Atmosfera per Carla: suoni fatti di mancanze

Suoni vuoti – di Carla Faggi

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Inizialmente era solo un brusio, un suono fatto di mancanze, poi quel vuoto si riempì, vi erano sospiri inquietanti, urla sussurrate, respiri forti e ritmati.

Cercai di alzarmi ma ricaddi pesantemente sulla branda.

Volevo muovere le braccia ma erano immobili come abbracciate le une alle altre.

Provai a parlare ma le labbra sembravano incollate, ci riprovai di nuovo ed uscì un suono, allora continuai ed il suono diventò più alto delle mie orecchie.

Mi spaventai ma come presa da un senso di liberazione provai di nuovo e fu allora che la mia voce si espanse in tutta la stanza ed esplose rimbalzando sulle pareti imbottite di ovatta.

Mi sentivo libera ed allora urlavo.

E poi urlai di nuovo verso quella luce accecante che mi ghiacciò gli occhi.

Poi ancora urlai verso quelle persone vestite di bianco che improvvisamente arrivarono.

Sentii la loro presenza e urlai di nuovo.

Sentii qualcosa di pungente e poi di caldo che entrava dentro di me e urlai.

Il caldo iniziò a svuotare le mie forze ed io provai ad urlare.

Ero di nuovo vuota, fatta di mancanze, non urlavo più.

E tutto tornò ad essere solo un brusio.

Atmosfera di Gabriella: gelo, brindisi e angoscia

Natale alla malga – di Gabriella Crisafulli

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La proposta era intrigante: trascorrere la notte nella malga di Herbert.

Di primo mattino eravamo tutti pronti con le vettovaglie in spalla.

La sera precedente aveva nevicato in abbondanza ma il cielo era terso.

Il freddo pungeva.

All’inizio il sentiero era sgombro però via via che si saliva affondavamo nella neve soffice e bianca fino al ginocchio.

Mentre ci allontanavamo dal paese, il suono del silenzio si allargava, diventava multiplo, interrotto dal rumore dei nostri respiri e dei piccoli cumuli che cadevano dagli alberi.

C’era da prendere un passo ritmico e cadenzato per attenuare la fatica.

Le parole si facevano rarefatte e il fiato si condensava intorno a noi in una nebbia che ci avvolgeva.

All’inizio i bambini non sentivano la fatica e godevano della neve a piene mani: ci si tuffavano e se la lanciavano a manciate vociando e ridendo. Ma quando la salita si fece più ripida divennero silenziosi interrompendo di tanto in tanto la quiete sbruffando e lamentandosi.

Per fortuna Werner, che era ben fornito di cioccolata a pezzi e the caldo, riusciva a sedare gli animi.

Camminammo, camminammo, camminammo … sembrava che la malga via via si allontanasse sempre più ma il vin brulè che veniva passato da uno all’altro, ci faceva sentire nuovamente in forze.

Quando in lontananza apparve l’alpeggio cominciò a serpeggiare un’allegria contagiosa.

Uno alla volta arrivammo al terrazzo coperto che si affacciava sulla valle, ci liberammo dei pesi e iniziammo subito a darci da fare per rendere possibile la permanenza nella grande stanza al pianterreno nella quale ci saremmo accampati anche per la notte.

Marcus e Rigus entrarono in casa per accendere il fuoco nel camino e nella cucina economica; Werner ed Ernst cominciarono a riempire i tegami di neve per portarli sui fornelli: era l’acqua per bere, cucinare e rigovernare.

Dagli zaini venne fuori di tutto ed Elli iniziò a preparare il cenone.

C’era chi appendeva i sacchi a pelo alla ringhiera della scala perché fossero caldi al momento in cui li avremmo stesi a terra per dormire; c’era chi dava una passata ai tavoloni di legno abbandonati alla polvere da tre mesi e chi accatastava stoviglie, bicchieri tovaglioli, posate; chi pelava, sbucciava, spezzettava, impastava, chi riforniva la cucina con tegami di neve da sciogliere sul fuoco.

I bambini sembravano non sentire il freddo e stavano per lo più fuori a giocare.

Enric e Nicoletta amoreggiavano vicino al camino.

Niente macchine, vicini, passanti, luci, rumori: solo le frasi in tedesco che rimbalzavano di qua e di là accompagnate da risate e bicchieri di vino. Solo un brusio che sapeva di buono, uno sfrigolio profumato, un acciottolio di stoviglie sommerse da secchiate d’acqua fumante.

Dopo cena andammo ad aspettare la mezzanotte in terrazza. Il cielo era tutto per noi. Le stelle facevano da decorazioni festose. Era tutto un rimbalzare di brindisi ed auguri.

In un angolo, appeso ad una trave della tettoia, un po’ nascosto, penzolava il cadavere mummificato di un gatto.

La coda, appena curva, dondolava.

Su un fondale di velluto blu la luna splendeva chiarissima.

Atmosfera di Lucia: la bambina sulla scala

Una bambina troppo piccola – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Una scala enorme
Una scala lunga
Riuscirò a salire fino in cima?
Sono piccola , senza parole e con gli occhi sgranati
E’ troppo grande e’ troppo alta quella scala!
Non potevo immaginare che esistessero luoghi così, tutto così immenso, gigantesco e silenzioso
Mi ero accorta che le persone appena entrate nel portone si ammutolivano davanti a quella scala
Le voci diventavano sussurri, quasi dei soffi
Le scarpe non potevano fare rumore, bisognava camminare piano facendo attenzione a non produrre alcun suono
Iniziava poi la salita con gli occhi rivolti verso il soffitto alto come il cielo
Poi in cima un altro portone di legno vecchio come il tempo
Di lato al portone uno strano campanello
Mi accompagnava mio padre e lui suono’ quel campanello producendo un suono assordante che riempì tutto quello spazio fatto solo di silenzio
L’attesa ebbe inizio
Verrà qualcuno ad aprire?
Tutto è così grande che forse anche quel suono invadente non riuscirà a raggiungere l’orecchio di qualcuno
Dopo un’attesa che mi sembro’ infinita il portone si aprì
Una piccola suora con un sorriso e lo sguardo basso fece un cenno di accoglienza indicando la direzione dove dovevamo sederci per aspettare ancora
Una stanza con vecchi mobili e vecchie sedie impagliate di bianco ma soprattutto un tendone color porpora separava la stanza d’attesa da un mondo misterioso, inaccessibile, non tangibile e nemmeno immaginabile
Solo silenzio e una luce ovattata filtrava da finestre poste in alto sulla parete
L’attesa continuo’ in un silenzio pungente
Poi un brusio fitto fitto, una cantilena che sembrava una nenia

Preghiere preghiere preghiere

Ieri ho salito di nuovo proprio quella scala e anche ieri mi è sembrata immensa, alta, ripida come sempre
Una colomba volteggiava silenziosamente come se le ali non muovessero l’aria
Volava in alto davanti a me per aiutarmi ad alleggerire quella salita
Uno scalino dopo l’altro senza far rumore ed un pensiero:
Sarà l’ultima volta che salirò questa scala?

Atmosfera di Nadia: ispirata da Carla

IL FARO SULLA SCOGLIERA (dalle suggestioni di Carla) – di Nadia Peruzzi

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Il faro si intravedeva appena. C’era nebbia tutto intorno. Quando i primi raggi del sole si insinuarono a rompere la spessa coltre, svelò la sua bellezza poco a poco.  Bianco, con due strisce rosse per esaltarne la visibilità, quasi a far da confine fra l’indaco del mare e il verde punteggiato dal giallo della colza e dal rosa violaceo delle eriche che cercavano di conquistare il primato in quel lembo di terra del New England, e in quella stagione strana in cui il clima ormai faceva coesistere fiori e piante che fino a qualche anno prima non si incontravano mai.  Una visione decisamente idilliaca che ebbe uno strano effetto su di lei. La intimorì, più che farla star bene.  “Deve essere la sensazione che prova qualcuno che é stato in prigione per anni e fuori dal cancello, si ritrova spaesato, a testa quasi completamente vuota se si esclude una domanda! E ora?”. Pensò Jane.  Cercò di non farlo vedere alle amiche . L’avevano tirata fuori a fatica dalla sua quotidianità fatta di caos cittadino, slalom fra macchine che sputacchiavano fumi puzzolenti e clacson dai rumori invadenti, andirivieni frettoloso e irrispettoso di folle vocianti .  Il tutto sotto lo sguardo di grattacieli altissimi, che in qualche giornata storta sentiva incombere su di lei.  La schiacciavano con l’arroganza di chi si era preso tutto il meglio. Per un singolo francobollo di cielo, dovevi quasi rovesciare la testa all’indietro e rischiare una bella caduta.  Per questo aveva concluso che non valeva la pena di guardare in alto. Era tempo perso. Tanto più che andava sempre di gran fretta proprio come la moltitudine che incrociava, nelle strade e sui marciapiedi e come tutti gli altri guardava davanti a sé,  o in basso per evitare gli ostacoli. Del cielo aveva deciso di fare a meno.  Il brusio attorno a lei era incessante, come quello che ogni giorno trovava in ufficio.  Una cosa non mancava mai, a far da sottofondo,  nel salone delle contrattazioni della borsa di Wall Street ed era il respiro affannato dei motori delle centinaia di computer accesi sul mondo.  Il resto era il vociare dei colleghi che compravano e vedevano di tutto. Tutto era vorticoso come un alveare. Ma in quell’alveare pieno di ronzii il miele non usciva. La borsa di Wall Street era piuttosto paragonabile ad uno schiacciasassi con cingoli pesanti. Un modo più soft per fare guerra al mondo, e per questo dovevi perdere ogni giorno sempre più umanità, abbandonare il senso di responsabilità verso gli altri, la capacità di interrogarsi sugli effetti collaterali di ogni singola contrattazione.  Le amiche di Jane non capivano come potesse lavorare in un luogo così straniante. Sogni, sentimenti, etica rimanevano fuori dalla porta girevole che la accoglieva ogni mattina. Da persona ad automa era il cambiamento che avveniva nei dieci passi che la separavano dall’ascensore che la portava fino al 35esimo piano.  La vedevano svuotata e stressata al massimo. Quasi ogni giorno cercavano di convincerla a staccare almeno per un po’. Poi decisero loro. La costrinsero, di fatto.  Prenotarono per cinque giorni in un luogo che avrebbe restituito vita anche ad un pezzo di legno.  Partirono un sabato. Il B&B verso cui erano dirette era un faro che era costato un occhio della testa, ma era solo per loro tre.  Non rivelò alle amiche la sensazione che aveva provato all’arrivo. Ci sarebbero rimaste male. Gli spazi senza fine, il cielo sopra di loro, la brezza che le intrecciava i capelli, il sole che la abbagliava, erano fonte di inquietudine.  Una vocina dentro di sé le ripeteva imperiosa e maligna : “Dalle scorie tossiche della quotidianità non ci si libera facilmente! ”Quando le amiche la chiamarono per uscire a fare una passeggiata, scese controvoglia.  L’aria era ferma. Il sole stava calando lentamente e infuocava l’orizzonte, le onde del mare si frangevano sugli scogli con delicatezza, senza esagerazioni. Dai campi arrivavano profumi che Jane non sapeva riconoscere, ma erano piacevoli e benefici.  Anche camminare le fece bene.  Arrivarono in un punto in cui la vista spaziava a 360 gradi fra mare e terra . Una visione potente che le riportò alla mente le praterie sconfinate che circondavano la casa dove era nata e cresciuta. La natura era allora signora di tutto. Era lei a scandire le azioni degli esseri umani non il contrario. Il loro lavoro e i raccolti anno dopo anno dipendevano da quanto la rispettavano e ne assecondavano tempi e modi di coltivazione.  Il tempo di allora fluiva più lento.  Le andava stretto. Lei era giovane e aveva una gran voglia di correre. Per questo, finiti gli studi se n’era andata lontano. I suoi sogni di allora finirono in un cassetto insieme alle romanticherie da ragazzina. Sapeva che nel mondo in cui aveva deciso di entrare avrebbe dovuto vestirsi di cinismo . Un prezzo che considerò lieve da pagare per conquistare un posto nel cuore pulsante della finanza globale . Camminarono ancora un po’ lungo la linea di costa. Il crepuscolo durò poco e il buio le costrinse a rientrare. La terra emanava un calore quasi materno, mentre il cielo si riempì in un attimo di stelle.  Non le vedeva da anni . La città le spegneva.  Quasi come se il cielo ne fosse privo.  Rivide lucciole a centinaia attorno a sé . Le sembrò che la prendessero per mano per riportarla ai suoi dieci anni e ad una notte senza luna, nel bosco vicino casa con suo padre e sua madre e lei che le rincorreva ridendo a più non posso.  Fece fatica a dormire. Troppe novità, troppo silenzio. Era abituata ai rumori che le arrivavano in un flusso continuo dal basso, in quella città senza posa 24 ore su 24.  Si girò e rigirò nel letto. Ogni tanto si assopiva facendo strani sogni. Lei che non sognava da anni, aveva ricominciato a sognare.  Si svegliò la mattina con meno ansia di quella che si sarebbe aspettata.  Ricordava molti dei frammenti del passato che erano riaffiorati con prepotenza, misti a nostalgia.  Un altro dei sentimenti di cui aveva dovuto fare a meno fin dal suo arrivo nella Grande Mela. La nostalgia è un freno le aveva detto qualcuno e lei l’aveva tenuta ben lontana.  Quella mattina sentì il bisogno di crogiolarvisi un po’. Era una sensazione così bella, anche se sapeva che non avrebbe dovuto farla riaffiorare del tutto.  Indietro non si torna, si disse, però si può imparare ad andare avanti in modo diverso da come aveva vissuto gli ultimi dieci anni.  I quattro giorni seguenti quasi volarono. Tornò a sentire e gioire del cinguettio degli uccelli. Anche le strida dei gabbiani le trovò meno fastidiose di quanto ricordava. Il chioccolio dell’acqua che scorreva in un fiumiciattolo poco lontano, e il fuscio delle foglie sugli alberi suscitarono una gioia bambina in lei.  Arrivò a tuffarsi nelle erbe alte un po’ per nascondersi alle amiche, soprattutto per stare a pancia in sù a guardare le nuvole che si rincorrevano nel cielo. La nozione tempo era sparita insieme al suo orologio. Si accorse che era da quando si trovava al faro che lo aveva lasciato in camera.  L’ultima notte che passarono al faro volle che fosse tutta sua.  Lo chiese come un favore alle amiche.  Si chiuse in un sacco a pelo e si lasciò avvolgere dal silenzio e dal buio. Si accorse che la cullavano, non la intimorivano più.  Sopra di lei il Grande Carro, attorno fruscii, picchiettii del becco di qualche uccello sugli alberi vicini, la risacca col suo moto continuo diceva, ”Ci sono anche io,  il silenzio assoluto non esiste. La natura è viva, si trasforma in continuazione e si fa sentire in mille modi, da chi ha voglia e animo di ascoltarla”.  Come la prima notte dormì poco. Non per il carico di adrenalina di cui ancora non si era liberata, ma per la voglia di non perdersi un attimo di quella immensa bellezza che le aveva riacceso passioni e sentimenti. Lo stupore che non provava più da anni ora lo provava per tutte le cose piccole o grandi che la circondavano. Riscoprì il suo cuore fanciullo.  Abbandonarsi al sonno le avrebbe fatto perdere il meglio di quanto natura aveva da offrire in una notte di fine estate con una luna così grande da sembrare un sole.  D’altra parte non voleva correre il rischio di perdere il filo che in quei pochi giorni era riuscita a riprendere nelle sue mani. Esile ancora, ma esigente e combattivo, nel seguirlo sentiva che stava tornando a ritrovare la sua vera essenza

Atmosfera di Stefania: ci vuole coraggio a parlare a voce alta

Cercava il silenzio – di Stefania Bonanni

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Il piu’ delle volte era quello che cercava: il silenzio.

Non voleva un silenzio di solitudine e campagna. Cercava un silenzio che si manifestasse solido, vero, presente, con un posto ed una dimensione. Ed accadeva ogni volta, puntuale.

La gente entra e la pesante porta antica sbatte  rumorosamente alle spalle del nuovo arrivato: SBAM, con la emme che continua a farsi sentire, sbiadendo. Poi brusii, chiacchiericci, rumori decifrabili anche senza vedere, senza girarsi. Rumori larghi di sorrisi senza risate, parentesi orizzontali di bocche che, educate, accennano appena un verso di maniera, che non turba la sacralità del luogo.

Entrano tutti, sempre i soliti, si dirigono con passi anonimi verso il posto che occupano di solito, la testa accenna piccoli inchini diplomatici, ed ancora si sente brusii. Piano piano prevale la voglia di pensare, del resto il senso e’ quello, ed i brusii si stemperano nell’atmosfera che si fa piu’ intensa, piu’ seria, piu’ sacra, e quindi anche piu’ scandaloso turbarla. Ci vuole coraggio per parlare a voce alta. Piano, come scende la nebbia, cala il silenzio, si espande e prende possesso di tutto, persone e cose. I presenti aspettano, le orecchie sono tese. Lei spera che questo faticoso silenzio duri, ma e’ turbato da una scampanellato argentina. Lei si scuote, quasi colta di sorpresa.

Non e’ la sola, a rimpiangere quel silenzio. Alla scampanellata risponde un ululato lungo ed intonato.

Il pastore maremmano in fondo alla chiesa, compostissimo, zampe unite e testa alta, come fosse in ginocchio, da’ il via alla funzione.

L’atmosfera di Rossella G.: la parete verde stupido

La stanza… – di Rossella Gallori

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Conosceva già la stanza, la riconosceva, se pur non fosse,  forse, la stessa…sapeva del muro scortecciato eppure e non ne vedeva più traccia, ricordava bene quel nulla di una parete “ verde stupido” un verde che aveva voglia di esser giallo e gridava inerte tendendo le braccia: vogliono essere azzzzurroooo…

Si la camera era quella, il suo stato d’animo però era diverso, non più paura bollente, ma tiepida sensazione che all’ inizio era brusio pesante di mancanze, ora era solitudine fredda ed irrisolvibile.

Provò a fare una nomenclatura, un elenco, un sistema ordinato del suo essere li:

La finestra: 2 ante, un vetro rotto da sempre, in alto a destra, due tenducce  scure di tempo

 vantavano qualche foro di sigaretta in basso a sinistra…poi, poi un cesso, un bidet, una panca verniciata di grigio, una lampadina fioca e ciondolante, un comodino a tre gambe, un coperta rattoppata, una bacinella sproporzionata.

Era così la prima volta è lo era ancora.

Lo ricordava bene, si, molto bene.

Aveva urlato per ore, poi aveva taciuto per giorni ed allora nel suo silenzio si era ritrovata con la luce gialla, faro ignorante,  che le sfiorava il viso gonfio di pianto, ignorando  gli scarafaggi innocui che le percorrevano le guance e quel lampo azzurro che allungava la notte con la sirena che pareva musica, un tutto che attimo per attimo le avevano insegnato a sopravvivere.

Ora dopo cinquanta anni si ritrovava li, più vecchia, più goffa, più grassa e più stanca, ma sempre, sempre più sola.

Si buttò sul letto…le gambe nude e formicolanti trovarono sotto le coperte infeltrite, qualcosa di caldo, di morbido, un qualcosa di umano con le orecchie, un cuore dal battito accelerato, quattro zampine … due croccantini  spezzettati le bucarono il braccio, li riunì e li porse al nuovo amico di pelliccetta vera, che le fu grato e le si strinse addosso…

Si trovarono soli, con il profumo aspro di caffè cattivo, sangue bollente e nero che scorreva da una macchinetta affollata di infermiere scoglionate.

Lei ed il gatto, un gatto e lei, nessuno  dei due sapeva perché era li, come ci era arrivato, quanto sarebbe stata lunga l’ attesa in quel buio a tratti rassicurante, erano due gatte vecchie a fine corsa, stanche di non  parole, non carezze…le dette un nome Speranza, non rivelando il proprio, si fecero compagnia, fu per poco….

Le ritrovarono all’alba  la piccola zampa nella mano rugosa….

Le atmosfere di Anna: voglia di tenerezza

RICORDO INGIALLITO – di Anna Meli

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            Era da parecchio tempo che non si recava in quella vecchia casa avuta in eredità. Odore di chiuso, di polvere, di tempo. Aprì la finestra e la persiana cigolante e un raggio di sole fece brillare le numerose ragnatele, mentre un viavai di leggeri ragni dalle lunghe zampe, fuggivano impauriti.

            Il grande armadio, antico quanto il tempo sembrò quasi chiamarla. Fin da piccola le piaceva esplorarlo di nascosto, il perché non lo sapeva e forse era proprio questo che la spingeva a disobbedire. Stavolta ne aprì le ante senza timore e rivide appeso il vecchio cappotto militare, abiti di altra epoca, coperte, copertine, libri e riviste, scatole.

            In fondo, in un angolo scoprì una strana scatola di un metallo sconosciuto dal colore indefinibile. Ebbe difficoltà ad aprirla. Conteneva vecchie foto alcune delle quali appiccicate insieme con i bordi smangiucchiati dalle tarme. Una in particolare attrasse la sua attenzione.

            Non riconosceva né il luogo né le persone: una donna seduta sulle scalette di una casa, probabilmente la sua, teneva in collo una bimba che le si appoggiava sulla spalla e con la mano la teneva stretta a sé quasi a confortarla. Chi era quella bimba? Chi era quella donna? Non aveva avuto la gioia di conoscere sua madre, l’aveva lasciata  quando era piccolissima: una zia si era presa cura di lei. Forse quella bimba era lei con la zia?

            Sentì improvvisamente la voglia di essere abbracciata e rassicurata. Sì, era vero aveva sofferto mancanza di tenerezza durante l’infanzia ed ora, ormai adulta, si sentiva incompleta.

            Nella foto vicino alla donna, un carretto a due ruote appoggiato in terra e un asino completavano la scena comunicando un’antica semplice serenità. Ebbe un brivido, ripose la foto, richiuse l’armadio.

            Fuori il sole splendeva.

Le atmosfere di Sandra: il silenzio della “pandemia”

L’ATMOSFERA DELLA PANDEMIA – di Sandra Conticini

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Non pensavo di poter rimpiangere quei giorni. Erano stati molto pesanti e brutti o meglio: particolari. Negli anni 70 un altro periodo analogo c’era stato: l’austerity.

A causa dell’aumento del petrolio per un periodo  la domenica le macchine non circolavano, successivamente le auto giravano a targhe altrne, però almeno a piedi si poteva andare.

Invece con il Covid, questo virus arrivato dalla Cina, da un giorno all’altro ci siamo ritrovati chiusi in casa, ma soprattutto all’inizio sono morte decine e decine di persone, perchè non  sapevano  come curarlo ed eravamo tutti impauriti di questo mostro arrivato da lontano.

Nonostante si fosse chiusi in casa non ci si fidava neppure dei familiari. Le prime persone che vidi con le mascherine, pensai che fossero esagerate,  dopo qualche giorno diventarono obbligatorie per tutti. Si poteva uscire solo  una volta la settimana per la spesa, ma dovevanmo stare a dovuta distanza. Per strada si cambiava marciapiede, ci si scansava e, se qualcuno tossiva o starnutiva, si fulminava con gli occhi.

In quel periodo è mancato tutto: la libertà e la condivisione.

Il silenzio era assordate, non si sentiva il rumore di una macchina, un motorino, tutti erano in casa ad inventarsi le giornate, diventate troppo lunghe.

Ogni tanto sotto casa si vedeva una volpina che si metteva al sole vicino ad una siepe. Con tutto quel silenzio e quella pace si era avventurata nella città forse in cerca di cibo. Stavo ad osservarla dal terrazzo, ma che dispiacere ho provato quando ho saputo che era morta.  Forse in quell’atmosfera stava bene solo lei.

Nonostante ormai la pandemia sia stata superata da diverso tempo, l’atmosfera dell’avanti Covid non è tornata. Le persone mi sembra siano  peggiorate. Sono diventate scorbutiche, egoiste ed  intolleranti anche alle piccole cose.

Atmosfera di Stefano: la nebbia sotto Natale

Inverno….l’altro secolo – di Stefano Maurri

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Era esposta nelle vetrine delle botteghe la locandina di “C’era una volta il West” che veniva proiettato allora alla Sala dei Salesiani. I ragazzi si accalcavano per vedere la diligenza in primo piano con la sagoma di uno sceriffo disteso per terra e con il petto insanguinato. I commenti  erano però tutti per Claudia Cardinale, intanto  don Pasetto con il suo fare atletico spingeva tutti a fare, a riprendere a fare l’attività di pallavolo, interrotta bruscamente. “Basta divertirsi ricominciamo dalla battuta!” Intanto i più piccoli  provavano i canti di Natale per la messa di qualche giorno dopo. Le luci delle botteghe cominciavano ad accendersi e i ragazzi più grandi a sciamare verso casa; chi si fermava per un pezzetto di pizza, chi dal friggitore per un panino con la polenta fritta, qualche adulto ordina il panino con  i roventini  e la salsiccia. La nebbia comincia a farsi leggera sulla città, le luci cominciano ad ingiallire e  nel buio tra le persone sembrava stendersi un velo di silenzio quasi irreale per quella strada sempre trafficata. Ormai i ragazzi erano scesi tutti a casa,  le macchine cominciavano a diradarsi, le commesse dei negozi cominciavano a recarsi a casa. Sally cammina rapida per le strade sa che a casa non l’aspetta nessuno. La sera è sempre più triste , quando  incrocia un gattino infreddolito. Non sa come comportarsi, non è abituata alla compagnia di  un animale, ma lo raccoglie e lo porta con sé.

Le atmosfere di Luca: direzione Enna

Il suono multiplo del silenzio – di Luca Miraglia

foto di Luca Miraglia

Se ti arrampichi per le strade che portano sui monti Erei in direzione di Enna potresti imbatterti in Lenofonte, un villaggio più che un paese.

Se ci arrivi nel mezzo del giorno ti accoglie solo il suono multiplo del silenzio. Poco o nulla di umano ti circonda: un carretto appoggiato lungo la sterrata via principale, un gatto polveroso rannicchiato alla sua poca ombra e di là dell’ultima bicocca un asino che un po’ scalpita e un po’ bruca la scarsa erba già quasi secca.

Il rumore dei tuoi passi sul selciato inaridito ha già messo in allarme i pochi anziani e le poche donne restate a casa per badare alla prole.

Come un piccolo branco selvatico diffidano dello straniero sconosciuto e ne spiano le mosse da dietro i pertugi.

Di là dalla piccola piazza, anch’essa sterrata, l’unica vitalità del villaggio è data da una minuscola mescita che esibisce orgogliosa un’insegna al neon e che su una lavagnetta accanto alla porta promuove un elenco sgrammaticato di prodotti oggi disponibili.

Se varchi quella soglia gli uomini del villaggio ti squadrano da capo a piedi con sguardi affilati come lame, cercando nei tuoi modi e nelle tue budella il motivo per cui sei lì a violare la loro siesta.

  • Buongiorno… scusate… ho perso la strada per Enna…

Gli sguardi torvi si convertono in un attimo in gentili sorrisi di comprensione, di compassione quasi, ed uno dopo l’altro si affrettano a spiegarti che devi arrivare al prossimo podere, poi prendere a sinistra per la sterrata che costeggia il campo di girasoli ed infine sempre dritto fino al granturco: là in fondo ritroverai la provinciale asfaltata.

E intanto fuori dalla mescita il villaggio riprende vita: gli anziani risfoderano le loro seggiole per sedersi all’ombra davanti casa, le donne escono a guardia dei bimbi che giocano nella polvere oppure con i neonati da cullare in grembo canticchiando filastrocche in dialetto.

L’unico che resta imperturbabile è l’asino che se ne sta a capo chino su quei tre fili d’erba rimasti e che magari in cuor suo sogna un fresco prato ombreggiato dove finalmente poggiarsi.

Atmosfere di Rossella B.: cambiare vita

Diario di bordo (o di bosco) – di Rossella Bonechi

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GIORNO 1

Questo è il diario del semi-esilio nel Bosco che mi sono scelta; il bisogno di cambiare registro, di scalare la marcia e rallentare un po’ mi ha portata fin qui, in questo posto dove al rumore si è sostituito un lieve brusìo e tutto sembra convivere in pace. Scrivo per poter poi rileggere e scoprire così se davvero posso percorrere un’altra strada.

GIORNO 2

Il brusìo si è fatto più consistente, ogni tanto un suono più forte lo interrompe ma se sto in ascolto riconosco il ramo secco che si spezza, un uccello impaurito che lancia un allarme, l’acqua del ruscello che gorgoglia con più forza alimentata dalla pioggia notturna. Questo non è vero silenzio, è un insieme di suoni armoniosi che mi arrivano ovattati e gentili.

GIORNO 3

Sto diventando troppo bucolica, forse mi sono fatta trascinare da questo esperimento pseudo romantico che cesserà quando la noia prenderà il sopravvento. Perché se non c’è una vera necessità a rendere il tutto reale, alla fine il castello di carte si smonta! Farò una passeggiata, esplorerò intorno e forse fugherò i cinici pensieri.

GIORNO 4

Non sono più sola, la passeggiata ha dato un frutto tenero e inaspettato; sotto un arbusto un esserino miagolante si nascondeva, malconcio, cisposo, tutt’ossi. Però aveva ancora gli artigli da felino quando ho cercato di prenderlo con me! La sua paura l’ha spinto alla difesa ma il cracker sbriciolato che gli ho messo davanti ha avuto la meglio. Insomma, ora Tigre è con me, ancora guardingo e sulle sue ma ben acciambellato sulla coperta. Il semi-esilio è finito, ora siamo in due a condividere il silenzio dei rumori. L’esperimento vale ancora?? Chi se ne frega, finchè ci stiamo bene restiamo qui, io e la Tigre del Bosco .

Incontro dell’11 dicembre 2025: Nuove atmosfere in nuove storie

Da scritture precedenti ricaviamo spazi per nuove storie

“Inizialmente solo un brusio strano fatto di mancanze, niente macchine, vicini, passanti, luci, perché anche le luci fanno rumore. Solo un brusio quasi assordante come filtrato da una garza attorno alle orecchie. Poi piano piano il suono del silenzio si allarga, diventa multiplo”. (Carla)

“In tutte le botteghe della piazza compare la stessa foto sbiadita dal tempo: un carro a due ruote, vuoto, piegato sul dietro, un ciuco che scalpita sui sassi, una donna lì vicino che tiene in collo un piccino e lo batte dolcemente in modo ritmico per ninnarlo. Il ciuco bruca la poca erba che sbuca dal terreno. “(Gabriella)

“Dalla parte opposta il vinaio si aggira fra i tavoli disposti dinanzi alla bottega: sistema le cortine per fare un po’ d’ombra. Gli avventori seduti dinanzi a bicchieri di vino, giocano a carte. Le monete corrono sul tavolo tra moccoli e imprecazioni, battute e risate. In lontananza i sonagli annunciano l’arrivo della diligenza che viene dalla città. Quando arriva si ferma all’incrocio tra la via e la piazza. Scende solo un uomo tutto sporco di sangue. Fa due passi e si accascia a terra.”(Gabriella)

I personaggi di Carla: Toledo arrivoooo

Verde speranza buona – di Carla Faggi

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Finalmente era arrivato il primo giorno di pensione!

Lo aspettava da tanto, amava il suo lavoro da infermiera, sapeva che sicuramente le sarebbe mancato, ma era stanca, non riusciva più a reggere il mondo con le sue sole spalle. Non era più in grado di sostenere le sofferenze, le morti, il dolore. Non riusciva più a consolare, a curare.

Voleva non capire, non sentire, non occuparsene, insomma voleva andarsene!

Ed ecco finalmente il grande giorno.

Si vestì di verde colore della speranza, ma quella buona che si avvera sempre.

Mise anche una trina rossa, per suggerire la passione per la vita, per l’avventura, per l’amore.

Poi indossò un paio di calze gialle e viola come il tramonto in estate, preludio di serate calde e goderecce. Indossò anche un mantello color oro perché d’oro dovevano essere i suoi futuri giorni in Toledo.

Toledo, città di passione, di amori sanguigni. Città di sesso e cibo, di balli e vino, di nottate e di giorni dove non si dorme mai. Si immaginò una vita spericolata come Vasco cantava!

Un biglietto d’addio al suo noioso marito… o meglio un messaggio criptato, gli scriverò che mi hanno rapito gli alieni, tanto lui la fantascienza se la beve a colazione!

Oppure gli scriverò che mi sono trasformata in un araba fenice proprio all’interno della teglia delle bruciate, solo che per ora sono rimasta solo cenere. Oppure un enigma o…solo cuoricini, tanto io sarò già a Toledo a gozzovigliare. Pensi quello che vuole!

Aspettatemi maschi spagnoli, arrivo!

I personaggi di Carmela: bisogno di colori

Una lettera piena di baci – di Carmela De Pilla

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-Ma guarda come si addobba, le mancano le luci e poi abbiamo l’albero di Natale fuori stagione!

Lo disse con una tale foga che lui stesso se ne meravigliò, non era solito reagire in questo modo alle sue stranezze, ma quel vestito verde damascato orlato di trina rosa anni venti era davvero troppo, per non parlare di quel ridicolo cappellino arancio con la veletta che le nascondeva gli occhi.

Occhi di ghiaccio che facevano contrasto con i colori sgargianti dell’abbigliamento, lui invece essenziale e misurato, non si allontanava mai dal blu e dal grigio antracite.

“Troppo noioso e ripetitivo” diceva lei “mai un giorno diverso da un altro, tutti blu e grigi!”

Era diventato un noto scrittore di fantascienza e aveva finalmente realizzato il suo sogno, aveva lasciato il caos cittadino e si era rifugiato sulle colline di S. Casciano, il verde dei prati e del bosco lo rilassavano e nuovi personaggi affollavano la sua mente.

Domenico era sempre stato serio e riservato e tanti si chiedevano come avesse potuto sposare Amneris, lei esuberante, lui riservato, lei colorata, lui grigio…si erano conosciuti già da un ventennio e un po’ per gioco, un po’ per noia si erano sposati, gli piaceva avere accanto una donna colorata e saltellante, ne rimaneva contagiato, ma col tempo era diventata troppo…troppo colorata, troppo esuberante, troppo allegra…

A dire il vero Amneris non era stata sempre così, da giovane se ne stava spesso per conto suo e passava le giornate ad ascoltare musica, soprattutto quella lirica, le uniche amiche erano le protagoniste delle opere e un velo di malinconia  avvolgeva i suoi occhi, si era rattristita e perfino il suicidio di Tosca le sembrò una giusta soluzione poi accadde la metamorfosi, voleva vestire i suoi giorni di mille colori, magari rimanerne anche accecata, ma sentirsi viva, allegra proprio come quel verde damascato e fu così che un giorno come tanti altri decise di lasciare tutto, niente sceneggiate, niente litigi, solo una lettera piena di baci perché l’amore c’era stato, era stato un amore profondo, viscerale, ma ora…

Aveva già prenotato il treno per Toledo, ci era stata da ragazza ed era sicura che lì avrebbe trovato i colori della sua vita, quella città così festosa le avrebbe permesso di svoltare pagina, avrebbe preso il trenino rosso e sarebbe rimasta incantata ancora una volta davanti alla  città vista dall’alto.

 Forse avrebbe continuato ad amarlo, ma ora odiava il blu e il grigio, aveva bisogno di colori.

I personaggi di Sandra: cuori teneri

Due cuori teneri – di Sandra Conticini

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Indossava vestiti dai colori sgargianti e tutti i giorni cambiava look. Sicuramente non   passava inosservata. Non riusciva a mettere due colori che stessero bene insieme. Era inguardabile quando si metteva quel camicione rosso fuoco con balze arancione, calze a righe gialle e viola, sandali azzurri e per finire  il cappello l’ ombrellino con un veliero, degli uccellini disegnati e tanti fiocchi azzurri, bianchi e fucsia.

In pochi sapevano dove andava, neppure il suo compagno ne era a conoscenza, ma era tranquillo, perchè tutte le sere tornava.

Aveva un’aria trasognata, camminava canterellando e saltellando, qualcuno la chiamava “la vispa Teresa”, ma non era matta anzi era una persona molto buona.

Tutti i giorni, in quelle condizioni, a volte anche peggio, andava in un istituto a tenere compagnia a dei bambini e quando arrivava iniziavano a ridere,ridere, ridere… ne avevano tanto bisogno. Lei si sentiva felice e contenta di poter portare un po’ di brio in quell’ambiente desolato. In questo progetto aveva coinvolto un suo amico scrittore di fantascienza. Aveva fatto una bella carriera, dalla vita aveva avuto tutto, viaggi, amicizie, soldi e tante soddisfazioni. Da questi ragazzi andava volentieri perchè riusciva a farli divertire raccontando storie di  alieni, simulando di salire sulle navicelle e ogni volta raccontando una storia diversa. I bambini erano al settimo cielo, lo avrebbero voluto tutti i giorni ma, da quando era andato in pensione, si era ritirato in una casa di campagna. La città era diventata troppo caotica ed aveva bisogno di tranquillità. Possedeva tutti i suoi animali cani, gatti, pecore, galline, ciuchi, pavoni, tutti con la loro casa, ma per tenere  pulito e governarli ci voleva del tempo.

Qualche volta nei giorni di festa andava a trovarlo la “vispa Teresa”, vestita un po’ più sobria,  conobbe il guardiaboschi,  un uomo tranquillo, ma forte, si vedeva  da come camminava. Sempre con un cappello  verde di feltro, la cartucciera ed un fucile in spalla. I due entrarono in confidenza così lei, che negli ultimi tempi voleva cambiare vita, una sera tornò a casa preparò il baule pieno di cenci colorati,  scarpe, cappelli e borse  di ogni foggia lo caricò sul taxi…. si trovarono all’aeroporto… avevano i biglietti in tasca partirono…

Nessuno seppe più niente di loro, qualcuno disse che erano andati a Toledo!

I personaggi di Nadia: La signora Arcobaleno

La signora Arcobaleno – di Nadia Peruzzi

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Quando il taxista la vide arrivare non credeva ai suoi occhi. Ne vedeva di persone tutti i giorni ,a ogni ora del giorno e della notte, ma una così mai! Unica, stravagante, tendente allo strano forte. La valigia che si portava dietro pesava come un blocco di marmo, da quanto era pesante. Ci doveva essere una vita lì dentro. Doveva esser stato complicato anche chiuderla visto che da un lato ciondolava un pezzo di boa di struzzo color magenta. Le avesse dovuto dare un nome , Arcobaleno , decise, le sarebbe stato benissimo. Si muoveva a lunghe e perfette falcate, schiena dritta, sguardo perso in un orizzonte lontano. Non era ancora partita, ma aveva già fatto tutti i conti col suo passato. Col pensiero era avanti, era già arrivata alla sua meta. Nessuna tristezza per ciò che lasciava, una casa, un amore, chissà?? Nel suo sguardo solo gioia, voglia di vivere, di futuro, di scoperte. Non fu facile riuscire a farla entrare in macchina con tutto quel ben di dio che aveva addosso. Brillava come se fosse un albero di Natale fuori stagione. Ogni colore, e ne aveva tanti addosso, aveva un perché e ognuno dava vivacità all’altro. Oro, fucsia, verde smeraldo, giallo e viola ,di tutto e di più e tutto insieme. Stoffe lucide e fruscianti e quel cappellino con gli uccellini che era decisamente sbarazzino. Riuscì a chiudere lo sportello con lei seduta dentro ,finalmente. Si mise al posto di guida . Ingranò la marcia dopo aver chiesto la direzione! “Aeroporto Fiumicino voli internazionali! Toledo mi aspetta, olé”. Aveva fatto pochi metri ,quando dallo specchietto retrovisore vide un energumeno che correva per raggiungerli. Correva e urlava. “Argia, non lasciarmi. Dopo una vita intera insieme, poi! Perché? Dimmi almeno dove sei diretta!” Lei nemmeno si voltò. Lo avrebbe visto paonazzo e fuori dai gangheri. Meglio non voltarsi. Imperturbabile ,al tassista, disse. ”Via, presto! Non voglio restare qui un minuto di più. Non lo sopporto. Noioso come una piattola, lento come un tapiro, insopportabile. Ho bisogno di vita e colori ,mica di un morto che cammina a 50 anni!” All’aeroporto scese dal taxi con la velocità di un centometrista, la valigia sembrava diventata una piuma per come se la tirava dietro a tutto gas. Al boa di struzzo toccò la sorte peggiore. Cambiò colore pulendo i pavimenti strascicato dalla valigia. Un pezzo rimase a fissare sconsolato lei che se ne andava, dal bordo di uno degli scalini della scala mobile.

I personaggi di Stefano: il destino delle donne

Cambiare è possibile? – di Stefano Maurri

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Sarebbe uscita con il vestito verde di damasco con la trina rosa, scarpe a punta con fiocco e strass. Calze a righe gialle e viola, mantello dorato con bordi di pelliccia. Anche l’ombrellino e il cappello erano meravigliosi.…..

Sarebbe: mai un verbo fu  coniugato in maniera così giusta. Dopo essersi vestita in maniera festosa incontrò il marito sulle scale.  “dove vai così conciata?”  le disse in modo brusco “torna subito in casa! cosa credi di fare? credi che non mi sia accorto della tua storia con il guardiacaccia!!! ricordati che qui si fa quello che dico io!”.  Sconvolta lei si mise a sedere ancora vestita di tutto punto, impaurita e preoccupata di quello che sarebbe  potuto accadere. Lui cominciò a bere, sul momento non successe niente ma dopo un po’ le urlò: “prepara un castagnaccio come si deve!”. Tempo una mezz’oretta e il castagnaccio fu in forno. Lui continuava a bere, il castagnaccio aumentò la sua voglia di bere e in poco tempo si ridusse uno straccio e lei capì che quello era il momento di fuggire. Il guardia caccia la aspettava nei pressi della sua casa al limitare del bosco passeggiando sempre più nervosamente. Quando lei arrivò ansimante le si rivolse con un fare di comando: “preparami un castagnaccio come si deve e togliti quei vestiti che sembri una mongolfiera!” poi prese una bottiglia di vino e cominciò a bere I finali possono essere due: lei che prende il fucile e gli spara oppure lei continua ad essere la sua amante. Io concordo con la prima ipotesi (anche perché l’amante di Lady Chatterly  è già stato scritto).

I personaggi di Vittorio: Lo scrittore di …realtà

Lo scrittore nel bosco – di Vittorio Zappelli

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Fantascienza si fa presto a dire…..quasi realtà , cosi’ pensava lo scrittore affermato e gratificato dal suo scrivere con successo  di fantascienza.

Si ,quasi realtà ! da quando l’amico guardacaccia che stava  vicino alla sua casa in campagna gli racconto’ questa storia:

“Una mattina presto lui usci’ per andare nel bosco . Era ancora buio e mentre camminava vicino ad un campo di girasoli avvenne una cosa straordinaria .Una luce improvvisa e fortissima illumino’ il campo e sveglio’ i girasoli che cominciarono a seguirla nei suoi movimenti. Centinaia di girasoli che roteavano la testa al ritmo della luce che si muoveva sempre piu’ in fretta nel cielo basso, creando anche  rumore nel loro movimento forsennato. Il guardaboschi rimase impietrito dalla paura , immobile per un tempo che gli parve lunghissimo. Poi d’un tratto la luce si alzo’ a velocità supersonica e divento’ un puntino luminoso mentre i girasoli frastornati da quel movimento si afflosciarono prima di ritornare immobili . Dopo un po’ il guardaboschi , ancora sconvolto, si inoltro’ nel bosco, guardingo perché ogni minimo rumore lo metteva sul chi va la’.

Ad un tratto un fruscio di vesti ed un lampo di colore ! cosa era stato? Guardo’ meglio e vide tra le fronde una macchia di colori impossibili che si muoveva a velocità umana ed emetteva tra i cespugli sotto il sole che stava nascendo lampi colorati in movimento.

Il guardaboschi a debita distanza segui’ quel gomitolo variopinto e penso’:  ” e’ un extraterreste uscito dalla astronave nel campo dei girasoli!”

-“Ma sei sicuro di quello che hai visto ?“ disse lo scrittore all’amico

-“dei girasoli si certo ! ma dell’extraterreste  non proprio !”

-“Perche’? “ chiese lo scrittore  

– “Perche’di li a poco , su un viottolo carrabile in una radura del bosco, si è fermato un taxi ed ho sentito quell’ essere coloratissimo dire al guidatore :MI PORTI A TOLEDO 

I personaggi di Stefania: incontri nel bosco

Lo scrittore di fantascienza – di Stefania Bonanni

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Ricordava bene quando la maestra commentava i suoi temi: fantasia esagerata, invenzioni assurde, pensieri troppo distanti dalla vita vera. Una specie di disadattato. E la mamma a casa rincarava la dose : “Ma tu smettessi di stare sempre chino su quei fogli a scrivere stupidaggini!” In effetti, presto ebbe fama di “strano” tra i suoi amici, ed anche tra i parenti ed i vicini. Ridacchiavano, lo vedeva, lo sentiva. Ma a lui tutto questo fu indifferente, anzi, lo motivo’, di piu’ e per sempre. Decise che avrebbe seriamente percorso la strada necessaria a diventare un esperto di fantascienza. Studio’ le stelle, gli altri, poi i razzi, le navi spaziali. Poi comincio’ a pensare agli extraterrestri. Era convinto ci fossero, su questa terra, perché no! E li descrisse, né parlo’ come se li avesse conosciuti, così profondamente che molti si convinsero lì incontrasse. Li disegnava, li descriveva con particolari difficili da smentire. I suoi libri, tutti corredati da disegni particolareggiati, diventarono dei successi “planetari”, e questo zitti’ tutti quelli che l’ avevano preso per matto. Fece anche molti soldi, perlomeno quelli che gli servirono per comprare la casa di campagna che sognava. Non amava la campagna noiosa, e neanche gli animali lo interessavano. Voleva la solitudine, il silenzio. Voleva scrivere tutto il giorno senza aver intorno né traffico, né bambini, né mamme.

La casa di legno con annessa una piccola ala, sembrava una nave spaziale, e lui capi’ che era il posto perfetto per ambientare i suoi strani personaggi. Infatti la sua vena in quel periodo fu ben alimentata, ed il fatto che il famoso scrittore non si trovasse piu’ al vecchio indirizzo e nessuno ne sapesse notizie, fu acqua che accrebbe il fiume del suo successo.

Fino al giorno in cui una persona turbo’ la sua quiete. Una signora che si era rotta un tacco nel fango, busso’ alla sua porta, e lui ebbe dalla sua vista una specie di shock: fu sicuro fosse un’aliena. Era così assurda, vestita con abiti così violentemente colorati,  così esageratamente addobbata di trine, piume, guanti, cappello, perdipiu ‘ traballante su un unico tacco dodici, che lui non ebbe dubbi: era una venusiana.

Le offri’ di rimanere, lei accetto’. In cambio dell’ alloggio, avrebbe cucinato. E fu proprio quello che lo convinse definitivamente: cucino’ panettone con tonno ed acciughe, spaghetti con la Nutella, aringa in salsa di fragole. Dopo qualche lavanda gastrica e parecchi digiuni, a poco a poco, si abituarono. Dormirono insieme ed un giorno scoprirono di aspettare un bambino.

Il guardiacaccia, che fino a quel punto ogni tanto li avvistava nel bosco, non li vide piu’ e preoccupato, ando’ a bussare a quella porta: “C’è qualcosa di strano, lo sento, fatemi entrare”.

Non aprirono, rimasero soli, soprattutto dopo aver avuto il bambino: VERDE.

La storia di Rossella B. con i tre personaggi: il fascino della fantascienza

Lo scrittore di fama – di Rossella Bonechi

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La passione per la fantascienza l’aveva coltivata fin da bambino e già da allora decise che sarebbe stato per la vita; forse fu grazie alla fortuna ma anche ad un po’ di capacità e a molta testardaggine, che riuscì a farne il suo mestiere ed ora era diventato uno scrittore di fama: le sue storie con molta fantasia e molta scienza piacevano e vendevano. Sì concesse il lusso di andare a vivere in campagna, lontano dal caos in compagnia di 2 gatti 1 cane e 1 asinello; prendersene cura era un piacere e anche una distrazione dal suo scrivere e scrivere a volte in maniera un po’ ossessiva. Sì, si era guadagnato la sua pace e ci stava come un ragno in quel paradiso. Peccato per il guardiacaccia, che con la scusa di sorvegliare arrivava sempre all’improvviso a rompere l’incanto: non lo sopportava, con quel suo fucile in spalla, gli stivaloni che facevano il paio con la sua aria tronfia da Padrone del baccellaio. “Tra poco capita”, pensava già contrariato, “sono un po’ di giorni che non lo si vede…”. Infatti un rumore di passi svelti gli annunciò la visita e tentò di guadagnare la porta per cercare almeno di svignarsela sul retro. Ma tra gli alberi intorno non vide altro che un movimento colorato e un ombrello. Un ombrello ?? E poi un cappello con nastri e fiocchi e una specie di nido d’uccelli in cima, indossato da una creatura vestita di verde sgargiante e trine rosa.

Per un attimo pensò che si fosse incarnato un qualche personaggio delle sue storie di fantascienza, ma non aveva mai scritto di donzelle con l’ombrellino!

Poi vide la valigia, si riprese dalla sorpresa e capì che lei, chiunque fosse, si era solo perduta. Le andò incontro, le porse il braccio e la invitò in casa per riprendersi un po’, tanto lui era abituato ai tipi strani e davanti a un buon tè avrebbero chiarito tutto. Stava per chiudere la finestra ma ci ripensò e la lasciò bella spalancata, perché non voleva perdersi la faccia del guardiacaccia spione alla vista dello scrittore strano che prende il tè con l’aliena colorata.