Nostalgia d’Etiopia

viola

Le voci del mattino – di Viola De Filippo

Come non pensarvi? giungono presto, le voci del mattino,
le porta il vento, le portano le foglie
che sfiorano
la mia finestra in un saluto:
l’arabo e l’amarico si fondono nelle voci di preghiera, 
mentre più lontano,
lungo la strada grande si avviano i ragazzi,
verso la scuola,
si avviano le madri verso il mercato.

Mi muovo nell’aria ancora fresca,
fra un danzare di tende colorate,
nel familiare odore del caffè.
e mentre, lentamente salgo
verso la scuola dalle aule aperte,
mi accompagna il coro del mattino:
marcia avanti, o cara madre Ethiopia,
cantano tutti davanti alla bandiera:
bandiera nostra, giallo rosso e verde,
nostro simbolo della nostra terra amata.Brevi minuti di passi affrettati,
verso le aule, verso il nuovo giorno,
e dalle porte aperte, nelcaldo che già avanza,
per quattro lunghe ore,
parole e voci si rincorreranno:
“teacher! memher, sister, Violaye!
e i desideri, le angosce, leinquietudini
si scioglieranno nell’onda del piacere:
gioia di leggere e imparare,
e poi ripetere, cantando, one, two, three, one two three four, five
how are you? how are you?
I am fine thank you, and you!

Firenze 4 maggio 2018…

Ricordi: Via della Stufa

 

Via della Stufa – di Rossella Gallori

…eravamo tutte un po’  innamorate di via della Stufa, eppure avevamo il mondo davanti:  S. Lorenzo, le Cappelle Medicee, il palazzo Medici Riccardi, il Duomo ad un passo,Giovanni dalle Bande Nere, che ci voltava le spalle, ma c’ era .

……Ma a noi “bambine” piaceva Via della Stufa, da lì entravamo ed uscivamo da “bottega”, i fidanzatini ci aspettavano lì, la sera con i primi baci, ed i primi ”qualcosa di più “….tanto  c’ è buio” ….si diceva.

Succedeva tutto lì, anche quando venivamo brontolate dal principale, si finiva per andar a piangere in Via della Stufa, ma al numero 7, un magazzino immenso, fresco d’ estate e caldo d’inverno, ci si nascondeva dietro i sacchi di kapok e giù lacrime e certezze ”se trovo uno co’ soldi vò via“ (si parla più  fiorentino quando si piange……) poi guardando che non fossero passati più  di dieci minuti, tornavamo  a negozio, le pesanti chiavi in tasca, gli occhi rossi e le braccia piene di qualcosa che ci sarebbe servito da alibi per l’assenza!

  • Dov’eri?
  • Io….io …nel “fondo” a prendere il cordone da ripieno.
  • Ma se c’era, a forza di andarci a frignare a ‘i 7 mi si arrugginiscon gli scaffali…….(Quante cose capiva Arrigo, il buon Arrigo…..)

Mai messe un cappotto, una sciarpa, un  paio di guanti, per andare a fare le commissioni, nemmeno quando nevicava, le  calze di lana, le scarpe basse, solo   “ la vestaglia, la gabbanella, il grembiule” chiamatelo come volete , ma era la nostra divisa, mai sintetica, sempre un po’  vistosa  ….si usciva dalla porticina, quella dietro la cassa…e via, per quella stradella  che ci sembrava un viale: “Io vò da i mesticatore in Borgo la Noce”…” io da i civaiolo in via Taddea….” e giù a corsa, le più sveglie si accendevano una sigarettina, le più sveglie davvero,  avevan fissato  con il garzone del Conte Razza un bacio, una ciancicatina,  altre, quelle che potevan tenere lo stipendio per sé, andavano a provarsi una sottanina in via  dell’Ariento….poi si rivolava in via della Stufa…..Tutto iniziava e finiva lì….

….e le campane? Che incubo, ogni mezz’ora din do dan ….mi sembrava anche di più…., so solo che il venerdì Santo, quando le legavano, si benediceva il parroco, la perpetua, e anche quello lassù che morendo ci aveva regalato un po’  di silenzio !!!!

E a Giovanni (dalle bande nere)  parlava Antonio con la Nisella per mano: Un tu dici nulla? un tu canti….senza musica eh bischeraccio….e giù risate in via della Stufa.

Quando si arrivava, un po’  prima dell’ inizio del lavoro,  ci si sedeva sui gradini degli usci (portoni) a cianare, chi si cotonava i capelli, chi si faceva il rigo agli occhi, chi metteva a posto le calze, per mostrar qualcosa che all’epoca valeva la pena….poi all‘improvviso un getto d’acqua dal civico 3 nero e la Drovandi che urlava: oh ciabattone, che la smettete di bociare !!!!!!!!

Via della Stufa non ci ha mai tradite, noi nemmeno. Corta, poco illuminata, male odorante spesso….ma era lì e ci aspettava  a braccia aperte sempre, con le sue case belle, nascoste da ingressi angusti, Orvieto che ci dava le lenzuola a rate per il corredo, Boris con i suoi commessi belli e un po’ maiali, quello che vendeva le radioline, nuove spesso, rubate a volte….ed i primi stranieri: hallo hallo……!!!!

Allo icché, diceva Silvio, l ‘ortolano, con la sua gamba di legno, che lo annunciava su un marciapiede che non c’era…..

Tutti lì, in quei pochi metri. Ogni tanto passava i Traballesi, l’avvocato, con la contessa …moglie incombente più  che altro per la differenza d’altezza….noi di Palazzo della Stufa, i  Lotteringhi….si conoscevano bene gli inservienti, il cuoco la governante, la guardarobiera ….per la coppia solo un cenno di saluto, e nei casi più fortunati rispondevano pure.

…E tutto procedeva così, alle spalle di Giovanni, col piccione di turno su i capo …ci girava le spalle, eravamo plebe…..

Ma sotto il vecchio Medici, c ‘era la fontana e la sete io me la levavo li , la sera quando tornavo a casa, con lo stipendio nel reggiseno….e una voce sconosciuta che urlava: un ti piegare….ti si vede i culo….

Via della Stufa, eravamo noi, con un tabernacolo dove pregare, ed una pietra in cui inciampare, con qualche signora diventata prostituta, e qualche trottola diventata signora, con qualcuno che pisciava al muro, e qualcun altro che dormiva per terra con il fiasco accanto….ogni tanto calava un cestino pieno di nulla che risaliva con due carote, du baccelli e la bottiglia del latte di vetro, che per puro miracolo, non ho visto mai cadere…..a volte volava ģiu l’immondizia….ma faceva tanto MERCATO……

Volevamo crescere….non avevamo paura di invecchiare, ed avevamo tutti  la strana certezza di esser nati lì…..IN VIA DELLA STUFA…..la via che ci aveva  adottati, ma che non fu mai matrigna.

Odore di paura

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Odore di paura – di Stefania Bonanni

È un odore appiccicoso ed invadente. A volte si sente già quando ancora non è possibile, quando siamo ancora lontani. Entra dal naso ed invade subito il cervello, la pelle, il cuore. Si impossessa di tutto, immediatamente, e non esiste altro. È dispotico, prepotente, assoluto.E’ un odore grigio, verde marcio, marrone, anche se proviene da un posto bianco.

È odore di paura, di paura di soffrire. Paura per chi è ricoverato, paura per chi va a trovare una persona malata. Paura di trovarla disperata, sofferente, di non riconoscerla, perché in ospedale i malati sono tutti parenti, si somigliano tutti. Senza i loro vestiti, senza colori, con i capelli ritti dallo stare molto sdraiati, senza il loro odore, senza quel profumo che era solo loro, che veniva da un sapone rosa usato per tutta la vita, o che era un profumo francese, per chi aveva usato solo quello, da sempre. In ospedale viene tutto mangiato da un odore indimenticabile, se si è provato.

È l’odore della vita che resiste, accanto a quella che se ne va, misto a quella che nasce. È l’odore delle ore passate con lo stomaco stretto da una morsa d’acciaio davanti alle porte delle sale operatorie, quando la tensione sembra una camicia di forza, e purtroppo a volte non sparisce, diventa anzi certezza di sofferenza. È l’odore di quelle ore notturne, quando non era necessario venire, ma a casa era peggio, era meglio vedere, stare dentro all’odore, vedere se era possibile proteggere, aiutare, tenere la mano.

È l’odore delle medicine, dei disinfettanti, dei detersivi, dello sporco, dei bisogni non trattenuti, dei vecchi malati, delle minestrine di dado solidificate dentro i contenitori di plastica, delle mele cotte messe da parte per mangiare a merenda e diventate acide.

È l’odore dei nomi scritti col pennarello grosso nello spazio sopra il letto, nomi sbavati, sbagliati, sostituiti da altri, in un moto perpetuo nel quale non si conosce il destino dei nomi cancellati.

Profumi in cammino

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Profumo di tiglio – di Patrizia Fusi

Sono le ventuno, è stata una giornata calda, mentre sto aspettando l’autobus sui lungarni sento l’odore del fiume che scorre vicino alla fermata.

Salgo sulla vettura, i finestrini sono aperti, inizio a rilassarmi, guardo fuori del finestrino.

Gli odori cambiano come cambia il paesaggio.

Odore di asfalto, di gomme.

Un ristorante, odore di olio fritto, dei sughi, quasi sgradevole.

Appena si arriva in piazza di Badia e imbuchiamo la chiantigiana l’aria cambia diventa più fresca, odore di campagna, di guazza della sera, d’erba di terra.

L’aria ridiventa un po’ pesante quando passiamo dentro il paese di Ponte a Ema, ma appena inizia il viale che porta a Grassina la fragranza dei tigli in fiore invade l’interno dell’autobus, questo profumo mi piace e mi fa sognare.

Nel percorso verso l’Antella l’aria si modifica, entra odore di acacia, di fiore di sambuco, odore di umidità del borro.

Sono arrivata……….

Un verde martedì

24 aprile …quasi ciao… – di Rossella Gallori

 Vengo travolta e sconvolta da un verde di foglie, più grandi di me, da erba tagliata….da un prato che volevo alto e protettivo….diverso dal vostro sempre composto, educato, ben rasato…..rifletto su un tiglio scemo e vanitoso, che quasi sicuramente non saprei riconoscere se non per il profumo, che mi porterebbe troppo lontano….porto con me  caramelle di the, caramelle color menta….poi esce una bimba che è un po’ come la mia….o forse è più come me…un cipresso ben pettinato, su cui mi appoggio, un albero che ha voglia di libertà ….ma non è coraggioso, nemmeno lui….Sento un silenzio pieno di idee, di parole….appare una macchina senza colore….una storia con le ruote. C’è  un piccolo fantasma con il grembiule bianco….tenero va a scuola…. C’è un pesto che sa di mare ed un mare che sa d’aglio.

Poi cerco una mano, difficile parlarsi, con l’acqua che scorre, difficile essere amici, questa cascata profumata, copre la tua voce, annulla la mia. Poi mi accorgo che per me è tutto un po’ faticoso, manca sempre un pezzo al mio puzzle (spesso 2….3….4) ed ancora non è buio, in questo martedì di primavera piena…..ed arriva un maschio anomalo, un cane con i riccioli….un nipote…un altro ed un altro ancora, un giardino, due occhi che ci sono, forse  da sempre, ma io non lo so…..non li ho visti…io ferma…comunque mi espongo.

È martedì e lo sarà ogni volta che sentirò una matita cadere, sarà martedì ogni volta che vedrò un foglio bianco, che sentirò un’idea, che ascolterò un profumo…..tutte le volte che guarderò un rumore…..e morderò un sentimento….sarà martedì ….spero di esserci.

Siamo arrivati alla fine del viaggio!!!

 

INCONTRO SCUOLA 3 2017

DOPO UN’ASSENZA – di Elisabetta Brunelleschi

Sono mancata quindici giorni. Ora sono qui e intorno a me i volti noti che compongono quello che io chiamo il gruppo di scrittura.

Un elenco di profumi, la nostra Cecilia lo legge lentamente, scandendo bene le parole.

Un profumo dopo l’altro e in me si evocano ricordi, sensazioni. Acchiappo i tigli e ripenso a un viale alberato di tanti anni fa.

Sono contenta perché posso scrivere. Per tutti i giorni di assenza non ero riuscita a scrivere nulla.

Ora quest’elenco di profumi mi ha aperto una porta su immagini lontane che sul foglio diventano oggetti colorati e multiformi.

Dopo la scrittura ecco l’ascolto e come sempre nel susseguirsi dei brani pesco frasi e parole che come sempre mi mi sorprendono e mi coinvolgono.

Ogni contenuto mi fa pensare a ciò che anch’io potevo o potrei raccontare.

I profumi.

Ecco l’automobile nuova che io avrei detto con quell’odore ancora non impregnato di benzina.

Poi c’è l’erba che a ogni primavera ci regala l’odore dei suoi steli recisi.

Ecco il fascino delle carezze al morbido e profumato corpo di un neonato e tra le braccia mi sembra di tenere mia figlia appena nata.

E dell’acqua, che a me non ha mai dato sensazioni di profumo, perché quando è pura è inodore oltre che incolore, scopro con sorpresa che può suscitare tante sensazioni olfattive.

Da ogni lettura  mi nascono stimoli per scrivere ancora.

Ma ora? Ora che siamo giunti alla conclusione di questo percorso?   Come continuare a scrivere?

Come potrò da sola, nei torridi pomeriggi estivi, trovare il modo di usare la penna?

E poi?…. potremo ricominciare?

Sì! dovremo ricominciare.

 

Profumi

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Profumi – di M.Laura Tripodi

Eccoli là, tutti in fila.

Sanno evocare sensazioni, sentimenti, ricordi.

Niente come un profumo antico sa far rivivere i momenti importanti della vita.

Ma io sono ancora alla ricerca di un ricordo legato all’odore della terra bagnata in un bosco di autunno.

Sentimenti e colori

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Sentimenti e colori – di Ivana Acciaioli

Tendiamo e tentiamo di dare un colore ai sentimenti, alle sensazioni, forse perché il colore colpisce uno dei nostri sensi in modo immediato.
Anche la pelle degli uomini ha un colore ma questo non sempre li aiuta.
Forse per presunzione tendiamo a catalogare, ad isolare sempre uno dagli  altri, colori, uomini non fa differenza.
Forse per questo l’arcobaleno che raccoglie in sé nell’unicità della luce tanti colori si mostra raramente.
Vorrei che gli uomini avessero negli occhi più arcobaleno, che nessun colore ci impedisse di vivere le cose in modo unilaterale; le sfumature sono preziose impariamo a cercare le sfumature che ogni essere porta con sé.

Occhi verde-orto

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Gli occhi verde-orto di Giuseppe – di Ivana Acciaioli

Dopo che il vento gelido ha scorrazzato per mesi nell’orto e prima che sopraggiungano i ghiribizzi dell’estate lui cerca di  cogliere tutto quello che resiste a questa  bizzarra primavera.

Dura, come sempre, la vita  di chi coltiva la terra, aveva abbandonato la famiglia proprio per evitare tale sorte; così appena raggiunta l’età della leva era partito, pensando bene di mettere la firma ed allontanarsi definitivamente dalle zolle, dalla pelle cotta dal sole e dai capricci delle stagioni.

La vita lo aveva accompagnato verso nuovi lavori, ma abituato alla fatica e alla  durezza fin dalla più tenera età, mai ne era stato spaventato e mai si era voltato indietro.

Però nei suoi occhi verdi traspariva da sempre il colore dei campi, della vigna, e di tutte le chiome degli alberi su  cui, monello com’era, saliva per rubare succosi frutti.

Non aveva potuto più nascondere a sé stesso quell’amore  che  si  era insinuato, a sua insaputa, nella parte più profonda del suo essere e che affiorava  proprio quando, abbandonati doveri e obblighi, ognuno cerca  la propria isola di pace.

Lui l’ha  trovata in quel pezzo di terra che cura con amore e dedizione assoluta.

Ha ricordato tutto, come  zappare, concimare, piantare, potare, tutte le nozioni per anni messe in disparte erano lì  nelle sue mani, che si muovono sicure, e le vecchie braccia trovano nuova incredibile forza.

Giuseppe ha quasi ottant’anni, ha appena suonato alla mia porta, lo vedo arrivare con delicati cesti di insalata, zucchine e un mazzo di tenera bietola, soddisfatto lascia tutto quel verde nella mia cucina.

L’amicizia ha i capelli rossi

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A Chiara – di Ivana Acciaioli

Eravamo diverse allora come ora eppure ci siamo conquistate.

I miei quindici anni, uno in più dei tuoi, erano spavaldi come le mie minigonne, la mia aria emancipata da ragazzina che di periferia non voleva odorare, mi faceva apparire sicura, forse un po’ sfrontata, tenevo ben nascosti i miei timori e la sicurezza diventava stendardo.

I tuoi capelli ramati, la tua aria ingenua, le lentiggini intorno al naso ben disegnato, erano la tua inconsapevole forza.

Io avevo vinto da tempo la battaglia per le calze trasparenti che a te erano concesse solo sotto dei lunghi calzettoni, li toglievi prima della campanella mentre il bagno diventava per te anche sala del  trucco negato, mentre io sfoggiavo liberamente il mio ombretto colorato.

Eppure la tua minor libertà appariva ai miei occhi come maggior attenzione di coloro che sicuramente volevano proteggerti dalla vita.

Eravamo amate in modo diverso e la ricerca di indipendenza alla quale ero da sempre stata educata in dei momenti risultava difficile.

Comunque crescere era inevitabile per entrambe.

Ti ponevi all’ombra della tua amica R. bella , superba con la sua treccia esageratamente lunga quanto ammaliante, eppure per me eri tu più affascinante, con il tuo sguardo di meraviglia con la tua semplicità e la tua modestia.

Ecco perché ci tengo alla nostra amicizia che dura nel tempo.

 

Profumo di bimba

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Profumo di bimba piccola – di Sandra Conticini

Me lo ricordo benissimo…era un misto di sapone, crema, olio, tutto rigorosamente da bambini, ma c’era anche un po’ di odore di latte della mamma…. Quando ti lavavo e cambiavo non riuscivo a smettere di sbaciucchiarti in quel collino corto, pieno di grinze e odoroso di te.

Comunque, nonostante il tempo sia passato io quando posso, continuo a sbaciucchiarti nello stesso posto, ma la delusione è tanta  perchè quell’odore di neonato non c’è più… la bambina che dipendeva esclusivamente da me, senza malizie, che ancora parlava poco è cresciuta e resta il rimpianto di non aver  vissuto attimo per attimo quei momenti….

Profumo di alba

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Profumo di alba in campagna – di Vanna Bigazzi
Il nonno partiva prestissimo per andare a caccia; purché carcasse di non fare rumore, io mi svegliavo sempre ed aspettavo che se ne andasse per aprire leggermente le persiane. Entrava da quegli spiragli un mondo di odori e di suoni suggestivi che mi immergevano nel verde, in quella magica realtà che si offriva non solo ai miei occhi ma a tutti i miei sensi. Mi aprivo a ricevere quel mare di emozioni: quell’odore misto di erba e di animali, un venticello di nipitella, il canto del gallo, il profumo della stalla. Erano sensazioni forti per me. Ogni mattina nascevo a qualcosa di nuovo…

Profumo sull’acqua del fiume

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Profumi verdi – di Aldo Bombaci

Come descrivere un profumo se non come una sensazione percepita al momento, una suggestione che dall’esterno arriva dentro, ti emoziona, ti mette nella condizione di entrare in uno stato d’animo che poco prima non avevi.
Questa è la sensazione che provo tutte le volte che mi avvicino ad un prato di erba tagliata.
Stamani mentre camminavo lungo l’Arno, di là sul l’altra sponda, all’Albereta, c’era una grossa falciatrice che tagliava l’erba dell’argine.
Nonostante la distanza l’aria era pregna dell’odore classico d’erba tagliata di fresco, e tutte le volte che lo percepisco ho la sensazione di ritrovare un rapporto fisico con la terra, di qualcosa che attraverso il taglio si rigenera, sempre con la stessa intensità, con la medesima generosità di una madre, pronta ad offrire qualcosa di vitale, anche quando non te lo aspetti.

Profumi verdi

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Profumi verdi – di Nadia Peruzzi
La casa era silenziosa, nessuno si era ancora svegliato malgrado dalle gelosie il sole cominciasse a far capolino.
Era un’alba magnifica, tersa, senza nemmeno una nuvola.
L’aroma del basilico era rimasto a galleggiare nell’aria dalla sera precendente. La pianta con le sue foglie brillanti, faceva la sua bella figura sul davanzale. Era solo in attesa di qualcuno che aprisse la finestra .
La prima a scendere in cucina fu la nonna. Non riusciva a dormire più di tanto e la prima luce era più che sufficiente a svegliarla e a indurla ad alzarsi dal letto. La prima cosa che fece,fu di andare verso la finestra. Il profumo del basilico le piaceva così tanto che doveva riaprirgli la strada verso l’interno della casa. Le piaceva far colazione da sola, per gustarsela tutta la calma dell’alba in campagna.
La luce che via via prendeva forza, il torpore, il silenzio della notte che man mano cedevano a energie in movimento e punteggiature di rumori, e l’aroma del basilico che si fondeva e rincorreva con quello della menta dell’aiola davanti casa in una strana alleanza per tentare di sovrastare, senza esito, quello prepotente, resinoso, quasi aggressivo del cipresso che ombreggiava, austero e imponente, la porta di ingresso.
Voleva solo per sé i profumi del mattino, insieme all’aroma del caffé che parlottava mentre stava uscendo e del pane tostato ricoperto generosamente di marmellata.
“Stamattina qualcuno si deve essere alzato prima di me”, penso’ Luisa sentendo che in mezzo agli altri si era insinuato l’odore inconfondibile dell’erba tagliata di fresco ,unito all’odore di terra un po’ bagnata dalla rugiada del primo mattino ..
Arrivava da oriente, insieme al sole che riprendeva il suo corso e ad una brezza tesa e gia’ tiepida.
Era il prato di Egisto, si disse, mentre le passava negli occhi l’immagine di quel tappeto lucido e folto.
Non arrivò da sola quella immagine. Era sempre una scommessa giocata con la natura provare ad indovinare in anticipo quali novità, quali colori, quali profumi le avrebbe regalato quella nuova giornata.Si sapeva perdente, la natura ha sempre la meglio. Mai uguale del tutto a sé stessa, sempre in grado di meravigliare. Assaporo’ con gusto la sua colazione in solitaria e si decise ad uscire inseguendo la scia che la attirava verso l’immenso tavolo da biliardo disteso a lambire la vigna del suo vicino.
Cercò il punto che le piaceva tanto, quello vicino al pino marittimo arrivato li chissà come,chissà in quale tempo. Era gia’ cosi’ tiepida l’aria che decise di stendersi chiudendo gli occhi.Sperava di sentire arrivare il profumo intenso delle rose di Elena.Le arrivò invece, avvolgente e dolce, seducente e ammaliatore, quello del glicine del pergolato di Anita. Quella mattina era condito, ogni tanto, con un pizzico di penetrante rosmarino dalla siepe attorno casa e di salvia con più di un tocco di timo.
Le capitò di pensare a quando, in mezzo a tutto questo  si infiltrava l’afrore forte del bestiame concentrato nelle stalle vicine e del letame raccolto in grandi mucchi in attesa di esser usato come concime. Era piccola, allora.
La mattina la svegliavano il passo cadenzato delle mucche in formazione e il concerto festante dei loro campanacci,mentre prendevano la strada del pascolo.La sera le vedeva caracollare appesantite e quasi stordite dal sole e dalla gran quantità di latte che gonfiava come otri le loro mammelle al punto di scoppiare se nessuno le avesse man mano svuotate.Ricordò che al suono del primo campanaccio che annunciava il rientro nelle stalle,la mamma le consegnava il recipiente smaltato di bianco e di rosso,un pochino sbocconcellato,in modo che fosse fra i primi a mettersi in fila dal contadino più vicino per comprare il latte per l’indomani.
Si rivide col vestitino a grandi tasche di cotone rosso a fiorellini bianchi, con i codini con quei bei fermagli con le coccinelle, mentre porgeva il pentolino in cui veniva versato quel liquido denso, ricco di panna e così dolce che quasi non aveva bisogno di metterci lo zucchero,e pregustava già il momento in cui ci avrebbe inzuppato le fette di pane col burro e la marmellata. Dai recipienti colmi di latte il profumo invadeva la piccola stanza della mescita riportandola per un attimo al tenero abbraccio e al seno materno,allo zampillo del suo nettare essenziale,nutriente e ricco di vita e di energia.
Si abbandono’ a quella immagine fino a che si accorse che l’aria si era fatta ferma e che non le arrivava più nessun nuovo odore.
Era senz’altro ora di rientrare. La mattina era così bella, tuttavia, che optò per il sentiero più lungo. Quello che costeggiava il fiume nel punto in cui faceva quel piccolo salto fra le rocce e l’acqua scendeva a valle chioccolante.
C’era una piccola radura ombreggiata da querce e noccioli.Attorno alla cascata era un gioco di rocce, muschi, violette e felci.
Il verde la faceva da padrone in quella stagione. Cosi’ tante erano le sue sfumature da dare quasi alla testa. I raggi del sole ne facevano risaltare alcune, a scapito di altre mentre andavano ad infrangersi nell’acqua che lucidava i lastroni di pietra e zampillava da ogni anfratto nella sua corsa verso il basso. A volte l’acqua sembrava chiedere  permesso agli arbusti che ne frenavano il percorso e lo deviavano in più punti in alleanza con le pietre più grosse. Il più delle volte ,trovava da sé la strada per precipitare con una energia che non ammetteva né regole né freni.
Il profumo del muschio intrecciato a quello dell’acqua corrente la colpì più di sempre.Era misto a quello dei gelsi non distanti e ai biancospini. Le arrivò anche un piccolo tocco di ginepro .Quasi si perse, ma sapeva che era il momento di rientrare.
Mancava poco che si svegliassero tutti.Lei non mancava mai di accogliere il loro parlottio ancora un po’ velato di sonno,e le loro risate mattutine attorno a quel tavolo per lo più coperto dalla tovaglia a quadri rossi e bianchi che metteva allegria.
Si sentiva leggera, ristorata, priva di pensieri. Pronta per la nuova giornata.
Prima di mettersi ad acciottolare stoviglie,decise di fare un salto al piano di sopra,dalla piccolina.
Alice dormiva placidamente nella culla, che nella penombra sembrava occupare quasi tutta la piccola stanza.
Rosea, paffutella, i pugnetti stretti stretti,  le gambine semi piegate,un respiro lento e quieto.
Fu un attimo e la vide aprire gli occhi. Si accesero insieme, vispi come sempre. Le regalò un sorriso bellissimo che le scolpiva deliziose fossette sulle guance.
La piccola si mosse e lei sentì arrivare quel profumo da neonati misto di olio, latte, salviette detergenti e crema emolliente, sapone delicato e quel pizzico inconfondibile di pannolino da cambiare, che si librava nell’aria minando più di un po’l’ idillio e la poesia.
La pacchia era finita, pensò Luisa, era ora di ripartire dal cambio di quel pannolino puzzolente!

Nadia

Profumo verde di erba

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Profumo verde – di Nadia Peruzzi
La falciatrice la faceva da padrona quel giorno, al giardino dei giochi.
Il rumore era un po’ fastidioso,ma ha conquistato subito Lapo che si e’ messo a seguirne l’andirivieni che ad ogni giro restituiva un tappeto verde e compatto al posto degli steli alti del giorno prima ,fra i quali spuntava una bellissima punteggiatura di margherite.
Già le margherite oggi dovevano cedere all’invadenza di quella macchina inesorabile.Tirava un po’ di vento e per fortuna ha cominciato ad arrivare profumo a compensare lo sterminio delle bianche corolle.
Profumo particolarissimo quello dell’erba tagliata di fresco,come altri non ce ne sono.
La definizione e’ il profumo stesso,la sua essenza: profumo di erba tagliata di fresco,appunto ! Come lo Chanel N5 ,unico!
Sa di fresco,e’ un po’ aspro,ma avvolgente e ristoratore.Sa di nuovo,sa di terra e di rugiada mattutina,sa di rinascita.
E’ stato bello provare a farlo sentire anche a Lapo e rendersi conto che lo percepiva aspirando l’aria attorno,che ne era invasa.
Per un attimo il rumore della falciatrice e’ riuscito a passare in secondo piano.

Profumo di menta

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MENTA – di Rossella Gallori

C’era di te ancora il profumo.

Ci dormivo accanto.

C’era di te una traccia sul guanciale.

Ci vivevo dentro.

C’era un odore di menta, di schiuma da barba.

Ci respiravo piano.

C’era un sogno vero, una trama di lino speciale.

Ci riposavo tranquilla.

C’era un silenzio interrotto da brevi carezze.

Piccole gocce Lalique scandivano le nostre ore.

Profumo di macchina nuova

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Profumo di macchina nuova – di Mimma Caravaggi

La sto sognando da diversi anni, da quando la mia cara Twingo è stata rottamata e ho dovuto usare la macchina di Albert, una Xara coupé  giallo oro simile ad una supposta! Grande, pesante, ormai vecchia di più di 20 anni, consumatrice di benzina esagerata. Equasi diventata la nostra discussione quotidiana, potrei dire litigio, perché ovviamente Albert, da buon risparmiatorenon vuole assolutamente vendere la sua preziosa Xara anche se beve a dismisura! Io, date le mie proporzioni e letà avanzata, per salire e scendere dalla suppostaavrei bisogno di un paranco ma vista limpossibilità devo farlo con le mie forze e per accomodarmi ci metto molto tempo con una fatica enorme. Sono quindi intenzionata a comprarmene una nuova più adatta a me e sto tramando per riuscirci. Ho voglia, dopo più di 20 anni, di sentire quellodore che si sprigiona al momento che apri e ti siedi in una macchina nuova. Eun profumo molto particolare di pelle, finta pelle, metallo, olio, e benzina che ancora non si è impregnato nelle strutture ma che aleggia nel vano e dove perdura per diverso tempo. La vecchia Xara ormai profuma di tuttaltro anzi, dovrei dire che sprigiona effluvi di vecchiaia, di spese, di carichi diversi e di cane, visto che il mio Napoleone viaggia sempre con noi. Sogno per il momento di assaporare il profumo di una qualsiasi macchina nuova e dimenticare la vecchia.

Profumo di tiglio

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Fiori di tiglio – di Elisabetta Brunelleschi

È la sera il momento migliore: quando cala il buio in un giorno caldo di maggio e al tepore leggero della notte si mescolano gli aromi dolciastri dei fiori di tiglio.

Così gli ho annusati in un lontano 1981 (o ’82?) a Sesto Fiorentino. Fu come se li avessi sentiti per la prima volta.

Eppure a casa mia c’erano due tigli secolari. Ma loro no, non mi arrivavano con l’odore dei fiori ma solo con l’ombra che in estate sapevano donare.

Invece quel viale a Sesto percorso a piedi, mi avvolse come improvviso di un sentore intenso che con l’aria dell’imbrunire si appoggiava sui miei capelli e riempiva le mie narici.

Andavo lenta verso un Circolo dove avrei incontrato un gruppo che si occupava di archeologia. C’erano persone che mi piacevano, con le quali avevo idee e sentimenti da scambiare.

Persone che per molto tempo mi sarebbero state vicine. Io quella sera non lo sapevo, c’era un futuro da percorrere.

In quel viale dove il buio da poco era calato, io scoprivo l’odore dei tigli e andavo leggera verso nuovi incontri.

Ancora oggi nelle sera tra maggio e giugno, aspetto quel profumo e quando il naso ne è pieno, non posso fare a meno di ripensare agli incontri di quei lontani giorni, all’archeologia, alle gite a Tarquinia, Blera, Roselle, Vetulonia, … e anche  a tutto quello che di quel tempo ancora mi resta.