Il personaggio di Stefania: la Camminatrice

Camminare e non pensare – di Stefania Bonanni

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Fisico asciutto, asciuttissimo, magrissima. Cammina sempre. Difficile fare due parole, non si ferma. Cammina ad ogni ora e con qualunque condizione meteorologica. Ha un aspetto curato, veste abiti sportivi che non si capisce se siano da uomo o da donna. La stessa cosa si pensa guardandole i cortissimi capelli bianchi. Da lontano sembra un ragazzino, non se ne capisce il sesso. L’ impressione è quella di una persona con pochi bisogni, anche perché ha sempre con sé un unico accessorio: una sacca di pelle rossa che porta a tracolla. Incuriosita, chiesi cosa contenesse e l’ aprì: una bottiglietta d’acqua, il telefono e i fazzoletti.

Mi ha sempre colpito il suo essere solitaria ma di corsa, vestita con abiti sportivi ma nuovi, essere sorridente ma non fermarsi mai con nessuno.

Parte dalla piazza di Bagno a Ripoli e la si può trovare in piazza Gavinana, alla Nave a Rovezzano,  al Piazzale, al Ponte Vecchio. Sempre sola, sempre di corsa, sempre più magra, sempre più abbronzata, sempre più veloce, sempre più pensierosa.Cammina, cammina, ricorda, ripensa, rivive. Pensieri ne ha tanti, lo so, so che non sono né belli, né buoni.

Continua a camminare, sola e concentratissima. Rivive strade, angoli, momenti. Rivive i pensieri dei momenti in cui aveva davanti a sé una mappa di possibilità.Si stupisce di come sia facile ingannare il tempo, nei pensieri. E come scalda ancora ripensare a quando era tutto possibile, tutto davanti. E sembrava pianura, la strada. Tutta pianura, come da Bagno a Ripoli fino al centro di Firenze. Pensava, sapeva, di dover camminare, ma sembrava sarebbe stato in leggerezza. Invece poi, di leggero, ha avuto solo una borsa di pelle ed un fisico asciutto.

Il personaggio di Sandra: il bello del paese

Uomini belli – di Sandra Conticini

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 La mattina si alzava presto ed usciva sempre vestito sportivo, ma ben curato.

Per le donne del vicinato era bellissimo e la mattina facevano a gara per spiarlo e cercare di capire cosa faceva, dove andava… insomma era diventato ”il bello del paese”.

Era arrivato all’improvviso a Casina, un borghetto, dove erano rimasti solo i vecchi. Tutti ormai abbandonavano la montagna, con il suo fresco estivo e i bei colori dell’autunno. Non si capacitavano come un signore così bello , per la sua età, avesse deciso di andare a vivere proprio lì! si perché a guardarlo qualche magagna ce l’aveva! Sicuramente gli occhiali da sole nascondevano quel  tic che aveva, il naso era un po’ troppo pronunciato e, a volte, quando camminava, sembrava che zoppicasse un po’.

Comunque con quell’abbronzatura, poteva permettersi di tutto.

Così la sera, quando le vecchiette erano a veglia davanti al camino, ripensavano alla bellezza dei loro uomini che  potevano fare a gara con “il bello”. Quando nei giorni di festa si rivestivano facevano la loro figura, alti, muscolosi, abbronzati, ma non erano curati come lui. La colpa era che lavoravano troppo e duravano troppa fatica.

Il personaggio di Patrizia: la danzatrice di passi

Camminare – di Patrizia Fusi

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Michela aveva la passione di camminare, il movimento le favoriva il ragionamento.

Le piaceva camminare nelle  strade di campagna, a seconda delle stagioni  riconosceva i profumi della vegetazione e il canto degli uccelli, tutto questo la rilassava.

Michela era iscritta alla facoltà di ingegnerie ambientale.

Nelle sue lunghe comminate riusciva a studiare e a leggere libri vari.

Il tanto movimento le manteneva un bel fisico asciutto, sul viso abbronzato i morbidi capelli biondi, quando  camminava si spostavano con delicatezza, come una danza senza musica.

Nel paese dove abitava trovavano questo comportamento molto insolito  e strano, pensavano che non si sarebbe mai laureata, ma quando seppero che aveva ottenuto la laurea con centodieci e lode le fecero i complimenti e la lodarono.

Il personaggio di Rossella B.: la Zia

I ricordi vanno messi via – di Rossella Bonechi

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Il personaggio si incrocia con la frase: “I ricordi vanno messi via e custoditi senza che interferiscano nel delicato meccanismo dello stupirsi”

Le dita correvano veloci sulla tastiera virtuale del telefono per avvisare che no, proprio non poteva esserci, stava andando a casa della zia per un’incombenza familiare che da tempo rimandava. Peccato, due risate tra amiche erano certo meglio della zia; non era male, era anche simpatica a volte ma tirava sempre fuori i soliti discorsi da vecchietta e questa volta c’era tutto il pomeriggio per sorbirseli … C’era bisogno di fare spazio nella stanza di sotto e sinceramente da sola la zia non ce l’avrebbe fatta. Via, forza, immoliamoci! 

E fu così che si ritrovò in mezzo a vestiti che nessuno metteva più, fotografie stampate (molte in  bianco e nero), biglietti vari di cinema e concerti e tante tante lettere scritte a mano. Roba da non credere: la zia era stata giovane, aveva ascoltato musica e le foto rimandavano un’immagine scapigliata che niente aveva a che fare con l’aspetto curato di ora. 

“Zia, ma davvero camminavi su queste zeppe di sughero??? Me le regali? E questi jeans a zampa di elefante??? Me li regali?”. Era uno stupore continuo, come essere al mercatino delle pulci in cerca di tesori. La zia la guardava sorridendo, incerta se darle una risposta-paternale o farle uno “spiegone” su cos’erano stati gli anni ’70 e ’80. Ma no, meglio lasciare che lei si stupisse e si meravigliasse, magari l’avrebbe vista con altri occhi e tanto bastava. Il pomeriggio volò, un po’ più inconcludente di quanto sperasse ma alla fine avevano un borsone ciascuna: uno pieno di cose che forse avrebbero avuto una seconda vita e uno pieno di cose di una prima vita di cui disfarsi impietosamente.   

Il personaggio di Nadia: il narcisista

Libera dal controllo – di Nadia Peruzzi

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Sentí sbattere la porta con un colpo secco.  Dalla finestra riuscì, per un attimo,  a vederlo di spalle. Quel suo fisico asciutto e ben curato lo aveva amato.  Non si mosse da dove era nemmeno per controllare cosa avesse portato con sé. Non le importava nulla di nulla. Quella sua sacca di pelle dove riponeva ogni giorno, con gesti lenti e accurati, come in un rito, le cose che considerava necessarie, era arrivata ad odiarla dalla profondità del suo essere! Storia finita, punto . L’ossessività di lui l’aveva frantumata in mille pezzi di un puzzle non ricomponibile in nessun modo.  Erano bastati pochi mesi per rendersi conto che la sua attenzione per il controllo, la sua precisione eccessiva, era qualcosa che stava man mano degenerando e stava passando dalla messa in ordine delle sue cose, ad una forma preoccupante di controllo su di lei, su ogni cosa che faceva o aveva voglia di fare.  La limitava in ogni suo movimento e rapporto con gli altri. L’aveva pian piano allontanata dagli amici e dalle amiche di una vita, per mettersi al centro del suo mondo.  Che era un narcisista pericoloso se ne rese conto pian piano.   Cercò di liberarsi, ma ad ogni tentativo lui riusciva a fermarla, stringendola quasi in una prigione col suo condizionamento asfissiante.  Le discussioni cominciarono ad occupare quasi tutto il tempo che passavano insieme. Lei aveva cominciato anche a provare timore che ad un certo punto potessero precipitare in qualcosa di peggio.  Si fece coraggio una sera quando lui, durante una discussione più accesa del solito, accennò ad alzare una mano per colpirla. Urlava in modo sguaiato, senza freni, come una furia.  Lei trovò la forza di urlare più forte di lui .  Un BASTA BASTA BASTA, che lo gelò. Non si aspettava da lei una ribellione che fino a quel momento non era mai riuscita a manifestare.  Colpito nel suo amor proprio di vincente e sopraffattore sempre e comunque, se ne andò, senza girarsi indietro e senza dire nemmeno una parola.  Lei rimase immobile e stranita.  Era in cucina, vicina alla toppa di legno dove teneva i coltelli più grandi. Quelli del non si sa mai! Le ci vollero giorni per superare quel suo stato d’animo. Domande senza risposta le si affastellavano nella mente. Come poteva essere accaduto? Come poteva esserci cascata? Era stata troppo ingenua? Doveva accorgersi prima che si trattava di un amore malato? Non le fu facile nemmeno ricominciare la vita di prima. Aveva timore del giudizio degli amici che aveva allontanato per colpa di lui, e le mancava del tutto il coraggio di aprirsi per cercare nuove amicizie . Fidarsi di qualcuno era diventato per lei più difficile di un tempo.  Accadde per caso.  Un dépliant di un viaggio in Patagonia per soli single.  Lo lesse in un bar. Lo prese in mano ma più per buttarlo via che per altro.  Lo accartocciò, ma rimasero in bella vista il nome del tour operator e il numero telefonico da chiamare per avere informazioni.  Dieci giorni dopo era su una jeep nella pampa fra cavalli, mandrie di mucche, paesaggi e pianure senza fine, ghiacciai dalla salute precaria.  Si sentiva leggera come una piuma. Poteva osservare quell’angolo di paradiso con animo tornato finalmente fanciullo, spensierato, pronto a stupirsi di tutto.  Si sentiva libera, ed era una sensazione bellissima.

Il personaggio di Rossella G.: la borsa di cuoio

Io sono “ borsa di cuoio” – di Rossella Gallori

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Finalmente libera e vuota, finalmente leggera, pulita dentro e fuori, esonerata da ruoli pesanti, lucida di cera naturale: né coltelli né denaro, residui di cibo non più, anche quell’ odore forte di grappa era svanito, insieme alla fiaschetta metallica con le iniziali intrecciate a mo’ di abbraccio ubriaco.

Era stata importante quella “sacca di cuoio”  anche troppo, era stata un regalo utile per un uomo inutile.

Viveva ora tranquilla sulla mensola intagliata di un legno semplice e robusto, posta sopra un camino acceso, della sua vita passata e recente ricordava il profumo dei petali di rosa, sparsi sul pavimento di una casa non sua ricca di troppo, rivide l’ immenso cuscino a cuore,  pretenzioso  ultimo addio di una vecchia fiamma, fiamma tiepida distratta e rifatta, che aveva sperato di farsi sposare…di ereditare…invece!….

 Sacca di cuoio ricordava con astio il suo padrone: alto, più del dovuto, curato nell’ aspetto, firmato sopra e sotto…girava i suoi” trekking dell’autostima” cosciente di esser notato, felice di essere invidiato.

Poi, quella brutta caduta, della quale forse “ borsa artigianale” si sentiva un po’  responsabile ma non più di tanto.

Si la ricordava bene  quell’ ultima passeggiata, lui: scarponcini giusti, giacca North Face, cappello in tinta, occhiali Rob…qualcosa di simile..

Lei “ cuoio fiorentino” stanca ed appesantita era scivolata dalla spalla atletica, lui per riprenderla, aveva fatto un movimento sbagliato, insolito….ed era ruzzolato giù nel burrone sassoso  e ripido, lasciandola sull’ erba ai margini del  pericolo.

 Non pianse “ sacca di pelle” quando fu raccolta da mani gentili, trovarono “ lei” non i documenti del dandy giramondo, non la sua spocchia, non il suo corpo che sarebbe diventato ben presto cibo per cinghiali affamati  incuranti di firme e borie.

Si era stupita del posto la “ zaina  ritrovata” della semplicità del non apparire, del garbo di quel piccolo rifugio montano, del silenzio burroso invaso a tratti dal profumo della cannella, dei ricordi preziosi messi sulla mensola per farle compagnia, stupori semplici, né gettati, né accumulati, gestiti senza ansie da: gonna di flanella e golf un po’ infeltrito.

Girava, quasi volteggiava   la tracolla di pelle impunturata, guardava dai suoi piccoli occhi bruniti, il passare lento della tranquillità, ricordando senza rimpianti le camminate fatte per esser raccontate alle cene del Rotary, agli aperitivi in Costa Smeralda…

Lei, ora era cuoio bello da annusare, lui fumo da scansare….

Il personaggio di Anna: il camminatore solitario

Camminare – di Anna Meli

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Il camminare era stata sempre la sua passione fin da piccolo. Incuriosiva quel suo passo sicuro e cadenzato e correndo sembrava sfiorare il terreno come un passo di danza. Non era mai stanco.

            Crescendo aveva mantenuto questa sua passione e, stando quasi sempre all’aperto, era abbronzato e sprizzava salute e forza da ogni poro della sua pelle. Non aveva mai posseduto una macchina si era adattato solo alla bicicletta che a volte usava per recarsi al lavoro, ma erano più le volte che la spingeva a mano, quasi fosse un’amica.

            Si era fatto molti amici che all’inizio lo seguivano, ma ben presto si erano stancati e lui si era ritrovato solo con se stesso; non che questo gli dispiacesse più di tanto, perché questo tipo di solitudine gli permetteva di pensare, di osservare, di riflettere e ricordare.

            Era una vita che camminava e, ormai anziano, rimasto senza la sua fedele compagna, quella sua passione lo aveva aiutato ad andare avanti. Nelle sue passeggiate amava soprattutto immergersi nella natura alla scoperta di percorsi dimenticati. Tutto lo incuriosiva e in tutto riscopriva qualcosa di nuovo.

            Nelle giornate invernali, quando il freddo si faceva sentire, ben coperto dalla sua pesante giacca, con sulle spalle il suo zainetto di logora pelle e armato del suo fedele bastone con tanto di punta di ferro, si inerpicava su per la collina, nei boschi dove non esisteva sentiero. A volte si doveva fermare per orientarsi e, così facendo, si abbandonava all’ascolto del vento che inventava rumori: scricchiolii, fruscio di foglie secche, il pigolio di qualche piccolo uccellino.

            Respirava sentendosi soddisfatto e realizzato in così poco che per lui era tanto. Poi riprendeva a camminare…

Il personaggio di Stefano: il Falco Pellegrino

Il Signor Falco Pellegrino – di Stefano Maurri

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Nel paese delle piccole case bianche distribuite sulla scogliera a picco sul mare la notizia dell’arrivo del nuovo maestro elementare si diffuse con rapidità. Non si parlava d’altro al mercato, in comune, sul sagrato della Chiesa, nel circolo dei notabili come nella farmacia. Nessuno conosceva il suo aspetto: si sapeva soltanto che sarebbe arrivato per l’inizio del nuovo anno scolastico, si sapeva soltanto il suo nome: Falco Pellegrino, proprio come il rapace che passava sopra il paese nelle sue migrazioni. Tutti gli stranieri che si aggiravano per il paese venivano scrutati, ma erano o turisti o funzionari dei vari ministeri che sovrintendevano alle opere pubbliche della zona. Con l’avvicinarsi del giorno dell’’inizio dell’anno scolastico il direttore didattico cominciava a preoccuparsi: si informava nei vari B B della zona se ci fossero state prenotazioni fino a quando non gli fu confermato che era stata prenotata una camera in un B B nelle vicinanze, ma che il cliente sarebbe arrivato il giorno di inizio della scuola. Il giorno fatidico arrivò rapidamente e in piazza era schierato tutto il paese:  sindaco, assessori, prete medico, farmacista, comari e bambini. Dall’autobus alle 07:30 di una mattina assolata, come l’ottobre sa dare, scese un’avvenente signora capelli rossi, abito leggero, fisico asciutto e abbronzato, borsa da viaggio a tracolla che scese l’ultimo gradino con un piccolo salto, aiutata dal maresciallo dei carabinieri. Tutti si guardarono stupiti che non vi fosse altro passeggero. La signora, davanti a tutti si presentò:

  • Piacere, Falco Pellegrino!

Il personaggio di Lucia: il profilo sul monte

Il deserto in Iran – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Cercavamo il deserto ma il deserto non c’era più
Chissà dove era finito quel deserto descritto su tutte le guide
Spariscono molte cose, non potevamo immaginare che sparissero anche i deserti!
Dopo lo stupore per quella assenza cominciammo a osservare ciò che di diverso dall’atteso quel luogo poteva regalarci
Ci trovammo davanti un piccolo villaggio di case basse senza tetto e senza finestre, sembrava che tutto fosse fatto di terra
Dalle porte uscivano donne dalle vesti colorate, in un paese dove spesso predomina il nero le donne indossavano anche il rosso!
Lì, proprio lì dove doveva esserci il deserto c’erano donne colorate, bambini, vita e terra
Poi volgemmo lo sguardo verso la montagna il cui profilo sembrava il volto di una donna addormentata
Un numero immenso di pecore pascolava in un grande spazio alla luce dorata del tramonto. Non trovammo il deserto ma un luogo dove si viveva una vita lenta, una vita che profumava di terra
E i cammelli?
All’orizzonte uno sterminato numero di animali si muoveva lontano
Saranno mucche?
Non possono essere pecore perché sono molto più grandi, ma le mucche ci sono in questa terra?
Fermammo la macchina e andammo a piedi verso questa strana e insolita processione
Non è possibile! E’ proprio vero!
Lo stupore nei nostri occhi e nelle nostre parole: cammelli!
Un numero imprecisato di cammelli, forse cento, rientravano alla stalla a sera tardi
Uno dietro l’altro
Le loro sagome disegnavano l’orizzonte
Un’apparizione stupefacente perché cento cammelli tutti insieme chi può dire di averli mai visti?
Risalimmo in auto e nello specchietto retrovisore un sole infuocato ci salutava da lontano sigillando nella mente e nel cuore un ricordo indelebile
Poi fu il giorno dell’acqua rosa
Si, lì l’acqua non è azzurra o verde o celeste, lì l’acqua è rosa e l’orizzonte è senza fine
Arrotolammo i pantaloni più in alto possibile e iniziammo a camminare in uno strano liquido rosa e croccante
Un lago di sale
Un lago di sale che sembrava il mare

Il personaggio di Daniele: Pepè

Un ballerino di tarantella – di Daniele Violi

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Nel caldo di una mattinata d’estate, al pomeriggio sotto i raggi del sole perpendicolari che si scagliano lucenti in terra, con o senza coppola, nel sud di Italia, con il mare che trasferisce brezza salata, e gravita l’aria calda con salsedine frullante tra la piazza e la ferrovia, la vita di Pepe’, conosciuto come Pupu’, correva come la sua voglia di camminare sempre in paese tra le case e circondarsi di suoni, parole, accenni dialettali, e lo vedevi, sempre lo stesso. Era ciabattino, ma lasciato il deschetto, si pettinava e asciutto per la sua svogliatezza nel dedicarsi al cibo, preferiva la brillantina, essere vestito bene, spesso di nero, con una cintura che gli stringeva davanti. A Lui piaceva ballare, ballare la tarantella. A tutte le ore. Lui davvero ci stupiva. Anche al caldo e al sole viveva questa estrema passione. Lui amava una bella sudata tarantata. Il suo impegno era divertimento per chi lo ammirava. Grazie Pepe’. Sei ricordato, da chi ti ha voluto bene, da tutte e tutti. Un libro ora ci parla di Te.

Incontro del 13 novembre 2025 – Un personaggio per 20 storie diverse

“Aveva un aspetto curato e un fisico asciutto; per quella sua passione di camminare era sempre abbronzato. Prima di uscire controllava tutto con cura tutto il necessario che portava in tasca e in una piccola sacca di pelle”……..

“I ricordi vanno messi via e custoditi senza che interferiscano nel delicatissimo meccanismo dello stupirsi”

La paura che rimane di Antonella

Dopo il dolore e la rabbia, la paura – di Antonella Roselli

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All’ inizio è il dolore, appunto.
Forse ho pianto ma non ricordo .
Poi è stata la rabbia sottile a tratti violenta.
Ma quel che rimane infine è la paura e con questa ci fai i conti ogni giorno e ogni notte.
La paura la si affronta rovistando tra le cose che ancora sono possibili quelle che ancora ti possono sorprendere.
È vero: ci si aggrappa : agli affetti, ai sorrisi, agli oggetti, alle cose che ancora puoi fare.
E in questo nuovo modo di vivere vedi cose che prima solo guardavi ed è una meraviglia.
Nulla è per sempre ed è un bene sia così.

Paura bambina di Patrizia

Paura del buio – di Patrizia Fusi

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Da giovane avevo paura del buio.

Abitavo sulla collina, la strada che mi conduceva a casa aveva solo tre lampioni .

Tornavo in paese alle venti e trenta, per vincere la paura del buio lungo il tragitto mi inventai un gioco, se avevo visto un film, con la mente sceglievo un personaggio gli davo vita col pensiero, mentre camminavo nel buio vivevo avventure , viaggi, innamoramenti e con questo gioco arrivavo a casa tranquilla.

Quando c’era la luna piena che illuminava i campi che costeggiavano la strada sembrava un paesaggio fatato, il silenzio che mi circondava mi abbracciava.

Ora questa paura non la provo più, anche perché le nostre strade sono illuminate. Ho piuttosto paura di fare del male alle persone. Paura di non essere capace di fare le cose.     

Paura di lasciar andare di Tina

Ce l’ho fatta per un soffio – di Tina Conti

Mi è andata bene…..

Ce l’ho fatta per un soffio

Se arrivavo prima, cosa mi poteva accadere

Bastava un passo in più

Per fortuna ho aspettato

Mi ha salvato quella voce.

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Guardando alla nostra vita  riflettiamo su quello che  fino ad adesso  ci ha salvato dai guai e dalle brutte esperienze

E’ servito l’aver interiorizzato  il senso di protezione e di paura di fronte agli eventi?

Perché temiamo quando diamo autonomia  alle persone a cui  vogliamo bene?

Siamo inquieti al pensare che  la paura  non si manifesti  al momento opportuno

per proteggerli e indicare un percorso.

Non sempre  prestiamo fede a quella  vocina, disubbidiamo per  sperimentare  quello che ci piace fare, quello che non abbiamo il coraggio di essere.

Chi si butta in tutte le esperienze e imprese che gli capitano senza provare timore e paura alla fine come si ritroverà, sarà la via di mezzo, il caso  o la fortuna ad avere un ruolo nella vita?

Le paure streghe di Gabriella

Aggrapparsi – di Gabriella Crisafulli

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Dopo il dolore arrivano le rabbie.

Si schierano sulla scacchiera e si muovono incuranti delle paure bambine che rimangono nude, rintanate in nascondigli misteriosi.

Per fare scacco al re vanno abbracciate, cullate, ninnate e poi esibite come meduse che pietrificano.

Le paure narrano chi eri e come sei diventata.

Le paure sono la forza per aggrapparsi al niente che rimane.

Le paure sono le streghe che danzano nel bosco: evocano il mistero di un futuro in attesa.

I nascondigli segreti della paura di Carmela

Catene di seta – di Carmela De Pilla

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Non voleva guardarsi dentro, sapeva che troppe strade tortuose lo attraversavano, catene di seta invisibili avvolgevano le sue paure che  lui custodiva con cura, sapeva che nascondigli misteriosi celavano verità sconosciute.

Quelle catene di seta stringevano fino a soffocarlo, voleva urlare la sua rabbia, ma rimaneva muto e l’inquietudine lo avvolgeva sempre di più.

Non voleva guardarsi dentro, togliere il velo poteva essere pericoloso, cosa avrebbe trovato sotto?

Silenzio, troppo silenzio.

Voleva aggrapparsi ai sogni, ma erano fragili per sostenerlo e cadeva ingoiato da paure misteriose.

Non voleva guardarsi dentro, troppa paura di verità ignote eppure quelle stesse paure gli tenevano compagnia, lo cullavano e in attesa che il sole sorgesse ancora guardava la luna.

La paura domata dal coraggio di Daniele

Il dolore si piange, la rabbia si urla, la paura si aggrappa.

Il coraggio di avere paura – di Daniele Violi

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Il coraggio che mi perseguita, aggrappandosi con il desiderio di riuscire a domare la paura, può anche talvolta piangere per il dolore che avverto salire dalla realtà impregnata di rabbia; la mia di rabbia, che trasformo in pensieri, poi in parole, concetti, frasi e dolcezza di armonia con la realtà stessa. Allora capisco che ho anche il coraggio di non aver paura. La mia méta auspicata è raggiunta.

Paura del futuro di Elisabetta

ELVIRA PENSA AL DOMANI – di Elisabetta Brunelleschi

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L’appuntamento era alle 11.30 in via dei Broccanti 25, terzo piano, studio Cartini. Elvira era stata categorica, non potevano ritardare. Uscì con passo incerto, alle dieci in punto, e insieme a lei c’era Fioretta che le porgeva il bastone e la sorreggeva quando doveva alzarsi e muoversi.

  • Non puoi star sola, se cadi?-
  • Se non vuoi andare in una RSA , pensaci…-
  • Signora lei deve iniziare a proteggersi, quella casa cosi’ grande. –
  • Noi potremmo aiutarla, cercarle qualcuno di fiducia.-
    Da quando aveva festeggiato i 92 anni era questo il ritornello, quasi giornaliero, ripetuto da pronipoti, consulenti, amici della parrocchia, volontari della Caritas che salivano a portarle i pasti. Tutti volevano convincerla ad accettare una badante.
    Si decise una mattina di estate, con il caldo opprimente che le toglieva respiro e forze. Si era alzata con l’intenzione di andare il bagno ma non ce la fece, le gambe non la reggevano e per non cadere si dovette appoggiare al bordo del materasso.
    E rimase lì, immobile per dieci, venti, trenta minuti, finché molto lentamente riuscì a rimettersi in piedi e muovere i piedi.
    Si allora spostò tra il bagno e la cucina, poi sfinita e ansante andò a sedersi, anzi sprofondarsi, in una delle poltrone del salotto. Il petto le tremava, la fronte stillava di sudore mentre intorno a lei girava la sua grande casa, ricca, sontuosa ma completamente sola.
    Fu allora, che di scatto, allungò la mano verso il tavolino, prese il telefono e digitò il numero della Caritas. Rispose Vilfredo, uno dei volontari di turno, che subito la riconobbe e capì.
    Fu così che dopo pochi giorni nella grande casa entrò Fioretta, una giovane rumena, dal corpo robusto e il volto chiaro e sorridente. Elvira l’accolse con freddezza, dentro di sé si era già pentita di quella telefonata. Ma in cuor suo sapeva che la badante era l’unica scelta che poteva salvarla dal ricovero in una RSA, doveva rassegnarsi. E poi avrebbe saputo lei come come tener d’occhio quella donna!
    Iniziò così un periodo di convivenza fatto di osservazioni, spiegazioni, domande, pretese, richieste. Fioretta, esperta del mestiere, che svolgeva da più di dieci anni, la lasciava fare, si dimostrava obbediente, e andava avanti per la sua strada convinta che anche Elvira, come tutte le altre, l’avrebbe alla fine accettata.
    Ma Elvira non dava cenni di aperture, la sua libertà finiva; i suoi gesti, le sue azioni dipendevano sempre più dai servizi di quella straniera.
    Ogni sera al ritorno dalla passeggiata nel parco sentiva che l’ombra stava per calare su tutti i suoi averi: nulla si porta dietro, tutto resta. Da tempo si era chiesta chi dopo di lei sarebbe penetrato in quelle stanze ormai polverose, immaginando persone intente osservare i quadri, rovistare tra i cassetti in cerca dei suoi tesori ma alla fine ad ognuna aveva dato un volto.
    Mancava solo l’ultimo atto.
    Il taxi

La paura uragano di Anna

Paura che si aggrappa – di Anna Meli

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Il dolore si piange, la rabbia si urla, la paura si aggrappa.

            In vita sua non aveva mai provato grandi paure, semmai erano legate a manifestazioni improvvise che, una volta scoperte si risolvevano spesso in una risata, trattandosi solo di impressioni.

            Arrivò purtroppo, un bruttissimo giorno in cui la paura si aggiunse a rabbia e dolore, in un’esplosione tremenda.

            Mezzanotte circa: nella casa il silenzio accompagna un sonno tranquillo, quando all’improvviso lo squillo del telefono interrompe il tutto. Timore, angoscia, paura? E’ tardi, forse qualcuno ha sbagliato, succede!

            Corre al telefono, alza la cornetta e la tremenda notizia la colpisce con la violenza di un uragano. L’incredulità iniziale si trasforma in un urlo prolungato, disumano come l’ululato di un lupo e il dolore, la rabbia, la paura si fondono insieme lasciandola senza fiato. Respira profondamente anche perché non sa come comunicare la cosa agli altri che si sono svegliati. Paura, paura, di non sapere a chi aggrapparsi per trovare la forza di dare conforto e forza a chi ne avrebbe avuto più bisogno di lei.

La paura che si aggrappa di Stefania

L’ uomo porta dentro di sé le sue paure – di Stefania Bonanni

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Ho nascondigli introvabili. Mi sento al sicuro se penso di averle nascoste così bene, le mie paure. E così e’ sempre stato, fin da bambina. Ho sempre avuto la percezione e la presunzione di riuscire in un esercizio possibile, anche se difficile e doloroso. Si, perché quando pensi di schiacciare la paura dietro al vivere quotidiano, non ti rendi conto, o forse ti rendi conto perfettamente ma non riesci a fare in altro modo, che non solo hai infilato la paura in fondo ai tuoi canali, in luoghi dai quali non uscirà, ma hai anche costretto tranquillo quotidiano ad assumere un ruolo che diventa fasullo, forzato, invivibile.

Poi, nella vita, capita di piangere dal dolore, di urlare dalla rabbia, capita di vivere realtà così terribili che nessuna paura immaginata arrivava a tanto. Capita anche che pensieri scuri e solitari si trasformino in realtà terribili.

Ci sono anche superstizioni, piccole magie, che sortono l’ unico risultato di vivere le paure in silenzio e solitudine. Per esempio, per l’ appunto, la convinzione che è bene non parlarne, caso mai diventassero reali.

Adesso ho paura del futuro, del peso che potrei essere per la mia famiglia, ed è una contraddizione in termini, perché voglio ostinatamente diventare vecchissima, AGGRAPPATA..