Quattro personaggi in cerca di storia: Sonia

La scelta – di Sonia Cortecci

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Li chiamavano i quattro moschettieri perché erano sempre, sempre assieme e si spalleggiavano l’un l’altro in tutte le occasioni, “a torto o a ragione”!

Livio, Roberto, Antonio ed Amely  conclusero insieme il liceo scientifico Gobetti, con ottimi risultati perché studiavano in gruppo e quello che ognuno conosceva lo metteva in comune con gli altri.

Erano diventati una famiglia poiché, in quelle d’origine, avevano ognuno storie infelici. Si sa tutte le famiglie ( viste da fuori!)devono assomigliare allo lo “spot” del Mulino Bianco, ma ognuna è a suo modo infelice.

Loro ne avevano creata una,  dove ciascuno portava i propri bisogni senza finzioni e vergogne.

Questa ” famiglia per scelta” aveva dato loro le ali per prendere il volo, ognuno in direzioni diverse. Si sentivano comunque con messaggi vocali oppure lasciandoli ad un fermo posta nel comune di Vicchio del Mugello. Questa scelta era stata fatta per non perdersi Livio, che aveva “staccato la spina” con il mondo ed era diventato uno studioso quasi completamente solitario.

Si era chiuso in una vecchia casa colonica sotto la chiesa di Barbiana, dalla quale scendeva una volta alla settimana, a volte anche ogni 15 giorni, per poche necessità.

La più assidua nel tenere i contatti fra loro tre e Livio era Amely che, anche con lui, aveva intrecciato una delle sue varie storie d’amore, tutte di poco peso, perché lei voleva essere libera di partire in qualsiasi momento il lavoro glielo consentisse senza dar conto a nessuno dei suoi movimenti….

Ma fra lei e Livio l’amicizia era rimasta ed aveva aiutato entrambi: per lei Livio era un punto fermo a cui tornare, come lo era la propria casa, bella ed essenziale in cui i ninnoli non avevano posto, i fronzoli inutili neppure.

Roberto, fra loro quattro, era quello completamente realizzato, facendo ciò che sapeva fare meglio: il calciatore. Però, quando si ritrovavano saltuariamente, faceva capire che soldi e vittorie non avevano appagato una parte di sé stesso. Si sentiva spesso solo, anche fra una folla di ammiratori ed ammiratrici.

Poi aveva  avuto una specie d’illuminazione e scelto di essere buddista, rovesciando la sua vita come un guanto e scoprendosi a guardare la vita come se fosse dall’altra parte del canocchiale: adesso si fermava a guardare le piccole cose e vedeva quanti mondi ci sono, che calpestiamo senza curarcene.

Antonio era il più instabile e controverso fra loro. Non si capiva mai quale fosse l’approccio giusto per fare con lui un qualsiasi ragionamento sensato che gli facesse esprimere ciò che lo rodeva veramente. Poi il tarlo era emerso e lui ne aveva parlato con Amely, nella quale cercava di riconoscere e capire cos’era la femminilità.

Finalmente scelse cosa fare di sé stesso ed intraprese un percorso per trasformare il suo corpo in maniera che diventasse l’espressione di quello che sentiva nell’anima. Si sottopose a cure ormonali che gli fecero crescere il seno e la sua transizione, frutto della sua determinazione, riuscì benissimo: era bella……..ma ciò che era proprio delle donne, non avrebbe potuto averlo: veder crescere un figlio, nato da te, creato dal tuo corpo, custodito come un gioiello.

Antonietta, non più Antonio, non lo avrebbe mai realizzato, nonostante la sua determinazione e le sue competenze scientifiche.

Antonietta si ritrovò quindi con Roberto ed Amely, nella piazza del paese. Si erano accordati fra loro tre perché erano mesi che non riuscivano più a contattare Livio ed avevano deciso di vedere che fine avesse fatto; in fondo era pure un’ottima scusa per raccontarsi l’un l’altro cos’erano diventate le loro vite, poiché ormai pareva che avessero preso una direzione precisa. Erano arrivati con mezzi diversi: treno, auto ed Amely in taxi dalla stazione di Firenze centrale.

Salirono tutti e tre sulla jeep di Roberto e si avventurarono sul tratturo che saliva alla chiesetta di Barbiana, restaurata da poco tempo in occasione della visita papale alla parrocchia di Don Milani, il “prete scomodo”. Era stata una storica scuola per i ragazzi di paese dove Don Lorenzo aveva ribaltato tutti i luoghi comuni sulla scuola di èlite con il suo libro  “Lettera ad una professoressa”(1971). Livio aveva spiegato da tempo come arrivare da lui: era facile, anche perché c’era una sola strada praticabile.

Arrivarono sul piazzale della casa contadina e finalmente scesero. Si allarmarono perché il portone di legno era spalancato,  ma pensarono che in quel posto non ci fosse necessità di chiudere a chiave nessuna porta per difendersi da ladri e malfattori, neppure quella del proprio cuore…

Chiamando a voce alta Livio, iniziarono a cercarlo, prima in casa e attorno.

La casa era appoggiata alla collina che le stava attorno come una culla e capirono Livio profondamente, il suo bisogno di silenzio per ascoltare solo i suoi pensieri.

Si separarono per cercare meglio, ma non dovettero andare molto lontano: Livio era disteso a terra, nel primo tratto di bosco, a poche decine di metri dalla casa.

Giaceva abbracciato ad una quercia più piccola delle altre: sembrava quasi stessero parlando fra loro e che lui ascoltasse le vibrazioni della pianta.

Roberto, il più pratico dei tre, cercò subito il battito cardiaco sulle carotidi: niente da fare Livio era morto e non da molto, dedusse toccandolo.

Dovettero scendere in paese per riuscire a comunicare ai carabinieri che, a Barbiana, c’era un morto.

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Autore: lamatitaperscrivereilcielo

Lamatitaperscrivereilcielo è un progetto di scrittura, legata all'anima delle persone che condividono un percorso di scoperta, di osservazione e di ricordo. Questo blog intende raccontare quanto non è facilmente visibile che abbia una relazione con l'Umanità nelle sue varie espressioni

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