I personaggi: Lo scrittore di Luca

Lo scrittore in ritiro – di Luca Miraglia

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Nonostante la pensione, Armando non rinunciava mai alla sua passeggiata quotidiana in quei boschi che aveva calcato per tutta la vita: la sua vita da guardaboschi a salvaguardia di quei luoghi incantati che tanto amava.

Certo, molte cose erano cambiate anche lì nel corso del tempo.

Le radure distese verso il paese erano state pian piano inghiottite dall’espansione di ville e villette dei nuovi paesani in fuga dalle città del fondo valle. Financo quell’ultimo prato, proprio al limitare del folto del bosco era stato occupato da una piccola casetta con tanto di pollaio.

Ci abitava da non molto un bel signore un po’ attempato, dall’aria raffinata e colta. Non certo un montanaro o un contadino: un altro cittadino in cerca del suo “buen retiro” tra i silenzi dell’alta valle e l’illusione di naturalità nel governare qualche pollastro e due papere.

Armando viveva con una certa insofferenza questa invasione del suo mondo antico.

Tutte quelle costruzioni e quell’asfalto non avevano fatto altro che portare fin quassù i rumori e gli odori delle città e il loro stile di vita fatto di urgenze e velocità.

Anche oggi mentre nella sua passeggiata sfiorava quell’ultima radura a filo del bosco, un fracasso scoppiettante di motore che arranca su per la salita: un taxi sgangherato che si ferma davanti alla casetta.

Ne scappa fuori una improbabile signorina vestita come un arcobaleno rilucente e delle improponibili scarpe a punta.

  • Se non fosse che cammina, sarebbe un perfetto spaventapasseri – pensò Armando – perfino i pollastri se la sono data a gambe a quella visione.
  • Giovanni!! Giovanni dove sei?!! – cominciò ad urlacchiare la signorina.
  • Sono Matilde, la tua Editor! Vieni fuori per favore!!

Il bel signore si affaccia dal pollaio:

  • Matilde!! Te l’ho già detto cento volte! Non scriverò mai più né per te né per nessun altro!

Incontro del 4 dicembre 2025: Nuovi personaggi si intrecciano

Un guardiacaccia. O forse guardiabosco. Persona forte determinata con un fucile leggero, una cartucciera, un cappello di feltro a falde larghe. Cammina lentissimo con passi brevi, regolari, è grinzoso nel viso per le rughe a causa dei forti raggi solari di una vita,  combattuti socchiudendo gli occhi senza occhiali scuri. Una vita lassù, nei profumi degli alberi e delle vegetazioni. Ma anche tra gli odori cattivi lasciati dagli animali. (Lorenzo)

Era diventato un bravo e conosciuto scrittore di fantascienza, la sua passione fin da bambino. Era riuscito a coronare il sogno, aveva fatto una bella carriera e ne era soddisfatto. La sua era stata fino ad allora una vita piena di soddisfazioni, di amicizie ma ora si era allontanato dalla città caotica e preferiva passare il suo tempo nella vecchia casa di campagna insieme agli animali (Mimma)

Sarebbe uscita con il vestito verde di damasco con la trina rosa, scarpe a punta con fiocco e strass. Calze a righe gialle e viola, mantello dorato con bordi di pelliccia. Anche l’ombrellino e il cappello erano meravigliosi. Arancio con veliero e nido di uccellini, fiocchi rosa e farfalle. Non poteva però abbandonare le altre cose dentro il baule, le avrebbe messe in una valigia. Messo il rossetto ciclamino salì sul taxi per Toledo. Al compagno lasciava una lettera piena di baci ben in vista nella padella delle bruciate, ma non diceva la sua destinazione. (Tina) 

I tre personaggi si incontrano: amori a Napoli con Carmela

Amori in strada – di Carmela De Pilla

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Pinuccia amore mio!

Quel brusio continuo o meglio frastuono che proveniva dalla strada faceva parte ormai della sua vita, non gli davano noia le urla dei commercianti o quelle di Marietta che chiamava a squarciagola i quattro figli sparsi per la strada, ci era nato con quei suoni e gli erano diventati familiari, in fondo non si sentiva mai solo, la sua Napoli era  un po’ troppo rumorosa, ma era viva!

Michele non era bello, troppo alto e troppo spigoloso, con gli occhietti che si perdevano in un volto lungo e scavato però era benvoluto da tutti.

Sapeva di non poter contare sulla bellezza quindi aveva speso tutte le sue energie sulla simpatia e sulla generosità e nel rione nessuno faceva caso alla bruttezza.

-Michè me la dai una mano? Devo portare giù l’armadio di  mamma, ho messo un po’ di soldi da parte e ne ho comprato uno nuovo.

-Per te questo e altro Pinù però dopo mi offri un bicchiere di vino perchè dal terzo piano…vado a chiamare Nino!

Fare un piacere a Pinuccia era sempre una gioia per lui, non l’aveva mai detto a nessuno, ma ne era profondamente innamorato, non gli interessava il suo aspetto fisico, con quei capelli ricci e crespi sembrava un palombaro e nonostante li tenesse legati scappavano da tutte le parti, ma lui l’amava così com’era.

Si era trasferita a Napoli da bambina e forse perchè ognuno sentiva il bisogno di consolare l’altro era nata fin da subito una sincera simpatia.

Il problema era che Pinuccia abitava ancora con sua madre e Michele non aveva mai preso il coraggio a quattro mani per dichiararsi però ancora teneva come reliquia il maglione che lei gli aveva fatto quando arano ancora giovani, mezzo bucherellato e rammendato più volte se ne stava ben piegato nel comò, non lo buttava via, era stato fatto dalla sua donna e ogni tanto lo annusava per sentire il suo odore.

-Devo decidermi a dichiarare il mio amore!- si diceva ogni giorno senza immaginare che l’oggetto del desiderio di Pinuccia era Antonio, il più antipatico del quartiere, un tipo nè alto nè basso, nè grasso nè magro insomma un tipo anonimo, ma bello e interessante agli occhi di Pinuccia.

Quando Michele lo seppe gli venne un colpo al cuore e con un filo di voce sussurrò: – No, lui nooo! Con quelle unghie sempre sporche di terra…

I tre personaggi si incontrano: In treno per Napoli con Tina

Teatro viaggiante – di Tina Conti

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Era partita con un treno regionale che si fermava nelle piccole stazioni, salivano studenti assonnati e lavoratori con  la borsa del pranzo  del mezzogiorno.

A lei non importava di quella umanità indaffarata, e confusionaria, era concentrata su se’ stessa, sui  suoi ricordi sui   sogni , ce l’avrebbe fatta, lo sapeva.

Aveva  preparato un bagaglio  minimo, solo le cose che l’avrebbero fatta stare bene. Certo, da sola , sempre coccolata dalla famiglia, dai fratelli, ora  si sarebbe messa alla prova.

Come era riuscita a vincere quel concorso non se lo  sapeva spiegare.

Sarà  stato il  fantasticare  con i personaggi del  suo teatro dei burattini che amava tanto. Quando trovava una nuova storia da interpretare, arrivavano tutti i  bambini del vicinato. Lei faceva tutte le parti, si improvvisava rumorista con pentole e barattoli regista e attrice. L’i ncanto prendeva   forma, occhi lucidi, grida e sospiri, si sentivano  sommessi, catturava sempre il suo pubblico. Sarà sicuramente anche servito  il lavoro che offriva per  il teatro del suo paese, una  realizzazione all’aperto nella quale i paesani erano attori, costumisti, scenografi, che lei   sapeva guidare  e  indirizzare con sicurezza.

Dentro la sacca custodiva con  affetto un piccolo quaderno dove erano raccolti episodi allegri, riti, racconti del paese e della sua numerosa famiglia.

A  Bologna, salì su un treno diretto, l’atmosfera si era fatta diversa, più frettolosa,  ma cordiale e generosa, anche l’abbigliamento rivelava agiatezza e molta attenzione specialmente nelle signore.

Il signore che si trovava vicino, si dimostrava cordiale e interessato, era un tipo  originale, un po’ rotondetto, portava un gilè imbottito e una camicia  pesante a righe, le offrì un cioccolatino, e la osservava mentre lei frugava in quella grande sacca colorata. Non poteva certo passare inosservata quella borsa fatta di stoffe diverse, nastri, borchie.

Tirò  fuori una passata di  tessuto e provò a  infilarci tutto quel cesto di riccioli che le contornavano il viso.

Infilava da una parte, loro uscivano dall’altra. L’uomo capiva che non era proprio capace di controllare e gestire  tutti quei capelli che luccicavano al sole e che invadevano anche la sua parte di poggiatesta. Si ricordò di avere nella sua collezione di oggetti una grande quantità di  pettini spagnoli di tartaruga e di averli usati una volta.

Prese della borsa un grande album e coinvolse la ragazza nel consultarlo.

Spiegò di essere un professionista e di aver lavorato con artiste di teatro.

Le mostrò la pettinatura che aveva realizzato per Amanda  S in uno spettacolo a Milano.

La ragazza rimase entusiasta e si   lasciò coinvolgere dalla sua proposta.

Sarebbero scesi a Cesanello insieme, avrebbe accettato la proposta di farsi acconciare quei capelli così difficili e ribelli.

Il suo corso teatrale iniziava fra una settimana e lei poteva tranquillamente permettersi di  scoprire il mondo e fare quella fortunata esperienza.

Sapeva che di lunedì il salone era chiuso e  doveva pazientare.

La proposta era di passare da casa del signore  e poi andare alla cena dove era atteso dagli amici. Quanta sorpresa appena aprirono la porta della casa; lei rimase avvolta da tende appese, decori, oggetti  vari, dipinti, manichini e una enormità di parrucche e maschere.

Sono la mia passione e la mia maledizione confessò sconsolato Oscar, prima di partire però, andarono in un  bagno  attrezzato   di un vero parrucchiere che con fare esperto e agile la accomodò degnamente.

Si era consegnata  docilmente a quel  personaggio esuberante addormentandosi a tratti.

Quando mise a fuoco l’accaduto fu soddisfatta e contenta.

Stavano indossando le giacche per uscire che suonarono alla porta.

Apparve un giovane alto e distinto con una barbetta  brizzolata e appuntita.

Viene anche la tua amica vero stasera? Questa ragazza è proprio quello che manca nel nostro gruppo di addormentati…… disse con fare spavaldo………….

I tre personaggi si incontrano: Tra Napoli e U.S.A. con Gabriella

Quartieri spagnoli – di Gabriella Crisafulli

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Erano già seduti tutti intorno al tavolo quando Filomena portò la pasta fritta già porzionata: un pezzo per ognuno.

Finì in un attimo. Carmelina si mise a piagnucolare e a lamentarsi: ancora una volta era rimasta in padella per lei solo la parte più piccola. Il tempo di protestare e anche quella scomparve senza che nessuno prestasse attenzione alla ragazzina e alla sua fame che avrebbe bucato lo stomaco fino al giorno dopo. Anzi, suo fratello Angelo cominciò a deriderla imitando la sua protesta. Era il maggiore dei figli di Filomena, bello come il sole, alto quel tanto che non è troppo, il viso ossuto, gli occhi azzurri che illuminavano la stanza, i capelli biondi appena mossi, un filo di barba un po’ voluta un po’ cialtrona, mani grandi con le unghie segnate dal grasso dei motori. Lui era il boss indiscusso di casa e del vicolo Portacarrese. Era ad Angelo che veniva portata la merce trafugata in città a cui riusciva a dare una seconda vita: faceva il meccanico e i fratelli e i vicini lo aiutavano recuperando per strada i pezzi che gli servivano.

Nel frattempo Filomena si era messa a grattare il fondo della padella staccando qualche cavatone bruciacchiato rimasto attaccato al ferro, per dare a sua figlia qualcosa da mettere in bocca.

Mentre Carmelina masticava scricchiolando gli avanzi sugosi del fritto, si guardò intorno in quel basso dove tutto era provvisorio. Ad una parete erano accatastate le assi che la sera diventavano letti: venivano appoggiate sui treppiedi del focolare. Le materasse si trovavano a terra, arrotolate una sopra all’altra al di sotto dei legni. Nella parete opposta c’erano il focolare, la fornacetta, l’acquaio e, in un angolo, la buca del pozzo nero. L’unica fonte di luce proveniva dalla porta d’ingresso che era aperta per far entrare un po’ d’aria. Da lì Carmelina vide passare Gennaro di due anni più grande di lei. Spesso le aveva chiesto se in futuro sarebbe voluta rimanere lì o pensava di andar via. Gennaro aiutava il padre che faceva il sarto. Lui nei quartieri spagnoli non sarebbe rimasto. Fra i vicoli si diceva che chi aveva un mestiere in mano poteva fare fortuna in America. Le faceva già la corte. Le parlava di suo cugino che era emigrato da un paio di anni e adesso aveva una casa grande e mangiava tutti i giorni.

Carmelina era perplessa, non sapeva cosa pensare ma la fame spesso le bucava lo stomaco e l’idea che si potesse mangiare tutti i giorni era una grande attrattiva.

Dieci anni più tardi la foto li ritraeva il giorno delle nozze.

Erano in Mulberry Sreet.

Lei era alta, né grassa, né magra, con i capelli ricci raccolti in una crocchia da cui partiva il velo che arrivava a terra.

Non era né bella, né brutta, era di un normale che tendeva all’insignificante ma quell’abito bianco, pur avendo un che di monacale, la rendeva maestosa.

Lui non era per niente bello. Aveva il naso largo e un po’ schiacciato che stonava con il viso lungo e spigoloso. Gli occhi neri si perdevano quasi, da quanto erano piccoli.

Ma era piacente grazie ad un sorriso sincero, dolce e un po’ malinconico che lo portava a diventare amico di tutti.

Indossava un abito da cerimonia nero che lo faceva sembrare un pinguino.

Erano vicini uno all’altra.

Si guardavano emozionati.

Dietro di loro si intravedeva la vetrina di un negozio con la grande insegna:

Esposito’s tayloring

I tre personaggi si incontrano: a teatro con Daniele a Sorrento

Stagione teatrale – di Daniele Violi

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Siamo all’inizio dell’anno e al famoso teatro di Sorrento “Dicitanciello Vuie” si deve iniziare a programmare una stagione che come in altre occasioni ha visto uscire il desiderio incontenibile di avvicinare sempre di più l’arte teatrale alla realtà e combinare le qualità di persone comuni provenienti da strati sociali diversi e a potersi esprimere al pari di attrici e attori.

Un teatro napoletano che risente molto della vita vissuta nella realtà, come le opere famose sono esempio e storia. Bene, ora si tratta di poter pubblicizzare il nostro progetto, dice il capocomico. Potremmo inserire un annuncio in un grande giornale nazionale, propone. Sarebbe opportuno che nell’annuncio si richieda la conoscenza almeno minima del dialetto napoletano o simile. Ci scappa che vivremo un teatro nel teatro scoprendo coloro che si proporranno come interpreti. Presto detto nel giro di qualche settimana le prime persone che risposero all’annuncio furono invitate come ospiti a partecipare a un pomeriggio di conoscenza su un palco di tavole lucidate a cera con un pubblico formato da attrici e attori della compagnia teatrale “La Sfogliatella” che da decenni recita opere conosciute e sconosciute del teatro napoletano.

La prima attrice praticante veniva dal sud, nata in un paese dove tutti si conoscevano, dove tante parole in dialetto sono di Napoli e dintorni, dove non manca mai questo riferimento culturale così sentito. Una donna matura che voleva esprimere in un dialetto abbracciando le proprie storie allegre e tristi. 

Un altro praticante attore era un uomo con una cravatta in colore, di forma strana che faceva a pugni con tutto il suo vestito, di una bellezza comune, affabile nei gesti che incuriosiva il pubblico con le sue argomentazioni, neutralizzando la sua presenza burbera, con una barba ballettante che non lo rendeva molto simpatico. 

I tre personaggi si incontrano: la vita a Sorrento di Sandra

L’invisibile Ambra – di Sandra Conticini

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Fin da piccola Ambra non si sentiva nessuno, forse per  quel problema che aveva a parlare. I suoi fratelli, molto più grandi di lei, non c’era  volta che non la prendessero in giro quando apriva bocca. Per i genitori, ormai molto anziani, era un grosso cruccio e cercavano di evitarla. Anche a scuola era derisa, era chiamata da tutti “la streghetta” per quel suo cesto di capelli grossi e ricciolosi, castani che teneva sempre legati con un anonimo e vecchio elastico verde.

Appena fu un po’ più grande capì che quel paese, su quelle montagne abruzzesi, non era per lei, decise di farsi mandare dagli zii a Sorrento.

I genitori furono ben contenti di levarsi quel perditempo. Gli zii accettarono a patto che gli venisse dato una parte del casolare di famiglia. La piccola Ambra andò sperando che qualcuno la considerasse, ma non andò troppo bene, però a  Sorrento era sempre primavera inoltrata o estate, con tanti profumi e colori, le persone simpatiche e cordiali. Lei che non aveva mai visto il mare, rimase affascinata, in estate  faceva i bagni,  poteva godersi  tramonti bellissimi, il profumo intenso delle zagare, insomma era  un’altra vita.

Stava bene, nonostante anche lì fosse quasi invisibile,  l’unica persona che la filava un po’ era lo zio Giorgio, zibo. Era un accumulatore seriale, gli andava bene tutto, dalle cartine dei cioccolatini alle cassepanche, armadi, sedie che trovava per strada, ma in casa per questa sua, diciamo, malattia non era ben visto. Con il suo naso grosso e appuntito, la faccia gonfia, due occhi piccoli piccoli ma pungenti   facevano pensare fosse cattivo. Era proprio brutto e i bambini quando lo vedevano con quel suo vestito nero si mettevano a piangere. Quando poi tirava fuori il suo sorriso dolce tutti gli diventavano amici, anche i bambini che erano scappati pensando che fosse “l’uomo nero”. Usciva spesso con  Gino, una persona molto ambigua. Non si capiva mai cosa pensasse e cosa volesse, la sua carnagione bronzata faceva supporre che fosse venuto da lontano, ma quello che stupiva erano le mani grandi e tozze sproporzionate per il suo esile corpo, con le unghie mangiate da chi lavora la terra.

Quando era libero dal lavoro Gino andava  a casa di Giorgio a prendere un caffè o a giocare ed ogni volta  portava qualcosa ad Ambra,  cioccolatini, caramelle,  qualche piccolo regalo. Poi iniziò a mettere le mani addosso con la scusa di una carezza, di fare un complimento… lei non capiva, ma ormai non era più una bambina. Un giorno ne parlò con lo zio, ma lui sdrammatizzò dicendo che era una sua fantasia. Se usciva, spesso trovava Gino per la sua strada questo comportamento non le piaceva, le metteva paura, ansia. Decise che anche a Sorrento non aveva trovato pace, così con i pochi soldi che aveva racimolato facendo qualche lavoretto saltuario decise di andare a trovare un’amica a Livorno. Si trovò un lavoro come cameriera in un’osteria tipica,  il lavoro e il posto le piaceva, tutti le davano affetto, si era fatta tanti amici, aveva trovato un lui che le voleva bene… Forse aveva trovato la strada giusta?

I tre personaggi si incontrano a Livorno: il sorpasso sul Romito di Stefano

Il vero sorpasso – di Stefano Maurri

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Era il 1951 quando la famiglia Rosati, composta dal padre, dalla madre e da tre fratelli, arrivarono a Livorno dalla provincia. Il padre, di Caserta, cominciò a lavorare come facchino nel porto, la madre come rammendatrice in casa, nel quartiere di Ovosodo, dove le case popolari cominciavano a crescere come funghi. Quando si presentava al porto il suo volto forte e solare si apriva al sorriso per i compagni di lavoro; il sudista, come lo chiamavano, aveva imparato rapidamente a bere ponch, a bestemmiare e  farsi fare tatuaggi o dire “ci vediamo deh”. La moglie mandava avanti la casa insieme al figlio che cominciò rapidamente a farsi ricordare in cortile per cazzotti,  botte, libri tirati dietro. Alla mamma che si lamentava ripeteva spesso “il fulmine non cade due volte sullo stesso albero”, intendendo dire che non sempre sarebbe andata come adesso,  che tutto poteva migliorare. Il suo volto glabro e malinconico aveva raggiunto l’età dei diciott’anni quando a bordo di una motoretta  scassata e senza marmitta, fece la sua prima rapina alle poste, dietro il mercato. Cominciò così una serie di rapine nel quartiere sul lungomare a Castiglioncello: lo chiamavano il rapinatore bambino per il suo aspetto giovanile e dinoccolato, sembrava che non si potesse acciuffarlo, quando, dopo un’ennesima rapina sui tornanti del Romito incrociò una macchina, una spider rossa, guidata da un giovane biondo con a bordo un altro signore più attempato. La spider  sbandò e finì contro la motoretta, che precipitò nel burrone prima ancora della macchina. Il mondo si ricordò dei due componenti la spider: Jean Louis Trintignant e Vittorio Gassmann, ma nessuno fece caso al rapinatore-bambino che sparì nel nulla.

I tre personaggi si incontrano: la sola camera a Napoli di Rossella G.

Napule è mille culure – di Rossella Gallori

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Il “basso” era più in basso degli altri, il vicolo così stretto da sembrare un magro budello colorato qua e la da un sole sporco che si rifletteva nelle pozze animate da bucce di pomodoro, i panni nuvole grondanti quasi puliti salutavano i fiori ciondolanti dai balconi…..

Ore  23 o poco più ,tacciono i guaglioni, rumoreggiano gli sciacquoni, qualche gemito sommesso, ma non troppo, frutto di amori semplici, il suono di qualche schiaffo preventivo per corna improbabili.

Il sipario si apre lentamente su una notte d’inverno così fredda d aver paura a respirare.

Lui, straniero nel suo paese, chiaro per esser nero, scuro per esser bianco  imbronciato

nell’ aspetto, stanco dentro si appresta a spengere l’ insegna…gridando in un  dialetto stretto, poco suo : chi ha da venì se spicciasse!!!

Proprietario suo malgrado  di “oh tumbarolo” una catapecchia da gestire, pulire, definita locanda di ordine non ben definito, faticosa e poco redditizia, mani sporche, poco guadagno….quella notte poi era stata la fine di un giorno scurnacchiato e quelle voci alle sue spalle lo confermavano: un momento un momento!!

 Un lui arrivava da destra, un essere lungo più naso che occhi, brutto abbastanza da nascondere il portafoglio, un sorriso un po’ ebete….una sacca enorme ed informe ciondolava dalla sua spalla migliore, rendendolo un po’ gobbo.

Una lei arrivava da sinistra:  un punto esclamativo capovolto, bagnata d’ acqua piovana, piedi piccoli ed instabili, un qualcosa sul capo non distinguibile, tra il cappello e “ nu tummolo e capelli” . Una lei anonima e strillante: una camera gridò, una cameraaaaa.

La sua voce solista diventò coro: una  camera, una cameraaaa , gridò l’uomo dal lato opposto.

UNA sola tengo!

La prendo io! Tuonò l’ uomo appoggiando la sacca informe per terra.

No io, sia cavaliere!

No io

No io

Fate come volete e “ facite ampresse”  due letti, una chesselongue, senza finestra ed il bagno sta fuori.

Io!

No io

Lui prepotente, lei trasparente….si ritrovarono a dormire insieme, in una notte da lupi infreddolita, due sconosciuti in una “ sperlonga” di camera, un vassoio ovale ed inospitale umido un Po tanto, separati da un comò traballante.

Il proprietario stanco ed incazzato se ne era andato sbattendo la chiave sul bancone tarlato, tra porte e finestre da chiudere, cessi da pulire….l’ alba si annunciava.

Sperò malignamente negli scherzi di “ Tonino da Fratta maggiore” fantasma un Po pezzente abitante da sempre nella sua pensione, li avrebbe spaventati? Uniti? Si sarebbero trovati uniti, parecchio, in un solo letto? Chissà!!!

Una voce e fornaio intonò una canzone, la canzone: oh sole mioooo, sta in fronte a teeee

E pioveva pioveva, acqua grassa, quasi neve, poche ore lo separavano da rientro, doveva e voleva riposarsi…con il solito dubbio sul farsi e non farsi la barba, se usare o no il bruschino per le sue unghie incolte.

Nata iurnata  lo aspettava…..

I tre personaggi si incontrano: I brutti fratelli di Napoli per Stefania

Fratelli – di Stefania Bonanni

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La storia di quella disgraziata famiglia e’ stata ricostruita da poco: erano stati, i tre disgraziatissimo bambini, fatti sparire, non si sapeva né dove, né con chi, né da chi.

Erano anni difficili, quelli del dopoguerra a Napoli, ed in quella casa tutto crollo’ quando divenne chiaro che l’attesa del ritorno del capofamiglia sarebbe stata infinita, ed ovviamente inutile.

Carmela resto’ sola con quei tre bambini, due maschi ed una femmina, e davvero si sentì persa. Non mangiava neanche lei, non vide altre soluzioni. Non si sa come fece, né cosa fece. Dissero anche li avesse venduti, ma quando la voce arrivo’ fino a lei, chiari’ a tutti, una volta per tutte, che erano così brutti che non li aveva voluti comprare nessuno.

Uno finì a Caserta, in una famiglia contadina che aveva bisogno di braccianti.

La femmina si fece suora in un convento di clausura, il fratello piu’ piccolo divento’grande e grosso e fu adottato da uno che non si sapeva che mestiere facesse, ma viaggiava per Napoli con un gran macchinone.

Tutto questo fu scoperto quando la suora, al passo con i tempi e con i trend televisivi, ando’ a “Chi l’ ha visto” a raccontare la lacrimevole storia della famiglia Cirillo.

Tra lacrime ed abbracci, si riconobbero e si raccontarono le vite trascorse e sconosciute ai fratelli.

Il figlio maggiore, quello che viveva a Caserta ed aveva il mestiere fin sotto le unghie, disse di aver sempre avuto da mangiare e di aver sofferto solo di fatica. Si trovava bene, viveva al caldo di una stalla piena di animali, e non soffriva di solitudine, anche se le conversazioni finivano sempre a grugniti.

Suor Scintilla, dispensata dal vescovo per l’ apparizione televisiva, racconto’ nei dettagli l’ illuminazione della “chiamata”. Vide una luce accecante che le rese improvvisamente chiaro il futuro: il velo era finalmente la soluzione. Con il velo avrebbe potuto smettere di pensare ossessivamente ai capelli, che le sarebbero stati tagliati e poi nascosti per sempre. Nel convento aveva anche trovato compagnia per cantare e pregare, e pazienza se la sveglia suonava quando era ancora notte fonda. Si era piano piano abituata. In fondo le ore che dormiva erano piu’ comode di quelle di Napoli, quando divideva un materasso in terra con i due fratelli, e lei aveva la testa tra i loro piedi.

Quello che in televisione non si capi’, fu la vita del terzo fratello.

Brutto come da piccolo, naso largo su faccia lunga ed ossuta, aveva sviluppato un fisico possente ed un’espressione feroce, anche se in lui si percepiva qualcosa di stonato, non allineato. Racconto’ che aveva con sé molte cose, accumulate nel tempo, che teneva nel piccolo basso dell’ infanzia, che aveva comprato ed usava come deposito.

Lì, la troupe si scateno’. Tutti pensarono si trattasse di droga, che fosse al servizio di qualche capo camorra, e volevano fare lo scoop. Cercavano di fotografare il basso, rimasero in agguato per giorni e giorni. Quando riuscirono a farsi aprire la porta, rimasero di stucco.

Tutti gli spazi erano riempiti di strani, piccoli bastoncini. Non capirono cosa fossero finché il padrone di casa non racconto’. E fu una storia strabiliante.

L’ energumeno parlava, gli occhi si inumidivano, le gote si arrossavano. Disse di seguire i bambini, di guardarli succhiare colorati lecca-lecca, di aspettare gettassero i bastoncini, e di raccoglierli. Piu’ di tutti, lo commuovevano quelli che venivano buttati con qualche residuo di zucchero ancora appiccicato.

Non riusciva a permettere che si potesse gettare la dolcezza.

I tre personaggi si incontrano a Sorrento: il casolare in campagna di Rossella B.

Incontrarsi – di Rossella Bonechi

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Dalle finestre del casolare nella campagna di Sorrento il sole bianco e sciabolante di inizio inverno illuminava il suo salotto, una stanza che sembrava il magazzino di un rigattiere; non buttava via mai niente, tutto aveva un significato per lui e quello che non lo aveva lui sapeva che in seguito lo avrebbe mostrato. La sua scarsa avvenenza fisica aveva fatto sì che in quella casa ci vivesse da solo e lui nel tempo aveva occupato anche gli spazi destinati ad una mancata compagna di vita. Stava bene tra le sue cose, tra i mucchi di riviste polverose, vasi sbreccati, specchi sbilenchi e vecchie stampe ingiallite e questo suo stare in pace si rifletteva nel sorriso mite e franco che le persone in paese conoscevano bene.

In questa mattina fredda ma luminosa il campanello della porta interruppe il suo lavoro e posati cacciavite e occhiali sul tavolo ingombro si affacciò a veder chi fosse: una ragazza, che batteva i piedi infreddolita nell’attesa e facendosi mille domande in una manciata di secondi, si affrettò per questo ad aprire. Lei, salutando, spiegò timidamente di essere la figlia del vicino, insomma…non tanto… diciamo della casa che si intravedeva oltre l’uliveta. Boh…non sapeva nemmeno che il vicino avesse una figlia, conosceva solo i cinque ragazzoni che coltivavano i campi e che ogni tanto incontrava in paese. “eh, lo so – disse lei – non ho grandi qualità e non mi piace mettermi in mostra, a volte anch’io penso di non esserci. Anche ora mi vergogno un po’ di disturbarla ma avrei proprio necessità di un aiuto; questo non funziona più e non so come fare, in casa non c’è nessuno e quando tutti torneranno dev’essere pronto.” Intanto si guardava intorno mentre lui sorridendo apriva scatole e scatolette piene di viti, bulloni, guarnizioni, ferretti e tutto quello che vedeva le sembrava come un Gran Tesoro. “Ci penso io, siedi e aspetta un po’ che  penso di avere ciò che occorre”. E così fu che le risolse il problema.

Il sabato seguente andò in paese e all’ufficio postale gli si avvicinò un tipo alto e col volto cotto dal sole del Sud che in modo un po’ burbero lo ringraziò: era il padre della ragazza, che lo invitò pure a prendere un caffè da loro appena avesse voluto.

Una storia da niente, un piccolo episodio di un paese alla periferia di un altro paese, Sorrento, che però trasformò in una piccolissima comunità chi fino ad allora non si conosceva nemmeno.

I tre personaggi si incontrano: su e giù per Livorno con Carla

Incontri a Livorno – di Carla Faggi

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Dé, chissà perché quegli brutti son tutti dolci e malinconici, pensava Mariuccia guardando Son Intonato il suo maestro di musica, italo americano rientrato per insegnare all’Accademia Mascagni.

Dolce e malinconico si! ma anche tanto, tanto simpatico.

Poerino è un po’ come me, bruttino, però lui ha un sorriso contagioso, mette allegria io invece con l’apparecchio ai denti, i capelli a riccio, un tegame sono! Ma mi sa che simpatica no, non ho amici!

O meglio un amico lo tengo perché mi saluta sempre quando attraverso Piazza Grande per arrivare all’Accademia. È  bellissimo, tipo bello impossibile e poi è sempre pieno di ragazzi che gli girano attorno, deve essere un commerciante ambulante perché gli danno dei soldi e lui gli lascia qualcosa, come un pacchettino piccolo piccolo, non so cosa sia perché lo scambio avviene sempre in modo furtivo. Mi pare si chiami Spac Ciami, forse è asiatico visto il cognome.

Però per me il mio migliore amico è il mio violoncello, mi somiglia anche, alto quanto me, vita fine e fianchi larghissimi proprio come ho io. Solo con lui mi sento di esistere. Sa ascoltarmi ed interpreta quello che sento.

Comunque per socializzare un po’ stasera dopo la lezione mi fermo da Spac, chissà se gli compro qualcosina pure io sarà contento e potremmo diventare veri amici e andare a ruzzà in terrazza Mascagni.

I tre personaggi si incontrano: il matrimonio a Milano di Luca

Il matrimonio a Milano – di Luca Miraglia

E’ un giorno livido, tipicamente milanese.

In Piazza Duomo il solito via vai di turisti affascinati e milanesi indaffarati.

Anche lui e lei sono lì, tenendosi per mano.

Avevano sperato in una luce più entusiasta per quel giorno speciale: il giorno del loro matrimonio.

Lui un po’ avanti con gli anni, per niente bello ma con un sorriso aperto che mascherava però le sue manie ossessive da scapolo quasi impenitente.

Lei molto più giovane, ultima di una covata di figli del sud emigrati in cerca di quella fortuna che difficilmente arriva. Infatti l’ultima spiaggia era diventato questo sposalizio: non per interesse certo, ma neanche per passione.

Lì sulla piazza, per mano, entrambi agghindati per la bisogna, sono in attesa del sacerdote che li avrebbe accompagnati in una cappellina della cattedrale per consacrare con un po’ di mestizia la loro unione.

Eccolo che arriva: alto e asciutto, dal volto scavato, le mani più da contadino che da prelato.

Con un cenno sollecita gli sposi a seguirlo.

Niente codazzo di parenti o ospiti festanti, solo lui, lei e il prete contadino.

Non sembra un buon inizio, ma un attimo prima che l’improbabile terzetto scompaia nella penombra della chiesa, ecco il sole sbracciare tra la bruma e affrettarsi a lanciare loro un tiepido abbraccio.

Lui e lei sorridono confortati, il prete no.

I tre Personaggi si incontrano: la bambina roccia di Lucia

Attesa sulla panchina – di Lucia Bettoni

foto e disegno di Lucia Bettoni

Non era Place Vendome
Era Place de Vosges
le panchine erano proprio quelle e proprio su una di quelle panchine lei attese
Attese tutte le stagioni e poi ancora e ancora
Lei era forte come la roccia
determinata e inamovibile
Si era fortificata piano piano
Piano piano da bambina lupa, da bambina albero, da bambina invisibile era sopravvissuta ed era  diventata roccia
Era diventata così forte che seppe attendere sotto la pioggia, il sole e il vento
Ferma ,immobile, quasi congelata
Gli uccelli si posavano sulla sua testa e le sue spalle, beccavano sopra i suoi piedi e le arruffavano i capelli
Lei rimase ferma, neppure un piccolo gesto
Sembrava una statua
Era chiaro però che fosse una donna in attesa
Un giorno un rumore inconsueto interruppe la normale scansione del tempo
Un uomo con un sacco lungo e stretto stava passando sotto i portici della piazza
Dentro il sacco qualcosa di metallico batteva sulle pietre della strada, batteva sulle colonne, contro i tavoli e le sedie dei caffè
Il sacco batteva ovunque scandendo la sua presenza ma soprattutto la presenza di chi lo trascinava
Lui conservava tutto e tutto trascinava dietro di sé
Lei fece il suo primo movimento dopo tutte le stagioni, tutte le piogge e tutti i soli
Giro’ la testa come una marionetta, solo un piccolo movimento mentre tutto il corpo rimaneva immobile
Era lui che aspettava?
Fu sufficiente un attimo e lei tornò di pietra, immobile, ferma
congelata
Perché l’attesa congela e fortifica
Non era lui
Passarono ancora i giorni e le notti e ancora giorni e ancora le  notti fino a quando un vento che profumava di terra avvolse la piazza, alzo’ le foglie e le vesti
mescolo’ in un vortice tutto ciò che incontrava
Lei apri’ le braccia
annuso’ bene l’aria
Era lui con le mani solcate di terra

Incontro del 27 novembre 2025: I personaggi creati una volta ritornano in nuove storie

Personaggio 1

Aveva la mania di conservare tutto Luigi, non era bello, il naso largo e un po’ schiacciato stonava con il viso lungo e spigoloso e gli occhi neri si perdevano quasi da quanto erano piccoli.

L’unica nota piacente era il sorriso sincero, dolce e un po’ malinconico che lo portava a diventare amico di tutti, sapeva di essere brutto e questo difetto aveva accentuato in lui una simpatia che tutti apprezzavano. (Carmela)

Personaggio 2

E’ nata in un paese del Sud, uno di quelli in cui tutti conoscono tutti. La più piccola di 5 fratelli, tutti molto più grandi di lei.

Ha dovuto fare a pugni con la vita, fino da piccola, per farsi considerare. Si sentiva, ed era, invisibile. Né bella, né brutta. Né grassa, né magra, era di un normale che tendeva all’insignificante.

Capelli ricci, grossi e castani, di quelli che non si domano nemmeno a cannonate. Doveva inventarsi ogni giorno nuovi sistemi per tenerli a bada. Di tagliarli non se ne parlava. L’unica volta che l’aveva fatto, per insistenza di sua madre, si era ritrovata con un palloncino setoso in testa, una via di mezzo fra il casco di un palombaro e quello di un astronauta. (Nadia)

Personaggio 3

Alto quel tanto che non è troppo

Un viso ossuto dalla carnagione di un oro bronzeo, frutto di un sole buono…quasi lontano.

Le labbra imbronciate, semichiuse.

Un filo di barba un po’ voluta, un po’ cialtrona.

Mani grandi, segnate qua e la da graffi vecchi, piccoli segni bluastri sulle falangi, le unghie, solo anonime falci mangiate dalla terra.

Sorrideva!! Sorrideva?…  al suo arrivo il sole per primo abbassò la guardia,  su una sensazione….di freddo…(Rossella G.)

Lettera a Cecilia di Carmela: vado a Napoli

Lettera a Cecilia – di Carmela De Pilla

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Carissima Cecilia,

sono sul treno che mi porta a una delle città che amo di più, mi sarebbe piaciuto andarci con te, ma ti racconterò tutto al mio ritorno, magari mentre si sorseggia una buona tisana.

Non so di preciso cosa mi attrae, di sicuro sento un forte legame e quando penso a una città penso a lei, i  colori, l’antico sfarzo, il caos, il vociare delle donne, gli abbracci, la pizza, tutto mi attrae e mi lascio incantare.

Qualche giorno fa  passando nei pressi della stazione di S. Maria Novella ho sentito quel richiamo e senza pensarci troppo ho comprato il biglietto ed eccomi qui su un treno un po’ anonimo a dire il vero, uno di quei treni moderni con un unico scompartimento che non invita certamente alla conversazione, tutti con gli occhi bassi rivolti verso il computer, il tablet o il cellulare, soli con i propri pensieri.

Come rimpiango, cara Cecilia, gli scompartimenti di quei treni forse un po’ troppo vecchi e a volte maleodoranti, ma tanto accoglienti che ci portavano a raccontarci, si chiudeva la porta scorrevole e in un attimo tutto diventava più intimo , come vecchi amici ognuno raccontava un pezzetto della propria storia.

Manca forse mezz’ora all’arrivo e mi sento già piena delle tante bellezze che andrò a vedere, ci sono stata più di una volta, ma il desiderio di rivederla mi rende sempre felice.

Assaporo già il piacere di essere lì, un piacere che a volte stordisce per le forti contraddizioni insite nella sua stessa natura e tutto accade tra il bello e il fatiscente, tra la commedia e la tragedia, tra il forte senso di appartenenza e l’abbandono.

E che dire della bella signora incontrata l’ultima volta?

Ero entrata nel negozietto per comprare un paio di orecchini e in breve tempo ci siamo ritrovate tra una chiacchiera e l’altra a sorseggiare un caffè appena uscito dalla moka.

Ecco, intravedo il cartello, NAPOLI, tra poco affonderò le mie radici nelle sue e mi lascerò incantare dal mistero del Cristo velato, il velo trasparente e leggero appena appoggiato sul corpo lascia intravedere la sua profonda sofferenza e ti senti coinvolto, mi lascerò incantare dalla magnificenza del teatro S. Carlo, dalla geometria impeccabile di Piazza Plebiscito, dalle infinite scalinate affollate di donne, di bambini, di panni tesi e verrò rapita dalle voci, dai sorrisi, dalle canzoni, dalle  statuine, dai presepi che  Spaccanapoli mette in bella mostra, orgogliosa di esibire i suoi tesori.

Sono sicura, Cecilia che piacerebbe anche a te immergerti in questa armonia caotica, nella speranza di fare il prossimo viaggio con te ti mando un bacio.

Lettera a Cecilia di Gabriella: vado a Salerno

Evasione – di Gabriella Crisafulli

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Cara Cecilia

Ti scrivo mentre sono in viaggio: sto andando a Salerno.

Mi ha intrigato un progetto di soggiorno all’Hotel “Il Faro” per partecipare ad una settimana di incontri in cui il tema centrale è il gioco.

La proposta era quella di prendere parte a tornei di bolle di sapone, di lancio di desideri, di sfide all’ultimo tarallo, di fuga dalle ragnatele di corde, di partite a tappi, di balli con ombrelli colorati, di chiacchiere d’uccelli, di risate fino alle lacrime, di sfilate di armi improbabili, di concerti di pentole e coperchi, …

Il progetto è stato per me davvero attraente: abbinare l’aspetto ludico al poter rivedere ancora una volta il castello Arechi che regala indimenticabili scorci marini, la Cattedrale, il giardino terrazzato della Minerva con le sue piante medicinali.

Mi affascinava pure l’idea di ripercorrere la storia della città lungo le sue strade, dalla dominazione longobarda al Principato di Salerno che arrivò a inglobare gran parte dell’Italia meridionale fino al periodo normanno in cui Salerno era capitale del Ducato di Puglia e Calabria.

E poi c’era l’aspetto della cucina così legata all’influenza dell’antica comunità ebraica.

Ancora una volta, però, mi sono trovata decidere di andare senza sapere se lo volevo davvero.

Anzi ho scoperto, quasi all’improvviso, che non lo volevo proprio.

E dopo aver stabilito, organizzato, fissato, prenotato, pagato, dopo mail, telefonate, contatti, … mi sono trovata prigioniera di una nebbia paralizzante che faceva muro intorno a me e impediva qualunque movimento. 

La valigia restava aperta in attesa di ciò che volevo mettere dentro ma non non sapevo cosa e stavo ferma a guardarla immobile.

Più si avvicinava il momento in cui dovevo uscire di casa meno energie mi ritrovavo mentre di pari passo aumentava la confusione e l’incertezza.

Era forte in me il desiderio di stare insieme a persone con le quali entrare in contatto, di ridere, di scherzare con loro sulle situazioni buffe che si sarebbero venute a creare all’Hotel “Il Faro”.

Ma molti anni prima ero salita sul carro di Zampanò e non volevo ripetere l’esperienza.

“Vedrai” mi dicevano “andiamo al “Norde”, nel grande mondo”

Balla ragazza, balla.

“Sei contenta?”

“Sì, sono contenta”

Pappagallo mi chiamavano perché sapevo rispondere a tono, battevo le mani e ridevo.

Quando non ho riso più sono stata rimproverata: “Bambina cattiva” mi dicevano.

Il mio piccolo mondo antico si è perduto per sempre.

Il pappagallo si è rotto ma viaggia ancora. 

Lettera a Cecilia di Tina: vado a Trieste

Lettera a Cecilia – di Tina Conti

Cara Cecilia, ormai scrivere è diventato per me una  bella maniera  per passare il tempo. E tu ne sei in parte responsabile.

Oggi, sono in treno, sto andando per la seconda volta a Trieste.

Ho pensato così di  scrivere delle lettere   da mandare alle persone  che mi sono nel cuore

E tu sei una di queste, da quando ti conosco ho dato molta più importanza alle parole.

Quando riordino i cassetti e trovo vecchie lettere, provo tanto piacere e le conservo  con gratitudine perché, rispolverano  emozioni e esperienze che avevo dimenticato.

Penso che comincero’ a scrivere  nel librino delle frasi buffe dei miei nipoti anche delle lettere dedicate per non perdere quei pezzi di cuore che loro   per la fretta non percepiscono.

Nelle mie mattinate  di perdigiorno, rileggo , modifico, aggiusto  vecchie cose scritte, e  nuovi pensieri. Ma ritorniamo  a te, la prima volta che venni a Trieste con un gruppo di amiche ero molto contenta e coraggiosa.

Uscivo da un periodo nel quale episodi di vertigini e malessere mi avevano azzoppato.

Partire con le amiche care mi dava coraggio e forza.

Anche oggi mi sfido, parto da sola, mi devo mettere  nuovamente alla prova.

Ieri,  ho compiuto 89 anni, sono stata festeggiata  con affetto dalla mia famiglia, hanno cucinato loro per fortuna. Mio marito è stato ben contento che partissi da sola, lui gioca a carte tutto il giorno e  metodicamente  va a passeggiare a Fontesanta.

Sono stata prudente  nel preparare  le valige, vestiti  caldi e comodi, scarpe basse e una scatola con tante  medicine per gli acciacchi.

Spero di divertirmi anche questa volta, ho anche un appuntamento  con Gina per martedì.

Vicino a me nello scompartimento, c’e un signore  distinto, un po’ piu’ giovane di me mi sembra: porta un completo grigio di ottima fattura, ha baffi e capelli bianco|brizzolati.

Parla volentieri, non spippola sul cellulare , ha risposto a una chiamata con un vecchio modello uguale al mio . Ha proposto di portarmi in giro per la città, lui è triestino autentico.

Quando scenderemo  , mi accompagnerà all’hotel  e mi indicherà dove  ci troveremo  domani pomeriggio, per poi cenare al suo locale  storico situato  nella  bella piazza grande .

Che emozione rivedere questa citta  con la bella luce e il riverbero del mare vicino.

Per fortuna non c’è vento, la volta precedente abbiamo passato  l’ultimo giorno  con ventate tremende che  ci facevano volare, ma ci siamo divertite tanto, sembravamo  delle  ragazzine  a rincorrere sciarpe e cappelli.

Quante scemenze ci siamo raccontate, eravamo molto giovani, ridevamo anche dopo aver perso  la Marcella   che non si è certo persa d’animo   ed è andata ad aspettarci alla stazione dopo aver laciato un messaggio in hotel.

Non la trovo molto cambiata questa città, le  persone mi incantano quando parlano in dialetto.

Non riesco a capire niente.

Ho voglia di rivedere  Gina e stare  un po’ con lei, ci conosciamo da tanto tempo e apprezzo molto le sue opere, in metallo e legno. Venerdì, nella piazza Carlo Magno  ci sarà una grande festa per l’inaugurazione di una sua Installazione vicino alla  fontana.

Chissà come si presenterà, lei veste molto   fantasioso e con tanti colori, quanto parla! io capisco la metà dei suoi discorsi, faccio però un viso interessato e partecipe. Al telefono poi, mi servirebbe un traduttore  specialmente quando mi risponde che si trova “in Barcola a ciappà il sol”

Lettera a Cecilia di Daniele: vado a Sorrento

Torna a Surriento – di Daniele Violi

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Con i biglietti gratuiti in treno, perché figlio di ferroviere, mi sono potuto permettere viaggi meravigliosi fino alla età di 25 anni.

Ti pare che con tremila chilometri a ufo me ne sarei stato appena diciottenne senza assaporare la libertà di vedere questo mondo e toccarlo con mano. Si, allora appena potevo, viaggiavo e tentavo anche di valicare i confini del dolce nostro paese, dove allo stesso modo potevo usufruire con una riduzione sul biglietto e scatenarsi a visitare e insieme assaporare storia e geografia che ho sempre amato e che mi appassionano ora più di prima con tutti gli aspetti sociali che ne sono coinvolti. Il concetto di condivisione modello Erasmus, avevo capito di tenerlo a battesimo e quindi via!

Si Carissima, questa opportunità mi faceva sentire abitante ancora di più di un insieme di culture che non erano lontane da me, che non mi impaurivano pur essendo giovane, ma incuriosivano e stimolavano la grande voglia di volare sul mare aperto della vita che si gusta quando si sogna, si vuole conoscere e si ama la libertà. Ebbene si’, il dolce paese lo ho attraversato tante volte. Anche in autostop. Ritenersi fortunato è dire poco. Poter raggiungere perle di mare, posti stupendi, di una bellezza naturale anche con il contributo umano, che da tempi antichi ha condiviso con la fatica, il piacere per il profumo e l’armonia della poesia che circonda il contatto con il mare e la terra dove i suoi frutti sono come sirene, per la bontà che esprimono. Vuoi mettere trovarsi sulla riva del mare e scorgere piante di limoni, di fichi, pergole d’uva, orti con pomodori e peperoni, delizia nella delizia.

Dovevo tornare ma arrivare in un luogo allegro, un luogo conosciuto, di cui addirittura anche le melodie e l’arte della musica, ne hanno reso una celebrità. Torna a Sorrento. Si’, sai sono tornato e sono felice. 

Lettera di Cecilia alle Matite: vado a Trieste

Città laterale – di Cecilia Trinci

Trieste mi mancava. Non sapevo immaginarla, così esterna all’Italia, troppo spinta sulla destra delle carte geografiche, così zigzagata nei margini, su quel mare adriatico considerato da noi toscani marittimi, così poco salato, poco profondo, poco azzurro, col sole che tramonta e sorge al contrario.

Non mi era capitato di andarci e ho chiesto di assolvere questa mancanza per il mio matrimonio tardivo. Scomodo salire in autostrada oltre Bologna in giorno di lavoro, un traffico scoraggiante per una coppia attempata e una macchina timida, ma la curiosità spingeva come dopo mai più è successo. Dopo una serie indefinibile di tunnel eccola, Trieste, adagiata su un mare piatto , celestino, quasi invisibile nel contrasto del cielo appena appena disegnato, controluce di mattina presto, sdraiata proprio con il profilo zigzagato imparato nelle carte geografiche. Incredibile fu questo primo incontro con una terra che davvero era come l’avevo vista disegnata. Improbabile come il ghirigoro di un fantasista.

Era luglio quando entrammo in città, calda, nonostante la lieve brezza di mare che si spinge indifferente fino dentro alle vie. Le persone camminano sui muretti lungomare, si siedono al sole appena al di là dei parcheggi, fanno il bagno in pausa pranzo affollandosi su spiagge di pietre, senza un solo chicco di sabbia. Le ragazze, giovani e  anziane camminano spavalde, a testa alta, poco vestite, accese, sicure, altissime e flessibili. Le signore anziane non esistono a Trieste, ci sono solo ragazze di età variabile, dallo zero ai cento anni, sedute sui muretti con la faccia al mare, come sirene silenziose e colorate o che camminano fresche, a lunghi passi. Non esistono pause, brevi o lunghe che non si spiaggino al mare, nei bagni che si alternano ai negozi e alle fermate dei tram, o sui sassi liberi. Profumo di caffè e di nafta, odore di pesce e di lavanda, di grappa e biscottini, gamberetti e maionese. Gente libera, abituata al vento, a resistere al vento forte, al grecale di mare, ai monti carsici, alle guerre e ai popoli diversi.

Vorrei tornare in inverno, quando le città del nord sono più vere.