Ansimare in un fruscìo

Ansimare – di Anna Meli

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E’ sera, sto camminando in un viale mentre calpesto le foglie cadute.

Insieme al fruscio sento un eco di passi, poi mi sembra anche un respiro

affaticato. Ma è vero quello che sento? Forse è l’eco del mio respiro che dà

forma alle mie paure. Mi fermo? No, devo continuare, andare avanti senza

pensare, senza ascoltare, ricordando solo giorni migliori vissuti lì, in quel tratto

di cammino. Questo mi da coraggio; vedo in lontananza una luce: è casa mia.

Potrebbe essere….il rumore di matite che disegnano….

Disegnare insieme – di Anna Meli

scrittura

– Nonna facciamo un disegno?

– Sì piccolo mio, ma io non sono brava a disegnare, lo sai!

– Non importa facciamo un po’ io un po’ tu.

E così, con poche matite e qualche vecchio pennarello un po’ finito incominciamo.

Viene fuori non si sa bene cosa…una casa? Un albero con lunghi rami stecchiti, una strada, un giardino, fiori, farfalle, punti, segni, ghirigori. Matite e pennarelli grattano la carta lasciando le loro impronte: sono segni strani, insoliti ma i colori hanno il sopravvento ed è bello continuare.

La nonna ha un tratto leggero e interviene solo in minima parte per lasciare più spazio all’esprimersi del bambino.

Il grattare delle matite stabilisce fra i due una forma di intesa, di piacevole collaborazione che diviene armonia a cui segue un gradevole sospiro.

A piedi in autunno con le Matite

Passeggiare nella bellezza – di Nadia Peruzzi

 

Mi ha salvata il telefono. Anche i social hanno un loro perché. Il gruppo WA delle “Matite” ha suonato la sveglia e mi ha richiamato all’ordine. Aprendo il telefono è arrivato un messaggio della sera precedente: ”non ce la faccio a venire” c’era scritto.

Ecco lì, bella manata sulla fronte, condita da un mannaggia me lo ero dimenticata, già oggi è sabato!! Ingrano a fatica la mattina. Ho bisogno di far le cose con calma e per questo mi alzo, anche adesso che potrei fare altrimenti, molto presto. Mi ero vista a bighellonare per diverso tempo, accarezzando una vaga idea di fare un salto in centro, in tarda mattinata.

Invece, via! Preparazione rapida e fuori.

Luogo dell’appuntamento con le “Matite” raggiunto in tempo, poca attesa e al passo verso la meta della nostra prima escursione.

Con cento metri appena, la campagna si offre in tutto il suo splendore autunnale. Ancora non sono i colori carichi di rosso e di marrone, ma son già loro i colori caldi della stagione più colorata dell’anno! Giornata di sole, fortunatamente, solo qualche nuvola a punteggiare il cielo in lontananza.

Il caldo un po’ innaturale per il periodo si fa sentire quasi subito. In molte ci togliamo sciarpe e giacche. Compagnia più che piacevole, chiacchiere e un’ottima guida, la nostra Roberta che di Bagno a Ripoli e di Antella conosce di tutto e di più e lo sa trasmettere con passione e vivacità.

Il viale per arrivare alla villa è bellissimo. Con altri alberi, pur se molto meno cupi, mi ha fatto venire in mente, anche se in piccolo, il viale che porta a  Bolgheri. La salita quasi non si sente distratti dai compagni di avventura e dalle bellezze che ci circondano. Piccoli putti segnano  punti di sosta nei vari livelli.

Ci accolgono i proprietari e ci guidano verso la villa e il gioiellino che conserva: il Museo delle Carrozze. Ce ne sono di molto belle. A pensarci sono quelle che ci hanno fatto sognare nei film o nei libri che abbiamo letto. Le prime comodità per i viaggi, con i cavalli a segnare l’andatura. Al massimo il galoppo, per il resto in quei tempi lì era la lentezza a dominare. Il viaggio allora era molto molto più che arrivare rapidamente da un punto all’altro senza vedere niente in mezzo. C’era il “durante”, c’era l’avventura e c’erano pure i pericoli, talora. Il tempo del Gran Tour, e del Gran Tour in Italia nel quale si sono formati tantissimi grandi artisti europei. Abbiamo respirato un po’ anche di questa aria, stamattina.

Dal berceau una vista su Firenze, in lontananza, nitida nello splendore della giornata. Campanile di Giotto e Duomo svettano e dominano su tutto il resto e ci danno forse più che standoci sotto il senso della misura del loro messaggio. Chi li ha costruiti pensava in grande, dovevano essere smisurati in dimensioni rispetto alla Firenze di allora se lo sono ancora oggi che son circondati da palazzi di una certa imponenza. Si intendeva lanciare un messaggio al mondo conosciuto e a quello allora ancora sconosciuto e lo si lanciava in nome di una bellezza straordinaria. Che lezione per l’oggi chiuso dentro confini angusti dentro i quali pian piano il pensiero si è ristretto, e spesso siamo circondati da cose ordinarie e talora decisamente volgenti al brutto.

Mi sono rinfrancata. Mi sono sentita serena e soddisfatta, contenta di aver aperto il telefono al momento giusto.

La via del ritorno più agevole e ricca di scambi fitti sulle nostre impressioni e già orientati a costruire nuove avventure. Star bene in buona compagnia, alla ricerca del bello appaga, arricchisce e cura.

Alcuni particolari:

 

 

 

 

Potrebbe essere lo strisciare di….

Il rumore della matita che scrive sembra….

……………………il rumore di una miniera – di Nadia Peruzzi

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Il cunicolo è stretto e buio. Corpi anneriti dalla polvere di carbone, in fila indiana  si muovono trascinando cesti ogni volta più pieni. Quasi non respirano e non vedono dove vanno. Lo sguardo è fisso sul compagno che precede. Non vedono altro che quello. Sembra un girone infernale, ma è solo una miniera maleodorante, oppressiva, soffocante. E’ un lavoro duro e difficile che sfianca e disumanizza. Non solo uomini, ma donne e bambini in quella cavità a centinaia di metri sotto terra, per lunghe lunghe ore.

Passi sempre piu’ strascicati, braccia segnate dalle corde che tirano il grosso cesto, intirizzite e doloranti.

La fila finalmente si sta fermando. Cominciano a scaricare. I primi si accalcano davanti al montacarichi che li porta a riveder le stelle. Il suono dello scorrere degli ingranaggi che portano in superficie è una via di mezzo fra un fruscio, un sibilo e un fischio. A quell’ora e con tutta quella stanchezza addosso, per le loro orecchie, ha la forza di una melodia.

Ansimare come…..

Ansimare in montagna – di Nadia Peruzzi

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Il bosco era folto e non se ne vedeva la fine. In alcuni punti il sentiero era troppo scosceso, quasi al limite dell’impraticabile. Eppure stavamo camminando da ore. Eravamo partiti di notte, il percorso era accidentato, sapevamo che non era facile raggiungere la radura che era la nostra meta.

Il passo era pesante, il fiato sempre più corto. Il respiro, oltre i 1800 metri, si fa sempre più affannoso. Qualcuno ansimava proprio. Non doveva esser troppo abituato a camminare in montagna.

Finalmente l’ultima linea degli alberi è sorpassata. Si comincia a scorgere la radura. Al buio fitto si è sostituita pian piano la luce lattiginosa di un’alba senza sole.

Adesso ci vediamo tutti. Schierati a cerchio, in un silenzio di attesa, attorno alla radura .La fatica è ricompensata: le marmotte cominciano ad uscire dai loro rifugi interrati.

Con le  zampette sembrano lanciare saluti verso le macchine fotografiche che scattano a più non posso.

Si vuol cogliere l’attimo, prima che fugga !

Matita che striscia

Ritratto – di Vanna Bigazzi

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Disegno, non dal vero,

tuttavia è un ritratto,

personaggio immaginario:

un giovane uomo, forse un ragazzo.

Capelli scomposti, al vento,

un taglio ottocentesco.

La mia creatura non è dei nostri giorni.

Penso a Byron nel suo soggiorno italiano.

Mi immergono in un clima Romantico.

Tratteggio l’espressione dei suoi occhi,

guardano lontano.

È assorto nei suoi versi,

l’anima esce dalla carta,

si astrae, diventa poesia.

Mi riconosco in lui,

forse sto disegnando me stessa:

non il mio pensiero

ma il vagare della mente

che vuole dar vita

a forme inespresse di me.

La scatola di latta che tintinna

La scatola – di Rossella Gallori

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La scatola di latta, aveva visto giorni migliori, si chiudeva male, era sbiadita ed indubbiamente pesante…la appoggiai sul letto, dovevo e volevo farlo oggi…senza un perché avevo deciso di recuperare quel vecchio orecchino, il mio cuore aveva bisogno di lui, era un piccolo tassello di puzzle mai finito. Fu un impresa cercarlo, pezzetti di anni malconci, clips rotte, microscopiche chiusure, morsi di collane.

Questo si, questo no, forse…ah eccolo! Mi accorgo all’ improvviso di non ricordarne il colore : verde Verona, grigio temporale…oro…argento…

Stavo cercando, in quel vecchio contenitore Mellin, un pezzetto di vita non mia, una vita che mi era passata accanto senza mai toccarmi, una linea parallela e protettiva che raramente mi aveva accarezzata, che spesso, senza accorgersene mi aveva ferita, tagli ricuciti con maldestri aghi da tappezziere, lunette arrugginite, spago grosso…

Non cerano solo i suoi orecchini nel mio portagioie da strapazzo, ce ne erano di altre mamme, nonne, di altri giorni, di donne piccole gentili, di formose signore in sottabito di pizzo nero, di bimbe grandi vanitose  di nascita…cartoncini ingialliti con prezzi illeggibili.

Mi sorrise, improvvisamente, tra gli altri  il mio non prezioso gioiello, lo presi con cura, stentavo a riconoscerlo…era rotto sciupato…e non era nemmeno come lo ricordavo…

L’ora blu

La “Bic art” – di Ivana Acciaioli

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Milano mi accoglie elegante come sempre.
Nella raffinata galleria scopro “L’ora blu” e ritorno pure bambina.
Mi immergo nelle opere create con una semplice, comune, povera penna bic.
Scopro la bic art di fatto inesistente.
Rifletto che la penna biro ha fatto storia certamente nella vita della mia generazione.
Ha segnato il passaggio liberatorio dalle dita perennemente macchiate d’inchiostro e dalle gocce blu sulle pagine che dovevano essere di bella scrittura.
Ero in seconda elementare, e di quell’anno ricordo soprattutto l’addio alla stilografica, che comunque era stata amata dopo penna e calamaio, ma che era uggiosamente da riempire, succhiando dalla boccetta di inchiostro, che se ti andava male rovesciavi anche un po’.
Non mi ero mai soffermata a lungo sul ruolo di quell’inchiostro bic  blu e sui suoi riflessi porpora, rossi e neri. Una penna comune ed io con i miei piccoli pensieri e felicità di  scolara bambina rispetto a colui che della prima penna a sfera ha saputo fare il suo strumento d’arte creando nuova bellezza.

Anversa, 2 aprile 1988

“Voglio che i miei spettatori siano in grado di abbandonarsi all’esperienza fisica dell’annegamento nel mare apparentemente calmo dei miei disegni con la bic blu”. J. F.

Ansimare

… E ANSIMANDO …- di Laura Galgani

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C’è una siepe fitta fitta e ci infili il muso, per capire chi è che ansima come te. Il buio si fa ancora più fitto in mezzo ai pruni, alle foglie e alle piccole bacche rosse della siepe. L’odore che percepisci non mente: al di là di quella siepe c’è una femmina, c’è desiderio, c’è istinto dirompente.

Torni indietro di qualche passo, vuoi essere libero di muoverti. Devi trovare un varco, oppure aggirare la siepe e individuare un passaggio là dove questa finisce. Perché finirà, prima o poi!

Ti giri a sinistra e corri lungo la siepe. Al di là di questa anche la femmina ansima e si muove, in parallelo con te. I respiri prendono lo stesso ritmo, simmetrici come i passi che ormai si fanno corsa. Improvvisamente la siepe gira a destra, ad angolo retto, costringendoti ad una brusca virata. Anche lei, di là, gira quasi su se stessa e prosegue la corsa. La siepe finisce, si alza un cancello di metallo. Il desiderio di incontrarsi cresce, ansimate sempre più veloci, e la voce esce fuori in un lamento sofferto. Il cancello vi separa, ma non del tutto. Almeno il muso passa, fra una sbarra e l’altra, e vi potete scambiare un tenero bacio.

Ricordi sonori alla rinfusa

Ricordi sonori alla rinfusa – di Stefania Bonanni

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Ricordi alla rinfusa che si intrecciano e rincorrono, popolando ore lunghe e silenziose.

Tornano in mente persone e cose, dimensioni diverse.

Cose colorate, ricordi di vestiti allora alla moda. Fatti di stoffe lisce e scivolose, o di lane ricamate con fiori gonfi al tatto. A occhi chiusi si indovinavano i fiorellini su quelle che sarebbero diventate vestine di cotone abbottonate davanti, o i fiori damascati su tailleur da festa grossa. Ricordi tappezzati di colori, trama di stoffe, ma anche di rumori.

Di quello prodotto da quelle forbicione che la Maria impugnava infilando il pollice nell’occhiello di sinistra, e poi stringendo con il palmo intero della mano, quando affondavano nella stoffa inseguendo le tracce morbide ed un po’ sfumate del gesso bianco. Facevano un suono secco e poi scivolato, ogni tanto il metallo delle forbici inciampava sul tavolo, come a dare il tempo, per il resto era un rumore frusciante, scivolante, scivoloso, sciacquato. La sarta come lo scultore, a dar vita a quello che prima di lei non esisteva, tirando fuori abiti su misura da materia piana e senza dimensione.

Poi, lunghe gugliate approssimavano quello che sarebbe diventato vestito perfetto e le punte d’argento di migliaia di spilli stringevano, per dare l’idea, senza presunzione definitiva. La Maria teneva gli spilli dentro una scatolina grigia di metallo e quando cascavano si spargevano brillando sul pavimento di mattoni rossi, con un bisbiglio vivace, simile al ghiaccio che si spacca, un crepitio allegro e punteggiato, croccante. Quando li appuntava addosso, durante le prove, li teneva tra le labbra, gli spilli. Per questo non mi hanno mai molto stupito fachiri e mangiafuoco. La Maria si, era stupefacente. Mi sono chiesta spesso cosa sarebbe successo se le fosse venuto un colpo di tosse. Ma non è mai accaduto. Non durante le prove alle quali ho assistito io.

Prove segrete, super segrete. Solo la sarta conosceva le misure di signore che neanche dal dottore restavano in sottoveste.

Poi, il vestito arrivava a casa. Un pacco ricoperto di carta velina bianca, fermata anche quella da spilli, ma non stretto, tutto rimaneva gonfio, con la carta fine che lasciava entrare aria e che dava l’idea che dovesse essere delicato e leggero anche il gesto di chi apriva il pacco.

La carta parlava, scricchiolava, emetteva dei piccolissimi gemiti striduli ma gioiosi. Apriva la strada allo stupore della scoperta del vestito nuovo. Profumava anche, quella carta velina. Forse era il borotalco che stava nella scatolina degli spilli, perché non arruginissero.

Forse l’attesa, lo stupore, la gioia, profumavano. E suonavano a festa.

 

Voce

E sento anche...il suono di una voce nel cuore

Da: Sotto il sole giaguaro di Italo Calvino

 “Quella voce viene certamente da una persona, unica, irripetibile come ogni persona, però una voce non è una persona, è qualcosa di sospeso nell’aria, staccato dalla solidità delle cose. Anche la voce è unica e irripetibile, ma forse in un altro modo da quello della persona: potrebbero, voce e persona, non assomigliarsi. Oppure assomigliarsi in un modo segreto, che non si vede a prima vista: la voce potrebbe essere l’equivalente di quanto la persona ha di più nascosto e di più vero. E’ un te stesso senza corpo che ascolta quella voce senza corpo? Allora che tu la oda veramente o la ricordi o la immagini, non fa differenza.

  Eppure tu vuoi che sia proprio il tuo orecchio a percepire quella voce, dunque quel che t’attira non è più solo un ricordo o una fantasticheria ma la vibrazione d’una gola di carne. Una voce significa questo: c’è una persona viva, gola, torace, sentimenti, che spinge nell’aria questa voce diversa da tutte le altre voci.

Una voce mette in gioco l’ugola, la saliva, l’infanzia, la patina della vita vissuta, le intenzioni della mente, il piacere di dare una propria forma alle onde sonore. Ciò che ti attira è il piacere che questa voce mette nell’esistere: nell’esistere come voce, ma questo piacere ti porta a immaginare il modo in cui la persona potrebbe essere diversa da ogni altra quanto è diversa la voce.”

 

La pasticca

La pasticca – di Laura Galgani

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La vedeva lì, piccola, insignificante, lattiginosa, quasi si confondeva col colore del tavolo di cucina. Ce l’aveva messa senza nemmeno toccarla, perché non l’amava, no, per niente. Dopo averla lasciata cadere dal blister di plastica aveva subito fatto due passi indietro, senza voltarsi, alzando lo sguardo verso la finestra. Il sole stava sorgendo, e i suoi primi brillanti raggi scavalcavano già il profilo blu delle colline, là in fondo. Il disco dorato del sole però ancora non si vedeva. Stava ferma, senza respirare. Ad un tratto, un raggio di sole colpì la piccola sfera di cristallo appesa con un filo viola in cima alla finestra, e la luce si scompose nei colori caldi dell’arcobaleno, che iniziarono a riflettersi in piccoli segni che fluttuavano ovunque sulle pareti, sul pavimento, sul tavolo, sulla specchiera, ed anche sul suo corpo febbricitante. Allora lei si sentì come sollevata verso il cielo, verso una dimensione di pace e di luce, e si lasciò andare. La pasticca rimase lì, sul tavolo, inutile, fredda. Lei era già volata via.

Il rumore di una matita che scrive

Secondo incontro: 6 novembre 2018: Al buio sento……..

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……Il rumore di una matita che scrive….

…può sembrare il levigare di un legno

Sandra Conticini: Era il tuo amico fedele..lo portavi sempre con te, perchè poteva essere sempre utile, questo è quello che dicevi. Quando ti veniva l’ispirazione lo prendevi  ed iniziavi ad incidere e levigare. La trovasti in Sardegna  quella corteccia di pino dove pensasti di incidere i nostri nomi e, a distanza di anni, è sempre sulla mensola in cucina.Quella volta che eravamo a camminare facesti i bastoni per tutti e tre con le iniziali di lei, ed ogni volta che andavamo nel bosco se lo portava dietro e raccontava a tutti che lo avevi fatto te…e si vedeva che eri contento. Quando trovavi un pezzo di legno che ti ispirava la fantasia, ti mettevi lì, grattavi e ripulivi e poi ricominciavi, grattavi e ripulivi e avanti così finchè non decidevi che il lavoro potevi considerarlo soddisfacente  e lo donavi con il tuo sorriso  soddisfatto.

**

…può sembrare lo scartavetrare di una finestra

Patrizia Fusi: Ho visto come l’imbianchino aveva fatto a sistemare le finestre lo scorso settembre. Quest’anno ho deciso di sistemarle io e stamani sono scesa in cantina, ho preso cartavetro un taglierino e la vernice. Ho iniziato il lavoro, ho scartavetrato il bordo basso delle finestre, dopo ho soffiato sul legno per far scivolare via la vecchia vernice.

L’aria tiepida e i raggi del sole entravano nelle stanze rendendole luminose.

Mi guardo intorno: mi sembra che il lavoro sia venuto bene, mi è piaciuto farlo e ho risparmiato dei bei soldi.

 

Rumore di passi

Primo incontro: 30 ottobre 2018. Al buio sento…

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…Rumore di passi….

Carla Faggi : Non è da me ! Io sono una slow. Faccio tutto lentamente, con comodità ed al caldo! Invece eccomi qua, tutta fradicia e con i piedi bagnati!

Eppure sono contenta. Sto cercando di andarci, lo voglio fortissimamente e sono sicura che ce la farò!

C’è il vento ed il terreno è scivoloso, però mi sento piena di energia e voglio arrivarci prima possibile. Cammino speditamente, quasi corro, mi meraviglio della mia audacia.

Finalmente sono arrivata, apro e sorridendo dico: “ Eccomi!”

**

Rossella Gallori: Era un silenzio colorato, un modo per vedersi meglio nel buio assoluto…per toccarsi da lontano…passi lenti,  selciati scivolosi, piccoli cavalli, due foglie color bronzo, piccoli sassi, un bimbo, che ride, forse un fiume che scorre veloce. Era un pomeriggio piovoso… l’ultimo pomeriggio di ottobre.

 ed ecco…il mio rumore:

Sembrava un piccolo colpo di tosse, forse un microscopico rospo gentile. Il  vecchio Ronson stentava a funzionare…poi, per magia una scintilla salutava l’alba accendendo la prima sigaretta, mentre noi ci toglievamo il sonno dagli occhi. Gracidava il transistor, mentre le sue mani scure cercavano la stazione giusta…il bicchiere verde sul  lucido comodino di legno con il piano di cristallo, cullava una pastiglia  effervescente che friggendo  esalava un odore di limone vecchio, malsano.

Il piumino rosa antico, di nome di fatto, era scivolato per terra lasciandoci infreddoliti…nella stanza accanto, lei, sola, cuciva…una Singer a pedale scandiva minuti che parevano ore, vecchie forbici tagliavano pesanti feltri bigi…

Forse avrebbe fatto giorno, prima o poi, io speravo di no…respiravo piano, inalando fumo…

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Chiara Bonechi: Rumori al buio: ascolto, immagino, penso.

Ho avvertito quel rumore, quello “sciaguattio” di passi che affondano nell’erba bagnata, è una sensazione disarmante, ormai ci sei dentro, puoi solo andare avanti.

Il più delle volte parcheggio la mia Panda sotto la tettoia in fondo al piazzale dove la terra ha inghiottito tutta la ghiaia di cui anni fa era ricoperto, adesso malva e gramigna danno un po’ di colore allo sterrato. E’ piovuto ma io devo andare, guardo il tratto da attraversare, non sembra bagnato né troppo melmoso. Mi muovo con passi attenti e qualche saltello cercando di mettere i piedi sui ciuffi d’erba che spero mi sostengano e invece affondo, ormai ci sono in quel “ciaf, ciaf”che bagna le scarpe e mi sento morire. Con passi veloci arrivo alla Panda, sono salva.

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Patrizia Casati: Ciaf! Ciaf! La ragazza cammina svelta sul viottolo, le sue ciabatte  sono bagnate; ritorna dalla fonte dove si è lavata i piedi per rinfrescarsi. Sente in lontananza le cicale con il loro ritmo sembrano farle compagnia in questa calda e afosa giornata.

L’aspetta una casa isolata in una radura,intorno campi delimitati da muri a secco, da una parte campi di grano dall’altra vigneti. 

Fa caldo! ci voleva proprio una bella rinfrescata ai piedi!

**

Franco Bellio: I PASSI DELLA DELUSIONE

Quel mattino il risveglio al rifugio Contrin era stato per me carico di tensione emotiva. Cercavo una sfida con me stesso : affrontare per la prima volta in una arrampicata solitaria la parete sud della Marmolada, quella via tutta rocciosa di 4° grado di difficoltà (con passaggi di complessità anche superiore) che altre volte avevo superato, ma in compagnia di esperte e fidate guide alpine. Il sentiero di avvicinamento alla parete l’avevo percorso con animo leggero e baldanzoso senza accorgermi che i bagliori dell’alba rivelavano purtroppo condizioni metereologiche non ottimali per l’impresa che mi prefiggevo. Nuvoloni carichi di pioggia si stavano addensando sulle cime accompagnati da lampi fulminei e da tuoni minacciosi e di li a poco uno scroscio improvviso investiva la parete rocciosa rendendola una lastra scivolosa, di un luccichio quasi spettrale. L’arrampicata sarebbe stata non solo imprudente e pericolosa, ma addirittura irresponsabile e scellerata. La caparbietà e l’entusiasmo dovevano tristemente cedere al raziocinio. Non mi restava che ripercorrere il sentiero del ritorno che si stava trasformando in una lunga pozzanghera motosa sulla quale sprofondavo velocemente gli scarponi, grevi e pesanti come il mio morale. Il mio procedere cadenzato in mezzo al fango fotografava esattamente il mio stato d’animo, un incedere impetuoso di rabbia e frustrazione, un sapore di immeritata sconfitta. Quei passi ritmavano esattamente tutta la mia delusione…

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Mirella Calvelli: Il passo di James era un passo deciso, il rumore delle sue scarpe nuove, nere, lucide, allacciate; di una manifattura curata, fatta a mano, quello che all’estero viene definita “italiana”. In fondo lui rappresenta anche questo, come del resto tutta la sua famiglia. Il vialetto che portava alla grende case era compostamente assemblato, con sassolini bianchi, resi ancora più candidi, dalla fitta pioggia mattutina.Aveva ricevuto quella telefonata da sua sorella, una telefonata breve, scandita da un periodo breve:

“E’ morto!”.

Non c’era disperazione nelle sue parole, in fondo se lo aspettavano.E così si prese tutto il suo tempo per vestirsi, sistemarsi, per andare a quell’incontro. Non camminava svelto, la situazione non lo richiedeva. Gli avevano insegnato fin da piccolo a non “essere scalmanato” a dosare i suoi passi e le sue movenze. Si tirava i polsini della camicia bianca, sotto la giacca, muovendone nervosamente il bottone di mezzo, non distogliendo mai lo sguardo dalle sue scarpe, come se le dovesse pilotare verso la meta. E le rimirava, permettendogli di carezzare il suolo, che non essendo liscio, gli faceva muovere i piedi come in una leggera danza. O come, da piccolo, quando quel selciato ghiacciava, si divertiva a scivolarci sopra, come in una pista di pattinaggio.

Ma adesso ci siamo, gli ultimi quattro grandi scalini in pietra serena, da salire. Adesso il contrasto è meno acceso che sui sassolini bianchi. Ma il nero delle sue scarpe è invariato….un’ultima sistemata alla giacca, ai polsini, una raddrizzata alla schiena e varca lo stipite della porta e ora si entra in scena!!

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Sandra Conticini: Passi Come tutte le sere d’estate lei sta tornando a casa e cammina nella pineta, dopo una lunga giornata di lavoro in quella cucina del ristorante, che un giorno era di suo padre. Quella camminata che ormai fa da anni,  la scarica dalle tensioni accumulate. Le sembra che il sentiero sia  silenzioso, ma non è vero, perchè il frinire delle cicale, il canto dei grilli e i suoi passi sulla ghiaia, nella pace della sera, le fanno compagnia,  dandole tranquillità e riuscendo a scacciare i pensieri negativi. Quella sera c’è un rumore in più..la scatolina delle caramelle che ha finito e, per ingannare il tempo, si diverte ad aprirla e chiuderla.

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Luca Di Volo: Una sera di fine estate. Le piogge insistenti degli ultimi giorni hanno intriso di umidità il sentiero, anche se gli ormai timidi raggi del Sole hanno incoraggiato le ultime cicale che si ostinano a non riconoscere l’estate morente.

In mezzo ai filari di vite un uomo cammina, i suoi passi risuonano nitidamente nel sottofondo dei rumori della campagna: ritmici, decisi.

Possiamo immaginare di vederlo dall’alto, di tre quarti, per la precisione; se ne intravede l’abito: pantaloni scuri, scarpe contadine…un maglione a collo alto…..Non se ne vede il volto, ma quel suono così ostinatamente cadenzato suggerisce un disperato bisogno di allontanarsi…non sappiamo da chi o da che cosa: una fuga cosciente, razionale, composta, ma non per questo meno legata a quel sentimento di forzata razionalità… quasi un ripetersi ossessivo della stessa frase: ”no, non è successo nulla..tutto è come prima…” Quest’uomo sa perfettamente che non è così, anzi..niente è più lontano dalla realtà che ha lasciato, ma comunque procede.. Tra poco il suo passo sarà meno ritmico, meno scandito..Si fermerà? Ritornerà indietro ad affrontare i suoi più terrificanti fantasmi?

 **

Stefania Bonanni: Cammina con attenzione, attraversando la piazza lastricata di pietre bianche, lucide di pioggia. Ha paura di scivolare, di cadere di nuovo. Oggi, poi,l’impiccio è più del solito, tra impermeabile, ombrello, borsa a tracolla, scarpe chiuse ma non proprio tanto adatte, con la suola liscia. E piove, sempre più forte. A catinelle, a scroscio, all’improvviso arrivano anche ventate che scuotono e arrovesciano l’ombrello, proprio nell’attimo nel quale entra in una pozza che non sembrava davvero così profonda….allora si arrende, non serve resistere. Chiude l’inutile ombrello, non si affretta più, cammina piano piano ascoltando il ciaf ciaf dei suoi piedi nelle scarpe piene d’acqua… serenamente.

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Elisabetta Brunelleschi:  È estate, le cicale cantano da mattina a sera. Nella casa del Pozzetto le donne lavorano a finestre spalancate.

Ci sono due telai nel grande salone al primo piano e loro, le donne, con abile sapienza muovono avanti e indietro le braccia … e la tela lentamente si allunga. È di lino, sarà un lenzuolo per il corredo di Ninetta. Tac – tac,  tac – tac, partenza e ritorno, avanti e indietro, il ritmo si espande nel silenzio afoso di quel giorno di luglio.

Tac – tac, toc – toc, suoni lontani e vicini si raggiungono, si sovrappongono. Dalla strada un cadenzare deciso di passi colpisce l’udito di Violina che subito alza gli occhi verso la finestra. Violina ferma le mani e Ninetta la segue. Un giovane uomo cammina, i suoi zoccoli avanzano sul selciato.È Tonino, Violina lo segue con lo sguardo, come un’onda leggera e avvolgente che accompagna. Tonino sente il silenzio del telaio e volge appena la testa. Suoni che tornano e suoni che vanno. Desideri che accarezzano e pensano. Intanto gli zoccoli rallentano, poi riprendono, continuano, si allontanano.

Ninetta per prima ritorna al lavoro. Dopo pochi secondi anche Violina si ritrae dal davanzale e le mani di entrambe ricominciano. Dai telai riparte il tac -tac.

Dice Ninetta: – Dai, potrebbe anche essere, anzi! Hai visto tutti i giorni passa da qui sotto!-

**

Simone Bellini:  Ah !….niente di meglio, in questa giornata autunnale, che sedersi sul greto ghiaioso del fiume con una canna in mano, rilassato e concentrato sul l’amo in attesa che affondi.
Solo le cicale accompagnano il quieto fruscio dell’acqua.
Ma un rumore mi distoglie, come di passi sulle foglie secche sulla ghiaia. Mi volto ma non c’è nessuno. Sembra piuttosto che sia un masticare, un rodere ritmico di un animaletto dai lunghi denti. Lo schianto di un ramo conferma la mia tesi: era un castoro.

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Ivana Acciaioli: I passi di un’ora. Ormai da mesi mi alzo e vado a camminare lungo il fiume. Ho deciso: cammino un’ora.
Questo vuol dire che il tempo che passa è lo stesso ma io non arrivo sempre alla solita meta. Ho scoperto che le gambe hanno il loro umore, non si alzano sempre medesime
A volte in un’ora arrivo al ponte Bailey, a volte all’ansa grande del fiume,  a volte alla piccola cascata o all’esteso canneto o al luogo dove cinque gatti aspettano il loro generoso  gattaro. Quell’ora assume ogni volta un diverso significato e si accompagna a sensazioni diverse se è il turno del sole o del vento, se mi sorprende la pioggia, se mi concentro sul rumore dei miei passi o della natura circostante o se primeggia il suono lieve o pesante dei miei pensieri.
Un’ ora comunque mia, il senso del possesso del mio tempo.
Chi posso incontrare a parte me stessa?
Un casuale buongiorno.

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Nadia Peruzzi: Una sera di fine estate, che si è fatta più fresca dopo il temporale. Nella stradina piccole pozzanghere, che il terreno fatica ad assorbire. Il cielo, verso occidente balugina di sereno. Squarci di bel tempo iniziano a rompere il nero che aveva dominato fino a poco tempo prima. In sottofondo tornano a sentirsi le cicale, ammutolite prima, nel rumore dei tuoni . La signora Dina fa capolino dietro ai vetri, scostando la tenda. Ha sentito dei passi in lontananza. Scarpe zuppe d’acqua si fanno avanti a fatica, scansando buche e pozzanghere  e fanno scricchiolare la ghiaia sul viottolo che corre vicino alle case. Non si vede ancora chi è che sta arrivando, ma la Dina lo riconosce anche senza vederlo.

E’ Franco, il suo vicino, che rientra dal lavoro sempre a quell’ora. Preciso come un orologio svizzero. Cick, ciock sempre più vicino. Cick ciock, arrivato !

 Una breve occhiata alla finestra illuminata, un cenno di saluto. Si sente il rumore della chiave che cerca la toppa, il click dell’interruttore che fa luce nel salotto. Non lo vede, la Dina, ma lo immagina, stanco, mentre entra in casa, si toglie l’impermeabile e si siede sulla poltrona.

Finalmente all’asciutto, finalmente a casa ! 

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Anna Meli: Tappi nelle orecchie per non sentire il russare di mio marito. Così sento il battere del mio cuore insieme al defluire del sangue…è una cosa angosciante. Sfilo i tappi quasi subito e mi viene da riflettere sul tempo che passa inesorabile, silenzioso, non veloce ma costante, proprio come il sangue che scorre nelle vene. Vorrei che questo tempo non passasse senza poterlo vivere momento per momento, senza poterlo assaporare. Così anche  il russare di mio marito diventa cosa sopportabile perché fa parte di una realtà di vita.

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Laura Casati: In estate la nostra famiglia si trasferiva in campagna nella casa degli zii. Spesso  per passare il tempo  stavo alla finestra del salotto del primo piano da dove potevo controllare  il viale alberato. Era un via vai continuo di persone che arrivavano alla fattoria. Quel giorno improvvisamente un rumore mi fece sobbalzare. Stavano arrivando i cugini su un calesse trainato da due pony, i cavallini  sfioravano il selciato con passi veloci e leggeri.  Ai lati del viale tigli rigogliosi spargevano nell’aria tiepida il loro aroma, mentre le cicale frinivano allegramente.

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Roberta Morandi: Sto camminando senza meta, o forse il mio è fuggire? Sono per strada, una strada sterrata, quasi un viottolo, pieno di sassi, un acciottolato ai margini di un campo, il grano è  stato tagliato da poco, le cicale ancora friniscono mescolandosi al ciottolio dei piedi sul selciato, è  quasi buio e tra poco smetteranno. Non ci sono persone intorno, né suoni o rumori oltre le cicale e i passi, strano, come se il mondo si fosse allontanato e mi avesse lasciato solo col rumore dei miei piedi, con le cicale e i miei pensieri. Questo suono che fanno i miei passi si accompagna bene ai pensieri  che albergano la mia mente: non li penso, arrivano da soli, uno dopo l’altro come nel cammino, e non sono silenziosi, non so fermarli e neppure incasellarli o dar loro un senso. Pensieri e passi in libertà. 

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Patrizia Fusi: Camminare lungo una strada di campagna in solitudine, in pace con tutto quello che mi circonda, un fruscio, dalla macchia di rovi accanto a me, vola via rumorosamente un maestoso merlo nero dal becco giallo in un battito di ali.

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Laura Galgani: Estate, tutto scorre uniforme e monotono, persino le cicale si annoiano al loro pigro frinire. Qualcosa ritmicamente commenta biascicando lo scorrere del tempo, senza un costrutto, senza un perché. Siamo spettatori di una scena senza racconto, di suoni sgradevoli e meccanici. Ripetitività e noia dominano incontrastate. Uscendo di scena in punta di piedi torno verso la spiaggia e il sole abbagliante.

Passeggiate lente aperte a tutti

uccellare

Le passeggiate a passo lento per le vie dell’Antella a cura  di Archetipo-La Matita per scrivere il cielo- Con Roberta Tucci e Cecilia Trinci

 Sabato 10 novembre 2018 A piedi per via di Montisoni …. ritrovo ore 9,30 presso Teatro Comunale di Antella 

Una passeggiata tranquilla di circa un’ora verso il Frantoio “L’uccellare” della famiglia François con visita alla villa e al  Museo delle Carrozze, piccolo gioiello privato.

A proposito di Lucrezio al Teatro Comunale di Antella

toloni

Marco Toloni interpreta la prima serata del “De Rerum Natura” di Lucrezio al Teatro Comunale di Antella – idea e regia di Riccardo Massai

A proposito del De Rerum Natura  – di Cecilia Trinci

Se avete pensato che si trattasse di una lettura didascalica per pochi intellettuali filosofi e latinisti avete commesso un errore dei più clamorosi. Quando Riccardo Massai cala sulla scena la sua visione delle cose, la “natura” che si riflette nei meccanismi delle parole, quando apre all’infinito gli orizzonti delle quinte, quando maneggia effetti impensabili come fosse poesia e aggiunge incontri con personaggi trasparenti che si trasformano in figure che passano attraversando lo spazio del nostro sentimento, allora, qualunque sia l’argomento o il soggetto o il titolo, scoppia un messaggio potente nel pubblico.

Questi i prossimi incontri:

Prima diade: il microcosmo

– venerdì 26 e sabato 27 ottobre
Libro I: gli atomi con Marco Toloni

È nel 1418 che in un monastero dell’Alsazia, Poggio Bracciolini ritrova un manoscritto contenente il De rerum natura. L’entusiasmo di umanisti e letterati fu grande al punto che si deve a tale scoperta l’ispirazione botticelliana della Nascita di Venere. Sono, infatti, nel primo libro la celebre invocazione a Venere e l’elogio a Epicuro. Nascita e Morte sono solo aggregamento e disgregamento di atomi da cui è formata la materia eterna: atomi e vuoto costituiscono il tutto infinito.

– venerdì 23 e sabato 24 novembre
Libro II: fisica e chimica con Silvia Guidi

Al centro del secondo libro c’è il tema del libero arbitrio simboleggiato dalla scelta di incontro/scontro che gli atomi producono durante il loro moto irregolare. Ogni atomo è artefice del proprio destino, decidendo durante la propria caduta di entrare in contatto con altri suoi simili e generare aggregazioni. Questa deviazione del moto è un chiaro atto di volontà che può palesarsi nella vita di ognuno, nelle scelte che vengono affrontate quotidianamente.

Seconda diade: l’uomo

– venerdì 21 e sabato 22 dicembre
Libro III: la psiche con Riccardo Massai

Dopo aver evidenziato la differenza fra animo razionale (la mente) e anima irrazionale (principio vitale), Lucrezio afferma che l’intreccio dell’anima con il corpo origina la vita.
La disgregazione del corpo implica la decomposizione dell’anima, rendendo inutile la paura della morte e dell’oltretomba. Concetti fortemente attuali che potrebbero essere stati pronunciati da importanti fisici come Margherita Hack o come lo steso Maxwell dichiarò in una lettera del 1866: «Le parole di Lucrezio sono una così buona illustrazione della teoria moderna, che sarebbe un peccato che significassero qualcosa di diverso».

– venerdì 25 e sabato 26 gennaio
Libro IV: fisiologia e psicologia con Monica Demuru

È il libro che indaga i sensi, di come questi aiutino l’uomo a comprendere la veridicità delle cose. I Simulacra (membrane sottilissime) si staccano dalle cose e colpiscono l’occhio umano dando avvio alla conoscenza. Il libro termina con una spietata critica sull’amore, ancora una volta analizzato con “scientifica poesia”.

Terza diade: il macrocosmo

– venerdì 22 e sabato 23 febbraio
Libro V: la terra con Gianluigi Tosto

Lucrezio si trova alle prese con la creazione, generando il sole, la luna, la terra e infine tutte le forme di vita vegetale e animale, sino alla nascita dell’essere umano con la conseguente organizzazione della società. L’uomo muove i primi passi dando origine al linguaggio, alla religione, sino alla scoperta dell’arte.

– venerdì 22 e sabato 23 marzo
Libro VI: meteorologia e geologia con Valentina Banci

Tuoni, lampi, fulmini, terremoti ed eruzioni vulcaniche: i fenomeni atmosferici sono agglomerati nocivi da cui derivano le pestilenze. Il sesto libro pone l’accento sulle malattie e i morbi che diffondono morte e distruzione sulla terra, e termina con la descrizione della peste ad Atene del 430 a.C, descritta da Tucidide nella Guerra del Peloponneso a cui Lucrezio si ispira per una personale e immortale rappresentazione.

 

 

Torta di mele

LA TORTA DELLA MAGICA SIGNORA – di Dana Carmignani

mele

Mi faceva la torta di mele la mia mamma.
Non è che facesse solo questo. Comandava anche un esercito di cuochi e sottocuochi e camerieri nel ristorante di mio padre. “ Nel mio ristorante!” diceva lei, e aveva ragione perché se non ci fosse stata, mio padre non avrebbe potuto far niente.
Nella versione lavorativa avevo avuto modo di vederla quelle rare volte che ero andata a Milano, ma era in quella versione casalinga che non l’avevo vista mai.
Per fortuna o per sfortuna mia, capitò in quel tempo, che nonna si facesse male e fosse impossibilitata a muoversi, e da Milano arrivò lei per accudirla nel periodo di ripresa.
Era difficile con quel lavoro che potesse mancare all’appello, di solito a turno venivano altri membri della famiglia, ma in quel momento no, quella volta arrivò in tutta la sua dolcezza e io per la prima volta nella mia vita capii cosa si provava ad avere una madre.
Non che fosse meglio di quello che provavo con nonna, era però diverso quell’amore, e pur se lei rimanesse, fedele a se stessa e alla persona schiva e distante che era, io finalmente percepii ciò che tutti al mondo dovrebbero percepire: la sicurezza. Era quella sensazione che mi meravigliava , che riempiva un vuoto che finalmente capivo che c’era stato, solo perché poi lei, solo con la sua presenza l’aveva riempito.
Mi bastava, non volevo altro. Quel benessere, quella sensazione di compiuto mi faceva star bene. Non c’erano carezze o baci o grandi abbracci fra me e lei. Non ci potevano essere, la frattura del distacco era stata dolorosa per entrambe e le ferite non si sarebbero rimarginate mai, ma c’era la sua presenza silenziosa, c’erano accortezze per me nuove.. trovare i panni puliti e stirati..un bicchiere di latte portatomi quando stavo studiando..l’essere svegliata ancor prima che suonasse la sveglia.. e poi il suo fare gentile, tenue tranquilla , mi sentivo tanto in colpa io ad essere così diversa, così irruente e animosa, lei nemmeno la sentivi arrivare, ma sentivi il suo profumo ovunque.
Sentivi anche entrando in casa, l’odore delle torte che faceva. Una abituata come lei a mettere a tavola cento persone al giorno non aveva problemi a cucinare quel poco a me e nonna, sicchè era un continuo sfornare prelibatezze che sapevano di buono solo a pensarle.
Eran certe sberle di torte che nemmeno una pasticceria, in quel fornino della stufina di nonna,tanto che non mi capacitavo come riuscisse a tirar fuori la delizia che poi veniva posizionata sulla madia e che io affettavo a tocchi prendendomene in mano un pezzo e scappando come al solito, a mangiarmelo verso il rio. Era magia pensavo!
Arrivavo alle tre del pomeriggio, facevo già le superiori, e spesso la trovavo proprio intenta a quel lavoro…sul tavolo di marmo in cucina fra burri, farine e mucchi di mele.. dovessi dire la ricetta… non la so, ma se volete fare quella torta, dovete seguire i dettami dell’amore più che dell’arte culinaria.
Farina a fontana quanto non si sa, quanto basta.. uova diverse.. latte…zucchero.. burro..un pizzico di sale..lievito… lei ce lo metteva perché non erano delle crostate secche, ma morbide e saporite… poi mele tante, fatte macerare in precedenza con lo zucchero e il liquore… lavorava l’impasto come l’impasto della crostata, e lo posizionava con quelle mani così simili alle mie, nella teglia, che ancora adesso uso, esattamente come si mette appunto in quel classico dolce.. sopra le mele scolate, e poi ancora sopra le famose striscioline a griglia… dopo sfornata, rifiniva con marmellata pure quella fatta da lei.
Dosi… non so nemmeno quelle, perché l’amore non ha dosi.. e ciò che lei impastava in quelle torte era tutto ciò che non mi aveva dato e avrebbe voluto darmi… sicchè se fate la torta della magica signora, mettetecene tanto di amore… mettete il vostro, mettete anche quello che non avete mai avuto… impastate con farina e burro e zucchero le dolcezze che vi son mancate, e donatele a chi gli tocca, ma anche a chi non se lo merita, a voi stessi soprattutto, come un abbraccio che vi dovete, anche solo per riuscire a vivere.
Inutile dire che mai più ho mangiato squisitezze simili, nemmeno son mai riuscita a farne di uguali.. la magia mia madre se l’è portata con se, perché anche quella volta tornò via come sempre, lasciandomi con un gran dolore, ma al contrario di quando ero piccola, lasciandomi consapevole di una realtà di me stessa spessa e forte, che mi avrebbe permesso di superare le mie mancanze, ma soprattutto consapevole che l’amore esiste e si esprime in tutti i modi, persino in una modesta, ma magica…torta di mele.

Il Marinaio

Marinai – di Cecilia Trinci

 (Il Marinaio di Giampaolo Talani)

Hanno sempre i piedi nell’acqua. Può andar bene anche la pozza di un catino, giusto per sopravvivere. Perché hanno acqua di mare nelle vene, stelle tra i capelli di corda, e lo sguardo lontano, oltre i contorni.  Stanno anche in porto. Sì, anche per molto tempo, quando fuori non si può uscire o non trovano compari adeguati per tirare le vele e l’ancora è sul fondo senza una barca che tenga il vento. Oppure la tempesta  infuria. Ma il marinaio non è mai del tutto sulla terra, anche quando cammina, un po’ dondolando, inventandosi  l’equilibrio su una base immobile che non trema, anche quando pensa e trova storie che prima non c’erano. E’ con te ma non c’è, ti ascolta ma sta attento alla voce del vento e appena il sussurro cambia, sparisce improvviso, come non fosse mai esistito. “Ma come fanno i marinai con questa noia che li uccide addormentati sopra a un ponte in fondo a un malincuore…..” Ma come fanno a resistere? Anche perché “ma come fanno i marinai a riconoscere le stelle sempre uguali sempre quelle all’Equatore e al Polo Nord…”? Sarà per questo che stanno a fronte in su e guardano dove tu non riesci e tu arranchi sempre sotto, ai loro piedi, lontano? Possono andarsene in qualsiasi momento, appena il profumo annuncia la bonaccia e la sera si veste di rosa pallido.

All’improvviso possono partire e sparire perché “che cosa gliene frega di trovarsi in mezzo al mare, a un mare che più passa il tempo e più non sa di niente ……(De Gregori, “Ma come fanno i marinai”)