Reazione di Nadia

VASO CHE VA IN MILLE PEZZI, FELICI. – di Nadia Peruzzi

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Il vaso falso Ming troneggiava nel salotto, totalmente kitsch, della famiglia tutta mafia e droga dei Casamonica. Il capoclan lo aveva preso da un ricettatore, che aveva un grosso debito con loro e che gli aveva giurato e spergiurato che fosse autentico e dal valore inestimabile. Glielo disse avendo una 44 Magnum appoggiata alla tempia destra, che non mancò il colpo. Il motto del clan da sempre era fidarsi è bene, non fidarsi ancora meglio. Il Mammasantissima dei Casamonica che capiva di pistole ma nulla assolutamente di vasi cinesi, se lo portò a casa e per fare bella figura dichiarò a tutti che era un cimelio di valore inestimabile. Se avesse indagato avrebbe scoperto che era una imitazione fatta da un artigiano di Grottaglie che spesso si dedicava ad affiancare lavoro oscuro, a una attività che scorreva per lo più nella legalità. Fra i Casamonica si diffuse ben presto una sorta di venerazione per quel vaso. Chi era nella lista legittima della eredità, era già pronto a litigare e a far causa. C’era già la gara ad accaparrarselo appena il capo clan avesse tirato le cuoia. Nessuno aveva messo nel conto la piccola canaglia di nome J R, fratello di Pamela e Sue Ellen, che si muoveva in casa sempre correndo e facendo slalom fra tutta la paccottiglia che negli anni i Casamonica erano riusciti a stipare in quel salotto. Un giorno centrò in pieno il vaso, facendolo andare in mille pezzi. Fu a quel momento che scoprirono che era un falso e di Ming non aveva nulla. Da una sigla interna si scoprì che veniva da Grottaglie che erano certi fosse in Calabbria!!  Si incazzarono tutti. Di più quelli che erano già pronti a contenderselo nella causa di successione. Gli unici felici, i pezzi del vaso che non ne potevano più di essere assemblati in quella vera e propria ciofeca. Come sarebbe stato bello esser consegnati a qualcuno pratico dell’arte giapponese del Kintsugi, che ricostruiva tutto come si fa con i pezzi di un puzzle usando lacca urushi e polvere d’oro. Allora si che il vaso avrebbe trovato il suo vero valore, che andava molto al di là del mero valore materiale calcolabile in denaro. Il Kintsugi lo avrebbe nobilitato dandogli un’anima, essendo metafora delle fratture e dei cambiamenti che gli individui possono trovarsi ad affrontare durante la loro esistenza, e quindi monito e insegnamento per tutti. Decisamente troppo per quei buzzurri, avvezzi solo a taglieggiare, a rubare e sparare, che sicuramente nemmeno sapevano dove fosse il Giappone!! 

Due personaggi in cerca di un racconto: Cecilia

Due personaggi in volo sulla memoria — di Cecilia Trinci

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Ameli avrebbe sempre ricordato l’immagine di lui che reggeva un aquilone impazzito con una canna da pesca. Le era tanto piaciuto  quell’avvicinare un  qualcosa di mare, capace di trattenere un grosso pesce, a una forza di carta volante. La vista poi era stupenda: un giovane uomo, una bambina dietro che trattenevano con tutta la forza possibile un aquilone che più saliva, con tutto quel filo disponibile, e più volava alto. Il Gran Paradiso era nello sfondo. Il cielo era blu. Non aveva più la foto, finita  come tutte le altre di quel periodo nelle mani di lui. Ci aveva messo tanto a capire che uno che poteva distruggere una foto simile non aveva tutte le rotelle al suo posto. Ma ci aveva messo tanto a capire anche tantissime altre cose che stavano nascoste in una vita felice.

Ameli non era stupida, neppure ingenua, eppure ci era cascata. Aveva scambiato l’eccentrico con la fantasia, il furbo per il simpatico e soprattutto il narcisismo per l’amore.

Càpita.

Quel giorno dell’aquilone era uno di quella serie estiva, fuori stagione, trascorsa sui prati di Cogne, sui sentieri anche troppo assolati, ai bordi di ruscelli freddi e fontane di legno. Ameli spesso scambiava la bellezza dei paesaggi con la bellezza della vita, non aveva occhio per certe sottigliezze.

Càpita.

Così capiva male quando Roberto le impediva di leggere per prima le lettere che erano sue, da parte delle sue amiche e per primo le leggeva lui, per evitare sorprese e  tradimenti. Capiva male, certamente,…. era amore grande. Lo diceva lui, se lo ripeteva lei. Capiva male quando accettò l’imposizione di non mettere il telefono in casa per evitare, anche lì, improbabili tresche. E meno male che i cellulari non erano ancora realtà!

L’amore è strano, a volte chiude occhi e orecchie, chiude pure le sinapsi del cervello.

Preferiva farsi chiamare dal padre e solo da lui, mi raccomando, al telefono della vicina, salire le scale di corsa e parlare così, in una casa estranea a piccole frasi anonime. 

C’erano giorni belli, notti sotto le stelle sulle rive del fiume Merse, quando la primavera era tutta profumi e fruscio di foglie, e la paura nemmeno si affacciava guardando all’insù, verso fette candide di luna, mentre intorno si spandeva l’assoluta  solitudine.   

C’erano giorni belli quando le raccontava di come si muovono i pesci per scansare le esche, di come scegliere l’aborniello per incidere sopra il nome,   come riconoscere il verso delle ghiandaie, il merlo che zampetta per costruire il nido. Quando sparavano a barattoli di metallo….ma se a vincere era lei si affacciavano già reazioni avverse.

Non lo sapeva che erano già segnali. Anche sua madre era stata così, impulsiva, irruenta, violenta non raramente. Forse Amelie aveva avuto esempi storpiati, tormentati, disuguali. E forse per questo il velo sugli occhi era così spesso, tollerante e rosato.

Cominciò a capire ma non ad ammettere, piano piano. Continuava a scansare la verità, evitandola come il fumo di un falò.

Un fagiano in amore fu ucciso per dispetto, con la macchina, accelerando apposta. Lo vide morire senza poterlo difendere. Si sentì tramortita accanto all’animale, mentre la femmina ancora lo cercava.

 Finché accadde.

Finché la furia si scatenò sulla bimba.

Fuggì. Fuggirono lei e la bimba. Ma non vide, non ammise.

Morì dentro, ma non ammise, non accettò.

Rinacque da sola, sollevandosi ogni giorno, ma non ammise, non accettò.

Continuò a ricordare le notti d’estate con i grilli, i tramonti sul fiume Merse, i giochi con la bimba sul letto grande. Continuò e continuò.

Finché la potenza del vero fu più forte-

E allora smise, si staccò. Si riaccese nuova, ma lentamente, a spinte, come in un nuovo parto.

Ed ebbe tenerezza e compassione per quella lei che, fin lì, non aveva voluto mai guardare dalla parte giusta.