La notte fa ancora molto freddo

“ SE NON CAPISCI, SORRIDI, MA SE CAPISCI E TI FA MALE, ABBI ALMENO IL BUONGUSTO DI NON PIANGERE” – di Rossella Gallori

…..Ecco questa, era una delle  sue frasi più frequenti…ecco, questa era mia madre, una madre che ho capito troppo tardi ed amato con difficoltà…era sempre, vaga, con gli occhi persi in un cielo di stelle gialle, sembrava volare, non essere mai del tutto  con me…ora, solo ora ho capito chi era Giulia, e se le storie iniziano dalla fine, torno a pochi mesi fa, una manifestazione alla Sinagoga, il relatore pronuncia una frase in  ebraico ed io insieme a pochi altri, rido, qualcuno accanto a me mi domanda se conosco la lingua, io nego ma so benissimo che parlano dell’ asino di Isaia….

Allora mia madre mi ha parlato in “ bagitto”  ma quando? E perché non continuare a farlo, è una lingua che non so, ma a tratti comprendo….e mi rivedo sulle scale del Tempio, io e quei bimbi un po’ parenti che mi chiamavano la Rossella goy che poi non era  una offesa, sentivo  la voce di Federico cantare per il Dio di tutti, guardavo quella lapide che mi sembrava immensa, e pur non sapendo leggere, individuavo il nome del nonno ed a voce alta dovevo dire “ MAI PIU’”. Credo che mia madre mi imponesse di gridarlo, niente segno della croce un piccolo sasso  e via…..così mi veniva detto e così facevo, per il quieto vivere, per restare nel sogno, si perché via Farini era il bakalom (sogno) , e l’ Immacolata l’ obbligo …tutto questo solo per me!

Perché la mamma, dopo la scomparsa ad Auschwitz  del padre, la separazione da altri famigliari, e la perdita del suo bimbo “ MESSO AL MURO PRIMA DI NASCERE”, ha vissuto un lungo sonno, un risveglio lento e frammentario, un calvario silenzioso e logorroico al tempo stesso ed allora venivano fuori i TANTO CI PORTAN VIA TUTTI…..IMPARA A STAR SOLA FORSE CE LA FAI…..LO HANNO PORTATO VIA PRIMA AMICI POI AGUZZINI A PREZZO PIENO…..

Il suo parlare era sempre rapido, sospettoso, a volte si guardava alle spalle….e non c’ erano mai date, un nome certo, un perché, un per chi…..era successo e basta, ed ero io il suo affannoso e confuso scrigno dei ricordi,  i miei fratelli testimoni dell’ epoca  avevano già dato.

Ma che fine aveva fatto quella quasi bimba ebrea bellissima che vedevo nelle foto del suo matrimonio..nel silenzio di Palazzo Vecchio, nei primi giorni di un funesto novembre del 1938, portatore di leggi razziali, crudeli ed ingiuste….

Un matrimonio d’ amore il suo, non di comodo , si è vero mia madre non fu deportata ma è stata “sopravvissuta “ fino alla fine dei suoi giorni….faceva finta di non ricordare, ne nomi né luoghi, chi la nascose le restò amico per sempre, ma io non ne seppi mai il nome….

Sapere, voleva dire rischiare e se quel matrimonio ci aveva obbligato ad esser cattolici, lei  ci volle  anche praticanti, mi volle praticante! ….

Poi  tirava fuori il suo umorismo yiddish  e diceva “ NEMMENO UNO, CON IL NASO GIUDEO ,NE HO FATTO DI FIGLI….GLI EBREI UNSONMICA BANANE CON IL BOLLINO”  e rideva con il pianto in cuore.A volte si parlava dei Palermo, dei Viterbo , dei Milano….”TUTTI IN FUMO,ERA IL COMMENTO,NE SONO RIMASTI UNO…DUE…FORSE.       

Quando scoprii che un parente aveva un numero sul braccio mi rispose che era il numero di telefono, che Raoul aveva perso la memoria, un giorno, in un posto…poi la vidi correre in bagno ed uscirne quasi sorridente, si giustificò dicendo “ le salsicce crude sai..” aveva vomitato l’anima.

Mia madre rispettava le regole a modo suo scegliendo le migliori ed  ignorando le altre, mi parlò anche di un giorno in cui si può, in forma ufficiale, rinunciare a chi non si ama più! O a chi ti ha fatto del male, cancellare  qualcuno con il permesso di Dio….chissà se era vero, o era un’ altra delle sue invenzioni. Come quando mi portò al catechismo con una catenina d’ argento (D’ORO NO SE NO CE LA PORTANO VIA) con la stella di David ed il crocefisso …ed io vidi sbiancare suor Mariapia che farfugliò:  signora lei bestemmia ….poi sbiancai io quando la mamma rispose : NO  BESTEMMIA LEI PERCHE’ DISCRIMINA….e  voltò il sedere a quella donna” che: PARE UN MERLO CHE CAMMINA SUL GHIACCIO CON QUELLA TONACA..

Si, di discriminazione io ne ho sempre sentito parlare, ma da entrambe  le parti: cattolicaaaa…ebreaaaa…ricordo solo le amorevoli, ma non troppo, botte sul capo, quando pendevo, a suo vedere, più da una parte che dall’altra “ SI E’ NEL GIUSTO QUANDO SI VA AVANTI SENZA MANZERUD  (cattiveria).

Mamma, mamma non mi hai fatto capire mai del tutto la tua tragedia, mi hai confusa un po’ di più e di certo non ne avevo bisogno….dicevi che era un mondo MANZER (bastardo) ho capito troppo tardi….la lingua, il dolore….che stranamente non sembrava mai odio ma fatalità…

Questa è una lunga meghillà ( storia ) difficile da raccontare…che finisce nel 2005 quando in un febbraio freddo e piovoso arrivasti tu a casa mia alle tre di una quasi alba…scalza in camicia da notte…con la borsa…la foto dei tuoi strinte al petto: BOMBARDANO !!! E tuonava, CI PORTANO VIA, SON TORNATI… e c’era solo un grosso camion sotto la sua finestra, NASCONDI LA BAMBINA….

Ed altri pezzi del tuo puzzle mi tornarono in mente…quando dormivi vestita e non era per il freddo, quando mi facevi camminare scalza per non far sentire a quelli del piano di sotto che eravamo in casa.

Ti asciugavo il capo, in quel mattino infausto, con  le mani rattrappite dal freddo, tu non piangevi sembravi sorridere, ed io sapevo già cosa fare….LA VITA È UN CERCHIO PORTAMI LÀ….VOGLIO FINIRE CON LA MIA GENTE….  E ti ho portata la, ma già non c’eri più….Casa Sadun ti ha accolta e protetta, con un rabbino o una cosa simile che il venerdì ti portava il kiddusch e sabati interminabili oziosi e magici, e  tu eri già: NEL VENTO LI RITROVO….. NON NEL FUMO… dodici mesi dopo ti ho sepolta con il tuo lenzuolo.

Ora capisco mamma, non sorrido e mi prendo il diritto di piangere.

SE NON CAPISCI SORRIDI MA SE CAPISCI E TI FA MALE…….SCAPPA…questa era un’ altra versione O FORSE LA MAMMA  PREVEDEVA IL FUTURO.

Passeggiata a S. Quirico a Ruballa

Sotto un cielo magico, con la guida di Roberta Tucci, abbiamo risalito a piedi la strada che sale verso Osteria Nuova. Camminando lentamente, il paesaggio acquista toni sconosciuti: si percepiscono odori, suoni, particolari e punti di vista a cui non siamo abituati, neppure quando conosciamo bene la zona. In compagnia poi il cammino è più leggero e piacevole. Così arriviamo tutti insieme a S. Quirico, accolti da Alberto Casini, padre del sindaco Francesco che apre le porte di un mondo pieno di arte e di antiche competenze. A fianco della chiesa il laboratorio di falegnameria che appartenne al padre.

Da https://www.echianti.it/chiesa-di-san-quirico-a-ruballa/

La chiesa risale al XIII secolo ma è probabile che una precedente struttura esistesse anche intorno al 1000. Le più antiche documentazioni risalgono al 1286 quando ne era rettore il prete Buono. In origine fu un patronato della famiglia Cappiardi, che nel 1314 donò i diritti della chiesa ai Peruzzi, il cui stemma si trova ancora sulla facciata e all’interno della chiesa.

L’aspetto attuale deriva dal radicale restauro effettuato nel 1758 dal parroco Gabbuggiani. In tale occasione furono realizzate le decorazioni a stucco, gli affreschi alle pareti e l’altare maggiore, piccolo gioiello settecentesco di marmi policromi. Nel 1763, terminati i restauri, fu consacrata e elevata a prioria. All’interno vi sono numerose opere d’arte ottimamente conservate. All’altare maggiore un crocifisso di scuola giottesca databile verso il 1330, restaurato nel 1988. Ai lati di questo due grandi affreschi sormontati dallo stemma dei Gabbuggiani, raffiguranti l’uno la guarigione del cieco nato e l’altro l’ultima cena di ignoto pittore del Settecento. All’altare di destra una Madonna col bambino e San Giovannino di Domenico Puligo (1520 ca.), mentre in quello di sinistra vi è una tela attribuita a Francesco Curradi che rappresenta Sant’Antonio Abate con San Sebastiano, San Filippo e San Zanobi. Nella sagrestia una tela raffigurante il martirio di San Quirico e Giuditta anche questa attribuita al Curradi (1570-1661) e un crocifisso ligneo proveniente dalla Villa L’Apparita di Sopra. Nella chiesa vi è anche un organo del XVIII secolo, una Madonna trecentesca, un reliquiario del XVI secolo. Il fonte battesimale è del 1958.

Qui sono stati trasferiti, dal 1977, l’archivio e gli arredi della parrocchia di San Lorenzo a Montisoni, che comprendeva opere di grande valore.

Cosa intendi fare della tua unica vita?

Un dono di Riccardo Massai: una poesia di Mary Oliver, poetessa statunitense che ha vinto il National Book Award e il Premio Pulitzer. Nata il 10 settembre 1935 e morta il 17 gennaio 2019, due giorni fa.

GIORNO D’ESTATE

Chi ha fatto il mondo?

Chi ha fatto il cigno e l’orso bruno?

Chi ha fatto la cavalletta?

Questa cavalletta, intendo, quella che è saltata fuori

dall’erba,

che sta mangiandomi lo zucchero in mano,

che muove le mandibole avanti e indietro invece che in su e in giù

e si guarda attorno con i suoi occhi enormi e complicati.

Ora solleva le zampine chiare e si pulisce il muso, con cura.

Ora apre le ali di scatto e vola via.

Non so esattamente che cosa sia una preghiera;

so prestare attenzione, so cadere nell’erba,

inginocchiarmi nell’erba,

so starmene beatamente in ozio, so andare a zonzo nei prati,

è quel che oggi ho fatto tutto il giorno.

Dimmi, che altro avrei dovuto fare?

Non è vero che tutto muore prima o poi, fin troppo presto?

Dimmi, che cosa pensi di fare

della tua unica vita, selvaggia e preziosa?

Una pagina privata: dedicata a Leone (e non solo)

A Leone – di Cecilia Trinci

Lo so, non potete vedere la Luna come la vedo io, che pure stando in basso, con le mie zampette piccole, sfiorando la terra sentendone il profumo, seguendo ogni gobba e ogni radice che affiora,  so com’è la luce che fa, riflessa nel bosco della notte. Un bosco che è un campo tra le case, lo so, non è il vero bosco dove sono cresciuto da piccolo, ma ora è questo il mio mondo di avventure.  Lo so che voi siete in casa, la notte, e vi fanno paura le ombre e i fruscii delle foglie e i silenzi improvvisi popolati di vibrazioni. Lo so, avete paura e avete paura anche per me. Anche io ho paura, lo sapete? In certi momenti in cui il pericolo ha il profumo dell’ora fatale, in cui ho davanti un nemico veloce e alla spalle la vostra cucina, la vostra luce soffusa di televisione e di pace. Lo so, ho paura, potrei pure scegliere, perché sono libero, libero sempre: davanti c’è la lotta, la rissa, il dolore, le unghiate cattive, il rotolarsi tra l’erba per un diritto di passo, per una gatta in calore, per un anfratto che ognuno di noi rivendica.  Ma non posso tornare, non posso cedere. Almeno non subito. Dopo tornerò a cercarvi, al di là di quel salto sul muro che divide l’umano dal felino, la casa dall’avventura. Dopo tornerò e già sento in bocca il sapore dei vostri bocconcini appetitosi, delle scatolette che andate a cercare per i miei gusti sofisticati. Dopo verrò a cercare le vostre copertine di pile, le vostre carezze, le vostre certezze. Mi piace sapere che ci siete, al di là di quel ramo che mi fa da scalino, al di là di quel muro che è mio. Perché è mio certamente. Come è mio questo campo di stoppie, come è mio questo torrente che cresce o che scende secondo le stagioni, come è mio questo cielo infinito sopra di me. Tutto il mondo è mio, lo so. E’ mio anche il vostro tremare per me, mi dispiace, Umana che mi ami e che io amo, perdutamente, che tu stia in ansia, ma ti giuro, non posso. Non posso dimenticare i secoli di vagabondaggi, di umori, di linfa, di tracce, di odori che sento scoppiare in questo mio piccolo naso da pelouche di seta, non posso, mia adorata Umana. Se mi ami capiscimi, ti prego e non abbandonarmi. Non dire mai “tanto è solo un gatto!”.  Non sono solo un gatto, ma il Dio della Notte e anche il Dio del tuo cuore lo so. Troppo belli i miei occhi di smeraldi selvaggi, troppo bella la seta del mio pelo, troppo bello il fascino delle mie fusa all’improvviso, sono un dono per te, Umana, lo sai, per dirti “Ti voglio bene!” e te lo voglio anche se troppo forte è il richiamo della notte. Sto facendo uno sforzo proprio perché ti amo, e di giorno rimango con te, su questa coperta sognante, ascolto i tuoi passi, ti sento presente, assaggio i tuoi pranzi…..ma dopo…dopo…..no guarda la sera si veste di luci sottili, di riflessi suadenti, senti? Ci sono anche voci lontane, laggiù, nel campo. Mi chiamano i topolini che scappano, mi chiamano i passettini dei merli, mi chiamano i fruscii delle erbe, mi chiamano, mi chiamano, lo senti Umana che flauti, che concerto di sogni, che sfumature di canti?  Ascolta! Non senti lo so, senti solo il rumore delle parole. Io però ascolto e corro, corro via. Ma sento anche le tue parole, non dubitare sì….starò attento. Ok ti sento Umana con i tuoi pensieri. Starò attento, tranquilla. Starò attento e non ti dimentico. Ti porto con me nel mio campo. Ti farò vedere la Luna attraverso i miei occhi di sogno. Aspettami!

I suoni delle parole – Sussurrare

Sussurrare di Franco Bellio

Sussurrare non equivale soltanto a parlare piano: è familiarità, intesa, complicità, condivisone dei più reconditi segreti, preghiera da far esaudire, sicurezza della reciproca comprensione, evidenziazione di quanto ci unisce, impegno a non farci dividere. Sussurrare dolci parole infine è la più dolce musica per chi parla e per chi ascolta…

Sussurrare di Laura Casati

M sussurrava all’orecchio il suo amore quando ne aveva voglia e non aveva bevuto. Io lo guardavo ed andavo in brodo di giuggiole. Però non era sempre così, c’erano giorni in cui l’alcool che aveva bevuto era veramente troppo ed allora mi gridava a squarciagola: sei stronza.

Sussurrava parole d’amore all’orecchio ma spesso gridava oscenità.

Sussurrare – di Patrizia Casati

Sussurrare, la metto vicino a sussultare come suono ma così diversa come parola. Sussultare- sussulto, una persona per un qualcosa sussulta, di colpo, all’improvviso, fa un sobbalzo; ed ecco invece sussurrare, parlare pianissimo quasi impercettibile fra due persone. Cosa si diranno?Pettegolezzi? parole dolcissime da far rimanere in eterno felici!

Sussurrare – di Patrizia Fusi

Camminare lungo la riva del mare, il sole al tramonto disegna sull’acqua una lunga striscia rossa e luminosa.

I gabbiani arrivano sulla spiaggia planando come aquiloni, a cercare residui di cibo lasciati dai vacanzieri.

L’onda dell’acqua batte dolcemente la riva con un leggero sussurrare come per accompagnare la fine del giorno.

Sussurrare di Sandra Conticini

Ricordi, in mezzo a tutta quella confusione che c’era al concerto di Lucio Dalla riuscisti a sussurrare parole che ancora oggi non riesco a dimenticare. Le porterò sempre nel  cuore e con loro te. Quelle parole sussurrate erano  i nostri sogni e i nostri segreti per la  vita insieme.

Sussurrare di Stefania Bonanni

Piano piano, appena si sentiva uno strusciare di dentini, mentre con la bocca vicina al mio orecchio, scostandomi i capelli, dicevi : “Peesseeee….” e ridevi, ed io non capivo, ma ridevo, e tu ricominciavi a sussurrare “pesse, pesse”, ed io ti dicevo “non ho capito”, e tu ripetevi, ancora e ancora.

Dolcissimo sussurrare. Parole da cuore a cuore, da non capire.

Sussurrare di Rossella Gallori

Parlare,  gridare, sputare, uccidere, bestemmiare, lo sport dell’ uomo, dell’essere umano …poi ti fermi, hai finalmente paura e cerchi e tra i cerchi trovi chi ha voglia di sussurrare….in quel momento vivi, ami, apri gli occhi ed accarezzi il viso di chi ti è accanto, baciando i suoi sogni.

Sussurrare di Mimma Caravaggi

Sussurrare una parola dal suono dolcissimo, non può che abbellire una frase scialba senza significato. Se qualcuno mi sussurrasse qualcosa in un orecchio ne sarei felice perché penso che il sussurrare porti sempre a qualcosa di bello, dolce, intrigante. Sussurra parole dolci a qualcuno e l’avrai in pugno a vita.

Echi e risonanze

A pochi giorni dal Natale, Roberta Tucci ci ospita e ci accoglie presso l’Oratorio di Santa Caterina proponendoci un’esperienza di echi e risonanze tra gli affreschi e i colori con una canzone che, secondo la tradizione popolare, racconta in breve la storia della santa.

https://drive.google.com/file/d/1ATwbhZ0rPIBCNSAAF4PW5PP0-A4SonMK/view?ts=5c1e8c6b

https://drive.google.com/file/d/17ZWMYlNpOn6sKuRWMH0HyUo2yBnmsKob/view?ts=5c1e9012

Crepitare

FIAMMA VORACE – di Laura Galgani

L’aveva già visto almeno tre volte, ma mai da solo. Quella sera era seduto sul divano, con i piedi appoggiati sul tavolo basso di cristallo, di design, così freddo ed elegante, il vuoto accanto a lui.

La scena in cui la pellicola inizia a prendere fuoco, con un crepitare violento ed irrefrenabile, proprio non la sopportava. Le fiammelle arancioni e blu si levavano da quelle grandi ruzzole, prima piccole e insignificanti, che sarebbe bastato un panno buttato sopra per spegnerle, poi sempre più alte, voraci, distruttive, rumorose.

In un attimo tutta la cabina di regia era in fiamme, e anche le pizze dei film, che tanto avevano fatto sognare il bambino protagonista del film e anche lui, da spettatore. Gli sembrò che quelle fiamme lo prendessero da dentro, alla bocca dello stomaco. Un’emozione forte, lancinante, salì dai suoi organi interni, avviluppò il cuore come una fiamma vorace, si arrampicò alla gola, e gliela strinse quasi soffocandolo, finalmente arrivò al suo volto, che si contrasse in uno spasmo per liberarsi poi in un pianto dapprima sommesso, poi rumoroso, lamentoso, ma libero!

Mentre in TV l’incendio divampava e tutto intorno si faceva fiamma, lui piangeva, finalmente. Piangeva l’amore finito, la casa vuota, freddo il loro letto. Riuscì a spremere fuori un bel po’ del suo dolore. Non tutto, sapeva che sarebbe tornato, come la marea riporta l’onda sulla riva prima asciutta. Ma il sollievo c’era.

D’un tratto una musica sommessa e dolce invase la stanza. Si lasciò andare a quelle note, al desiderio di dilatare il respiro e riportare un po’ di pace dentro di sé.

Gli sembrò che il soffitto non esistesse più, e sopra di lui brillasse uno spicchio di luna in un cielo sereno.

Ancora una volta “Nuovo cinema Paradiso” gli aveva regalato qualcosa.

Strascicare

 LEGNA A STRASCICO – di Elisabetta Brunelleschi

Uno dei passatempi delle zie e della nonna era andare a far la legna nel bosco. Io ero felicissima quando, col permesso della mamma, potevo andare insieme a loro.

Per il bosco loro indossavano gli abiti più vecchi che avevano e si attrezzavano con corde più fini e più spesse, borse di tela mezze rattoppate.

Si partiva di buon passo e attraverso campi e balzi si giungeva velocemente alla Cipressaia. Il bosco più bello, allungato quasi sulla sommità della collina, che, nonostante il nome, era composto in maggioranza da pini e quercioli, mentre i cipressi ne segnavano solo i lati confinanti con la strada e le piagge. 

La prima tappa era nella pineta, ombrosa profumata. Lì ci si fermava e si riempivano le borse di  pine. Perché servivano per avviare il fuoco, con una pina e un solo fiammifero subito la fiamma si sprigionava e andava a propagarsi alla legna accanto. Molte pine erano rosicchiate dagli scoiattoli e le zie non le raccoglievano:

– Non sono buone e nulla!

Ma io mi divertivo a metterle nelle mia borsetta.

– Prendile, prendile, tanto bruciano lo stesso – Mi diceva la nonna.

E io le afferravo a una a una, piano, senza far rumore, nella mai realizzata speranza di vedere almeno uno scoiattolino.

Riempite le borse, si passava alla ricerca di rami e frasche e per questo ci si spostava dove c’erano le querce, perché:

– Il legno dei pini non èbuono a nulla, una fiammata e via, per far parecchia brace ci voglio querce e olivi!- così sentenziavano le zie.

Trovati i rami si passava a tirar fuori dalle tasche corde e cordini per legare in fastelli il prezioso bottino. Poi cariche di fastelli e borse ricolme di pine, si riprendeva la via di casa. A me di solito veniva affidato un fastellino, lo preparavano proprio per me: piccolo, leggero, poco ingombrante.

La nonna nel bosco stava bene, si vedeva che era contenta. Lei di solito taciturna e ombrosa, tra i pini e le querce della Cipressaia, chiacchierava e canticchiava. Aveva una voce limpida e cristallina. Mi indicava le piante del bosco e di ognuna diceva il nome. Ogni volta non tralasciava di prendere la ginestra, perché, diceva:

– Può far comodo nell’orto, per legare qualcosa-

Una volta che avevano portato solo una corda, usarono i tralci di ginestra per legare i fastelli.

La nonna raccoglieva anche strani sterpi duri e appuntiti e un giorno li nominò:

– Sono rimbrentani! Di maggio fanno i fiori –

Infatti, in primavera, quei bassi arbusti si riempivano di fiori rosa, i cui cinque petali erano tutti grinzosi, come se qualcuno li avesse stretti in una mano e poi lasciati andare.

Da adulta ho poi scoperto che il rimbrentano ( e la nonna chissà dove avrà pescato quello strano nome) altro non è che il cisto della specie incanus.

Ricordo che un giorno passammo quasi di soppiatto dal campo del Colle. Doveva essere fine marzo, perché ai piedi degli olivi c’erano i resti delle potature: rami e frasche di misura diversa, proprio adatti per un fuoco con braci consistenti e durature.

Ne prendemmo una decina e via via le zie li legavano a due e a tre dal lato più grosso. Tutte, io compresa, impugnammo i tronchi e li portammo a strascico fino a casa.

I miei tronchi, per quanto corti e non molto grossi, richiedevano comunque un grande sforzo, per tirare e tirare. Ogni tanto ricordo che dovevo cambiare presa, il palmo della mano bruciava e sudava. Dovevo fare attenzione alle buche, ai dossi e a non rimanere impigliata nei rovi. Ma era un gioco, un correre volentieri, con il vento che batteva sul viso.

Tirando e tirando dal campo alla viottola e alla strada nelle mie orecchie entravano ogni volta  rumori diversi: il fruscio leggero dell’erba, lo strofinio sulla terra nuda della viottola, il rotolio dei sassi, il suono secco del legno sulla strada liscia.

Finalmente a casa la legna veniva riposta in un ampio magazzino che loro chiamavano stalla, perché in tempi remoti aveva ospitato la cavalla. La pigne andavano a riempire grandi cassette e i rami restavano appoggiati al muro in attesa di essere segati.

Nella mia lontana infanzia ho trascorso così alcuni sabato mattina o domenica pomeriggio. Unendo l’utile al dilettevole: raccogliere legna da ardere nell’inverno e svagarsi nel silenzio profumato di resine del bosco della Cipressaia.

Rumore croccante

Rumore croccante – di Patrizia Fusi

Una piazza piena di banchi, che mostrano  varie mercanzie, tanti rumori, odori, profumi, l’aria tiepida d’autunno.

Oggi si spera che sia una giornata fruttuosa per l’incasso, sto iniziando il mio lavoro.

Nel macchinario che produce il croccante ho inserito tutti gli ingredienti, zucchero mandorle e acqua.

Mi lascio andare a sentire il rumore della macchina, il profumo di dolce vainiglia e di zucchero caramellato mi entra nelle narici, per me è sempre un odore gradevole anche se da tanti anni che faccio questo lavoro.  Io sono addetta alla preparazione dei croccanti, il mio compagno alla vendita e a fare lo spiritoso con i clienti, cerca di invogliare a comprare offrendo degli assaggi.

È sera tardi è andato tutto bene, siamo stanchi ma decidiamo di andare al cinema all’ultimospettacolo.

La poltroncina mi accoglie, mi rilasso, il film mi piace, ha una bella colonna sonora e il tutto mi rapisce.

Scalpiccìo

Scalpiccìo di passi e pensieri  – di M. Laura Tripodi

Tirò fuori dalla tasca il bigliettino con l’indirizzo. Non era il suo primo lavoro, ma il cuore le batteva forte come se lo fosse stato.

Si soffermò davanti a un cancello sgangherato che dava la sensazione di essere aperto e abbandonato da secoli. Se ne stava lì spalancato, immobile e desolato in mezzo alle erbacce, come un’enorme bocca in attesa di cibo. Oltre serpeggiava un vialetto poco curato, ma in cui le piante avevano trovato autonomamente una propria armonia.

Si avviò timidamente, dopo aver controllato per l’ennesima volta il biglietto con l’indirizzo.

Qualche cipresso austero e triste costeggiava  il cammino. Poi l’ombrosità del vialetto si aprì su un ampio cortile. Al centro c’era una vasca con qualche ninfea e a sinistra troneggiava una villa del ‘400. Di fronte un piccolo muretto si affacciava su un podere di ulivi, a perdita d’occhio e più in là Firenze, piccola piccola, ma immensa nella sua magnificenza.

Si fermò impietrita da quel misto di austerità e di bellezza.

Ancora non sapeva che quello sarebbe stato il posto della sua adolescenza e della sua prima giovinezza.

Le era sembrato di non aver udito alcun rumore fino a quel momento. Perfino i propri passi le erano sembrati inesistenti. Poi uno scalpiccio frettoloso e subito dopo un abbaiare non amico.

Un mastino napoletano stava correndo verso di lei. Si guardò intorno terrorizzata, in cerca di aiuto.

Poi una voce ferma lo richiamò. “Pirro torna qua! Buono Pirro! Zitto!”

La mamma dei bimbi la accolse con un sorriso, tenendo per il collare un Pirro per niente convinto.

Quando conobbe i bambini subito si innamorò. Fu un amore reciproco, immediato. I rumori e suoni della sua adolescenza furono per molto tempo un unisono con quelli della loro infanzia.

Li riconobbe dopo molti anni, i rumori. Li risentì, li chiamò. Quel giocare a chi tirava i sassi più lontano, dentro la fontana. Quell’inventarsi storie fantastiche fra un cipresso e l’altro, nel vialetto che portava al cancello perennemente aperto. E la sera loro tre intorno alla tavola di un cucinone che aveva visto tante cose. Chiacchieravano, ridevano, si facevano scherzi.

LEI ERA LA TATA.

“Ora basta Lorenzo. Vai a metterti il pigiama. Tu Caterina vieni con me a lavarti i denti.”

“Sì, ma stasera ci finisci la storia di Robin Hood e di lady Marian?”

E il più delle volte si ritrovava uno dei due nel suo letto. Come se avessero concordato dei turni, con aria noncurante e il tepore e la tenerezza della loro infanzia.

Carillon

Carillon – di Patrizia Fusi

 La musica fa apparire una camera, con una scatola magica.

Un letto grande e uno piccolo, le testiere  di metallo scuro decorato con  disegni floreali di vari colori. In un angolo un lavamano con la bacinella, sotto, la brocca e al bracciolo un asciugamano di cotone bianco. Un armadio di legno scuro con delle cornici lavorate in alto e in basso.

 La luce entra nella stanza dalla finestra, un raggio di sole batte sul cassettone, sopra c’è la scatola magica, un loro regalo di nozze.

Salgo sopra la sedia, apro la scatola, il carillon suona la dolce melodia, mentre un piccola ballerina inizia a ballare girando su se stessa.

Magia di violini su ghiaccio

Violini sul ghiaccio – di Franco Bellio

Era il suo modo per disintossicarsi dalla frenesia che gli procurava la pratica ad altissimo livello dello sport  del bob, dopo ore di intenso e faticoso allenamento sulla pista ghiacciata. Per stemperare la carica di adrenalina, che montava in modo progressivo durante le spericolate discese, l’unico rimedio era alla fine quello di rilassarsi sprofondato in una comoda e soffice poltrona-pouf nella sonnolenza ovattata di un isolato chalet in alta quota. Allora, quasi a contrapporre il suono ruvido dell’impatto delle lame del bolide sulla lastra di ghiaccio e dello stridio delle brusche frenate, sentiva il bisogno di farsi ammaliare dalla suadente magia dei violini e soltanto la calma placida di una lenta sonata di pianoforte gli alleggeriva l’animo dalle pressioni della sua precedente lotta sul filo dei centesimi di secondo tra impetuose accelerate, vertiginose discese e curve tanto spericolate da mettere in discussione le leggi della fisica. Potenza della musica…!

Macinare con brio

Macinino da caffè – di Anna Meli

Il vecchio macinino del caffè era lì da tanto tempo e nessuno avrebbe mai pensato di usarlo ancora. Ormai era stato sorpassato da altre modernità, manteneva però un certo fascino di cose antiche e un odore particolare. Se avesse potuto parlare chissà quante storie tristi o allegre avrebbe raccontato.   Il bimbo lo guardava con aria incuriosita:

– Cos’è nonna questo strano aggeggio, a cosa serve, come si usa?

            E intanto cercava di girare la manovella inceppata che non ne voleva sapere di funzionare:

-Lo usavano tanto tempo fa, ai tempi di Cappuccetto Rosso?

-Sì  tesorino mio, proprio a quel tempo! La nonna da piccola si divertiva molto a macinare caffè; girando la manovella i chicchi introdotti in questo piccolo spazio venivano frantumati, trasformati in polvere  che andava a finire in quel cassettino che vedi sotto. A volte per ottenere una polvere più fine si doveva ripetere l’operazione. Mi piaceva molto e mi sentivo utile.

-Posso provarlo nonna?

-Non ho il caffè in chicchi!

-Certo ora fa tutto la Nespresso!

-Allora che faccio? Posso vedere la TV?

-Se ti fa piacere…

-Nonna senti che bella musica, mi viene voglia di ballare e muovermi  con le braccia, con il corpo; mi sento leggero, quasi mi gira latesta, mi piace un sacco!

-Anche a me, amore mio, continua. Ti voglio bene!

Il non sense di una musica per carrozzina vagante

E…. – di Rossella Gallori

Ma quanto era alto mio fratello, e quanto ero piccola …io

…e quel trabiccolino di latta verdeacqua scortecciato! Per le bambole? E chi ce le aveva le bambole…e quelle ruotine di gomma cicciute? Consunte e molto sudicine…

Correvo con il mio scimpanzè nascosto da lenzuolini di piquet rosa cipria, correvo sui sassi, raccontando storie, cantando ninne nanne, a quell’amica di lana  quasi tutta nera, e se una bimba si avvicinava, le coprivo il musino sparuto…e via sulla ghiaia, per non far vedere il mio bimbo imperfetto…mi avvicinavo  alle orecchie che non aveva, sussurrandole: non aver paura, respira piano, non ti piglia nessuno…e via, via di corsa trumtrun troc trac

Si capovolse quella carrozzina…e tutti videro ”Agnese, la mia scimmia senza pretese” e risero …e io piansi…e lanciai sassi…e ripiansi gridando che era mia figlia …e ne buscai da mio fratello…e le lacrime non scesero più, per non dargli soddisfazione, ma corsi via dalla piazza, dai sassi e dalla gente cattiva …e scappai a casa…e mi chiusi in camera con l’Agnese, che sapeva di lana e solo di me, ben stretta al cuore…e tappandomi le orecchie cominciai a sentire meglio ed iniziai a contare chi mi voleva bene…e ci misi poco…poi una musica lentamente bussò alla finestra, già aperta…ma chi suonava…e cosa…e perché…e per chi…e   e   e    e…..

Musica e foglie

Festa di foglie – di Nadia Peruzzi

Il parco lì davanti era una distesa di foglie. Gli alberi, quasi completamente spogli, lanciavano verso il cielo le loro braccia secche e smunte.

L’uomo andava avanti e indietro strascicando le gambe sempre più affaticate. Ad ogni movimento del rastrello il mucchio di foglie aumentava. Rosse, giallo sporco, marroni in cumuli sempre più alti a far contrasto con l’erba che ancora non cedeva il suo verde smagliante. Durava poco l’effetto cromatico, visto che finivano tutte in lugubri sacchi neri ammassati ai piedi degli alberi.

Le foglie secche si rompevano sfrigolando sotto i suoi piedi e sotto il peso dei pesanti sacchi che era costretto a trascinare da un posto all’altro. Era un rumore costante, quasi ritmato ma monotono. Così lo sentiva Luisa, attraverso la grande finestra del salotto che era rimasta aperta per fare entrare i tiepidi raggi del sole autunnale .

Non fu per quello che la chiuse, Luisa. Era per la nebbia che stava scendendo fitta, portando con sé umidita’.

Stava per mettersi al piano e voleva un clima confortevole. Malgrado il fuoco nel camino scoppiettasse, il solo vedere la nebbia l’aveva fatta rabbrividire. Ritrovò un po’ di calore appena si sedette e appoggiò le mani sui tasti. Quasi come se lo strumento le trasmettesse un’energia mista a calore.

Leggera toccava quei tasti, quasi intimorita dalla magia che era in grado di trarne. All’inizio solo esercizio. Note con poca armonia. Qualche sol e qualche la, a mo’ di prova! La base che usava talora come sottofondo si prendeva ancora la scena.

Ma fu per poco.

Il suono in breve, si fece largo, parlava di spazi immensi, di cieli con nuvole che si rincorrevano veloci .

Il salotto non esisteva più, la nebbia fuori sembrava scomparsa.

C’era solo il piano, la sua melodia, le emozioni che la musica era in grado di evocare.

Luisa si sentì in pace con sé stessa per la prima volta dopo un tempo che le era sembrato interminabile!