In attesa delle farfalle

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Aspetto le farfalle – di Mimma Caravaggi

Sono in terrazza e giro intorno lo sguardo. Che avvilimento! I miei bei fiori stanno appassendo uno dopo l’altro, lentamente, inesorabilmente. Dovrei annaffiarli ma non posso a causa dei dolori che mi opprimono già da tempo. Avevo un sistema automatico di annaffiatura ma si è guastato e Albert non ha più voluto aggiustarlo né farlo aggiustare. Vedo la mia casa deteriorarsi pian pianino con l’andar del tempo. Manca di manutenzione e così il mio bel giardino. Da un po’ di tempo tutto sembra rompersi, finire, non esistere più. Così le mie idee, i miei sogni che si scompongono e corrodono la mia mente e un malessere che parte dall’anima e sale su fino al cervello dove ristagna una confusione di cose fatte e non, di sogni spezzati mai realizzati. Come avere una massa di serpenti che cercano di sgusciare via e si ritrovano ancora più aggrovigliati. E’ decisamente un tunnel nero e buio di cui  non trovo l’uscita. Non sono io, non sono così. Io sono estroversa, ottimista ma il mondo interno inizia a starmi stretto, troppo stretto. La rabbia aumenta alla pari con l’ansia. Sono scontenta, irascibile .  Mi sento prigioniera in casa e l’idea che a breve dovremo tenere tutto chiuso e rimarranno due piccole finestre da cui entrerà solo un po’ di luce, troppo poca e insufficiente a creare quella atmosfera allegra e fiduciosa che ti regala la primavera e poi l’estate, mi fa già stare molto male. Vedere il mio giardino spengersi piano piano come una candela  mi fa piangere anche se so  che ci saranno giorni migliori in cui tornerà a risplendere. Arriveranno per primi gli uccelli a svegliarti la mattina con il loro allegro canto e poi arriveranno i primi fiori, gli alberi da frutta e pian piano il giardino riprenderà ad essere il mio posto preferito con gli animali i fiori il vento e la pioggia . Poter tornare a passare ore sul terrazzo e spaziare lo sguardo intorno mentre mi diletto con i miei “gioielli”. Quando torna il sole caldo sono rilassata, contenta e bevo come un’assetata  tutto ciò che posso vedere: colori, fiori, prati, cespugli, alberi, frutti, animali.  Vedere le farfalle che sfavillano qua e là mi fa stare bene, ma soprattutto vedere il mio cane correre felice dietro alla sua palla senza mai stancarsi. E’ questo che ora aspetto con l’ansia nel cuore. E’ questo di cui ho bisogno per rallegrare l’anima.

Le farfalle…..perché?

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Le farfalle ….perché? – di Cecilia Trinci

Guadda nonna!!! Là là…..guadda! una faffalla!!!! La voglio prendere!”

“No no lascia stare, le farfalle devono volare!”

“Pecché, nonna?”

Già…perché? Perché loro vanno lasciate volare? e i moscerini no, le api vanno scacciate, i calabroni e le vespe fanno paura, perché?, sai rispondere nonna, mi domando in silenzio?

No, non so rispondere. Forse perché sono semplicemente belle, leggere, libere con quel loro volo saltellante, infantile, da perdigiorno sui fiori più colorati. Forse perché la bellezza piace, incute rispetto, intimidisce. Crea scompensi, invidie, sensi di inadeguatezza. La cerchiamo, la adoriamo. La bellezza è vincente sempre. Al di là di quello che si insegna, che a volte si dice, con più o meno convinzione. Dentro al cuore siamo ingiusti, esclusivisti, elitari, selettivi. Cattivi. La bellezza la perdoniamo sempre. Non abbiamo esitazione a calpestare i bruchi, uccidere moscerini, massacrare api e vespe….ma lasciamo sempre vivere le farfalle.

Farfalla notturna

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Falena – di Patrizia Fusi

Farfalle, fiori che volano. Colori sfumati,  dall’avana al marrone. Farfalla notturna, un po’ pelosa, simbolo di fortuna nelle credenze popolari, potevano avere dei numeri da indovinare sulle ali, chi li vedeva li poteva giocarli al lotto.

La trovai sulla porta a vetri del mio ingresso, non ci vidi nessun numero, non la toccai con le mani, perché si dice che se alle farfalle va via la polverina che hanno sulle ali non riescono più a volare……Una falena addormentata…..

 

Eppure…..farfalle

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Farfalle in cottura – di Lorenzo Salsi

Si prenda una cipolla piccola, fresca, la si sminuzzi finemente  e la si ponga in una padella con 2 cucchiai d’olio evo.
Si mandi a inbiondimento, indi si aggiunga 3 cucchiai da minestra di vodka russa di patate.
Si tagli a listelli del salmone fresco o affumicato del Baltico. Lo si metta in padella con gli altri ingredienti a fuoco basso, guai se soffrigge con violenza. Precedentemente si abbia fatto bollire dell’acqua in una pentola ove, giunta ad ebollizione si versi del sale grosso q.b. indi della pasta secca , attendere fin tanto che la pasta sia a cottura, “al dente”; scolandola ( non troppo) si aggiunga la pasta all’intigolo della padella , alzando il fuoco , se necessario aggiungere acqua di cottura, che oltre tutto servirà a salare il sugo .
Mandare finchè l’acqua non sarà assorbita, arrivando così a cottura completa della pasta.
A questo punto vi son 3 scuole di pensiero :
1) C’è chi aggiunge panna al tutto, risultando però la pietanza assai grassa.
2) C’è  chi ama che  l’effetto cremoso sia dato solo dal glutine della pasta .
3) C’è chi ( e questo son io ) usa 2 cucchiaini da thé di ricotta di capra o di pecora per dar corpo alla pasta e renderla più gradevole al tatto boccale.
Si consiglia come taglio della pasta delle Farfalle .

Farfalle bianche portafortuna

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Farfalle bianche – di Vanna Bigazzi

Ero in campagna con il mio lui, c’erano state grosse incomprensioni, l’atmosfera estremamente precaria. Si presagiva una bufera e così fu. Se ne andò furioso decretando la fine del nostro rapporto. Rimasi attonita, silenziosa, quasi non avevo più la capacità di pensare; mi sedetti sull’erba, ancora non realizzavo cosa fosse accaduto. D’improvviso davanti a me un folto sciame di farfalle,  tutte bianche. “Dicono che portano fortuna le farfalle bianche!” pensai. Veramente non mi sembravano idonee alla situazione che si era creata. Mi rimasero dentro tutte quelle farfalle bianche… Un anno più tardi mi riconciliai con il mio lui e molte volte, poi, riflettei che la fortuna di cui le farfalle bianche avrebbero dovuto essere portatrici, sarebbe stata tutta racchiusa in quell’abbandono se tale fosse rimasto.

Cara Farfalla…..

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Farfalla – di Sandra Conticini

Invidio la tua  libertà che ognuno di noi vorrebbe avere e la tua incoscienza, perché non  sai che la tua vita è corta…. ma bella. Sei contenta perché da bruco brutto che eri, sempre con la paura di non essere visto e schiacciato, ti sei trasformata e sei diventata la regina del cielo colorandolo di mille colori…dal bianco all’azzurro al verde al giallo.  Vorrei essere come te, quando voli non vacilli mai riesci ad  allontanarti dai pericoli in un attimo, lasciando una scia di leggerezza e di stupore.

 

Le farfalle tutte insieme

Il silenzio delle farfalle – di M.Laura Tripodi

La giornata era stupenda. Al mattino avevamo fatto un’escursione impegnativa e nel pomeriggio tutte le donne del gruppo avevano dato forfait. Io però scalpitavo e quando Adriano indicando un punto sulla cartina ha detto: “Abbiamo ancora un paio d’ore di luce, potremmo fare questo sentiero”  io avevo  subito aderito anche se lui si era rivolto solo ai maschietti del gruppo.

“Guarda che c’è tanto dislivello”. Io, immusonita, mi sono impuntata. E li ho seguiti. Quattro maschi imbelviti che andavano come schegge e io che cercavo di tenere il passo, per non cedere, per non dar loro soddisfazione.

A un certo punto però il panorama mi ha rapita. Salendo sembrava che tutto ciò che ci lasciavamo alle spalle rimpicciolisse come per magia. Difficile non soffermarsi a guardare. Un qualcosa mi aveva accompagnata in maniera subliminale, come dire, lo avevo notato con gli occhi e non con la testa. Tantomeno  con il cuore.

Eravamo a circa duemila metri di altitudine e la natura alpina di fine luglio offriva un tripudio di colori e di profumi. Io non ci avevo fatto caso, così piccole, così fragili eppure così veloci.   Le meraviglie dell’insieme mi avevano sottratto quel particolare, come quando si guarda un bel quadro da lontano e non se ne apprezzano alcuni dettagli fondamentali.

Mi avevano preceduto per tutto il cammino. Quando io rallentavo o mi fermavo le ritrovavo  radunate sul terreno a formare una specie di fiore, come quello dell’ortensia. Avevano infatti anche il solito colore: un azzurro intenso, come gli occhi di un caro amico, perduto  quattro anni  prima durante un’escursione sulle Alpi orientali.

Adriano e gli altri mi avevano dato un bello stacco e  li vedevo davanti a me piccoli piccoli. Io mi sono seduta su un sasso concedendomi  un tempo congruo per fare quattro chiacchiere con me stessa e riprendere fiato. Mi è tornato in mente un libro che parlava delle  farfalle monarca, una specie  che in autunno  migra per  migliaia  di chilometri dal nord America fino al Messico e alla California. La storia narrava che per via degli sconvolgimenti climatici avevano perso l’orientamento e dopo un paio di giorni erano praticamente tornate al punto di partenza. Si erano quindi fermate in un bosco ai piedi delle montagne rocciose. Erano tantissime  e Il loro colore  di un bell’arancio vivo aveva trasformato lo spettacolo verde in un manto semovente con le tinte del tramonto.  Milioni di piccole farfalle   arancioni posate sugli alberi e sul terreno.

Mentre leggevo  mi aveva pervaso la magia di  tante minuscole cose che insieme  sono l’immenso.

Il mio sguardo si è posato nuovamente su quel fiore azzurro che sembrava aspettarmi paziente. Allora ho fatto due o tre prove. Mi sono riavviata e loro si sono alzate in volo e sembravano indicarmi la strada . Un  pensiero  mi ha folgorato: quell’azzurro che svolazzava leggero quando camminavo e  diventava un fiore quando mi fermavo era il profondo affetto che mi legava a un caro amico, scomparso tragicamente e mai dimenticato.

Improvvisamente mi sono sentita avvolta dal silenzio. Le farfalline continuavano a precedermi, sembrava con allegria, e  ho realizzato  di non conoscere  in natura  niente di più silenzioso di una farfalla.

Di nuovo mi sono fermata, di nuovo loro si sono radunate sul terreno e hanno formato un fiore.

Ma ormai la tristezza mi aveva pervaso.

Sul cuore ho sentito  che si posava lieve e silenziosa una falena.

 

Farfalle cadute

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Le farfalle nello stomaco – di Rossella Gallori

Lo aspettava in piazza D’ Azeglio, le aveva detto: si, si vengo, di sicuro vengo.

Teneva ben nascosto, in borsa un piccolo uovo fondente, di marca buona….se lui le avesse portato un pensiero, un fiore….lei, baciandolo, coraggiosamente, sulle labbra gli avrebbe dato anche il suo pensiero….

Era ormai una vecchia ragazza, con pochi sogni, ma con qualche timida speranza; oggi poi si sentiva quasi carina…..c’era nell’aria una primavera inattesa, una Pasqua speciale …..

Quando lo aveva conosciuto, era bastato uno sguardo e…..quelle sciocche farfalle si erano rimesse in moto, un po’ impazzite ed un po’ incoscienti….

Lui, le aveva detto “verso le dieci, in piazza, porto fuori il cane, così ci facciamo gli auguri”

Guardò l’orologio, le dieci e dieci, si tolse gli occhiali, con la certezza di sembrar più giovane…..la speranza è sempre l’ ultima a morire.

Lo vide arrivare, la giacca sganciata, la camicia semiaperta, lo ricordava più imbacuccato; dava la mano ad una ragazza dai vistosi riccioli rossi, vestita di verde, un po’ traballante su i tacchi vertiginosi…..il cane? Il cane non c’era!!!

Era stato sostituito, da una bambola, senza guinzaglio, una che  poteva essere sua figlia, anche sua nipote….

Le sorrise passandole accanto “AUGURI BUONA PASQUA” anche la Barbie  su i trampoli  biascicò un “AUGURI” senza “R” . 

Di colpo le sue farfalle si fermarono, qualcuna, morì sul colpo, altre si addormentarono, fu un sonno pesante, profondo….”AUGURI”  rispose….balbettò….

Si alzò lentamente  da quella panchina scomoda, asciugò le sue lacrime arcobaleno……gettò l’uovo nel primo cestino…..e tornò a casa.

 

 

 

 

Domani ……sarò farfalla

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Sarò farfalla, domani – di Stefania Bonanni

Era arrivato il momento

Lo sentiva nelle gambe stanche

Lo sentiva nelle membra gonfie

Nella fatica di arrivare alla sera

Nella stanchezza del giorno nuovo da vivere

Era arrivato il momento

Come aveva sentito dire tante volte

Come dentro di sé aveva sempre saputo

Lo riconosceva

Lo aspettava

Era arrivato il momento

Quello di fermarsi

Quello di raggomitolarsi

Di non essere più

Di tornare a nascere

Sarà Pasqua, domani.

Sarò farfalla, domani.

Vita da bruchi

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FARFALLE???? di Simone Bellini

-Ma che vita è questa ?- disse il bruco- sono brutto, peloso, sputo bava per giorni e giorni per farmi un giaciglio.

Tutti a dirmi : – Ma no vedrai che diventerai una meravigliosa farfalla, volerai leggera e libera nel cielo infinito e tutti ti ammireranno per la tua bellezza ! Con la tua bava ci faranno dei fili preziosi per bellissime stoffe! –

 Sarà ma intanto sono quì che striscio in mezzo alla gente, che schifo di vita !

– Mamma, mamma guarda che brutto bruco c’è lì ! – 

……. SCHIATC !!!!!!!

Come farfalle

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COME UNA FARFALLA – di Mirella Calvelli

A volte quando la vita ti costringe a volare basso, anzi a sentirti così vicino alla terra da percepirla non solo con il corpo, ma con tutto il tuo essere, sogni di avere delle ali leggere per staccarti dal suolo e volare via, riguardando di tanto in tanto laggiù, dove hai assaporato tutto il disagio e la costrizione.

Volare via, per avere un’altra prospettiva, un’altra angolatura. Mentre assapori l’evasione e la libertà, il vento ti fa volteggiare, sfiorare i fiori più belli e affondare lo sguardo verso la profondità del cielo.

Ed è in quel momento di beatitudine misto a frivolezza, che dimentichi la connessione con la terra, permettendo all’aria di ingoiarti.

Ecco la vita dell’uomo, da bruco strisciante, elabora un piano: si chiude nel suo bozzolo scuro, lavora ed impasta la sua nuova vita, e nuovi progetti.

Una vita diversa, leggera che porterà a volteggiare davvero, con l’intento di non cadere mai giù.

In questo sforzo immane, prova un acuto dolore “alle scapole delle ali”, tanto da farsi acceccare dal sole.

Il quale potrebbe seccare le sue belle, fragili e colorate vele.

Finisce la sua esistenza assorbito dai colori dei petali dei fiori che costruiscono il suo segreto e la sua bellezza.

Aspetterà un’altra occasione per ripetere il ciclo della vita, scivolando lentamente dalla corolla dorata fino al suolo, dove ripercorrerà il disegno del vecchio o nuovo bruco.

Bruco o farfalla?

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Il bello dei brutti – di Nadia Peruzzi

A farsi piacere le cose belle son tutti bravi”, disse il bruco all’amica formica.
Se ne stavano andando in mezzo all’erba di un prato pieno di margherite, stando attenti a non incappare in qualche pericolo.
Si fermarono ai piedi di un platano ombroso, così da proteggersi meglio. Nell’erba folta una scarpa assassina o la ruota di una bicicletta erano più difficili da vedere.
Non era contento della sua vita il bruco. Non gli piaceva nulla di sé. Troppo corto, poco liscio, pieno di bitorzoli, piccole zampe e quello strano movimento strisciante ma non troppo.
Il muso tirava, il centro si inarcava e la coda si ritrovava trascinata a seguire il resto del corpo. Mica facile. In più doveva sopportare il rifiuto e l’evidente disgusto che provocava in chi lo guardava, a meno che non si trattasse di un ghiottone di bruchi , che allora era tutta un’altra storia e sopratutto era la fine della sua storia.
Solo con la formica si trovava bene. Erano diventati amici. Con lei poteva sfogarsi a piacimento. Era comprensiva e sapeva capire la sua infelicità. Era in fondo un sodalizio fra brutti. Si sa i brutti non piacciono, fanno fatica a trovare il loro posto nel mondo. Se guardi l’involucro, più bello e colorato è, più attraente è. Gli ammiratori non mancano, anzi fanno la fila, anche se spesso corrono il rischio di sbagliare prospettiva.
Il bruco è un portatore sano ma infelice di bellezza. E il nostro bruco non era diverso dagli altri.
Era infelice perché si vedeva e pensava sé stesso solo come bruco e non come la meraviglia che stava per diventare.
Chissà se un bruco sa che diventerà farfalla, se la natura che ha scelto per lui la magia della metamorfosi gli ha regalato anche il sentimento di questa sua trasformazione. La strada è scritta ed è solo una questione di tempo.
Chissà se nel momento in cui smette di esser bruco e si veste di colori, assume la leggerezza e l’impalpabile delicatezza dell’essere farfalla, riesce a  cogliere la grandezza di ciò che gli sta succedendo.
Ha dei sentimenti un bruco? Mi piace pensare di si.
Così come mi piace pensare che anche la farfalla non abbia del tutto dimenticato  quanta strada ha dovuto percorrere per arrivare fino alla esplosione di colori e di bellezza del suo stadio finale. Che abbia un po’ il senso della sua storia e non sia solo persa nel suo sfavillante presente.

 

Il bruco …..prima della farfalla

Il bruco…tra bruchi e farfalle – di Rossella Gallori

 ….piccolo, scuro, pelosetto e cicciottello strisciavo….qualcuno, schifato cercò di evitarmi, altri di schiacciarmi….

Spaventato, mi rifugiai sotto un gelsomino….aspettando giorni migliori, gente migliore, da qualche parte ci doveva essere questa “ UMANITÀ” …

Li vedevo passare, spocchiosi, agghindati, futili ed inutili, marionette senza tempo, senza età…passò il gatto verde mela, il cane bluette, un leprotto giallo senape, un’oca turchese, perfino uno stupido gabbiano fucsia …lui poi,  voleva mangiarmi.

 Ho aspettato minuti, ore, giorni, all’ ombra di un profumo delicato e persistente, non  esposto, mai nascosto, un po’ d’acqua da bere, una foglia morbida da mangiare…..poi, passo il vecchio con il bastone, la signorina con il fidanzato, la vecchia con l’amante, il ragazzo con il militare, il parroco cattivo…senza acqua benedetta…..io strisciavo….strisciavo lentamente, stupido e stupito, silenzioso nel mio pensare…aspettando  il mio riscatto ………volai all’improvviso, Aladino mi aveva ascoltato!!!! Diventai un po’ lui un po’ lei, rosa, azzurra, viola, blu, arancione….poco parroco, molto amante…mai vecchia …

Volavo,  volavo, volavo sempre più  leggera, ampie vele, le mie ali, volavo e con i miei mille occhi non vedevo più nessuno…..ero FARFALLA ora….FARFALLA….

Siamo farfalle

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Farfalle – di Aldo Bombaci

Madre natura ci ha pensato, dipende solo da ciascuno prendere consapevolezza, di ciò che siamo e delle opportunità che possiamo sfruttare.

“Siamo tutti farfalle. La terra è la nostra crisalide”.

In questa frase ci sono tutte le potenzialità che la vita offre, che la terra mette a disposizione. Saper vedere  è per l’uomo la condizione che lo assimila alla farfalla: che vola, si posa sul fiore, lo impollina e torna a volare, per poi posarsi ancora su un altro fiore.

La differenza che c’è, tuttavia, è che l’uomo talvolta guarda ma non vede, e questo lo rende cieco.

“Una  farfalla si posa sul fiore,

poi torna a volare senza meta apparente,

ma c’è un altro fiore che vicino l’attende,

mentre il passo che l’uomo muove

lascia una traccia che tutto scompone.

 

Come nel bosco molto altro vive dentro e fuori di noi,

ma in realtà lo ignoriamo per la confusione che siamo,

ognun chiuso al centro del suo universo mondo sta,

cieco al confine di quelli che la vista mai vedrà”.

La farfalla è fortunata

butterfly-day-3196857_960_720La farfalla – di Stefania Bonanni

La farfalla è un animale fortunato.

Leggera, colorata, con ali come quelle della fate, e polveri incantate per le magie. Una farfalla si nota, si segue con gli occhi, rallegra e rende grati. Sembra un regalo, un ornamento, abbellisce. Ho guardato fiori pensando avessero cambuato colore, ed erano pieni di farfalle. Ho visto al tramonto scie gialline, di farfalline piccole, che si strisciavano sull’onda che arrivava in spiaggia.

Un giorno ai giardini, ho pensato che la mia bambina si fosse messa un fiocco tra i capelli, ed invece kecsi era posata in testa, per parte, una grossa farfalla viola. Ho visto farfalle con i numeri sulle ali, come mi hanno insegnato da piccina.

Come se le cose belle dovessero anche essere magiche, importanti, protagoniste di storie e fiabe, leggendo scritte per abbellire ciò che bello è già. Dovrebbe essere il contrario, per giustizia. Si dovrebbe parlare di bellissimi bachi, di bruchi luminosi, di lombrichi parlanti. Invece nulla. Più semplice riconoscere la bellezza dove è evidente.

E comunque le farfalle sono animali fortunati, perlomeno finora nessuno ha pensato di mangiarsele, che io sappia.

Farfalle

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Le farfalle nello stomaco – di Nadia Peruzzi

Quando le senti la prima volta non sai che fare anche perché spesso si accompagnano a imbarazzo, rossore diffuso, mani sudate e a un gran tremolio alle gambe. Sei sottosopra, le senti vive e sveglie dentro di te, non immagini che due sguardi che si incrociano e due mani che si sfiorano siano capaci di scatenare il gran putiferio.

Tutto si fa pieno di aspettative ,volge al bello, si traduce in ansia positiva malgrado le incognite e la paura di far passi falsi e di sbagliare.

Dura poco? Dura troppo? Chissà ?

Dura quanto dura ,quanto deve e quanto vale la pena che duri. Può non finire mai questo momento che ha il potere di portarti fuori e sopra la realtà del tuo vivere e pensare in solitudine, per cedere al tuo doppio, all’altro da te che compensa e ti fa sponda .

Spesso però si cede all’abitudine e la passione che annebbia la mente un po’ si placa e con essa il gran scombussolamento.

La farfalle? Loro ,che fanno?

Si placano? Muoiono dentro di noi o cedono alla tristezza del tran tran e della routine?

Non mi piace pensarle inerti e tendenti al morto o al moribondo. Dopo la faticaccia degli inizi mi piace immaginarle lì distese a prendersi delle pause. A volte corte a volte meno. Forse sono stanche, forse si addormentano anche un po’,ma ci sono e sono tutto meno che tristi. Stan li di guardia, in schiera, anzi meglio in formazione di volo, pronte a ripartire .Basta un attimo .

Se tutto scorre e tutto si trasforma ,come dice il saggio, perché non lo dovrebbero fare anche le farfalle nello stomaco, loro che sono le figlie e le regine della metamorfosi?

Si ripresentano quando meno ce lo aspettiamo, per merito di emozioni fortissime, basta lasciare aperta la via alle emozioni credo il segreto sia un po’ questo.

Se non è l’innamoramento da sedicenni, può essere un amore maturo, o la gioia di un incontro che nemmeno è destinato a tradursi in amore,  eppure riesce a toccare corde importanti .

Le farfalle ,anche quando sembrano dormire, son li a farci compagnia, nel fremito che ci blocca il respiro c’è il segno che son vive e noi di conseguenza viviamo fino a siamo capaci di provare emozioni e abbandonarci ad esse.

Diciamocelo, in fondo, noi siamo le nostre farfalle,  visto che in un gioco bellissimo ci danno il segnale e il guizzo che ci sprona ad andare avanti.

e comunque……..felice Pasqua!

Buona Pasqua! –  di Rossella Gallori

…erbe amare per ricordare la schiavitu, uova sode come simbolo di vita, poi arriva la “salsa charoset” ricordo della malta con cui gli ebrei costruivano edifici in Egitto, ecco sinceramente un po’ mattone è, ma non voglio toglier poesia a questa piccola cosa.

La mia di stasera, quella livornese, che faceva la mamma e nessuno o quasi mangiava, almeno non apertamente, un dito nel barattolo e via….ha questi ingredienti noci , uvetta, mandorle, pinoli, prugne secche, datteri, miele, mele cotte, scorza di arancio, cannella….comunque noi si chiamava ” aroshet” ma si può dire anche ” aroset” …chiamatela come vi pare sempre argilla (credo) voglia  dire. Deve esse mangiata su pane azzimo, insapore e croccante. La ricetta cambia in Israele ci metton le banane secche, non so dove le uova sode ….il limone il grasso d’oca, beh ognuno la fa come vuole secondo clima, mezzi e conoscenza di regole a me sconosciute, pensate la mia è cruda ma le altre portano cotture da 10 minuti a quattro ore.

Una ricetta, quindi MOLTO variabile….un po’ furbetta.

Le matzah di stasera, il pane, non erano male, sicuramente molto meglio di quelle della mia infanzia più simili al cartongesso.

Erano anni che non la mangiavo, e sinceramente avevo un po’ di timore nel proporvela, poi la vostra attenzione, il vostro affetto, l’esser li seduti intorno ad un tavolo mi ha dato coraggio e serenità…..

Quando mia madre parlava di libertà, spesso si riferiva alle tradizioni, forse più che alla fede….non nascondersi….era troppo importante….

Vi ringrazio ancora, per me e per lei.

La pasqua ebraica quest ‘anno 5778 dura dal 30 marzo al 7 aprile…..i miei cugini mi han detto che in Israele dura un giorno in meno …boh….

La Giulia avrebbe detto: che gente questi ” giudei” …io da parte mia vi saluto augurandovi qualcosa di buono Pasqua o non Pasqua. …..vi siete fidati delle mie informazioni, su internet ne avreste trovate di più veritiere, io, come ho già detto, come cattolica son squalificata…..come ebrea poi non classificata….ora vi lascio con una cosa che diceva spesso mia madre, che ha sempre giurato di non parlare ebraico, ma con la demenza senile iniziò  a parlar bagitto:   BECHOL DOR VADOR…… e speriamo che non siano parolacce ……notte gente e grazie ancora. ROSY

Sulle rive del lago

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LUNGO IL LAGO – di Elisabetta Brunelleschi

Non è sabato e nemmeno domenica. Solo una persona è seduta su una delle panchine allineate lungo la riva del lago.

Ninetta in quell’ultimo giorno di vacanza, cammina nell’erba umida vicino all’acqua.

L’uomo dalla sciarpa, sì, è lui, è seduto sulla panchina e sta leggendo il giornale.

Ninetta lo guarda come fosse la prima volta. Non pensa e si avvicina:

– Professore buongiorno, mi posso sedere? –

Lui si volta e come non sentisse il suo dire, la guarda sorpreso e la saluta:

– Buongiorno! Ha già preparato il bagaglio? –

Ninetta timidamente si siede sulla panchina:

– No, lo farò più tardi-

 

Ninetta, in quell’ultimo giorno di vacanza, voleva vedere il verde intorno a lei; perciò, da sola, era uscita dall’albergo e si era incamminata verso la campagna, sino al lago.

Nella settimana di vacanza, dall’autobus che li riportava ogni sera all’albergo, osservando le sue acque scure si sentiva avvolgere da un senso di pace e immaginava di passeggiare delle sue rive.

Quell’ultimo mattino libero da visite, le dava l’occasione di vedere da vicino tutta quell’acqua circondata dal verde.

Il professore intanto mette una mano in tasca e ne trae una scatola di Toscani. Poi con gesti lenti cerca l’accendino e porta un sigaro alle labbra.

Ninetta si volta verso di lui e chiede:

– Professore, mi fa accendere?-

-Ma lei fuma?-

-No, voglio provare!-

Non è facile accendere un sigaro, alla fine, seguita dallo sguardo divertito del professore, ci riesce. Un fumo acre e dolciastro le invade la gola. Vorrebbe tossire, ma si trattiene. Fa finta di saper fumare.

-Stia attenta, non soffochi!-

 

Erano stati dieci giorni di vacanza immersi nella bellezza di musei, chiese, antichi palazzi., sempre guidati dal professore.

Ogni mattino lui compariva con l’immancabile sciarpa e un giacchetto chiaro se in cielo splendeva il sole o un robusto loden se nuvoloni grigi minacciavano pioggia. Dopo colazione radunava il gruppo e illustrava la giornata, sempre preciso, attento, mai un’informazione incerta o tanto meno errata.

Ninetta lo ascoltava, corridoio dopo corridoio, torre dopo torre, facciate, dipinti e affreschi. Con il passare dei giorni ne era rimasta inconsapevolmente estasiata. E ora lui era lì, senza cortine, senza apparenze; un normale gitante dall’aspetto forse un po’ stanco, intento a leggere il giornale in completa solitudine. Il professore, l’uomo dalla sciarpa, come lo avevano soprannominato gli amici di Ninetta.

-Professore, buongiorno, mi posso sedere?- Le era venuto spontaneo, come ritornare bambini e giocare.

 

Ma ecco uno sciacquio e davanti a loro una coppia di cigni si avvicina alla riva.

Ninetta porta il dito indice alle labbra e resta immobile come una statua.

-Che c’è?- Chiede il professore.

Ninetta muove appena la testa per accennare al goffo procedere di due cigni sulla terraferma.

Ma un lontano rombo di motore li riporta veloci verso il largo. Come un incantesimo che improvviso si disciolga.

– Lei è un’amante della natura. L’ho notata durante questa settimana, persa sui paesaggi e le nature morte.-

Ninetta tace. Non sa più che dire. Lui l’ha notata … Certo un paesaggio dietro una Madonna del Quattrocento e dovevano tornare indietro, svegliarla dall’incanto.

 

C’è il silenzio, il volo di un airone attraversa il cielo e il sigaro a poco a poco si consuma.

 

(Ecco, ora cara Ninetta, non so più cosa farti fare, non so più dove metterti.

Ti ho portata fin qui e mi stai svanendo, senza un perché.

Forse è meglio se ,pian piano ti riconduco all’albergo, dove gli amici che viaggiano con te ti stanno aspettando. Avevi detto che saresti tornata dopo poco. Sono passate due ore.)

 

L’orologio: Ninetta guarda l’ora. Sono le undici e tre quarti.

-Oh! Devo andare …-

-Non aspetta i cigni? Guardi si avvicinano di nuovo!-

Ma perché quella mattina, si era svegliata con un cielo diverso, con la voglia di distendere i pesi dell’anima in quel largo panorama punteggiato di pioppi?

Lo sguardo le andava sul lago, un’antica casa circondata da un muro abitata da chissà chi si ergeva sulla riva opposta.

-Sono troppo lontani, no, guardi, se ne vanno verso quella grande casa-

– Laggiù ci sarà del cibo-

Ninetta si alza, saluta si incammina.

-Il bus per l’aeroporto parte alle sedici e trenta, non si faccia aspettare!-

– Sarò puntuale.- E tese la destra per salutarlo.

– Francesco Altini, l’uomo con la sciarpa, lo so, da ogni un gruppo un soprannome-

– Ninetta Di Canto, sa, qualcuno aveva proposto l’uomo della seta, visto il filato.-

– Pensi,  una volta mi hanno chiamato Loden!-

-Tutti fermi all’abbigliamento, però! Quanto è difficile andare al di là delle apparenze!-

-Lei è una ragazza intelligente Ha capito!-

E le strinse la mano calorosamente la mano.

Ninetta iniziò a camminare, piano, con gli occhi che andavano al cielo, alla casa, al lago, ai pioppi…

 

(Ecco, ora cara Ninetta, puoi veramente tornare in albergo. Ti ho fatto parlare con il professore.

Tu, diciamo la verità, te ne sei un po’ innamorata. Ma è normale. Un bel signore, colto, dall’aspetto nobile, era inevitabile che quel tuo animo da sognatrice ne rimanesse stregato.

Hai parlato, hai saputo il suo nome. Vuoi altri dati anagrafici? Se ti servono te li racconto.)

 

Per una settimana vi ha guidato alla scoperta di mille tesori, l’architetto Francesco Altini.

Con quattro colleghi, come lui desiderosi di far fruttare la comune passione per l’arte, alcuni anni fa, ha fondato l’agenzia Arte§Storia, che offre servizi nel campo del turismo culturale (guide, proiezioni, conferenze, consulenze).

E guarda non sono servizi da nulla, buona parte della quota viaggio va ad Arte§Storia. La qualità si paga, è risaputo!

Della vita privata sappiamo solo che non è libero. Altro non trapela. E poi che c’importa. Dovevamo solo lasciarci condurre per antichi borghi e affascinare dagli sfondi oro, dall’azzurro dei lapislazzuli e dalle dolci colline che talvolta emergono dai dipinti del Quattrocento.

 

(Tra poche ore tornerete a casa: volo Pisa – Palermo e pulmino a noleggio verso il tuo paese disteso tra quei monti verdi e brulli.

Sarà bello raccontare, rivedere le foto e mettere in ordine i ricordi.

Laggiù, in paese c’è Nino, lui ti sta aspettando, per poco te ne stavi per dimenticare.

Ma non disperare, sarà sufficiente scorgere Punta Raisi e il cuore saprà di nuovo da che parte stare.)