Sbattere

Sbattuto sui sassi – di Patrizia Fusi

Mi sento stordito, non mi rendo conto di dove sono, sento l’acqua che mi batte sul corpo, una danza rumorosa mi colpisce violenta,  lentamente guardo quello che mi circonda, sono sotto una grande scogliera, sento i rumori  e la risacca del mare con i suoi ciottoli che batte contro la riva, ho il corpo dolorante sono stato sbattuto come i sassi anche io.

Piano piano riprendo il pensare, ricordo quando il barcone ha iniziato ad affondare, urla scene di panico, io che inizio a nuotare, tanta fatica, non sento più le gambe, è la mia fine? Entro in un buco nero.

Un flebile raggio di sole mi riscalda un po’ il corpo, penso dove sono gli altri ce l’avranno fatta? Dove saranno……. dolore, paura.

Felicità di essere vivo.

Scricchiolare

Arriva l’inverno – di Tina Conti

Le giornate si erano fatte più corte, la temperatura cominciava a calare, la notte era veramente freddo.
Nella piccola casa vicino al castagneto bisognava organizzarsi per l’inverno.
Il gatto bianco passava ormai quasi tutto il tempo in casa  acciambellato sulla seggiolina bassa anziché godersi il sole sulla panca davanti alla stalla come faceva nella bella stagione.
Era tempo di proteggere dalla pioggia la catasta di legna per il camino, nella dispensa le provviste serbevoli dovevano essere controllate e appoggiate sulla paglia.
Quest’anno le mele erano venute piccole ma sane.
Si poteva anche seccarne un po’  dopo averle infilate tagliate a rondelle nello spago e appese vicino al focolare.
Pere, cachi e sorbe  erano sistemati incesti e cassette ben in vista, in  quanto si deterioravano più facilmente.
Il castagneto era stato generoso e tutto il raccolto venduto al mercato: il denaro poteva  servire per le tante necessità della famiglia, c’era sempre qualche imprevisto e si doveva essere accorti
Anche in casa c’erano lavori da fare, arnesi da riparare, cesti da ricostruire.
Il materasso del letto, svuotato e ripulito, aspettava di essere riempito delle fresche foglie di granturco che erano state seccate al sole dell’estate.
Le foglie scricchiolano, frusciano  fra le abili mani del nonno, che le aggiusta e sposta cercando di dare armonia al lavoro.
Con un grande ago viene ricucito il bordo finale, si lascia una piccola apertura per le modifiche future.
I  bambini di casa aspettano con impazienza il momento del collaudo, con salti e capriole, sotto uno scricchiolio festoso si darà una forma compatta al nuovo materasso.
Per molti giorni anche sotto le coperte si sentirà il rumore delle foglie secche.
Gli scricchiolii accompagneranno  sonni e veglie fino alla primavera .


La corsa del carretto

Non era un gioco da femmine – di Stefania Bonanni

Non era un gioco da femmine. Piuttosto una specie di stupida prova per dimostrarsi uomini, a vedere l’importanza che davano alla faccenda tutti i ragazzetti di quell’età. Che, a dir la verità, non ricordo proprio quale fosse, anche se certamente era cosa da poco più che bambini.

Era prova difficile, così dicevano. Di certo l’organizzazione partiva da lontano. Dalla costruzione con assi e chiodi di una specie di piccolo lettino, oggi si potrebbe dire un gokart di legno, che si guidava con un “timone” che consentiva solo svolte improvvise e totali, e viaggiava sulla strada per mezzo di certi strani cuscinetti. Per dignità, tralascio di raccontare che tipo di piccoli cuscini pensavo fossero.

Comunque, la costruzione durava parecchio. Ne parlavano dicendo come non fosse mai a punto. Doveva essere perfetto, al meglio delle possibilità, perché era pericoloso. Già, la prova…che era una prova di coraggio. E dopo tentativi vari, nei quali veniva deciso anche l’equipaggio, chi era più adatto a guidare e chi più a stare dietro, si cominciava a sentire che l’avrebbero fatto il giorno tale, e tutti si doveva stare zitti, perché nel caso l’avessero saputo in casa, sarebbero stati sculaccioni e divieti di uscire. E non se ne sarebbe più fatto nulla.

La partenza era dalla Casa del Popolo. A razzo, in discesa.

Il carretto attraversava la strada statale, e questo era il pericolo grosso, quel momento che faceva trattenere il fiato, poi imboccava la strada in discesa che, dopo una curva a gomito, spianava verso l’Arno.

Oltre le grida, gli accidenti, qualche parolaccia, si sentiva lo skrasht skrasht dell’automobilina  sui sassi della strada sterrata, poi lo skrasht diventava più fitto, più scivoloso, più veloce, poi un rumore netto, per la curva. E sempre, sul rumore dei sassi, confuso a quello, mescolato, lo strusciare dei sandali che cercavano disperatamente di frenare. La corsa consumava scarpe, piedi, calcagni, a volte anche ginocchia. Il carretto era come le farfalle, quando era pronto, durava poi per una sola impresa. Onore al carretto.

Stacciare

Fagioli e carezze – di Anna Meli

Era una stanza grande quella dove Lorenzo, vecchio contadino, si ritrovava per battere e poi vagliare i ceci o i fagioli. Io spesso andavo là perché di quella stanza mi piaceva l’odore gradevole delle mele che stavano ammucchiate nel soppalco messe da parte per l’inverno, e poi era rassicurante vedere questo vecchio rugoso, cinto di un grembiule blu che, una volta separati i fagioli dalle bucce, li metteva in uno staccio e maneggiandolo avanti e indietro toglieva i residui fini facendoli riemergere puliti, bianchi come i dentini di latte dei bambini.

Erano pronti per essere trasferiti nel sacco di tela che aveva accanto a sé. Il movimento dello staccio mi rilassava, sembrava scandire il tempo, mi dava tranquillità.

Ogni tanto Lorenzo stanco si fermava, con le sue grandi mani, accarezzava quasi con amore quei fagioli bianchi. A volte mi raccontava come con essi aveva sfamatola sua famiglia, perché diceva che erano il “magro dei poveri” e i suoi figli, dei quali era orgoglioso, erano cresciuti sani e forti.

Cellofan rosso

Il regalo più bello – di Carmela De Pilla


Aveva pensato a tutto: ognuno doveva ritrovare nella casa gli stessi oggetti che aveva lasciato l’anno precedente.
I letti erano pronti, sul suo aveva messo la coltre, quella bella, rossa da una parte e rosa dall’altra, il salotto, trascurato per quasi un anno aveva ripreso vita e la cucina, semplice e modesta stava respirando il calore di una famiglia ritrovata.
Anche quest’anno insieme, il tempo non aveva cancellato nulla.
La stanchezza accumulata in quei giorni non la rendevano affaticata, aveva il solito sorriso e quella luce negli occhi di chi sta già assaporando il desiderio di averli ancora una volta lì, nella sua casa.
L’aria di Natale pervadeva le stanze e avvolgeva le piccole cose che lei con cura rimetteva ogni anno nel solito posto.
Il piccolo albero nell’ingresso e il presepe la preparavano agli abbracci.
Immersa in quest’atmosfera sembrava più giovane, invece il tempo era passato, era passato per tutti, ma ancora di più per lei che sentiva il peso di una vita sofferta.
Ma oggi no, non poteva essere triste, avrebbe finalmente riabbracciato i suoi tre figli tanto amati nella propria solitudine
Eccoli, festosi e sorridenti; prima gli abbracci poi le tante domande poi un piccolo regalo per lei.
Era un pacchetto abbastanza grande, avvolto in un “cellofan” rosso, lo prese timidamente, non era avvezza ai regali e lo appoggio’ sulle ginocchia.
Le sue mani ruvide e contorte dal duro lavoro incominciarono a danzare su quella carta provocando un suono senza ritmo che rendeva ancora più piacevole l’attesa.
Sembrava divertita e continuava a suonare alzando di tanto intanto gli occhi verso di noi.
Un ultimo scricchiolio ed ecco l’atteso regalo: un libro di fiabe.
Lo strinse al petto, ci sorrise poi con voce commossa ci disse:- Grazie.
Aveva fatto solo la terza elementare, la mamma, ma quando la vidi prendere di nascosto un mio libro di letteratura, troppo difficile per lei, capii che quel libro sarebbe stato molto gradito.

Angolo delle curiosità e dei modi di dire

L’amico Andrea Bettarini ci dona questo racconto che è anche un piccolo gioco letterario. Mentre faceva delle ricerche sul modo di dire “a uria” trovò altre informazioni che lo portarono altrove, da cui…..

Un giorno mi passò per la testa di pubblicare questo breve racconto:

Questaè la storia di un re che per la conquista di nuove terre per il suo popolo e per la brama di grandezza mosse guerra alla città vicina cingendola d’assedio. Dal sicuro della sua reggia seguiva le operazioni militari condotte dal fedelissimo generale Obai. Tra i migliori guerrieri aveva schierato le trenta guardie del corpo delle quali faceva parte il devoto Iuar. Un mattino, all’alba, il re Vidad svegliatosi salì sul giardino pensile dal quale poteva godere della vista della sua città avvolta ancora dal torpore notturno. Il suo sguardo fu attratto da una bellissima forma femminile che, nuda, faceva il bagno aiutata da una giovane serva. Il re Vidad volle sapere chi era quella donna che lo aveva incantato. Gli fu risposto che si trattava di Aebasteb moglie del guerriero Iuar. Il re mosso dalla brama di possesso fece condurre Aebasteb a palazzo, manifestò alla donna il suo ardente desiderio, e Aebasteb, obbediente, si concesse al suo sovrano. Qualche tempo dopo Aebasteb si accorse di essere incinta, e della cosa fece partecipe re Vidad. Il re pensò di risolvere il problema concedendo al fido Iuar una licenza in maniera da potersi riposare dalle fatiche della guerra e poter giacere con sua moglie e far ricadere su Iuar, con l’inganno, la maternità di Aebasteb. Iuar rese grazie al suo sovrano per la licenza concessa, ma espresse il desiderio di rimanere ospite della guardia reale e non raggiungere sua moglie. Motivava il suo intento ritenendo ingiusto godere degli agi di casa mentre i suoi compagni pativano enormi sofferenze sui campi di battaglia. Il re Vidad, visto fallito il suo progetto ricorse a un espediente ancora più infame. Dette a Iuar un messaggio da consegnare al generale Obai al suo rientro nei territori di guerra. Il messaggio recava un ordine perentorio: Far combattere in prima linea Iuar, e nel culmine della battaglia, abbandonarlo in maniera che diventasse facile bersaglio per il nemico. Fu così che nell’attacco sferrato alle mura della città assediata il valoroso Iuar rimase isolato e fu ucciso. Il re Vidad, dopo il consueto periodo di lutto si unì in matrimonio con Aebasteb. Il ” Grande Spirito ” dio di quel popolo che nutriva grande ammirazione per re Vidad, si sentì offeso dal comportamento del suo protetto e volle punirlo. Il bambino, frutto della relazione adulterina, poco dopo la nascita si ammalò gravemente e, nonostante tutte le cure e gli sforzi disposti del re, morì…… La storia non terminò a questo punto. A chi ha avuto la pazienza di leggere fino a qui  la facoltà di concluderla a modo suo.

Qualche giorno dopo:

Questa è la storia di un re…….. Cominciava così il mio ultimo racconto breve. Con un po’ di divertimento, che mi sono concesso, ho cercato di depistare i miei amici lettori. Perdonatemi non c’era assolutamente malizia. Il racconto è tratto fedelmente dalla narrazione biblica della storia di re David. Fino a poco tempo fa conoscevo David come un povero pastorello eletto dal Signore per essere la guida del Popolo di Israele. L’intrepido giovane aveva sfidato il gigante Golia annientandolo col solo uso di una fionda. Figura eroica luminosissima  tanto da divenire simbolo, nella Repubblica di Firenze, di virtù e coraggio, contro i potenti nemici di allora. Recentemente ho letto nel secondo libro di Samuele che re David non era poi quel campione di virtù che fino ad allora avevo conosciuto. Ripeto il racconto è fedele alla narrazione biblica. Per imbrogliare un po’ le carte i nomi dei protagonisti li ho anagrammati, nulla più. Inutile dire che per chi vuol sapere come finì la storia, è bene rifarsi al profeta Samuele, senza dubbio persona certamente più autorevole del sottoscritto.

Terza passeggiata lenta per le vie di Antella

Verso Bàlatro con la guida di Roberta Tucci e la collaborazione di Patrizia Fusi

Racconti tra storia recente e storia più lontana l’antica Casa del Popolo con il suo teatro, le vecchie botteghe, il passato antifascista tipico di questa frazione di accesa fede comunista, le innovazioni dei sindaci coraggiosi soprattutto nel mondo della scuola, la famiglia FINZI, illuminata e aperta, il paesaggio splendido sotto un cielo tenue di dicembre e poi ricordi personali, nonni, fantasmi e……………tutto in  compagnia sempre piacevole

Brusìo

Contatti – di Vanna Bigazzi

Ascolto la radio, che bella musica! Mi lascio rapire dalla sua armonia, ne godo e mi sento in pace con me stessa: ne assaporo il ritmo lento, la delicatezza del suono. Ad un tratto si interrompe: un brusio anonimo, discontinuo, la sostituisce in modo brusco. Peccato! Subito la mia mano corre al cursore nella speranza di ripristinare quella melodia. È un blocco che genera ansia, come accade nella vita quando di colpo perdi la tua dimensione: qualcosa ha infranto il tuo equilibrio, tutto ti appare grigio come il brusio. Cerchi, cerchi,  perdendo la speranza; hai bisogno di ritrovare te stessa, non reggi il livello ansioso, potresti crollare…ma la speranza non ti molla, non puoi rimanere divisa. Il tuo istinto insiste, ti aiuta a ricongiungerti con l’altra parte del sé.

Il regalo di Natale

Regalo di Natale – di Mirella Calvelli

Il grande pacco troneggiava accanto all’albero di Natale, allestito con cura come ogni anno dall’estro della mamma.

Le mani della ragazzina bionda, strappano impazienti la meravigliosa carta lucida verde, brillante e, all’interno, di un argento accecante.

Non sta ferma quella carta, parla, guizza, soffocata dal lungo nastro di raso rosso,  che stanco e molle cade ricoperto  da una quantità infinita di paglia finta.

Sicuramente anche lei, la paglia, è reduce da qualche altro cesto natalizio, solo è ben conservata perchè quel meraviglioso riciclo lo ha eseguito la mamma, che non butta via nulla!!

Poco importa, se la carta è la testimonianza di qualche Pasqua fa e i nastri sono i ritagli del suo lavoro. E’ lei l’artefice minuziosa.

Il resto, la sorpresa è del babbo. Osserva impaziente, con le mani affondate nella giacca di tweed, dall’alto della sua magrezza.

Mentre l’investimento economico, è della nonna Lolla, che ride sorniona afflosciata sul divano.

 Un’associazione perfetta: idea, impegno, sorpresa e partecipazione economica. Che team!!

A distanza di oltre 40 anni la ragazzina ricorda  la corsa in garage, dopo aver afferrato la piccola chiave nera nascosta in quel laborioso sarcofago.

Gioiva, salendo e scendendo ripetutamente da quello splendido “Ciao” bianco. Rigorosamente di seconda mano, ma meraviglioso, agghindato a festa con gli stessi nastri rossi.

Al piano di sopra, intanto si parlottava e si riponeva la carta e tutti gli accessori, chissà quale sarà la loro prossima destinazione?

La faccina rossa, incorniciata dai lunghi capelli biondi, festosa, li ritrova tutti e tre entusiasti e sorridenti.

Li ringrazio ancora dal profondo del cuore, adesso che se ne sono andati, per l’infinità di sorprese e attenzioni nei miei confronti.

Vorrei riaverli tutti insieme e far scartare loro qualcosa di speciale.

Ma forse di speciale, è stato il fatto di essere stati insieme in alcuni momenti delle nostre vite, ognuno con il proprio ruolo, ognuno con le proprie  sorprese e ognuno con il proprio stupore.

Cespugliare ovvero andar tra cespugli

Una gita “infernale” – di Luca Di Volo

Eravamo partiti entusiasti e baldanzosi…Qualche bello spirito un po’ di giorni prima aveva proposto una specie di passeggiata a piedi, così parlando: Perché non si va, partendo dalla pista del Campolino (ai piedi dell’Abetone n.d.r), costeggiando l’Orrido di Botri per poi arrivare a Montefegatesi in Garfagnana? Se ci venite vi assicuro uno spettacolo mozzafiato..” E noi accettammo..

Vedremo poi quanto fosse grande l’incoscienza sua e nostra, ai limiti dell’irresponsabilità.., ma eravamo giovani, niente pareva superare le nostre ambizioni. Quindi,via….

Già la partenza (un pullman ci aveva portato lì e ci avrebbe ripreso dall’altraparte)..già la partenza, dicevo, dava un cattivo presagio: il sentiero era tutto in salita, e che salita..Per forza, mi dicevo, si parte dal basso di una pista da sci..era prevedibile, però, speranzoso, pensavo: vedrai, guadagnata la cima poi, il terreno sarà tutto pianeggiante…manco a dirlo, per pianeggiare il sentiero pianeggiava..,ma in che modo..irregolare, interrotto da burroncelli, fossatelli, pozzette d’acqua..uno spiritoso venne fuori con una battuta: ora non ci mancherebbero che le sabbie mobili..” Fu accolto con freddezza…Ahi, l’entusiasmo stava pericolosamente scemando, i piedi pestavano il suolo che rispondeva col frusciare dell’erba secca  dell’inverno privato della neve…ma alla fine si giunse al famoso “Orrido”..E qui ci sembrò che le nostre fatiche avessero avuto il loro premio: una visione orrifica stranamente attraente: una specie di fascino perverso….Il panorama poteva evocare quello delle Malebolge di dantesca memoria..infatti il solito professorino ci confermò che proprio a questo Dante si era ispirato per creare quel luogo infernale di delizie. Effettivamente, nella sua terrificante e struggente bellezza quello spettacolo poteva portare ad altri mondi e anzi, davvero, trasportarci “giù nel mondo perso..”

Ma lasciati quei luoghi e i tristi pensieri, illudendoci che ormai il peggio fosse passato, fu presa la rotta per la destinazione finale. Ma il peggio non era proprio passato, anzi, doveva ancora venire: appena varcata la conca di Botri, si erse contro di noi un muro di canne intricate, con cespugli ad altezza d’uomo, tanto che i compagni si persero subito di vista. Io, infatti, mi ritrovai all’improvviso da solo in questa specie di giungla nostrana, a mio parere non meno maligna di quella vera, anche se non c’ero mai stato. Mi aprivo la strada allargando la sterpaglia con mani e braccia, quasi un nuotare in un elemento improprio; la sensazione non era brutta, sul principio, quasi uno scivolare dolce in un’altra dimensione. Ma presto le illusioni svanirono e la fatica la vinse su tutto. I pensieri allora cominciarono ad andarsene in giro, in maniera indipendente, quasi onirica: evocarono l’Anabasi di Senofonte e agognai quando anch’io avrei potuto esclamare “thalatta, thalatta” (Il mare! il mare!) ,anche se il mare era lontano parecchi chilometri..e poi la casa, il calore, il comodo divano, lontane e irreali..e capii quali erano le cose che importavano davvero…Caddi, mi rialzai, poi ricaddi..Quando alla fine quasi senza fiato scorsi uno squarcio d’azzurro, con l’ultimo residuo di energia uscii sotto il libero cielo..i campanili di Montefegatesi, come giganti misericordiosi, accolsero un pellegrino che non stava più in piedi ma era diventato molto, molto più saggio.

Stivali e foglie secche

Stivali rossi tra le foglie – di Roberta Morandi


È  una splendida giornata di fine estate, quasi autunno, quando l’aria è più  fresca ma non ancora frizzante, il cielo è  di un rosso pacato, non violento, che quasi vorresti affondarci le mani. È quel momento in cui le foglie dei platani non sanno se staccarsi e planare delicate a terra o aspettare ancora un poco. 
Ecco, il viale è già pieno di foglie di tutte le sfumature del rosso e dell’arancio, e altrettante sono ancora attaccate, ed altre ancora sono lì,  appese, in attesa di un soffio di vento che aiuti la loro incertezza.
Una ragazzina coi suoi stivali rossi, beata di quelle scarpe di gomma tanto attese con cui può  scalpicciare ovunque senza paura di sciuparle, osserva pensierosa quel tappeto di foglie ai suoi piedi, pronto per essere pesticciato e sparpagliato. Si muove e inizia piano piano a smuovere quelle foglie tirando dei calcetti, ma piano, senza fretta, assaporando ogni gesto; il rumore le piace e la interessa, allora prova a scalciare più forte e via via si lascia prendere la mano, anzi il piede, dall’emozione immensa di correre scalciando quelle foglie rosse e non ancora morte, provocando quello stropiccio (ci vorrebbe un accento sulla i ma non lo trovo). E corre, e scalcia, e le foglie scivolano sotto i suoi piedi.
Poi di colpo si ferma. Davanti a lei due grosse scarpe e una ramazza. Un omone in  tuta gialla le sta davanti  con le braccia conserte, e la guarda.


Fruscìo di pannocchie

Nel campo di granturco – di Nadia Peruzzi

Nel campo le pannocchie erano una punteggiatura di giallo. Toni caldi, colore  su colore. Le foglie un po’ riarse sfrigolavano ad ogni tocco. Cercare un sentiero in mezzo a quella distesa, era quasi impossibile, eppure era necessario.

Laura aveva un appuntamento in quel pomeriggio assolato. Luca la aspettava al vecchio pioppo, l’unico che aveva una piccola radura tutto intorno.

Era il loro posto segreto. Era difficile da trovare in quel mare di mais che arrivava così in alto da coprire la luce del sole una volta che ci si era immersi dentro.

Era in ritardo Laura, come sempre. Così ora le toccava correre facendosi spazio con le mani per allontanare le grandi foglie. Foglie fra i capelli, foglie attaccate alle vesti a strattonarla, foglie che si rompevano in mille pezzi una volta che le scarpe le sfioravano o le schiacciavano.

Non fu facile arrivare a destinazione.

Il sentiero, già stretto, spesso lo perdeva ed era costretta a fermarsi, cercando un altro varco per poi ripartire con passo lesto.

Ad un certo punto avvertì lo stesso rumore arrivare dalla sua destra. Un fruscio, uno sfrigolio, un macinare di foglie secche, come quello che aveva accompagnato la sua corsa.

Capì che anche Luca stava arrivando e non era così lontano dalla radura.

 Lo immaginò ansante, sudato e con quel suo ciuffo castano incardinato in mezzo al blu profondo dei suoi occhi, mentre si sedeva per riprender fiato appoggiandosi al tronco.

Con emozione pensò ai momenti che avrebbe trascorso con lui .  

Il vecchio pioppo, dall’alto, avrebbe osservato paterno i loro baci appassionati.

Caffè d’orzo

La Fata anziana – di M.Laura Tripodi

Arrivava puntuale, alle dieci del mattino.

La signora, che non a caso si chiamava Regina, bussava con un segnale convenzionale: toc toc, toc-toc-toc. I primi due toc distanziati, i secondi tre ravvicinati. Così si sapeva che era lei e anche io avevo il permesso di aprire la porta.

Da sfollata, anche se molto facoltosa, aveva dovuto adattarsi all’assegnazione di una casa popolare, proprio quella di fronte alla nostra, sullo stesso pianerottolo.

Era accompagnata dallo svolazzio e dal fruscio di una vestaglia rossa a piccole fantasie gialle, credo fosse di seta. Ai piedi un paio di  pantofole con il tacco e un ciuffo di marabù sul davanti.

Avrei dato non so cosa per impossessarmi di vestaglia e pantofole.

Regalava alla mamma il quotidiano che aveva già letto. Sulla pagina della cronaca c’era passo passo il processo Raoul Ghiani- GianniFenaroli: un fattaccio relativo all’uccisione di una donna. 

La mamma tifafa spudoratamente per l’imputato Ghiani che invece fu condannato all’ergastolo. Leggeva sempre con molta attenzione l’evolversi dell’istruttoria e se c’era il babbo lo faceva a voce alta, per commentare con lui.

A me piaceva stare ad ascoltare.

La signora arrivava accompagnata anche da una scia di profumo, con il rossetto sulle labbra, le unghie laccate e le dita  inanellate.

Io notavo un gran sbrilluccichio, ma avrei realizzato molto tempo dopo che con uno di quei brillantini la mia famiglia ci avrebbe campato per un bel po’. E comunque ero molto più affascinata dall’insieme. Avrebbe potuto sembrare una fata anziana, ma io sentivo sempre un certo disagio quando entrava a casa mia. Come se la differenza fra la mia realtà e quella che lei impersonava si tramutasse in un abisso colmo di diffidenza.

Lei si sedeva, tirava fuori il pacchetto di Nazionali e si accendeva una sigaretta. Ho ben impresso nella mente quanto brillassero i suoi anelli quando strofinava il cerino sulla scatola.

Quel personaggio faceva parte del mio quotidiano, ma era lontano da me anni luce e lo vivevo ogni mattina come qualcosa di incomprensibile e straordinario.

Lei andava dalla pettinatrice (chiamava così la parrucchiera) una volta a settimana, aveva la sarta che le cuciva i vestiti (a Fiesole. A volte portava anche me), la lavandaia che le lavava i panni (la Serafina), era separata dal marito e quando usciva aveva in testa sempre un gran cappello. Anni cinquanta: un altro mondo.

Lei però non era spocchiosa. Faceva pesare la sua differente condizione quel tanto che fosse percettibile, ma non offensivo. A me e mia sorella qualche volta faceva dei regali.

Ricordo quel Natale quando con gli occhi spalancati aprimmo quel pacco che conteneva due ombrelli identici, di quelli con gli spicchi colorati. Non so quanto tempo siamo state a scrutare il cielo sperando che piovesse. Ai miei fratelli che erano molto più grandi di me,  prestava spesso i gialli Mondadori e le settimane enigmistiche con ancora qualche cruciverba da fare.

A volte ci invitava a vedere la televisione, ma dovevamo portarci le sedie da casa.

La sua, di casa, era uno spettacolo. Io ho un ricordo molto preciso del mio disagio: mi sembrava che come mi fossi mossa avrei fatto danno, che io ero quanto di più fuori posto potesse esserci in quell’ambiente.

Però la mia era  una famiglia molto modesta, ma tre volte tanto dignitosa. Credo che questo sia stato un dogma che mi ha accompagnato per tutta la vita: modestia, coraggio, onestà, testa alta e si va avanti.

,…………E comunque la signora Regina, tutti i giorni, alle dieci in punto del mattino, bussava alla nostra porta per gustare il caffè della mamma fatto di orzo mescolato a Vecchina.

Carta che scricchiola

Regalo di Natale – di Sandra Conticini

Tutti gli annivicino a Natale la solita storia… Voglio fare il cesto natalizio con caramelle cioccolate e dolci vari per i bambini poveri della parrocchia, ma quel foglio di cellophane trasparente mi fa sempre arrabbiare,  non sta fermo, si muove e scappa da tutte leparti.  Lo accortoccio, faccio una palla e lo butto via. Ne prendo un altro sperando di avere più fortuna, ma dopo averlo piegato varie volte e sgualcito decido di buttare via anche questo, chè sembra un dono riciclato. Al terzo tentativo andato male, decido di mettere tutto in una busta di carta colorata, con un bel fiocco rosso e di portarlo così, tanto sia bambini che adulti guarderanno il contenuto e non la confezione!!!

La voce nella radio

La Lola – di Rossella Gallori

Il gruzzoletto era lì, malcelato dall’unico paio di calze di pizzo bianche, accanto al sottabito di nylon nero, tanto simile a quello della mamma, erano il  frutto del mio lavoro, a 15 anni lavoravo già da un anno e quel poco che avevo mi sembrava tanto,  ma l’ importante era che fosse sufficiente.

Quindi avevo deciso di farlo…e lo feci; mi informai da colleghe più grandi, chiesi in giro, San Lorenzo, era un mondo a parte, un mondo che io poco conoscevo, ma della Lola parlavano tutti, proprio tutti, dal barrocciaio, alla contessa…la Lola era una sensitiva, cioè dicevano che lo fosse. A  me,sinceramente sembrava più  una prostituta di terzo livello, messa in pensione dopo lunga  ed intensa attivitá, ciondolava su alte scarpe di vernice verdi, dal tacco rivestito di pelle mangiucchiato dalle pietre dei vicoli, un cappotto di casentino bianchiccio, stretto in vita da una cintura piatta e larga a mò  di vestaglia, al collo una macabra stola di pelliccia intignata, con una testa di volpe dall’ occhio di vetro, completava la “mise” un cappello di feltro nero, con la penna rossa….no, no non era invitante, la Lola, ma di lei si raccontava tanto, per lo più si parlava del suo mettersi in contatto con i morti attraverso un’ immensa radio.

Andai, con le gambe tremanti, il cuore in gola, avevo chiesto un paio d’ore libere…una visita medica come scusa, e la certezza che con i soldi ce l’ avrei fatta, volevo risentire la sua voce, il colore del suo amore per me, avevo paura di dimenticarlo, quel babbo amato, non avevo avuto il tempo di salutarlo, di dargli un bacio, erano passati già più  di cinque anni. Ì soldi nella tasca della gonna di jeans, la speranza nella mia testa…feci gli scalini a due a due e non vedendo il campanello, bussai …l’ odore di minestrone era forte, il buio era pesto, pesante, forse le persone erano tre o quattro, una lama di luce filtrò dalla porta cigolante, ed apparve ĺei, struffellata   e diafana, per magia la radio si accese…..smisi di respirare ed ascoltai…quanto gracchiò quella radio, sembrava sputare, non trasmettere, ogni tanto si  udivano frasi sconnesse e sommesse, no la voce non era quella del mio babbo…no capii che l’ avrei riconosciuta tra milioni…

Quanto costò la Lola, e quante lacrime versai, quando mi sembrò di riconoscere nel secco fruscio, la voce del Semboloni, il ganzo della Lola,  lattaio di via Dell’ Amorino…piansi sulla mia stupidità, sulla mia ingenuità, sulla mia solitudine di adolescente, rividi i miei fogli da mille affogati nel seno della  Sensitiva e piansi, piansi ancora…..

Schiuma

AUTO – LAVAGGIO – di Laura Galgani

Si era persino messa gli stivaloni da pioggia, quelli neri di plastica, per dare l’impressione di voler fare sul serio. I gettoni erano caduti nella monetiera con un rumore sordo, e lei aveva meccanicamente premuto i pulsanti per il primo step: acqua e sapone.

La lunghissima e steccuta lancia metallica, fredda e sottile, moderno animale sputacchiante, aveva iniziato a rumoreggiare buttando fuori un getto d’acqua saponosa, che con una considerevole forza andava ad infrangersi sulla carrozzeria della sua auto sporca, fangosa. Teneva la lancia sfoggiando convinzione e determinatezza, quasi professionalità: prima il parafango di plastica, poi il cofano inzaccherato dalle deiezioni appiccicose degli storni, poi il parabrezza lurido di polvere dello sterrato di campagna, il tetto stondato, il lunotto posteriore e giù, fino al paraurti.

Ci metteva una gran lena a dirigere quel getto d’acqua grigiastro e bolloso. Troppa. Via via che passava e ripassava sulle varie parti dell’auto non poteva fare a meno di accompagnare ogni gesto con un gemito di fatica, che però non era solo quello; era anche rabbia. Sì, rabbia. Impotenza, rabbia, dolore. In quella macchina si erano amati, tante volte. Oramai, quanto tempo fa? Prima con tenerezza, poi con passione, alla fine per abitudine. Cercava, con quella schiuma, grigiastra e mutante, di cancellare i ricordi, ma non era facile. Soprattutto, cancellare i lividi dalla sua pelle e dalla sua anima le riusciva davvero impossibile.

Non si rese conto che i gemiti di fatica erano diventati gemiti di dolore, acuti, forti. Piangeva, senza nemmeno saperlo. E continuava a dirigere quel getto d’acqua sulla lamiera, sui vetri, sulle ruote, per cancellare il passato.

D’improvviso il getto si fermò, l’animale metallico si fece silenzioso.

Lei si sorprese ad ascoltare lo sgocciolio dell’acqua sul cemento. Tirò su col naso, le lacrime salate se le sentì in bocca, e le fecero piacere. Pensò che con l’auto pulita valeva proprio la pena di andare da qualche parte, fare un viaggio dove avrebbe sempre voluto. Da sola, però. 

Radio e amicizia

Incontri – di Chiara Bonechi

Si ritrovavano il sabato sera, erano un gruppo di amici affezionati.

La casa che li accoglieva non era sempre la stessa, cambiava secondo la disponibilità di ciascuno, si offriva caffè, dolcetti e vini liquorosi.

Era diventata un’abitudine molto bella, impegni diversi che potevano capitare venivano collocati possibilmente in altri giorni della settimana perché nessuno voleva rinunciare al rito del sabato sera.

Quella volta l’incontro fu fissato in casa di Lina per ascoltare storie lette alla radio.

Nella sua ampia taverna aveva conservato un vecchio apparecchio, un parallelepipedo ingombrante, in legno marrone con tasti dorati.

“Prima metto il caffè” disse, “poi ci mettiamo in ascolto”.

La serata si preparava diversa, poteva sembrare un evento come ai tempi dei nonni.

Intanto le chiacchiere fra amici creavano un certo brusio, poi quel rumore inconfondibile che dalla moka si sprigiona insieme al profumo del caffè, li pose in attesa.

Che buono il caffè!

Il suo sapore rilassa e, mentre si gusta, prepara all’ascolto.

La vecchia radio viene messa in funzione, un mano sicura cerca la stazione, è il momento dei racconti ma si sente solo un fruscio, la manopola viene mossa a più riprese, il cursore scorre, si passa da una stazione all’altra, il fruscio non cessa e si alterna ad uno scoppiettio.

Qualcuno non si fida, vuole provare e riprovare, è difficile arrendersi e rinunciare dopo l’attesa.

La stazione non si trova, il fruscio continua, lo scoppiettio pure e la storia per quel sabato è svanita.

Bazar

Potere del potere – di Carla Faggi

Mia madre aveva un negozio bazar dove vendeva un po’ di tutto, anche giocattoli.

Sono quindi nata e cresciuta in un negozio di balocchi.

Inutile dire che la supervisione la facevo sempre io!

La preferenza la davo alle bambole, quelle con i capelli lunghi e morbidose,  bambole che non avevano età.

Poi arrivò Cicciobello, bambolotto bebè e poi la Barbie, bambola adulta.

Non mi piacevano, preferivo le bambole bambine.

Adoravo pure i camioncini, i trenini e le locomotive di legno. Tutti da trainare.

Da bimbi imparavamo a camminare, poi a trainare e poi a costruire con il lego.

Poi arrivarono i trenini e le macchinine di latta ma con il motore a batteria. Già non mi piacevano più.

Non dico la mia disapprovazione quando arrivò jeeg robot e gli eroi di guerre stellari!

Però erano pubblicizzati dalla tv e andavano a ruba, con grande gioia di mia madre e mio notevole disappunto.

Durante il carnevale il negozio vendeva bombettine, manganelli, maschere e coriandoli.

Non ho mai amato il carnevale, non mi piaceva mascherarmi e avevo paura delle bombettine e delle manganellate. I maschietti a quell’epoca erano tremendi, se ti prendevano di mira ti massacravano.

Io però ero abbastanza fortunata perchè se mi riconoscevano dicevano: no, a lei no! sennò non ce li vende più!

Eh già! Potere del potere!

I privilegi di chi conta!

Comunque continuo a non amare il carnevale, troppa confusione, troppo caos! In fondo io sono una light…e come dico sempre…delicata e fragile!