Lo sguardo del mattino

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Un prezioso contributo dell’amica Francesca Piccinetti che ci segue da Fano e che pubblichiamo con il suo consenso. La foto, di sua proprietà, è quello che si vede da casa sua. 

Il giro del mondo – Di Francesca Piccinetti

Sono le sette del mattino e la betoniera del cantiere sotto casa è già in funzione, abito al quarto piano, non dovrei sentire alcun rumore, ma lei mi fa da sveglia. Precisissima come un orologio svizzero! Da architetto dovrei solo fare complimenti a profusione ad una squadra di operai così ligi e puntuali, ma da donna con problemi di insonnia (a tratti…perché poi arriva il giorno che stramazzo sul divano alle nove di sera!) vi vorrei dire … ok, lasciamo stare.

I gatti miagolano dietro la porta della camera, devono avere un sesto senso (o anche un settimo ed un ottavo) non ho ancora mosso un dito e sono rincantucciata sotto le coperte, ma loro hanno fame, sanno perfettamente che sono sveglia, quindi “soldato! alzati e dacci il rancio!”. Con un occhio chiuso e uno aperto arrivo in cucina, schivando i gatti che mi tagliano la strada (la fame è una brutta bestia, ma occhio ragazzi, ho la prontezza di riflessi di un bradipo a quest’ora, gatto avvisato mezzo salvato!). Verso i crocchi nella ciotola e mi faccio il caffè.

E’ lunedì e pare ci sia un gran fermento in questa zona…anche il nuovo inquilino del piano di sotto ha deciso di sistemar casa…perché non cominciare con una serie di fischer per fissare l’armadio a muro? Si poteva optare per la pulizia del bagno, per la scelta del colore delle tende, ma vuoi mettere un sano (e tanto maschile) buco nel muro!

Vabbè…vediamo se la nebbia oggi ci dà tregua… Apro la finestra della cucina, che bella la vista da qui, mi è sempre piaciuta, perché i brutti dettagli vicini a te non li vedi, vedi solo le colline morbide all’orizzonte. C’è ancora un po’ di foschia, è ancora freddo e non ho il coraggio di uscire in terrazzo, ma vedo il convento lassù in cima, il castelletto poco più sotto e lo sguardo cerca di carpire tutti i dettagli, cerca di spingersi più in là che può. Il pensiero lo segue a braccetto con la curiosità, vedo muoversi qualcosa lungo la strada che sale su verso l’eremo, una macchina, chissà chi è, un frate? Un fedele in cerca della sua pace interiore? O magari il giardiniere (anche lui come gli operai comincia presto le sue giornate).

Sborbotta la caffettiera e il profumo si diffonde, buono l’odore del caffè di prima mattina! Già questo mi basta per svegliarmi definitivamente e nel tempo della colazione e delle coccole ai gatti (sono due viziati, e un po’ lo sono anche io in questo, quindi cinque minuti tutte le mattine sono per grattini e fusa) il sole si alza e la foschia si dirada.
Devo fare delle cose al computer, non ho molta voglia, con una giornata così tersa, un’aria così limpida, pungente, ma bellissima, chi me lo fa fare di stare davanti allo schermo. Faccio una pausa e non resisto, mi bardo tutta e vado fuori, faccio il giro del terrazzo (non sono matta, è che il terrazzo è più grande di casa!) vado a salutare le mie piante, soprattutto la chicas, una specie di palma che mi da un sacco di soddisfazioni, le chiedo come sta (con sto freddo, poverina, lei è abituata a temperature caraibiche). Sembra strano, lo so, ma son convinta che le piante, in quanto esseri viventi, ce l’abbiano una sensibilità (beh, in alcuni casi, credo ne abbiano più di certi soggetti), quindi almeno un “ciao, come stai?” se lo meritano.

Gli operai del cantiere sotto casa lavorano, oltre alla betoniera adesso c’è anche il camion con un nuovo pezzo di impalcatura, la stanno scaricando e altri ne montano una parte su un lato della casa. Un gran casino, insomma, condito da qualche urlo del capocantiere che irrompe come l’acuto, che non ti aspetti, di un soprano con smanie da prima donna. Alzo lo sguardo ed eccolo lì, l’aria è proprio pulitissima, all’orizzonte vedo il Catria, il mio indice lo copre tutto volendo, ma lui c’è. E penso, chissà cosa c’è dietro e intorno, chissà se anche lì c’è una betoniera in funzione o un gatto affamato. Poi mi giro e dall’altra parte, tra un condominio e l’altro, un triangolo di mare, luccicante e tanto blu.

Mi viene un pensiero, se cominciassi a camminare sempre dritta in direzione del mio sguardo e se è vero, com’è vero, che la terra è sferica…beh tra un po’ di tempo mi ritroverei al punto di partenza. La questione è: come? Sarei sempre io, ma diversa, avrei sempre i miei due gatti di cui prendermi cura e che mi dimostrano affetto e riconoscenza incondizionati, ma nel frattempo avrei visto mille cose nuove. Belle e brutte, avrei incontrato mille operai che con le loro betoniere fanno casino in sottofondo, qualche capocantiere con smanie da prima donna che ti distrae ogni tanto e anche qualche pseudo ristrutturatore di appartamenti con la fregola per i fischer. Tutte distrazioni sul cammino, che è lungo una vita, ma tu non ti distrai perché vuoi arrivare all’orizzonte, sporgerti e vedere quello che c’è di là, perché pioggia, sole, neve e vento fanno parte del pacchetto (e la mamma ti ha insegnato da piccola che l’unica soluzione è vestirti a strati) e i disturbatori sono lì per metterci alla prova, per vedere se resisti, se ce la fai.
Probabilmente i miei gatti, come adesso che sono uscita in terrazzo, mi seguirebbero, perché loro mi vogliono bene e camminerebbero al mio fianco. Sono pochi rispetto alla quantità di gatti nel mondo, ma sono i miei compagni di viaggio, l’una capitata per caso, l’altro mi ha proprio scelta.

Penso di nuovo (ribadisco che ho sempre pensato troppo!) che nell’ultimo periodo di disturbatori e prime donne ne ho incrociati diversi (o forse son sempre stati lì a tessere la loro tela), ma per fortuna li ho riconosciuti e più passa il tempo e più la mia abilità nello smascherarli si affina. A volte sono rumorosi come gli operai del cantiere ( che ora, grazie al cielo, sono in pausa pranzo finalmente!), a volte inaspettati e prepotenti come il capo cantiere ( che infatti è un capo e non un leader, il che, fa tutta la differenza del mondo), a volte distruttivi come il ristrutturatore folle. Ma scaricata la loro betoniera, fatto il loro acuto e fissato l’ultimo fischer, non resta poi molto. Fanno di tutto per raggiungere il loro obiettivo, far sentire quant’è forte la loro voce e dire al loro piccolo mondo: guarda che come fisso io gli armadi a muro, non lo sa fare nessun altro! (il narcisismo dilaga! E per qualcuno l’umiltà è un nuovo tipo di reato non ancora regolamentato). I disturbatori hanno una caratteristica, guardano il loro piccolo orticello, un po’ come l’altro mio vicino di casa che ha appena acceso il suo trattore (residuato rumoroso del ’15-’18) perché vuoi mai perderti una giornata di sole dopo settimane di nebbia!!? Tutti presi da una gran fregola di fare, di parlare, di costruire, ma sempre con lo sguardo a terra, senza distoglierlo dall’ultimo dei sassolini sul selciato, preoccupati moltissimo dell’unico ago disperso in un pagliaio enorme, che magari ha pure il tetto rovinato e l’acqua entra inesorabile. Ma soprattutto, poverini, si perdono questo fantastico tramonto: rosso, arancio, blu e bianco, una meraviglia per gli occhi e per lo spirito.

E ora l’orizzonte è nitido, il profilo delle colline è nero con il sole rosso subito dietro. C’è calma ora e mi sembra quasi di essere abbracciata da quei raggi, c’è quasi una sensazione di calore (ma è una suggestione, siamo a febbraio, la mente si sa: è potentissima!).
E’ tutto calmo…che io abbia già fatto il mio primo giro del mondo e non me ne sia accorta?!
Non so, forse…o forse è solo cominciato, tu Fra, continua a guardare avanti e non distrarti.

Francesca Piccinetti

Camicia bianca

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Camicia bianca, la sua! – di Rossella Gallori

 È iniziata così questa mia giornata, con il magone e  la testa confusa, per tanti motivi,  ho dormito tanto, ho dormito male, con un sogno che non mi lasciava ,  gente tanta, troppa, mi svegliavo, ma non riuscivo ad uscire dal disordine del luogo dove mi trovavo, una comunità  forse, persone che non sapevano dove andare, ed io che cercavo di  gestire il tutto senza materassi da offrire, con il cibo sempre più scarso…senza aiuti…in un posto lontano da tutto e da tutti, affannata e sola, nel fare qualcosa per gli altri…nella voglia di farlo bene, nella consapevolezza di non riuscirci.

Ogni tanto, nel buio di stanotte, nel caos del sonno, però, scorgevo qualcosa di bianco, un bianco/ azzurrino, una manica, un braccio abbronzato e forte, un colletto con un collo robusto, due piccoli gemelli sganciati, un petto forte, sotto un terital di buona marca, introvabile…..inesistente, oggi.

Correvo verso il candore di quella camicia, disordinata, stanca, cercavo di raggiungerla, per essere abbracciata, confortata, correvo nel vano tentativo di arrivare….dietro una colonna, dietro una finestra…a pochi centimetri dal traguardo, il bianco svaniva. O forse non c’ era mai stato….  ….nell’aria un profumo leggero, di  bucato, di fumo buono, di Tabacco  d’Arar ….il tuo.

Tornavo al mio lavoro, nel  sogno, un po’ più forte, riuscivo a trovare soluzioni impossibili, scovavo nuovi posti letto, il cibo riprendeva volume….nel silenzio della notte.

So bene di chi è quella camicia, conosco quel profumo, non capisco perché stanotte, perché non ho visto il tuo bel viso, non ho stretto la tua mano…ho avuto timore di affogare nell’incubo e mi sono imposta di alzarmi….

Sono qui, ora, davanti ad un caffè macchiato di bianco, un bianco freddo di latte scremato……nel silenzio di questa cucina, sento passi che non ci sono, sento un profumo, che  colpisce con una carezza la mia nuca……..

“ BABBO…HAI BISOGNO DI ME????”                 

Una pagina bianca

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Una pagina bianca- di Carla Faggi

 

Mi dicesti entra, io entrai e tu chiudesti il cancello.

Rimasi e siamo ancora li.

Era l’estate del 1992.

Dormiamo sotto le stelle, mi dicesti.

Mettemmo il materasso in terrazza, un lenzuolo e via a guardare il cielo!

Quante stelle, me le raccontasti tutte.

Io volevo sapere e le conobbi una ad una.

Ero una pagina bianca e ti lasciai scrivere.

Era bello imparare da te.

Sono passati venticinque anni da allora.

Non abbiamo più dormito in terrazza causa acciacchi e dolori vari, ma è rimasto sempre bello imparare da te.

Contributo di Francesca Piccinetti – Carnevale: arte e passione

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Francesca Piccinetti ha pubblicato sul suo profilo Facebook questa bellissima pagina. Con il suo consenso la pubblichiamo per condividerla nella sua versione integrale.

Il mio vuole essere solo un racconto dalla prospettiva di una figlia, nulla di più. Spero non sia un problema se taggo le due persone che ho citato, oltre che mia mamma per ovvi motivi.
Mi piaceva raccontare un retroscena, magari piccolo e di poco conto per tanti, attraverso cui si capisca che l’arte non è improvvisazione, ma che necessita di dedizione e costanza,oltre che di talento. Spero si capisca che l’intento è quello di andare oltre un semplice articolo di cronaca, e che dietro un carro si nasconde un mondo che molti non conoscono, e che forse sarebbe anche ora che venisse svelato.
Spero vi piaccia…buona lettura a chi avrà voglia di arrivare fino in fondo.

E’ un normale venerdì sera, torno da Ferrara dopo quattro ore di treno, sono sfinita e non vedo l’ora di andarmene a casa a dormire. La settimana è stata pesantissima e piena di lezioni toste all’Università, e anche la valigia che mi porto appresso lo è, grazie al cielo hanno inventato le ruote! Ok devo scendere, la porta si apre e mi devo fare un tot di strada sulla pensilina per arrivare alle scale, scendo e vado nel parcheggio. Saluto babbo che mi è venuto a prendere come al solito, mi chiede come va e mi dice: mi è venuta un’idea stupenda per un carro, Rossini e tutte le sue opere intorno, Franci credimi, è una bomba!

…Bum! Fa il mio cervello! Gli unici neuroni attivi in quel momento mi servivano per fare tre piani di scale a piedi con la mia super valigia (e qui avere le ruote non aiuta, purtroppo), infilarmi il pigiama dal verso giusto e finalmente dormire. Ah sì ??!!, rispondo io…bello…e il mio cervello, intanto, pensa (eh si, ho sempre pensato troppo) …ma poi cosa ci troverà di così entusiasmante in questo carnevale? Ho visto gente spaccarsi la schiena e fare notti insonni per delle “carnevalate”, le ho viste da quando ero una nanetta che superava di non molto le ruote del carro, le ho viste battere e modellare creta, arrampicarsi su impalcature precarie, incollare, tagliare e saldare come se non ci fosse un domani…mi sono sempre chiesta il perché, ma perché lo fate?
Non ho mai fatto questa domanda ai diretti interessati, una di quelle domande che non hai il coraggio di fare, per paura forse di una disillusione, di sentire una risposta che non ti piace…o forse perché la vita di un figlio non è la stessa di un padre, hai paura perché la gente con leggerezza ti considera “figlio di”, punto e basta, senza diritto di pensiero, parola e opinione e allora scegli… scegli di fare altro.

Passano gli anni e vedo nuovi bozzetti, studi di figure e modellini girare per casa. Rossini è sempre più Rossini così come il Barbiere di Siviglia è sempre più Barbiere. Mi laureo e comincio a lavorare in cantiere, mille responsabilità, grandissime responsabilità, anche più grandi di me. Lavoro come una disgraziata per un sacco di ore al giorno, lavoro con gli armatori, con i miei colleghi dell’ufficio tecnico, ma soprattutto passo metà del tempo in cantiere. Mi piace stare con gli operai, imparo a conoscerli, a capire come lavorano, imparo moltissimo da loro e si crea un gruppo con un’ottima amalgama. Raggiungiamo tantissimi obiettivi e non è lo stipendio a fine mese che te lo fa fare, è la passione, la cura del dettaglio che ci mette il primo degli ingegneri e l’ultimo dei resinatori, è tutto collegato e tutto deve andare in sincro.
Finisce quell’esperienza e quello che mi manca di più è proprio il cantiere, e vedere quella luce negli occhi, quell’atteggiamento positivo che ti porta al risultato.

Passano altri anni, e il carnevale rimane una costante nella vita di mio babbo e di riflesso anche nella mia. Ammetto che qualche anno fa mi sono divertita a fare da modella per i Transformer commissionati da Viareggio, indossarli ti da un certo senso di potere. E poi i pesci… quanti pesci e affini, per casa!Sempre per una mascherata viareggina e che bello vederli sfilare dal vivo! Piccole parentesi euforiche che però non davano una risposta alla mia domanda: perché lo fate?
Forse troppo giovane, forse ancora avevo nelle orecchie le mille litigate adolescenziali, e non , col babbo…perché sì, per molte cose siamo simili, ma per altre siamo due universi lontani e ben distinti…metteteci che sono del Toro, quindi ho la pazienza di un santo, ma se vedo rosso mi si chiude la vena e comincio a incornare…a quel punto chi c’è, c’è! (Vabbè, ridiamoci sopra…d’altronde la perfezione è di una noia mortale!)

Quest’estate babbo mi dice: sai Franci che forse si fa il carro di Rossini! Pesaro è interessata e lo vuole per le commemorazioni dei 150 anni…
Vedo quella luce particolare nei suoi occhi, che non vedevo da un bel po’, nei mesi mi aggiorna su tutte le vicissitudini politiche e non, fino a che si arriva al nocciolo della questione: chi lo fa? Perché babbo non può certo salire su un’impalcatura, l’età e gli acciacchi ci sono e io con le mie paturnie da figlia rompo spesso le scatole su questa questione.
Varie ipotesi, poi un giorno, nel suo studio mi dice che si sono proposti i carristi dell’ACF…lui è un po’ dubbioso perché sono giovani, e io dico subito: meglio! Così potranno imparare un sacco di cose, dagli fiducia e vedrai che sarai ricompensato. Se il carnevale deve avere futuro, il suo futuro sono i giovani. Io l’ho imparato dallo sport, ma poco prima mia mamma, da brava prof, gli aveva detto la stessa cosa. Si convince e si parte, un po’ a rilento a dire il vero, ma ci sta, bisogna conoscersi e tararsi a vicenda, bisogna capire come si è abituati a lavorare da una parte e dall’altra. Poi babbo può sembrare il burbero della situazione, ma chi lo conosce sa che non è così e piano piano si affeziona a quei ragazzi, me ne parla sempre di più e sempre meglio. Tirò un sospiro di sollievo, altrimenti… chi lo sente??!!

Mi incuriosisco e vado qualche volta “a cacciare il naso”, perché la curiosità è femmina e perché ero poco più di una matricola quando ho visto per la prima volta Gioacchino (era il 2001, siamo nel 2018, e mio “fratello” sta per prendere la patente…son traguardi nella vita!!). Li vedo tutti lavorare moltissimo e sento quel clima positivo che c’era nel cantiere dove lavoravo. Sono la figlia del “boss”, non c’entro niente e non dico niente se non qualche complimento qua e là che non fa mai male. Ammetto di essere entrata in ansia una settimana prima della sfilata, son capitata spesso in quei giorni e già da dentro il capannone il risultato era eccellente. Un ottimo lavoro di gruppo dove anche i singoli hanno potuto fare un’esperienza importante per la loro crescita personale.

Venerdì prima della sfilata (come all’inizio era un venerdì…deve essere un giorno particolare il venerdì, un giorno tra dovere e piacere, tra lavoro e riposo, tra serio e faceto…un giorno da “carnevalate”) tirano fuori il carro per provare i movimenti, babbo mi invia le foto, ma la tecnologia non è affidabile come le ruote della mia valigia e non riesco a visualizzarle…sono in giro e decido di andare di persona.
Rimango un attimo a guardare da lontano, poi mi avvicino e prima di tutto vado da Daniele e Luca, un po’ a tradimento chiedo, guardando il carro: bello è bello, ma voi siete soddisfatti? Loro mi rispondono sorridendo: soddisfatti e rimborsati! Vado da babbo e gli faccio la stessa domanda: mi risponde come 17 anni fa, è una bomba! E aggiunge: me vien da piagna! (rigorosamente in dialetto) felice come un bambino di otto anni.

Penso di poter dare una risposta alla mia domanda: ma perché lo fate?
Perché Carnevale è arte, poesia, fatica, sudore, e soprattutto passione e la passione, questo l’ho sempre pensato a prescindere dal carnevale, si nutre di soddisfazione. Personale, per il gruppo , e per la resa “in scena”. E la politica, il guadagno, il tornaconto, non c’entrano, c’entra la voglia di fare al meglio quello che sai fare, di usare ogni occasione per mettere i tuoi limiti un passo avanti a te e provare con tutte le tue forze a superarli. C’entra quella stanchezza infinita che ti si legge in faccia, ma che quando finalmente stappi una bottiglia di vino, quello buono, per brindare a fine lavori, ti fa ridere e sorridere con aria soddisfatta e consapevole di aver fatto un ottimo lavoro.
Che liberazione! Ho risposto ad una domanda che mi frullava nel cervello da una vita! Me ne farò altre, non c’è pericolo (penso sempre troppo!),e mi auguro che sia solo un nuovo punto di partenza per chi ne avrà voglia!
Ad Maiora!

Francesca Piccinetti

Chi sono: “Sono a Fano, a casa mia, con davanti il mio portatile. Cerco di sintetizzare in poche righe chi sono: sono fanese da generazioni, figlia di artista e carrista (ma se avete letto il mio contributo è una cosa abbastanza scontata questa), sono laureata in Architettura e ho fatto mille lavori diversi per arrivare a fine mese (a volte riuscendoci, a volte no…ma questa è solo la realtà dei nostri tempi…andiamo avanti). Da sempre mi piace scrivere, scrivo a modo mio, non ho mai frequentato corsi o cose simili, e gestisco una piccolo blog che si chiama Lo Sparviero http://losparviero.altervista.org/ in cui racconto in maniera più o meno dettagliata di luoghi, borghi e suggestioni che mi hanno colpita nel mio girovagare. Ho varie passioni, tra cui la più grande è sicuramente il tiro con l’arco, lo pratico da qualche anno e sono tra i soci fondatori della società per cui sono tesserata. Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma non vi vorrei annoiare, quindi la finisco qui e vi auguro buona lettura (se ne avrete voglia) e buona scrittura!
Un abbraccio.
Francesca Piccinetti”

http://losparviero.altervista.org/

 

Il gatto bianco

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Il gatto bianco – di Cecilia Trinci

Non era il mio. Era un gatto di strada, non bellissimo a prima vista, ma a guardarlo bene con un musino dolce e un delizioso  nasino rosa  in mezzo. Occhi grandi, quasi verdi su un corpo grosso, lunghe zampe, lungo corpo che nel cestino, che avevo messo per lui in terrazza, si attorcigliava a stento, lasciando fuori sempre qualche pezzo. Solo quando era molto freddo, certe mattine d’inverno, allora riusciva a farsi stretto stretto, piccolo piccolo e il cestino diventava grande. In quelle giornate fredde  imbottivo quel rifugio segreto di copertine, di cappucci impermeabili, coprivo tutti gli spifferi, stando bene attenta, però,  a non chiudere troppo a non coprire troppo. Perché i gatti di strada sono sospettosi e preferiscono sentire freddo che oppressione e paura. Si era abituato piano piano a quel rifugio insperato, nel fondo della mia terrazza ben raggiungibile da un gatto con un salto. Gli piaceva, nascosto com’era tra le piante e indisturbato perché nessuno usa  frequentare quel lato del balcone. All’inizio lo guardavo dal vetro chiuso: appariva come lo Stregatto di Alice, mangiava ratto ratto le crocchette che avevo preso a lasciargli a disposizione e poi spariva terrorizzato. Poi, piano piano, si è fatto meno cauto, ha accettato di dormire da me, prima su un vaso pieno solo di terra, certamente un luogo migliore di quello dove spesso lo vedevo addormentato, tra le frasche di un giardino abbandonato. Poi, gradatamente e sempre con sguardo attento, ha accettato di infilarsi dentro il cestino che gli avevo organizzato tra i vasi. Prima dormiva con un occhio solo, scappando subito appena mi sentiva muovere nei pressi, anche a finestre chiuse. Poi abbiamo iniziato a guardarci: lui di là dal vetro e con le spalle alla via di fuga e io di  qua, in casa, piegata alla sua altezza.  Aveva paura si vedeva, ma restava a fissarmi quasi meravigliato. Io gli dicevo, a voce alta: “Resta Micio, non avere paura….” ma lui dopo un po’ si girava verso la ringhiera e spariva nei giardini. Piano piano ha cominciato a rimanere di più, a guardarmi con occhi diversi e  ha cominciato a diventare abituale. Avevo imparato i suoi orari: notti brave in giro per la strada e poi mattinate nel cesto, a dormire fino a tardi. Quattro anni.  Quattro anni con un gatto non mio, misterioso, bianco sporco, spesso ferito, ma col nasino sempre rosa e gli occhi sempre più addolciti. Quando ha fatto tanto freddo a dicembre si è fermato al calduccio quasi tutto il giorno. Forse cominciava a invecchiare, a non essere più tanto invincibile con i suoi pari. Un giorno non è tornato più. Ho aspettato: i gatti sono misteriosi e strani e ti stupiscono sempre….ma dopo tanto tempo la sua copertina è rimasta ora solo un cencio sporco, la sua ciotola raccoglie foglie secche. Dove andranno a finire i gatti quando non tornano più? In un loro luogo segreto, a metà tra la terra e il cielo? A metà strada tra il nostro passato e il nostro presente? Io comunque lascio il cestino apparecchiato……..chissà, magari un giorno riappare, come se nulla fosse, come un vero Stregatto! ! Ciao gatto bianco di strada, buon cammino ovunque tu sia!

Andare in bianco

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“Andare in bianco” – di Mirella Calvelli

Ancora bianco, tante parole sono tinte di bianco…si ricorre al bianco nella neve, le nuvole, la nebbia…tutte parole che iniziano con la N nella nostra lingua……ma ce ne sono altre che non sono materiali ed esprimono emozioni tristi o allegre….così mi salta alla penna…ANDARE IN BIANCO….

E a proposito mi ritorna in mente il meraviglioso film di Sergio Leone “C’era una volta in America”.

In particolare la scena della meringa…dolce godurioso, fatto di zucchero e panna, all’epoca un dolce anche molto costoso.

La modalità lo lega al sesso, perché di tale prelibatezza era golosa una ragazzina disponibile, che si concede in cambio di una meringa alla panna.

La ragazzina, è chiusa in bagno e fa aspettare il pretendente seduto su  un gradino di una sudicia scala. Il tempo passa e il ragazzo freme, impaziente con l’irresistibile dolce fra le mani.

Più passa il tempo più aumenta la voglia di assaggiare, almeno un po’ di panna. Con il dito disegna dei cerchi intorno alla base, poi si blocca per il desiderio della ragazza e ricompone il dolce.

Dietro a quei gesti e all’espressione combattuta, se  godere…di pancia o di…

La scelta fra sesso e fame, assecondare il desiderio sessuale o quello della gola? La meringa diventa l’oggetto di una lotta, costata una settimana di lavori…fra l’altro per strada, per soddisfare un piacere ancora più forte, ormonale, vista la giovane età.

La ragazzina si vende per così poco, pur di godere anche lei della meravigliosa meringa.

Alla fine, il tempo e l’impazienza, la fame e la gola, vincono…lui divora tutto e scappa via fra il compiaciuto e il disperato.

Lei esce, lo chiama lo cerca…il tempo le ha giocato la possibilità di assaporare quel tripudio di zucchero e la corposità quasi impalpabile della panna, tanto da lasciarla, scocciata e infastidita, per avere solo assaporato e non goduto della meringa!!

Andare in bianco, non per un insuccesso personale, ma per un desiderio ancora più grande!!

Con indosso i vestiti di un altro

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Chi dell’altrui si veste, presto si spoglia – di Rossella Gallori

….Indossai qualcosa di tuo, non per vivere la tua vita, non per diventare migliore, e nemmeno, credimi, per sembrare più  bella.

Cercavo, forse invano , di diventare migliore, una me con qualcosa di te.

Un profumo diverso, un colore, che fosse arcobaleno, che fosse un po’ più  gioia.

Girai con quel caldo mantello, per ore, per giorni, forse.

Poi… nel silenzio dei miei pensieri, tolsi ciò che non era mio e che non lo sarebbe mai stato.

Indossai il mio vecchio cappotto, la sciarpa di sempre, il vecchio cappello, i guanti un po’  scuciti.

Mi guardai, di sfuggita allo specchio, non ebbi sorprese, niente da quasi sempre mi sorprendeva….

Ripresi comunque, ben dritta, più  sicura, il mio cammino.

Le bianchissime giunchiglie

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Le giunchiglie fioriscono d’inverno – di Cecilia Trinci

C’è una mattina d’inverno in cui, all’improvviso, fioriscono le giunchiglie. Ogni anno è una sorpresa perché fa ancora freddino e cammini  infagottata nella sciarpa sopra il piumino quando lo sguardo cade tra i fossi, sotto le siepi, e vede, appena fuori città, nel solicchio di metà giornata, i lunghi steli che sostengono i pennacchi  delle giunchiglie. Bianchissime,  profumatissime da mal di testa, danno l’allarme che la primavera è nell’aria, e  stanno  quasi sempre in gruppo,  per farsi  compagnia quando pizzica di freddo  la brina del mattino. Appena le vedo,  scoprendole tra le foglie, dovunque mi trovi,  immediatamente compare un’immagine. Mio babbo che torna dalla campagna col giaccone invernale, il cappello pesante, i sacchi dei suoi tesori e le giunchiglie in mano, in un mazzo arruffato, i gambi ad altezze diverse, tanto qualcuno poi le sistemerà nei vasi….Il suo gesto dell’ultimo momento, prima di venire via dal  “giardino d’inverno”, piegandosi per cogliere quel pensiero  per le sue donne rimaste a casa e per portarsi via tracce di quegli anticipi di primavera, di quella giornata passata in libera uscita, al sole, tra l’erba, con le chiacchiere del vicino, sporcandosi le mani di terra e il cuore di cielo azzurro, come sa essere davvero azzurro a  gennaio.

Giorno della Memoria – Quando lo sport può entrare nei destini degli esseri umani

27 gennaio 2018 – Per non dimenticare

Al Teatro Comunale di Antella non si dimentica attraverso le figure dello sport durante il delirio nazista – con Tiziana Alma Scalisi e Tiziano Lanzini – in collaborazione con l’Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti (ANED)

 

 

Il bianco della tavola apparecchiata

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La tavola apparecchiata – di Cecilia Trinci

“Vi invito per una giornata in campagna…non so voi, ma noi usciamo da un periodo così umido che non se ne può più. Abbiamo bisogno di sole, di aria….allora venite! Solo per stare un po’ insieme…non faccio niente … davvero….solo due cosine per mangiare insieme e poi andiamo a camminare al sole! Non portate niente! Venite con le mani in mano! Solo per stare insieme….Vi aspetto”.

Invece, dopo un sabato estivo, la domenica in questione si apre con la pioggia a dirotto e il freddo inaspettato, con l’idea della neve e l’umido freddo che si infila dappertutto.

Comunque andiamo….tanto per stare insieme….! Pioggia …vento e anche neve per la strada provinciale e poi dopo su per i tornanti….arriviamo che batte forte la pioggia e l’ombrello non basta perché tira anche vento.

Appena aperta la porta  ci accoglie un bel caminone acceso e … una tavolata riccamente apparecchiata di bianco per ….uno, due, …. nove …… dieci!

–  Chi viene? chiedo con cautela, pensando che avevamo capito che saremmo stati in pochissimi

– oh sai……già che c’eravamo abbiamo chiamato i Tizi,… i Cai…..e i Semproni. I Nondetti  non possono venire….avevo chiamato anche i Fantasmini ma lui non poteva e lei aveva la mamma anziana a casa….

E così l’idea di quel “non faccio niente…tanto per stare insieme” naufraga miseramente su tutti quei piatti del servito buono. Guardo il camino: nostalgia forte e improvvisa del mio, di casa mia, dei monti miei….ma il fuoco scalda tutto e brucia via tutto. Dalla finestra pioggia pioggia pioggia.

–   Ho fatto delle cose semplici, mi devo ancora riconciliare  con la cucina toscana….non sono ancora in sintonia con questi mangiari rustici, con queste tradizioni antiche…..mi devo ancora ritrovare…Mi sono avventurata in questa arista che chissà come mi criticherete ……già lo so che avrete da ridire!

Ma perché l’esame di maturità a questa povera  arista,  che cuoce, lo vedo, in un rotolo immenso, succulento  e abbronzato, dentro un forno smagliante?

Alla fine si decidono:  mi affidano dei pomodorini tutti uguali, chiedendomi  di tagliarli in quattro e mi fanno pure vedere come: –   mi raccomando  così ….in quattro pezzetti precisi, mi ci vogliono proprio così, vedi, tagli così e poi così, mi raccomando precisi… E io taglio…precisa, attenta a non sgarrare…chissà dove andranno messi ‘sti pomodorini…..

Poi mi chiedono anche di coprire dei quadretti perfetti di pan carré già tagliati con una salsa bianca…. – Non troppo né troppo poco, così, vedi, con un po’ di ricciolo, perché se no sopra non si infilano le fettine di pomodorino (altri o quelli di prima? Mah!). Mi avvio alla prova della tartina e riempio. Altri piatti coloratissimi con gli antipasti vengono aggiunti sul tavolo, dove già è sistemato il servito buono, le candele nei lunghi candelieri, le posate della nonna….Aspettiamo.

Le una……una e mezzo…

– a che ora vengono?

– ora pranzo….(che ora sarà l’ora pranzo?)

Alle due meno dieci eccoli: un gruppetto bagnato e infreddolito si infila nella cucina calda.

– Ciao! OHHH o chi c’è!!! Ma come stai? Ma come state? O voi!? O te!? O ma che bello ma che brava!!!! Ma come! Ma come sei meravigliosa! Ma che casa stupenda!!! Ma che gioiellino! Ma che finestre! …..Quadri! Sembrano proprio quadri! Bello! Ma bello bello bello! Una casa che…..unica!!!! Che particolari perfetti! Guarda qui, guarda là … e questo e quello……!!!

Ci sediamo.

Noccioline, aperitivo e tartine….colorate….pomodorini e salsa bianca…. Lei sparisce  a cuocere la pasta. La serve infine in un vassoio di coccio rotondo, condita con un trito di rucola e pomodorini appassiti (i miei! Eccoli finalmente! Ma valeva la pena essere così precisi negli spicchi?) Che ore saranno? Guardo l’orologio: le tre meno un quarto….

– Volete scaldarla col peperoncino? Sì perché nell’olio caldo il peperoncino si esalta e si riscalda e ….riscalda…..!

– Meraviglia!!!!! Che idea!!!! Che genio!!!!  ma sei straordinaria!!!!!!!!

– Questa è una ricetta contadina, del popolo! Una ricetta antica! Sapete ma….io mi devo ancora riconciliare con il mio passato, con la mia terra…con i ricordi…..e così dopo tanto ho fatto questo piatto antico, rustico, semplice eppure emozionante!!!!

Buoooooooono! Ma veramente b u o n o!!!!! e fioccano a raffica i vari altri:  Che bontà! Che bravura! Che piatto stupendo, indimenticabile!!!! Buono! Ma buono buono buono!- Ma veramente! Una cosa indicibile!-  Ma come sei strepitosamente brava!- Brava! Ma che piatto! Ma che bontà! Ma che delirio di sensi e gusto!

E che idea questo peperoncino! E l’olio caldo! – Ma come hai fatto? Ma che ci hai messo?????

– Eh ho preso la rucola…..ho tagliato le foglie e le ho messe una per una ad appassire sul fuoco, poi ho aggiunto i pomodorini tagliati a spicchi (ah eccoli i miei pomodorini precisi precisi) e li ho fatto sobbollire un poco e poi girati e poi conditi e poi e poi….(Ah!!! ma perché dovevano essere precisi!!!!!)

E di nuovo fioccano i  – Ah ma buono guarda veramente BUONO! – Ma la pasta poi! Ma che pasta è? – Radiatori della Garofalo! – Nooooo! La meglio! Senza dubbio la Garofalo è proprio la meglio in assoluto e poi questi radiatorini……mmmmmmhhh che bontà, che delirio che splendore….

Proseguiamo con la salsiccia di cinta alla brace (ahhh buona! Ma com’è …! ecc ecc) e la famosa arista all’uvetta e spezie, che naturalmente è…..BUONISSIMA!

Ma com’è fatta questa arista meravigliosa? – con  timo, finocchietto, uvetta….. – Ma che spettacolo!

E le patate e gli zucchini tagliati a rondelle fini e limonate….Colori: giallo, verde, marrone, bianco…..…. E vino nero….perdutamente Chianti!

Satolli ci guardiamo finalmente in faccia, ma …ma…..finisce lì……

A salvare la conversazione un vassoio rotondo con petali di pecorino a coronare un cuore verde di baccelli sgusciati.

Arriva infine il dolce:  un’enorme ruota di crema e frutta. Gli animi si svegliano nuovamente: – OOOOOOHHHHHH! – Bella buona brava ecc ecc!!!!

Tintinnio di brindisi, caldo da vino….ma i ricordi non vanno oltre il vecchio cineforum dove si andava con poche lire. Prevale invece il presente, i tentativi falliti di “svoltare” mascherati da opportunità sgusciate via dalle tasche bucate del paltò, “peggio per loro! Son loro che hanno perso noi, la nostra unicità, la nostra bravura!” E se si chiede troppo è come toccare una tana di ricci spaventati. Alt, c’è una sottile linea trasparente oltre la quale non si può andare. Viene da chiederci “ma chi siamo?”. Chi siamo stati? Chi siamo diventati? E soprattutto “cosa abbiamo fatto delle nostre vite, delle nostre opportunità, della mano di carte quando toccava a noi sparigliare?”

Ma nessuno lo chiede e ci spostiamo sul divano.

Si potrebbe raccontare dei nostri passi diventati più lenti, delle persone che abbiamo perso, delle paure, anche delle sconfitte. Tra amici si può!….. Ah no? E’ proprio con gli amici che non si può dire ho paura???? Ma come? Da quando? E no!  E tanto meno si può dire ho tanto freddo qui, sul lato del cuore…….Ma forse è il camino che si sta spengendo.

Salta su per fortuna il cambio di tappezzeria del divano! Ah si si che bello! Possiamo dirlo che abbiamo rinnovato la cucina e non si riconosce! Ora sì che ci rappresenta…che dice chi siamo noi!

– Verrete a vederla spero!

– Come no?

– C’è il sole. E’ smesso di piovere!

– Via via …..Andiamo a camminare!

Il sole comincia a uscire dalle nuvole strappate, fa capolino dalle finestre-quadro. Gli alberi ritornano fioriti, la grondaia del tetto non butta più acqua. Fuori, sul terrazzino ci sono le pansé. Bagnate, ma piene di colore.

Il cielo si è lacerato in boccoli bianchi, soffici e gonfi. Mi sento che vorrei scappare……Forse lo sentono anche loro perché da quella volta neppure più quel “Venite vi invito per una giornata di primavera! Non portate niente…si fa per stare insieme…..” Occhi sgranati troppo imbarazzanti?….troppo cuore. Aperto.  Altro che finestre-quadro!…..Troppo cuore aperto in cerca di parole.

Una giornata dedicata alla scrittura per gli animali – Gatti, conigli e altre storie …..

Per “I mercoledì de La Matita per scrivere il cielo” – 24 gennaio Bibliocoop Bagno a Ripoli – tre storie di Luciano Giannelli, Rossella Gallori, Mimma Caravaggi

In ottava rima  – La storia del gatto Bartolo(Meo) di Luciano Giannelli

Salendo per le scale come usato

Stanco per l’eccessivo lavorare

Non mi pensavo mi sarei trovato

Un nero gatto cui dover badare

Inver da giorni si era osservato

Di cuccioletti strano passeggiare

Ma non credevo, da persona accorta,

Trovarmi un gatto proprio sulla porta.

 

Ristava lì, dimesso e mingherlino

E mi guardava con disperazione

Moribondo esemplare di felino

In cerca certo di cibo e padrone.

Mettermi gatto in casa e piccolino

Certo non era nella mia ambizione

Ma per la compassion che ci s’abbatte

Gli diedi mezza ciotola di latte.

 

Gliela lasciai dinanzi della porta

Ch’entrasse in casa poi non era il caso

Ed io pensavo fosse mossa accorta

Lasciarlo fuori a succhiar dal vaso

Che altra soluzion non s’era scorta

Per un gattin ch’ha lo zerbino invaso.

Di conseguenze la scelta fu foriera

Perché il giorno di poi lui ci riera.

 

E mi guardava con aria fiduciosa

Pensando aver risolto il suo problema

L’aria che aveva era certo amorosa

Semplice assai lo teneva lo schema

Tranquillo se ne stava in quella posa

Senz’ansia, senza affanno e senza tema.

Era tornato lo scimmione buono

Che di quel latte gli avea fatto dono.

 

Passato in casa, si dové costatare

Che breve si poneva la questione

Che se alla fame si potea badare

Con quel catarro che tenea bordone

Non si sapeva certo cosa fare

Triste si prospettava soluzione

Per il momento non s’immaginava

Ch’era il rumor del gatto che ronfava.

 

Ronfava proprio senza soluzione

Tanto felice era il bel gattino

Felice prospettava la stagione

Avea chi gli poteva star vicino.

E non che fosse una sua pretensione

Siccome ch’era tanto piccolino

Che lo badassero era naturale

E lì non si trovava proprio male.

 

Così Bartolomeo detto Meo

Venne ad allargare la famiglia

Non c’era discussion né piagnisteo

Gatto radagio è di chi se lo piglia.

Sembrò che non avesse neanche il neo

D’esser bastardo oppure ci s’appiglia

Al libro che di saggio ha pretese

Nel dirti che lui è un siamese inglese

 

 

Crebbe contento e crebbe assai tranquillo

Senza sortir di casa alcun momento

Pungeva qualche volta col suo spillo

Ed è sicuro che io lo rammento

Poiché m’entrava a letto tutto arzillo

Di certo provocando un gran fermento

Quando restavo oltre la decenza

Destinata m’era questa penitenza.

 

Dopo d’un tempo cominciò a sortire

Perché era grande e la gatta tirava

Era tutto un tornare e rifuggire

Secondo la gattina lo chiamava

E ritornava stanco per dormire

Distrutto certo da chi lo spompava

Diviso insomma fra bagordi e amori

Viveva bene dentro e bene fuori.

 

Però non sempre la cosa funziona

Banali eventi posson rovinare

Una vita tranquilla e un po’ sorniona

E tanto accade e tu non sai che fare,

Sovente la tua pace condiziona

Cosa minuta da non considerare.

Se torni a casa ed è chiusa la porta

Non puoi saper dove questo ti porta.

 

E tanto accadde in una settimana

O anche meno ch’eravamo assenti.

Rimase Meo lì gnaulando in vana

Ricerca dei padroni impenitenti.

Rimase dico alla porta sottana

E pure visto da quei deficienti

Che con noi stavan in buon condominio

Aprir la porta gli parve abominio.

 

E così ti smarrimmo, o caro Meo

Tristi mirando una tua sorellina

E ricordando, ed era piagnisteo,

Come ammalatasi la nostra bambina

Tu stavi lì e parevi un cicisbeo

Lasciando il letto sol per pisciatina

Fatta di corsa, tornando con pazienza

A porgere la tua piena assistenza.

 

Né fu che ti perdemmo e ti scordammo

Ché un bel giorno, in una strada ascosa

All’improvviso noi ti ritrovammo

Corresti incontro con aria giojosa

Girarti e rigirarti ti mirammo

Convinti di riaverti, ma una sposa

Ti deve aver chiamato dietro un muro

E ci sparisti dentro un buco scuro.

 

Fu peggio mesi dopo in un canneto

Ch’era infestato di gatti bianchi e neri

Eri tra loro e neanche in segreto

Vivesti un dramma, ad essere sinceri

La torma ti chiamava nel forteto

Ma noi agitavamo i tuoi pensieri.

A lungo esitasti sul che fare

Però al fin ti decidesti a andare

 

Anche se per minuti lunghi assai

Intensi gli occhi tuoi ci fissorno

D’allora non t’abbiamo visto mai

E si passava giorno dopo giorno

Dicendo se succede e casomai

La tua sorella l’avevamo intorno

Randagia, né ci siamo accorti

Come né quando voi due siate morti

***

Siria, la mia gatta – di Rossella Gallori

La mia vicina di casa ha sempre avuto un debole per gli animali: conigli bianchissimi, cagnolini biondi e se  ben ricordo ha avuto anche un furetto, tutti deceduti per distrazione, riempiti di grande amore ed abbandonati al primo intoppo. Quindi, spariti cani, conigli, furetti  e  fidanzati vari, la mia vicina decise per un gatto, una gattina grigioazzurra, una certosina dagli occhi verdi, che io vedevo raramente, ma sentivo miagolare spesso.

Ma l’intoppo arrivò, puntuale: il rifacimento delle facciate….e le mia vicina decise di far abituare la gattina a star fuori, Siria ( nel frattempo aveva ottenuto un nome) non ne fu felice:  aveva pochi mesi ed il freddo ed il rumore la spaventavano……

Approdò in casa nostra.

Semplicemente ci scelse e basta, non volle più tornare  da dove era venuta….appena sentiva la voce di lei   scappava, sotto il letto, riusciva a starci anche due giorni….

Siria mi ha scelta, ed io ho scelto lei, non desideravamo essere diverse, ci siamo amate per quello che siamo, pregi e difetti, grandi tristezze, incazzature  faraoniche, silenzi  improvvisi, voglia di nascondersi, desiderio di graffiare, far male ….farsi male…il nostro modo  incompreso  di far capire che esistiamo.

Ad ogni mio evento lei c’ era …il diploma di Alice, la laurea di Alice, i fidanzati di Alice….squadrati ed ignorati, da lei ed anche un po’ da me….

Ma sono i momenti più  tristi, quelli che mi legano a lei , quando dormivo di giorno dopo le nottate a mia madre e  restava immobile aderente al mio corpo  per ore …senza lamentarsi se nel mio agitato dormiveglia le schiacciavo la coda….e come leccò le mie lacrime quando la mamma decise di non vivere più.

Siria mi somiglia: sembra forte, indifferente, anche un po’ stronza, ma è fragile, sussulta per un nonnulla, ignora chi non la ama…oppure, proprio come me finge indifferenza  per salvare quel poco che le resta da vivere, altrimenti , come me, non ce la potrebbe fare. Mi ha sostenuto nella mia battaglia persa, quella con mio fratello malato, a  lei bastava che tornassi, facessi una doccia, indossassi il mio profumo, una scodella io, una ciotola lei…..poi gli altri dicevano la loro…..ma lei con il suo ronfare mi distraeva, mi rincuorava…..

Ha rotto in gioventù  qualche soprammobile,  mi ha graffiato gambe e braccia, ma sempre e solo per dirmi” OH MA SEI VIVA? .”  per ricordarmi di restare con i piedi per terra.

Siria ha  diciassette anni, o forse ne ha  uno in più   e non li nasconde, è scorbutica , mangiona, dorme quando deve star sveglia ,e viceversa. Io son sempre più Siria e lei sempre più Rosy ….si tuffa nelle cose che sanno di me, del mio Paris …..io cerco il suo  grigio mantello da accarezzare  quando voglio ritrovare un po’ di equilibrio.

Dei gatti si dice che sono opportunisti, menefreghisti….. non so come sono gli altri …., io so come è lei ….la mia gatta….una certosina grigioazzurra ……che come molti dicono,  non andrà oltre i ventanni….! Ma poi  che ne sa la gente, son tutti veterinari, psicologi  ….tuttologi….

Siria starà  con me …per sempre… come  tutto ciò  che si ama…..

***

UNA FAMIGLIA DI …. CONIGLIETTI – di Mimma Caravaggi

Avevo invitati a cena e gli ospiti si presentarono con un regalo  al di fuori di ogni regola:  ben due coniglietti bianchi soffici e morbidosi che mi fecero sciogliere subito come neve al sole. Piccoli e grassocci. Appena li toccavi l’istinto era di portarseli al viso e affondarlo in quella massa pelosa. Ti rilassavano come un antistress naturale. Mi dimenticai di tutto: della cena e delle pietanze sul fuoco. Non volevo più staccarmi da quei due soffici animaletti. La mia vita cambiò molto. Diventai apprensiva. Oltre ai cani non avevo mai avuto altri animali in casa, questa era una novità.  Fortuna volle che, Renata, una cara persona che mi aiutava con le faccende di casa e conosceva gli animali da cortile, mi alleviò la preoccupazione di trovare loro da mangiare visto che  non sapevo proprio nulla in proposito. Così i miei coniglietti crebbero belli grassi e contenti. Detti loro un nome: Pippo-pippo al maschietto e Pandora alla femminuccia. Alberto, mio marito, costruì per loro, con tanta passione e maestria, una gabbia  di legno bellissima e capiente che mettemmo dentro il  vecchio, enorme e  non usato caminetto in salotto. Pandora era calma. Se ne stava tranquilla nella sua parte di gabbia, Pippo-Pippo invece prese l’abitudine di troneggiare sopra e di scendere sempre da una lato e risalire dall’altro dopo aver fatto una piccola sosta davanti alla sua bella. Ero felice. La sera dopo il lavoro aprivo la gabbia e anche Pandora   usciva e in una di queste sortite successe il “fattaccio”: lei rimase incinta ! Fu una bellissima esperienza che non potrò scordare. La sera prendevo Pandora la tenevo in collo e allentavo tutta la tensione della giornata passata al lavoro. Era di un soffice e così morbida, era un piacere coccolarla e a lei piaceva molto e andava in catalessi non appena la mettevo a pancia in su. Alberto provvide a costruire una grossa scatola di legno  con un piccolo ed unico pertugio per entrare e lì Pandora iniziò a preparare la “culla” strappandosi tutto il pelo dell’addome misto a fili d’erba; il tutto di una pulizia meticolosa. Mai usò quel rifugio come lettiera. Dopo soli tre mesi nacquero due piccolissime e meravigliose conigliette a cui detti i nomi di Isotta la più grassoccia e Fraschina la più piccola. Erano un capolavoro. Mai avrei pensato nella mia vita che mi sarei affezionata tanto a dei conigli. Le piccole erano un terremoto. Fuori dalla gabbia erano uno spettacolo : danzavano. Sembravano due piccole ballerine in bianco tutù che saltavano  piroettando  in aria atterrando poi delicatamente a terra come petali di fiori nell’acqua. Ero incantata. A volte si nascondevano sotto i mobili e le sentivo grattare, così le richiamavo a voce imperiosa per farmi ubbidire  e la bellezza era che si fermavano immediatamente,  affacciandosi con la sola testina da sotto il mobile. I loro musetti erano uno spettacolo e come due birbe dopo essersi accertate che non c’era nulla di cui preoccuparsi tornavano tranquillamente al loro grattio, ben  nascoste. Il gioco si ripeteva per gioia mia e di Alberto. D’estate si trasferivano nella “seconda casa” costruita in giardino dentro un recinto dove scorazzavano tutti liberi e felici per andare a coricarsi nella scatola con quell’unico pertugio che serviva loro come camera da letto e da dove potevano  affacciarsi ad ogni rumore curiosi come non mai. Un giorno dei nostri amici mi chiesero di prendere il loro coniglietto, abbandonato dal nipote, e lasciato a volte senza mangiare in una piccola gabbia posta in giardino lontana dalla casa. Fui colpita dalle condizioni in cui riversava quella dolce bestiolina e non riuscii a dire di no. Così portai a casa Peppiniello, di razza diversa e molto più piccolo dei miei. Peppiniello è stato una nuova scoperta. Misi anche lui nel caminetto prima in gabbia poi libero perché non combinava guai era dolcissimo e andava d’accordo con Pippo-pippo. Prese l’abitudine, appena mi presentavo in salotto la mattina, di farsi trovare sull’angolo del caminetto. Io mi chinavo mentre lui si metteva in piedi e con la sua linguetta rosa e rasposa mi dava tanti bacini sulla guancia o sul naso. Io mi commuovevo pensando che a volte gli umani non riescono ad essere così affettuosamente dolci. Erano la mia famiglia!!! La sera tornavo dal lavoro, stanca ma appena li vedevo e mi venivano incontro sul bordo del caminetto tutta la stanchezza passava in un attimo. Poi a volte mi mettevo Pippo-pippo in tasca e lo portavo in giro per casa con me poi facevo un cambio, a volte ne mettevo anche  uno per tasca e me li portavo in cucina a  preparare la cena. Era bello tornare a casa e trovare questa morbida e calorosa accoglienza. Non potrò mai dimenticarli anche se era faticoso tenere pulita la gabbia e, dargli da mangiare cercando di variare la dieta evitando  le stesse cose ed era bellissimo vederli mangiare una mela o una pera o la famosa carota attaccata ad un gancio mentre ci si buttavano sopra voraci e si spintonavano per il posto migliore come due bambini dietro ad un gioco. Pandora e Pippo-pippo sono stati con me cinque anni e sette anni Isotta e Fraschina. Peppiniello fu l’ultimo ad andarsene, era arrivato più tardi e devo dire che ho pianto calde lacrime quando uno alla volta mi hanno lasciata. Per un lungo periodo non volli più nessun animale in casa perché la sofferenza era stata tanta. Ero risoluta nella mia decisione fin quando mamma non arrivò con ……….

Scrittura come soggetto teatrale – Intervista a Alessandro Riccio

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Scrittura come soggetto teatrale in:

“Diciassettesimo capitolo”

Scritto e diretto da Alessandro Riccio

Teatro Comunale di Antella dall’11  al 24 gennaio 2018

 

Intervista di Cecilia Trinci a Alessandro Riccio

Alessandro Riccio – attore, regista e scrittore fiorentino di grande versatilità. Definito “esperto di trasformismo” per  “Il lungo studio della relazione espressiva tra corpo e personalità” che gli permette ogni volta di materializzarsi  in personaggi diversi, aiutato dall’uso sapiente del trucco e di sontuosi costumi e parrucche, che rendono il suo stile inconfondibile e personale e a cui ricorre per sottolineare l’importanza della fisicità dei caratteri.

 

Un pubblico attento e innamorato quello che Alessandro Riccio da molti anni coltiva, rispettandolo e ascoltando le emozioni che manifesta in teatro,  considerandolo non come indistinta barriera di sagome sedute in  poltrona, ma come realtà palpitante e presente.

Un pubblico che nel tempo si è affinato, nel gusto, nella competenza e nella consapevolezza, come lo stesso Riccio descrive e come appare dalle risposte alle domande, a corredo  di questa intervista.

“Diciassettesimo capitolo” è uno spettacolo che si allontana per certi aspetti dallo stile inconfondibile di Alessandro e a cui siamo abituati. C’è chi ammette di seguire lui ovunque vada, indipendentemente da ciò che mette in scena, ma una volta visto, il pubblico sa distinguere e giudicare.

Qual è il segreto di tanta affezione? Il pubblico fiorentino è difficile, esigente, poco incline alla benevolenza.” “ I fiorentini amano la semplicità, l’essenza e capiscono quando nelle cose ci metti l’anima, risponde Alessandro. La mia grande testardaggine, la  tenacia è la  mia forza. Ho fatto sempre quello che ho amato e ho rispettato il pubblico, i suoi gusti, i suoi tempi. Le persone vengono a teatro e ti fanno un regalo,  le devi conquistare, le devi stravolgere, dare uno scossone, ricaricare le loro batterie e allora tornano. Devono sentire che quando escono non sono le stesse di quando sono entrate. Anche lo spazio teatrale si carica dell’entusiasmo che si esprime sul palcoscenico e lo ridistribuisce al pubblico. L’entusiasmo è contagioso. Poi è importante informare. Non si va a vedere un testo per un volantino. Il passa parola è l’unico mezzo efficace. Devi convincere, dare notizie dirette. E’ la fiducia che conta! Oggi i mezzi di comunicazione possono essere infiniti.  Il blog funziona molto per il teatro ma ce ne sono pochi ancora. Ho con molti che mi seguono un rapporto anche personale e mi piacerebbe averlo con tutti. Non sono snob e non mi piacciono i formalismi. A Firenze la mancanza di forma trionfa. Siamo semplici, abbiamo bisogno del contatto”.

Il tuo pubblico è davvero attento, parlando con me hanno motivato il loro appprezzamento e hanno sentito il lavoro che c’era dentro a vari livelli: nella sceneggiatura, nella regia, nella recitazione. Ma tu fai  tutto da solo?”. “Studio tantissimo. Dopo tanti anni  ci metto meno tempo a realizzare uno spettacolo, ma sono molto preciso. E ho bisogno di lavorare con gli altri. Si sente l’apporto energetico che aggiungono. Prima di un lavoro nuovo facciamo sempre una prova aperta con un gruppo di affezionati e scriviamo tutto quello che ci dicono. Quando vado in scena  ho bisogno di sentirmi sicuro, di credere davvero in quello che sto facendo. Ascolto i pareri di tutti, anche di chi non è addetto ai lavori. Ascoltare è il mio segreto. Non molti sono disposti a farlo, a esporsi a critiche, che  poi il più delle volte, si rivelano costruttive e intelligenti. Ho seguito spesso indicazioni di signore o di ragazzi che non avevano esperienza specifica. Così la sera della “prima”, abbiamo già passato un vaglio. Non ce la posso fare solo con il mio gusto e visto che io recito nei miei spettacoli potrei perdermi qualcosa dell’insieme, se non ascoltassi tutti i punti di vista e le angolazioni di tutti gli spettatori.” Mettersi in gioco in vari momenti, anche prima dello spettacolo…. è importante per me. Lo fanno in America, qui ancora non molto, ma devi essere sicuro di te, del tuo gusto, del messaggio che vuoi dare e quando  porti in scena lo spettacolo deve essere completo, definito. Non si può far pagare il biglietto per un lavoro non ancora completato, per uno “studio”.

Il pubblico ha apprezzato molto le attrici con cui lavori: questa volta Sabina Cesaroni e Celeste Bueno. Come scegli gli attori con cui lavori?” “ Mi piace cambiare attrici…..impari moltissimo dalle persone diverse. Hai possibilità di capire nuove sensibilità. Vedo molti spettacoli e mi ricordo di chi osservo. Ho una specie di archivio nella testa e so dove andare a cercare secondo le necessità del testo. Non tutti possono fare tutto. Anche nei miei confronti avverto quando mi chiedono di recitare un ruolo  che non si adatta a me. In questo caso Sabina era sconosciuta ai più, in veste di attrice. E’ conosciuta più come danzatrice, ma qui è una vera rivelazione, è adattissima a questo ruolo, anche per le sue esperienze personali. Come pure Celeste, l’avevo vista anni fa e mi sono ricordato di lei”.

Si parla di scrittura in questo testo. Perché?” “Ho pensato a una passione, ma anche a qualcosa che si porta avanti da soli e che dà energia. Lo scrittore scrive in solitudine, si autoalimenta e più scrive più cresce e si appassiona al suo lavoro. Non sempre è così. Per esempio in teatro non ci si può esprimere da soli”.

La scrittura è un elemento della tua vita”. “Sì è vero, scrivo i miei testi. Mi dedico in modo totale quando accade. Riesco a scrivere una sceneggiatura in due giorni. E’ un’arte che assorbe, che annulla, in cui fai  tutto da solo”.

Il pubblico è stato colpito da questo spettacolo,  un po’ diverso dagli altri, più di analisi interiore”. “Credo che il motivo sia la grande intensità emotiva che passa. Si parla di morire, di paura di morire, di non voglia di morire. La vita è piacevole e  quando la religione non è più tanto forte con le sue promesse di un al di là appagante,  si ha più paura di prima della morte. La passione per qualcosa che scalda l’anima può aiutare a restare vivi fino alla fine. La scrittura è una di queste”.

 

Si ringrazia per la disponibilità all’incontro: Alessandro Riccio, Sabina Cesaroni, Celeste Bueno la Direzione del Teatro e il pubblico presente alla replica del 21 gennaio 2018 presso il Teatro Comunale di Antella

Nel silenzio tra le nuvole più su…(Lucio Dalla)

 

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 di Emilia Caravaggi

La mia testa è spesso tra le nuvole e vi dirò che non è che mi dispiaccia molto. Amo le nuvole. Le fotografo spesso, all’alba, al tramonto, nel mezzo di un temporale. Come la neve le trovo attraenti, soffici e bianche. Mi piacerebbe un giorno poter salire su un aereo e farmi depositare lassù in mezzo a loro per guardare dall’alto verso il basso quel caos di terra dove viviamo.

“Non è bella come te questa luna” (Lucio Dalla)

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MA NON È BELLA COME TE , QUESTA LUNA – di Rossella Gallori

“tu che mi sorridi verde luna…… “

Me la cantava mio padre…la sua voce bella, impostata….no non era una canzone  per una bimba, ma era una delle sue canzoni per me, ed arrivava nel silenzio, ero affascinata dal profumo del suo amore, su quella luna che mi doveva proteggere…e niente era più  bello di me, non c’era notte per noi, non c’era buio, solo una canzone, ed una luce, ed una pace…poi si tornava a casa, la 1100 in garage e la luna vera, che non era verde, ma che era comunque nostra.

“BABBO SON PIÙ BELLA IO O LA LUNA”???

“NON È BELLA COME TE QUESTA LUNA” !!!

Chissà cosa voleva dire, chissà!

C’è la stessa luna di allora, stasera, nessuno mi canta canzoni, nessuno da secoli mi dice che son bella…..canto da sola la nostra canzone, senza aprire bocca, senza riprendere fiato, un canto stonato e sommesso che solo il ritmo del cuore interrompe.

 “Tu che mi sorridi verde luna……”….

 

 

Margherite bianche

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Petali di Margherita  – di Aldo Bombaci

Gelido era il lembo di terra  che per tre lustri fu dimora,

né freddo, né pioggia né vento

scalfirono allora  l’essenza della pianta in fiore.

Bianchi petali di purezza splendevano

al Sole di primavera

in quel luogo di silenzi dove il tempo s’ è fermato,

lá oltre il grande cancello son rimasti gli  augelli

ed alti cipressi a scandir le ore del creato.

Nella terra cruda le radici

affondavano

e da quella nutrimento suggevano

allorché rigogliosa divenne

per far della sua ombra protezione del passato.

La danza

danza

La danza dei ricordi – di Roberta Morandi
A volte riaffiora…a volte.
Non è usuale, ma può accadere che all’improvviso mi balzi alla mente un vecchio ricordo, anzi una sensazione di ricordo, sì perché non ne sono così cosciente e sicura che sia proprio mio.
Può essere confuso  con una forma di desiderio di ricordo: quale è  il confine fra ricordo e fantasia, come si legano?  C’è  un luogo nebuloso, un passaggio non definito, senza contorni dove tutto è grigio e avvolto di nebbia, e qui avanzano e a volte arretrano i ricordi e si mescolano con le fantasie in una danza non ritmica, predisposta per il palcoscenico della mente: è  allora che qualcuno balza avanti, si fa spazio e arriva lì,  per me, pronto per essere impacchettato e detto.
Ma tutti non ci possono stare, alcuni devono essere cestinati, altri si nascondono per non essere scartati, altri ancora si camufferanno, altri se ne staranno silenti e nascosti e non torneranno mai, o forse solo nell’ultimo istante, insieme al soffio di brezza, ultima carezza di vita e quello sarà  il più bello  che mi avvolgerà .
Ricordi nascosti, celati, camuffati.
Ricordi appena nati e poi subito spariti
Ricordi che fan capolino in mezzo ad altri che proprio non ci incastrano nulla, eppure sono lì…ma che ci fanno?
Ricordi  che non voglio ricordare, ma che arrivano prepotenti, che invadono altri ed io non so più chi è  cosa e dove.
Ricordi che non avrei mai creduto di possedere
Ricordi che avrei voluto ricordare di più
Ricordi che paiono futuri e altri che non ricordo più.