Primo giorno di primavera con le Matite: i fiori di Lorenza, le violette di Tina, le praline di Ivana…..la fantasia di tutti.
Da notare una foto di Germana e Aldo giovanissimi

e una cartolina ispirata a Mariangela Melato.
Buona primavera!
Le parole di Rossella Gallori stampate sul manifesto contro la violenza verso le donne. Dal nostro blog le parole di Rossella sono volate fino a Villafranca di Verona e oggi tornano indietro, da noi, per salutare l’iniziativa bellissima che aveva acceso quelle parole:


La casa sul lago – di Gabriella Crisafulli
Finalmente si vede: in lontananza appare dapprima il paese e poi, più isolata dalle altre, una grande casa vacanze. All’ingresso, nell’atrio, fa bella mostra di sé e dà il benvenuto un collage formato dalle cartoline d’epoca di una vecchia collezione.
Purtroppo un tuono annuncia ai visitatori un temporale e una piccola pioggia sottile comincia a scendere picchiettando il tetto, le pareti, le finestre. Crea un basso continuo nel quale gli ospiti si trovano immersi: sperano solo che quella musica duri poco e che, a breve, quella burrasca finisca.
Cala un buio fitto fitto, ma per fortuna la casa si accende di piccole luci mettendo in mostra il cesto pieno di frutta e le tante cose buone che erano state preparate per l’accoglienza. I camminatori, viandanti con il vezzo di nascondere qua e là dei piccoli doni con la speranza di ricavarne nel tempo ben più ricchi e numerosi, guardandosi l’un l’altro, in silenzio, si domandano all’improvviso se sarebbe tornata e se, ancora una volta, si sarebbe parlato solo di lei.
Lontano, era meglio così, che stesse lontano, perché ci fosse un attimo di tregua nelle loro paure.
Era arrivata nel gruppo non prevista, non richiesta: si conoscevano tutti da anni e avevano creato consuetudini di affetto e di amicizia. Lei era l’estranea. Sapeva di entrare in un mondo chiuso, ma non aveva potuto farne a meno perché era in gioco la sua sopravvivenza. Doveva quindi pagare questo scotto!
Nel frattempo la porta si apre sulla strada buia interrompendo i pensieri ed entra un uomo con una sciarpa che gli copre il viso gonfio e tumefatto. Si muove incerto sulle gambe.
Nel gruppo comincia a farsi strada un mormorio: piccoli sentieri d’interrogativi. Chi è costui? Ha a che fare per caso con lei? Non ce la fanno a sopportare la tensione un attimo di più e si domandano a mezza voce se era stato il caso di aprire la porta. Uno fra gli ospiti si offre di porgere il braccio allo sconosciuto sorreggendolo nel passo malfermo.
Nel frattempo fra loro si fa strada una ragazza leggera con capelli legati in alto sulla testa: una ventata d’ormoni in attività alleggerisce l’atmosfera, gli sguardi si fanno più vivi e la tensione si stempera. È la governante che chiede a tutti le ordinazioni per la cena.
L’uomo claudicante lì, davanti a tutti, comincia a parlare e la verità taciuta così per tanto tempo, fardello di una vita dissipata, avrebbe potuto essere una medicina benefica per ognuno. Sciorina l’amara realtà: le bugie sono più potenti della sincerità. Eccitano la fantasia, generano fantasmi, tessono trame inesistenti. Ma nel tempo le menzogne tornano indietro come un boomerang e perseguitano chi le ha lanciate a briglia sciolta. Generano fobie e sortilegi.
Poi si ferma, la trama dell’ieri s’inceppa: era stato inchiodato in un quadro in cui altri facevano da cornice e non sa come venirne fuori. Prende la valigia e sale lentamente in camera con un peso nel cuore: un sogno, era stato solo un sogno quello di proseguire il viaggio con qualcuno di loro? Per un attimo pensa di concedersi la possibilità di fare il primo passo, di proporre a … di proseguire insieme.
Arrivato in camera, lascia cadere sul letto il pesante cappotto pieno di passato che rivela il suo gusto per le stoffe semplici ma piene di qualità, abbandona il bagaglio in un angolo, si lava le mani e torna al pianterreno a fatica. Pensa che non ci sono più scuse: deve prendere l’iniziativa.
Quando arriva al piano terreno, i tavoli sono apparecchiati, il cibo è pronto per la fame di tutti ed è un attimo di pace.
Nel momento in cui finiscono di mangiare, passano in salotto. Massimiliano si trova a sedere in una poltrona intrisa di passato dove soldi, soldi, solo quelli contavano. Adesso, così ridotto, pensa che forse può considerare altro. Gli torna in mente la seggiolina di paglia dove sedeva la nonna davanti al trullo a “cazzare” le fave. E ingoia un nodo che si è formato in gola.
Nel frattempo la governante serve a tutti una torta con mirtilli e panna chantilly. Poi si mette dietro la porta per ascoltare come gli ospiti si sarebbero accordati per i giorni a venire, mentre sorseggiano il the per placare la sete.

Un piccolo paese arroccato su una collina si affaccia sul lago, le case sono basse, le strade strette, nel centro ci sono ancora dei ruderi di antiche mura che un tempo chiudevano il paese.
La sede del comune è nel palazzo di una famiglia nobiliare che aveva il suo feudo lì nel medioevo, come si deduce dallo stemma sulla facciata.
Nella piazza centrale che si affaccia sul lago c’è una bella chiesa con un rosone di vetri colorati, che a vederlo quando il sole con i suoi raggi lo illumina, sembra un gioiello che orna la facciata della chiesa.
La vita in paese trascorre tranquilla specialmente nel periodo invernale, si anima un po’ di più all’arrivo dei turisti, alcuni di loro sono affezionati a questo piccolo paese.
C’è la pensione Primavera, non ha tante camere e è tenuta con cura, la cucina casalinga con gustosi piatti di pesce di lago e altre specialità del posto è a conduzione familiare.
In basso prima di salire verso al paese ci sono alcune case, fra queste una grade casa con la facciata in stile liberty, con dei tralci di glicine che per maestria del giardiniere incorniciano le finestre al centro di un bel giardino curato, sulla sinistra del vialetto fa mostra di sé un pergolato ricoperto di roselline a grappolo gialle non ancora fiorite, sotto si intravede un tavolo in ferro battuto con delle sedie intorno, ci sono dei vasi di camelie profumate che sono state messe lì per proteggerle dal sole, alla desta altre piante a fusto alto con delle panchine posizionate sotto e aiuole di cespugli di rose. Al limite del giardino una striscia di terra lavorato ad orto, un pollaio con delle galline.
La casa è a due piani, sopra ci sono le camere, al piano terra un gran salone, lo spazio è suddiviso da mobili bassi e divani, la zona salotto è concentrata intorno al camino e circondato da divani colorati, ampi e morbidi.
Nella zona pranzo una credenza con accanto una tavola a fratina tutta in legno di noce e tre grandi porte finestra da dove si può osservare il lago.
Separata è la cucina, e anche la stanza adibita a studio, con la libreria che occupa tutta la parete, piena di volumi e tanti ninnoli, ma il posto d’onore nello studio lo ha una vecchia poltrona ricoperta da una stoffa damascata a gradi fiori dai colori tenui, era della nonna, una persona importante nella vita di lei. Seduta su quella vecchia poltrona un po’ stropicciata e consunta le sembra sempre di sentire il profumo dell’acqua di rose che adoperava la nonna, e Sandra, quando si abbandona a questo abbraccio, le sembra di riuscire a prendere le decisioni giuste nei momenti più difficili, come quella di incontrare Fabrizio.
Sta preparando il tavolo con del buon cibo fra cui un cesto con frutta di stagione.
La giornata è grigia e un po’ fredda pur essendo primavera.
Ad un tratto il cielo si fa scuro inizia a soffiare il vento che sposta con velocità le nuvole scure piene di pioggia. Il temporale esplode con fragore.
Arriva una macchina, si ferma all’inizio del vialetto, in lontananza si intravede, il lago
Sar lui?
Non riesce a scorgere la faccia, un po’ per la distanza e per l’acqua che cade copiosa su tutto, ma anche perché una sciarpa gli copre il viso.
La governante alla finestra dello studio è pronta a origliare, Sandra la intravede, le dice di andare in cucina a preparare del tè per l’ospite.
Finalmente arriva, coperto da quel cappotto pesante dal taglio antiquato, la grande sciarpa di cachemire un po’ consunta. L’emozione nel rivederlo le fa battere il cuore, rivive il dolore di quel abbandono, quanto tempo è passato, dal giorno in cui furtivamente se ne andò da quella porta senza salutare e senza dare nessuna spiegazione.
Nell’avvicinarsi alla grande casa Fabrizio vede accendersi delle luci in alcune stanze al piano superiore.
Non saranno soli, questo lo infastidisce e lo preoccupa.
Mentre cammina sotto la pioggia battente sente nel pollaio le galline che fanno rumore impaurite dal temporale.
Ha sentito il bisogno di parlare con Sandra vuole liberarsi di quel peso che sente dentro di sé come un grosso legno nodoso che gli comprime lo stomaco, pensando come si era comportato con lei, vuole spiegargli il perché di quella fuga.
Aveva sempre rimosso dentro di sé quell’inquietudine che provava verso le persone del proprio sesso, aveva scelto di avere una vita negli schemi, per sé e per i suoi genitori
Quando alla fine però si innamorò di un suo collega di lavoro riuscì ad accettare la propria omosessualità, e trovò il coraggio di viversi.
Ora era tornato per spiegare il suo gesto e chiederle scusa per averla ingannata, voleva dirle che per lui anche lei nella sua vita era stata una persona importante.

Azzzzzzimelle – di Rossella Gallori
Arrivava a casa nostra un po’ di nascosto, nella scatola blu, con la scritta ”in cinese”. Prima veniva nascosta in salotto, poi appoggiata sulla cassapanca nell’ingresso….poi nei giorni della ”sua pasqua” approdava in cucina……e lì iniziava la sfida tra suocera e nuora…..la nonna cattolica passava di lì con l’ acqua benedetta e, facendosi compulsivamente il segno della croce, benediceva l’ignara scatola…… mia madre ebrea, sorridendo, ma non troppo, sottraeva il prezioso involucro all’acquazzone malevolo della “sora Assunta”.
Ricordo tutto o quasi, voglio ricordare, per la mamma, per la sua memoria, per la”sugente”, come diceva lo zio con la solita telefonata da Torino, che del nord aveva solo la residenza, mentre il suo parlare era anche dopo tanti anni sempre e solo ”lihornese” …
“Deh bimba, mi apostrofava, ce l’avete l’azzimelle sur comò?”
Ecco…il mistero si infittiva, nel mio cervello già un po’ confuso…..la scatola aveva una scritta “in cinese”, lo zio le chiamava azzzzzzzimelle…..la mamma ciliegia sulla torta mazzà (che poi sarebbe matzah).
Di tutto questo ricordo il sapore, l’amore, la gioia, poco importa con quante z si scrivesse azzimo; fu una rivelazione successiva lo scoprire che la scritta da me definita cinese fosse ebraico, che la nonna, che era convinta di pregare, secondo me bestemmiava fingendo di benedire. Ricordo lui, mio padre, che da cattolico andava al tempio a prenderle, per lei, mia madre, che lo baciava ancora sulla bocca, in quelle ultime pasque insieme. Ricordo la felicità di trovarle intere, griglie di farina senza lievito, dopo un viaggio così lungo. “Mamma ma dov’è Israele???”
Lei rispondeva: “laggiù …..” e io ho sempre pensato che fosse oltre il viale Cadorna, forse al Romito…..dopo la ferrovia.
Iniziavano così, in un giorno di nisan (che forse è un mese) quello che i miei fratelli chiamavano la sagra del pollaio…..perchè si, diciamo la verità quel pane azzzzzimo, un po’ era pansecco, ora si è ingentilito, direi io, imbastardito diceva la mamma…..adesso è più “gentile” leggero…..più krakers anche se spero, rigorosamente kasher.
Le cene delle pasque erano stupende, povere nei contenuti ricche nella tradizione. Mia madre smise di nascondere la scatola, perché dopo il “’60” si definiva libera di essere come era, ebrea dentro, in un mondo di cattolici fuori, io……beh …..io ricordo tutto quell’insieme: le uova sode benedette, l’olivo sul tavolo e….matzah a volontà…Si iniziava la mattina: pane burro e azzzzzima, matzah tostato, spesso bruciato, con l’olio ed il sale, a merenda con la cotognata, a cena nel brodo, dove lievitava come una nuvola….poi c’ erano le follie, le trasgressioni, matzah e salame, o salsicce e uova sode, quelle che mia madre portava a benedire il sabato santo, scambiando i ruoli con il babbo, inveendo con la pezzola sul capo, che le schiacciava i capelli, e benedicendo la sua religione, che imponeva agli uomini il capo coperto, e non a lei ed ai suoi stupendi riccioli color carbone.
Erano anni senza confini, anni di gioia e d’amore, di tristezza e di rabbia, anni di vita vera, si piangeva ancora per chi non era tornato, il venerdì il kiddush (????non so se si scrive così) la domenica alla messa ….con quel pane azzzzzimo, che diventava pangrattato, polpetta con gli spinaci o calisson, come chiamava mia madre quelle pallette di zucchero, datteri e azzzzzimelle, così dolci e profumate…..
Ora le azzzzzime si trovano al supermercato, che scoperta!!!!! io, scusate , io non lo compro, non si vendono i ricordi, i sapori, l’ infanzia è una……
Sento ancora la mia voce……mamma, con quante ” z “ si scrive azzimo? con tre quattro rispondeva …..come “zod”…..che poi ho scoperto voleva dire semplicemente “donna”.

La casa sul lago e non è ancora notte – di Rossella Gallori
Trovarsi in un sogno già vissuto forse non era stata una buona idea, non ne aveva più da tempo….arrivare poi con il buio era stato ancor peggio, il lago era immobile e lontano, uno specchio scheggiato nel verde cupo del prato, anche le galline erano andate a dormire prima del previsto.
Lei lo vide arrivare, aveva d’altronde riconosciuta la sua macchina, seminascosta tra gli alberi, i finestrini abbassati, le chiavi nel cruscotto, la vecchia borsa di pelle sdrucita e gonfia….troppa roba per un giorno, poca per tre, quattro.
Anna rimase nell’ombra protetta dalle tende di sanderson, poco era rimasto di lui, del suo viso, che quasi non riconosceva, così nascosto dalla lunga sciarpa color polvere, le sembrava quasi più basso ora che si avvicinava, i rayban sul naso, il solito golf di cachemire, il cappotto bello ma datato, sì lo aveva amato anche troppo, non poteva mentire a se stessa.
Nel frattempo qualcuno preparava la cena, c’ erano altri ospiti al “Castello Visconti”, non si aspettava di trovar tanta gente. Una volta riuscivano appena a riempir due, tre camere….ora dopo la ristrutturazione….non era più un piccolo rifugio per innamorati clandestini. Lo ricordava bene…lo avevano scoperto insieme, lei e Franco.
Perché questa gente non era andata al ”Gallo d’oro”? pensò. Più economico, ma centrale, in paese non mancava niente, la chiesa, il museo, i negozietti, un buon bar.
Lei non era lì per caso, voleva rivederlo, sapeva che lui sarebbe prima o poi tornato.
Un brusio insistente la risvegliò dai suoi pensieri…..aprì la porta e se lo trovò davanti, grigio in volto, maleodorante, il fantasma dell’uomo che aveva amato, sembrava avesse dormito in macchina per giorni. Lui la guardava ancora con gli occhi dell’amore, sembrava un bimbo davanti alla vetrina di una pasticceria ….lei era la sua torta con la panna.
Lo sorresse mentre salivano le scale, nel lungo corridoio, si sentivano voci sommesse, acqua che scorreva, piccole risate….incrociarono la solita governante impicciona che manco li degnò di uno sguardo, sorpresa ad origliare……
Un giovane esemplare di maschio urtò Anna, distratto e profumato non nascondeva la sua fretta. Non era un incontro il loro, ma un pellegrinaggio, una processione di sentimenti usurati. Si fermarono, Franco tentò di accarezzarla….Anna si allontanò …..da lui e non solo….Volse lo sguardo verso la piccola finestra incorniciata da tende di voile, in lontananza piccole luci annunciavano la notte, una spicchio di luna sembrava sorriderle, era il momento di sciogliere i capelli, di allontanare le cose del passato….di togliere dallo stomaco quel legno nodoso che le toglieva il respiro.
La camera 211 li accolse, era grande, ben arredata, per una volta soldi e buon gusto erano andati a braccetto. Franco quasi si buttò sulla poltrona antica di velluto azzurro, nel gelo del silenzio Anna, tacque, per farlo riposare.
Uno stupido orologio a cucù annunciò con un po’ di anticipo l’ora di cena.
Anna con una scusa banale si allontanò …….per non tornare.

La casa sul lago – di Tina Conti
Sarebbe andata all’asta quella bella casa un po’ cadente sul lago.
Tutti vi avevano trascorso le vacanze.
I nonni aiutati da Carolina la governante fino a poco tempo fa si erano sempre
offerti di ospitarli.
Da bambini prima, poi, da adulti, quando erano in crisi di coppia, o dopo periodi faticosi di lavoro si rifugiavano là.
Pian piano, la casa si era inselvatichita, la vegetazione la stava sommergendo.
Non aveva perso però fascino e mistero.
Marco, da ragazzo prendeva la bicicletta e andava in paese per le sigarette e un po’ di provviste. A volte portava in canna anche Carolina che brontolava per le buche.
Carolina era diventata sorda ma non aveva dimenticato le sue ricette: in cucina era un portento.
Si erano dati appuntamento alla casa, erano passati tanti anni, qualcuno non si vedeva da tanto, i nonni non c’erano più.
La casa era rimasta tranquilla per tutto il giorno poi a buio qualcosa si era animato
Nella camera sul sambuco, Gloria si era appena alzata, aveva fatto un viaggio faticoso per ritardi di treni e autobus e su quello che era il letto di ragazzina aveva dormito.
Ora, con la scialle della nonna sulle spalle, si scaldava, guardava le bambole polverose sull’armadio, le foto sul cassettone, si era fatto buio.
Era arrivato qualcuno?
Si vedeva filtrare la luce nell’ingresso.
Una valigia era posata nell’angolo.
Qualcuno saliva le scale.
La casa si animò, si accesero tante piccole luci
Fremeva aria di mistero, chi doveva ancora arrivare?
La piccola Francesca con la sua coda di cavallo sulla testa sali’ dalla cantina, leggera, eterea, silenziosa.
Dalla cucina provenivano rumori conosciuti, profumi antichi.
Suonò il campanello della biblioteca del nonno.
Era il segno della chiamata per il pranzo.
Scesero e salirono tutti.
Quanti sguardi, sospiri, abbracci.
Si trovò un accordo, la casa sarebbe andata alla governante, se la meritava.
Si era offerta di continuare ad ospitarli finché le forze glielo avessero consentito.
Sì festeggiò’ con cibi semplici ma familiari, e poi la torta.
Una musica sorprese tutti, fuori videro gli strumenti scintillanti della banda del paese.
Erano venuti a onorare la famiglia del nonno ritornata alla villa.

La casa sul lago – di Mimma Caravaggi
Arrivò, posteggiò la macchina, lasciando il borsone sul retro. Non voleva prenderlo ora, lo avrebbe fatto più tardi, per ora era abbastanza agitato di presentarsi alla porta. Si accostò meglio la sciarpa al collo e finalmente bussò. La governante, che lo aveva già visto dal finestra scostando solo leggermente la tendina, era già in attesa di sentir suonare il campanello. Lo fece entrare e lui si ritrovò in questa casa rivedendola come sempre era stata, nessun cambiamento negli anni l’aveva sconvolta. Era identica a come l’aveva lasciata, persino la poltrona, di stampo vissuto, era sempre lì al suo posto. Mentre guardava con ansia e avidità girando testa ed occhi in ogni dove, ecco scendere Eva, leggera con la sua lunga coda di cavallo che, ad ogni scalino, sembrava danzare. I loro occhi s’incontrarono finalmente e si fissarono impari, ansiosi e una massa di ricordi affollò le loro menti. La governante intervenne per aiutarlo a levarsi il pesante cappotto e se ne andò in cucina a preparare un the caldo per tutti; avrebbe sicuramente fatto bene. Lui si tenne la sciarpa come coperta di Linus per avere qualcosa tra le mani che lo facesse sentire meno in imbarazzo. Eva è la prima a parlare: “Alfredo come mai sei tornato? Andasti via dicendo che non avresti più messo piede in questa casa. Cosa ti ha fatto tornare?” Alfredo abbassò gli occhi e con un filo di voce disse: ”I soldi”. Fuori intanto si sentiva cigolare la porta del pollaio e il suono di passi attutiti sembravano venire dal piano di sopra. Le due donne non erano sole anche se tutto lo faceva pensare. “Come un lupo affamato ti affacci nuovamente a questa casa dopo anni di silenzio e senza alcuna vergogna chiedi dei soldi. Chi ti ha detto che il babbo è morto? E sei sicuro ti abbia lasciato qualcosa? O addirittura pensi che ti spetti qualcosa dell’eredità?” “ Eva credimi, non sono qui per me ma per la mia famiglia. Ho due figli e la piccola è malata e deve essere curata al più presto e questa è la sola ragione per cui sono qui a pregare per ottenere qualcosa”. L’istinto femminile di Eva iniziò subito ad ammorbidirsi e cercò di farlo parlare e spiegarsi. Non poteva e non voleva cacciarlo nuovamente di casa, non in questo momento. Ci sarebbero stati altri giorni per chiarirsi e magari perdonarsi. La governante portò il tè che tutti e due in piedi sorseggiarono lentamente, guardando fuori dalla finestra. Eva per non perdere le bellezze del giardino e del paesaggio per lei sempre uguale ma pur sempre emozionante e Alfredo, con i suoi tanti ricordi che affollavano la mente, si beava di queste meraviglie che pensava non avrebbe mai più avuto occasione di vedere.

La casa sul lago – di Stefania Bonanni
Avevano bussato alla porta della villa sul lago qualche sera prima. La governante, unica rimasta ad abitare le stanze antiche, aveva aperto con timore sporgendosi con il lume nella nebbia. Non li vedeva bene, non riconosceva i volti degli uomini davanti alla porta, ma capì bene il senso del tono perentorio con il quale le si rivolsero: non era possibile dire di no. La sera seguente avrebbe dovuto essere pronta ad ospitare una persona importante e scomoda. E che nessuno lo avrebbe dovuto sapere, nessuno. E basta. Se ne andarono strascicando gli scarponi fangosi, e portandosi dietro echi di metalli sbatacchiati.
Cominciò subito a pensare a chi potesse essere l’ospite da ricevere, ma qualunque congettura la inquietava. Lei era là, distante dal paese, da sola, a custodire una casa antica e misteriosa di per sé, non aveva possibilità né di andarsene, per non abbandonare tutto, né di chiedere che qualcuno le facesse compagnia. Fu un istinto, forse. Per prima cosa puli’. Puli’ per terra, spolvero’ la vecchia poltrona davanti al camino, sistemò la frutta in un bel cesto, tirò fuori le tazzine di ceramica inglese, perché fosse tutto pronto nel caso qualcuno volesse un the. La notte dormi’ poco. In compenso non poté farà meno di sorridere, al pensiero che si era messa a pulire. Da non credere: non si smette mai davvero di fare la serva.
Arrivò pian piano il giorno, lei resto’ sempre alla finestra, spiando ansiosa nella nebbia. Venne il tramonto, servì il lume acceso per guardare fuori. La tensione la faceva stare con tutti i sensi all’erta e fu per rinfrancarsi che si fece un the bollente e profumato. Proprio mentre lo sorseggiava, si accorse della figura massiccia di un uomo non tanto alto, avvolto da un cappottone scuro, con la testa bassa ed una sciarpa scura a coprire quello che della faccia poteva emergere dal bavero del cappotto rialzato.
La governante strizzò gli occhi. Nulla, non lo riconosceva.
Dietro di lui, un’altra figura usciva dalla nebbia e veniva avanti nel vialetto. Sicuramente era una donna. Forse giovane, probabilmente magra, con i capelli rialzati sulla nuca. Nulla, neanche questo servì a farle venire in mente chi potessero essere. Ma non era tutto. Dietro di loro, distanti ma capaci di tenerli d’occhio, gli uomini del giorno prima. Si accorse allora, dell’auto scura nascosta dietro la siepe. Sicuramente l’avevano spinta a mano, perché non c’erano stati rumori.
L’uomo col cappotto, il primo della fila, bussò. Un solo colpo, secco, ma imperioso. La governante aprì, ed entrarono lui e un gran gelo. Non sembrava neanche più primavera. Non era il freddo: era paura, o, se fosse possibile, qualcosa di peggio della paura.
Non parlo’ nessuno, entrarono tutti ma non fecero caso alla pulizia, né alla frutta nel cesto, né alla poltrona davanti al fuoco.
L’uomo col cappotto rimase in piedi, al centro della stanza, e si capì che aspettava una risposta che poteva essere la vita, nonostante sembrasse già morto.
La governante ora li vedeva bene, alla luce delle fiamme del camino. Vedeva che era sporco e fangoso, che non si cambiava, e lavava, e radeva, sicuramente da tempo. Era intirizzito e legnoso come un pezzo di quercia marcio, dava l’impressione di potersi sbriciolare da un momento all’altro.
L’aveva riconosciuto, adesso. Con terrore, l’aveva riconosciuto.
E anche la donna con lui, che si era sciolta i capelli e seduta nella poltrona davanti al fuoco.
“Posso pagare. Vedrai, con i soldi si compra tutto, quelli nella borsa in macchina basteranno. “Bisbigliò l’uomo col cappotto vicino alla poltrona. Lei disse, ancora più piano: “ho gioielli e diamanti, addosso” “Non voglio ti tocchino, nascondili” Con un gesto minimo e velocissimo, come se si rassettasse la gonna, tirò fuori un sacchettino che sparì rapido sotto al cuscino della vecchia poltrona.
Fu in quel momento che si fece vicino a loro uno dei ragazzi con gli stivali fangosi ed il fazzoletto rosso con le cocche annodato intorno al collo. “Non c’è più tempo…dovete uscire”
“Ho molti soldi, vi cambieranno la vita. Lasciateci andare. Spariremo, nessuno saprà più nulla di noi”
“Non è questo che abbiamo deciso. Uscite”
La governante aveva visto e sentito, dal pianerottolo del primo piano da cui poteva vedere senza essere vista. Aveva capito che la storia si faceva in quella casa, ma che la storia ha bisogno di sangue, e non avrebbe voluto essere lì.
Portarono l’uomo col cappotto e la sua donna in giardino.
La governante non li vide più.
Quando si decise ad uscire, molto tempo dopo che fu sparito l’eco delle fucilate, tutto le sembrò a posto. Come non fosse successo.
Poi, con uno strano pensiero di faccende quotidiane, pensò di rimettere in casa la torta che aveva messo a raffreddare sul davanzale. La lasciò cadere con un urlo, quando si rese conto che quegli schizzi rossi, non venivano dai suoi mirtilli.

La casa sul lago – di Sandra Conticini
Aveva deciso di andare a trascorrere quei pochi giorni di vacanza in quella casa ai confini del lago di Bracciano, lontano dalla città e dalla confusione. Tutto quel verde e quell’acqua, praticamente ferma, più volte l’avevano rilassata…aveva solo bisogno di stare sola con se stessa e con i bei ricordi di quel luogo. La pace durò poco perché, a poche ore dal suo arrivo, sentì un rumore lungo il vialetto di ghiaia e, spostando le mezze tende, vide fermarsi una macchina tutta battuta, graffiata e fangosa…non si immaginava chi potesse essere entrato dal cancello a quell’ora….
Quando aprì la porta si trovò davanti, sulle scale, un signore con il volto coperto da una sciarpa nera, malvestito e dall’odore sembrava che non si lavasse da molto tempo. Con quel buio ebbe paura e non lo riconobbe…forse era meglio se non avesse aperto….
Intanto in cucina la governante iniziò a preparare il thè con dei pasticcini, chiunque fosse potevano sempre servire.
Poi con la luce di casa vide che era lui…suo marito che iniziò a inveire verso di lei dicendo che se si era ridotto sul lastrico era colpa sua, comprava sempre scarpe vestiti borse di grandi firme, gioielli, brillanti, viaggi, alberghi a cinque stelle e non ultimo il vizio del gioco che lo aveva rovinato definitivamente.
Cercò di rabbonirlo un po’ offrendogli il thè con i pasticcini e una bella fetta di torta di mirtilli con panna….la sua preferita, ma lui continuò a urlare, così lei dovette riconoscere che aveva ragione… L’aveva sposato solo per i soldi e se ora li aveva finiti meglio trovarne un altro per farsi mantenere, non era il tipo di poter vivere in povertà…..
Lui, rosso di rabbia, andò via sbattendo la porta e urlando: – Possibile che tutto il mondo giri intorno ai soldi?

La casa sul lago – di M.Laura Tripodi
La notte era fredda e buia. Pioveva fitto fitto e la casa era illuminata da tante piccole luci che nell’oscurità del bosco la facevano sembrare un albero di natale. L’uomo fermò la macchina, guardò verso la casa, sospirò, poi si fece coraggio e scese. Prese il borsone appoggiato sul sedile posteriore e una smorfia di dolore gli deformò le sembianze .
Si coprì il viso con la sciarpa in un gesto protettivo senza senso. Là dentro sapevano chi era e lo stavano aspettando e fuori sembrava esserci solo il nulla. Ma ecco, la governante aveva aperto la porta e i suoi occhietti curiosi scrutavano l’uomo pregustando un evolversi goloso e succulento, come le pietanze che stavano sulla tavola imbandita.
L’uomo entrò senza salutare. Si tolse con fatica il pesante cappotto. Sul maglione una macchia di sangue sembrava allargarsi a vista d’occhio. Provò a salire le scale, ma cadde pesantemente sulle ginocchia. La ragazza gli si precipitò incontro. Un odore sgradevole di poco pulito la investì, ma il sangue che intanto era colato sul pavimento la fece inorridire.
Lui la guardò con occhi innamorati e nostalgici. Stava morendo, ma aveva portato a termine il proprio compito: l’ostaggio era stato liberato e dopo lo scontro a fuoco era riuscito a recuperare anche il denaro.
Il padre di lei sarebbe arrivato di lì a poco al posto di polizia del vicino paese, accompagnato dalle forze dell’ordine.
Mentre seguiva il proprio rantolo, sempre più debole lo sguardo gli si posò e si spense per sempre su un cesto pieno di buona frutta.

La casa sul lago – di Mirella Calvelli
La casa vicino al lago attendeva il suo ospite.
Sarebbe stata una serata importante quella, perlomeno per Maria, che era salita al piano superiore per rinfrescarsi. Si tolse il cappottone pesante , di un peso non dato dalla stoffa, ma dal fardello del suo passato. Si in fondo era tornata lì per quello, per sgomitolare le trame di un “ieri”, di cui conosceva solo pochi particolari.
Si raccolse i capelli in uno chignon che la rendeva più ordinata.
Il suo viso ovale e quei capelli nerissimi, riflessi nello specchio di nonna Agata, lasciavano presagire come sarebbe stato lui.
Intanto Agnese, la governante, aveva preparato un bel cesto di frutta fresca sul tavolo del soggiorno.
L’aveva acquistata in uno dei tanti orti che incorniciavano il lago.
Anche lei era impaziente, anche lei voleva sapere…sapere di chi? Di cosa?
La sera ammantava con le sue ombre il lago e la campagna circostante, una pioggerellina sottile, mista alla fitta nebbia, sembrava salisse direttamente dalle acque.
Le stradine silenziose e scure si animarono leggermente di passi incerti che facevano scricchiolare i sassi rotondi e chiari del percorso.
Una figura esile, debolmente claudicante avanzava avvolta nella sua grossa sciarpa, trascinando una valigia troppo pesante.
Le luci delle case intanto iniziavano ad accendersi, come piccole fiammelle di un presepe.
Anche davanti all’atrio della casa di Maria, ogni passo che si aggirava, faceva accendere il lampioncino davanti alla porta, illuminando a dovere l’entrata, anche se gli avventori erano solo cinghiali o conigli selvatici e non erano ospiti attesi. Il dovere delle luci, li faceva scappare via, creando un gran trambusto.
Agnese si spostò velocemente dalla sala da pranzo in cucina, dopo aver dato un fuggevole sguardo alla pendola all’ingresso.
Tutto era pronto, una cena semplice, ma fatta di tutti quei prodotti buoni e che la stagione regalava a chi come lei con mani esperte riusciva a preparare con poco dei manicaretti.
Ma stasera era una sera speciale. Si apprestò a preparare la sua postazione vicino al caminetto, sulla seggiolina di paglia, dove anni prima, quando Maria era piccola, si accovacciava e canticchiando con la bimba sulle ginocchia…cavallino arria arrò, prendi la strada…..
All’improvviso, si accese la luce esterna, il campanello emise il suo suono conosciuto ed Agnese andò ad aprire.
Il suo stupore fu immenso, quando la figura abbassò la sciarpa lasciandosi scoprire il volto, e…. buonasera Agnese.
I suoi occhi si sbarrarono come se avesse visto un fantasma…tu? disse flebilmente.
Sì, rispose, stai tranquilla.
Non riuscì a dire nient’altro, si voltò per chiamare Maria , che nel frattempo era scesa e si parava dietro di lei.
Eh sì stessa figura slanciata, stesso viso ovale, stessa linea e stesse ombre.
Non ci fu bisogno di aggiungere altro, Maria aveva in mano una vecchia cartolina.
Lui posò la valigia, si tolse il cappotto e si accomodò al tavolo rotondo nel soggiorno, apparecchiato.
Le voci si alternavano alle risate, alle pause, allo scalpitare delle forchette e al tintinnare dei bicchieri.
Agnese cercava di capire da dietro la porta, ma non c’era niente da capire, nulla da ascoltare.
Le loro figure avevano già parlato per loro.
Mangiarono la torta di mirtilli e bevvero il the a conclusione di quella sera, non proprio inaspettata.

La casa sul lago – di Carla Faggi
Nessuno sapeva che sarebbe arrivato.
Aveva paura di essere respinto quindi non aveva comunicato il suo ritorno.
Uscito di galera un anno prima per buona condotta, Rocco camminava a testa bassa e con le spalle ricurve.
La valigia che aveva con sé era semivuota ma pesantissima di ricordi e di rimpianti.
Quanto dolore si portava dietro e quanta vita perduta.
Un pesante fardello di momenti non vissuti gli pesava sulle spalle.
La casa vicino al lago era illuminata, sentiva profumo di cibo, di vita familiare, di serena quotidianità.
Intravide dietro la finestra una figurina leggera di ragazzina.
Era certamente Clara, sua figlia, portava ancora i capelli legati come quando era piccola, quando giocavano insieme per ore ed ore, prima che la prigione li separasse.
Voleva bussare, ma esitò, aveva paura.
Si tolse il pesante cappotto, lo piegò e poggiò sulla valigia.
Tutto il suo passato era lì.
Lo getterò, pensò, voglio riuscire a perdonarmi ed a dimenticare.
Alzò le spalle, lo sguardo fiero e bussò.

La bella addormentata – di Gabriella Crisafulli
Il giardino in letargo viene percorso solo in parte dai raggi che lo scaldano. È il momento di quella gioia verde che scandisce l’anno con feste e ricorrenze.
Il 24 marzo si è fermato tutto.
Come ne “La bella addormentata” ognuno è rimasto sospeso al suo posto in un eterno fermo immagine. Solo io mi muovo tra i personaggi, li guardo e li riguardo da tutti i punti di vista, ci giro intorno.
Il fabbro è a ferrare il cavallo rimasto con la zampa a mezz’aria, il cuoco tiene il mestolo nel paiolo circondato da pentole e marmitte fumanti, le dame siedono compunte ad ascoltare una di loro che legge intanto che altre sono nell’atto di ricamare. I cavalieri stanno sull’attenti nella sala del trono al passaggio del re che sorride benevolo, mentre la regina in giardino indica all’ancella le rose da cogliere.
È ancora presto per rompere l’incantesimo?
Lascia che mi penta.
Lasciami pensare.
Occorre ricredersi e navigare fuori dalla bolla di gelo per traghettare altrove.

Il pollice verde – di Tina Conti
Avere il pollice verde è come avere una malattia contagiosa.
Quando si è contagiati non si guarisce più.
Con gli anni peggiora e dal pollice la malattia si estende a tutta la mano.
Si comincia con un vasino di terracotta con dentro una talea di geranio dono della vicina di casa e poi non si sa dove si va a finire
Iniziano le.visite ai giardini botanici, gli scambi di semi e piante con gli altri contagiati,
Intanto la casa si riempie di piante.
Poi cominciano le collezioni: piante succulente, agrumi, ortensie ognuno secondo la passione del momento
Intanto in famiglia arrivano le minacce: se vedo ancora una pianta nuova ….ti chiudo fuori di casa.. Poi per fortuna non si passa ai fatti.
L’abbonamento alla rivista specializzata è atteso con trepidazione, quante idee, e che suggerimenti, quanti sogni….
Certo una piccola serra mi servirebbe, però se fosse grande ci starei anche a dipingere in inverno.
Un piccolo orto mi piacerebbe, ma chi mi aiuta?
Lo farò risparmiando energie.
Ma quando ho lavorato fuori poi in casa mi prende una stanchezza mortale.
L’orto vuole l’omo morto anzi la donna morta.
Credo che imparerei bene l’inglese in quei soggiorni a giro per giardini organizzati dalla mia rivista di giardinaggio, prima o poi ci andrò.
Intanto arrivano i primi segni della primavera, la magia è già qui.

Foglia di magnolia – di Lorenzo Salsi
Affacciata alla finestra, quasi bestemmiante, Angela guardava in basso, imbelvita perché il tappetino che aveva messo sul davanzale per prender aria era scivolato giù in strada e …… era sparito.
” Pezzi di mm…. imbecilli ma guarda te ‘sti ladri a tutto s’attaccano anche ad un tappetino consunto e vecchio ! “.
Rimuginando così rimaneva affacciata.
” Uno scendiletto di moquette pelosa e verde, …… bastardi …teste di …..”.
” Mamma icchè tu ci fai con codesta foglia sul capo tu mi pari la vestale della natura …… oddio che ridere mamma … e poi cosa dicevi teste, testardi ?” la piccola curiosa continuava a ridere fino alle lacrime. Come aveva fatto Angela a non accorgersi che quella bella foglia di magnolia le si era piantata in testa come una penna da pellerossa, scatenando il riso della bimba.
Ursula la bambina di 8 anni aveva preso questo fatto della foglia in maniera così divertente che , come succede il suo riso aveva contagiato la mamma .
Ora erano abbracciate e ridevano.
Ivana e la “pasta madre” – di Ivana Acciaioli
Per quasi quarant’anni era stato il mio pane quotidiano, con quel pane e con quella schiacciata avevo cresciuto i miei figli. Avevo sempre pensato di essere fortunata ad avere vicino a casa quell’antica bottega di fornaio, lì avevo visto due generazioni impastare e sfornare un pane davvero speciale, ed adesso la terza, che l’incanto purtroppo aveva rotto. Ho cercato di capire ed anche di chiedere cosa fosse sopraggiunto a cambiare il sapore e l’aspetto che ben conoscevo, però da quei giovani, della stessa età dei miei figli, avevo avuto rassicurazione che tutto era come prima; il mio messaggio di infelicità era caduto in un’ annoiata risposta:-Sei l’unica che trova il pane diverso.
Mi sarei voluta convincere, ma si può non conoscere il pane che mangi da quasi una vita? Masticarne un boccone e non coglierne il sapore perfetto, la consueta giusta umidità.
Avrei voluto credere, ma non vedevo più la gente che riempiva il piccolo negozio, non c’era più l’usuale lunga fila davanti al banco.
Mentre tagliavo la solita bozza toscana, la tovaglia si riempì di briciole di crosta che si frantumava in modo improprio, provai una leggera sofferenza, pensai che magari era davvero tutto come prima ma forse non la passione; l’amore per quella professione di famiglia esisteva davvero in quei giovani cuori?
Penso che tali ingredienti non si possono ereditare, non si cedono come un’attività, si conservano gelosamente e si tramandano solo a coloro che sono pronti per riceverli.
Negare un’abitudine è difficile, provai ad insistere ancora per mesi, poi mi offrirono della pasta madre e così mi incamminai sul percorso del pane fatto in casa, strada difficile fatta di tentativi, prove più o meno riuscite, ma sentivo nascere in me una fragrante passione ed in bocca un sapore genuino che mi ricordava l’infanzia.
Chiara e il pane – di Chiara Bonechi
“Non si può vedere mangiare senza pane!”diceva la mia nonna. E io ho sempre amato il pane. Era la mia nonna che a merenda mi preparava pane burro e zucchero, pane e marmellata, pane burro e miele, pane e olio, pane vino e zucchero, tanto zucchero.
Semplici e meravigliose quelle merende!
Ricordo le fette di pane posate sul piatto e il piatto sul tavolo ed io seduta che mordendo e gustando quel pane condito, prima che la fetta scomparisse dalle mie mani nella bocca, chiedevo: ”ancora nonna, preparamene un’altra!”
Non resistevo a quella delizia allora come adesso. Quando rientro col pane fresco mi affretto a tagliare il guanciale o il filone a metà e poi ancora a metà nell’altro verso perché la fetta sia giusta di misura, la adagio sul piatto, un pizzico di sale e poi l’olio, l’addento ed è quel primo morso che mi fa decidere se ho scelto un buon pane. Sì, la scelta del pane è molto importante, ci piace toscano, a lievitazione naturale, basso, croccante fuori, morbido e compatto dentro, la parte sotto liscia e magari appena incavata, sono esigente ma il pane giusto mi mette di buon umore e l’ acquisto del pane è una mia prerogativa, mio marito difficilmente mi accontenta.
Per tradizione di famiglia spendiamo volentieri del tempo a fare la coda dal fornaio. Quando aiutavo la mamma per la spesa, il pane era ordinato in un negozio di alimentari, lo compravamo solo lì e proveniva da un forno di Bagno a Ripoli che oggi non c’è più. Capitava spesso che dovessi prendere anche quello ordinato dalla zia e dalla nonna, a tutti piaceva con le stesse caratteristiche e immancabilmente qualcuno rimaneva insoddisfatto. Quel pane del sabato mattina lo desideravamo perfetto, se giusto di altezza e di cottura sarebbe stato buono anche il giorno dopo. Il tempo è passato e il pane è rimasto importante, si sono sperimentate farine diverse, tipologie che mai avremmo immaginato. Ricco di carboidrati fa ingrassare e questo dovrebbe limitare il suo consumo, ma i forni aumentano e molti provano a farlo in casa, chi è a dieta non è certo aiutato!
Un semplice proverbio dice: ”La neve di febbraio riempie il granaio”. Quest’anno la neve non è mancata, il grano sarà abbondante e le farine pure, i fornai avranno la materia prima per tanto buon pane.

Tempi moderni – di Ivana Acciaioli
La sua mascolinità era stata messa a dura prova prima dalle tutine rosa lasciate in eredità da sua sorella che la mamma sosteneva non potevano andare sprecate, poi dai giochi di trucco e travestimento a cui sua sorella lo sottoponeva. Forse il suo segno zodiacale lo aveva salvato ed era cresciuto duro e forte, proprio un vero torello. Però le prime due donne della sua vita gli avevano piantato nel profondo il germe della gentilezza e di un altruismo infinito. La sua scorza apparentemente dura nascondeva un animo dolce e sensibile che però teneva saldamente a freno.
Era stato educato al rispetto e alla comprensione delle necessità e bisogni del mondo femminile. Attendeva la sua donna mentre si preparava per uscire senza mostrare nessun segno di impazienza. Amava il calcio e lo sport in genere, ma vi rinunciava mettendo al primo posto le esigenze di coppia. Si prendeva cura delle persone con grande disponibilità e in tal direzione aveva mosso anche la sua vita lavorativa.
Non aveva particolari doti fisiche ma neppure difetti, era un uomo normale, con una bellezza normale, la barba leggermente rossastra dava al volto una nota particolare ma la cosa che lo distingueva era un dolce sorriso e le sue mani che possedevano un tocco speciale morbido e saldo insieme. Non gravava sulla sua compagna in nessun modo, si occupava da solo dei suoi abiti e delle sue proprie cose materiali, si preoccupava del pranzo , della cena e si faceva carico di varie faccende domestiche. Instancabile lavoratore cercava di guadagnare senza sprecare , il lusso che si concedeva erano delle comode vacanze in luoghi lontani poiché era curioso di realtà diverse dal proprio paese. Non amava le donne italiane, fisicamente italiane, infatti le sue ragazze erano sempre state straniere o nate in paesi stranieri come la sua attuale compagna.