Ferite e cure

Caffè e latte – di Carla Faggi

Ho un sogno ricorrente.

Per ricorrente intendo che sono tanti anni che a volte ritorna e io lo riconosco.

Più che un sogno è una situazione e uno stato d’animo con varianti via via diverse.

Sono oggi da adulta in casa dove ho trascorso la mia infanzia, con i miei genitori ancora giovani.

Sono stata lasciata da un qualcuno che amavo, mi sento sola, vorrei telefonare a della amiche per sentirmi meno abbandonata ma non trovo i numeri di telefono. E non trovo neppure il telefono. Lo cerco affannosamente ma non lo trovo.

Lo stato d’animo è sofferenza, abbandono, solitudine e fortissima impotenza.

Forse sono ferite del passato che non riuscendo a farsi ricordare nel presente si insinuano nel sogno.

Le sensazioni sono così forti e vere che è come se vivessi un’altra vita.

Poi mi sveglio e sono sollevata di essere in questa.

Mi faccio un caffellatte caldo con tanti, tanti biscotti.

Adoro il caffellatte, adoro il caldo e adoro i tanti biscotti.

Me li gusto tutti e mi dico: io sono qui e sono questa!

Ferite aperte

Ferite di oggi – di Cecilia Trinci

Sono meno di cinquecento passi. Li ho percorsi stamani, uscita prima delle otto per andare al forno a comprare il pane e poche altre cose. Un viaggio, con mascherina soffocante e guanti di gomma, vissuto passo dopo passo gustando l’aria fresca, il canto sottovoce di migliaia di uccellini felici e mentre il respiro si faceva  difficile per tutti quegli ostacoli sulla bocca e sul naso ho alzato gli occhi su un cielo pallido e azzurro, indisturbato dalle nostre paure e follie. Ho assaporato ogni piccolo pezzo di quel percorso, lentamente, come se ogni passo fosse il primo e l’ultimo di tutta la vita. L’asfalto sconnesso, i piccoli sassi sparsi, la rete del giardino del centro Tecnico di Coverciano con i suoi prati, al di là, verdissimi e soli. La siepe di leccio altissima, ancora ben pettinata e i merli che zampettano sul bordo dei campi di calcio deserti, il fresco piacevole che sfiora quel poco che rimane scoperto del viso. Ho pensato alle musulmane con il chador, al caldo che verrà, alle mattine pulite e ignare di solo poche settimane fa, alla vita che scorreva affannata, scaraventata ora nell’angolo dei miraggi. Dicono “passerà” ma non so se ce la farò io a vederla passare, se sarò in tempo a ritrovare i miei bambini che crescono senza di me, se questi cinquecento passi, che diventano mille  andata e ritorno, potranno tenermi sveglia e viva per un futuro che già era diventato corto e incerto di suo.  Torno indietro con una spesa parca eppure preziosa, conquistata, conto gli ultimi passi e ho paura a rimanere ancora fuori, appoggio appena lo sguardo sullo scivolo dove giocavo incosciente con i miei bambini, lo scivolo vuoto, muto, terribilmente triste che non voglio guardare e giro l’ultimo angolo di questa doppia L  che è diventata i miei 10 minuti di aria e rientro in casa come fossi braccata da qualche mostro invisibile. Torno, chiudo, aspetto. Un altro giorno comincia.

Le ferite e le cicatrici

Codice 048 – di Laura Galgani

Se io fossi le mie ferite sarei prima di tutto un “Codice 048”, quello che la mia dottoressa scrive in alto a sinistra sul ricettario regionale quando mi prescrive una semplice analisi del sangue.

Le cicatrici ci sono, eccome. Due melanomi ed un epitelioma, altri tre nei sospetti, tolti prima che diventassero pericolosi, me ne hanno lasciate. E perdonatemi se parlo delle cicatrici “di ciccia”, perché lo sappiamo, sotto la ciccia c’è l’anima, e tutto il resto.

Per la ASL sono una malata di cancro, ma per me?

Ricordo la mia delusione quando, diversi anni dopo aver tolto il secondo melanoma, tutta raggiante mi presentai al centro prelievi dell’Annunziata per ricominciare a donare il sangue, come facevo da giovane. L’infermiera mi accolse con un bel sorriso, mi fece le prime domande, iniziò a riempire il modulo; “beh, è un po’ magrolina… ma ci arriva a 50 kg?” E io, un po’ barando “Sì, sì, più o meno…” e dopo: “Malattie importanti?” “A parte due melanomi dai quali sono perfettamente guarita…” Non mi fece neanche finire. Poggiò la penna sul tavolo, spostò il modulo e cambiò completamente espressione: “Vede, signora, ci credo che lei sia perfettamente guarita, ma per noi lei rimane una paziente oncologica, e come tale non può più donare il sangue.” Mi alzai senza dire nulla e uscii dalla stanza a testa bassa. Avevo voglia di piangere. Io non mi sentivo affatto “una paziente oncologica”. Dentro di me lo sapevo di essere perfettamente guarita. Non so che cosa mi abbia fatto più male, in quel momento: se mettermi davanti a me stessa con quella etichetta stampata addosso, nella quale non mi riconoscevo affatto, o pensare di essere vista dalla società, dal mondo esterno, come tale. Un po’ come Gregor Samsa, che nella “Metamorfosi” di Kafka si sveglia una mattina e nel suo letto scopre di essere diventato uno scarafaggio. Ecco, io non ho mai, ma proprio mai pensato né sentito di essere diventata uno “scarafaggio”. Non ho colpa della malattia che mi è arrivata addosso ad appena 33 anni. So però che da qualche parte una spiegazione c’è a questo “inciampo”: nelle maglie della mia storia familiare, nello spazio che si dilata, nel tempo che è circolare e torna su sé stesso, da qualche parte c’è, e forse un giorno ci arriverò. Ma nel frattempo? Non posso fermarmi a quelle cicatrici. Cerco di vivere nel mio “qui e ora”, del quale sono l’unica responsabile. Perché sono io che decido quali colori usare per dipingere il mio presente. Quello spazio creativo perenne è dentro di me, lo sento aperto, vivo, esplorabile, conoscibile. Mi ci addentro e mi ci lascio fluire, e da là tutto osservo, accarezzo, contemplo, senza mai dire “è mio.” E mi sento libera.

Ferite

Nessuna ferita è per sempre – di Patrizia Fusi

Sono sull’autobus, sono le quattordici, sto andando al lavoro.

Ho un grande peso sul cuore.

Ieri il mio compagno ha preso parte della sua roba e è andato in un appartamento a vivere da solo, si è innamorato di un’altra.

Riflessioni, dubbi, domande, dove ho sbagliato, sentirsi inadeguata, brutta.

Questo pensare mi manda in tilt il cervello, mi fa male persino pensare a quello che ho da fare oggi pomeriggio, sento che non devo e non posso per ora più pensare, decido di spezzare il mio riflettere.

Inizio a focalizzare lo sguardo su tutto quello che mi circonda, su le persone che sono intorno a me, dal finestrino il sole illumina tutto, sul bordo della strada i fiori di campo formano piccole macchie di colore.

Ecco la casa cantoniera, abbracciata nei sui tre lati dalla terra della collina, ha un piccolo giardino sul davanti.

Alla fermata sale una signora dai capelli rossi.

Continuo a guardare le case, dalla loro forma architettonica cerco di individuare il periodo in cui possono essere state costruite, le persone sui marciapiedi le guardo le scruto, salto velocemente da un’immagine all’altra, questo guardare mi allontana la sofferenza che ho nel pensare.

Sono arrivata a lavoro, incontro alcuni miei colleghi, mi sembrano che tutti loro siano felici, lavorare mi fa stare meglio.

Il contatto con i clienti, il parlare con loro, i loro sguardi mi fanno sentire bene, il cuore mi diventa più leggero.

La vita continua.

Sesto incontro virtuale: nessuna ferita è per sempre

Elogio dell’imperfezione – di Raffaele Morelli

Ascoltiamo bene questo video. Contiene molte parole “scintilla”….ognuno può trovare la sua!

Raffaele Morelli

Una scintilla può essere ALTROVE.

Oppure IMPERFEZIONE

Oppure FERITA (ma nessuna ferita è per sempre)

Oppure RICORDO.

Mi piace l’idea di Morelli per cui I BUONI RICORDI SONO QUELLI PER IL FUTURO, quelli cioè che danno luce nuova e buona sul presente.

E ancora:

I ricordi buoni non sono quelli che ci tengono legati alle nostre ferite, ma sono quelli che ci danno indicazioni positive per vivere meglio il presente.

Pesci intorno a noi

Ho pescato nel fiume…..

Una storia di vicinato – di Chiara Bonechi

Non ho avuto bisogno di allontanarmi troppo, l’ho trovata lì, a due passi da casa mia, l’ansa del fiume dove mi sono fermata e ho teso la canna in attesa di una storia.

Ho pescato quella di una casa a due piani e dei suoi abitanti.

La casa è all’interno di un cancello verde, al centro di un piazzale di ghiaino, la vedo dalla mia finestra.

Intorno al piazzale aiuole con rosi, ranuncoli gialli e un albero di pesco.

La porta d’ingresso è dalla parte opposta al cancello e dalla strada si vedono solo le finestre, le stesse sopra e sotto.

La casa fu abitata da due fratelli, ciascuno con la propria famiglia, moglie e un figlio maschio il più anziano, moglie e una figlia l’altro.

L’appartamento di sopra si diversifica dal sotto per una veranda che sporge verso il fiume sul confine, è quindi leggermente più grande oltre che più luminoso .

Ed è forse perché più grande che insieme al figlio minore abitava  la mamma dei due.

Oltre la casa si estende un grande appezzamento di terra diviso a metà, il confine è segnato da un filare di viti.

Appena ho abitato la mia casa vicino alla loro, soprattutto a primavera e in estate , seduta sul terrazzo ho iniziato a conoscere i due fratelli che, al ritorno dal lavoro, si fiondavano nel campo a fare l’orto o la vigna.

Anche le rispettive mogli uscivano di casa nel tardo pomeriggio e anche loro zappettavano per abbellire una parte del campo con vasi di fiori.

Dei loro figli, cugini con poca differenza di età, ricordo le voci melodiose, entrambi avevano il dono di saper cantare come usignoli.

L’armonia che si respirava osservando quel brulichio di persone laboriose mi teneva compagnia.

Un giorno, lo ricordo caldissimo, ero nel bagno a farmi i capelli, quando fra il rumore continuo del phon sentii un gran movimento di ghiaia spostata e grida.

Ebbi l’impressione che qualcosa di grave stesse accadendo e non resistetti dall’affacciarmi alla finestra.

Fu un attimo ma in quell’attimo riuscì a vedere il fratello maggiore che, con un forcone in mano, rincorreva la cognata e lei strillando e correndo cercava di salvarsi infilandosi nella porta di casa.

L’immagine mi terrorizzò.

Non ho mai saputo qual era stata la miccia che aveva innescato tanto fuoco.

Seppi poi da confidenze  ora dell’uno ora dell’altro che le divisioni degli appartamenti con annessi aiuole, marciapiedi e terreno non li trovava d’accordo e mai li trovò.

Per anni abbiamo sentito grida, si sono visti arrivare carabinieri più volte in protezione di chi si sentiva attaccato, finché il fratello del piano di sopra si è trasferito e  l’appartamento è stato affittato.

Il più anziano  ha trovato così la sua pace o per lo meno sembrava ed ha continuato a trascorrere ore in quel campo lavorando l’orto e la vigna; regalava con piacere a noi vicini insalata, zucchine e pomodori freschi in cambio dell’attenzione ai suoi sfoghi.

Era un buon uomo, affettuoso e generoso ma quelli che lui sentiva soprusi gli facevano scattare una rabbia furibonda, incontrollata.

Eppure tante sere d’estate, soprattutto dopo la morte della moglie, mi ha fatto compagnia appoggiato alla rete di recinzione guardandomi annaffiare e impartendo consigli su come curare le piante.

Io lo ascoltavo, era davvero sapiente in questo.

Poi si è ammalato e le forze per lavorare il campo lo hanno lentamente abbandonato.

Mi diceva “chi sa che ne sarà di tutto questo quando io non ce la farò più!”

Aveva ragione. Dopo la sua morte ho visto il degrado di quella casa e del terreno intorno ed ho rivisto il fratello che ha messo in vendita il suo appartamento

Ricordo un pescatore

Ricordo un pescatore – di Sandra Conticini

Era bello andare sul molo al tramonto e vedere tutti quei pescherecci che partivano per andare a pescare. Mentre passavano alcuni pescatori ci salutavano e si allontanovano piano piano finchè non scomparivano laggiù dove pensavo che finisse il mondo. Erano tanti e grandi, poi in mezzo c’era qualche barchetta piccola che pensavo dovesse affondare da un momento all’altro. Tutte le barche avevano 2 o 3 reti che venivano buttate giù e ritirate su con una manovella e questo era il lavoro per tutta la notte. La mattina all’alba, quando rientravano,  in faccia ai pescatori si poteva leggere  o l’emozione o la disperazione in base a come era andata la pesca.

Era bello vedere scaricare le cassette di piene di pesce fresco,  alcuni erano ancora vivi  e a volte sento ancora il sapore di quel pesce che ora non riesco più a trovare.

Una volta un pescatore molto anziano ci raccontò che per fare quel lavoro ci vuole molta passione, ma anche competenza perchè bisogna conoscere i venti, le correnti e spesso si parte con l’idea di andare in un posto, poi durante la navigazione si cambia rotta perchè non è possibile.

La sua vita era stare sotto le stelle a cielo aperto con la brezza del mare in faccia in attesa che sorgesse l’alba, ma a quell’età non lo poteva più fare.

 In tanti anni passati in mare ho sempre detto: -Vado a pesca e non vado a lavorare –

Acqua di fiume

L’ACQUA DELL’ARNO – di Simone Bellini

Ditemi, l’avete più visto l’Arno in questi tempi di quarantena ?

Il colore dico ! Un colore pulito, trasparente come mai l’avevo visto.

E l’aria ? Avete respirato quest’aria incredibilmente nuova, pulita, tersa, fresca in queste giornate limpide piene di sole.

LO SO, NON SI PUO’ USCIRE !

Ma vedere una Firenze meravigliosa, bellissima, con le sue strade a misura d’uomo deserte, libere da qualsiasi nevrosi, dove ci sono solo i cani che portano a spasso i loro padroni con la museruola, dove la poca gente vuole assaporare l’ebrezza di camminare nel mezzo di strada in questa assurda domenica dove regna un silenzio irreale, rotto soltanto dalle sirene delle ambulanze che ci ricordano la terribile realtà che stiamo vivendo.

Beh, tutto questo mi fa pensare che la NATURA, stufa di tutte quelle false promesse di quegli omuncoli che si credono onnipotenti , ha detto BASTA !!!

Ci ha fatto capire che ci può distruggere con un nulla che nemmeno si vede, una semplice, maledetta influenza.

La puoi deturpare quanto vuoi, la NATURA vince sempre e la sua potenza è devastante.

Un pesce all’amo: e sono peonie

Le peonie del compleanno – di Stefania Bonanni

Quella che era loro è una casetta ad un piano, larga e bassa. Davanti il giardino “per figura”, dietro l’orto all’antica, con i fili per stendere i panni, la tavola rotonda di pietra in mezzo, il capanno per la legna e la pergola rivestita di grappoli d’uva, a settembre. Tutto perfetto.  Casa tinta di giallo, persiane verdi lucidissime, gerani rossi alle finestre. Una cura attenta e precisa, ma minuziosa,  piccola, invisibile a sguardi veloci.

La casa è  divisa in due parti esattamente uguali, in orizzontale. Due terrazzini confinanti uguali, due porte d’ingresso vicine ed identiche, lo stesso numero di finestre sulla facciata,  tre a destra, tre a sinistra. Due fratelli, gli abitanti. Mi hanno raccontato che si trasferirono qui appena sposati. Due famiglie nuove di zecca, una a destra, una a sinistra.  Si erano sposati a distanza di poco tempo, ma avevano fatto un’unica grande festa: nell’orto dietro alla casa gialla appena costruita. E ci hanno trascorso la vita, in quelle stanze vicine. Con i figli,  con i drammi, con le gioie, con le malattie delle mogli,  con i nipoti ogni tanto in visita.  Quando li ho conosciuti io, facendo un po’ di conti, dovevano avere circa settantacinque anni, più o meno. Vent’anni fa. Uno era un paio d’anni più  giovane dell’altro, ma non ho mai saputo chi. All’epoca viveva da solo quello delle stanze a sinistra, con la figlia vedova l’altro.

La mattina leggevano il giornale in terrazza, uno con un ombrellone bianco a protezione, l’altro con un panama in testa. I giornali erano due, ma sicuramente due copie della stessa testata. Commentavano, e l’argomento erano sempre le pensioni. Si sentiva un parlottare musicale, un sottofondo di mezze parole, che non era necessario neanche finire, tanto erano conosciute. Venivano lasciate così,  a nezz’aria, sospese, poi si depositavano da sole,  dopo aver fatto un giretto tra i fiori. Mai sentito alzare la voce, mai rumori molesti, tutto tenue, sfocato, vintage, acquerellato. Anche nella mia terrazza c’è il sole la mattina e se mi sedevo a leggere sentivo subito: “Buongiorno signora” a volte in simultanea da due fonti diverse,  e mi accorgevo di un accenno di inchino con la testa, in contemporanea, a destra ed a sinistra.

Indimenticabili, noi in famiglia li riprensiamo spesso, le volte nelle quali uscivano per sistemare le siepi. Noi si chiamavano “i nanetti”, non per la statura, per la somiglianza che avevano con quelli di Biancaneve, quando andavano verso la miniera canticchiando “oh oh oh, andiamo a lavorar.,” Quella stessa andatura veloce, fatta di passi corti, ma ondulati, come sulle punte. Poi, i vestiti destinati ai lavori in giardino!! Una meraviglia. Avevano salopettes beige piene di tasche, da ognuna delle quali spuntava un attrezzo. Si portavano dietro: martelli, metro di quelli rigidi che si piegano a segmenti, forbici piccole di metallo argentato, forbici medie con il manico rosso, forbici grosse  con la lama diritta, forbici più grosse ancora con la lama curva, forbicine, falcetti, naturalmente scaleo e panchetti, per arrivare in cima alla siepe. In un angolo, scope di saggina,  rastrelli, bidone per raccogliere gli scarti. Mettevano anche sul ciglio della strada un segnale triangolare giallo, per lavori in corso.  E cominciavano. Guardavano da lontano, poi si precipitavano su rametti ribelli o troppo cresciuti, e si era inondati di suissccc, zac, zac, strapp. Pensavo sempre ai parrucchieri, quando per tagliare i capelli reggono un ciuffo passandoci dentro con il pettine fine, per controllare sia lungo come il resto della chioma. Quando avevano terminato,  a volte i lavori proseguvano per più  giorni, guardavano da lontano che l’insieme fosse ordinato, mettevano le dita a formare un quadretto, e strizzavano gli occhi. Lavoravano su tutta la siepe che incornicia la strada, non solo sulla loro. Potavano anche la mia, pareggiavano, strappavano, pulivano. Sistemavano tutto il mondo che vedevano dalla terrazza. Noi eravamo infinitamente grati, del lavoro e dello spettacolo.

Una mattina, dalla terrazza, dopo aver salutato, si parlava di fiori ed io magnificai  la splendida pianta che vedevo dall’alto e che all’epoca pensavo fosse un insieme di molte piante, messe vicine. Fu subito chiaro che avevo toccato il tasto. Fu come pigiare un interruttore. Si tolse il cappello mostrando occhi commossi e mi fece cenno di scendere. Mi dette la mano e mi invito’ a seguirlo, mentre mi precedeva girando intorno alla grande aiuola della peonia. Una sola pianta, dall’alto sembrava un albero senza tronco, la chioma ricoperta di grossi fiori rosa. Di un rosa che pensavo introvabile,  finché non ho visto le cosce della mia nipotina Beatrice. La peonia è rosa, ma rosa sull’azzurro nei petali più esterni, quelli fini fini e semitrasparenti, rosa sul rosa in quelli subito dopo, diciamo nella seconda fila, rosa con sfumature rosso tenue nelle file che si accavallano verso il centro, rosa sul bianco via via che si stringono, rosa sul giallo verso il centro. E poi sono petali così tanti, così delicati, così fragili, che stanno stretti stretti, in abbracci senza spine, e formano un colore ancora diverso,  che è solo di quella pianta, e che è solo di quell’abbraccio stretto.

Ci sedemmo in terrazza e mi raccontò della peonia. L’aveva piantata sua moglie, quando avevano fatto la festa di nozze in giardino. Cinquant’anni prima, ma anche di più,  forse.  La signora si era poi ammalata e non era più uscita di camera. “Stava sempre seduta dietro quella finestra” mi disse lui: “vedeva solo la peonia “. Io mi commossi, ma nello stesso tempo fui contenta: contenta per chi aveva goduto della serena bellezza di un fiore, per lui che non coltivava solo la peonia,  girandole intorno, per me che ero stata testimone di un grande sentimento. Restai meravigliata e zitta. Non c’era altro da dire.

Qualche giorno dopo mi suonò il campanello con in mano un gran mazzo di peonie. “È  cambiato il tempo: se ci piove sopra i petali si ammaccano. Da oggi te li porterò ogni volta che ho paura si sciupino”. Naturalmente ringraziai, e dissi che era troppo, per me. Lui mi rispose che “i fiori sono di chi li guarda. Non fioriscono, per chi non li guarda”.

Da allora, tutti gli anni ho avuto in casa grandi mazzi di peonie.

Poi,  sono passati gli anni, morì il fratello di destra. Molto vecchio, improvvisamente, una sera al ritorno dalla casa del popolo dove andava a vedere giocare a carte. Non soffrì, pare,..l’altro però disse subito che non la conosceva la vita senza il fratello, e non ci furono possibilità..Si lasciò intristire e dopo pochi mesi lo seguì.

Dalla terrazza continuo ad essere contenta quando rifiorisce la peonia.

L’altra sera, per caso era il mio compleanno, ho trovato un mazzo di peonie davanti alla porta.

Poi mi sono sentita chiamare, dalla parte della terrazza. “Te le ho lasciate io, il nonno mi disse di ricordarmi…” Mi è  sembrato un buon compleanno.

Pesciolini di borragine

Pesciolini verdi fritti – di Tina Conti

Cercare delle belle foglie di borragine, lavatele, passatele velocemente in acqua bollente, ponetele su un canovaccio ad asciugare, fate un impasto con  tonno, capperi e stracchino. Spalmate le foglie di borragine e arrotolate. Cuocete a fuoco vivace in una padella con olio, fate raffreddare e dopo aver apparecchiato la tavola con bei colori di primavera, e messo sul tavolo un bicchiere con un mazzolino di margherite sedetevi, bevete un bicchiere di quello buono e gustate i pesciolini  verdi , si, sembrano proprio pesci! Insieme a delle patate bollite e un carciofo in pinzimonio. Il pane deve essere saporito e raffermo

A conclusione due biscottini di prato e un bicchierino di vin santo.

Dopo aver messo i piatti in lavastoviglie, cercatevi una canzone toscana di Marasco o di Narciso Parigi, ascoltatela, dopo fate una dormitina. Il gatto lasciatelo sul terrazzo sennò vi leccherà le mani a causa dell’ odore del tonno.

Un pesciolino letterario

Da Siddharta – di M.Laura Tripodi

Lo studio di Herman Hesse

Io ho pescato questo pesciolino, che in verità tanto piccolo non è.

Mi ha rapito il libro, riletto dopo tanti anni e in questo brano mi  sono riconosciuta.

Acqua che passa, acqua che canta e non si ferma mai.

Hermann Hesse

Siddharta

“Serenamente contemplava la corrente del fiume; mai un’acqua gli era piaciuta come questa, mai aveva sentito così forti e così belli la voce e il significato dell’acqua che passa. Gli pareva che il fiume avesse qualcosa di speciale da dirgli, qualcosa che egli non sapeva ancora, qualcosa che aspettava proprio lui. In quel fiume Siddharta s’era voluto annegare, in quel fiume oggi s’era annegato il vecchio, stanco, disperato Siddharta. Ma il nuovo Siddharta sentiva un amore profondo per quest’acqua fluente, e decise fra sé di non abbandonarla tanto presto.”

Il pesce nel pozzo

YNÈS – di Rossella Gallori

Dopo mesi da “ gatta di piombo” aveva deciso di fare qualche metro in campagna, allontanandosi da casa, gli unici esseri semiviventi che aveva visto ultimamente erano nell’ ordine: il frigo aperto ed ammiccante, il divano comodo e sprofondante…e la televisione, amica e nemica da sempre…

Indossò scarpe comode, non quelle da ginnastica  detestate fin da i primi anni di vita, ma le sue Clark color miele, poco adatte all’andar per campi, ma Ynès non sapeva, forse, manco più camminar bene, appesantita ed un po’ imbambolata, era arrivata alla soglia dei 70, senza manco saper come.

Il vecchio giubbotto, i jeans  strappucchiati ed amati………fiori sconosciuti, le indicavano la strada.

Dove e perché avesse perso l’ equilibrio, se lo domandava mentre precipitava nel buio cunicolo, forse i lacci delle scarpe, forse… il suo sguardo astigmatico ed un po’ vagante, forse… pensava ancora a lui…tre sassi stronzi  ed era volata nel nulla…

Fu così, che incastrata nella roccia, ringraziò di esser grassa…quel suo essere “ tanta” le aveva impedito di raggiungere il fondo…le mani sicuramente sbucciate, facevano un po’ male, sentiva l’ odore del sangue, lo avvertiva scivolare anche dalla tempia, un rivolo cAldo, che le scendeva sulla guancia, facendola sentire comunque viva …

Nel cadere aveva perso le scarpe, i piedi nudi sfioravano l’acqua, stranamente tiepida, voleva gridare, ma la gola era quasi chiusa, l’ odore forte di un qualcosa di sconosciuto, la paralizzava.

Decise di far funzionare quei pochi neuroni, che il catastrofico volo avevano ridotto a chicchi di caffe mal tostato.

Cercò di allungare le gambe, qualcosa le aveva sfiorato l’alluce, un piccolo morso la scosse, ma non la spaventò, anzi immaginò la famigliola di pescetti ciechi, danzare nell’acqua…

Doveva attingere ai ricordi, pescare nella sua memoria per sopportare il silenzio ed il buio, preludio, forse di una fine lenta ed anche un po’ stupida…

Fu da quel preciso momento che ritrovò un respiro regolare, ed una vista più nitida, nonostante gli occhiali fossero volati chissà dove.

Solo Ynès poteva star bene o quasi, incastrata in un pozzo, lontana da tutto e da tutti…alzò gli occhi al cielo e quel fazzoletto azzurro le dette speranza…ma tornò a guardare in basso, le sembrava di vedere meglio, i suoi occhi si erano abituati al buio, notò anche un foro nella roccia, vi si affacciò, rischiando di cadere ancor più giù, 15 cm di finestra nel nulla, un nulla pieno di ricordi, che la fece allontanare dalla paura…come una sfilata apparvero, nel magico imbuto i suoi ricordi belli: Sorrento con il babbo, i baci furtivi dei suoi fratelli, l’ approvazione della mamma, la fioraia bionda come il grano nonna,tata ed  amica, Lucca ed il buccellato, la schiacciata alla fiorentina, la prima minigonna, i tacchi a spillo, i primi si al buio, gli ultimi alla luce, i capelli color rame, le poesie di  Prevert lette in francese amate in italiano, le sue poesie scritte di notte, l’uovo di cioccolata vinto, quelle 36 rose rosse, il suo Paris compagno intimo e sfacciato, in quel buco le passavano i ricordi più belli, più caldi non sentiva più freddo…anzi…la sfilata continuava, senza un ordine cronologico, senza un filo logico…una pesca miracolosa : la casetta sua, l’ anello di suo padre, le foto di sua madre così bella e femminile, non provava più rancori, nel pozzo miracoloso…il viaggio  a Londra per lavoro, ma non troppo, Lampedusa, Pantelleria, più nuda che vestita…

Stava quasi per addormentarsi…quando il solito pesce le rimorse il piede…risvegliandola, udì per magia la voce di suo padre e quella canzone….bambina innamorata stanotte ti ho sognata…

Una voce parallela le strappò anche un sorriso e  sentì forte la voce argentina della mamma….e quella filastrocca che aveva sempre creduto una invenzione: il general Cadorna ha scritto alla regina….

Quella rovinosa caduta  aveva reso giustizia ai suoi ricordi buoni, nascosti in un buco muschioso a forse 10 metri sotto terra….

Ynès , Ynès Ynessss, strano la stavano cercando, qualcuno si era accorto della sua assenza…..arrivò dall’alto una grossa corda….era incerta se abboccare o restar pesce per sempre….

.

Pesci volanti

Stregatto – di Gabriella Crisafulli

In fondo ai giardini

sul cielo di prima sera

la luna sorride

solo per me

Stregatto

Torno

ad essere

Alice

Quarantena – di Gabriella Crisafulli

Mi muovo

come una gallina

Trascino

per compagna

una sorta

di stanca

follia

che mi tiene

in prigionia

Le taglierei

la testa

di netto

Zac

E mentre il capo

vola per aria

i piedi

zampettano

quaggiù.

Legami – di Gabriella Crisafulli

Scusami

sono dovuta

andare

non mi potevo

di nuovo

ammalare

Forse

sarà il caso

di avviare

una relazione

a distanza

Lanciare la lenza

Il tempo ritrovato – di Gabriella Crisafulli

Era seduta a terra, al centro del ring, le gambe divaricate, le mani a terra, il volto gonfio dai pugni incassati, mentre il sangue le colava dal naso e il corpo flaccido spillava sudore, creando una pozza fetida intorno a lei.

Era davanti a tutta quella gente mentre cercava di recuperare la testa.

Non l’aveva più o si era svuotata?

Di sicuro non ragionava.

Invece di stare lì a perdere tempo, si diceva che doveva produrre qualcosa, un pensiero qualunque, che la facesse fuggire. 

Il corpo le doleva da tutte le parti, tumefatto.

Ne aveva prese tante di botte, fin dall’infanzia, ma adesso non riusciva più a incassare.

Il dolore era così grande che non le venivano fuori le lacrime: doveva averle terminate tutte.

Che stupida, malgrado la lezione avuta, non aveva capito niente e si era affidata alla storia felice che i suoi raccontavano.

E poi, chi le avrebbe creduto?

Non c’erano testimoni.

Le maschere del dentro e del fuori erano molto diverse.

Ma non se ne rendeva conto.

Inoltre anche lei era stata al gioco che le veniva tacitamente imposto ed era diventata così brava che anche i suoi personaggi si alternavano in automatico.

All’improvviso, lì, su quell’orrido palcoscenico, si mise a ridere, a ridere, a ridere come una pazza, fino alle lacrime.

E finalmente pianse.

Ok, aveva perso ma poteva dire a se stessa di averci provato.

Per anni aveva tessuto, cucito, rammendato.

Si era aspettata miracoli.

Aveva preteso troppo.

Non poteva farcela contro l’incomprensibile e l’inconoscibile.

Già una volta si era cimentata con la sofferenza e non solo aveva fallito, ma aveva coinvolto malamente le proprie figlie.

Aveva lanciato la lenza in direzioni sbagliate.

Le piaceva fare la brava!

Ecco il risultato.

Raccolse ad uno ad uno i cocci dentro e fuori di lei.

Traghettò verso altri lidi.

Ma l’aspettava il lago del tempo.

Dilatato su di lei, l’avvolgeva, opprimeva e paralizzava: le sfuggiva fra le dita come sabbia nella clessidra e, giorno dopo giorno, lo perdeva.

Tutto questo tempo ritrovato, dopo anni di penuria, si espandeva a tal punto da smarrirla e da farle perdere il senso.

Sapeva che doveva riavvolgere il filo, trovare il bandolo e oltrepassare il muro.

Ma il dolore l’asfaltava.

Attivava frustrazione e risentimento.

Il lago diventava palude.

Come venirne fuori?

Sentiva il desiderio di usare il suo tempo, di metterlo a frutto, di essere orgogliosa di sé, delle energie che le stavano rinascendo e delle sue capacità.

Ma pensare, e ancor più agire, era una sfida.

Una battaglia persa.

Il tempo si era spezzato, frammentato e adesso toccava a lei ricomporlo in un quadro che la gratificasse.

Doveva ritrovarne la cognizione, delimitarlo.

Chiudere il sipario del passato, spalancare la finestra dell’oggi che è e che sarà.

C’era da mettere dei confini, dei paletti di contenimento al suo esondare.

C’era da trasformare il caos in audacia, capire che era una possibilità remota ma non impossibile.

Ritrovare il sapore delle notti solitarie, le sensazioni sorprendenti che dilatano.

Non pretendere troppo ma aspettare, quieta, lo sviluppo del processo.

Perdonarsi le colpe.

Avere fiducia in sé.

Le mancava il cielo dei sogni felici.

Andò in giardino a guardare in su.

Senza mare

La lingua di mare sul Gargano – di Carmela De Pilla

Per Lucia era inconcepibile vivere senza il mare, era la lancetta che scandisce tempo, la forza che spinge a ritornare così fin da quando era adolescente ogni anno, nel solito mese di agosto approdava nella casa di famiglia che si affaccia sul mare.

Quel momento era per lei un libro incompiuto in cui scrivere ogni estate un nuovo capitolo e tutte le volte c’era da raccontare una nuova storia perché quel nido raccoglieva gli affetti di un’intera famiglia costretta dagli eventi a vivere in spazi e tempi lontani.

Ogni volta  che ritornava proiettava sul grande schermo una vecchia pellicola ripassando a rassegna i ricordi di una vita e ancora oggi nella grande sala c’è un pannello su un’intera parete che incornicia e racconta la storia di tutti attraversando generazioni diverse.

Si rivedeva sedicenne mentre giocava sulla spiaggia con i due fratelli, le corse, i tuffi, le lotte sulle spalle nell’acqua, le immersioni per prendere al largo i cannolicchi e il mare diventava testimone del loro affetto, della spensieratezza e voglia di libertà.

Rivedeva suo padre e sua madre ancora giovani mentre costruivano la casa poi nonni e ora assenti, le figlie e i nipoti  ancora bambini poi ragazzi e ora adulti e lei ogni anno diversa.

È una lingua di mare del Gargano questa situata difronte alle isole Tremiti e lo spettacolo che si presenta agli occhi in ogni attimo della giornata è sorprendente.

Qui , anche se siamo sull’Adriatico si può vedere magicamente il tramonto  e spesso Lucia si recava sulla grande terrazza per sorprendersi ogni volta di quel paesaggio sempre diverso.

L’immensità del mare si incontrava con quella del cielo in un bacio appassionato e il sole  scioglieva i suoi caldi colori in quella distesa, come su una grande tavolozza creava giochi di mirabili sfumature e lei si lasciava trasportare in quella straordinaria bellezza seguendo pensieri disordinati.

Lucia sentiva scorrere nelle sue vene lo stesso mare e la mattina presto mentre tutti ancora dormivano lei si recava sulla spiaggia a correre, col tempo si accontentò di fare lunghe camminate, arrivava fino al canale che unisce il lago di Lesina al mare e poi ritornava verso casa.

 Le piaceva lasciarsi sfiorare la pelle dalla brezza mattutina, guardava i gabbiani ancora assonnati e l’acqua trasparente che faceva intravedere le increspature della sabbia disegnate sul fondo dalle onde, ogni tanto un pescatore che tirava le reti a riva.

Quando il mare era calmo, arrivata al traguardo un po’ accaldata, si concedeva un bagno rigeneratore e si lasciava andare in quell’ intimità che c’era sempre stata tra lei e il mare così iniziava una nuova giornata sotto un cielo propiziatorio.

Un altrove per pescare

Pescare senza canna – di Luca Di Volo

Questa volta la scintilla parla di pesci guizzanti sullo sfondo di un vasto orizzonte . E per me il rischio è quello di farla cadere e spengersi con un frustrante pfff…e basta.

Mi spiego. Io non ho nessuna esperienza “pratica” di questa cosa, non so nulla di esche né di “mosche” usate per adescare guizzanti creature acquatiche.

Però la metafora tra la comparsa abbagliante dell’idea e il lampo argenteo della cattura mi colpisce.

Non mi rimane quindi che creare un non-luogo e un non-tempo dove anche chi non ne sa nulla in pratica possa provare le emozioni del tirare a riva un pesce-idea.

Non so se capita anche a voi. . ma a me riesce, a volte di creare nella fantasia panorami e scenari che sembrano esistere realmente. Credo si chiami “sognare ad occhi aperti “e che più o meno tutti l’abbiano sperimentato.

Ma ora bisognava proprio che mi creassi un nuovo universo se volevo proseguire nella mia esplorazione.

Ed ecco il panorama…immaginatevi l’ansa di un grande fiume, largo e pigro. Si avvolge intorno ai due argini come una bella donna che si stira con un languido sospiro.

Il tardo pomeriggio estivo conduce un leggero zefiro che accarezza l’aria e appena scompiglia le folte chiome dei platani e degli olmi che si piegano in muta preghiera verso la corrente capricciosa, dove piccole onde sorgono e spariscono nel loro mutare: da ying a yang…e da yang a ying…senza tempo.

Io sono lì semidisteso  in un piccolo spazio di rena da cui traspaiono a filo d’acqua piccole luci che abbagliano  colpite da un sole ancora potente.

E scopro che quei lampi argentati non sono altro che pesciolini che saltano sulla superficie lottando contro corrente opponendosi al fiume che travolge.

Sento una sconfinata ammirazione per queste creature caparbie che si ostinano ad andare sulla via più difficile…

Come i nostri pensieri che spesso vagano senza ritegno verso spazi sconosciuti, attirati solo dalla bellezza di un ragionamento, fatto di pura estetica e contro ogni logica conosciuta.

E io mi stavo ponendo strane domande…. il fascino delle formule matematiche, degli antichi geroglifici…delle tavolette in cuneiforme…cos’hanno in comune? La risposta mi bruciò: oltre il senso, la traduzione, la decodifica, nessuno ha mai pensato che queste cose portano con sé un altro dono prezioso: la bellezza. Sì, prima di tutto queste espressioni sono BELLE; fatte di una bellezza arcana e svincolata da ogni aspetto PRATICO. Esse sono belle IN SE’ e PER SE’…

Attirano in un mondo totalmente “altro”, con categorie estranee ma familiari.

E, fatalmente, questo universo vuol farsi esplorare e trasportarci “altrove”, difficile resistere, bisogna partire.

Ed eccolo il mio bel pesciolino. . alla fine ne ho pescato uno anch’io.

Il pescatore

Il pescatore – di Nadia Peruzzi

L’aria era tiepida.  Il salice spargeva la sua ombra benefica.  L’attrezzatura c’era tutta, si trattava solo di mettersi a pescare.  Era stato faticoso arrivare fino a li, quel giorno, con tutta quella roba addosso e dopo quella fin troppo lunga limitazione di esercizio fisico che lo aveva infiacchito . 

Quell’angolo di paradiso ripagava dei chilometri fatti per arrivarci,  se lo diceva ogni volta, da anni,  appena poggiava tutto sul manto erboso e si metteva a guardare il fiume. 

L’acqua scorreva incedendo maestosa al centro del suo letto.   A riva,  nei punti in cui i rami del salice sembravano far tutt’uno con l’acqua la si sentiva gargottare placida mentre rilanciava lampi di verde smeraldo ogni volta che un refolo di vento spostava le fronde per lasciar passare i raggi del sole di maggio!

Era una giornata magnifica.  Nessuna nuvola, solo una brezza tesa su cui scivolavano profumi di fiori misti a quelli delle infiorescenze degli alberi non troppo distanti dal punto in cui si trovava. 

Quel giorno l’acqua era più pulita del solito.  Quasi cristallina.  Anche i pesci sembrava se ne fossero accorti.  Giocavano a rincorrersi divertendosi a far capolino di tanto in tanto. 

Non ne aveva visti mai così tanti in quel punto.   

Come se la lunga quarantena avesse fatto bene anche a loro.  Meno pescatori in giro, meno pericolo di esser catturati e di finire in padella, più possibilità di riprodursi e moltiplicarsi. 

Guardava la canna che avrebbe dovuto assemblare.  Era appoggiata sull’erba in attesa dei soliti gesti.  Amo, esca, lenza,  lancio.  Quasi un rito che aveva termine con lo zac del filo che si tendeva appena l’uncino cattivello si agganciava nella bocca dell’incauto pesce che sarebbe finito dopo non molto in bella mostra su una tavola imbandita. 

Si sentiva intorpidito nei gesti e nella volontà, quel giorno. 

La canna continuò a restare a terra. 

Dall’erba saliva un tepore che invitava a lasciarsi andare.  Non era la stanchezza della camminata era un languore misto ad una sana voglia di non far nulla di nulla in una placida giornata di primavera per godersela così com’era senza gesti eccessivi e movimenti di troppo. 

Dopo i tanti giorni passati a camminare su e giù per il corridoio di casa,  pensava che quel suo primo giorno di libertà riconquistata e all’aperto sarebbe stato condito di eccitazione frenetica. 

Invece no.   L’aria lo frastornava, il turbinio dell’acqua gli dava una sorta di capogiro.  Non era più abituato all’aria aperta, fu costretto a concludere. 

Si sdraiò accanto alla sua canna da pesca smontata, e si addormentò pressoché subito. 

Si ritrovò a sognare di un mondo popolato di una natura rigogliosa come non mai,  con tanta tanta acqua,  e di pesci giganti che giravano con immensi retini e enormi canne da pesca intenti a pescare i pescatori. 

Il rito era simile al suo :amo, esca, lenza, lancio. 

Solo che ogni volta era lui che si ritrovava quell’uncino in bocca.   Ogni volta,  allo strappo,  sentiva un gran male. 

Sentiva dei gran dolori da tutte le parti mentre lo trascinavano verso riva per stenderlo sull’erba. 

Si svegliò di soprassalto un po’ impaurito e parecchio indolenzito per l’umidità che l’erba gli aveva fatta penetrare nelle ossa. 

L’ultimo raggio di sole lambiva l’orizzonte e colorava l’acqua di fronte a lui di un rosa che si stava incupendo velocemente. 

Ripensò al sogno ma lo rivisse come fosse stato catapultato dentro una storia, figlia di un altro mondo!

Non l’aveva scritta lui .  Era lo specchio di un altro punto di vista a cui lui prima non aveva dedicato nemmeno un piccolo pensiero.   Non ci aveva fatto mai caso che tutto si potesse capovolgere così!

Dopo la grande paura causata dallo tsunami,  il senso di insicurezza che ne era derivato e ancora condizionava distanze e approcci con gli altri lentamente ci si stava rimettendo sulla via della normalità. 

La vita stava tornando a scorrere lungo i binari di un tempo!

Lui era a disagio,  ancora non era riuscito a liberarsi del tutto dalle macerie che la catastrofe aveva accumulato man mano nei suoi pensieri e dentro le corde più intime della sua anima. 

Aveva una certezza che cominciava a farsi strada nelle fin troppe incertezze con le quali si trovava a dover fare i conti. 

Nei binari di un tempo lui non ci voleva rientrare. 

Era sempre andato da solo a pescare per cercare la tranquillità che altrove non riusciva a trovare. 

Visto con altri occhi tutto questo gli appariva una via di fuga, costellata oltretutto di molti momenti di noia assoluta. 

Mentre lui era li ad aspettare per ore pesci che a volte nemmeno abboccavano la vita correva altrove. 

Aveva bisogno di contatti, di mani da stringere, di abbracci da dare e da ricevere,  di persone da ascoltare e da cui farsi sentire. 

Si stava facendo buio e questo lo costrinse a ripercorrere in fretta il sentiero che lo aveva portato fino a lì. 

La canna e tutto il resto erano rimasti abbandonati sul prato.  ”Faranno la gioia di un altro pescatore”, pensò. 

“Nella mia nuova vita a me non servono di certo.  Lascio che i pesci nuotino in santa pace.  Perché disturbarli?” 

Un pesce dal passato

Quando Lorenzo Salsi aveva voglia di fantasia:

“Salvia regina matta di misericordia/ vita d’un cieco…….” La beghina recitava con trasporto ma non avendo mai saputo il latino andava per sonorità. Salvia, Silvia? Boh! Le prime 3 lettere corrispondono all’inizio del mio cognome SAL. VIA mi da l’idea della prora, di quel modo di dire marinaresco che indica l’andar dritti, Proravia. Sal ….el sal de los mar ….. mi faccio paura.Salvia di Gerusalemme pianta non edibile per cucinare ma bellina a vedersi con le sue foglie color argento . Salvia e alloro….. uhmmmm …..fegatelli! Salvia parola morbida. Salvia parola veloce, forse per il “via”. Il mio animo la mia deformazione professionale escono prepotenti; no, via, dai! non posso parlar di piante troppo facile per me. Però che bella che è, che profumo. Ne ho una grande davanti la porta di cucina e manda un profumo che …..ma sie ….Paco Rabanne, Hermes, Givenchy, Armani ….tse! Mi siedo spesso a leggere, nella bella stagione, in giardino accanto alla Salvia sativa e godo del profumo e delle api e farfalle che si cibano del suo nettare e guarda caso la Salvia è proprio accanto al barbecue.

” Salvia regina ………”