Sotto le stelle – di Cecilia Trinci

Si alzò in tutta fretta. Non aveva mai dormito così tanto ma quella mattina il rumore della pioggia coccolava il resto di un sogno che l’aveva accompagnata tutta la notte. Era stato ello rivedere la stanza dove sua madre cantava preparando la cena. Non era come era stata veramente, ma c’erano dei particolari che le davano emozioni profonde: la finestra con le tendine di pizzo e quel ramo di glicine che si appoggiava fino al davanzale. Sua madre diceva sempre. Antonietta , ricordati sempre che una casa senza tendine non è casa, non importa il colore, la stoffa, basta che ci stiano bene appese a rallegrare la stanza.
Si alzò alla fine e preparò il caffè, come ogni mattina, un caffè lungo, non troppo buono ma caldo e pensò subito alla mail che aveva letto la sera prima: un certo Livio le chiedeva una consulenza. Aveva a che fare con un soggetto difficile: un ragazzo cresciuto in uno stato di totale abbandono che era poi tornato alla civiltà. Era stato adottato da una ragazza molto affettuosa e disponibile, di nome Amelie che non riusciva però ad entrare in contatto profondo con lui. Si mise al computer, rispose alla mail e fissò un appuntamento per il giorno dopo, nel bar della Facoltà di Lettere. Lei avrebbe avuto un cappello rosso, lui, Livio, un giaccone verde bosco. Alle 10 davanti a un buon caffè.
Venne anche Amelie. Livio non era bravo con le persone, troppo timido e riservato non sapeva come cominciare un qualsiasi rapporto. Infatti fu Amelie che salutò per prima, accompagnando il saluto con un gesto festoso. Antonietta, curiosa e abituata alle cause perse, allungò una mano per accogliere i due accanto a sé. Livio si decise con il preambolo, era uno psicoterapeuta che da anni si occupava soprattutto di adozioni difficili. La madre, in questo caso, era Amelie. Tenera, un po’ indifesa, quasi timorosa la donna allungò la mano verso Antonietta. Tremava, ma appena, e subito si rifugiò nella stratta calda di una mano concreta. Raccontò la sua storia. Dopo tanti amori difficili, tutti complicati e sfortunati si era decisa a prendere in affido un ragazzino di 12 anni, recuperato in una zona desolata dell’Abruzzo. Era stato abbandonato a due anni e non si sa come era sopravvissuto e addirittura cresciuto sano e forte. Qualche pastore ogni tanto lo aveva aiutato, soprattutto nei primi mesi, ma poi i rapporti si interrompevano sempre e lui, il ragazzo scappava di nuovo nelle solitudini ancestrali. Alla fine, dopo varie segnalazioni, i servizi sociali lo avevano raccolto e portato in continente dove era stato trovata una soluzione di affido temporaneo. A questo punto fu Amelie a raccontarsi e a dire come avesse tentato ogni strada per comprendere il ragazzo, che ancora, dopo tre mesi con lei mangiava solo banane, castagne e pane e dormiva in terra, ai piedi del suo letto, sopra una balla di iuta. Non parlava. Non comprendeva e piangeva di fronte alla finestra sull’orto. Antonietta era attenta e mentre ascoltava ad un certo punto cercò nel cellulare un numero. Chiese il permesso di chiamare e sulla striscia luminosa apparve un nome: Roberto.
Pronto, Roberto, ho bisogno di te. Vediamoci stasera a cena, sì vieni da me, alle 8.
Rassicurò i suoi ospiti e promise di rivederli tutti e due il giorno dopo. Stesso posto, stessa ora.
Antonetta si alzò di fretta, pagò il conto per tutti e scappò via.
Roberto era sempre stato un bel ragazzo. Erano rimasti sempre in contatto, anche quando il calcio aveva assorbito tutto il corpo e la mente di lui. Non si erano sposati nessuno dei due. Antonietta aveva sempre creduto di preferire le ragazze anche se Roberto era l’unica persona che riuscisse a farla ridere e a provare quel sentimento di leggerezza che la faceva stare sempre bene, ogni volta che riuscivano a incontrarsi. Lui la chiamava ogni volta che aveva un dubbio, o uno stato di stanchezza che lo spaventava, bevevano qualcosa, ridevano un po’ e tutto svaniva, tornavano a sentirsi forti, quasi felici. Questa volta era lei ad avere bisogno di Roberto e lui, come sempre c’era.
Fu così che gli raccontò del “caso Livio” come lei diceva e chiese a lui se poteva incontrare il ragazzo, magari proponendogli un gioco, facendogli scoprire il pallone o qualsiasi altra cosa.
Si videro solo pochi giorni dopo.
Roberto vide il piccolo e ne fu stregato. I suoi occhi scuri, spauriti, opachi di dolore lo incantarono. Tornò alla macchina e prese un vecchio pallone che portava con sé. Non dissero niente. Roberto accennò un piccolo palleggio, piano, tra le frasche del giardino dove si erano trovati. Il ragazzo lo guardava, affascinato, senza avvicinarsi. Piano piano Roberto cominciò a lanciare la palla vicino a lui e continuarono così, in silenzio, lentamente e inesorabilmente per tutto il pomeriggio. Il ragazzo alla fine lo inondò con un sorriso largo, lucente, contagioso.
Fu solo allora che Roberto chiese: tornerai domani?
E fu solo allora che il ragazzo parlò e disse Si
Andarono avanti per diversi giorni prima che Roberto si spingesse un poco più avanti e cominciasse a parlare, di gioco, di regole, di calcio vero.
Un sentimento fresco e sincero li univa e ogni giorno si manifestava su quel campetto di periferia. Roberto era tornato ragazzo e l’altro diventava adulto.
L’amicizia si estese a tutti e cinque i protagonisti di questa storia. Ogni tanto si incontravano a casa di Livio, un casale di campagna dove il prato diventava un campo di calcio e il pergolato accoglieva le grigliate di formaggio di capra e torte di bietola, le fragole e i mirtilli. Tutti erano vegetariani e Roberto insegnò al suo pupillo anche il pensiero buddista che tanto lo aveva sorretto da giovane.
I giorni scorrevano sereni, e sembrava che non potessero mai finire.
Una sera si fermarono tutti dopo cena per vedere le stelle cadenti. Il cielo era buio, i cuori pulsavano lenti e sereni, sembrava tutto perfetto quando cominciarono ad alzarsi dalle sedie per andare a dormire. Livio non si alzò, rimase immobile sulla sedia a sdraio ancora con il sorriso che gli aveva regalato la serata. Lo chiamarono, lo scossero, lo afferrarono stretto, ma lui era spirato in silenzio.
Il mondo si fermò di colpo, anche le stelle sembrarono spengersi. Le lacrime si gelarono.
Finché Antonietta ruppe il silenzio con poche parole tremule. “Lo sapevo. Era troppo stanco, stanco del male che ha sempre combattuto, non accettava più questo mondo, ma ha voluto andarsene nell’amore, sotto le stelle. Ora noi dovremo proseguire anche per lui. Ma non accetteremo che il mondo trabocchi solo di cattiveria e continueremo ad aiutare chi avrà bisogno di comprensione e di amore. Fonderemo una scuola di calcio per ragazzi difficili.
Si alzarono, presero una targa di legno e incisero lì, nel buio della notte con il fuoco ancora acceso la scritta da appendere al cancello
“Scuola calcio la casa di Livio”