo, un ristorante e altri negozi, davanti a tutto questo l’azzurro del mare.

Nella piazza una chiesa imponente in stile barocco dedicata alla protezione dei pescatori.

Due bar si dividono la piazza, uno più semplice, all’interno poco spazio ma con tanti tavolini fuori.

L’altro è più spazioso dentro, i suoi tavolini sono sotto un bel loggiato di pietra serena con sopra delle tovagliette in tessuto, con solerti camerieri pronti a servire i clienti.

Sul mare una sfilata di ombrelloni.

Una bella immagine, serena e colorata, che fa da sfondo alle vite degli abitanti del paese. Infatti, in una di quelle cucine, la luce entrava dalla finestra sull’acquaio e illuminava un modesto e onesto tavolo di legno di una volta e due anziani seduti uno di fronte all’altro che si scaldavano al fuoco del camino. Ripensavano ai loro trascorsi da giocatori di carte.

Dopo un lungo viaggio per arrivare in quel paesetto marino dove si diceva giocassero ancora al tressette, i due amici erano finalmente seduti in quell’immensa cucina ad aspettare l’arrivo di almeno altri due giocatori.

Ginaccio detto ‘i Boccia tra un bicchiere di vino e l’altro si era allenato tutti i giorni a giocare a tressette. Del paesaggio e della splendida cucina non gliene fregava un bel niente, lui voleva solo vincere quel campionato di carte insieme al suo amico.

Quindi tra un “porco qui e porco là” a mò di Rosario e occhiatacce al suo amico che sotto il solito cappello acciglia la fronte Gino mugugna tra se e se “Mi sa che qui unn’arriva nessuno!”

La speranza di continuare a giocare riempiva di nuovo le giornate. Nel paese sul mare, nella grande cucina, staremo bene e saremo in quattro, perlomeno in quattro, e giu , ventuno, tressette, tre per sette, ventuno, ventidue, e via…..- così pensava l’ omino col berretto, tra se e sé .

Il giorno dopo, ad una cert’ora fu chiaro: due soli siamo, e due soli resteremo. Tutti spariti: morti, redenti, cambiati. Tutti spariti. Basta. La nostra vita e’ finita. Ci resta il fiasco di’ vino, e basta.

La stazione era lontana dal paese quindi partirono con largo anticipo, non avevano bagagli, non avevano bisogno più di nulla…la destinazione non prevedeva nè vestiti nè cibo, nemmeno le carte avevano preso!
Una vita passata a giocare a tressette poi il mondo è cascato addosso a tutti e due e si sono ritrovati soli con la loro passione sgretolata.
Camminavano in silenzio e ognuno seguiva i propri pensieri annebbiati dalla decisione presa, ma allo stesso tempo leggeri perché quella era l’unica cosa da fare.
Avevano preso altre volte il treno delle 14,30 e sapevano che era sempre in perfetto orario, ancora pochi metri ed eccoli lì al binario 2 poi l’ultimo abbraccio, un abbraccio lungo una vita e uno sguardo penetrante e complice, con movimenti lenti si sdraiarono sui binari e attesero con pazienza, nel silenzio una voce fantasma annunciò:-Il treno delle 14,30 per Livorno è stato annullato per sciopero.

Tre cappelli in gioco con Daniele

Tradimento – di Daniele Violi

La signora Cappello Tina, con l’amico, Coppola Inglese, si frequentavano, vuoi al teatro, vuoi alle corse ciclistiche, al velodromo, vuoi ai party con Martini e Rossi. Erano incontri che suscitavano nel Coppola Inglese tanto interesse per la Cappello Tina, per le sue doti di teatralità quando ella nascondeva i suoi desideri intriganti, quindi un’ottima occasione da portare avanti per il signor Coppola Inglese che si appassionava tutte le volte che si incontravano. Ma in una serata di ballo, si presento’ una giovane donna cavallerizza vestita con un cappello da fantino e con il frustino di pelle. Aveva i capelli con una coda che usciva dal Cappello Fantino. Il signor Coppola Inglese, si sentì fulminato da questa visione e da quel momento dalla signora Cappello Tina, si allontanò, e iniziò a rincorrere la coda di capelli del Cappello Fantino.  

Una coppola per Daniele

Una coppola inglese – di Daniele Violi

Una coppola inglese in lana, coppola sciupa femmine di colore nero fumo di Londra. Una coppola che sulla mia testa girerebbe su una bicicletta, per una vacanza irlandese. Mi troverei a mio agio, con un inglese maccheronico che sebben studiato alle serali si esprime senza fatica, mi darebbe un tocco da lontano nelle vesti di un Sir che l’auto in panne ha costretto a spostarsi in bici. Mi sentirei amato anche dalle pecore che sentirebbero da lontano l’odore della lana di una loro simile, e sarebbero ancora più curiose vedendomi in posa fermo davanti ai loro occhi con la bici, vicino ad un recinto di pietre e sassi. La mia sagoma oltremodo composta di una giacca in fustagno, camicia di gabardina, pantaloni di velluto, infilati dentro calzettoni a quadri scozzesi, e a completare le scarpe che nonostante lucidate con ottima cera d’api e anilina, si sono ammantate di polvere e di schizzi di letame che per le strade la mia bici aveva cercato di scansare e svicolare. Una discesa mi chiedeva di indossare la coppola alla rovescia per non vederla volare. La direzione da prendere e la prevalenza in tutte le decisioni soltanto con la coppola in mano o tra le mani, aveva modo di uscire dalla mia testa. Un cappello, il cappello che come un gessetto sulla lavagna, lascia un segno sempre. A me il cappello, protegge.    

Un cappello per Carmela

I cappelli di Berta – di Carmela De Pilla

Conosciuto in paese come persona integerrima, severo con se stesso e con gli altri e rispettato da tutti aveva grandi progetti per sua figlia, fra tutte era la ragazza più bella e nelle calde sere d’estate si pavoneggiava per le vie di Signa mettendo in mostra quella naturale bellezza che faceva girare la testa.

Si distingueva per l’altezza  e il fisico slanciato e sapeva portare con disinvoltura e una certa civetteria gli abiti dell’ultima moda, il viso ovale, incorniciato da una cascata di riccioli biondi regalava un sorriso seducente, un po’ innocente e un po’ malizioso che catturava la simpatia di quei ragazzotti che le gironzolavano intorno nel tentativo di suscitare un interesse d’amorosi sensi.

La ricordo ancora quando per la festa della Beata passeggiava impettita a braccetto del babbo per le stradine dell’antico borgo, il Castello, per recarsi alla chiesa di San Giovanni Battista, con la gonna a godè verde pastello e il twin-set rosa cipria, era vanesia Berta, quel tanto che basta per renderla unica e fu lei la prima del gruppo a indossare il costume da bagno a due pezzi che sfoggiava come una grande diva in quei meravigliosi anni 50, sapendo di essere bella e corteggiata faceva di tutto per valorizzare la sua persona.

Fin da giovanissima voleva rendersi indipendente così ben presto incominciò a lavorare in una fabbrica di cappelli, una delle tante sparse in tutto il territorio delle Signe, passava ore a intrecciare la paglia e ogni volta che ne finiva uno sfilava tra i tavoli con la sua raffinata eleganza e tutte si fermavano ad ammirarla, con il primo stipendio comprò un cappello di paglia di Firenze che indossava senza alcun imbarazzo.

Diventò per lei una vera passione quella dei cappelli, nel colbacco di astrakan nero si sentiva Anna Karenina, nel cappellino in tessuto vellutato a costine blu verde era Silvana Mangano e poi c’era il suo preferito, il fascinator di feltro grigio perla con la veletta appena calata sugli occhi fatto su misura dalla modista, ogni cappello valorizzava la sua persona e metteva in risalto la sua spontanea sensualità e lei giocava a fare la diva, poi fu la volta di quello a tesa larga stile Hepburn, quello nero di paglia trinata con il fiore sgargiante e tanti altri ancora.

Ora alcuni sono lì, nelle loro scatole che ricordano il bel volto di Berta.

L’amicizia di tre cappelli con le parole di Patrizia

Amicizia- di Patrizia Fusi

In piccolo cappellino Cencio Setto è in giro per Roma, si sente strano, ripensa a come si sentiva sullo scaffale del negozio, dove nessuno lo aveva scelto, lo guardavano, lo toccavano e lo rimettevano sempre  al suo posto, facendo dei commenti che lo ferivano.

Ha deciso di uscire, di approfittare della chiusura del negozio per la pausa pranzo.

Mentre cammina lungo Tevere il sole lo riscalda, l’aria lo accarezza, si sta rilassando.

 In lontananza vede venire verso di sé  due sue conoscenze, la coppola inglese Ugo, il cappello grigio a falda larga Tina, che stanno parlando.

Anche loro lo vedono si fermano, sono contenti di averlo incontrato, gli domandano cosa ha fatto in questo periodo, Cencio Setto racconta le difficoltà di non avere un aspetto invitante.

Racconta di essere stato scelto da una signora che non era abituata ad adoperare i cappelli, lo aveva scelto solo perché le aveva fatto pena, ma dopo ci aveva ripensato e lo aveva rimesso nello scaffale. Lui si era sentito mortificato.

Ma poi ha reagito e ha scelto di fregarsene del parere di lei e dei clienti del negozio ed è venuto a godersi la città.

 Un giorno potrà trovare chi lo apprezzerà per la sua semplicità.

Tina e Ugo si fermano a parlare con Cappellino, gli raccontano le loro avventure.

Formano un terzetto di amici.

Un cappello utile per Patrizia

Il cappello di feltro verde – di Patrizia Fusi

Mi sembra utile mi  proteggerebbe dal freddo e di un bel colore verde di panno morbido promette di essere caldo, è quello che ritengo più adatto a me , non ho avuto l’abitudine di indossare il cappello, non era usanza fra la cerchia di amici e conoscenti adoperare questo accessorio, solo alcuni uomini lo facevano.

Quando mi volevo proteggere dal freddo adoperavo i foulard ,ora sopperisco con il cappuccio del piumino .  Ho scelto il cappello di feltro verde, pensando che mi avrebbe tenuto la testa al caldo, ho visto il piccolo fiore laterale e mi è piaciuto.

Una storia con tre cappelli: Incontro improbabile di Sandra

I tre cappelli – di Sandra Conticini

In quel periodo aveva bisogno di stare sola con i suoi pensieri ed aveva deciso di fare una camminata all’aria aperta in posti che aveva sentito nominare, ma a lei sconosciuti. Infatti, arrivata ad un incrocio, fu quasi sicura di aver sbagliato strada. Chiese informazioni all’unico essere vivente che c’era in quel momento… un bambino con  pantaloni e  maglietta strappata, un cappellino blu con la tesa sporco e stropicciato con fili di paglia ed erbe secche, che faceva sventolare al vento come fosse una bandiera. Il bambino non seppe risponderle così  proseguì per quel sentiero, ma aveva il presentimento che non fosse quello giusto.

In lontananza intanto vide una macchina ferma, ed accanto una figura maschile  dall’aria sospetta, ma molto elegante, con la coppola inglese color grigio topo un bel vestito  grigio con camicia e cravatta.  La giovane ragazza tra sé e sè pensò cosa ci poteva fare quell’uomo in quel posto solitario e puzzolente di cacche di pecore. Lui le andò incontro e quando fu vicina le chiese se per caso conoscesse un’officina per la  macchina. Visto che anche lei si era persa si avviarono insieme nella speranza di trovare qualcuno che potesse aiutarli. Camminarono un bel po’ finchè si  trovarono in un paese fantasma, diroccato e senza ombra di vita, ma per fortuna prendevano i cellulari.

Iniziò a chiamare degli amici per farsi venire a prendere,  uno arrivò, lei salì in macchina ed andò via.

Il cappello fucsia di Sandra

Cappello per ballare – di Sandra Conticini

Quel colore le piaceva era uno dei suoi preferiti e quel giorno, sembrava un caso, si era messa la giacca dello stesso colore.

Sperava che nessuno lo prendesse da quel tavolo pieno di cappelli di ogni colore e di ogni foggia.

Sinceramente non aveva l’abitudine di portarne  perchè il cappello le faceva caldo alla testa e  si vergognava. Le sembrava di essere una donna aristocratica e soprattutto aveva paura del giudizio degli altri. Quel giorno fu diverso,  si mise il cappello in testa ed iniziò a giocare.

Prese la sua gonna nera, una camicia di seta a fiori,  un bel paio di calze di tulle  fucsia, stivali neri con un po’ di tacco e la mantella fucsia.

Quel cappello dello stesso colore  lo sentiva proprio suo, ed uscì per strada saltellando e ballando. Quell’indumento le aveva messo allegria e la faceva sentire leggera come una libellula.

Decise: da quel momento avrebbe usato più spesso il cappello, per lei era una buona cura scacciapensieri!

I tre cappelli nelle parole di Carla

Tina e l’ascensore – di Carla Faggi

Appena in tempo e la porta dell’ascensore si chiude.

Tina si guarda attorno, accanto a lei uno splendido uomo in cappotto e coppola, e poi un ragazzetto tutto cappello e chewing gum.

Sotto la coppola due occhi neri e profondi, “sanno di uomo, sanno di maschio, sanno di…meglio non immaginare,” pensa Tina, “ se non ci fosse quel mocciosetto che non sta fermo un minuto e rumina come un forsennato, prenderei Occhioni Neri e via la coppola, via il cappotto, via tutto, lo sbatterei alla parete e lo…ma no che penso, sciocca che sono… e poi potrebbe essere sposato, o strabico perché non mi toglie gli occhi di dosso, mi guarda la bocca, il seno…e questo ragazzino tutto cappello e chewing gum sempre di mezzo!”.

L’ascensore si è fermato, la porta si apre. Arrivati al piano.

Il tenebroso coppolato esce, guarda Tina per un’ultima volta, un giovane uomo lo aspetta. Uno sguardo d’intesa fra loro, un bacio, il ragazzino tutto cappello per la mano. E se ne vanno tutt’e tre.

Storia di un colore di cappello per Carla

Davanti allo specchio – di Carla Faggi

Davanti allo specchio, giovane bimba con la convinzione di essere già adulta. Cappottino rosa, scarpine di vernice blu con gli occhini. Per andare a scuola bisogna essere a posto, quindi scegliamoci il cappello.

Quello rosa di lana…eh no! Sembro una caramella!

Questo con il pon pon a righe…mnh sembro piccina!

E quello con il copriorecchi? Ma per la madonnina, sembro quello stupido di mio cugino!

Uffà! Mi sa che se la mamma non se ne accorge non mi metto niente, ne prendo uno a caso per uscire di casa e poi lo nascondo nella cartella!

Davanti allo specchio, giovane ragazza ormai adulta. Cappotto nero con il bavero in pelliccia di volpe argentata.

Il primo cappello a borsalino, nero su nero, molto elegante…forse troppo, non voglio passare da snob!

Meglio provare l’altro, rosso come le scarpe e la borsa. Però…forse è troppo vistoso, l’eleganza deve essere sobria!

Questo color panna sembra perfetto, molto originale, simile a quello delle hostess, fa molto donna di classe ma che osa.

Mnh, ma sono sicura? Cazzo! No! È un colore che non mi dona affatto!

Farò così: niente cappello, i miei lunghi capelli neri devono essere protagonisti!

Davanti allo specchio, non più giovane donna ormai molto adulta.

Piumino bello consistente da sembrare una palla, però molto caldo. Nero così ci si abbina tutto.

Stivali fino al ginocchio almeno se piove siamo a posto.

Ed ora un bel cappello, perché un po’ di colore ci vuole.

Quello con la tesa alta marrone, no, no! Sembro una zita cosiddetta zia zitella!

Quello giallo a papalina, mamma mia sembro pazza!

Mettiamo quello celeste che anche i vecchini li riveste.

Mah! Non metterei nulla.

E la cervicale? Ok, vada per quello rosso, non delude mai, è di lana e copre bene!

I tre cappelli di Stefania

Tina ed il suo cappello -di Stefania Bonanni

L’ appuntamento era alle 17, nella hall dell’ hotel Excelsior. Lei era stata contattata dal solito centralino, che le diceva dove ed a che ora e qualcosa su come si doveva mostrare.

Questa volta incontrava un inglese, un signore d’età, raffinato e classico, lo hanno descritto.

Lei doveva essere =fine=. Indosso un castigato tubino nero, buono sempre per sembrare di classe, un cappottino grigio, ed il cappello da signora, grigio per l’ appunto, in tinta. Quel cappello a volte lo indossava al rovescio, arancione,con vestiti corti ed appariscenti, ma questo non era il caso. Era come lei, il cappello, al bisogno mostrava facce diverse, di sé. Era capace, lei, di fingersi volgare o signorile, per questo era molto cercata, andava bene per tutte le stagioni, come gli ombrelli, come certi cappelli.

Però si stava stufando. Per esempio, il tipo di stasera, inglese, di sicuro sarebbe stato noioso, e la stentata conversazione, fiacca. Gli inglesi in particolare, già dall’ intonazione, mettono sonno. Sarà dura.

Entrando in albergo, si sorprende vedendo che le persone in attesa sono due: Eh no!La sentiranno all’ Agenzia! Tariffa doppia!

Sempre tra sé e sé: Come sono buffi! Quello anziano ha una coppola abbinata ai calzettoni. Coppola blu, calzettoni a quadri gialli e blu. (Elegante……).Quello più giovane ha guance rosso/Chianti, flosce come il suo cappello con la visiera, calcato fin sugli occhi piccoli e pregustanti delizie.

Si presentano: Carlo ed il figlio Harry.

Deve essere un’ inaugurazione!

Il cappello marrone di Stefania

L’abito fa spesso il monaco – di Stefania Bonanni

Lasciò tutto all’ ingresso. Cappotto cammello, completo giacca e pantaloni principe di Galles, scarpe di vernice testa di moro, camicia di cotone italiano, celeste. Aveva speso un capitale per vestirsi così, ed ora lasciava tutto in quella scatola, per giunta piegato male. La catena d’oro dell’ orologio a cipolla ed i gemelli con i rubini, per fortuna non li aveva messi. Il portasigarette pieno glielo avevano lasciato.

Forse aveva sbagliato. Aveva comprato tutto quello che gli era stato consigliato, ma il tipo così si faceva notare, ed a conti fatti aveva portato male. Quando aveva aggiunto il cappello, un simil Borsalino di feltro marrone con la fascia ocra, l’insieme si era rivelato perfetto. L’ abito non fa il monaco, ma i mafiosi a Little Italy sono tutti vestiti così, ed quello era stato anche il pensiero della pattuglia di poliziotti che girava per il quartiere. L’ avevano fermato, perquisito, avevano frugato nella giacca principe di Galles, ed avevano trovato quella pistolina, così piccola che non sformava le tasche, ma bastava per mandarlo dritto al fresco, lui ed il suo bel vestito da mafioso italiano emigrato.

Quando camminò per il corridoio tra le celle, Don Raffaele si accostò alle grate e disse piano:

=Che peccato te l’ abbiano tolto, quel vestito ti avrebbe aperto delle porte!=

Per ora mi ha aperto le porte del carcere!

Perché, a volte, basta l’ abito per fare il monaco.

Tre cappelli si raccontano: Rossellina e i tre personaggi

Il terzetto – di Rossella Bonechi

La mano aveva a lungo esitato vicino allo scaffale della modista: la tentazione di afferrare la piccola cupoletta arancio diospero con relativa veletta era tanta ma….. apparteneva al suo passato ormai e quindi vada per quello colore malva scuro con solo un tocco di colore. A casa mostrò l’acquisto e poi con indifferenza lo appoggiò all’attaccapanni dell’ingresso dove già c’erano due cappelli.

Il terzetto si guardò con un po’ d’imbarazzo ma tu Coppola Inglese, da vero gentleman a rompere il ghiaccio:” Salve, sono la  Coppola di Sir Henry, benvenuta nuovo Cappello di Tina. Lui è Cappellino, lo scusi sa ma è un po’ timido, è il cappello dell’autista ” Lei sorrise carinamente e attese di essere indossata per mostrare il meglio di sé. Nel primo pomeriggio Coppola Inglese uscì per il solito giro in bici con Sir Henry e subito dopo Cappellino con l’autista montò in macchina con il Nuovo Cappello di Tina indossato in tutta fretta e furia. Una veloce corsa in città e via di ritorno prima che calasse la sera. Sì ritrovarono di nuovo sull’attaccapanni, Coppola Inglese soddisfatto della scampagnata e Cappellino più taciturno che mai. Ma non era serio, ripensava solo alla fiammata arancio diospero che aveva intravisto e soprattutto alla veletta nera che lo faceva languidamente sognare. Sapeva che sull’attaccapanni non l’avrebbe mai vista ma……Coppola Inglese non saltava mai un’uscita in bicicletta …..

Il simpatico cappelletto di Rossellina

Cappelletto di lana nera – di Rossella Bonechi

Non uso cappelli, non so portarli con la dovuta disinvoltura e più che tenermi caldo mi danno fastidio e insofferenza. E qui l’argomento sembrerebbe chiuso.

Ma questo cappelletto di lana nera modello simil fantino sembra guardarmi corrucciato e dispiaciuto qui davanti: ” ero nel mucchio con gli altri, mi hai preso te, anche se in seconda battuta, perché allora io?”. Hai ragione cappellino, la verità è che mi sei sembrato il più piccoletto, il più innocuo, cenciosetto e ripiegabile come per sparire. Poi ho visto la tua tesa quasi più grande di te e ho pensato di farti credere che era utile, anzi utilissima per coprire gli occhi dal sole e dalle gocce di pioggia, così, per darti un senso d’importanza. Poi ho visto anche quel pezzettino di elastico dietro, molto rassicurante, coneca dirmi ” mi ancorerò ai tuoi capelli senza scivolare mai!” e allora ti ho provato per darti la dimostrazione che un po’ eri fatto bene.

Ecco, cappellino, non comprerei mai un cappello ma sono quasi sicura che se accadesse sceglierei te di nuovo. Magari, se permetti, ti attaccherei una spilletta colorata o luccicante o una piccola piuma un po’ svolazzante a mo’ di sorriso, così saresti proprio mio.

Contento cappellino? Ora ritorna tra i tuoi simili, vai, e non prendertela: purtroppo i cappelli non fanno per me, niente di personale, eh ?

Tre cappelli per raccontare: Tayna da Mancester di Rossella

TAYNA – di Rossella Gallori

Sir Peter Chatterley da Oxford: nudo come un verme, basco in testa…solo quello, cercò il portafoglio nei pantaloni abbandonati per terra…sbirciando il suo corpo nell’ immenso specchio sul soffitto…quasi cercando tutti i pezzi, si aveva tutto, era uscito incolume da una notte di fuoco, quindi, il suo LUI  ed i suoi LORO. Tirò un sospiro di sollievo…

Tayna da Manchester lo aveva divorato!

Annusato ed abbordato durante una messa di quasi notte…

Fingendo di togliersi il cappello lo aveva urtato, quella strana morbida  fruttiera di feltro grigio ferro bordata di arancio secco intonata perfettamente al suo rossetto, aveva fatto da esca…

Le loro mani si erano sfiorate per un attimo, per poi unirsi in altri giochi, più a lungo, tra sospiri e sorry…sorry…si erano trovati in un lettone soffocato da cuscini di piuma, volati in ogni dove al primo e non ultimo amplesso.

Peter si rivestì, dubbioso sul costo di tale notte, quante sterline doveva a Tayna?  Il comodino annunciava un vuotatasche ammiccante.

Uscì dalla stanza quasi vestito, nell’immenso corridoio pestò un qualcosa, che raccolse, rendendosi subito conto che era un cappelluccio modesto

 Il cappello di Sir Alex, marito di Tayna, era tra le sue mani moscio e polveroso, un po’ come lui, pensò Peter, le voci correvano nei pub di Londra…quando si parlava di corna appariva Alex da Manchester!!

Certo era, che lasciare una come Tayna per una partita di polo ed una bevuta tra vecchi Lord, per lui.

Ma il cappellofantino era stato dimenticato?

Perduto

Volutamente abbandonato per segnare il territorio?

Non ebbe il tempo di rispondere a se stesso, un  rumore di ghiaia schiacciata, lo svegliò del tutto…e…

Se lo vide sbucare in bici, capelli, quelli che restavano, al vento, le ruote incerte davano segno di ebrezza.

Fu un altro incastro perfetto, saltò dalla finestra e si nascose dietro una siepe di qualcosa, sdraiato ed ansante.

Era tornato per il cappello? Per un controllo?

Lo vide suonare il campanello, un suono stridulo come la sua voce brilla:  …  darling …Darling  sono Alexxxxxx!

Tayna da Manchester si affacciò,  il viso ammaccato incorniciato da ricci scomposti, coperti in parte dalla zuppieracappello, salutò con la mano destra mentre con la sinistra si rinfilava le mutande….

Peter ricordò di non aver lasciato  soldi, salì in macchina, in un’ alba nebbiosa, calando il basco quasi sugli occhi, fece un breve riassunto:

Sesso gratis

Cappelli intatti

Notte magica…..e sparì nel verde…

Il cappello di Rossella: un Panama di Livorno

Panama – di Rossella Gallori

…Giulia, deh, il Panama…

E Giulia correva porgendo il cappello al babbo…e la sua guancia per un bacio.

Deh, Giulia sto bene? Bene dico o di molto?

Rideva, no sorrideva…

Prendeva la giacca e giù per le scale, in via De Pecori al numero 6.

Lui, il sor Ugo, marito dell’Ynesse, era il babbo della Giulia e della Franchina che era troppo piccola e poco considerata.

Alto, esuberante , naso dritto, occhi scuri….

Era Panama…

era cappello…

era bello…

Donnaiolo per vocazione, “lihornese” per nascita.

Il suo Panama dimostrava che ce l’ aveva fatta, come le scarpe belle, come una bella casa, come una bella moglie….come avere due baffi da arricciare al primo sguardo di lunghe ciglia, alle prime calze a rete di qualche casino di lusso.

Il sor Ugo era il mi nonno

L’Ynesse la mi nonna

La Giulia la mi mamma

La Franchina era la Franchina, la zia.

Poi fu poi…e

Bussarono alla porta!

Giulia il cappello! Il gilet…e leva le ciantelle  di torno, deh un siam “miha ciartroni”

La porta venne abbattuta!

Camicie nere, fez.

Signori datemi il tempo! Vengo, vengo fatemi piglià i Panama…

Era novembre , cosa ne facesse di un cappello estivo  non è dato sapere…tanto non gli fu concesso tempo…a dicembre,  poi laggiù con il gros grain di 3 centimetri ci impiccavano i neonati…..

Ecco ora smetto, lo indosso io il cappello del sor Ugo, metto un gilet di raso nero, con l’orologio d’oro  a ciondoloni, una gonna con lo spacco, le scarpe bianche e nere con il laccio alla caviglia, per vezzo un bastone lucido di ebano con il pomello d’Avorio….e vò da Gigli, mi siedo ed accavallo le gambe, sorseggiando un caffè

 …e la gente penserà che io sia bella, giovane, ricca, viva.

Oh chi è? Oh  chi è?l

Lascio una bella mancia e” vò “ da Rivoire, appoggio il cappello sul piccolo tavolino di ferro battuto…mi alzo lentamente, aggiusto la gonna, sorrido ad un signore bello, con il volto di qualcun altro…

È  lui, mi saluta allontanandosi…è solo un attimo, il mio panamacappello non c’ è piú, lo vedo sollevarsi verso il cielo:

Un po’ Ugo, un po’ Giulia, un po’ Ynès…poco Franchina, un po’ me.

Raccolgo un piccolo sasso, lo bacio  e lo pongo su una tomba che non c’è.

Una storia da tre cappelli: La escort al bisogno di Nadia

I TRE CAPPELLI! – di Nadia Peruzzi


Le scarpe con i tacchi , su quel viottolo di campagna, tutto meno che adatte.   Il cappello grigio col fiocchetto arancione a quel punto sembrava uno scherzo di cattivo gusto, malgrado lo avesse pagato poco meno di un lingottino d’oro in quel negozio à la page su Bond Street. 
L’ultimo appuntamento di quella giornata uggiosa l’aveva portata fuori Londra, nel Devon regno di brughiere, nebbia, pioggerellina fastidiosa e muretti a secco a non finire.  Tutta roba che a Tina faceva venire l’orticaria. 
Fare la escort al bisogno mica doveva voler dire ritrovarsi in quel posto in culo al mondo, circondata dal fetore delle cacche di pecora.  Era una da sfarzo e lusso lei.  L’agenzia doveva aver sbagliato. 
Puzzava di capra mista a pecora anche il palazzotto dove doveva andare. 
E il vecchio bavoso che le aprì la porta, faceva ribrezzo.  Sir Henry un vero cesso, con la sua giacca da casa logora e tutta macchiata da porridge maldigerito!
La fuga fu l’unica cosa a cui pensò!
Si trovò subito in difficoltà.  Il male ai piedi era lancinante dopo appena tre passi.  Un dolore sordo che arrivava diritto al cervello. 
Il buio pesto e la nebbia le impedivano di capire dove stava andando.   Individuare la strada che il taxi aveva fatto per portarla fino a lì una impresa senza successo!
L’umidità le entrava nelle ossa.  Persino il cappello ne era così impregnato da diventare un peso. 
Che gran voglia di bestemmiare, si disse!
Ma era dotata di un autocontrollo invidiabile e andò avanti stoicamente fra merde di capra , sassi e fango!
Sentì un rumore sferragliante dietro di sé, mentre una lucettina fioca cercava di bucare quella muraglia di nero che aveva davanti. 
Vide arrivare sir Henry con una coppola grigia in testa e un mantello cerato, che ad ogni pedalata sventolando faceva pensare più ad un grosso pipistrello che ad un signorotto di campagna. 
Non voleva perdere la serata, le disse.   L’agenzia gli aveva promesso una serata di follie e di sesso estremo con la Tina e non se la voleva far scappare, tanto più che aveva speso un capitale per quella notte , per giunta in anticipo !
Bloccò la bici e cominciò ad inveire contro Tina.  Poi prese a strattonarla sempre più forte. 
Lei gli tirò una scarpa in testa, ma il vecchio Henry aveva trovato energie che non credeva di avere, e non mollava. 
Non voleva rinunciare alla scopata del secolo, questo aveva letto sul sito dell’agenzia alla voce Tina!
IL tipo le si era avvinghiato come un pitone.  Non riusciva a districarsene.  Tina fu trascinata nel fango e il cappello le volò via dalla testa. 
Dal buio emerse un cavallo.  La salvezza, sperò Tina!
Qualcuno saltò giù e cominciò a dar botte al vecchio puzzolente, in modo che allentasse la presa. 
Tina riuscì a rimettersi in piedi.  Toccò per terra per recuperare il suo piccolo tesoro di panno.   Al buio raccolse un cappelluccio da fantino, sformato e di poco prezzo, ma non il suo. 
Lei ci stava attenta a queste cose, anche nelle situazioni più improbabili, come quella.   La escort la faceva al bisogno, ma l’abitudine di dare un prezzo alle cose ce l’aveva nel sangue da sempre. 
Nel groviglio di corpi che aveva davanti , in quel buio, non distingueva il proprietario del cavallo e del cappelluccio con la tesa. 
All’ultimo pugno preso sul naso, sir Henry si decise a salire sulla sua bici per tornare alla sua tenuta.  L’epica scopata era finita con una ancor più epica scazzottata e alla sua età non poteva reggere oltre!
La coppola grigia rimase ramenga fra fango e cacche di pecora.  Non ci pensò un attimo al cappello, il fugone era ciò che ci voleva in quel momento!
Tina, in piedi, aspettò che il tipo del cavallo si girasse.  Era alto, Non si aspettava quegli occhi neri e quei capelli corvini che dicevano saltami addosso . 
Lui la guardò. 
Più che una donna era una maschera di fango, con i capelli in ciocche scomposte , senza alcuna forma e appiccicate alla testa. 
Lei ci provò a lanciargli uno sguardo fra il languido e il porco, del tipo prendimi qui, prendimi ora e non ne faccio nemmeno una questione di prezzo!
Ma lui si limitò a prenderle il cappello dalle mani per rimetterselo in testa, non vide o fece finta di non vedere quegli sguardi provocanti. 
Disse di chiamarsi Tom.  Era il factotum del signor Pickwick che abitava nella tenuta vicina a quella di sir Henry. 
Chi fosse lei lo aveva capito bene.   L’agenzia l’aveva contattata lui, sir Henry non aveva avuto il coraggio di farlo di persona. 
Tom la guardò con pietà mista a disprezzo, anche se in quella notte buia e disgraziata fu il primo sentimento ad avere la meglio. 
Fece salire Tina sul suo cavallo .  La portò nella sua casa che era ai margini della tenuta di sir Henry. 
Tina passò oltre un’ora in bagno per togliersi tutto il fango e la puzza che aveva addosso. 
Tom le passò degli abiti comodi, da uomo.  In quella casa non c’era altro. 
Tina si sentì rinascere.  L’attendeva una bella tazza di tè fumante che le tolse l’ultima traccia di freddo che le era rimasta addosso. 
La colpì l’aroma di tabacco Kentucky e whiskey Glenmorangie che aleggiava in casa.  Tom la guardava senza ombra di giudizio.   La guardava con disinteresse freddo, tanto che dalla sua bocca uscì secco solo questo: “ Domani mattina sveglia ore 9.  La accompagno alla stazione dei taxi.  Così potrà tornare a Londra.  La camera per gli ospiti è quella alla sua destra.  Spero di non rivederla più da queste parti!Buonanotte!”
Accanto alla pipa ancora calda rimase quel buffo cappello un po’ floscio e cencioso che Tina avrebbe ricordato per molto tempo, insieme al bel tenebroso a cui l’avrebbe anche data gratis.   Si era fatta un film , ma il lieto fine non era arrivato.   Tom non era uno di quelli! Lui,  scopava solo per amore!!.