Rumore di passi di Lucia

Le scale di prova – di Lucia Bettoni

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Due piani
Dalla camera alla cucina
Ogni mattina
Scendere la scala e’ il mio buongiorno
Ogni scalino una prova
Scendo e ascolto:
Toc  il mio piede fa male
Tac  la caviglia non si piega
Toc  non posso piegare le dita
Tac  non posso scendere
         uno scalino dietro l’altro
Toc  non posso e mi devo
          fermare
Tac  per quanto tempo ancora?

Passano i mesi, e poi:
Toc tac toc tac toc tac …

La meraviglia di un passo sciolto
La grandezza di un’azione alla quale non avevi mai pensato e ringraziato

Toc tac toc tac toc tac …

Scendo le scale quasi volando
Un brivido mi attraversa il corpo e mi fa sorridere
Ce l’ho fatta! Ce l’ho fatta!


Quella piccola azione di sempre
Piccola?
Avevo perso i miei passi
Ritrovarli e’ grande
Ringrazio

Tac toc tac toc tac toc ….

Il suono di passi di Luca

Suono di passi – di Luca Miraglia

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Non mi piace per niente essere qui…

Questa branda scomoda, lenzuola che sanno di lavanderia di terz’ordine, coperta che pare un porcospino, odori di sconosciuti che si rotolano nelle rispettive solitudini. E come se non bastasse il continuo andirivieni dello scarpone dello sfigato di turno che deve badare che nessuno faccia casino.

Non mi piace per niente essere qui…

Altri mesi di vita e di notti da sprecare in questa landa abbandonata di stanzoni in comune, cessi in comune, abiti in comune, cibo in comune, in comune la voglia e il bisogno di essere altrove.

Non mi piace per niente essere qui…

Obbligato in un mondo grigio-verde che mi è totalmente estraneo, al quale sono estraneo tra estranei.

Non mi piace per niente essere qui…

Gioco con le parole

Trova altre parole nascoste dentro una, scelta da un elenco dato

Imbambolato – di Gabriella Crisafulli

Chi sono quelle ombre che si muovono intorno?

Credeva di essere sola in quella grande casa, invece c’erano dei personaggi che giravano da ogni parte.

Li sentiva alitare vicini come soffi di vento.

Erano specializzati in ogni sorta di situazioni che impacciavano e complicavano la vita.

Uno se lo trovava ogni mattina davanti allo specchio: una prugna secca avvolta in un groviglio di stoppa che la fissava imbambolata. Risveglio horror.

Poi c’erano Bibì e Bibò che si muovevano lesti tra camera e cucina lanciandosi barattoli e pantofole. Adoravano scherzare ma lei si trovava a confondere il sale con lo zucchero e le babbucce con le scarpe.

Erano proprio specializzati in ogni tipo di situazioni che complicavano l’esistenza. Il suo continuo inciampare e confondersi li faceva sbellicare dalle risa ma anche lei era contagiata dalla loro ilarità.

Poi c’era Mito.

Lui non si faceva trascinare dalle mattane di Bibì e Bibò e dovunque si spostasse se ne stava tutto impettito a sentenziare: “Questo sì, questo no” “Ora tocca alla bimba” “Adesso è il momento della bomba”

E poi: “Tutti fermi e zitti: si fa così!”

Lei si muoveva con prudenza, preoccupata al pensiero di quello che sarebbe potuto succedere al passo successivo. Di sicuro, però, non c’era d’annoiarsi e lo spettacolo si rinnovava e cresceva di momento in momento.

E poi, quando proprio si stancava, c’era ad attenderla quell’ampia e comoda bara color viola, sommersa di piume e di peluches, che l’abbracciava e dove poteva andare a rifugiarsi per sognare.

Giochi con le parole

Trovare parole dentro un’altra, scegliendo da un elenco dato

Appallottolare – Pallina – di Carmela De Pilla

Il suo vero nome era Lisetta, ma tutti da sempre la chiamavano Pallina.

Quando camminava, senza un apparente motivo si fermava guardandosi intorno come se stesse cercando qualcuno poi si appallottolava su se stessa e si rimpiccioliva fino a sembrare una palla.

Diventava tonda e morbida, sparivano le gambe, le braccia e la testa, niente spigoli, niente sporgenze solo una grande palla in mezzo alla piazza e rimaneva immobile abbarbicata a se stessa come a cercare dentro il suo corpo un appiglio a cui aggrapparsi per restare a galla.

-Ora rotola!

-No, no si sgonfia!

-Andiamo a giocare a palla!

Le voci si accavallavano in attesa che succedesse qualcosa poi calava il silenzio e lei, come se niente fosse successo, si alzava, si guardava intorno imbambolata e camminava, camminava…camminava come una vecchia bambola in cerca di se stessa.

Il gioco delle parole

Scegli una parola e trovane altre all’interno

Abbarbicato – di Stefania Bonanni

Che fosse abbarbicato, si capì all’ istante. Apparve sulla soglia un gran cesto di capelli, degli occhi si vedevano i lampi e basta. Una gran barba copriva il collo per intero, e, formando una sorta di punta, sembrava indicare lo stomaco. Praticamente un emulo di Barbablu, per meglio dire, un Barbanera. In sintonia con le chiome degli alberi frondosi. Abbarbicato, come prodotto dalle barbe, le radici, come le piante.

Forse anche la barba cresce con il fertilizzante e l’acqua. Cambia colore con il tempo, come le foglie. Resta da verificare se in quel fitto nascano anche dei frutti.

Su quel volto le radici, le barbe, avevano prodotto  anche piante ornamentali. C’erano cespugli di sopracciglia, tappeti come baffi, lenzuoli erbosi sul petto morbido, piante aromatiche sotto le ascelle, e fioriture spontanee in luoghi segreti, per fortuna segreti.

Le barba-radici non smettevano di riprodursi e si tendevano verso le piante come a chiedere aiuto, come a chiedere di essere riunite alla loro essenza piu usuale.

Non era facile convivere con un essere che si muoveva, guidava la moto, giocava a calcio, ballava, faceva l’amore.

Ogni volta che si appoggiava ad un albero, piccole mani invisibili ad occhio umano, si lanciavano all’ attacco del tronco, sperando di trovare appigli che permettessero l’ ancoraggio, ma per ora non era successo.

Le barbe “umane” non sapevano più che pesci pigliare: rimanere e continuare a crescere avrebbe reso l’ “abbarbicato” un fenomeno da baraccone.

Fecero una riunione: non stupitevi, ora la ricerca ha scoperto che le radici si parlano, e decisero che l’ esperimento era fallito. Gli uomini non possono diventare piante, a meno che non smettano di muoversi.

Gioco di parole

Scopri altre parole dentro un’altra, scelta da un elenco

Accoltellaredi Rossella Gallori

La sala era immensa, diciamo molto grande, le sedie mobili in fila, ruote, tante ruote, ognuna il suo posto, un posteggio per disabili, senza numeri senza righe gialle.

La signora “Oltella” era la regina, senza “re” senza “la” ! Perso il pentagramma, rotto lo strumento, non c’era più musica nella sua testa.

Un “collare” le permetteva di tener su il capo tutto era quasi immobile, solo la sua bocca non conosceva silenzi, qualche “acc” di troppo rivelava un carattere tra il boccaccesco e l’ estroso, ad ogni occasione sfoderava un rosario colorito: “acc” alla suora…

“acc” alla cuoca, “acc” a tutti quanti, se avessi la “coltella” di mi pohero Arsede farei un pulito….

La vecchiaia, invece, aveva  ripulito ben bene lei e quel ricovero dall’aria apparentemente “in” ne era il triste epilogo..

Un piccolo fischio annunciò la tombola: le “cartelle” cadevano, i fagioli ruzzolavano, le ruote cigolavano, c’era fermento!

L’ animatrice iniziò: “tre”

Nessuno segnò il numero, la prima a dare in escandescenze fu proprio “ Oltella” decretando che era impossibile giocare: ma come si fa a cullare ed allattare, si rischia di far cadere bimba e copertina, biberon e ciuccio….ah se almeno avessi preso la culla in casa!!!!!!

Ma quale casa e quale culla erano passati quasi sessanta anni, per gli altri però, per lei, no.

“Lella” era ancora tra le sue amorevoli braccia: gambine di cencio, manine di cartone, visino di palla da tennis, piedini tondi coperti da piccoli pezzi di pulisci occhiali, era lì con lei, al caldo del suo enorme seno, la sua bimba adorata, la sentiva gemere e gli asciugava gli occhibottoni, la vedeva sbavare e le puliva la boccuccia che non c’era.

18!!!! gridò  ancor più forte la signorina!!!!

Oltella  non ne poteva più, tolse il freno alla sua sedia e si avviò quasi correndo senza passi verso la sua stanza, Lella, bimba poco vera,  protetta dal suo amore, meritava il silenzio, la quiete, una ninna nanna, un bacino sul capo di gomma.

La casa di riposo non tacque  un vocìo di: ambo, terno, cinquina invase la sala, veri o presunti che fossero, si mescolavano a sorrisi ed alle chicche.

“Lella”  riposava sogni tranquilli, “Oltella” ignorò volutamente l’ “alt” che annunciava la cena, avrebbe mangiato più tardi…forse…

GIOCO CON LE PAROLE

Cercare altre parole nascoste in un’altra scelta da un elenco

APPARECCHIANDO -di Rossella Bonechi

Si sente fischiare e canticchiare, rumore di vetri e acciai sbattuti, ogni tanto un colpo e un piccolo tonfo.

Chi lavora di là con piacere? È la Nena, che crea APPARECCHIANDO: APPARE improvvisa e sistema veloce, è un APPARECCHIo da guerra casalinga ! Canta, fischia ma non sorride: sia mai che si veda        l’ APPARECCHIo ai denti !!!

Dai Nena, ridi contenta, a noi non ci PARE il vero che tanto ti si vuole bene, ma PARECCHIO PARECCHIO bene.

Giocare con una parola scelta da un elenco

ACCOLTELLARE – di Vittorio Zappelli

Con il caldo usciva dall’acqua fresca e profonda, talmente greve che ci volevano a volte due ragazzi per tirarlo in superficie .

Come attrezzo un lungo coltello che serviva alla bisogna .

I primi fendenti erano di punta per vedere di che pasta era: poi lo si accoltellava per  spaccarlo in tranci .

Cosi’ smembrato dava il meglio di sé soprattutto se  era rosso brillante .

Dopo l’accoltellatura la spartizione ed il consumo, a rinfrescare i presenti, avveniva  presto.

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Giochi di parole

Scoprire altre parole dentro una, scelta in un elenco

APPALLOTTOLARE – di Anna Meli

            Pallottola o palla? Meglio palla, più leggero e giocoso in questi tempi così tragici. Mi piace ricordare gli anni della scuola e quei giochi improvvisati, penso comuni a molti.

            Compiti, interrogazioni tensione che si accumulava, interrompendosi solo al suono della campanella. Uscita l’insegnante, tirato un respiro di sollievo, scoppiava la battaglia delle palle di carta che volavano dirette dappertutto insieme a risatine soffocate. Poi lo strascichio dei piedi di Annibale, anziano bidello amico di tutti, avvertiva l’arrivo del prossimo prof. Un grido” Annibale alle porte” e tutti tornavamo ai nostri posti come se niente fosse, anche se bastava guardare il pavimento per indovinare.

            Appallottolare si può coniugare con diversi significati, direi che è un verbo versatile: a me per esempio viene in mente anche il movimento che faccio mescolando carne trita, uovo e patate per ottime polpette da servire ai miei cari nipoti al ritorno da scuola: mi piace vederli mangiare con appetito. Sono pallottole buone che non dovrebbero mancare ad ogni bimbo di questo mondo ingiusto!

Gioco di parole

Scopri altre parole dentro una che scegli da un elenco

Lampa-Dario – di Stefano Maurri

“Come si chiama questo coso che fa luce” mi continuava a chiedere mio nipote Dario, che non ne aveva mai visto uno.

“Si chiama lampadario”

 “Come me!” “Si come te, soltanto ha cognome Lampa e tu invece ti chiami Cuccurullo”

“E quelle cose che si accendono?”

“Si   chiamano lampadine e sono della stessa famiglia, sono delle nipoti più piccole che stanno abbracciate al lampadario”

“E quella perchè è spenta?”

“ Perché è stata tanto appesa lassù, è stata tanto tempo accesa e ora ha voglia di riposarsi”

Non aveva mai notato i lampadari,  le case di oggi sono illuminate da luci a led e i lampadari non ci sono più.

Un po’ come i nonni che hanno una funzione solo nei confronti dei loro nipoti.

Giocare con le parole e creare un pensiero – 23 ottobre 2025

Gioco del trovare parole nascoste dentro un’altra

Imbambolato – di Patrizia Fusi

Una bambina tiene in braccio una bambola, regalo che la Befana aveva portato.

La bambina riconosce la bambola che la mamma teneva sul letto.

La mamma era stata brava: aveva fatto dei nuovi vestitini, era diventata una bambola carina, ma la bambina capì così che la befana non esisteva.

Era una giornata con il sole, la temperatura era abbastanza mite per la stagione e la bambina decise di uscire con la sua bambola in braccio, quando fu fuori incontrò la sua vicina di casa che gli chiese di fargli vedere la bambola

La bambina si rifiutò e si spostò velocemente, non voleva che la vicina si accorgesse che era una bambola vecchia.

Fu allora che la bambina sentì le difficoltà economiche della famiglia.

Giocare con le parole e creare un pensiero – 23 ottobre 2025

Scegliere una parola da un elenco e scovare, all’interno, altre parole ispiratrici

APPARECCHIANDO LAMPADARIO – di Carla Faggi

Un’ombra si muoveva furtiva, allampanata dalla paura.

Nell’aria c’era un profumo di arrosto ma tutto a Dario appare strano,  mentre nicchiando si avvicina all’ultima stanza. Era tutto apparecchiato, tutto illuminato, il lampadario centrale sembrava un sole, eppure Dario si muove a tastoni come un cieco. Cerca di avvicinarsi alla finestra ma inciampa in qualcosa di rigido. Si ritrova a faccia in giù disteso per terra. Si gira e…inorridisce! Colui che lo ha fatto cadere è…è un corpo…un cadavere!…di uomo, di donna? Non si capisce perché è senza testa!

Cerca di alzarsi e fuggire ma riesce solo a centrare lo sportello del forno, che si apre e…Dario urla, ma dentro c’è…c’è…!!!

Il gioco con le parole di Tina

Macchia – lacerare – frequentarsi

Il mercato di Sant’Ambrogio a Firenze

Amiche in giro – di Tina Conti

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Emma cammina avanti e indietro sul marciapiede, passano frettolose signore con fagotti, pacchi e borse piene di frutta e verdura.

Si sentono voci che reclamano la bontà e la freschezza degli ultimi carciofi e dei novelli asparagi, il banco che si allarga ogni giorno e che prepara panini e prelibatezze fiorentine, stamani ha messo due tavolini con le sedie sopra un camioncino.

Gli avventori si mostrano soddisfatti di quella posizione dall’alto, il proprietario ha guadagnato cinque o sei posti per i suoi clienti e poi, essere lassù crea una bella novità

Emma, riceve una telefonata dalla sua amica Marcella.

 -Dove sei Emma? Non mi ricordo dove abbiamo fissato!

-ti sto aspettando davanti al negozio della Corti

 -bene ,arrivo!

 -scusami, aggiunge Emma, arriverò  con qualche minuto di ritardo, ho combinato un bel guaio, ma penso di farcela in dieci minuti………scusi tanto  signora, non volevo proprio crearle problemi

-ne è sicura? risponde la Signora. Viaggiare con quell’ ombrello sbrindellato, con quelle stecche rugginose sporgenti cosa credeva di fare? ormai il danno è fatto, e mi deve risarcire, guardi che lacerazione alla mia bella gonna di seta.

-certo, certo, ha ragione sediamoci a quel caffè  e accordiamoci, desidera prendere qualcosa?

 -si, si,quando sono agitata mi rilassa solo uno spumantino!

-Italiano o Francese?

 -naturalmente francese……allora, facciamo presto, la gonna come vede è ERMES di seta, l’ho pagata 800 euro e sicuramente non ne troverei una uguale, facciamo 1800 euro e io sarei soddisfatta.

 -via signora, sia ragionevole, la gonna è vecchia.

 -vecchia? ma come si permette, e poi faccia attenzione con quel bricchino di caffè, non vorrei  che combinasse un altro guaio.

 -le faccio un assegno  di 900 euro e così  penso di averla risarcita a modo.

 -metta giù quella mano, vede che sta rovesciando il caffè sulla mia maglia? Ma da dove viene, che sguaiata che  è

 –scusi, scusi, sono mortificata, mi devo essere emozionata, io vengo dall’Antella, ho appuntamento con  un ‘amica, accordiamoci lei mi sta aspettando.

 -bene, lacerazione gonna, macchia che non so se ne andrà sul golfino di Cuccinelli, facciamo 2000 e salutiamoci.

Marcella, ha seguito la scena da lontano e si avvicina all’amica

– Emma ma cosa è accaduto? avevi appuntamento con me, chi è questa signora?

-si sieda con noi, dice la Signora,   faremo in un attimo, ma, io la conosco, è la signora della bottega di ricami in Portarossa.

 – Si! si!,  sono Ferrini, la riconosco anche io, ci frequentavamo spesso in passato

 -che peccato  che avete chiuso il negozio, io ci venivo spesso , ho fatto regali  a tutti gli amici sparsi per il mondo, la qualità era ottima e poi che fantasia.

 -si! si!, mi ricordo di lei  molto bene, mi ricordo anche che non ha saldato gli ultimi conti, ci ha lasciato un bel buco. Mi ricordo che erano circa 6000 euro, aggiunge aggressiva Marcella, se ha da accordarsi con la mia amica possiamo fare i conti così io potrò incassare la parte che mi deve, le sembra una buona proposta? Lo spumante naturalmente lo offriamo noi, siamo le signore dell’Antella

Il gioco con le parole di Nadia

Macchia, lacerare, frequentarsi.

Pranzo di compleanno

Tempo che va – di Nadia Peruzzi

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Era il suo trentesimo compleanno.
Lei non amava festeggiare, tanto meno che la festeggiassero. Era stato così da sempre. Preferiva lasciare scorrere il tempo così come veniva.
Si negava sempre quando la invitavano alle feste di compleanno di amici e parenti. Ritrovi di chiacchiericci infiniti, pettegolezzi che la annoiavano  a morte. Per non parlare dei complimenti con sorrisi che più falsi non potevano essere.  Quelli li detestava proprio. Bastava guardare gli sguardi fuori sintonia  di chi si sperticava  in “come stai, bene! questo taglio di capelli ti dona tantissimo! che vestito fantastico!” Insopportabile.
Spesso per evitare tutto questo, scompariva letteralmente. Per il suo compleanno preferiva andare in viaggio, anche solo per qualche giorno, in modo che nessuno la assillasse, e quel fatidico giorno passasse in tranquillità, senza che fosse la festa a decidere per lei, e a condizionare il suo doversi atteggiare rispetto agli altri.
Quell’anno però qualcosa era cambiato.
Aveva cominciato a frequentarsi con Nicola. Un amore partito quasi per scherzo e diventato serio e appassionato in breve tempo.
Lui, a differenza di lei, era votato alle feste. Era un giocherellone che amava la compagnia e quel particolare clima che una festa ben organizzata era in grado di creare.
Stava cominciando a contagiare piano piano anche lei, che stava scoprendo come, accanto a lui,  anche le cose che detestava di più cominciassero a piacerle.
Per i suoi 30 anni Nina non aveva più possibilità né di scappare, né di rinchiudersi a riccio. Nicola cominciò per tempo a lavorare sulle sue ritrosie e a far cadere tutte le linee di difesa che lei provava ad alzare.
Alla fine decisero per un pranzo in una località di mare.
Invitarono gli amici più cari. Alcuni li accompagnavano addirittura fino dall’infanzia. Non erano in molti.
Si stavano divertendo e Nina si sentiva stranamente bene .
Il sole caldo e un vinello frizzante fecero il resto.
Si mangiava bene in quella trattoria sul lungomare. Gli spaghetti erano così conditi che alla prima forchettata, la camicetta di seta bianca di Nina subì un attacco traditore.
Uno spaghetto si mosse a mo’ di frusta e zac, una macchia rossa e strascicata cominciò a colare sul davanti. Proprio in bella vista.
Si alzò di scatto, per non farla vedere anche agli altri.
In bagno riuscì in qualche modo, sfregando e risfregando,  a far sì che rimanesse solo un piccolo alone quasi invisibile.
Si riavvicinò al tavolo. Tutti ridevano e scherzavano, erano così belli.
Nicola, il più figo di tutti, ed era solo suo, pensò con grande gioia.
Pensiero fugace. Fu un’occhiata lanciata da Lara, seduta proprio di fronte a lui, a farle gelare il sangue.
Era ammiccante, seducente ed estremamente fuori luogo e fastidiosa.
Anche lui guardava lei. Non ci potevano essere dubbi. Lo si capiva da come muoveva la testa e dal suo gesticolare. Era rivolto, quasi proteso verso Lara e rideva alle sciocche battute di lei. Erano amici di infanzia. Per questo l’aveva portata quel giorno.
Nina si sedette al suo posto. Non sapeva né cosa pensare, e soprattutto non sapeva che cosa fare. Si vedeva chiaramente che fra quei due c’era dell’altro, non solo amicizia.
Si trovò, senza rendersene nemmeno conto, a lacerare in pezzetti piccolissimi il tovagliolo di carta che aveva sulle ginocchia. Sicuramente un transfert alla Jung o alla Freud, anche se non le importava minimamente né dell’uno, tantomeno dell’altro in quel momento.
L’istinto l’avrebbe indotta a far ben altro.
Si immaginò come una furia, a tirar via la tovaglia con tutto quel che c’era sopra. Non contenta si vide lanciata attraverso la tavola con una mano stretta a pugno, versione volante alla Superwoman, per beccare Lara direttamente sugli incisivi.
Infine una mossa alla Jackie Chan. Con un colpo di gomito si vide centrare il naso di Nicola in modo da romperglielo almeno in due punti, uno solo sarebbe stato troppo poco per ciò che aveva visto.
Il piano B che comprendeva il fugone le sembrò il più adatto a lei.
Non salutò nessuno, se ne andò a rotta di collo.
Ricominciò a scappare dai suoi compleanni e anche dalle rimpatriate fra amici di più o meno lunga data.
Preferiva di gran lunga i giorni normali, quelli in cui il tempo scorre e si lascia vivere un po’ così come viene.
Di Nicola non seppe più niente e si accorse che nemmeno le importava sapere cosa facesse o dove fosse!
Era tornata lei a decidere il chi, il dove, il come. Era libera di essere sé stessa e questo la faceva star bene.

Il gioco con le parole di Stefano

Macchia – frequentarsi – lacerare

Cena sotto le stelle

L’amico scomparso – di Stefano Maurri

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Erano stati tutti convocati per una cena sotto le stelle, nella zona di Campiglia dove la macchia boschiva si alterna al prato e al seminativo. Dalla casa molto suggestiva si  vedeva il mare, ma anche le ciminiere delle acciaierie di Piombino e la Torre del Sale, ex struttura dell’ENEL per la produzione di energia elettrica, testimonianza visiva del lavoro di migliaia di operai che si erano susseguiti fino ad allora. Il fumo rilasciato dalle ciminiere con i suoi colori rossicci faceva apparire quelle costruzioni come le bocche di un drago.

Tutto era come sempre, con l’abituale voglia di frequentarsi, niente sembrava intaccare la loro voglia di stare insieme, quando si accorsero che Qualcuno mancava. Furono tutti sorpresi e ognuno accusò l’altro di non aver invitato proprio la persona che mancava. Invece qualcuno lo aveva visto muoversi lì intorno. Infatti c’era, ma si era allontanato verso la macchia e dall’alto era rimasto a guardarli mentre si confondevano via via con il paesaggio e fino a ché sparirono nell’aria come il fumo delle ciminiere.

Con il gioco di parole il nuovo racconto di Luca

Macchia – lacerare – frequentarsi

Il convento di clausura

L’inglese e le suore – di Luca Miraglia

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Non saprei dire come mai, o per quale strana scelta dei miei genitori, invece di essere a giocare con i miei amici di strada mi ritrovavo in quell’aula a studiare i rudimenti della lingua inglese.

Era un luogo tra il cupo e il fatiscente, a cui si accedeva dal chiostro di un convento di suore di clausura. Una enorme macchia d’umido sovrastava la porticina d’ingresso di una stanzetta apparecchiata ad aula con pochi banchi in legno, una cattedra sbrindellata, un alfabetiere illustrato alle pareti.

Ricordo bene il sorriso gentile della maestrina che accoglieva noi rampolli un po’ sgarrupati di borghesia emergente anni ’60.

Ricordo bene anche le sverze dei banchi che regolarmente laceravano le ginocchia già un po’ sdrucite dai giochi lasciati da poco per strada.

“Hello!” “Good afternoon!” appena entravo.

“Bye bye” le due paroline magiche che subito avevo capito voler dire “Ciao, ciao!” e che soprattutto significavano la fine di quell’ora di noia mortale.

Bye bye e si schizzava fuori a ricercare la luce, il sole, i giochi, il frequentarsi con il gusto della libertà bambina.

Poco importava se la suorona portinaia ci redarguiva ogni volta che ci mettevamo a correre verso l’uscita. A volte tentava anche di blandirci con qualche caramellina d’orzo autoprodotta, o con i ritagli delle ostie che le suore preparavano per le messe. Noi via, via, via…….