Dal frammento di Neruda la storia di Anna: il taciturno che venne da lontano

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IL TACITURNO CHE VENNE DA LONTANO – di Anna Meli

            Era giunto da poco in quel paesino di poche anime che sorgeva su una altura circondata da campi di olivi. Nella piazza, un bar con solo due tavolini occupati da quattro vecchi che ingannavano la noia giocando a carte e, sotto il grande tiglio, alcune donne intente a chiacchierare e lavorare a maglia. Alcuni ragazzotti intanto si stavano sfidando in una partita di pallone a tre. Ne ebbe subito una buona impressione. Sì quel luogo era giusto per lui. Dopo aver consultato un biglietto tolto dalla tasca della sua giacca, si diresse con passo deciso verso una vecchia costruzione e sparì nel portone spalancato.

            Chi era, da dove veniva? Qual’era il motivo per il quale era andato a vivere in quella casa da tempo abbandonata dal proprietario che nessuno ricordava più? Tutti si ripromettevano di scoprirlo nei giorni successivi. Fra l’altro avevano anche notato che ogni tanto riceveva brevi visite da alcuni sconosciuti che però se ne andavano velocemente e questo si aggiungeva alle altre curiosità.

            Uscendo, in paese tutti lo salutavano per educazione e per cercare un approccio e andare oltre, ma lui rispondeva gentilmente mantenendo le distanze e tutto finiva lì. Il suo aspetto  incuteva timore e il suo modo di vestire, di camminare, di osservare quasi di sfuggita non lo rendeva simpatico. Parlava poco, rispondeva per dovuta cortesia. In paese si diffuse l’idea che nascondesse un segreto e che addirittura fosse una specie di mago che imbrogliava le persone ingenue o disperate che si rivolgevano a lui.

            Nel fine settimana i giovani di ritorno dal lavoro furono prontamente informati della situazione e fu deciso di parlarne tutti insieme per giungere ad una conclusione. Tutto il paese non si sentiva al sicuro e chi meglio del Sindaco avrebbe potuto risolvere la situazione! Ma il sindaco inventò mille scuse, fece innumerevoli giri di parole dicendo che potevano stare tranquilli, che quel tipo veniva da molto lontano e che di più non poteva assolutamente dire.

            Non aveva fatto i conti con l’usciere al quale niente sfuggiva e fu così che si venne a sapere in gran segreto che il signore del quale sapeva anche il nome era un pentito collaboratore di giustizia a domicilio coatto e….acqua in bocca!!!

Dal frammento di Neruda il pensiero di Stefania: si spense la nube vagante

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Si spense la nube vagante – di Stefania Bonanni

Troppo tempo aveva faticato, trascinandosi stelle che non ne volevano sapere,di seguirla.

Aveva faticato, traversando un cielo troppo pieno, con quello strascico. Aveva faticato a splendere su commissione, con la luce di altri.

L’ aveva pagata cara, quella luminosità a credito.

Ed era venuto il momento. Avevano richiesto indietro il prestito.

Nulla e’ gratuito a questo mondo, e neanche nell’ alto dei cieli.

Quella nuvola magica si sgonfio’, si scuri’, non sembro’ più panna montata. Non fu piu’ illuminata dal rosso dei tramonti. Non se la porto’ piu’ a giro quel venticello di marzo che fa il solletico al mondo. Cambio’ natura, in un baleno fu piu’ scura del mare di notte, gonfia e dura, come un sasso.

Se qualcuno la vide, ma nessuno guarda le nuvole per conoscerle davvero, non si stupi’.

Ora era una nuvole come tutte. Gonfia di vento, di pioggia, di sospiri, di lacrime.

Ed allora piovve.

Frammento da Neruda per Vittorio: il libro di neve

Un libro di neve – di Vittorio Zappelli

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La passeggiata era erta ma si sapeva ; nel bosco dopo la strada sterrata arrampicarsi a piedi tra la neve con il freddo che si stemperava nel calore del corpo in movimento. Non da solo ma in piccola carovana . Il traguardo “sassi scritti” grandi lastroni in pietra affioranti dal terreno con iscrizioni sconosciute ai piu’.

Arrivati , si spazzola il mantello di neve per rivedere gli antichi scritti ; e dopo, qualcuno , me compreso, incide parole come ferite nel freddo bianco.

Dureranno un baleno rispetto agli scritti sulle pietre.

Ma ce le portiamo a valle con gli zaini e, mentre scendiamo, rotolano nella mente .

Da un frammento di Neruda per Rossella G.: ho atteso sul balcone con l’edera della mia infanzia

Ho atteso sul balcone…con l’edera della mia infanzia – di Rossella Gallori

…la coperta di lana ruvida…le righe azzurre allineate, parallele e tristi.

Ho atteso di rivederle invano…

Speravo volassero in cielo, prima o poi…

Io sul balcone a cercare nuvole infeltrite che mi riportassero a lui…

Con l’edera ombra verde ed insistente di un passato morbido…

Le mani giunte senza preghiera, senza amen.

il silenzio, compagno della mia infanzia,  giocava tra i riccioli mogano che ad uno ad uno cadevano…

Un tappeto per i sogni nuovi, per gli incubi vecchi.

Piccoli nodi di capelli bambini cercavano, rincorrendosi,  la lunga frangia, per porre fine ad una corsa senza fiato, senza spazio…

Ho atteso e ancora attendo, vecchie coperte in cielo, appese ad un filo immaginario pesante di ricordi e  lungo di vita…righe azzurre un incubo mai sbiadito…

Sul balcone io non ci sono più, l’edera della mia infanzia fa buio sui giorni di  oggi…o è  miraggio di fiori nascosti?

PS: Pensi di aver scelto, un brano, quasi per caso, poi ti accorgi che è lui che ti ha scelto e trovi tra le pagine del tuo quaderno un cuore lilla, libero e prigioniero al tempo stesso di parole tue…di versi di altri….

Dal frammento di Neruda per Sandra: il taciturno che venne da lontano

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IL TACITURNO CHE VENNE DA LONTANO – di Sandra Conticini

Stava sempre li, al circolo, da solo, zitto zitto guardandosi intorno. Nessuno lo aveva mai sentito parlare, pensavano che fosse sordomuto. Arrivava nel primo pomeriggio, si metteva a sedere in un angolo e fino a sera non si alzava. All’inizio veniva chiamato “il mafioso”. Da sotto quegli occhiali neri era difficile vedergli gli occhi , indossava un vestito grigio logoro, camicia grigiastra con il colletto finito, sempre con la sigaretta accesa, tanto che le dita delle mani erano diventate gialle, bruciate dalla nicotina, metteva un certo non so che di paura.

Se non era al circolo vagava per il quartiere, ma sempre solo e taciturno.

Ormai sembrava un soprammobile, era diventato uno dei tanti invisibili.

Un giorno, in quell’estate torrida, era nel suo angolo, cascò in terra, battè la testa e intorno a lui si formò una pozza di sangue. Le persone si guardarono negli occhi e pensarono che fosse morto, invece aprì gli occhi e iniziò a dire qualcosa che nessuno capì. Fu portato in ospedale, curato alla meglio e rimandato a casa.

Qualcuno una mattina disse di averlo visto uscire con una valigetta quasi vuota.

Di lui non si seppe più niente, se n’era andato in silenzio com’era arrivato.