Il Racconto di Sandra Conticini

La casa senza il mare

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La casa  della mia infanzia è stata quella dove ho vissuto fino a 15 anni, ma per la mamma era quella “del cuore” perchè lì aveva vissuto la “ sua gioventù”.  Era stata  costruita dal suo babbo e dal fratello , che  purtroppo morì giovanissimo. In casa ne parlavano spesso di questo bel ragazzo con bei riccioli neri, sempre allegro e giocoso. Sembra che una volta in centro avesse trovato una zingara che gli avesse letto la mano, gli predisse che all’età di ventuno anni sarebbe morto. Con il suo modo scherzoso lo raccontò alla nonna, e naturalmente nessuno prese sul serio questa previsione…. ed invece fu proprio così. Per questo  quando vedo gli zingari li evito e da sempre mi fanno paura.  Era una villettina a tre piani,  in tempo di guerra il nonno l’aveva circondata con sacchi di terra e, tutte le volte che gli aerei sganciavano le bombe, si rifugiavano nel sottosuolo sperando di sopravvivere. Quando poi tornava la calma momentanea, uscivano in giardino a vedere…. la casa anche quella volta per fortuna era rimasta in piedi. 

Arrivò il momento che la mamma e la zia si dovevano sposare, fu divisa in tre  appartamenti, è li che ho trascorso la mia infanzia.

Un’infanzia spensierata, nessuno ci portava ai giardini, macchine ne passavano poche e così  in estate noi ragazzi si giocava fuori a nascondino, a campana a color color, giochi semplici ma l’importante era stare insieme. Il gioco preferito   mattutino era dare noia al postino. Appena lo vedevo in lontananza andavo a chiedergli se aveva posta per me e, se non aveva niente,  lo seguivo finchè non si allontanava troppo. Anche a scuola iniziai presto ad andare da sola perchè non era troppo lontano, anche se c’erano da attraversare due strade.

Gli inverni erano freddi,  il riscaldamento non c’era, qualche stufa elettrica ma faceva poco. La sera ne approfittavo per andare nel lettone con il babbo, si mettevano i piedi sullo scaldino, lui mi diceva che ero la sua “stufina”. Spesso mi divertivo a fargli qualche dispettuccio, mi brontolava, ma si capiva che sotto sotto gli faceva piacere.

Un’estate arrivò anche una bella  bicicletta rossa, e quella mi fece sentire l’odore della libertà. Nonostante le raccomandazioni di non allontanarsi da casa, in estate andavamo sull’Arno ai massi e facevamo le traversate da sponda a sponda e spesso succedeva che si cascava dentro e  tornare a casa tutti bagnati  voleva dire guadagnarsi una bella punizione.

All’età di quindici anni circa andai ad abitare in una casa con tutti i confort riscaldamento, acqua calda dal rubinetto, camerina tutta per me, ma il mio cuore era sempre nell’altra casa. Lì avevo lasciato le mie amicizie e ricordo ancora quando, tornando da scuola, trovai la casa vuota, andai in terrazza ed iniziarono a cadere le lacrime e non riuscivo a fermarle, mi vergognavo della mia fragilità.

Quello per me fu uno dei primi dispiaceri. Con il passare del tempo  trovai nuove amicizie, ma non ho mai abbandonato le altre, ho continuato ad andarci per molti anni.

E’ stata una casa di passaggio, ma non per questo meno importante, perchè lì ho lasciato i miei genitori quando ho avuto la mia casa e  lì hanno finito i loro giorni.

Nella mia casa ci sono i ricordi della mia famiglia. E’ un appartamento luminoso, comodo e spazioso, arredata come ci piaceva e ci siamo stati bene, purtroppo per poco tempo. Ricordo il giorno che tornammo a casa dall’ospedale con quel fagottino, con tanti dubbi e  paure  di non essere all’altezza di fare i genitori. Tutte le sere prima di metterla a letto si inventava qualche gioco ed era bello sentire la sua vocina, le sue risate e si dimenticava anche la stanchezza di tutta la giornata. Tutti i traguardi di crescita li ha fatti qui. Le belle serate trascorse in compagnia di amici con musica, cibo, vino e tanta allegria. Poi qualcosa si è rotto ed è arrivato il buio completo, la disperazione, la paura. . Mi sentivo abbandonata e sola, ma non potevo mollare tutto e tutti, quindi mi sono fatta coraggio e a tentoni sono andata avanti. Non è  stato facile non potersi confrontare con qualcuno che aveva le mie stesse priorità, ed anche le cose positive di questi anni non sono state vissute come dovevano perché quando manca qualcuno di importante ogni evento rimane sottotono.

Il Racconto di Rossella Bonechi

Le zie

Neva, Iolanda, Candida, Dilia, Manola, sembrano i nomi delle protagoniste di Liala e invece sono alcune mie zie che mi tenevano il pomeriggio a turno perché la mamma era sempre in quella benedetta bottega. Io stavo con loro buona buona, un po’ per non “dare noia” un po’ per non far fare brutta figura alla mamma. Già…i doveri…fin da allora cominciavo a metterli nelle tasche come sassolini che nel tempo hanno finito per pesare parecchio. Ma allora non lo sapevo, semplicemente li respiravo. Zitta zitta giocavo da sola con fili e bottoni dalla zia Marcella, sarta da uomo in casa, o vestivo da principessa una bambolina dalla zia Marisa, camiciaia, che mi regalava scampolini di scarti. Dalla zia Ernestina invece intrecciavo fili da ricamo di tanti colori mentre lei si finiva gli occhi su camicie e corredi altrui. Forse viene da quei pomeriggi la mia propensione ad ascoltare anziché a parlare, quel cercare di sparire che troppe volte mi ha resa incolore. E intanto le zie mi parlavano, quasi tra sé e sé, ma io ricordo solo delle frasi, spezzoni di discorsi: “studia, mi raccomando studia, così nessuno ti potrà infruscolare la testa”, “innamorati, ma mai di una divisa perché l’uomo che c’è dentro lo scopri dopo”, “viaggia piccina, vai a vedere le cose belle che dentro quattro mura non ci possono stare”. Inconsapevolmente mi raccontavate i vostri desideri frustrati, le aspettative deluse, le speranze disattese: mi volevate mettere in guardia e se non ci siete riuscite del tutto è perché nessuno può farlo ma a volte le vostre aspirazioni schiacciate e poi dimenticate mi hanno dato una spinta propulsiva. Poi sono cresciuta, non avevo più bisogno, anzi le superiori gli amici il motorino mi spingevano via a mordere la vita, verso il futuro. Care zie, avrei dovuto scrivere di me e invece ho un po’ raccontato di voi, ma è inevitabile perché gli strati di cui sono fatta hanno anche i vostri colori e se non mi riesce bene definirmi è perché tutte le mie sfaccettature riflettono anche le vostre luci. Vi penso con tenerezza e credo che sia grazie a voi che ho un’alta opinione delle donne, tutte, per questo mi arrabbio tanto quando siamo in competizione fra noi anziché essere solidali. Ziette care, forse un giorno proverò a scrivere la vostra storia, di ognuna la sua, perché non trovo altro mezzo per dirvi grazie che raccontarvi.

Il Racconto di Nadia Peruzzi

Genova

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Genova per noi, uno spicchio di luna adagiato sul mare.

Genova per noi, la fine di un viaggio che,  quando ero bambina,  durava una intera giornata. L’autostrada finiva alle Bocche di Magra  e allora su,  curva dopo curva, costretti ad inerpicarci fino al Passo del Bracco. Curve a esse, strette e insidiose che non ci abbandonavano nemmeno nella discesa verso Sestri Levante. Con un camion davanti, il viaggio diventava una vera Odissea!

Genova la assaporavi prima di arrivarci, passando lungo il mare. Finalmente, lassu’ il Righi e i Forti e te la ritrovavi davanti, attorno, sopra, sotto, dietro. Ovunque, stretta fra monti dai pendii scoscesi e il mare azzurro. Una visione.

Ci resto ancora male quando qualcuno la bolla con un lapidario “è brutta”. Ma posso capire,  bisogna entrarci nelle pieghe di una città così.

Non fermarsi alla prima impressione. Occorre viverla anche per pochi giorni girando nei luoghi che le hanno valso l’appellativo di Superba.
Miseria e nobiltà la attraversano e la segnano, ma il suo “Superba” lo veste con orgoglio da secoli.
Superba ma non scontrosa se sai toccare i tasti che valgono e scoprire gli angoli giusti.
O se hai avuto la fortuna di poterla osservare seguendo le leggi del cuore e degli affetti, nello scorrere del tempo che ha accompagnato il mio viaggio fino a quella che sono adesso.

  Genova per me, le vacanze lunghe passate a casa dei parenti, cibi e profumi diversi da quelli che abitualmente la nonna cucinava a casa, a Firenze a segnare quella linea fra unita’ e diversita’ che attraversa questo paese bello, ricco e un po’ dannato!

Genova per me quella del Porto Vecchio da cui partivano i  “Vapori” prima delle immense navi da crociera di oggi, quella delle piccole trattorie e delle mescite di vino verso cui si affrettavano i marinai, quella dei vicoli “I Caruggi”, delle puttane cantate da De André che potevi vedere lungo tutta via Pré  anche di pomeriggio.

Una sequenza di donne truccatissime e scollacciate. eccessivamente ammiccanti,  con spacchi fin troppo generosi  da cui talvolta si intravedevano calze smagliate. In piedi vicino

a porte scortecciate palese invito ad una lussuria stracciona e frettolosa, da pochi sghei.
Stavano lì, in attesa spesso di chi non sarebbe venuto. I papponi erano riconoscibili per come le tenevano d’occhio dai bar poco distanti.
La Genova dei grandi cantautori,  in una stagione di parole bellissime che sapevano di poesia, ha saputo raccontare anche loro. Con grande umanità  e senza censure bigotte.

Bocca di Rosa una vera opera d’arte per musica e versi. e una bandiera contro le ipocrisie di bacchettoni e benpensanti.

Genova dalle belle colline e dai palazzi abitati dai ricchi storici, quelli che la città la guardavano da sopra in giù, ritirati in strade secondarie, pressoché private per non subire l’aggressività e i rumori del traffico che passava lontano quanto basta per non disturbarli.

La zia di mia mamma, Rosetta, faceva la portinaia in uno di questi palazzoni ottocenteschi. Nomi illustri sui campanelli. Ma io, bambina, ero attratta solo dalla targhetta dorata col nome Dufour inciso sopra.  Non tanto per loro che non ho visto mai,  ma per le loro caramelle, gommose e non. Guardando la targhetta al portone,  mi sembrava di sentire lo sfrigolio di quelle cartine lucide e colorate miste al profumo di caramella. Il pensiero andava a quel loro cuore molle e dolcissimo e l’acquolina in bocca era assicurata.

Quei palazzi li ho potuti osservare da sotto in su. Non sono mai salita ai piani alti, quelli degli appartamenti  con vista mare sempre inondati di sole e di gran luce anche nelle giornate grige.

Nella casa degli zii la luce era quella delle lampade accese tutto il giorno . Il sole non ce la faceva a scendere i 6 piani per arrivare fino a lì.

Genova e la sua Lanterna, i suoi Forti a protezione costruiti su arditi pendii, i suoi abitanti, i suoi lavoratori.  

La Genova dei miei ricordi è la storia della sua operosità.  le grandi fabbriche come la San Giorgio che produceva elettrodomestici, l’Italsider, e i loro operai combattivi. Come lo erano i “Camalli” del porto. ,

Di poche parole ma di gran coraggio,  maestria e capacità, la classe operaia genovese.

Uno degli zii, di mia mamma, lavorava come falegname sulle navi da crociera.  Artista del legno si dedicava agli arredi interni. Non ha mai fatto una crociera in vita sua, ma cabine e tanto altro erano il prodotto della sua maestria. Era uso raccontare con gli occhi più che con le parole il bello che aveva prodotto col suo ingegno e con le sue mani.

Genova della Resistenza,  quella che prese di sorpresa i tedeschi anticipando di due giorni al 23 aprile 1945,  l’insurrezione e la battaglia finale contro l’oppressione nazifascista.

Genova Medaglia d’oro al valor militare che vide un generale come Meinhold costretto a firmare la resa e a consegnarla nelle mani di un operaio empolese,  Remo Scappini, a capo del CLN a Genova.

Genova dei ragazzi con le magliette a righe del luglio del 1960 che tennero sottoscacco per giorni le forze di polizia.  Non solo contro la possibilita’ di far tenere il congresso del Movimento sociale,  ma per rompere il clima che si era creato e il tentativo di far rientrare in gioco a sostegno del governo il partito neofascista.

Genova della difesa della democrazia nel buio degli anni di piombo, quando con l’assassinio di Guido Rossa fu chiaro a tutti che chi sparava non erano “compagni che sbagliavano”, erano assassini che andavano fermati e messi in condizione di non nuocere. Genova composta, in un giorno cupo di pioggia e di lacrime, con la forza della ragione fu un punto di svolta. Non passeranno,  grido’ muta allora.  E non sono passati.

Genova del boom economico tradotto in edilizia sconsiderata. Case lavatrici, colline sventrate, occupazione esagerata del pochissimo suolo disponibile,  gli alvei di fiumi,  inesistenti per lo più,  coperti per farci strade e giardini. Strisce di asfalto sotto e sopra le case e la citta’, l’intreccio delle autostrade a contorno che la segnano, la oltraggiano osando violare in molti punti l’intimità stessa delle abitazioni.  Quasi ci si può vedere dentro :scorci di salotti, di camere da letto, di soffitti mentre corri verso Milano o Torino, o più in là verso la Francia .

Genova delle ville dei nuovi ricchi spesso cresciuti con lo sbrego urbanistico della città e lo sfascio delle colline.

Il quartiere di Albaro ne è pieno con i loro parchi, i loro giardini,  i muri che ne celano la vista a chi passa per il lungo mare di Corso Italia. Al tempo della mia Genova da adolescente,   era già,  da quelle parti il tempo dei festini da rampolli della Genova bene spesso conditi da fumo, alcol e pure qualcosa di più, ma di qualità. Loro se lo potevano permettere.

In un assolato 21 luglio 2001 Genova fu quella del G 8, delle manifestazioni colorate e festose e delle provocazioni della polizia . Genova dell’assassinio di Carlo Giuliani, ragazzo.  Genova della scuola Diaz e delle torture di Bolzaneto che costrinsero Amnesty a definire quelle giornate come “la più grave violazione della democrazia in un paese democratico”.

Per me che c’ero una ferita che c’è voluto tempo a rimarginare. Anche perché all’inizio la copertura mediatica aveva creato una distorsione dei fatti tali che chi era presente non veniva ascoltato come portatore di verità. Ci volle una lunga settimana prima che ciò che si era voluto nascondere venisse doverosamente a galla.

La mia Genova è un insieme di tessere di mosaico che sono scampoli di vita, di sentimenti, di grande amore.

L’ultimo ad affiorare in ordine di tempo, il ricordo della Genova delle Ville circondate dai grandi parchi aperti al pubblico. Villa Imperiale mi ha visto bambina. Ricca di fiori dai colori sgargianti e di una vegetazione rigogliosa in ogni stagione, con piante che spesso avevano fatto il giro del mondo per arrivare fin lì da paesi lontanissimi.

C’è voluta Istanbul e un angolo di vero paradiso come Ilahmur Kasri palazzotto neoclassico ricco di fregi e ornamenti. Di fronte un piccolo lago, con i suoi cigni e pavoni, erba verde e tulipani per far riaffiorare Villa Imperiale nei miei ricordi.  In un attimo anche lo sguardo protettivo della zia Elena era su di me, me lo sentivo addosso.

Credo non sia un caso vista la storia che ha unito Istanbul a Genova, fatta non solo di commerci e di attracchi per le navi di allora cariche di spezie e di merci esotiche.

La sorte dell’esangue Impero Romano d’Oriente vide protagonista il Protettore genovese di stanza a Galata e Pera sulla collina,  di fronte al palazzo del Sultano. Fu l’alleanza dei genovesi con gli ottomani a segnarne la fine.

Una porzione di storia surclassata dall’epopea colombiana e dalla scoperta di un nuovo continente mentre si cercava una rotta per arrivare agli Indiani veri, quelli dellIndia.

 Della Genova regina dei mari e del suo spirito levantino restano i nomi di molte strade, e anche tracce nel dialetto.  Tracce che solo pochi inseguono . Mia mamma era uno di quei pochi.
Quante volte le ho sentito dire con fierezza mista a curiosità e stupore, che il fazzoletto da naso “u mandillu” in dialetto era di derivazione araba (mandil), come altre parole che adesso non ricordo. A distanza di anni è toccato a me scoprire che “mendil” è
la versione turca.  Mondo piccolo, grandi e benefici intrecci anche nei linguaggi.

Una storia nell’Universo di Nadia Peruzzi

Sequel di Odissea nello spazio – di Nadia Peruzzi

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Hal ha preso il comando della nave spaziale e, invece di giocare con il Cubo di Rubik, si diverte a far girare nella nave alla deriva nello spazio una sfera pesante, piena di piccole sfere che si uniscono in strane forme, ma priva di qualsiasi presagio di futuro possibile.
Se sei alla deriva nello spazio siderale, un elaboratore di dati ha preso il comando, che futuro mai potrebbe esserci.
Guardandola da vicino quell’ammasso di piccole altre sfere rivela il suo segreto. Altro non sono che quel che resta degli astronauti, della missione del 2001,in versione lillipuziana, stretti stretti quasi a proteggersi dalla catastrofe incombente.
Hal impazzito e in rivolta, con l’intelligenza artificiale ancora di là da venire, avevano creduto di poter trovare riparo, miniaturizzati, in quella bella sfera. Forma perfetta e piena di significati fino dalla notte dei tempi.
Ne son state fatte migliaia di copie. Nessuna veramente uguale all’originale che nessuno sa che fine abbia fatto.
Ormai le vendono sulle bancarelle di un mercatino nel Mare della Tranquillità.
La Luna è abitata da qualche decennio.
Bezos e Elon Musk ci hanno piantato le loro bandierine e parecchie delle loro attività, di cui si occupano da anni ormai i loro discendenti.
Le vendite non hanno preso gran quota, ma il tecnocapitalismo intanto ha occupato spazi, sapendo che i compratori prima o poi sarebbero arrivati.
Una mantiglia rossa fluttua accanto alle bancarelle. Nel vuoto avrebbe dovuto essere impossibile. Ma dei bambini cinesi in una scuola, nel 2024,si erano fatti venir l’idea che la missione Chang’e-7 avrebbe dovuto portare bandiere in grado di sventolare.
Da quell’idea al piano di realizzazione il passo era stato breve. Gli astronauti cinesi nel 2026 avevano così potuto piantare bandiere sventolanti. Tessuti speciali che erano serviti anche per altro, non solo a fabbricar bandiere. Ai rampolli dei supermiliardari a stelle e strisce che vendevano sfere di vetro taroccate nelle loro bancarelle, non restava che guardare con grande invidia quel prodotto di altissima tecnologia .
Che rabbia vedere quel pezzo di stoffa rossa, della consistenza di una piuma, che si insinua fra una bancarella e l’altra mentre le bandierine fin troppo vicine, sventolano garrule.
Ai rampolli fin troppo eccitati, per l’eccesso di sostanze che si fumano, sembrano tanti diti medi puntati verso l’alto.
Forse in quella scuola del lontano oriente quei ragazzi cinesi con gli occhi a mandorla e il cervello finissimo, per quello scopo le avevano pensate.
Una grassa signora con un cappello da cow girl scesa da una navicella che fa la spola giornaliera Terra/Luna, senza guardare dalla parte delle bandiere, punta dritta verso le bancarelle per agguantare quel pezzo di stoffa rossa che si muove con l’effetto di una piccola aurora boreale in contrasto con il nero che avvolge tutto.
Ce la fa prima che la signora tutta in ghingheri scesa dopo di lei possa avere il tempo di vederla. La Cow girl la agita come un trofeo. Che brutta sorte per un pezzo di stoffa pregiata e frutto di studi e di altissima tecnologia, sparire in mezzo a quelle manone abituate a ferrare cavalli e a mungere mucche.
Non sa che farsene, non sa cosa sia stata un tempo, o a cosa sia servita. Non sa nemmeno se tornata sulla Terra resterà la stessa o si dissolverà come neve al sole.
Quel che conta per lei è il fatto di averla acchiappata per prima.
Dopo aver speso 50mila dollari per quel viaggio tornare a mani vuote, nella sua fattoria nel Texas, non sarebbe stato assolutamente da prendere in considerazione.
Lì accanto le bandierine rosse sventolano sconsolate.
I tempi sono cambiati, loro sempre più sotto scacco, come raccontano quelle ridicole bancarelle, ma non hanno ancora perso il vizio. Sono gli stessi arraffatori di sempre.

La bicicletta di Tina Conti

Siamo in inverno, il tempo è spesso variabile con molta pioggia, non è facile fare  programmi di attività all’aperto.

Da diversi giorni guardo la mia bicicletta con la voglia di fare una bella sgambettata. Chissà se la batteria è ancora buona, col tempo si deteriorano e diminuiscono di potenza. Ho cercato di ricaricarla periodicamente, con l’intenzione di usarla ma per qualche motivo i programmi sono andati a vuoto. Senza queste diavolerie moderne da tempo  avrei dovuto rinunciare alla bicicletta, le gambe per fare le salite impegnative non le ho più.

Invece, con la pedalata assistita, sono potuta scorrazzare per la città, arrivando fino a porta a Prato con livelli di carica accettabili. Certo, a volte mi è toccato fare gli ultimi metri con la pedalata normale perché avevo calcolato male il livello, non mi sono però disarmata, arrivando a casa con il fiatone.

Nella mia vita, ho sempre avuto  una bicicletta e così anche i miei familiari, certo quelle dei miei fratelli maschi si riconoscevano subito e difficilmente veniva voglia di usarle.

Quella che la mia mamma ha usato sempre era ben attrezzata e efficiente.

Quanto si arrabbiava però trovandola sgonfia o con la ruota bucata, dopo che i ragazzi l’avevano in malo modo sbatacchiata per le varie evoluzioni con i coetanei. Lei, la usava ogni giorno, raggiungeva anche il mercato di SANT’AMROGIO per la spesa della numerosa famiglia portando tanti chili di frutta e  rientrando da una strada molto in salita. Le sue scorte si esaurivano con una velocità incredibile visto l’appetito di noi cinque figli.

La mia prima bicicletta mi è stata regalata in seconda media, così potevo andare a scuola più velocemente visto che era molto lontana. Mi sentivo molto libera sul mio velocipede, andavo dalle amiche e a fare acquisti.

Quando mi sono sposata e sono andata ad abitare a BAGNO A RIPOLI Capoluogo, territorio tutto in pianura  e collegato  a Firenze  con poco tempo di percorrenza, la bicicletta era il mio mezzo di spostamento privilegiato.

Andavo al lavoro, a fare la spesa, a fare i giretti in città.

La bicicletta blu è diventata a tre posti quando sono nati i miei figli, il piccolo davanti   nel seggiolino con le gambe penzoloni, la grande dietro su un sedile anatomico dove si divertiva a dondolare le gambe facendomi perdere stabilità.

Non so proprio come sia successo ma, un bel giorno, la bici blù è sparita.

Quando sono andata a vivere in collina non ho più pensato a muovermi con quel mezzo.

Sono arrivate le bici elettriche e ho ripreso coraggio acquistandone una.

La mia, oggi è antiquata, molto pesante e poco potente, ce ne sono adesso alcune che sono un portento ma io mi devo accontentare perché il traffico della città è aumentato creando insicurezza per i ciclisti nonostante le piste apposite.

Aspetto che sia terminata la nuova pista che porta al paese vicino al mio consentendomi di fare un po’ di strada  pedalando, per provare quella ebrezza di libertà propria della bicicletta.

Il ricordo vivo di Anna Meli

I ricordi e i pensieri invecchiano proprio come le persone, ma ci sono pensieri che non invecchiano mai. Ricordi che non sbiadiscono. Haruki Murakami

UN RICORDO VIVO E INDELEBILE – di Anna Meli

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            I ricordi sono parte della vita e spesso custoditi con cura nella mente e nel cuore perché non vengano mai dimenticati. Così in certi momenti, quando sono sola e magari in un luogo particolarmente suggestivo, mi ritrovo  a isolarmi dal resto del mondo e vivere un momento magico, unico, in una realtà leggera, vuota e nello stesso tempo traboccante di mistero.

            In certi momenti c’è bisogno di una pausa, c’è bisogno di sgombrare la mente e cedere a un ricordo che arriva così, quando meno te lo aspetti. Mi sono trovata, nel vedere l’icona posta sull’ultimo scalino della Pieve di Romena illuminata da un raggio di sole, ad osservare in quel pulviscolo d’oro, i contorni del tuo giovane viso ed ho ripensato a quanto poteva essere stato bello averti avuto ancora con me, con noi.

            Eri così allegra, piena di vita, di sogni, di progetti! Ricordo con quanta forza difendevi le cose in cui credevi, mettendoti a confronto con chi non la pensava come te. Ricordo le tue gonne lunghe e variopinte di foggia zingaresca per le quali discutevi spesso con la tua mamma, cercando in me quella solidarietà che io ti concedevo con affetto cercando di mediare per te.

            Eri una fan di Renato Zero che a quei tempi, specialmente le persone un po’ più attempate, non erano pronte a capire e ad accettare per la sua stravaganza, ma tu lo difendevi a spada tratta senza batter ciglio.

            Pensieri e ricordi si susseguono come le pagine di un libro e pian piano il tuo viso illuminato dai tuoi bellissimi occhi di cielo si scolora, scompare…tornerai presto e spesso nei miei pensieri finché avrò vita.

Suggestioni da citazioni – I ricordi di passione di Stefano Maurri

Margherita – di Stefano Maurri

C’è sempre un momento in cui una storia va raccontata, ho insistito. Altrimenti per tutta la vita si resta prigionieri di un segreto”. (Haruki Murakami)

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Il ricordo va a Margherita, con cui ho avuto una breve storia e soprattutto  alla madre, per la quale lei aveva un forte risentimento perché l’accusava di aver abbandonato il padre. Tutto aveva avuto origine nel 1943 quando la signora, Franca Caiani, partecipò con un suo amico, membro del GAP (Gruppo di Azione Patriottica) a un attentato al Caffè Paszkowski, frequentato da ufficiali nazisti. Per dirlo con il titolo di un recente libro, Le montagne in città, la resistenza  non fu solo in montagna, ma anche in mezzo ai civili.

La bomba era piazzata sotto un tavolino e lei con un altro partigiano avrebbero dovuto farla esplodere. Qualcosa andò storto e furono arrestati, lei rinchiusa nel carcere di Santa Verdiana.

Per liberarla con altre detenute fu organizzato un Commando, guidato da un giovane liberale che parlava perfettamente il tedesco e che dopo la riuscita del blitz diventò suo marito.

Le sofferenze subite furono, come è facile immaginare, terribili e per un periodo fonte di complicità.

Nel dopoguerra però si manifestano i primi dissapori perché la “Franchina” , che nel frattempo era diventata membro del CC del PCI, non riesce più a dialogare con il marito che decide di allontanarsi e andare a fare il console in Brasile.

Tutto questo l’ho saputo a più riprese. Ho incontrato Franca solo due volte, mi affascinava il suo sorriso silente e gli occhi pieni di malinconia. Viveva in una casa piena di quadri, di autori che le avevano scritto dediche particolari, di lettere di “compagni” autorevoli, come Amendola, Secchia, Ingrao, Napolitano e  quelle scritte con inchiostro verde di Palmiro Togliatti. Tutto questo creava un clima che mi affascinava.

Suggestioni da citazioni – Rossella Gallori e i ricordi di Arezzo

C’è sempre un momento in cui una storia va raccontata, ho insistito. Altrimenti per tutta la vita si resta prigionieri di un segreto”. (Haruki Murakami)

…altrimenti si resta prigionieri per tutta la vita di un segreto….

Ho il mio metro, il mio ago, il mio filo, un vecchio sacco di juta.

Misuro i passi,  ma non cammino dritta, è uno zig zag continuo, che allunga ed affatica la strada. Cerco di rassettare, ricucire, rammendare  i ricordi, ma non so come si fa , l’ ago non ha punta: fora, non cuce.

Voglio restare prigioniera, la stanza è piccola, le sbarre lucide, quasi nuove, passa aria, la tenda di pizzo rossa, muove e commuove il mio respiro, ho occhi trasparenti di vetro burroso.

Il segreto c’è ed è vuoto di sogni, privo di oscuri disegni…sempre e  “ solo mio” .

…e se non volessi, ricordarlo,  se fosse diventato pietra, dopo esser stato: acqua, spugna, medusa…cavalluccio marino.

Se rivelandolo, facendolo sapere, se condividendolo  diventassi, io, ancora più fragile, più esposta al vento delle  parole, al gelo degli sguardi; no, non voglio essere il solito Buratto, sguardo, fisso, braccia di legno, se le lance mi ferissero a morte colpendomi, ed il mio sangue stanco schizzasse, macchiando candidi vestiti. È ora che Arezzo chiuda la sua giostra, voglio e devo scendere.

Ma poi, a chi interessa, dove, quando, “ PERCHÈ”  .

Chi sono, chi potevo essere, cosa volevo diventare, cosa non sono riuscita a realizzare.

Mi devono amare ora, per chi sono, per quel poco o tanto che valgo. L’ ufficio postale da cui sono uscita: pacco di me, non esiste più…ed ora…..

…rumore di passi, stropiccìo  di stoffa, la tenda rosso fuoco, accarezza le sbarre: si gonfia, si sgonfia.

Il secondino, dal passo lento si è annunciato porgendomi la chiave per aprire la mia “volutaprigione” .

 Ho rifiutato, voglio e devo restare dove sono, ho accettato l’acqua, quel biscotto buono, quel suo sorriso negli occhi da guardia clemente. Non conosco il suo nome, è qualcuno che ho conosciuto in un’altra vita, è me, loro, voi. Cerca il dialogo, mi sfiora una mano, il mio oggi glielo regalo, il mio ieri è solo mio.

Mi allontano con il pensiero, quasi sogno: remo controcorrente, la tinozza di legno ha un’ aria solida, riesco per magia a non bagnarmi, acqua salata di fiume, la mia, tassello di un puzzle mai completato …

Non  voglio chiedere aiuto al mio buon carceriere,  perché galleggio da sola con il mio segreto, con una pesante palla di vetro accanto e dentro di me, sugli occhi un’ombra di tulle rosso che sa di silenzio, non mi impedisce di vedere…Vivo

Incontro del 23 gennaio 2025 – Che cosa fare dei ricordi?

  • C’è sempre un momento in cui una storia va raccontata, ho insistito. Altrimenti per tutta la vita si resta prigionieri di un segreto.
  • I ricordi e i pensieri invecchiano proprio come le persone. Ma ci sono pensieri che non invecchiano mai. Ricordi che non sbiadiscono.

Haruki Murakami

“Comunque sia forte il suo desiderio e grande la sua forza d’animo, nessuno tornerà mai da dove è venuto.” Maurizio Maggiani

Dalla condivisione le riflessioni di Tina: le mani

Le mani, l’abbraccio – di Tina Conti

Attraverso le mani passa il mondo di una persona, scorre la sua vita.

Proprio stamani pensavo al ricordo di carezze, sostegno, abbracci che passano con loro.

Mentre mi passavo le mani  bagnate sul viso addormentato e ancora tiepido del calore delle lenzuola mi è tornato in mente  quel giorno in cui la mia cugina più  grande mi lavava il viso e ricordo  come mi abbandonavo a quel contatto, abituata  a gesti energici, veloci per le occupazioni  e la cultura che non si poteva soffermare su tante smancerie. Quelle mani delicate e quel gesto mi è rimasto nel cuore tutta la vita.

Il ricordo mi ha fatto spesso riflettere sulla necessità di trovare qualche pausa nell’essere pratica e decisa come ho imparato in famiglia e cercare intimità e contatto.

Così ho trovato bello e fonte di gioia, fare carezze,  usare più calma, far sentire disponibilità.

Ho riflettuto su quanto anche i piccoli amano il contatto, il tempo rilassato dedicato a loro, cosa che da nonna mi posso permettere

Mi aiutava molto con il mio primo nipote , molto attivo e super stimolato, trovare un tempo silenzioso, per aiutarlo a rilassarsi con un leggero massaggio sulla schiena.

Lui sentiva piacere e trovava tregua al movimento così non voleva mai che si finissi .

ANCOA,ANCOA ripeteva e poi rimaneva ad ascoltare o faceva un pisolino.

Il racconto che  ho letto, mi ha stimolato a questa riflessione, i si parla di mani che abbracciano, giocano, sostengono, chi narra osserva le mani degli uomini della famiglia, non sono tutte uguali, ma alcune si somigliano.

Le mani di Paolo del racconto mi fanno riflettere su quelle del mio Paolo, belle, curate, lisce. Non grandi ma forti, disponibili, calde.

Se le confronto con le mie, mi sento morire, una ha un dito  nero per una martellata recente, un dito ha la prima falange piegata per aver preso una pallina da tennis che calava dall’alto tanti anni fa e è rimasto piegato, le unghie sono  irregolari  e i graffi  sul dorso sono sempre presenti visto che mi occupo delle rose senza precauzioni.

Nonostante questo, sono come quelle di mio marito, pronte a  sostenere, abbracciare, aiutare, fare.

Certo, mi piacerebbe avere mani curate, bianche, con unghie lunghe arrotondate, non colorate ma, da poter esibire tranquillamente  con anelli.

Poiché non resisto  a metterle sempre nella terra  per cogliere fiori, strappare rametti secchi, piantare semi e talee, pasticciare con colori e lavorare con acqua gelata e insaponata ignorando l’uso di guanti, mi accontenterò di tenerle in tasca, nelle situazioni più imbarazzanti oppure   indosserò  guanti  belli e intonati al vestiario.

Sarò però contenta lo stesso perché non potrei essere diversa,  sono riconoscente di poterle usare  per fare tante cose che  mi piacciono e che riempiono la mia vita, sono l’operaio di casa come dice sempre mio marito.

La suggestione di Nadia nata dalla condivisione

La casa di Carmela – di Nadia Peruzzi

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Una casa è amore.
Una casa può diventare “ marchio dell’amore”, casa del cuore se stiamo bene insieme, pur se ci si riunisce una volta l’anno.
Anche una casa semplice inserita in una paesaggio superbo e fuori dal comune può diventare una reggia. Splendore si aggiunge a splendore se è il mare a farle da accompagnamento.
Il mare con le sue mille e mille cangianti note di colore, con i suoi suoni e i suoi toni irripetibili e non imitabili, perché non riferibili a niente altro.
Ogni suo movimento ha un effetto sull’animo umano.
Rasserena lo sciacquio ininterrotto sulla battigia, che si frange come una carezza sugli scogli, mentre la sabbia lo accompagna nel suo va e vieni.
Incute timore quando fra cielo e mare la linea si fa inesistente, il blu si traveste di grisaglie, il vento solleva nuvole di sabbia. Le onde si sollevano e muggiscono mentre schiaffeggiano la costa. Se capita che un cono nero si formi in lontananza e rapido si muova, puntando verso terra, è terrore e senso di minaccia quello che stringe il cuore in una morsa gelida.
Quante sensazioni, quante emozioni si possono alternare e mutare in pochi attimi.
La vita è scorrere più o meno lento di paure, dubbi e silenzi.
La via piana spesso diventa un’erta che sembra insormontabile, tanto da indurci a credere che sia impossibile andare avanti. Le gambe fanno fatica a muoversi, come avessero catene invisibili che le bloccano a terra.
Eppure offre, spesso inaspettatamente vie di uscita, di crescita continua, momenti di ripartenza che hanno il profumo leggero di una rinascita.
Nuovi sentieri, nuove strade possono aprirsi.
Nuove case del cuore possono diventare da sogno agognato, rifugio e placido approdo per il nostro essere.

Dalla lettura condivisa nasce il pensiero di Carmela

Da un’idea di Stefania – di Carmela De Pilla

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È buio e mi tappi gli occhi con le mani

Mani che stingono

per lanciare emozioni

Mani che raccontano

il piacere di esserci

Mani che avvolgono le spalle

per raggiungere morbidi traguardi

Mani sincere

per tenerti per mano

Mani calde

che mi fanno bene

Mani umide di crema Nivea

che sulla sponda del letto mi guarivano

Mani inutili

che hanno vestito, spogliato, disfatto, rifatto, acceso, spento…

Quante mani incontrate

Quante accolte o rifiutate

Quante dimenticate

E quante da scoprire

Tante

Tutte da accarezzare

( grazie Stefania)

Dalla lettura nascono considerazioni di Daniele

La bellezza della Terra – di Daniele Violi

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Da una lettura condivisa nasce un ringraziamento alle Anime Amiche delle Piante e dei loro Frutti.

L’emozione del donare o preparare un cibo come la frutta, penzolante da anime amiche come gli alberi e le Piante che ci regalano la loro perfezione che si compone di forma e sostanza con la genesi misteriosa delle inimitabili (e impossibili a noi), creazioni di sapori e bontà, che è rappresentata dalla grande varietà dei prodotti che ci sono dati, per un processo che conosciamo come chimico- naturale, ma che definiamo spesso con semplicita’ come frutta e/o parti della pianta. Cibo commestibile; come da secoli viene tramandato, da generazione in generazione, per trasmissione di conoscenza e di stupore per la profondità di questa grande ricchezza che la Natura ci regala; da un mondo ritenuto spesso ostile. La sensazione che avverto leggendo i periodi dello scritto condiviso che l’autrice rappresenta, mi parla di Lei bambina, con un infanzia vissuta anche con gioco, nel contesto campagna paese scuola, che assapora consuetudini e abitudini alimentari e di convivialità che riuscivano a rinsaldare, anni addietro, un legame forte tra le persone che quotidianamente vivevano una vita condivisa, come anche io ricordo nella mia giovinezza, che si tinteggiava di emozioni, di fronte a bontà raccolti da alberi. Iniziative in uso delle tradizioni che erano alla base delle culture negli anni passati, come dimostra la descrizione da parte di una adolescente, delle abitudini alimentari legate al suo rapporto con la frutta in primis.

Il ricordo per Stefania Bonanni

Ricordare – di Stefania Bonanni

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E’ la  porta dell’ultramondo, il ricordo. Il modo per renderlo eterno. L’ ingresso in uno spazio solo tuo dove non esiste né ieri, né oggi, né domani. Solo il pensiero della vita che e’ stata e di quello che ti ha lasciato. Perché ogni cosa vissuta, ogni persona che se ne è andata, ti ha appiccicato addosso qualcosa di sé, ti ha cambiato il cuore, ed il ricordo è il mezzo per rendere eterno quello che non tornerà, ma nn n se ne andrà mai piu’.

Io ho avuto una vita bellissima, e ne sono infinitamente grata alla sorte, ai personaggi che l’hanno abitata, ai luoghi sullo sfondo, a chi mi e’ stato vicino, a chi mi è stato lontano. Ho avuto un’ infanzia di certezze, serenità, libertà ed amici, che basterebbe per essere la base solida e resistente di grattacieli altissimi, con i piani alti dondolanti nello spazio, ma consapevoli che la base è antisismica e  anti sgretolamento . Gli amici di allora sono quelli di ancora, ed alcuni hanno viaggiato senza perdere né pezzi, né bagaglio. Un tesoro immenso, abbracci teneri e parole superflue. Liquidi che si scambiano volentieri, un po’ di commozione, un grande affetto che non si nasconde, mani che si sono tenute per mano a battesimi, funerali, matrimoni, in corridoi di ospedali, nel cortile della scuola, davanti a fredde bare.

La lettura condivisa fa pensare: La casa di Sandra

La casa senza mare – di Sandra Conticini

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A differenza di Carmela, che ha scritto il brano, io ho sempre avuto una casa e non mi sono mai sentita precaria, mi dispiace per lei perchè queste sicurezze  i bambini le dovrebbero avere per poter affrontare la vita in modo migliore e con più positività.

La casa  della mia famiglia è stata quella dove ho vissuto fino a 14-15 anni, ma per la mamma era quella “del cuore” perchè l’aveva costruita il suo babbo e il suo fratello, che io purtroppo non ho mai conosciuto..

E’ bello pensare di vivere in  una casa con un bel paesaggio marino che, oltre ai colori possiede un profumo inebriante che, solo chi conosce bene la sua terra può saper descrivere così bene e far nascere un po’ di sana invidia.

Ho avuto solo case di città e anche con poco panorama, posso solo ricordare quando hanno costruito un altro palazzo, un ponte, aperto un viale oppure buttato giù  alberi per fare un centro commerciale, ma di profumi e colori pochi, già mi sembra strano sentire in primavera gli uccellini cantare.

Sono contenta della mia casa perchè è  comoda, spaziosa e luminosa. L’abbiamo arredata come ci piaceva e  ci sto bene perchè ci sono stata con la mia famiglia, anche se per poco tempo, ho molti ricordi e per fortuna quelli positivi sono maggiori di quelli negativi.

Dalla lettura condivisa nasce una ispirazione: Le mani di Rossella G.

Le mani raccontate da Stefania – di Rossella Gallori

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..mi appare Bruno, un babbo forte, non solo perché “tira di boxe” ma per la sua voglia di esserci, di restare, di esser punto fermo, uno su cui si poteva contare e cantare,  che c’era e c’ è stato…anche quando il suo tempo era scaduto…

Un babbo Paoloso……e  di padre in figlio trovo mani, un susseguirsi di mani, grandi, piccole, buffe, incoraggianti, mani da cercare nei nipoti, nei figli…ed un flash intrigante di mani giovani, di gesti arditi ed accolti con un: quasi no! Dita che cercano il concreto nel buio di un cinema vellutoso  e complice.

Poi senza falsi voli pindarici, ritorni da ieri a domani, ad un oggi sincero, ad una te così diversa da me, che per incanto trovo simile a me, dissacrante e riguardosa al tempo stesso: NON HO MANI UTILI IO!  Scrivi

Mani poco utili le tue, come le mie: né cucire, né ricamare, né maglia, né uncinetto, né impastare, mi casca tutto di mano, trito, più che riordino, raccolgo cocci assortiti, che schizzano a terra di nuovo…. mani che si son strette a pugno in un anno che non so se c’ ė stato, mani che poco si son giunte per pregare, mani grandi, trascurate, le mie, che come le tue han lasciato qualcosa a metà….ed ho usato l’ indice a mo’ di tergicristallo per dire no….nooooo, quando avrei dovuto dire: siiiiii, con il capo e con le parole!

Mani che han lavorato, però troppo presto, che han misurato, pesato, scritto, medicato ed asciugato moccio e lacrime, mani che han raccolto pasticche….

Non ho colto i tuoi fiori Stefania, stasera, ma ho guardato quelli che hai lasciato nel “tuo prato”  li ho annusati, senza capire che fiori fossero, perdendomi, però nei tuoi e loro colori, tavolozza di te…

Papaveri rossi forse,  che si sono piegati al vento forte, ma non spezzati. Neppure ai tuoi strilli, giocosi sempre, nemmeno agli attacchi fecondi di Paolo, nemmeno al vento di burrasca…

Ti leggo, nasce un pensiero:

Con le mani prendi la luna

Dalle tue dita scende sabbia dorata

Tracci una strada…

La seguo, ci sei, ci siete, ci siamo…..