Le paure giovani di Stefano

Le paure giovani – di Stefano Maurri

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  L’amore dei giovani riempiva la città sulle strade, dentro gli androni, su per le scale umide, dentro gli appartamenti pieni di libri con le lenzuola stazzonate. Le loro paure ansimavano dentro i cuori: sarebbero riusciti a dare gli esami dell’anno in corso, sarebbero riusciti a dare un senso ai loro sacrifici, a questo essere precari? L’amore e le paure si scioglievano nei ristoranti economici, dove era quasi impossibile mangiare da soli, nelle corse  per le strade per vedere l’ultimo spettacolo al Cinema Astro. Proiettavano per l’ennesima volta Zabriskie Point e Fragole e sangue, con la sala che applaudiva o fischiava le scene clou. Queste paure e ansie non più bambine ma sempre più forti venivano taciute, ma ritornavano a farsi largo sempre più spesso, con il passare del tempo.

E qualcuno ci ha lasciato, gli altri si stanno sciogliendo.

Paure bambine di Rossella G.

Paure che crescono – di Rossella Gallori

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Era una bimba buona, ci vedeva il giusto, guardava poco, non si faceva pettinare, quasi mai e da chi poi?

Mangiava quello che le davano, anche se non era abbastanza.

Giocava a nulla con nessuno, accarezzava immense giraffe di finta pelliccia,  piccoli criceti di cencio infeltrito, diceva bugie, inventava storie, raccontava di parenti altissimi, ricchissimi preferibilmente atei ed inesistenti.

Crebbe, ma si dice crebbe?

Bene: diventò  grande, a volte troppo a volte poco…e fu nella sua adolescenza  che si fecero avanti le sue paure, le fisime, le ubbie grigie, i silenzi che gridavano di rabbia, il dolore di sale, le ansie di fiele.

Odiava il giallo

I ponti sui fiumi larghi

I pesci con gli occhi

Ma amava, si sapeva amare in un modo complicato, tutto suo, cercava conforto in chi le sorrideva senza miele, chi la accarezzava senza mani, chi le portava la marmellata di arance amare, chi le dava mare senza tempesta, neve senza freddo.

Poi l’amore si interrompeva, veniva accantonato, la matassa presentava nuovi nodi: detestava i silenzi troppo lunghi

L’istruzione sul piedistallo

I viaggi senza souvenir belli da leccare.

Paure tante, le mie, ancore sicure, quelle che han fatto di me qualcosa di poco definito, forse, una me che sceglie, scarta, resta sola, senza ponti sospesi, senza abiti gialli, senza pesci…o erano piccioni sempre con gli occhi, occhi nascosti piccoli e pungenti, nascosti da una porta  aperta…segreta…

La paura bambina di Rossella B.

Le paure semplici – di Rossella Bonechi

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“L’ UOMO PORTA DENTRO DI SÉ LE SUE PAURE BAMBINE PER TUTTA LA VITA….”

Le mie paure bambine erano semplici viste oggi, ma solo perché abitavano una piccola testolina. Alcune di sicuro sono cresciute con me, si sono trasformate rimandandomi però le stesse emozioni: c’è differenza tra la paura bambina che nessuno ti venga a prendere a scuola e la paura adulta dell’abbandono di chi ami? La paura che la Befana ti abbia portato solo carbone perché sei stata cattiva è la stessa di non credersi all’altezza di quello che si chiede a me adulta.

Ce ne sono sicuramente altre che il passare degli anni non è riuscito ad esorcizzare ed è vero che hanno misteriosi nascondigli da cui saltare fuori all’improvviso come quei pagliacci a molla che escono dalle scatoline, basta poco per ritrovartele davanti.  Magari è una paura sola che ha tanti travestimenti da usare alla bisogna: la  Paura di non essere all’altezza di questa vita che mi ritrovo a percorrete.

“Il dolore si piange” di Lucia

Pianto senza lacrime – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Non riuscivo a piangere
Nemmeno una lacrima scendeva dai miei occhi
Io che piangevo sempre
Io che piangevo per niente
Non riuscivo a piangere
Come può una bambina non piangere la morte della mamma?
Cosa penseranno tutte queste persone che entrano ed escono dalla mia casa?
Non ho mai visto tante persone
Di solito non c’è mai nessuno in questa casa ai margini del bosco
Di solito sono sempre sola, ma oggi sembra che tutti siano qui
Una giovane donna se n’è andata
Una giovane donna se n’è andata e ha lasciato qui una bambina,
ma la bambina non piange
Nascosta in un angolo pensavo:
devo far scendere le lacrime
Come fare?
Proverò a pensare a quello che non avrò più:
Chi mi farà le trecce?
Chi mi cucirà i vestitini?
Chi mi preparerà per andare a scuola?
Chi mi cucinerà le cose buone?
Nessuno
Non ci sarà più nessuno per me
Ma neppure una lacrima scendeva dai miei occhi
Neppure una!
Lei mi aveva fatto soffrire
Lei da viva mi era mancata ogni attimo
Lei era sempre lontana in un mondo suo e irraggiungibile
Adesso ero libera
Di libertà non si piange
Per tutta la vita ho pensato a quelle lacrime non versate

Un pianto senza lacrime mi accompagna da sempre



La paura che diventa piuma di Nadia

Grovigli di paure – di Nadia Peruzzi

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Era sempre in lotta con sé stessa. Si sentiva insicura. Non all’altezza. Per questo era una sgobbona da sabati e domeniche comprese.  La ricerca del perfezionismo, a volte, una prigione e senza fili dorati . Nel confronto con gli altri perdeva sempre punti, o così almeno le sembrava.  Aggrappata alle sue paure, cercava con artigli invisibili di lacerarle una ad una. A volte ce la faceva, più spesso no.  Ci è voluto tempo per far pace con sé stessa.  Era stata una arrampicata su una parete verticale. A mani nude, ma con cuore pieno di passione e di tenacia.  Uno scalino alla volta.  Durante la militanza politica piano piano aveva imparato a parlare “a braccio” e a non scrivere interventi che in lettura diventavano difficili da seguire e pure noiosi per chi ascoltava.  I compitini a casa, aveva capito poi,   limitavano pure l’ascolto degli altri, e questo non era mai un bene.  Uno scalino alla volta anche nella vita normale, nel lavoro dopo lo studio.  A volte affrontato con passo deciso a volte più affaticato e stanco o con quintali di dolore sulla schiena .  Ci erano voluti quasi 60 anni per accorgersi che accettarsi come era non era affatto una cattiva soluzione.  I punti che pensava di aver perso, riconquistati tutti.  Saldo zero. Pacchetto completo di pregi e difetti e chi se ne importa delle indulgenze altrui.  La partita a carte con la vita, non sempre facile, l’aveva fortificata. Era un dato di fatto. Dolori taglienti arrivavano a togliere il fiato quando meno se lo aspettava.  Il pacchetto completo, anche se avvolto in carta luminescente, prevedeva anche quelli.  Anche per questo, il confronto con gli altri e la misura con gli altri, la ricerca della perfezione li aveva ricollocati al posto giusto. Il cassetto delle chiavi di riserva, dei biglietti che sembrano importanti in un momento per scoprirli banali in un altro, dei nastri dei regali di natale che non si buttano via pensando di poterli usare di nuovo, ma poi lì restano come variopinti intrichi di futilità.  Da quel punto di osservazione quello che provava,  si accorse, che non pesava più come un macigno, ma era diventato leggero, non come una piuma, ma ci si avvicinava.  Era quel che era. E andava bene così!

Un passo di libertà dalla paura di Luca

Libertà – di Luca Miraglia

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Il dolore si piange, la rabbia si urla, la paura si aggrappa.

….arrivare a non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo.  (Italo Calvino)

Perché dovrebbe esistere una meta ultima?

E perché la sua direzione dovrebbe essere costellata di paure?

Chi non combatte con la propria memoria dolente che sia bambina, adolescente o adulta?

Mi batto volentieri per un presente affrancato dal pianto, dalle urla e dalle paure mie e di chi amo, senza nasconderle ma cercando di farne scrigni di comprensione.

Forse, ma solo forse, sta qui un passo di vera libertà.

La paura che si aggrappa di Carla

“Il dolore si piange. La rabbia si urla. La paura si aggrappa” (Anonimo)

Aggrapparsi – di Carla Faggi

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Aggrapparsi: grattarsi, toccarsi, intrecciarsi, avvilupparsi, in poche parole amarsi con carattere.

Ci sto provando ma non riesco a pensare alla parola aggrapparsi associandola alla paura o al possesso.

Ho provato a pensare all’edera che aggrappandosi all’albero finisce per strozzarlo e farlo seccare; ma anche all’edera che aggrappandosi ad una rete di recinzione la trasforma in una splendida siepe.

Mi viene meglio associare aggrapparsi alla vita, aggrapparsi al sole, a qualcuno che ti ami, ad un ricordo piacevole.

Penso quindi alla prima parola che ho scritto: “Grattarsi”.

“Grattami la schiena, si costì…proprio costì…oh che bello, ora un po’ più in là…ancora un po’, non smettere!”. Non c’è cosa più bella che aggrapparsi al piacere, allo stare bene. Non pensare al dolore, alla paura. Noi nasciamo con il dolore e la paura. Il primo respiro è dolore. Quando la madre ti stacca dal seno è paura. Quando ti svegli e sei solo è abbandono.

Ma poi ti aggrappi alla vita ed i respiri diventano tanti e gioiosi. Ti allontani dalla poppa perché sei sazio. Ti svegli, sei solo, ma poi qualcuno arriva sempre.

Quindi aggrappiamoci ai nostri piaceri, a quello che c’è ora, conta solo quello.

Rumore di passi per Patrizia

Rumore di tacchi – di Patrizia Fusi

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Il ticchettio dei tacchi  sul pavimento per me è un suono di gioventù, ricordo quando anche io  camminavo così.

Questo rumore l’ho rivissuto un pomeriggio in una struttura dove ero  ricoverata in convalescenza.

Ero nella sala della TV con una mia amica, era una giornata luminosa, il sole entrava dalle grandi vetrate e illuminava tutto, ad un tratto abbiamo sentito in lontananza rumore di tacchi nel corridoio  a lato della sala e è apparsa una bella ragazza, alta con dei capelli mori lunghi ,vestita alla moda con scarpe con i tacchi spessi ma alti, è passata con atteggiamento fiero conscia della sua bellezza e  femminilità.

Rumori di passi di Gabriella

Nessuna via di uscita – di Gabriella Crisafulli

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Era senza vie d’uscita ma non aveva nessuna voglia di rimanere prigioniera.

Aprì la finestra, scavalcò il muretto: si ritrovò sulle scale di sicurezza. Cominciò a scendere. Si sentivano risuonare i suoi passi determinati sugli scalini di metallo. Si sentiva il respiro un po’ affannato e il soffio di un vento di libertà. Aveva lasciato lassù la folla dei personaggi vaganti e le loro guerre intestine.

Saliva e scale e le veniva incontro un uomo con un piccolo mazzo di fiori.

Le disse “Auguri” “Buona vita” mentre glielo porgeva gentile.

Sorrise e rispose “Grazie”.

Arrivata sul marciapiede si diresse verso il lungomare: c’era la battigia che l’aspettava.

Rumore di passi di Daniele

Passi a scuola – di Daniele Violi

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Passi di un paio di scarpe con tacchi bassi e larghi; scarpe che sono calzate da una Donna mentre percorre un corridoio.

Una bidella, che chiamo Gigliola, che in un corridoio ampio con finestre al primo piano di una scuola elementare, lungo il corridoio, cammina soffermandosi a raccogliere cappelli e cappellini caduti sul pavimento dagli attaccapanni disposti alla parete del corridoio prospiciente le varie aule. Il passo di una persona matura e gentile che dedica il tempo del e nel suo lavoro alla accortezza di voler accudire, con questo gesto materno di grande piacere e dare un contributo alla vita delle altre e degli altri. Rumore positivo.

Rumore di passi di Sandra

Passi nel corridoio – di Sandra Conticini

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Camminava in quel corridoio con in mano delle cartelline tutte uguali, dove c’era scritto il futuro di tutti loro. Purtroppo non era sempre troppo roseo.

La sera  tardi si metteva alla  scrivania per aggiornare le schede. L’ambiente a quell’ora era silenzioso, solo ogni tanto suonava qualche campanello e lei subito si alzava per andare a dare un aiuto a chi aveva bisogno. In quel silenzio si sentiva solo il rumore dei suoi  passi svelti che, nonostante quei tacchi bassi, rimbombavano in quell’ambiente troppo grande. A qualcuno facevano compagnia, ad altri davano un bel fastidio, ma ad ognuno di loro, in quello stato di fragilità e solitudine, vederla era un sollievo. Aveva sempre una parola gentile o una frase scherzosa che riusciva a far allontanare paura e tristezza.

Rumore di passi di Carmela

Canzone stonata – di Carmela De Pilla

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Era seduto in mezzo alla stanza buia, la sedia gelida e troppo rigida

lo obbligava ad assumere posizioni scomode che nutrivano ancora di più il suo malessere, fissava la porta, troppo grande per quella stanza così piccola, ormai vecchia e scortecciata come il suo corpo che da qualche tempo non gli apparteneva più.

Oltre quel silenzio si sentivano rumori indecifrabili che si rincorrevano lungo il corridoio, picchiettavano sul marmo gelido a ritmo disordinato e scandivano il tempo.

Un tempo lontano o presente? Chissà, sentiva però che era un tempo impietoso che l’aveva costretto ad assistere a una vita senza vita e ora ancora troppo giovane per ritenersi vecchio ascoltava  i battiti del cuore che si rincorrevano affannosamente come  note stonate.

I capelli come fili di zucchero avvolgevano e proteggevano i suoi pensieri, pensieri confusi, sconclusionati a cui nemmeno lui sapeva dare un senso.

Aveva tappezzato le pareti di specchi nella speranza di poterli vedere quei pensieri, di poterli toccare per capirne l’essenza invece ne rimaneva turbato, minacciato eppure li cercava quei pensieri appuntiti che rimbombavano in testa come sassi vaganti.

Era ancora un ragazzo e già percepiva di vivere in un tempo e in un luogo sbagliato, si sentiva parte di uno spazio immenso dove tutto può accadere senza un come e un perché e ciò che per lui era normale creava sconcerto negli altri.

Era considerato da tutti il più intelligente dei tre figli, mostrava ingegno e attitudine in tutto ciò che faceva eppure non trovava mai la strada giusta da percorrere, si perdeva continuamente nell’immenso mare dei suoi pensieri.

I contrasti con il padre che lo avrebbe  voluto un ragazzo come tutti gli altri diventavano sempre più insostenibili e fra i due si creò un muro invalicabile.

-Sei un buono a nulla! Che te ne fai della tua intelligenza se poi non sai metterla a frutto? Non combinerai mai nulla nella vita!

Per lunghi anni si sentì dire queste parole ed era così sconfortato che incominciò a crederci anche lui, sembrava che facesse di tutto per dargli ragione e ogni volta erano litigi furiosi.

Chi aveva ragione? Il padre che pretendeva di più o lui che non poteva dare di più?

Quei rumori che si rincorrevano e picchiettavano sul marmo gelido lo accompagnavano per tutto il giorno e ogni tanto si sedeva in mezzo alla stanza buia per ascoltare la canzone stonata del suo cuore.

Rumore di passi di Nadia

Passi notturni – di Nadia Peruzzi

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Passi nella notte.  È una serata normale. Una di quelle di fine lavoro. Il passo è sicuro e calmo, di chi conosce ogni angolo e sa muoversi in quel lungo corridoio dal soffitto altissimo. Ogni passo rimanda un’eco. Più o meno forte una volta che il suono ha la possibilità di disperdersi nei vari saloni che si alternano sulla sinistra. Siamo in un museo. Immagino sia l’Ermitage, a Pietroburgo. Quel passo senza accelerazioni, è routine per Natasha, la direttrice del museo . È una maniaca del controllo, e ogni sera da anni fa in modo di andare via per ultima. Non si fida nemmeno degli addetti alla sicurezza. Ci sono cose troppo preziose in quelle sale, e la responsabilità sarebbe la sua se qualcosa andasse storto.  È diventata ancora più pignola dopo le notizie che sono arrivate da Parigi.  Le piace quando non c’è più nessuno e le grandi sale son vuote. Non ama l’eccesso di folla e i gruppi rumorosi che credono che un quadro di Leonardo si possa apprezzare guardandolo solo attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica. Un click e via .  Ama la quiete delle notti d’estate, quando dai finestroni entra la luce lattiginosa dei giorni che non muoiono mai. Ama sentirsi circondata da tutte quelle opere illustri. Le fanno compagnia e riuscendo a vederle, le accarezza col pensiero mentre passa loro davanti come fossero sue figlie. La sala delle statue di Canova la rapisce sempre. Deve fermarsi. Si emoziona sempre davanti alle Tre grazie. Rimane senza fiato. È un attimo. C’e’ ancora un bel tratto di corridoio prima di arrivare alla porta di uscita. inserisce l’allarme e poi fuori nella immensa piazza. Un altro giorno è finito. Ad accoglierla la luce opalescente di una notte tiepida di giugno e un baluginio rosato in lontananza verso il mare.   Il passo si fa spedito, ora ha fretta di tornare a casa.  Ritrova il vociare delle persone che le passano accanto in un andirivieni continuo. Le fa compagnia.

Rumore di passi di Anna

IL FIACCHERAIO – di Anna Meli

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            Il suono degli zoccoli del cavallo che trainava la carrozzella del fiaccheraio rimbombava, come altri rumori, in quella via del centro stretta fra le mura di antichi edifici in uno dei quali abitava mia figlia col suo compagno, casiere della Galleria degli Uffizi. Molto spesso, andavo a trovarla per darle una mano e, soprattutto per godermi il mio piccolo e tenero nipote. La casa aveva stanze grandi sia come superficie sia come altezza, per cui tutti i rumori risultavano amplificati.

            Quel pomeriggio dopo la pappa, mangiata con appetito, tanto per coccolarmelo un po’, lo accompagnai per il riposino. Stesa vicino a lui osservavo come, pian piano cedeva al sonno… Ma ad un tratto…toc  toc   toc  toc, il suono netto degli zoccoli di un cavallo interruppero quel momento magico e lui, alzando il ditino indice, gli occhi ben aperti sentenziò “Nonna, lallo! ’’. Un attimo, ed il sonno prese il sopravvento.

Rumore di passi di Rossella B.

SCALA DI SICUREZZA – di Rossella Bonechi

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Le scale di sicurezza che spesso sfregiano le pareti dei palazzi non mi sono mai piaciute: grandi, incombenti e spesso incongruenti con quello che c’è intorno. Ma sono utili, indispensabili per la sicurezza e in attesa che qualche architetto sappia coniugare la destinazione d’uso con la bellezza, le tollero. Soprattutto da quando una scala del genere è stata la mia “stella cometa”. Mi ero persa nei meandri di un vecchio ospedale che era tutto un corridoio arzigogolato privo di indicazioni. Sarà stato per il mio animo non sereno dopo la visita ad un amico male in arnese, sarà stata la fretta di andarmene o i miei pensieri incarogniti sulla Sanità,  che mi ritrovai in una parte chiaramente dismessa senza punti di riferimento e nessuno a cui chiedere. Mi ricordai  allora della scala di sicurezza che avevo visto e criticato  da fuori e pensai che imboccandola mi avrebbe portato via di lì. Da una finestra individuali il punto giusto, spinsi un maniglione antipanico e…sìììì mi ritrovai sulla scala all’esterno. Gradino dopo gradino riconquistai la libertà. 

Rumore di passi di Stefano

I passi – di Stefano Maurri

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Sento i passi della vicina che abita al piano di sopra tacchettano forsennati soprattutto quando è tardi per andare al lavoro.

Il tempo passava rapidamente e lei sempre più nervosa si aggirava per la casa imprecando contro il buio che si addensava alle finestre: il temporale stava per scoppiare e lei era ancora lì, mentre nel caldo della notte dei tropici il suo compagno l’aspettava fremente. Ma lei non riusciva a decidersi a muoversi perché l’ultimo ritocchino alle labbra non era venuto come lei si aspettava. Continuava a guardarsi camminare mentre la gonna aderente le saliva lungo i fianchi. Lui le fece uno squillo sul telefono da sotto casa. Si affacciò, gli mandò un bacio e dopo un ultimo passeggio per la casa lungo il fiume si decise a uscire…mettendosi un bel foulard sulla bocca imperfetta.

Il rumore di passi di Stefania

Battere e battere – di Stefania Bonanni

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Il sabato a pranzo Laura ha ospiti.

Noi, dal piano di sotto, non si sentono rumori negli altri giorni. Ma il sabato, fin dal mattino presto, si intuiscono sedie spostate, tavoli strascicati, pentole che sbatacchiano. Il sabato a pranzo Laura cucina per i nipoti.

Mentre si avvicina l’ ora fatale nella quale e’ tutto pronto, più tardi possibile, affinché sia ancora caldo quando sono tutti a tavola, si arriva al momento clou. Quello in cui si inteneriscono le braciole. Penso che Laura usi un tagliere di legno su cui batte, ribatte, stiracchia, braciole che evidentemente per loro natura sarebbero durissime. (Per curiosità, un giorno le chiederò di che animale sono, le braciole che compra).

E si sente una sequenza di toc, splat, toc, toc, prima intensi, colpi sferrati con forza, poi più strasch, splash, ti ti toc, quando le povere braciole sono esangui e sfracellate, e non resta che rendere loro un po’ di dignità cercando di ridare una forma simil-fettina.

Dopo di che si sente odore di fritto, e silenzio. Anche stavolta le braciole sono tenere.

Rumore di passi di Rossella G.

Rumore di tacchi – di Rossella Gallori

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portava i tacchi, sempre e comunque, con la pioggia e con il sole, non cambiava mai niente, che fosse Natale o ferragosto erano” tacchi”.

Li ricordo alti e sottili, diventarono più bassi e più larghi con gli anni, ma tacchi erano e tali restavano: per i matrimoni, i funerali, le messe, gli shabbat, per il mercato, il cimitero, per l’ospedale, per il lavoro, per i giuramenti, per gli amori  il primo e i secondi, per le preghiere e gli improperi, non ricordo né ciabatte, né pianelle,  né babbucce, solo decolté anche in casa, tacchi per le scale di legno che portavano alla “taverna”….ora si chiamerebbe così, era invece una cantina, tre stanze grandi arredate alla “sans facon”

Scendeva ed i suoi passi sembravano martello, poi orologio, poi musica, musica di ricordi, tacchi e tocchi, sulla ripida scala a chiocciola dalla quale non è mai caduta e se l’ ha fatto non l’ha detto, ha medicato le sue ferite con piccoli vezzi:  le calze chiare, gli chemisier e con quella cadenza “ taccosa” che era danza e mai caserma, quel segno di vita bella e passata da quasi sempre.

  Batteva i talloni sul pavimento non si sa se per punirlo o accarezzarlo? Chi lo ha mai capito, chi lo ha mai voluto capire.

Avrà i tacchi anche lassù dove è, tra le stelle, sulla luna o su una nuvola, accanto ad un povero cristo che non ne potrà più del suo  andirivieni.

Fermati Giulia, fermati, togli le scarpe ed a piedi nudi sali su un gradino immaginario ed attacca in cielo  quel quadro con la cornice un po’ liberty ma non troppo, appendi il dipinto che non ci ha viste insieme, ma lo eravamo credimi, credimi…..