Solitudine e paura

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SOLITUDINE – di Emilia Caravaggi

Solitudine, dolce incanto dopo il brusio di tante parole dette e ridette e senza senso. E’ bella se sai apprezzarla, capirla e se non hai paura. E’ il tuo angolo privato con musica e libri che colmano la tua voglia di restare sola anche solo nella contemplazione di un tramonto da una terrazza fiorita e profumata da dove i tuoi pensieri volano nel vento tiepido della sera per raggiungere il loro destino. Non si è mai soli se non hai paura. Il silenzio è pace, è gioia che ti circonda più di una piazza affollata di gente che non sa bene dove andare, dove stare.  La solitudine si, è il riposo del corpo e della mente se non hai paura. Io ho paura.

Ancora su Anime salve – le parole di De André

http://www.fabiosroom.eu/it/canzoni/anime-salve/

“Anime Salve” è cantata con Ivano Fossati. Spiega De Andrè:

“Il titolo dell’album si rifà all’etimo delle due parole anima e salvo, e vuole mantenere il suo significato originario di spirito solitario. Nel verso ‘mi sono visto di spalle che partivo’ già si accenna al rifiuto dell’identità anagrafica, cioè del personaggio costruito da un’autorità che vuole imporre a ciascuno di stare al mondo o al proprio posto; la solitudine, che in questo caso consiste in una scelta autonoma, consente di non stare nel mucchio: la sola condizione idonea a non essere contaminati da passioni di parte è uno stato di tranquillità dell’animo che permette di abbandonarsi all’assoluto, alle sue immagini e alle sue voci, interiori ed esterne, senza marchi posticci.”

 

Fascino della solitudine

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Com’è bella solitudine – di  Nadia Peruzzi

Voci lontane, che si fanno vicine. Troppo. A pancia all’insù ero perso in un cielo così blu, da scivolare in indaco. Solo qualche nuvola a punteggiare quella distesa che sapeva un po’ anche di mare!

La fronda dell’albero a coprire gli occhi e la faccia, mentre il sole, in quella frizzante giornata di marzo riscaldava il mio corpo rilassato e felice.

Ero lì da solo, senza un pensiero particolare da seguire.

Solo il piccolo stridere degli animaletti del bosco da ascoltare, il fruscio dell’erba mossa dal vento, il canto di qualche uccellino in volo, e  profumi di una promessa di primavera, che iniziava a reclamare lo spazio che le spettava dopo il freddo dei giorni appena passati.

Ero andato in quella radura che conoscevo come luogo non battuto. Fin troppo difficile arrivarci, su per quel sentiero impervio. Avevo bisogno di pace.

Stavo per abbandonarmi del tutto alla sensazione di benessere che si stava impossessando del mio corpo, quando li sentii. Prima in lontananza, poi sempre piu’ vicino. Prima una voce gracchiante e sopra le righe, poi tutte le altre invadenti e irrispettose. Erano in gruppo e con le radio a tutto volume. Con l’orecchio a terra potevo sentire i rimbombi dei loro passi quasi cadenzati, da esercito.

Purtroppo non suonavano come quelli dei liberatori. Tutt’altro. Non potevo vederli, tuttavia sapevo  che c’era in arrivo  uno dei tanti gruppi di barbari che, con estrema difficoltà e moltissima pazienza, qualcuno avrebbe pure potuto ricondurre sulla via della civilta’. Non io, non in quel momento. Me ne andai a gambe levate, per non doverli incontrare!

 

Solitudine

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SOLITUDINI……- di Rossella Gallori

È un cappello stretto, vecchio, che non riesci a buttare…

è una morte temporanea, che mette a lutto, ogni volta che bussa alla tua porta…

è la voglia di scappare, ma la catena è corta e qualcuno ha rubato il lucchetto ….

è un telefono che non squilla, una voce che non senti….

è un freddo letale, in piena estate….

è un caldo asfissiante, che lentamente ti  soffoca in un inverno di ghiaccio…

è un cuore, stanco, che perde colpi, ad ogni passo….

…..è quando ci sei e nessuno ti vede…..

Ispirandosi alle parole di altri “Mi sono visto di spalle che partivo”

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Mi sono visto di spalle  che partivo – di  Roberta Morandi

Hai fatto le valigie, con quello  che hai voluto portarti dietro, due libri, Lettera ad una professoressa e Pinocchio, un abitino di mussola a fiori, un paio di ciabattine e niente altro, avevi indosso un paio di jeans sdruciti ed un maglione troppo grande per essere il tuo.
Te ne sei andata via senza un saluto, senza un abbraccio, senza dirmi niente, senza neppure un sorriso o una pacca sulla spalla, come usavamo fare quando ironicamente ci scambiavamo le nostre idee, sempre diverse, anzi, direi quasi agli antipodi.
Hai sceso le scale e lentamente, con la tua agile falcata, ti sei incamminata lungo il vialetto che dalla casa porta alla strada, non ti sei neppure voltata indietro per un ultimo saluto, anche con la mano o uno sguardo. Dritta e sicura sei andata verso il tuo destino, il tuo futuro, non una spiegazione né  uno sguardo complice.
Tu sei così, o ti capiamo al volo o pazienza e ci lasci esterrefatti e stupiti e increduli.
E poi non torni i dietro, no sui tuoi passi mai, una decisione è cosi: si prende e basta.
Ti allontani e io ti vedo di spalle, di dietro fino a che non scompari nel riverbero accecante del sole…sono io.

Ispirandosi alle parole di altri “Sono solo passaggi di tempo”

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Sono solo passaggi di tempo – di Patrizia Fusi

Sono in macchina con mio nipote stiamo andando a Firenze, mentre guido la città scorre accanto a me, luoghi conosciuti dove io ho trascorso una parte della  gioventù.

All’età di quattordici anni lavoravo da quelle parti, i ricordi mi affiorano alla mente e glieli racconto.

Ero commessa in una succursale di una lavanderia, nella giornata avevo tanto tempo libero quando non avevo da fare con i clienti, così presi l’abitudine di leggere.

Iniziai con una collana per ragazzine che una mia cara amica mi passava, ad un certo punto mi venne un rifiuto fisico per quel tipo di lettura, allora iniziai a leggere i gialli Mondadori che compravo da un giornalaio vicino al negozio, anche questi tipo di libri mi vennero a noia, e passai ad altra letteratura.

Gli racconto di una mia insicurezza di ragazzina, il negozio chiudeva alle diciannove e trenta,  facevo i viali a piedi per andare a prendere l’autobus sui lungarni, nel percorso passavo davanti ad una caserma di militari, alcune volte li incrociavo nella loro libera uscita, quando li vedevo cambiavo marciapiede, mi sembravano tanto grandi e i loro apprezzamenti mi imbarazzavano.

Nel frattempo siamo arrivati, mi sono fermata vicino ad una villa, ricordo che in quel periodo quella villa era in stato di abbandono, io a quei tempi ci ho fantasticato molto su chi poteva essere il proprietario e per quale motivo non ci abitava o quale dramma c’era dietro quell’abbandono.

Ora è la sede di una banca.

Mentre gli racconto tutto questo, mi vedo ragazzina che gira per quei luoghi con tanti sogni, speranze, incertezze, paure, ma aperta alla vita.

Tanti ricordi ………passaggi di tempo.

 

Il tiro con l’arco in un libro – Fitarco che passione! di Ugo Ercoli

Tra ricordi e polemiche, tra sogni e rimpianti, tra speranze e illusioni un libro che riassume cinquant’anni di tiro con l’arco di Ugo Ercoli. Un omaggio alla passione, alla tenacia, all’amicizia e alla potenza indiscussa della parola.

Tra gli ospiti: Eugenio Giani, Paolo Allegretti, Franco Morabito, Giorgio Cavini,  Tiziana Scalisi nella sempre splendida cornice del Teatro Comunale di Antella e per la cortese disponibilità di Riccardo Massai.

 

I Mercoledì della Matita – I diari di bordo: la potenza del viaggio è nel ritorno – Un viaggio su carta attraverso i confini

 

Emma Rotini, Paola Barzagli, Cristina Binarelli leggono i diari di Roberto Zatini e Mirella Calvelli alla Bibliocoop di Bagno a Ripoli con Cecilia Trinci e diversi graditi ospiti.

La diversità dell’andare e del fermare su carta un movimento nel mondo: stili e contenuti diversi per  conoscenze diverse ispirate all’incontro con gli esseri umani in dimensioni inconsuete, sotto colori di religioni, musiche e parole diverse.

Ispirandosi alle parole di altri: “Mi sono visto di spalle che partivo”

Mi sono visto di spalle che partivo – di M.Laura Tripodi

Sembrava che Jack Vettriano avesse dipinto quel soggetto per me.

Un uomo di spalle, con la camicia bianca arrotolata sui gomiti, il cappello in testa e una valigia in mano.

Fuma, fuma e cammina  lungo la riva rocciosa di un mare  ostile. Sopra di lui un cielo grigio denso di nuvole minacciose, ma a tratti solcato da scolorite  strisce azzurre.

Eccola lì: la solitudine.

Chissà dove sta andando e cosa porta in quella valigia.

Forse   non va da nessuna parte e sta  semplicemente osservando e ascoltando il mare.

Forse il suo bagaglio non contiene abiti, ma ricordi, speranze, illusioni e qualche abilità.

Ho riconosciuto Laura  che certe volte sembra andare alla  deriva, ma poi ritrova sempre la strada.

E mi guardo andare di spalle perché è come se una seconda me stessa sorvegliasse quel cammino.

Ho sentito quel soggetto in maniera così profonda che ho scelto di ridisegnarlo, ma in bianco e nero, come se il colore fosse un riempimento del  futuro.

Quando mio cognato l’ha visto mi ha chiesto se glielo potevo regalare. Adesso è  a casa di mia sorella.

Ispirandosi alle parole di altri: “Certi passeggeri malumori”

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Certi passeggeri malumori – di Stefania Bonanni

Arrivano strisciando, sempre più silenziosi, si infilano nelle scarpe e formicolando salgono su per le gambe, poi più su, soffermandosi nel petto, lì dove nasce e vive il respiro. E, come soffiando, cambiano il suo ritmo, che diventa corto, a momenti un po’ ansimante. Non si fermano i malumori, contraggono le spalle, affossano il collo, induriscono il sorriso, fanno ronzare le orecchie e per ultimo, si impossessano dei pensieri.

Con un misterioso, portentoso talento, scacciano quelli un po’ banali, quotidiani, che regolano le funzioni semplici di giornate comuni, e trivellano in profondità, e non si fermano, fino a quando non riescono a trovare le pietre dure, quelle che si sono sedimentare chissà dove, ma così in profondità da rendere l’estrazione troppo costosa anche solo per essere tentata. Allora si manifestano ricordi che si pensava non facessero più male, ed invece si scopre che certi giorni restituiscono loro grande fiato. E non basta ancora, arrivano paure indicibili, pensieri neri, incubi pronti a cascarti addosso.

Chissà perché basta uno strano senso di malumore a dare l’esatta misura dello spessore del filo su cui si cammina.

Per fortuna ho sempre sentito molto i cambiamenti del tempo. Spero davvero piova presto, e per tanti tanti giorni.

Ispirandosi alle parole di altri: “Parlare ininterrottamente”

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Parlando ininterrottamente – di Rossella Gallori

 Zitto, per favore, zitto….

E ti coprivo la bocca, con la mano.

Zitto, per sei, cinque, quattro minuti….anche solo per tre.

Cercavo di distrarti, di fare in modo che il tuo parlare senza sosta ….il tuo narrare, rincorrere parole, ricominciare, descrivere,  andare e tornare, diventasse silenzio, un silenzio di ascolto.

Inutile, ….zitto, ti prego zitto, almeno due minuti,e sganciavo il primo bottone, della camicetta color Nilo.

Zitto, ma tu non mi guardavi….

Per favore, zitto …..e distratta accavallavo le gambe….e la gonna saliva ….saliva ….

Ed insieme a quel brusio , cascate di parole, ti ho baciato.

Imperterrito hai continuato a parlare….

Quando ti ho sparato …..ed al primo colpo,  ho centrato la tua bocca….parlavi ancora….

Così parlando ininterrottamente,  sei morto.

Nel frastuono del mio silenzio,  nella mia voglia di dire  qualcosa, di essere  ascoltata ….

Zitto finalmente, zitto, ora parlo io!

 

Anime salve

Anime salve trae il suo significato dall’origine e dall’etimologia delle due parole “anime” “salve”, che sta a significare “spiriti solitari”.  Testuali parole di De Andrè sull’elogio alla solitudine: «Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili, credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri. Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita che  credo di aver vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura. »

 

Solitudine bianca

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Da un lavoro su “Anime salve” di De André e “Amata solitudine” di Franco Battiato

Solitudine a Micene – di Lorenzo Salsi

Mi scoprii solo ma felice, seduto su di uno scranno di pietra, una pietra regale.

Solo, fermo, silente, attorniato dal silenzio, assoluto silenzio. Tutto si era acquietato, le voci, le grida del giorno, del sole, del sudore dei gitanti, delle emozioni.

Silenzio e solitudine che salutavo come compagni di strada, di tragitto, una strada ferma, un viaggio mentale in piena solitudine.

Meccanicamente accesi una sigaretta; fu il rumore metallico dello Zippo che mi riscosse, mi svegliò, facendomi trovare improvvisamente solo, di quella solitudine un po’ malinconica ma gradevole.

Nella mia mente però si muovevano lente alcune frasi, quasi sconnesse, dell’Odissea, dell’Iliade, di tragedie greche ma anche neo classiche ottocentesche .

Seduto, solo, con la sigaretta accesa che si consumava senza essere fumata, la più buona e saporita sigaretta che abbia mai fumato.
Seduto, solo, su quel trono fittizio forse di Agamennone .

Seduto, solo, ma gioioso. Seduto su Micene, solo, che bellezza .

 

Ispirarsi alle parole degli altri: “Sono state giornate furibonde….”

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Sono state giornate furibonde – di Carla Faggi

 Di che colore è una giornata furibonda?

Non certo bianca.

Forse marrone con schizzi di grasso.

Le braciole fritte.

L’olio sgocciolato nel fornello.

Il puzzo di grasso nei capelli che ho appena lavati.

Il cappotto appeso nell’ingresso è inavvicinabile.

Mi cambio tutto, perfino le mutande.

La cucina è furibonda, apro tutte le finestre ma fa freddo.

Dubbio amletico: meglio il puzzo di fritto o il vento gelido?

Rinuncio a darmi una risposta, uscirò e metterò il piumino che era nell’armadio.

Buono il fritto, dice mio marito, dovresti farlo più spesso!

 

 

Una fetta brillante

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Una fetta brillante – di Stefania Bonanni

Dopocena di una sera freddissima. Metto in moto e parto, verso la città. Comincia la discesa, non incrocio macchine, il freddo invita a rimanere a casa. Sono sola, incerta tra la mancanza e la libertà. Mi tuffo nel mare scuro della notte, poi d’improvviso la vedo. Una fetta d’oro brillante, posata con grazia sul contorno lontano di brutti condominii, che non meritano tanta preziosa corona, ma non avranno altro riscatto.

Una notte così può coprire e trattenere, o sembrare eterna . Una luna così commovente, più tenera e perfetta di quella nel cielo artificiale del presepe, più gialla di quella d’argento, più vera di quella rossa, può bastare a far risplendere il pozzo. La notte rende immobile il mondo, costringe il giorno a fermarsi, a ripensarsi, e nello stesso tempo gli regala un senso. Perché non ci sarebbe il sole, senza la luna. Non nascerebbe il giorno, senza la notte.

Potrebbe tutto essere possibile, sotto una luna così. Non illumina come quando sarà rotonda, non allunga le piccole ombre di uomini ancor più piccoli, non costringe a baci romantici, non sarà ritratta in paesaggi illuminati, ma, se la cerchi, c’è. Una luna privata. Una luna discreta. Una luna sorella. Una luna che fa sembrare eterne le strade vuote, le finestre chiuse, le luci spente, i respiri tranquilli ritmati dal sonno.

Si potrebbe mangiare, sotto una luna così. “Non arance, frutta verde, e gelata”, che faccia strizzare gli occhi e riempia la bocca di vita. Ci si potrebbe abbracciare, sotto una luna così, e non finirebbe la notte.

Allora ti chiamo: “Non chiudere senza guardare la luna. Cercala, prima di chiudere le finestre”

-“Ma guarda che c’era già quando sono tornato. E non è un granché…non è neanche piena”

Bersaglio

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Sprofondare in un bersaglio – di Ivana Acciaioli

Giallo:  vivere con intensità

Rosso:  aiutare

Blu: ascoltare

Nero: comunicare

Bianco: realizzare

Nel giallo del bersaglio arrivo scagliata dalla freccia della vita e godo d’intensità, ogni momento è appagante, pieno. Che sia per dolore, felicità o amore tutta la passione del rosso che in me si raccoglie mi fa offrire mani e gambe a chi nel rosso sprofonda, posso aiutare perché il mio mondo si è arricchito, si è agghindato di voglia di dare, posso ascoltare emergendo dal blu di un mare da cui affiorano corpi, idee, sentimenti;  ho la certezza di poter comunicare allontanandomi dai miei bisogni per accogliere gli altri e condividere sogni e passioni con la certezza che insieme o da soli si possa realizzare il meglio di noi e della vita, tutto prima che la freccia mi scagli nel sole giallo e luminoso dell’eternità.

Concentrarsi

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Concentrarsi – di Ivana Acciaioli

Era rimasta senza benzina , lì in strada, e già sentiva le parole che avrebbe detto suo marito su dove avesse la testa cioè la sua non testa. Non aveva voglia di ascoltare i rimproveri per la sua scarsa concentrazione verso la spia del carburante e così decise di chiamare Carlo il suo grande amico, presente per lei ogni volta che si sentiva smarrita , sola. Sarebbe accorso con il suo sorriso e una stagnetta di benzina senza fare commenti sulla sua distrazione, sul suo essere donna poco attenta al rifornimento auto.
Mentre lo aspettava passò in rassegna la sua giornata per cercare inconsapevolmente una  giustificazione.
Quel mattino,dalla cucina, aveva diretto le ricerche dei calzini del marito, che seppure davanti al cassetto aperto non li trovava.
-Sono a sinistra sotto quelli grigi da palestra.
L’immagine del cassetto era lì davanti ai suoi occhi anche se  stava preparando la colazione,  intanto guidava anche il figlio più piccolo che non trovava in camera il libro di storia.
-Sta sotto quello di geografia sullo sgabello in fondo al letto.
Contemporaneamente la figlia quindicenne si lamentava cercando disperatamente i pantaloncini da palestra.
-Li hai lasciati in bagno all’attaccapanni dietro la porta.
Al lavoro in ufficio aveva avuto a che fare con il suo capo che spostava appuntamenti e riunioni con una velocità insolita, obbligandola a sistemare le varie situazioni.
In pausa pranzo era corsa a fare la spesa per organizzare la cena.
Non credeva proprio di meritarsi critiche per la sua mancata attenzione  alla piccola pompa di benzina illuminatasi sul cruscotto forse da qualche giorno.
In casa l’avrebbero presa in giro , nessuno le avrebbe fatto sconti, quindi decise di tacere l’accaduto.
Ecco il sorriso arrivare prima di lui, come aveva previsto, un bacio , un abbraccio e insieme fino al distributore più vicino. Carlo era davvero un bell’uomo, chissà perché non si era sposato; quando era tornato in paese dopo gli studi universitari lei invece era già mamma.
Era da sempre  il suo punto di riferimento più spensierato.
Decise che si sarebbe concentrata di più su di lui.

Ci vuole concentrazione!

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CONCENTRAZIONE – Di Simone Bellini

Concentrazione, ci vuole concentrazione !

Dieci e mezzo di sera, l’ora è quella giusta! Il buio ti isola da tutto e da tutti,mentre il fascio di luce della lampada da tavolo focalizza la lastra di zinco preparata per la “ceramolle”.

Ci vuole un po’ di musica, quella giusta; Radio Montecarlo a quest’ora trasmette sempre della musica educata, ricercata, mai invadente, perfetta per concentrarsi, da gustare appieno nella riservatezza delle cuffie, per rispettare il silenzio degli altri.

E’ la prima prova, di questa tecnica, che affronto da quando mi sono iscritto al corso di “incisione ad acquaforte”. La lastra di zinco viene riscaldata tiepidamente (nel mio caso sopra il termosifone) come pure la cera che andrà stesa in maniera uniforme su di essa. Poi si adagia sopra la cera ancora molle (da qui il nome di questo tipo di incisione ) un foglio di carta velina sul quale potremo fare uno schizzo a matita di un qualsiasi soggetto. Quando verrà staccata la velina i segni della matita porteranno via la cera lasciando scoperta la lastra nei punti dove si vuole che l’acido, in cui sarà immersa, corroda. I solchi dell’incisione saranno più o meno profondi a seconda del tempo d’immersione, determinando la quantità d’inchiostro che ci vorrà per dare alla stampa l’intensità voluta del segno.

Ecco ci siamo! Accanto alla lastra una foto del National Geographic di una foresta con dei ruderi di pietra; il soggetto del mio schizzo. La penombra e la musica creano l’atmosfera perfetta.

Inizio e la mia mente piacevolmente concentrata razionalizza le fasi del disegno stando attento a non sbagliare.

Nel delineare un bosco non c’è una prospettiva precisa, quindi l’erba e le foglie più vicine devono essere più grandi e precise di quelle sul fondo. L’intensità della luce che passa attraverso le fronde dei rami sarà più diffusa e tenue in alto, più contrastata e decisa in basso.

La mano va libera e decisa, guidata lucidamente dai miei pensieri tutti concentrati su quel disegno, non esiste altro in quel momento. In poco meno di due ore ho finito lo schizzo, è quasi perfetto, devo rafforzare i punti più scuri per delinearne i contorni e i contrasti con la tecnica dell’acquaforte (è come la ceramolle senza velina, la cera viene graffiata con una punta a spillo ed i segni vengono più forti e decisi ).

Il lavoro è finito, è stato gratificante vederlo stampato in colore seppia che ho scelto per mitigare la crudità del BIANCO e nero ed avvicinarmi al VERDE  del bosco.

E’ la concentrazione il segreto della vita, se riesci ad applicarla in ogni tuo impegno potrai ottenere i risultati voluti.

Bianco passione

bernini-1123417_960_720Bernini il ratto di Proserpina – di Nadia Peruzzi

Che forza quelle mani che afferrano e penetrano nella carne.   Artigliano,  affondano,  trattengono.   Lei quasi in volo.   Un estremo slancio la fa librare in aria.  Vuole fuggire, ma non riesce.  È tesa in uno sforzo immane e sul suo volto di ragazza non c’è alcuna gioia, solo  sofferenza.  Si appoggia al volto dell’uomo, ma senza tenerezza.  Vuole spingersi via da lui.  Sul viso il riflesso del contrasto e del terrore che la attanagliano.   Gli occhi , con le loro orbite vuote, già perduti e aperti su un altro mondo.  È in corso una lotta possente fra due energie e lei è la preda di entrambe.   Una, quella che sta per vincere, la stringe in una morsa  che non le lascia scampo.  È un abbraccio a cui non ci si può abbandonare placati, la stringe per portarla via, oltre il confine fra la vita e la morte, lontana dalla madre Terra che l’ha generata, dalla luce e dai colori.   Tutto è tensione in lei.  Anche nei capelli, all’indietro, quasi come se il vento degli Inferi già avesse la meglio sulle brezze delicate che le scompigliavano i riccioli solo un attimo prima che quelle mani la ghermissero.

La madre è riuscita solo ad ottenere da Zeus di poterla riavere dopo 6 lunghi mesi.  Adesso non ha scampo.  Nessuna resistenza le è possibile, ormai.

Plutone, del resto, non arretra.  È saldamente piantato a terra.  Col suo corpo possente ha neutralizzato ormai ogni residua resistenza della fanciulla.

Tutti i suoi muscoli sono tesi nello sforzo, l’energia concentrata in quelle sue mani grandi e bellissime.  Le dita affusolate quasi perse nella carne delicata in cui affondano.  Stanno sui fianchi e sui glutei a evidenziare ancora di più rotondità e morbidezze inattese.

Ti chiedi come tutto questo possa esser stato, un tempo, un blocco inerte di marmo, e ora, tradotto in statua,  la sintesi perfetta di una passione che travolge tutto.  Senza filtri, né veli, esplicitamente e realisticamente, la racconta, la fa vivere, riesce a farcela vedere, quasi sentire.  Nessun suono ne esce, se dovesse uscire sarebbero  gemiti, sospiri, forse urla di piacere.

Non certo di dei, visto che sembra piuttosto l’esplosione incontenibile di una passione tutta umana, quella a cui non puoi opporre linee di difesa, o argini, fatta di carne, e di sangue che ribolle.

C’è la potenza di un amplesso in quel tripudio di marmi che Bernini ci ha lasciato in dono.

Non solo di rosso si veste passione.   Il suo bello è che si può vestire di tutti i colori , nessuno escluso.

Anche il bianco, col suo lucore, le sue trasparenze, le dona e la sa rappresentare come non immaginavi possibile.