Due personaggi in volo sulla memoria — di Cecilia Trinci

Ameli avrebbe sempre ricordato l’immagine di lui che reggeva un aquilone impazzito con una canna da pesca. Le era tanto piaciuto quell’avvicinare un qualcosa di mare, capace di trattenere un grosso pesce, a una forza di carta volante. La vista poi era stupenda: un giovane uomo, una bambina dietro che trattenevano con tutta la forza possibile un aquilone che più saliva, con tutto quel filo disponibile, e più volava alto. Il Gran Paradiso era nello sfondo. Il cielo era blu. Non aveva più la foto, finita come tutte le altre di quel periodo nelle mani di lui. Ci aveva messo tanto a capire che uno che poteva distruggere una foto simile non aveva tutte le rotelle al suo posto. Ma ci aveva messo tanto a capire anche tantissime altre cose che stavano nascoste in una vita felice.
Ameli non era stupida, neppure ingenua, eppure ci era cascata. Aveva scambiato l’eccentrico con la fantasia, il furbo per il simpatico e soprattutto il narcisismo per l’amore.
Càpita.
Quel giorno dell’aquilone era uno di quella serie estiva, fuori stagione, trascorsa sui prati di Cogne, sui sentieri anche troppo assolati, ai bordi di ruscelli freddi e fontane di legno. Ameli spesso scambiava la bellezza dei paesaggi con la bellezza della vita, non aveva occhio per certe sottigliezze.
Càpita.
Così capiva male quando Roberto le impediva di leggere per prima le lettere che erano sue, da parte delle sue amiche e per primo le leggeva lui, per evitare sorprese e tradimenti. Capiva male, certamente,…. era amore grande. Lo diceva lui, se lo ripeteva lei. Capiva male quando accettò l’imposizione di non mettere il telefono in casa per evitare, anche lì, improbabili tresche. E meno male che i cellulari non erano ancora realtà!
L’amore è strano, a volte chiude occhi e orecchie, chiude pure le sinapsi del cervello.
Preferiva farsi chiamare dal padre e solo da lui, mi raccomando, al telefono della vicina, salire le scale di corsa e parlare così, in una casa estranea a piccole frasi anonime.
C’erano giorni belli, notti sotto le stelle sulle rive del fiume Merse, quando la primavera era tutta profumi e fruscio di foglie, e la paura nemmeno si affacciava guardando all’insù, verso fette candide di luna, mentre intorno si spandeva l’assoluta solitudine.
C’erano giorni belli quando le raccontava di come si muovono i pesci per scansare le esche, di come scegliere l’aborniello per incidere sopra il nome, come riconoscere il verso delle ghiandaie, il merlo che zampetta per costruire il nido. Quando sparavano a barattoli di metallo….ma se a vincere era lei si affacciavano già reazioni avverse.
Non lo sapeva che erano già segnali. Anche sua madre era stata così, impulsiva, irruenta, violenta non raramente. Forse Amelie aveva avuto esempi storpiati, tormentati, disuguali. E forse per questo il velo sugli occhi era così spesso, tollerante e rosato.
Cominciò a capire ma non ad ammettere, piano piano. Continuava a scansare la verità, evitandola come il fumo di un falò.
Un fagiano in amore fu ucciso per dispetto, con la macchina, accelerando apposta. Lo vide morire senza poterlo difendere. Si sentì tramortita accanto all’animale, mentre la femmina ancora lo cercava.
Finché accadde.
Finché la furia si scatenò sulla bimba.
Fuggì. Fuggirono lei e la bimba. Ma non vide, non ammise.
Morì dentro, ma non ammise, non accettò.
Rinacque da sola, sollevandosi ogni giorno, ma non ammise, non accettò.
Continuò a ricordare le notti d’estate con i grilli, i tramonti sul fiume Merse, i giochi con la bimba sul letto grande. Continuò e continuò.
Finché la potenza del vero fu più forte-
E allora smise, si staccò. Si riaccese nuova, ma lentamente, a spinte, come in un nuovo parto.
Ed ebbe tenerezza e compassione per quella lei che, fin lì, non aveva voluto mai guardare dalla parte giusta.
non trovo le parole, quelle giuste…
” AVEVA AVUTO ESEMPI STORPIATI, TORMENTATI, DISUGUALI”
Parole che sono chiave, la porta è pesante…le braccia stanche…poi ti ami e ce la fai…
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