I RUMORI – Toc Toc

Il Picchio racconta una storia – di Rossella Gallori

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Il buio in solitudine a volte mi esalta, spesso mi spaventa….quando qualcuno ti è accanto..Il mio scuro diventa ombra… 

Rumori al quasi buio. 

Toc…Toc.. 

Un picchio racconta la sua storia: monotona, banalmente ripetitiva, non la voglio ascoltare…Toc…Tac…è la stessa di ieri, di oggi,nooo, non voglio risentirla! 

Ti racconto la mia? 

Friggo, ne ho voglia, tra uova strapazzate di sogni, sbattute in modo maldestro. 

Strappo le pagine di un quotidiano di domani, lo strangola, giace appallottolato come me. 

Ti racconto la mia storia? 

Lenta apro le finestre, voglio farmi sentire “ fuori” dentro mi sono già ascoltata…scivola la veneziana un pò verde acqua un pò grigio sudicio, il filo consunto sta per strapparsi, consunto sembra consigliarmi, Ma Io,io, non mi rompo. 

Ti racconto la mia storia? 

Cerco una matita “bellabella” per scrivere pagine speciali, cerco, con dita nervose, nel barattolo affollato…mi taglio con un appuntalapis vecchio di lama, molte le penne che non scrivono, tra gomme rosicchiate da topi immaginari, sporchi di nero inchiostro. 

Ti racconto la mia storia? 

La sapevi già! Fingi? 

Ho ossa rotte, ecco odo il rumore, ossa…un pezzo di vertebra in frantumi. 

Ti racconto la mia storia? 

La sai, lo so…poi morto il picchio non ho avuto più voglia di raccontarti niente. 

Ma di lui sento ancora il suo bussare, il suo ticchettio martellante: toc, toc. 

Ora le uova sono sode stracotte e sanguinanti di giallo tuorlo. 

È tardi 

Toc, toc 

I RUMORI – Chiavistelli nella notte

ERA UNA NOTTE BUIA E TEMPESTOSA – di Simone Bellini

La luna si nascondeva dietro nuvole minacciose.

Il vento frusciava fra le fronde ondeggianti.

I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale.

Nel buio tetro bussammo alla sua porta.

Rumore di chiavistelli, quattro, cinque mandate “Clock, clock, clock” , la porta si aprì stridendo “Screeck”

– CHE VOLETE !!!- disse con voce orrenda.

Noi col cuore in gola….- Dolcetto o scherzetto ?- mentre scappavamo prima ancora di attendere la risposta.

Incontro del 31 ottobre 2024

Ascoltare e ascoltarsi – Il fascino dei rumori al buio

foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

Rumori, creati con oggetti comuni, vengono riprodotti al buio. L’ascolto accende immagini, personaggi, ricordi, mondi lontani, brevi commenti di un presente duro e difficile o anche solo malinconico….

Si materializzano nelle storie cascate di semi, marce militari, la battitura del grano, piogge e temporali, fruscio di vestiti ed evocazione di Dame, Spose o Cavallerizze, cavalli al trotto, picchi insistenti, un mare in tempesta e un mare che piange, céci che si vergognano nei sacchi di iuta…. e poi il Mulino di Montemignaio, le biglie di vetro, lo zabaione della zia, un fantasma che balla, la scopa che spazza l’acqua, l’appuntalapis vecchio di lama, ossa rotte in un barattolo, una straniera con i capelli viola, la signora di campagna che cerca nelle scatole dei ricordi, il riso, il babbo nel lettone, le galline grassocce e felici, un assassino nervoso…………

Sette parole per iniziare

Le parole da mescolare e con cui giocare sono: conoscersi, orientamento, cortina, zecca, rendere, tessere, rovina

  1. Il Quadro – di Stefania Bonanni

Rendeva l’ idea. Era uno strano disegno, un mosaico di tessere, che cambiava se lo si guardava da destra, o da sinistra, o da sotto, o da sopra. Era facile perdere l’orientamento, scordare l’ usuale, e perdersi nel labirinto di colori fantastici, che sembravano cercarsi, rincorrersi, forse come noi, ma certo con più determinazione. Distogliere lo sguardo era difficile e faticoso. Costava parecchio staccarsi da quei rossi, dai gialli brillanti, dai verdi pieni di vita, e ricascare nella zona grigia. Come ci fosse un muro, una cortina che divideva due mondi.

Avrei potuto restare giorni interi, a perdermi la’ dentro. Avrei potuto stare tutta la vita a cercarmi, a cercare di rimettere a posto le tessere.

Poi, volo’ un insetto, fermandosi su un lago rosso fuoco, e rimase fermo, imbambolato, ipnotizzato.  Mi avvicinai a guardare la zecca. Anche lei cercava pezzi di sé, persi volando. Non li avesse trovati, sarebbe andato tutto in rovina. Con le tessere fuori posto, il mosaico sarebbe crollato, disfatto, il quadro rovinato.

2.ORIENTAMENTO – di Simone Bellini

_ Pronto? Ma dove sei ? Come hai perso l’orientamento !

Te lo avevo detto di starmi dietro attaccata come una zecca ed ora siamo qui a cercarsi senza trovarsi !

Possibile che non si riesca a fare una gita senza che tu me la rovini !

Ora ascoltami, hai la tessera del pullman? Bene ora lo vai a prendere e vieni a Cortina.

Sei la mia rovina, sei !

3. Dopo la Morte di Cortina – di Rossella Gallori

Rovina dondolava su lunghe gambe giallastre, il sole del sud non era riuscito a dar loro un colore più decente…

“ zampe di pollo” così le chiamava sua madre, lo ripetè fino all’ultimo respiro: copriti le zampe! Copriti le zampe…

E fu alla morte di Cortina, appunto la mamma,che tutto le apparve chiaro, doveva andarsene, cercarsi un altro posto, un’altra tana, un’altra cuccia, levarsi di culo e scappare da tutto: famiglia, città, gente…

Ma cosa poteva prendere? Portare con sé? Dove sarebbe stata: casa, amore, vita?

Il fatto di non dover rendere conto a nessuno era un vantaggio, la totale mancanza di orientamento, una punizione…un qualcosa le aveva regalato, oltre a: le famose zampe, capelli di stoppa ed occhi a palla, il buon Dio le aveva tutto questo quel 3 novembre del 2000.

Certo lasciare quel buco di posto le dava coraggio, una casupola buia, piccola, sporca,…la zecca più piccola pareva un gattino appena nato…con la bava dei ragni avrebbe potuto tessere tovaglie da 24, compresi i tovaglioli ed il centrano per il cestino del pane.

Quindi………

Acchiappò tre borsoni di cencio sano ci infilò quasi tutto, di tutto escludendo i ricordi brutti, i botte, le paure, i silenzi, i digiuni…

Non sbattè la porta, nessuno avrebbe udito il suono sordo…poi prese un vecchio giornale, un fiammifero…e…

Si allontanò, salutando il grigio del fumo e benedicendo la pioggia leggera che non sedava il fantastico incendio.

4.Pioggia – di Lucia Bettoni

Era caduta tanta pioggia
Pioggia improvvisa e inaspettata
Aveva trascinato a valle qualsiasi cosa
La strada era tutta una rovina
Massi di pietra e fango ostruivano il passaggio
Il paesaggio aveva perso la sua immagine
Difficile trovare l’orientamento per proseguire
Le scarpe affondavano nella terra bagnata e appiccicosa
I passi erano pesanti e faticosi
Urgeva trovare una soluzione per proseguire
Bisognava cercarsi e stare insieme
Bisognava stare stretti e unire il cuore
respirare insieme e sentire la forza di ognuno allargarsi in quella di tutti
Bisognava tessere una rete con i rami caduti, sparsi per terra ai piedi di ognuno
Un ramo ,un altro ramo ,uno a destra ,
uno a sinistra ,uno qua, uno là
La rete è pronta
La rete è solida
Ci si può camminare sopra e far emergere i piedi dal fango
Si può proseguire
Intanto il cielo si è fatto straordinariamente azzurro e l’aria ha una luce così tersa che non si era mai vista
In lontananza Cortina circondata dalle belle vette di pietra bianca
Sembra neve ma non lo è
È il tempo
È il tempo sempre uguale
attaccato alla terra come una zecca
È il tempo che non ha tempo
È il tempo che rimane, che resta,
che si innalza verso il cielo sempre uguale forte, vero, eterno
e la pioggia è solo acqua.

5. Alba in montagna – di Luca Miraglia

Ce ne stavamo lassù, vicini alle cime, oltre la cortina della caligine umida  del primo mattino. Eravamo saliti al buio, tra i boschi dove era stato difficile non perdere l’orientamento e non correre il rischio di cercarsi e ricercarsi per mantenerci vicini.

Volevamo regalarci un’alba di montagna che rendesse magiche quelle ultime giornate d’estate.

I primi raggi di sole iniziarono a filtrare tra le cime acuminate e i valloni glaciali, quasi fili di rosso vivo che andavano a tessere la trama del nuovo giorno.

In silenzio, uno accanto all’altro, lo sguardo fisso al profilo dei monti per non perdere neanche un nodo di quell’intreccio di luce sempre più vivida.

Poi, con naturale lentezza il cielo cominciò a colorarsi di un giallo vivido, quasi d’oro… ecco: la zecca del sole stava coniando il nuovo mattino…

Con la stessa lentezza ci alzammo e iniziammo la discesa, ancora in silenzio, ancora vicini, ognuno assorto nel non rovinare tutta quell’emozione.

6. Solo nel bosco – di Sandra Conticini

Sei la mia rovina! Disse Antonio a quella ragazza che aveva conosciuto a Cortina in quella estate torrida.

 Era partito la mattina presto per fare una bella camminata nel bosco al fresco quando, alla vista di alcune stelle alpine, si allontanò dal sentiero principale e  perse l’orientamento. Camminò avanti, indietro, ma il bosco era tremendamente uguale e non riuscì a trovare qualche segnale, oggetto, che avesse già visto. Intanto il tempo passava, l’ansia aumentava, in tutto il giorno, non era passata neppure una persona e, non poteva pensare di dover trascorrere la notte in compagnia di orsi e lupi. 

Al calar del sole sentì delle voci. Ad Antonio  si aprì il cuore,  pensò di sognare, ma via via sentiva quelle voci che si avvicinavano, iniziò a urlare a squarciagola.. lo sentirono. Erano due ragazzine della zona che conoscevano quel bosco in lungo e in largo, si raccomandò in mille modi perchè lo portassero giù, ma non ne vollero sapere perchè avevano fretta e non potevano stargli dietro. Quella mattina si era scordato  il cellulare in albergo e anche i documenti, così consegnò a una delle due le  tessere di due biblioteche molto importanti, nuove di zecca,  con su scritto i suoi dati anagrafici,  pregandole di avvertire il soccorso alpino di venire a prenderlo. Quando ormai non ci sperava più ed era riuscito ad appisolarsi, sentì qualcuno che lo toccava…. non aveva coraggio di aprire gli occhi, pensò: Addio mi sbraneranno e mi mangeranno… invece parlavano… erano due guardie forestali con torcia e  barella che lo misero sopra e tutto imbracato lo riportarono a Cortina.

Da quel giorno Antonio iniziò a cercare Ornella per ringraziarla e anche lei  lo  cercava ma quando smisero di cercarsi, si ritrovarono per caso in bar del centro di Bologna.

7.Sette parole per giocare – di Carla Faggi

A scuola ero brava in matematica ma non in lettere.

I miei temi non sapevano di niente, erano una ROVINA, ZECCHE fastidiose, appena appena CORTINI, proprio lo stretto necessario.

La mia mente matematica cercava un altro ORIENTAMENTO. Però chissà forse fu proprio quella mente matematica che mi fece imbattere in Cecilia ed in noi.

Perché statisticamente parlando a forza di baciare rospi ci si imbatte nel Principe.

E con un Principe, Noi, tanta fantasia e una stanza magica, si può anche scrivere un libro!

Voilà, ora c’è un libro, il nostro libro! Fatto di tante storie belle!

E nel nostro libro ci sono pure io. A mio agio, standoci proprio bene!

Perché quelle storie belle le ho scritte pure io! Anche se ero brava in matematica, si! Ma non in lettere!

In questa stanza magica infatti si gioca a CERCARSI scrivendo, senza RENDERE conto a nessuno, sopra ogni giudizio, solo con noi e con le nostre meravigliose emozioni che diventano TESSERE della nostra vita passata e indispensabili ancora per completare quel disegno che ci resta da fare.

8.:LA BANDA DEI 4 – di Nadia Peruzzi

Avevano tutti un problema che li accomunava. Erano precipitati in rovina. Chi economica, chi sul piano degli affetti, chi perché non trovava più un senso nella quotidianità grigia, piatta, priva di una idea di futuro.
Partirono, senza sapere come e perché da un orientamento comune che li aveva spinti a cercarsi, mattina dopo mattina, turno dopo turno, mentre varcavano quella cortina di ferro che erano i cancelli della Banca d’Italia ,sede di Roma, ingresso dipendenti da Via de’ Serpenti.
Le tessere di riconoscimento strisciavano alla stessa ora, minuto più, minuto meno.
Piccole occhiate, solo quello era possibile darsi. E piccole occhiate si scambiavano Luca, Paolo, Sandro e Giacomo.
Erano scintille poco più, ma erano bastate per riconoscersi.
Sfigati, sfigatissimi, nel girone infernale dei perdenti. Quello erano.
Cambiare vita era diventata una ossessione, lì dove lavoravano i mezzi c’erano tutti.
Era la Zecca dello Stato, mica noccioline.
Ognuno di loro compiva una mansione ripetitiva ma portava ad un vero tesoro. Stampavano banconote, tutti i beati 360 giorni l’anno. Le macchine non si fermavano mai e loro dovevano fare lo stesso.
Si studiarono a lungo ,fino a che un bel giorno compresero che il momento era arrivato.
Si trovarono una notte priva di luna su al Gianicolo. Quello che avevano in mente di fare lo misero a punto , in poco più di una settimana, con precisione e molta puntigliosità.
Era rischioso, ma loro erano bravi e almeno all’inizio sarebbe stato facile. Bastava sapersi fermare al momento giusto. Non dovevano esagerare.
Il mito dell’uomo col maglioncino che partito da un garage in Usa aveva conquistato il mondo, cercarono di tradurlo in realtà per loro.
Un garage in una zona anonima della periferia di Roma fu il loro quartier generale e il loro laboratorio di precisione.
Lavoravano la notte.La stamperia vomitava pezzi da 50 euro come se non ci fosse un domani.
Era impossibile non rendere più che redditizia quella attività notturna.
Bastava non esagerare e non tirarla troppo per le lunghe.Stampare a più non posso e cambiare falsi per i veri in tutta rapidità,questo fecero.
In un mondo in cui il falso d’autore ingannava anche i più esperti,misero da parte una fortuna.
Da un giorno all’altro sparirono senza lasciare tracce. 
Quando trovarono la stamperia clandestina era troppo tardi. Loro se la stavano già godendo alla grande in paesi esotici, a zero possibilità di estradizione.

9.Il non senso – di Anna Meli

Giornata nuvolosa, grigia, triste; una di quelle che non sai come iniziare, di quelle che non ti stimolano a cercare di iniziare qualcosa di positivo ma, che in ogni modo, devi riuscire a rendere il più possibile vive e interessanti facendo in modo che, la cortina del non senso riesca ad avere campo libero.

            Per un breve tempo, in silenzio, ho cercato qualcosa che mi fosse di orientamento; niente solo una calma assoluta e inutile… Squilla il telefono: qualcuno mi cerca, è una cara amica.

            E’ importante cercarsi. C’è un bisogno reciproco raccontarsi cose, comunicarsi idee e pensieri, tessere tele di progetti da portare avanti in condivisione e libertà, senza però essere appiccicate come zecche.

            Questo sarebbe la rovina di ogni rapporto.

10.Cammina cammina – di Daniele Violi

Cammina cammina trovai una rovina, di una casa colonica, abbandonata da tempo. I rovi circondavano la cortina prospiciente, dove un pavimento con le tessere colorate di un mosaico composto da un abile artigiano, descrivevano una bussola, composta alla perfezione e l’orientamento della direzione nord era anche rappresentata da una grande quercia, anch’essa alle prese con i sarmenti dei rovi che tentavano di cercarsi tra di loro, avvilucchiando questa pianta che sorrideva al loro progetto. Tutto il contesto di vecchia costruzione e di piante che si adoperavano per ricolonizzare l’ambiente abbandonato, era condizione favorevole per una zecca che con voracità tentava di muoversi tra macerie e erba alta, per conquistare prede, pane per i suoi tentacoli. 

Spero di aver dato con la fantasia, prova d’immaginazione cosicché da rendere al meglio questo scritto rocambolesco che descrive una situazione rintracciabile nella realtà. 

11.La gita – di Rossella Bonechi

Secondo giorno di vacanza. Programma: “Alla ricerca del Castello”. Mi fa un po’ fatica, mi vorrei spiaggiare sul lettino a prendere il sole e nulla più, ma gli altri sono già con lo zaino in spalla e li devo raggiungere in fretta. Mi devo attaccare come una zecca a qualcuno che ha un miglior senso dell’orientamento di me sennò altro che cercarti Castello Mio: dovranno venire a cercare me !

Ma la gita si rivela piacevole, il sentiero è facile e una cortina di alberi svettanti ai lati regala ombra e inaspettati particolari come il ragno penzoloni da un ramo impegnato a tessere la sua tela. Ma ecco il Castello, ci annuncia la guida, proprio lì, davanti a voi! Mah…. sarà che sono un po’ cecata ma io vedo ben poco, a meno che il Castello non siano quei quattro massi in rovina ormai ricoperti di muschio; sì, mi confermano che sono loro. Bene, allora non mi resta che prendere in mano il filo della fantasia e tessere l’immagine del Maniero in cui venire a cercarti o Mio Principe Azzurro ! Affacciati alla torre, ma a quella più cortina perché non ho fiato per salire più su! Ma ora sarà meglio che apra lo zaino per prendere la barretta zuccherosa, perché tra fantasia e vaneggiamento il confine è labile …..

12.La casa di legno – di Tina Conti

Ce la faremo, ritroveremo una nostra strada.

Ti sembra che essere oggi cosi disperati, persi, disorientati, per aver perso  il nostro orientamento sia una condizione per sempre.

Questa nebbia  che ci circonda, ci avvolge come una quinta, una cortina e ci separa dal mondo di ieri  non durera’  per sempre.

Sono venuta  a cercarti quando  tu  non credevi  più  in niente.

Abbiamo poi  cominciato a rendere  il nostro tempo vivo e pieno di nuovi significati, abbiamo ricominciato a  cercarsi.

Mi piace pensare che ora la nostra vita possa tessere una tela nuova, vera, sincera.

La luce che  entra  dalla piccola finestra  della casa di legno e pietre che abbiamo fortunatamente trovato quassù su questi boschi, spoglia, un po’ diroccata ci abbia ridato  il sorriso e la speranza.

Ieri quel  porcospino curioso che si e’ avvicinato alla porta , ci ha fatto sorridere  e incoraggiati ad aprirci di nuovo al mondo

Andremo di nuovo  a raccogliere funghi e castagne, ci fermeremo  alla bottega del pane a bere un bicchiere di vino  con Cesare.

Sara’ riuscito poi a togliersi quella zecca dalla gamba  che ha scoperto di avere ieri?

13.Perdersi e ritrovarsi – di Francesca Lemmi

Per prima cosa e’ necessario cercarsi, e spesso, come per magia, facendolo si perde anche l’ orientamento, e non è una bella magia. Capita di non sapere dove siamo, neanche chi siamo, ma e’ importante ricordare sempre che e’ così che si vive, perdendosi – a tratti – un po’.

Sapevo che ad un certo punto il mio viaggio sarebbe iniziato, ho rimandato il momento finché mi e’ stato possibile, ma poi, un martedì di marzo, mi e’ passata davanti una pelliccia morbida, e mi ci sono infilata. Da lì e’ iniziata la ricerca. Volevo stare lì? Volevo cercare altro? Non riuscivo neanche a chiedermelo, succedeva semplicemente che cadevo, che lasciavo la mia casa, mi aggrappavo ad una pianta, a qualcosa, nell’ attesa passasse un’ altra comoda, morbida pelliccia sulla quale  salire. Nel frattempo, il mio muovermi a spese di altri mi affacciava su porzioni di mondo ogni volta diverse: boschi sconfinati, montagne di sassi, luce luminosa o panorami lontani nascosti da fitte cortine di nebbia. Spesso, secondo me, le cose belle sono da scoprire sotto la nebbia.

Un giorno mi sono trovata in un giardino, un giardino curato da uomini, ed improvvisamente ho deciso di fare un’ esperienza diversa: farmi trasportare da un braccio umano.

Nella mia idea, gli uomini uccidono. Tutte le creature lo sanno. Ma volevo sapere, capire, provare di persona, se così si può dire. Volevo aggiungere una tessera. Volevo diventare una zecca che e’ riuscita a vedere, a fare, ad essere, anche se poi fosse morta.

La mia rovina è stata incontrare un’ insulsa pinzetta da sopracciglia  che mi ha acchiappato, strappato, tirato. L’ultima cosa che ricordo e’ la suola di uno scarpone che mi si abbatte addosso.

Sono morta quando mi hanno detto: “smetti di farti trascinare, di vedere il mondo dalle spalle altrui. Decidi tu cosa guardare.”

E chi lo sa, se ero davvero una zecca.

24 giugno: San Giovanni per Rossella Gallori

24 GIUGNO SAN GIOVANNI di Rossella Gallori

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…sto cercando di chiamarti, di raggiungerti, non so da quanto tempo sono qui, non ne conosco il motivo, so che non so, che non ricordo, mentre cerco di chiamarti, una signora, apparentemente giovane, mi sta sorridendo, il vestitello azzurro, non sembra un abito, ma un’ altra cosa, anche qui, ho dubbi, forse un camice?

Sorridendomi, anche troppo, mi dice, che non ho telefono e che sto digitando numeri immaginari sul palmo della mano sinistra, con l’indice destro, credo che stia scherzando le porgo la mano e le dico: senta, stupida, c’ è la segreteria…

Mi  accarezza i capelli, scomposti, mi ritraggo, non sono mica una bimba, …socchiudo gli occhi,  nella speranza di cancellare il suo volto.

Era qualche giorno fa, un caffè del quale non ricordo il sapore, mattina presto, qualche uccello che fischiettando, caca a sproposito, i soliti incontri, gente che conosco bene, che credo di  aver visto sempre.

Mi sono ritrovata in quella macchina con la sirena, scomposta, sudata, delirante,  su di un lettino che mi conteneva appena.

Non ho saputo dire niente di me, per un attimo ho pensato di chiamarmi Laura, non l’ ho detto non ne ero sicura, mi hanno dato un bicchiere d’acqua, che poco  ne ha il sapore

Ho dormito, tanto, troppo, ho sognato te, non solo te, c’ era lei,  una chiesa un campanile storto, campane brune di bronzo.

Signora, il dottore l’ aspetta!

Quale dottore?

Quello che l’ ha ricoverata  ieri!

Ma, ma non sono a  casa mia?

Per il momento no!

Quando?

Presto!

Io, quel dottore non l’ho mai visto, guardo i miei vestiti, non li riconosco, io non vesto così, credo.

La solita e  scimunita, quella del telefono, mi accompagna dal dottor: NONLOCONOSCO. Sinceramente le gambe non mi reggono.

Fuori è buio, un buio non reale, improbabile, fa caldo, i corridoi sono lunghissimi. Ho fame, lo grido, qualcuno dall’ aria imbambolata con il lecca lecca in mano mi saluta, hanno tutti i capelli a caschetto, tagliati, con la pentola…gli abiti verdini  tutti della stessa foggia.

Ho fameeee.

Signora ha appena mangiato!

Quando verranno a prendermi i miei genitori, si faranno sentire, spero. Non ho mangiato

Già i miei genitori, ma li ho ancora? Si, mi racconto, pur sapendo che non è vero, di essere stata con loro, a vedere i cigni, una volta,  un giorno…

Mentre aspetto il medico, vedo passare la mia gatta ed i miei tre fratelli, non mi riconoscono, li chiamo, nemmeno si voltano, ho sbagliato forse, non sono loro.

Signora si accomodi, si sieda

La voce è carina, il viso no, una lunga cicatrice deturpa un viso banale, non vedo bene i suoi occhi sembrano fessure, finestre semichiuse.

Quindi lei è….?

Non lo so!

Quindi apparente età, 65? 70?

Sta scherzando?

 Reagisco, pensando alla bimbagomma che sono, ai miei quaderni con le righe grandi, alle mie casette disegnate storte, così come le vedo, alle mie ninnenanne, alla mollica di pane calda, al profumo dei miei sogni piccoli, a quei garofani rossi che rinforzavo con il film di ferro, per renderli forti ed “ adatti”

Sa cosa le è successo?

Abbasso voce, sguardo, vedo per la prima volta quei brutti segni sulle braccia…sulle mie braccia.

C’ erano i “fuochi” era ieri, una sera, mi sono spaventata, mi sono voluta spaventare, ho lasciato quel ponte non sicuro, sono fuggita dalla gente, verso il buio senza rumore….poi

Bene vedo che ricorda, sa che è passata una settimana?

Vorrei prenderlo a calci in culo, ripetergli che era ieri sera, che voglio andare a casa, non so quale, ma come, una casa che non abbia le pareti verdastre, le finestre  con le sbarre, la luce sempre accesa, il cibo cattivo, ora ricordo ho mangiato, male, ma ho mangiato,  prego che qualcuno mi porti via prima che lui faccia un’altra domanda…

Non arriva nessuno, il medico tace, mi domanda come mi sento, rispondo, mordendomi le labbra a sangue: come una che non sa dove è, una che non conosce il proprio nome, né quelli di chi ama… una persa.

Richiama l’ ebete, che arriva sorridendo, scrive due righe,  gliele porge, mi da la mano che io rifiuto, tirandomi indietro.

Ho sete, ho voglia di caffè, di baci, di carezze, di parole scritte bene, dedicate alla luna, ed a me che sono Luna.

La  sua camera, signora, le ho messo una camicia da notte sul letto, spero le vada bene, tranquilla è nuova, torno con l’ acqua, ed una pasticchina.

 Chiude la porta a chiave, non riesco ad uscire dai 50 cm di mattonella grigio topo, non voglio pestare le fughe, porta male.

Vedo nel piccolo specchio pezzi di stoffa preziosa e quelle forbici con la punta, che vorrei infilarmi nel cuore, per smettere di soffrire piano, per provare un dolore forte, che abbia un senso.

 Marianna rientra: acqua, pasticca, nasconde un cioccolatino nel taschino me lo da  dopo la terapia, un premio, amo i premi, che merito, forse così scema non è…..buonanotte Marianna, cerco di sorriderle!

Non mi chiamo  Marianna cara, sono Lucia, lei come si chiama?

Apro la bocca, non ne esce suono, mi scende una lacrima sa di sale amaro, penso al vento caldo, che mi ha fatto crollare per strada, mentre  sparavano fuochi di artificio, ricordo per un secondo: una bimba, un giardinetto,  un letto grande, poi di nuovo il vuoto, evitando le fughe, raggiungo il letto, che  ha sbarre cancellasogni, saluto mariannalucia….domani non sarò più qui, farò la valigia di nebbia e fuggirò.

Sono quasi sicura di trovare un postoguscio che mi contenga, che abbia voglia di ospitarmi, poi andrò per mare, porto la bimba con me? È bella bella, ha la pelle di porcellana, non so più quanti anni ha , se si è accorta che non ci sono, che ho perso gli anni per strada, ricordo, che qualcuno gli aveva amati i miei anni, più di quanto lo abbia fatto io.

San Giovanni… i fuochi, il fiume, quei ponti così belli da togliere il fiato, che, ora ricordo, ho attraversato solo per amore, con le gambe rigide, i capelli chiari non di biondo, un cuore in gola…sacrificio inutile… Sento un rumore è pioggia d’ acqua estiva, tiepida e grossa…guardo la mia camicia da notte non la riconosco, mi si appiccica addosso, grido: rivoglio i mie vestitiiiiiii!!!

Passano gli occhi di mio marito, attraverso il vetro opaco da cesso vecchio, di una finestra che sembra affacciata sul nulla…

La chiave fa un sibilo da serpentello, girando nella toppa, si affaccia uno che non è né Marianna né Lucia: buongiorno!

Penso: buongiorno un cazzo, prendo la rincorsa, lo urto facendolo sbattere contro la porta, corro senza scarpe, ho le ali, abbatto un carrello, che grida cadendo, scusa carrello….

Scendo le scale, togliendomi di dosso la mostruosa camicia compagna di una notte invernale di fine giugno…mi trovo nuda per strada, sono sudata scarruffata, disorientata, qualcuno   cerca di rallentare il mio volo, mi ferma, cado, in lontananza sento tonfi paurosi, i fuochi, di nuovo, i fuochi, mi nascondo, dentro un portone, aspetto mia madre che non arriva…..San Giovanni ancora una volta…

La nostra festa finale con presentazione del libro: Raccontarsi per volersi bene

Sabato 25 maggio 2024 al Teatro comunale di Antella, ospitati dal Direttore Artistico Riccardo Massai, le Matite hanno presentato il loro libro “Raccontarsi per volersi bene”. Storie, letture, interventi per raccontare un lungo percorso di lavoro e amicizia sulla scia delle parole e della scrittura.

Suggestioni di Anna sulla seconda frase

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

FRA LE PAGINE – di Anna Meli

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            Libri, molti libri, vecchi giornali, riviste erano ovunque in quella luminosa soffitta. Tutto finiva lì, ma non c’era disordine perché tutto aveva una collocazione ben precisa, un posto dove stare e lei pensava che sarebbe stato abbastanza facile trovare quello che cercava.

            Si trattava di una vecchia lettera ricevuta dal suo ragazzo che a quel tempo prestava il servizio militare a Torino e che avevano riletto insieme un lontano pomeriggio. Si  ricordava che fuori stava imperversando un brutto temporale e loro si erano rifugiati lì su quel vecchio divano isolati dal mondo e occupati in letture diverse; ed era allora che dal libro di lei era scivolata quella lettera destando la loro curiosità.

            In quel momento un fragoroso tuono  secco ed improvviso aveva fatto spegnere la luce e loro, un po’ per gioco, un po’ perché l’atmosfera sembrava essere quella giusta, non potendo leggerla avevano provato a turno ad indovinare quello che poteva esserci scritto.

Aveva iniziato lui: -Caro amore mio, sono trascorsi solo pochi giorni e mi manchi tanto!…-

-Eh no, questo volevo dirlo io!- aveva ribattuto lei.

E ancora lui: Per favore aspetta il tuo turno, non è corretto interrompere.

E lei: – scusa non volevo. Vedi chi parte secondo è sempre svantaggiato!-

            Meno male che in quel momento la lampada si era riaccesa e quel gioco che stava trasformandosi in una vivace discussione si trasformò in un tenero abbraccio. Insieme lessero la lettera in dolce complicità e insieme decisero di lasciarla in quel libro.

            Ora, dopo tanto tempo, rimasta sola con i suoi ricordi, cercava il libro e la lettera per poter rivivere quel tempo e rileggere le frasi ingenue, pulite e dolci di ragazzo innamorato. Ne aveva proprio bisogno e, se anche la ricerca si mostrava abbastanza faticosa, l’avrebbe fatta, avesse dovuto tirar giù dallo scaffale ogni libro  e sfogliato ogni pagina!

Per Luca la frase da scegliere è la terza

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

“La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della luna” – di Luca Miraglia

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…Non era un bel periodo: sfollati in una terra ardua e sconosciuta.

Lontani sì dal pericolo immediato, al sicuro forse dalle catastrofi, abbandonati certamente al proprio destino incerto e senza radici per chissà quanto tempo ancora.

…Non era un bel periodo: gli uomini lontani a salvare non si sa bene chi o cosa, le donne impegnate a fare da collante a quei cocci di umanità dispersa, reinventando quotidianamente una qualche parvenza della normalità perduta, noi bimbi frastornati da un mondo prevalentemente incomprensibile.

…Non era un bel periodo: avvezzi ad una certa dignitosa comodità, adesso ogni incombenza del vivere quotidiano portava la sua brava dose di fatica, e tutti ma proprio tutti, dalla più anziana e claudicante al più piccolo bimbetto caracollante, si davano da fare per tirare avanti.

…Non era un bel periodo: nonostante la bellezza di quei luoghi sparsi in un chissà dove dalle mille sfumature di colore, la luce del giorno sembrava illuminare solo il disorientamento e la fatica dei cuori.

Solo la notte pareva portare un po’ di quiete alle anime incerte di quel periodo.

Anche la mamma sembrava ritrovare il suo sorriso calmo e accogliente: a volte la spiavo prima di dormire mentre curava le ultime faccende o quando talvolta andava a lavare i panni al fiume al solo lume della luna.

I suoi movimenti lenti, la sua espressione finalmente quieta mi davano la speranza che potesse arrivare davvero una buona notte…

Daniele sceglie la seconda frase

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

Le pagine dell’Enciclopedia – di Daniele Violi

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Ricordavo che quelle figure disegnate e quelle foto che mi raccontavano dei Babilonesi si dovevano trovare sicuramente nei primi volumi di questa Enciclopedia, che ha girato tutti i piani, le tavole, i letti e tutte le stanze di casa mia, quando ero piccolo ed iniziavo le Scuole elementari. Sì, questa raccolta di volumi, fonte di curiosità dopo essere stata completata con tanto piacere sia di Mio Padre che di Mia Mamma, aveva poi negli anni avuto la necessaria rivisitazione di noi 5 figli e figlie, 3 maschi e 2 femmine che hanno attinto come me e sicuramente stampato nei meandri delle proprie capacità di apprendimento, ogni pagina di questa grande raccolta di storia e geografia che ci dava allora l’opportunità di imparare tanta cultura, e una buona possibilità  di potersi anche poi confrontare come un gioco con i nostri genitori; loro, tramite noi figli e figlie, imparavano a loro volta tante belle notizie e conoscenze. Insomma poi alla fine la Mia Mamma, dietro mia richiesta riuscì sfogliando anche Lei a trovare la pagina con il bel saggio sui Babilonesi. Sì sfogliando le pagine di ogni volume, era sempre tutto un Conoscere, come il suo Titolo di Enciclopedia.         

Suggestioni di Rossella sulla terza frase

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

La mia  mamma lavava i panni… – di Rossella Gallori

La mia mamma, la mia mamma, già la mia mamma….

non lavava i panni al fiume, lei viveva al lume della luna, sotto un berceau di pallido glicine, in via Strozzi.

La mia mamma viveva vicino al fiume, ma non aveva mani sciupate dal sapone, né dal gelo dell’ acqua, nemmeno ginocchia sbucciate dal greto dell’Arno, non portava cesti sul capo, con le camicie  dei ricchi.

La mia mamma era una “ signora” di diciassette anni e presto andrà sposa.

Ha il cappello color ” nontiscordardime” con la veletta, ha le scarpe con il tacco ed il fiocco di velluto nero.

La mia mamma aveva: la governante lo chaffeur…Non usciva senza borsetta…senza rossetto.

La mia mamma era “ la luna” a volte piena,  spesso no, calante, crescente, nascosta di giorno, luminosa al bisogno.

La mia mamma era un fiume  con i pesci colorati, con i sandali ” ricchi”  con i guanti di pizzo……poi, poi ….

Con i ponti minati, con i ponti saltati, lasciò l’ Arno per il Mugnone, nascose , anche a se stessa la delusione, lo tramutò in trionfo, in una ballata lenta, in una cantilena esaltante, nessuno senti il tonfo, del suo  cadere.

Lei era la principessa.

La mia mamma lavò, poi,  i pochi panni in una buia cantina, nel secchio di ferro, con l’ acqua della Pesa, a San Casciano, ma lo fece da regina, con una rosa di tulle bluette tra i riccioli neri, con una pentola sul fuoco, piena di pensieri e di  ceci, pochi.

La mia mamma non lavava i panni al lume della luna, lei  era astro d’argento, faceva figli ai suoi raggi, nel buio, troppi……

Luna tu non sai dirmi perchè, senza te non si può più sognar.

Un attimo, un attimo ancora, lasciatemi dire: io non le somiglio, non sono né luna, spesso nemmeno il sole come il babbo, sono stella vagante, forse caduta nell’ acqua di mare…in una notte d’ agosto…

Tina ha scelto la terza frase:

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

La magia di un piccolo fiume – di Tina Conti

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Nonna, tu sei  del 1900 mi dice  il mio nipote maggiore che è nato nel 2011, si sente autorizzato a questa frase perché  mi vede armeggiare  con fatica  con le nuove tecnologie. Capisce che sono spesso in difficoltà con tasti e  codici così dogmatici e lontani dalla mia formazione  meccanica.

Io accetto  volentieri gli aiuti che mi propone  con fare di grande esperienza  ma, ribatto  che nel mio secolo ho imparato cose  talmente importanti che mi possono  permettere di  sopravvivere in  autonomia non dipendendo  dalle diavolerie moderne. Asserisco  che so coltivare un piccolo orto, allevare polli e animali da cortile, prendermi cura  di alberi da frutta e cibarmi di erbe  di campo che all’occorrenza so usare anche per piccoli malanni.

Oltre a poter cucinare  cibi freschi e pane, accendere un camino per riscaldarmi.

Sono stata capace di preparare con lana e altri filati indumenti e ho cucito semplici abiti per me e i miei familiari,provo piacere a scrivere a mano e disegnare anche con il carbone. Queste  capacità,una volta erano patrimonio di tutti e contribuivano ad un “economia familiare” dotata di mezzi limitati..

Sono cambiate molte cose negli anni e non tutte buone, si sono raggiunti dei traguardi nel campo della scienza e della medicina nonché nella conoscenza del mondo non prevedibili. Ricordo quando la mia  mamma andava  al fiume a fare  il bucato, col freddo e con il sole cocente portandosi dietro un grande fagotto di indumenti e un pezzo di sapone.

Fu molto contenta  all’inaugurazione  dei lavatoi  coperti costruiti vicino al prato dove  noi giocavamo felici  e spensierati. Quando poi arrivò la lavatrice elettrica fu una delle prime ad acquistarla perché nel frattempo erano nati altri figli ed eravamo diventati  cinque in famiglia.

Oggi abbiamo oggetti che ci aiutano e sempificano la vita.

Ho dei bei ricordi di quel prato vicino al fiume dove  nella bella stagione ci fermavamo uscendo da scuola  che raggiungevamo a piedi , con la merenda  portata  dalla mamma sempre preparata in casa con pane e altre cose semplici e gustose come  pomodoro, olio ,frittata. Mi capita di vederlo adesso quel prato diventato parcheggio e di dimensioni molto più piccole rispetto a quello che ricordavo. Il fiume poi  era una  grande risorsa sia  per la vita  che ospitava  con rane, pesci, bisce e muschi e anche   per le  tante possibilità di gioco.

Con la temperatura estiva diventava la nostra spiaggia e la mamma si portava il lavoro da rifinire a mano per permetterci giochi infiniti e per lei chiacchiere con le amiche. Era una donna molto moderna, pratica e attiva, una sarta per tutte le misure dai bambini agli adulti, ma la sua specialità era stata la confezione  di impermeabili.

Anche se ero molto piccola  ho ricordi nitidi di quel periodo e della discesa al fiume per il lavaggio degli indumenti da parte di tutte le donne del paese.

Le pietre levigate  rimanevano allineate  e distanziate, le donne inginocchiate insaponavano, stropicciavano e sculacciavano i panni con delle palette di legno.

Il risciacquo era il momento più felice, significava che il lavoro era finito, si poteva ridere e parlare prima di tornare a casa.

I panni grandi, lenzuola e tovaglie buone, la mamma le dava  ai lavandai  che avevano bottega  proprio  davanti al fiume dalla parte del prato.

Loro, con grandi caldaie, bollivano  i panni con un preparato fatto  con la cenere ,poi gli imbiancavano con il turchinetto, il risultato erano capi profumati e candidi.

La mamma mi è sempre apparsa contenta e serena di andare con noi al prato, era per lei un momento di  svago e di chiacchiere con le amiche.

Il fiume EMA, con le sue sponde e la natura intorno che si modificava con le stagioni, era il nostro parco giochi. Adesso quando  mi capita di ripercorrere quei posti osservo cambiamenti scoraggianti, non ci sono più percorsi a piedi lungo  le sponde, solo recinzioni e cemento.

Si sono impossessati di spazi vitali e pieni di magia.

Come nelle città anche nei piccoli centri è difficile  e poco sicuro muoversi a piedi, non è più  previsto  camminare .

Ad ANTELLA dove attualmente vivo, per scelte fortunate e per una donazione in denaro di un privato, è stato ripulito e consolidato il  Borro di San Giorgio con le sue cascatelle e i manufatti che un tempo erano  usati dalla viabilità agricola.

Mentre mi trovavo  a conversare  con altri nonni ai giardini, ho assistito ad  una conversazione  emozionante: due nonni antellesi si comunicavano un fatto accaduto..

:-lo sai che nel borro venerdì , alla nostra cascatella  c’erano dei  ragazzi che come noi in mutande  facevano il bagno? davvero!! rispondeva l’altro!

Si,ho fatto le foto, le possiamo confrontare  con le nostre, quelle  che ci fece  il tuo babbo nel 1960…

Sono rimasta stupita e felice,una cosa bella che si ripropone  ai nostri giorni, magia di vivere in un piccolo paese.

Passati alcuni giorni, il Giulio dell’inizio del racconto  mi ha riferito che il suo gruppetto di amici ha scoperto una cascatella  al borro dove insieme fanno il bagno rigorosamente in mutande   e senza asciugamano.

Emozioni di Stefania sulla scia della terza frase proposta

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

Mamma sotto la luce della luna – di Stefania Bonanni

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Il mondo cambia, al lume della luna. Si ribalta, spariscono le ombre, nel buio, e gli orli illuminati sembrano più vaghi, più irreali e magici, brillanti di luce propria. Solo qualcosa brilla, alla luce della luna. Non le grandi superfici, le distese di piante, magari luccicano come diamanti piccoli tremuli fili d erba bagnati di guazza, o della ben più romantica rugiada.

Brilla l’ acqua, sotto la luna, ma solo in superficie, senza profondità, come fosse un velo.

Brillano gli occhi, sotto la luce della luna, quelli che non dimenticheremo.

Quando ai bambini viene detto che le persone che muoiono diventano stelle, io credo si intenda che gli occhi dei morti diventano stelle. Quegli occhi che brillavano mentre ci guardavano, ed era amore, gioco, divertimento, serenità, protezione, proprio gioia. Gli occhi della mia mamma erano un cielo di notte, dentro di loro scorreva la vita di noi tutti, che tanto la amavamo. Dentro quel cielo c’erano bambine e nuvole, e tanta acqua. L’ acqua di quell’ Arno nostro e basta, familiare, quotidiano, e dei visi dei tanti lavandai che circondavano la nostra vita. All’ epoca la nostra era zona di gente che lavorava lavando i panni degli abitanti della città. E le donne di casa nei periodi di maggior lavoro andavano ad aiutare a sbattere i lenzuoli su quelle pietre lucide, o a mettere i panni nella cenere. La mia mamma anche per noi andava a lavare al viaio, e quando la guardavo faticare insieme alle altre, pensavo che mi dispiaceva mettesse quelle belle mani morbide nell’ acqua fredda e che faticasse chinata su quelle pietre, ma ero anche contenta facesse parte di un mondo di donne energiche e chiacchierone, e che le sue risate, mescolate al ritmo eterno dell’ acqua , formassero una melodia dolce e schioccante, come di sassolini che si lasciano andare scorrendo tra le dita. Musica di donne ed acqua, natura, fatica e figli, e panni puliti di sapone e fresco, e bambini con i grembiuli puliti, che potevano di nuovo sporcarsi di erba e di terra, ancora ed ancora.

E questo accadeva di giorno.

 Ora lo ricordo, di notte, ogni volta che ho bisogno di riportare nel cuore un’ immagine dolce, che mi fa bene. E la penso sotto una luna bambina, che illumina l’ acqua segnata dalla schiuma leggera del sapone giallo, quello che andava ripescato ad ogni minima distrazione, e si scioglieva appena in un ricamo piccolo, una piccola trina.

Ricordo la mia mamma ridere, il suo grembiule bagnato per essersi asciugata le mani fredde molte volte, e la luna che illumina l’ impronta delle sue mani.

Lucia sceglie la frase 3, fra quelle proposte, scritte in precedenza in altri contesti

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

Mamma e la luna – di Lucia Bettoni

Screenshot

Parlare di lei è sempre difficile
Parlare di lei mi emoziona sempre
È come mettere un dito dentro il cuore
È come sentirsi improvvisamente nudi

“La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della luna”

È così dolce questa immagine!
Così infinitamente semplice e bella da guardare
E io ti vedo in tutta la tua bellezza
perché tanto bella eri!
Ho dimenticato molte cose ma non il tuo sorriso
Un sorriso struggente e amaro
Una fiamma sciolta nell’universo
Il tuo sorriso è dentro di me
posso toccarlo ogni volta che ti penso

Sei laggiù, illuminata dalla luna
Con gesti morbidi accarezzi i panni
li fai scivolare nell’acqua del fiume
È una poesia
È una ninna nanna
È la pace del cuore
È la calma della vita

Ti guardo e sento il tuo sorriso
Lo stesso sorriso si dispone sulla mia bocca
Accarezzi i panni e con i tuoi gesti
mi indichi la strada:
non strizzare
non sbattere
non usare troppo sapone
Sii delicata
Basta l’acqua

La tua figura è esile
È estate
Indossi un abito semplice e leggero
Posso intravedere le tue braccia
il tuo collo, le tue gambe flessibili
Hai i capelli sciolti e questa è cosa rara
Li portavi sempre legati
Legati stretti stretti in fondo alla nuca
Così lisci che sembravano una scia luminosa
Mi piacevano i tuoi capelli raccolti
lasciavano completamente scoperto
il tuo volto e io potevo vedere bene
I tuoi occhi e il tuo sorriso

Chissà perché stasera stai lavando i panni al fiume con i capelli sciolti!
Forse vuoi nasconderti alla luna
Forse vuoi essere solo più bella
Forse stai sognando l’amore
Forse stai vivendo l’amore
Forse sei proprio te l’amore

Sei bellissima mamma

Ogni volta che ti vengo a trovare
nel luogo che adesso ti accoglie per sempre, e che già da troppo tempo è la tua casa, guardo la foto che ho scelto per te:
hai i capelli sciolti e il tuo sorriso
è quello sulla mia bocca


Scegliere fra tre frasi scritte in altri contesti. Carla sceglie la frase 2

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

Riordinare un cassetto di foto – di Carla Faggi

Photo by fauxels on Pexels.com

A volte ho bisogno di riordinarmi un po’, non sempre e non molto.

Per riorganizzare e chiarire meglio i miei pensieri, i programmi, le priorità in genere inizio con riordinare l’ambiente attorno a me, cioè le cose di casa.

Nel riordino sono però maniacale, mi perdo nei dettagli e poi mollo tutto perché appunto mi sono persa. Ultimamente nel tentativo di riorganizzare un cassetto ritrovo un vecchio album di fotografie. Mia madre, mio padre, da giovani, da adulti, io bambina, mio fratello, io al suo matrimonio, mia cognata. L’ho sfogliato tutto quell’album, poi l’ho risfogliato, ho osservato meglio, poi ho ricercato di nuovo in mezzo alle foto quella strana sensazione che di fronte ad alcune immagini ho avuto.

Le foto di un tempo, quando non sapevamo ancora mettersi in posa ci raccontano tanto.

Mia madre ha nelle fotografie lo sguardo abbassato, le spalle un po’ curve in atteggiamento da persona modesta, di umili origini quale lei era, eppure aveva un carattere coraggioso, battagliero, orgogliosa, femminista, avrebbe potuto farsi riprendere con lo sguardo fiero, altero da giovane donna che affrontava il mondo con cipiglio.

Le mie foto di bimba con le manine incrociate dietro e la testa bassa mi ricordano la mia innata timidezza, la mia perenne insicurezza, eppure ero anche una bambina molto intelligente, brava a scuola, ero simpatica, potevo benissimo essere ripresa in una posa birichina, sorridente, gioiosa.

Mio padre anche lui fotografato con lo sguardo abbassato, spalle ricurve come un uomo timido e molto attento a non contrastare nessuno come lui era, eppure fu anche un combattente, fece la resistenza, scampò per miracolo ad una fucilazione da parte dei tedeschi, ha sempre lottato per i diritti suoi e degli altri, perché quindi non una foto con una posa coraggiosa, affascinante, dignitosa?

Forse era l’epoca, era meno importante mostrarsi di ora, forse poca dimestichezza con le foto, o forse semplicemente erano più semplici, più vergognosi e più genuini.

Ah, a proposito, il cassetto è poi rimasto nella piena confusione che era all’inizio del mio riordino.

Scegliere fra tre frasi scritte in altri contesti, tempo fa. Sandra ha scelto la numero 2.

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

Sfogliò  ad una ad una le pagine più volte finché trovò quello che cercava

    Pagine antiche – di Sandra Conticini

    Era lì perché ormai quella casa non aveva più senso di esistere, anche lei, ultima rimasta, l’aveva lasciata.

    Ora si sentiva in prima linea, con le spalle nude. Che brutta sensazione era quella!

    Quanta fatica dover scegliere quello che poteva rimanere e quello che doveva buttare. Ogni oggetto che le passava per le mani le ricordava qualcosa, e cominciava a piangere perchè non sarebbe mai voluta arrivare a quei monenti.

    Tanti anni prima si ricordava di aver trovato, per caso, uno di quei quaderni un po’ ingialliti con la copertina nera e le righe rosse e di aver iniziato a leggere qualche riga, ma senza accorgersene gli fu tolto di mano, dicendo che quelle cose non erano adatte ad una bambina.

    Quel quaderno si era volatizzato e non lo aveva più visto in giro per casa. Ora lei ci sperava di ritrovarlo e poterlo leggere in santa pace.

    Lo trovò in una scatola in fondo all’armadio incartato nel giornale ormai ingiallito e legato con uno spago. A quel punto si chiese se fosse giusto che lei leggesse quello che era scritto, le sembrava di fare una cattiveria alla mamma che lo aveva tenuto segreto per tanti anni. Poi decise di aprirlo e quando capì che era il diario dettagliato della malattia del fratello della mamma iniziò a piangere per la sofferenza che trapelava da quegli scritti.

    Sembrava quasi impossibile che negli anni quaranta si potesse morire a ventiquattro anni per un’unghia incarnita!

    Invenzioni di di Tina davanti a un mazzo di rose rosse

    ROSE ROSSE – di Tina Conti

    E’ la prima volta che esco   da sola dopo  la reclusione a casa  per ristabilirmi  dall’intervento.

    L’evento era troppo importante , seguivo  solo  in parte  lo spettacolo recitato. La  benda filtrava la scena,  solo ombre  che si muovevano e personaggi poco definiti mi giungevano insieme ai rumori.

    La musica, però, quella mi è entrata nel cuore,  vibrava come non mai,  ho fatto bene ad andare, non mi capiterà più tanto facilmente.

    Ho sentito poi tutta la sacralità del teatro,  della mia passata giovinezza e passione. Tutto mi riportava alla mia vita ,  in giro per il mondo osannata , amata  cercata,  famosa. Quanti viaggi,  incontri passioni e amori,  e poi quella relazione lunga e tormentata. Quando sono scesa dal TAXI,  con prudenza mi sono avvicinata al cancellino del giardino,ho quasi inciampato in un involucro ai miei piedi. Chi ha lasciato questo pacco che quasi mi ha fatto cadere? mi sono domandata. No, si trattava di un grande mazzo di fiori. Raccolgo  tutto ed entro in casa,  tocco per prudenza tutti gli spazi per arrivare all’interruttore della luce,  un po’ di chiarore mi aiuta , .appoggio il mazzo sulla consolle e mi pungo un dito con lo spillo che trattiene un biglietto. Sarebbe stato meglio se avessero usato una spillatrice. Trovati gli occhiali frugando energicamente nella borsa sento salire una forte emozione,  ho scelto di  rimanere sola,  provvedere da me a tutto,  consolarmi e  trovare pace. Sono inquieta,  chi sarà che mi manda questi fiori? Dal profumo  sembrano rose,  che morbidezza  queste corolle,  quanta freschezza emanano,  il loro profumo è dolce e sensuale.

    Sento una dolcezza diffusa,  la serata è tiepida e calda, il profumo  del maggiociondolo in giardino si mescola  con questo profumo nuovo, le nuvole  camminano lente, le intravedo sbiadite dietro  la tenda, non credevo di essere ancora  romantica e fragile. Mi ero imposta di usare  tutte le energie per me stessa,  per affrontare solo i miei problemi. Ho sofferto troppo, non sono adatta a relazioni stabili e a conflitti devastanti.

    Ho capito subito che era lui, la sua calligrafia precisa e ondulante è unica.

    Per fortuna  è tanto che non lo sento e vedo. L’ultima volta per scoraggiarlo gli ho comunicato  che sarei  rimasta sei mesi in MAROCCO DA MIA SORELLA.

    Non lo sopporto più,  è così appiccicoso  e smelenso che mi irrita  anche se  non fa niente. I fiori sono belli, domani  li metto nel vaso  se non si sono seccati nella notte. Abbracciarmi prima di dormire? Senti con che cosa viene fuori! Non ci penso  nemmeno  , appena  lo sento  gli comunico che non mi vedrà più,  mi  trasferisco. Capirà così che mi deve lasciare stare.

    Certo però, così  “cecata” potrei anche  rivedere la  mia posizione.

    Lo potrei  invitare a stare insieme  2 o 3 mesi fino a quando non sarò  del tutto indipendente. Si vedrà. Ci penserò domani,  buonanotte.

    Domani è un altro giorno.

    Suggestioni di Daniele di fronte a un mazzo di rose rosse

    Rose rosse – di Daniele Violi

    Una vecchia canzone in dialetto, con il ritornello…..ti vitti alla fontana…passava su un canale radio e con altri motivi musicali dialettali si replicava durante i giorni della settimana, riscaldando il buonumore di tante persone, uomini e donne che all’ombra di una casa costruita da tempo, tra le prime del paese, nel tardo pomeriggio chiacchierando ed oziando, ascoltavano. Proveniva la musica da una radio accesa, presente in un salone che si componeva di due grandi finestroni aperti appunto, per rinfrescare tutto il locale il pomeriggio estivo, dopo che il sole aveva passato oltre le sagome di altre case prospicenti. Andavo da giovane alla fontana con un viaio che serviva anche per lavare i panni; facevamo i gavettoni tra ragazzi e ragazze, ma anche i sentimenti e la passione iniziavano a farsi largo nelle nostre vite. Ebbene è successo così…….ti vitti alla funtana….e tutti i miei muscoli e i miei pensieri hanno iniziato con un trambusto ad ardere e a togliermi il sonno con i pensieri rivolti alla dolcezza del tuo sguardo e alla tua bellezza di ragazza che mi aveva colpito. Poi la vita ci aveva inevitabilmente fatto prendere strade diverse e questa lettera era stata la prima che ti avevo scritto con paura di non ricevere una risposta, pensando che poteva essere la banalità di questo scritto, motivo di una risposta mancata. Invece no, sei stata deliziosa con la risposta che ho ricevuto e nel tempo ci siamo tante volte sentiti per telefono e al paese incontrati in piccole occasioni. Ognuno comunque aveva fatto le proprie scelte con convinzione, ma come capita nella vita si tende a guardare al passato e per me il pensiero ha spesso incontrato i momenti che il titolo…..ti vitti alla fontana… mi ricordava ancor più. Poi tanto tempo trascorso a vivere emozioni, passioni, affetti, ma dopo anni scappa il pensiero e scappa anche il desiderio di cercare un numero di telefono. Che bello risentirti. Ritrovandomi e sapendo della tua permanenza in paese, ora voglio approfittare del giorno del tuo compleanno e ti scrivo un piccolo biglietto con tanta felicità, che ti invio con un mazzo di rose rosse……”” Cara amica, dopo tanto tempo ti ritrovo! Ho composto il numero di telefono che ho ricordato a memoria, per questi anni. Hai risposto tu! Ti ho riconosciuto Hai la stessa voce. Dolce ma non zuccherosa, forte, sempre giovane!. Perché ci siamo persi nel tempo? “”