Lettera di Cecilia alle Matite: vado a Trieste

Città laterale – di Cecilia Trinci

Trieste mi mancava. Non sapevo immaginarla, così esterna all’Italia, troppo spinta sulla destra delle carte geografiche, così zigzagata nei margini, su quel mare adriatico considerato da noi toscani marittimi, così poco salato, poco profondo, poco azzurro, col sole che tramonta e sorge al contrario.

Non mi era capitato di andarci e ho chiesto di assolvere questa mancanza per il mio matrimonio tardivo. Scomodo salire in autostrada oltre Bologna in giorno di lavoro, un traffico scoraggiante per una coppia attempata e una macchina timida, ma la curiosità spingeva come dopo mai più è successo. Dopo una serie indefinibile di tunnel eccola, Trieste, adagiata su un mare piatto , celestino, quasi invisibile nel contrasto del cielo appena appena disegnato, controluce di mattina presto, sdraiata proprio con il profilo zigzagato imparato nelle carte geografiche. Incredibile fu questo primo incontro con una terra che davvero era come l’avevo vista disegnata. Improbabile come il ghirigoro di un fantasista.

Era luglio quando entrammo in città, calda, nonostante la lieve brezza di mare che si spinge indifferente fino dentro alle vie. Le persone camminano sui muretti lungomare, si siedono al sole appena al di là dei parcheggi, fanno il bagno in pausa pranzo affollandosi su spiagge di pietre, senza un solo chicco di sabbia. Le ragazze, giovani e  anziane camminano spavalde, a testa alta, poco vestite, accese, sicure, altissime e flessibili. Le signore anziane non esistono a Trieste, ci sono solo ragazze di età variabile, dallo zero ai cento anni, sedute sui muretti con la faccia al mare, come sirene silenziose e colorate o che camminano fresche, a lunghi passi. Non esistono pause, brevi o lunghe che non si spiaggino al mare, nei bagni che si alternano ai negozi e alle fermate dei tram, o sui sassi liberi. Profumo di caffè e di nafta, odore di pesce e di lavanda, di grappa e biscottini, gamberetti e maionese. Gente libera, abituata al vento, a resistere al vento forte, al grecale di mare, ai monti carsici, alle guerre e ai popoli diversi.

Vorrei tornare in inverno, quando le città del nord sono più vere.

Lettera a Cecilia di Stefano: torno da Trieste

La terza volta a Trieste- di Stefano Maurri

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Ritornare a Trieste per la terza volta: ormai quella città mi è entrata nel cuore. Una volta sicuramente perché è stata la prima tappa del viaggio di nozze e  non mi dilungo a raccontare i posti più noti dove siamo stati e alcuni aspetti più specifici. Come la particolare Duino con il suo castello, che ancora appartiene  a un ramo dei principi di Sassonia e  le sale romantiche ancora più di quelle del Miramare. La cosa più inquietante è che fu anche la  sede del comando dei sommergibili nazisti. Attraverso un  dedalo di  cunicoli si arriva al  porticciolo sottostante a cui attraccavano i tedeschi.  “La multinazionalità di Trieste si legge in tutti i suoi angoli” mi fu ricordato quando andai per un convegno sui servizi sociali da un dirigente della regione. Qui si parlano l’italiano, il tedesco, lo slavo, il friulano; la madre di lui era nata prima del 1918 e aveva avuto documenti  austriaci, del Regno italiano, del Terzo Reich, della Repubblica jugoslava, degli alleati, della Repubblica italiana. Ormai si sono in parte sopite le contrapposizioni linguistiche ma quando sotto la statua di Oberdan appare la scritta  “fora italian” ne appare subito un’altra “fora slavi “. Trieste è una città dove ancora resistono i caffè, i negozi piccoli riservati dove puoi trovare un vetro di Murano a prezzi decisamente inferiori a quelli di Venezia o un libro antico. Come tutti i ritorni non sempre questo mio  è fortunato; non parlo del viaggio di nozze ma di quello fatto per motivi di lavoro, quando, alla cena qualcosa di avariato mi perseguitò per tutto il viaggio di ritorno,  senza concedere una guarigione definitiva. Trieste mi è rimasta nel cuore e…. nell’intestino

Lettera a Cecilia di Rossella B.: vado a Parigi

Scrivere per aspettarti – di Rossella Bonechi

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“scrivere a qualcuno è l’unico modo di aspettarlo senza farsi male”                                            …io che vado e due signore che tornano…

Cara Cecilia,

ti scrivo per scusarmi ancora se nelle prossime settimane diserterò i nostri giovedì ma un’occasione come questa non potevo proprio perderla! Ho pensato che mentre il paesaggio mi scorre accanto veloce dal finestrino, scriverti fosse la cosa più vicina a quello che mi hai insegnato a fare, e ad essere sincera è anche un modo per precludermi agli sconosciuti compagni di viaggio che hanno come me un biglietto in tasca per Parigi. Non voglio conversare per forza, sorridere per garbo, scovare domande improbabili per evitare quelle banali, voglio solo godermi il viaggio, pregustare la meta, ripassare il mio zoppicante francese e…. Perchè si ferma ??? Dove siamo? Sfuggo lo sguardo interrogativo del mio vicino e leggo il cartello rimettendomi gli occhiali: ah, sì, Torino. Tappa prevista ma non mi aspettavo una sosta così lunga. Per ingannare un po’ il tempo altro non posso fare che parlarti di quel che vedo: i passeggeri del treno fermo a fianco sono tutti scesi, una folla che alla spicciolata, sgocciolando dalle portiere, intasa pian piano il binario. Parlano tra loro, un po’ si agitano, qualcuno gesticola con il capo treno. Solo una bella signora bionda, vestita elegantemente ma con brio, guarda verso di noi e per un attimo incrocia il mio sguardo e mi sorride, poi allarga le braccia come a dire “pazienza!”. Mi ha spiazzato il suo sorridermi e mi dispiace non aver fatto altrettanto. Ecco, stanno rimontando tutti sul loro treno e …. ” fermi ! fermi ! ” mi verrebbe da gridare “c’è una persona rimasta indietro che deve ancora salire !” ma posso continuare a scriverti tranquilla: con le falcate delle sue belle gambe da fenicottero ce la farà ! Sento qualcuno che dalla porta aperta le grida ” Dai, Lucia, accelera che sennò ti lascian lì !” Tutto a posto, il treno è partito e vedo scorrere i cartelli sulla fiancata : è il treno Parigi-Roma; pensa te, Cecilia, io vado e loro tornano !    

Lettera a Cecilia di Carla: torno da Parigi

Ricordare e dimenticare Parigi – di Carla Faggi

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Cecilia cara, non ci crederai ma sono tornata di nuovo a Parigi. Si lo so, sono un po’ monotona, ti ho scritto tante volte di questa città, di come ha condizionato la mia vita, di come l’ho amata e poi dimenticata.

Pagine e pagine di racconti ti ho fatto, un diario dei miei primi quarant’anni. I miei studi, i miei amanti, il mio primo marito, tutti legati a questa città. La mia sofferenza quando una parte della mia Notre Dame se ne andò in fumo. Ti scrissi anche allora, ti ricordi?

Poi ,come ti dicevo, l’ho dimenticata, tutta presa dalla mia vita alla periferia di Firenze, sulle colline di Antella.

Ed ora ci sono voluta ritornare, chissà perché?

Non ho trovato niente di quello che avevo lasciato, non la mia irrequietezza, la voglia di continui cambiamenti, il mio sentirmi francese, lo svegliarmi la mattina e voler fare cose importanti per sentirmi importante e fare cose libere dalle regole per sentirmi libera, niente di tutto questo ho ritrovato.

Lascio Parigi con la voglia di ritornare a casa.

Cecilia cara, ora sono ferma a Torino, il palatino si è dovuto fermare.

Mi guardo attorno e vedo una città accogliente, spaziosa, posso sentirmi bene, senza irrequietezza e frenesia, e…Cecilia non ci crederai ma ci sono pure Lucia e Rossella…ecco ora mi sento a casa! vado loro incontro e poi ti racconto, chissà cosa ci faranno…baciiii!

Lettera a Cecilia di Patrizia: torno da Livorno

Una giornata di mare – di Patrizia Fusi

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Cara Cecilia

sono in treno, sto tornando a Firenze.

Sono in un scompartimento quasi vuoto, ci sono solo coppie che parlano fra di loro, dall’aspetto hanno circa la mia età.

Mentre il treno corre e il paesaggio cambia velocemente mi è venuta voglia di scriverti e raccontarti perché avevo deciso di venire a Livorno e come ho trascorso la giornata.

L’atra  sera dopo che sono tornata dal lavoro mi sentivo stanca e depressa per le difficoltà che passo in questo momento, ma non volevo arrendermi a questo malessere. Avrei voluto andare in una città vicina e scelsi Livorno, il giorno dopo ero libera, il tempo metteva bello e io avevo voglia di sole e profumo di mare.

Sono arrivata presto e ho deciso di andare subito al santuario di Montenero, quando sono arrivata su,  quello che mi circondava mi ha levato il fiato dalla bellezza, il paesaggio e il complesso del santuario.

La chiesa era di una bellezza splendente, mi sentii avvolgere dalla serenità che quel luogo mi infondeva, non percepivo neppure i tanti pellegrini che mi circondavano

C’erano esposti tanti quadri per devozione o per una grazia ricevuta.

Nel tragitto di ritorno mi si riempivano gli occhi del paesaggio che mutava ,mentre la funivia scendeva veloce.

Sono andata alla terrazza Mascagni , il sole si spandeva su tutto, il mare era leggermente increspato, le onde con una leggera schiuma bianca si infrangevano  sugli scogli e accarezzavano un piccolo tratto di sabbia.

La piazza era bella con quel pavimento a scacchiera , la facciata del   grande Hotel rendeva tutto maestoso .

Affacciandosi alla balausta, anche quella particolare, davanti ai miei occhi c’era l’infinito.

Ho preso un caffè al bar nella piazza ,un giocoliere intratteneva grandi e piccini con le sue magie.

Ho passeggiato lungo mare, tanti bagni, piccoli o grandi uno con piscina.

All’ora di pranzo ho preso un panino a un furgoncino.

Ho scelto una panchina all’ombra per mangiare, ho continuato ad osservare chi passava, mi ha colpito l’allegria e la gioventù di due ragazzine che sfrecciavano con i pattini creando un po’ di disagio alle persone.

 Una giovane mamma con  due bambini , uno sul carrettino e l’altro  per mano: da come erano vestiti si vedeva che erano benestanti, in lontananza è apparsa un giovane rom che chiedeva l’elemosina,la giovane mamma si e soffermata ha aperto la borsa e poi ha continuato il cammino, ho visto che ha messo qualcosa nella mano tesa, questo atto di umanità mi ha rallegrato.

E l’ora di andare a prendere il treno. Cecilia sono quasi arrivata alla stazione di Firenze, grazie della compagnia che mi hai fatto

Lettera a Cecilia di Sandra: torno da Livorno

Spero non sia cambiata – di Sandra Conticini

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Ciao Cecilia,

sto tornando da Livorno, perchè ricordavo di esserci stata da piccola e volevo vedere se la città era cambiata.

In quell’occasione l’acquario mi sembrò grande, ora mi è parso piccolo e un po’ malmesso, ma credo di tornarci quando avranno finito il restauro, così avrò le idee più chiare.

Sono andata a fare un giro sulla terrazza Mascagni, ristrutturata è bellissima, ma sono dovuta scappare dal vento che tirava, mi sentivo  un appiccicaticcio addosso, gli occhiali  appannati dal salmastro ed ero a disagio. Peccato, mi sarebbe piaciuto stare lì a scaldarmi al sole e a godermi la vista sul mare con quelle belle onde alte che non sai se riescono a bagnarti o se ce la fai a scappare. Da ragazzi il mare mosso era un bel divertimento, non dava noia niente.

Ho fatto una passeggiata lungomare,  sono passata dai bagni Pancaldi, anche quelli un tantino fatiscenti,  sinceramente non capisco come fanno a stare su quei lastroni di cemento a prendere il sole in piena estate. Da lì ci sono passati principi, principesse, scrittori importanti, diciamo un turismo aristocratico, ma ora i tempi e le persone sono cambiate e bisognerebbe dargli una bella rinfrescata. 

Quello che mi affascinò anche da piccola fu il palazzo dell’Accademia Navale, tutti quei marinai in giro per la città e, ricordo ancora oggi l’entusiasmo del babbo che finalmente ebbe la soddisfazione di visitare la nave “Amerigo Vespucci”, per lui un mito.

Un’altra tappa, visto l’ora, è stata andare a mangiare un po’ di pesce da  “Melafumo”. Un’osteria tipica di Livorno senza nessunissima pretesa, ma caratteristica già da fuori. Pieno di bandiere portate da tutto il mondo, ogni tanto c’è qualche maglietta, fotografia del Che Guevara,  sciarpe e cappelli della squadre del Livorno, tavoli, sedie, piatti, bicchieri tutti diversi l’uno dall’altro. Ogni tanto qualcuno inizia a cantare e altri gli vanno dietro. Insomma un ambiente allegro, ma tranquillo, tanto che il tempo si è fermato. Ho dovuto una corsa per prendere il treno.

Sto arrivando a Firenze, ti saluto sperando di non averti annoiato.

Un abbraccio

Sandra

La lettera a Cecilia di Vittorio: torno da Livorno

20.11.2025

Lettera dal treno – di Vittorio Zappelli

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Buongiorno Cecilia

ti scrivo in questa mattina di tiepido sole  autunnale .Ho preso un treno per Livorno che invero pare troppo lento per i miei desideri. Voglio arrivare presto: una Lei mi aspetta alla stazione o almeno cosi’ me lo sento. Con questa premura il paesaggio che scorre dal finestrino mi fa solo da fondale per un volto che ogni poco si sovrappone agli alberi ed alle case che sfilano davanti. Alle 10 spero di incontrarla, appena sceso dal treno.

 Ore 10 e 10 il convoglio ha recuperato il tempo e sta arrivando .Ti lascio in sospeso con lo scritto che riprendero’ piu’ tardi …..

Ore 17 circa 

Eccomi di nuovo con la penna in mano …

la giornata  non è andata come avevo immaginato .

Innanzitutto Lei non si è vista il che mi ha reso inquieto all’inizio e poi anche addolorato . Cosi’  per sfogo ho deciso di sfiancarmi il fisico camminando ed andando a piedi a Montenero a rivedere la città labronica dall’alto. La vista di lassu’ con il mare a perimetrarla e le nebbie mattutine ancora da sciogliersi al sole , mi è apparsa bellissisma e fascinosa . Perfetta cornice per il mio appuntamento,  che pero’ non c’è stato .

Non mancavano turisti al santuario ; io ,con pensiero impertinente ed un po’ blasfemo , ho chiesto   la grazia di farmi trovare la Lei aspettata invano stamattina. 

Poi mi sono fermato li sulla piazza ad un bar per un panino prima di ritornare a valle ;quando una ragazza al tavolo vicino ha iniziato a tossire soffocando per un boccone di traverso, d’istinto Le ho affibbiato dietro la schiena un bel colpo che ha avuto pieno effetto ,liberandola dall’inghippo. Per questo mi ringrazia sorridendo  ,parliamo e dopo un po’ ritorniamo insieme in città con la funicolare e dopo proseguiamo a piedi fino al centro in sintonia chiacchericcia.

La grazia chiesta non si è avverata ma ,forse ,ne ho ricevuta un’altra.

Ecco ora chiudo lo scritto perchè sono di nuovo alla stazione

Ti lascio ,in omaggio a questa città sportiva ,chiassosa ed impertinente, con un:

Viva il cacciucco de’!

Ps mi accorgo che sul treno del ritorno sta salendo la Patrizia anche lei a Livorno

Chissà che ha fatto ? Ne riparleremo giovedi prossimo. 

Vittorio

Lettera a Cecilia di Stefania: torno da Napoli

Il non viaggio a Napoli – di Stefania Bonanni

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Firenze, novembre 1985

Gentile signora,

Scrivo questa lettera perché così era detto nelle istruzioni, ma in realtà il mio viaggio a Napoli e’ stato solo un viaggio. Non ho visto Napoli, non ho incontrato chi mi aspettava, ho passato ore a pensare, e poco più.

Non sono mai stata a Napoli, perlomeno fisicamente, ma in realtà e’ un posto che conosco, amo molto, e mi e’ affine. Lo so, non sembra possibile, invece e’ una sensazione così profonda che il riscontro con la realtà mi sembra un rischio troppo grande. Viaggio tra i sentimenti.

Questa volta ho corso il rischio. Andando, in treno, pensavo potesse essere lo sfondo di un incontro che avrei voluto romantico, magico, colorato di voci e colori del mare, dei vicoli, della gente, di tutto quello che penso sia Napoli.

Arrivai alla stazione, scesi, e subito mi accertai  di avere la borsa chiusa ed il portafoglio a posto. Siccome e’ un atteggiamento che non mi appartiene assolutamente, pensai di essere preda dei luoghi comuni.  Se era così, luogo comune per luogo comune, cercai il Vesuvio con lo sguardo e la sua presenza solida e massiccia, mi rassicuro’.

Avrei avuto bisogno di compagnia, o di essere completamente sola, nel deserto. I passanti, chiassosi e strombazzanti, mi distraevano, e mi provocava dolore accantonare il mio pensiero fisso, come fosse l’ unica certezza in quella tempesta.

Che poi, il mio non era certo un pensiero straordinario.

Andavo a Napoli per un appuntamento “galante”. Penso sia la prima volta che uso questa parola un  po’ sdolcinata e ridicola, che sa di porte aperte e baciamani. Nulla di galante. Sapevamo benissimo perché ci si incontrava così lontano da casa. Sarebbe stato sesso. Solo sesso. Ed io non ero neanche tanto interessata. A Napoli, sul lungomare, con la luna che c’era, avrei voluto una musica in sottofondo e dolci parole da portare via. Però sapevo, era stato tutto molto chiaro, sapevo come sarebbe andata.

Ed allora, perché Napoli restasse un pensiero da sognatori, a quell’ appuntamento non ci sono andata.

Tornai in stazione e ripresi il treno, stavolta in direzione ostinata e contraria.

Sognero’ sul Ponte Vecchio.

Saluti cari. A giovedì, Cecilia.

La lettera a Cecilia di Rossella G.: vado a Livorno

Cara amica ti scrivo…. – di Rossella Gallori

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Vado vicino, per andare lontano

Carissima

…scriverti, originale, l’idea un po’ mi spiazza, ma ce la devo fare, deluderti? No non sarebbe il caso.

Sono su questo treno del cavolo che dondola un po’ troppo per i miei gusti, detesto viaggiare, non ho senso dell’orientamento, mi stanca solo il pensiero e e e…non voglio annoiarti sai già tanto di me, qualcosa ti risparmio!!

Quindi ti dicevo: il treno è affollato, ma era l’ unico modo per raggiungere Livorno, a piedi? non potevo,  troppo lontano, in macchina? non ho patente, a nuoto, ma da dove mi butto dal ponte Vecchio? Dal Girone? In bici?  Sieeeee non ci so andare. Quindi treno sgangherato e via.

Devo ritrovare parenti quasi sconosciuti, ti dirò ho cercato di raccontarlo al signore accanto a me, annuiva, sorrideva, poi ho capito che era sordomuto, la conversazione silenziosa con la sua compagna me lo ha confermato.

Cerco gente che mi somigli, so dove andare, cerco cognomi che non sono il mio, che conosco bene.

Ma ci sarà ancora il ghetto? Il mercato americano, i quattro mori?

Il viaggio è breve Ceci, ma per me è tutto lontano, lontanissimo, poi oggi ho caldo, mi sono vestita troppo, le mie solite seghe mentali: …..e se tira vento? Se il mare è mosso? Se i gabbiani avessero la diarrea? Con il terrore del puzzo di pesce, dove andrò a mangiare? Ricordo però un posto unto anche nell’insegna con la cecìna che sembra la luna, con il proprietario con la faccia a luna, con camerieri con la luna storta, vicino all’ acquario, credo.

UNA voce un po’ metallica annuncia la fermata prima di Livorno, Cast…che ne so. Spero di non avere difficoltà a scendere, mi ci mancherebbe un gradino troppo alto, così invece che “ ai mercatino amerhano” vo a finire all’ ospedale” de ginocchi sfatti”

Ma tu come stai Ceci? Sei contenta che prenda un giorno per me? Magari diventan due, tre,  se trovo un chicchessia che mi ospiti, scrivo ai mi omo: un torno, per ora! Sarebbe carino, a proposito il tuo di omo icchefa?? Mi perdoni la mia fiorentinità vero!

Ora concludo, devo scendere, i deh, i bimbo, mi rimbalzano già in testa, famigliari a tratti. Te l’ho già detto che ho un foglio con dei cognomi e gli indirizzi? Tutto in borsa che pesa di ansie e cose.

Poi quando torno ti farò sapere, forse son tutti già morti e sepolti, prima del mio arrivo  e questo pellegrinaggio è stato inutile, o forse mi riconosceranno, ho ascoltato tanto la loro lingua.

Scendoooo Ceci scendo, vo per leVenezie!!!

Ps: alla stazione  sul treno Livorno/ Firenze dal finestrino  ho visto una nuvola rossa, forse era fuoco, una testa in fiamme!  Anche stavolta la Madonna di Montenero, unnà fatto grazie!!!!

Lettera a Cecilia di Anna: vado a Genova, anzi no a Pisa

IN TRENO VERSO PISA – di Anna Meli

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Cara Cecilia,

ti scrivo per metterti al corrente che oggi, in questa bella giornata di sole, ho deciso di godermela e andare a Pisa: un po’ d’arte, un po’ di mare condite di spensieratezza.

            Avevo proposto a Nadia di accompagnarmi, ma non ho avuto risposta. Forse avrà avuto qualche altro impegno. Ho deciso che la richiamerò una volta salita in treno.

            Sono in stazione e salgo con un po’ di fatica lo scalino della carrozza; c’è abbastanza gente ma, strusciandomi un po’, sono riuscita a sedermi vicino ad un anziano signore dall’aria importante con tanto di baffi e occhiali, assorto nella lettura di un giornale. Mi guarda un po’ di traverso, poiché è costretto a spostarsi per farmi posto vicino al finestrino. Riesco comunque ad accomodarmi.

            Il treno è in partenza, esce lentamente dalla stazione; osservo i binari che si incrociano in basso e cavi elettrici in alto che formano una gigantesca rete nella quale mi sento quasi prigioniera.   Solo pochi momenti e la locomotiva corre veloce vero la meta.

Mi squilla il telefono; rispondo. E’ Nadia che si scusa di non aver risposto al mio invito. Aveva dovuto recarsi a Genova per questioni familiari ed ora stava tornando e viaggiava in senso contrario al mio.

            E’ molto tempo che non ci vediamo e, nell’occasione, dopo lo scambio dei saluti e notizie varie, decidiamo di incontrarsi in una stazione lungo il percorso comune. Propongo Pisa e sento che lei mi sta rispondendo, ma la linea viene e va, Riesco a capire “Genova…poi dopo un breve intervallo…for La Spzi…altro intervallo.’’ La linea è molto disturbata. Ripeto lentamente e nel modo più chiaro possibile “ Pisa, scendi a Pisa!’’ e chiudo.

            Il viaggio continua, attraversa campagne incolte e abbandonate, si nasconde in buie gallerie, poi riemerge e respira alla visione dell’azzurro di qualche tratto di mare.

            Mi sento sospesa, forse dormicchio un po’, riesco solo a vedere al di là del finestrino una striscia azzurro-grigiastra che delimita l’orizzonte. Il treno sta rallentando, passano pochi minuti ed ecco ci siamo. Mi alzo, mi stiracchio, do una sbirciata fuori per vedere se Nadia è arrivata. Forse meglio scendere.

            La cerco prima con lo sguardo, poi mi incammino con fare incerto in varie direzioni ma niente, non c’è. Mi informo dell’arrivo del suo treno. Mi dicono che dopo una breve sosta è ripartito.

            Cerco ancora fra la gente, al bar della stazione, ma niente, niente da nessuna parte. Ho capito, forse non ci siamo intese. Dalla borsa prendo il telefonino e le scrivo un messaggio “ Mi dispiace non esserci incontrate, ma se sei qui da qualche parte ti invito a venire in Piazza dei Miracoli, io vado là.’’

Lettera a Cecilia di Nadia: torno da Genova

LETTERA DAL TRENO – di Nadia Peruzzi

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Cara Cecilia,scrivo circondata da ragazzi vocianti che mi stanno rompendo i timpani e non solo quelli. Per cercare di sopravvivere al gran bordello,attorno e dentro la mia testa,ho tirato fuori dalla borsa carta e penna per vedere se scrivendoti riesco ad estraniarmi dal caos. Sto tornando da Genova. Come sai ho ancora dei parenti lì e ogni tanto li vado a trovare. Genova per me è terra di legami indissolubili e di affetti e ricordi che oltrepassano la linea fra l’esserci e il non esserci più. Sento più di un pizzico di nostalgia quando salgo sul treno che mi riporta a casa .I ricordi sono quelli di me bambina ,e di varie fasi della mia vita. È una città che è dentro di me,parte del mio patrimonio genetico,molto più di quella in cui sono nata.Ci sono stata così poco in quella,che vale solo come città in cui tornare da turista. Per questa invece è tutta un’altra storia.Ogni partenza è un pezzo di cuore che resta.Tanto più ora che ci sono solo nuove generazioni.Quelli con cui sono cresciuta ,andati,piano piano,tutti. Pioveva a dirotto,quando sono partita,e la pioggia sta accompagnando il viaggio. I disturbatori maleducati,si stanno tirando addosso di tutto,dal pop corn alle noccioline.Fanno venire gli istinti peggiori.Da “Wilma dammi la clava”,al pensiero di una penna di granito da tirare in testa al capo brigata,per vedere se placato lui si placano anche gli altri. Ci stiamo fermando a La Spezia.La fermata si fa più lunga del solito.Un calo di tensione elettrica,dicono. Potessero spegnersi anche le pile di questo gruppo di imbecilli starei meglio. Nemmeno la minaccia di una multa salata da parte del controllore sembra cosa che li preoccupi. Mi affaccio al finestrino che è tutto appannato .Sull’altro binario un treno che va in direzione opposta alla mia.Anche questo treno è fermo da un po’.Vedo attraverso il finestrino opacizzato dal vapore ,Anna con la sua espressione sempre tranquilla e serena. La saluto con un cenno del capo e un sorriso,mentre penso che nel suo vagone ci deve essere un silenzio che pagherei a peso d’oro. Vabbè, sopporterò ancora.Per fortuna lentamente i due treni si muovono. Che strano penso che Anna non abbia risposto al mio saluto. Forse non mi avrà visto. Nel dubbio ricomincio a scriverti ,perché mentre scrivo mi calmo e mentre penso riesco a distrarmi da quello che mi circonda. Mi sembra di essere entrata in una bolla di sapone,che mi fa da scudo protettivo.I rumori arrivano attutiti,la mente vola lontano. Non mi sono nemmeno accorta di aver passato Pisa. Mi torna in mente all’improvviso che prima di partire con Anna ci eravamo scambiate un messaggio,dandoci appuntamento a Pisa.Era da tanto che avevamo programmato una visita al Campo dei Miracoli,e l’occasione del mio rientro da Genova ci era sembrata provvidenziale. Ripenso alla signora cui ho mandato un saluto .Ecco perché non mi ha risposto.Ho preso una bella cantonata,Cecilia. E ora? Cecilia che faccio? Che figura! Sarà il caso di scusarmi subito con lei per averle dato buca,vero?Le scrivo un messaggio per spiegarle quello che mi è successo a causa della mia totale distrazione,sperando che nel frattempo Anna non si sia fatta prendere troppo dal nervoso.Non me la immagino arrabbiata,è sempre così calma e misurata , e spero che non si sia offesa troppo per questo disguido. Le proporrò ,se non se l’è presa troppo, di andarci in un altro momento. In macchina,questa volta. Saluti.Cecilia,incrocia con me le dita e speriamo che Anna l’abbia presa bene.

Lettera a Cecilia di Lucia: Vado a Parigi

foto di Lucia Bettoni

Cosa sarebbe la vita senza sogni?
Io ho un sogno e te lo voglio raccontare
Quando ero una giovane donna mi ero innamorata di un ragazzo del quale sapevo ben poco
Sapevo che abitava in una grande città e un giorno decisi di andarlo a cercare
Lo cercai e lo trovai
Ti sembra impossibile?
Credi che stia mentendo?
No, amica mia, è successo davvero e questa non sarà l’unica volta in cui un’evento così poco probabile succederà veramente nella mia vita
Tutto dipende da quanto un sogno è grande
Ti sto raccontando questo perché mentre ti sto scrivendo sono in viaggio per Parigi
Un altro viaggio, non più di una adolescente ma un nuovo viaggio di donna molto donna, perché è vero, non ho mai smesso di sognare
Ho sempre un sogno
Ho sempre quella forza che si chiama desiderio
Andrò a Place des Vosges, quella piazza in pieno centro nel quartiere Le Marais, uno dei luoghi che amo di più di questa bella città
Camminerò intorno alla piazza sotto i portici
Guarderò dentro ogni bar, dentro ogni negozio d’arte
Annuserò l’aria
Respirerò ogni profumo
Ascolterò il rumore di ogni passo
Scruterò ogni volto alla ricerca del suo
Mi siederò su una panchina, la piazza ne è piena
Aspetterò l’estate, l’autunno e tutte le stagioni
Aspetterò finché non lo vedrò arrivare
Sì, perché lui arriverà, ne sono sicura
Sentirò lo scricchiolio delle foglie sotto i suoi passi, poi la sua mano si poggerà sulla mia spalla
Mi volterò e riconoscerò i suoi occhi e non ci sarà bisogno di parole
Nessuna parola quando i sogni si avverano
Basta un attimo
Un solo attimo per un sogno
Poi ripartirò
Un treno mi aspetta
La mia vita mi aspetta
Mi fermerò a Torino
Andrò al Parco del Valentino
Andrò lì solo per passeggiare e chissà…
Sicuramente due amiche mi stanno aspettando

Lettera a Cecilia di Luca: Vado a Milano

Lettera dal treno – di Luca Miraglia

foto di Luca Miraglia

Carissima,

si é appena mossa la mia freccia per Milano e ho deciso di scriverti. Seduto al mio posto smart, coi bimbetti che fanno la loro colazione urlante, mi sono già scocciato di questo viaggio obbligato.

Non é la prima volta, e forse non sarà neanche l’ultima, di questo mio pendolare tra casa e Milano, e tu sai il perché.

Mi affatica più che altro il pensiero dello sbattimento urbano che mi attende: treno, metro, bus e una lunga camminata verso quell’ambulatorio di periferia tutt’altro che accogliente.

Le prime volte riuscivo anche a godermi un po’ la scoperta dei luoghi che attraversavo, cercando di intuire il gusto, lo spirito, il senso del vivere in una metropoli come quella. Oggi invece assaggerò solo la convulsa arroganza di un città difficile e spesso respingente.

Certo, il suo centro colto e progressivo, la sua anima propulsiva ed accattivante, ma quanto è scolorito e anonimo tutto il resto.

Non nego di esserne stato affascinato le prime volte che ho approfittato di questi miei viaggi di poco più di mezza giornata per inoltrarmi nelle sue pieghe storiche e nei suoi slanci futuribili, ma oggi, forse per il mio spirito mal disposto, non ho alcuna attrattiva verso di lei.

E intanto i bimbetti hanno cosparso di nutella e briciole il sedile accanto mentre mamma chiacchiera al cellulare… il buongiorno si vede dal mattino…

A presto.

Luca

Il personaggio di Tina: l’avventuroso casalingo

L’avventura – di Tina Conti

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Quanto fermento  nella sua casa, tutti mobilitati, la sorella aveva  contribuito  aggiungendo allo zaino altre  tasche tecniche e  impermeabili.

Al giaccone  a tre strati, avevano aggiunto  cerniere  e tasche , consigliate e realizzate dall’amico calzolaio, un vero talento  per lavori di precisione.

L’autunno con  le sue  giornate corte  ma ancora soleggiate consentiva di testare  i vari materiali   utili alla riuscita di quella impresa che  nel tempo aveva coinvolto e appassionato anche il resto della famiglia gli accessori con tecnologia innovative garantivano un funzionamento in condizioni estreme come la  lampada solare, il fornello ad anidride carbonica il telefono super  potente che   non necessitava di ripetitori satellitari.

Solo la sua mamma  come sempre era in ansia, non si aspettava  che a 55 anni  con moglie e tre figli  avrebbe ancora voluto compiere quella impresa di cui parlava da sempre.

E poi da solo, con quella attrezzatura casalinga di cui andava tanto fiero e che a lei non dava sicurezza.

Per anni, lo vedeva soddisfatto del lavoro, sportivo e allegro amante delle belle nuotate al mare e impegnato a far appassionare i suoi ragazzi alla vita all’aria aperta.

Poi, quel suo capriccio era ritornato fuori, ne parlava sempre, e cercava di coinvolgere i suoi interlocutori,  ma nessuno aveva deciso di seguirlo.

L’amico medico che  lo aveva sempre incoraggiato, si era impegnato a monitorarlo a distanza in ogni situazione, con il  kit di  pronto intervento che gli aveva preparato lo avrebbe fatto sentire al sicuro ovunque, anche lui però  non si era sentito di   affiancarlo.

Da mesi in casa a  rotazione aveva indossato una serie di calzature e indumenti che dovevano risultare comodi caldi e anallergici garantendo giorni sicuri.

Spesso, diceva che avrebbe brevettato   alcuni  degli oggetti da lui creati in quanto molto innovativi a basso impatto ambientale  così da mettere a frutto la sua esperienza.

Per allenarsi nelle giornate di pioggia, aveva sperimentato un    cavalletto dove sistemata la bici poteva pedalare per ore simulando terreni  diversi  di  pianura, di salita e ripide discese.

Il garage di casa sembrava un laboratorio spaziale, i vari materiali sistemati con cura e rodati a giorni alterni con registrazioni e tempi cronometrati apparivano perfetti.

Aveva già fatto  quattro tentativi  di partenza, ma qualcosa era sempre andato storto.

Oltre ad aver dovuto buttare le scorta di cibo per la sopravvivenza, si percepiva   anche una certa stanchezza negli amici fedeli.

Questa volta però, tutto avrebbe funzionato.

Recuperato un po’ di entusiasmo la moglie gli aveva preparto il suo bagno preferito con Sali e aromi del giardino, dopo una cena leggera   con le cose da lui preferite che facevano però storcere sempre il naso ai suoi bambini, si stava rilassando  nella sala adattata a palestra.

Suonò il barbiere, non sarebbe mai partito con la testa in disordine e la barba sfilacciata.

Dall’aspetto appariva in forma smagliante, felice e coccolato, si sentiva pronto.

Un ronzio strano però ad un certo punto lo infastidiva mentre nel suo studio riordinava le carte doveva lasciare le cose apposto, aveva fatto anche testamento per scaramanzia.

Il ronzio intanto si faceva insistente, si mise a guardare da dove proveniva  non  vide niente.

in poco tempo si accorse che  tutto quello che aveva fatto per una partenza impeccabile si stava rilevando vano, il ronzio era insopportabile.

Cominciò a sbatterei il ginocchio al tavolo, un occhio iniziò a traballare, stava perdendo la calma.

Stava tutto andando a rotoli per un grande favo di vespe che si era stabilito nel cassone dell’avvolgibile e che ora aveva invaso la casa.


 

Il personaggio di Vittorio: Ugo

Si chiamava Ugo – di Vittorio Zappelli

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Aveva aspetto curato………….

Ugo, così si chiamava

Quando si presentò a casa, subito mi stupì.

Magro, non tanto alto, vestito semplicemente ma con un tocco di antica eleganza. Anche l’accento romagnolo lo rendeva a sentirlo un poco strano quando parlava accennando alla sua storia.

Aveva fatto per tanti anni il contadino sotto padroni nella sua terra, poi invecchiando, si era trasferito dalle sorelle nella nostra cittadina.

Chiamato dal babbo ad aiutarlo in giardino e nell’orto dette subito prova della sua abilità e ben presto lui l’insegnante ed il datore di lavoro, l’alunno.

Così acquistò la fiducia di tutta la famiglia. Si portava dietro al lavoro una sacca con gli attrezzi utili per potare, spuntare, sfrondare. Essendo stato contadino e continuando a lavorare anche da noi all’aperto era sempre abbronzato. A tavola mangiava come un uccellino con supremazia del pane sul companatico.

Da qui a venire a stare in casa dei miei il passo fu breve e naturale. Sempre discreto ed educato, quando parlava, sempre a voce bassa, tirava fuori dei concetti di antica saggezza contadina che mi meravigliavano.

Quando avvenne in famiglia la mancanza del babbo si trasformò naturalmente nel sostegno ed aiuto della mamma, sempre pacato e discreto. Suo fu il primo pianto addolorato quando si tornò a casa dopo il funerale.

Così lo rammento con affetto e il  ricordo di lui si accompagna allo stupore che mi fece quando lo conobbi che spesso  mi suscitava durante il tempo passato insieme .

Il personaggio di Luca: Kummé

Nel villaggio – di Luca Miraglia

Tuareg and his horse in Tunisia desert

L’emissario del governatore attraversando tutto il villaggio si affacciava ad ogni porta chiamando con voce stentorea:

  • Kummè! Kummé!! Kummé abita qui?

Ma il silenzio regnava incontrastato nella mezza mattina assolata

Finalmente dal fondo di una spelonca un’anziana dalla pelle dello stesso colore del buio rispose:

  • Vai di là dell’ultima capanna e imbocca il sentiero, lo troverai sicuramente.

L’emissario così fece e dopo diversi minuti di cammino vide farglisi incontro una figura slanciata di uomo dall’aspetto sorprendentemente curato per quei luoghi. Sul volto scavato ma gentile gli occhi acuti risaltavano sul color bronzo della pelle cotta dal sole e dall’età.

  • Sei tu Kummé?
  • Chi lo vuol sapere, amico?
  • Rispondi, sei tu Kummé?
  • Amico, sono io Kummé, amico.
  • Il governatore ti vuole al suo cospetto, il motivo lo ignoro, ma devi venire con me, ora!

Kummé si rovistò nelle tasche della tunica: un pugnello di sale e un quarto di focaccia da una parte, dall’altra una presa di tabacco e l’ampollina di ambra profumata.

  • Bene – pensò tra sé e sé – qui a posto…

La bisaccia poggiata sul fianco gli pareva però un po’ più leggera del solito, già, aveva consumato tutta l’acqua e per questo se ne stava tornando sui suoi passi.

  • Allora! Che aspetti! – lo incalzò l’emissario
  • Devo prima riempire la mia borraccia, il cammino è lungo, mica è una passeggiata quella che ci aspetta, amico.
  • Non ti servirà. Ho io le scorte che servono ad entrambi per il viaggio – fu seccamente apostrofato dall’ometto tronfio – E poi smettila di chiamarmi amico. Io sono l’emissario del governatore e come tale mi devi rispetto ed ubbidienza, non amicizia,
  • Bene, amico – rispose Kummé con un sorriso gentile, accendendo di fulmini lo sguardo del suo protervo interlocutore.

I due si incamminarono verso il villaggio dove l’emissario aveva lasciato il suo cavallo ed un piccolo mulo carico delle scorte indispensabili per il viaggio di un uomo del suo rango: cibo per una settimana, vino per due ed acqua per tre (non sia mai che la missione di un giorno, tra l’andare e il tornare, si trasformi in una maledetta e forzata permanenza in quelle lande tra quei villani)

Il personaggio di Gabriella: Lui

Eterna sinfonia – di Gabriella Crisafulli

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Ormai era diventata brava: non si faceva più sopraffare dallo stupore.

Era successo senza che se ne rendesse conto.

Così, dopo tanti anni che se n’era andato, cominciava, se non proprio a fare pace con la sua assenza, almeno a conviverci.

Lui aveva un aspetto curato, un fisico asciutto e due mele sode che erano la fine del mondo: tanti anni di sport ne avevano scolpito il corpo.

Possedeva garbo, raffinatezza e una semplicità innata come quando, tolti i vestiti da lavoro e indossato un grembiule da cucina, si metteva a preparare la verdura per la cottura. Sfilava ogni gambo in maniera metodica, quieta, dividendo le erbe in tre recipienti che corrispondevano alla tre cotture successive.

Lei non aveva messo via quei ricordi però ora non interferivano più, o quasi, con il delicato meccanismo dell’esistenza quotidiana.

Purtroppo però l’isolamento emotivo faceva capolino in continuazione come un tarlo che rodeva senza sosta.

E allora le bizzarrie diventavano un’alternativa radicale alla solitudine.

Era come se intorno a lei ci fosse una grande orchestra inanimata formata da scatole, barattoli, gomitoli, forbici, coltelli, orologi, campanelli, fil di ferro, corde, carta vetrata, chiodi, martelli, sacchetti, lana, cuscini, coperchi, stoffe, colori, pennelli, palle, … in attesa di qualcuno, un direttore, che desse il via ad una sinfonia.

Una sinfonia sgangherata, distrutta, disordinata, una musica per erinni spettinate che danzano senza sosta.

Nessuno le guarda, nessuno le vuole: spaventano ed intimoriscono.

Ma loro, come le faraone, ripetono il loro verso senza sosta.

Il personaggio di Carla: il meticoloso

Chi lo vuole? – di Carla Faggi

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Si recò a passo spedito al negozio di elettrodomestici situato proprio al centro del paese. Comprò per l’ennesima volta una aspirapolvere nuova. La sua mania per l’ordine e la pulizia gli faceva usare l’elettrodomestico in maniera quasi costante. Per lui vivere in un ambiente pulito ed ordinato era essenziale, così come le sue abitudini quotidiane, le stesse azioni, gli stessi movimenti ogni giorno uguali. Da anni ormai.

Il lunedì era giorno di spesa, sempre le stesse cose, lo stesso menù, gli stessi accessori per la casa, gli stessi detergenti che usava in abbondanza. Quindi la spesa, ogni settimana ed ogni lunedì, sempre|

Il martedì faceva il bucato, gli stessi abiti tutti uguali, camice azzurrine, pantaloni e giacca blu. Anche i calzini erano tutti blu e corti. Le scarpe invece erano nere.

Ma le scarpe le puliva il mercoledì. Sempre e tutte anche se non le aveva messe.

Tutti i giovedì invece andava alle 18 in punto a trovare una vecchia zia al paese vicino e insieme ricordavano i momenti della sua infanzia ed adolescenza nella casa dei suoi genitori, sempre così caotica e sporca di cui si ricordava ben poco oltre il forte odore di muffa ed alcool. Ricordi di quel periodo ne aveva pochi e comunque li teneva ben nascosti. La zia cercava di ritrovarli, di tirarli fuori, ma niente da fare, erano ben nascosti!

Il venerdì, tutti i venerdì quando tornava dal lavoro dove si recava sempre rigorosamente a piedi, si fermava in biblioteca a prendere uno o due libri. Così che poteva leggerne uno il sabato e uno la domenica.

Ogni giorno così e da sempre!

Le ragazze del paese lo chiamavano “il bello misterioso” ma nessuna sembrava lo interessasse.

Per questo suscitava in loro un morboso interesse. Fu così che si instaurò una competizione al femminile e non solo, tra chi lo avrebbe conquistato.

Ci fu chi tentò con la seduzione, chi con la buona cucina, chi con la preghiera, chi adulandolo e chi perfino facendolo sentire in colpa.

Ma sarebbe stato troppo faticoso cambiare il proprio quotidiano inserendoci elementi nuovi quindi fino ad ora nessuno c’è riuscito.

Il personaggio di Carmela: Gigi

Gigi – di Carmela De Pilla

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Aveva un aspetto curato e un fisico asciutto, per quella sua passione di camminare era sempre abbronzato.

No, no! Ma che dico? Non era né curato né magro anzi direi piuttosto trasandato e grasso, sempre abbronzato o meglio bruciato dal sole per le lunghe camminate sulla spiaggia e per le tante ore sulla barca, indossava la prima cosa che gli capitava tra le mani, a lui non interessava il bel vestito “La gente ti apprezza per quello che ti scorre dentro le vene” diceva.

Gigi si chiamava e viveva da sempre in una lingua di terra tra il lago e il mare, conosceva bene l’odore e il sapore del mare e quello della terra limacciosa della palude, la sua giornata era scandita da gesti e affanni che ripeteva sempre allo stesso modo come fossero riti augurali per onorare quel Dio che troppe volte si era dimenticato di lui.

Prima che il sole tramontasse del tutto si sedeva sulla mezza sedia con un ammasso di reti da rammendare e con amorevole pazienza e cura le controllava centimetro per centimetro assicurandosi che non ci fossero buchi, mentre il lungo ago danzava tra le maglie della rete flotte di zanzare si avventavano su di lui che continuava imperterrito il suo lavoro, la pelle arsa dal sole e dalla fatica era diventata dura come scorza e gli faceva da scudo.

-Il sole è andato a dormire ed è meglio che ci vada anch’io sennò quest’inverno si sta al freddo!

 Quel terreno lo aveva occupato abusivamente il padre nel tempo in cui in palude si moriva di malaria e lui fin da ragazzino aveva vissuto lì, in un “paghiar” di paglia e argilla che dopo la stagione delle piogge riparava con dedizione come fosse un tesoro da custodire.

Nella bella stagione, alle prime luci del giorno si recava sulla spiaggia con passo lento e stanco trascinando una lunga corda, un sacco di iuta strappato qua e là e una vecchia sacca di pelle dove metteva i legnetti modellati dal vento e dal mare, a volte era un piccolo canguro o una barchetta oppure un cagnolino dormiente.

Si dondolava su se stesso come se seguisse il ritornello di una canzone e camminava silenzioso, non pensieroso, ma silenzioso, attento ad ascoltare il lento canto del mare che lo aveva accompagnato per una vita intera.

-No, quello è troppo pesante, non ce la faccio, verrò a prenderlo domani con Annina – e sceglieva con minuziosa attenzione ogni legno portato dal mare nei lunghi mesi invernali.

Quelli più piccoli li pigiava il più possibile nel sacco e quelli più grossi li legava con la corda e quando ne aveva presi abbastanza guardava il mare, lo ringraziava con un sorriso e si avviava verso casa barcollando sui piedi fermi e solidi abbastanza per sorreggerlo ancora.