Come in un quadro di Edward Hopper – di Nadia Peruzzi

Sembra un quadro di Hopper. L’ho scelta per questo.
Mi hanno attratto il gioco di oscurità e ombre al di fuori, e le luci su alcuni particolari all’interno del negozio.
L’uomo con le mani in tasca sembra cercare qualcosa. Ma è molto più di quello che potrebbe trovare in quel negozietto che sicuramente vende un po’ di tutto.
Sembra attratto da quel po’ di luce e di vita che vede muoversi là dentro.
Le due ragazze sono vive, si parlano. Forse stanno scegliendo qualcosa dagli scaffali, forse si stanno raccontando di ciò che hanno in mente di fare più tardi. Da sole o in compagnia.
Lui osserva da fuori.
Solo.
Come se fosse seduto in una sala cinematografica e vedesse scorrergli davanti i fotogrammi di un film che per un attimo si è bloccato su quel negozio e su quelle due figurine.
La ragazza vestita di giallo lo attrae. Sembra un raggio di sole caduto sulla terra che ha la capacità di illuminare un piccolissimo punto in una notte per il resto scura, cupa, piena di ombre.
Ombra fra le ombre, pur nella sua calma apparente sembra un uomo molto solo che cerca di ingannare il tempo.
Vuol prolungare il più possibile lo star fuori da una casa poco accogliente o fuori da un hotel 5 stelle super nel quale alloggia quando arriva in città per lavoro.
Hotel pieno di confort rispetto alla casa anonima, anche se arredata a suon di griffe e di graffe di grandi firme del design di ultima moda.
Hotel di classe asettico, con le mura che trasudano di spaesamento da mondo indaffarato che corre e si arrabatta fuori, che sa di lunghe ore passate su un PC a leggere le quotazioni di borsa, il valore delle materie prime quelle su cui poi fare scommesse miliardarie. Alta finanza insomma in grado di affamare gran parte del globo con un click sulla tastiera e molto pelo sullo stomaco.
In piedi osserva. Non agisce.
Probabilmente dietro alle sue spalle un intero mondo di umani si muove a ritmo incessante. Avanti e indietro. Una folla anche rumorosa che qui resta in disparte, come non esistesse. Invisibile con il fardello dei propri problemi, le proprie ansie, i propri sogni e la fin troppa miseria.
Chissà chi sarà quest’uomo?
Troverà qualcuno che glielo chiederà?
Penso di no. A vederlo da dietro, così fermo a osservare una scena così normale come quella che ha di fronte, sembra volersi aggrappare a quella normalità, che per lui non deve essere abituale.
È vestito come noi ma potrebbe in fondo, anche essere un alieno in doppio petto, che prova a capire cosa sia il nostro mondo, con la sua astronave parcheggiata dietro l’isolato.
Oppure qualcuno che entrato in una macchina del tempo ha fatto uno scarto di qualche anno indietro, ritrovandosi in una dimensione che non è del tutto la sua.
Sembra prendere atto di ciò che vede, più che gioirne.
Non si vedono i suoi occhi, le sue espressioni. Quelle potrebbero aiutarci molto a capire anche qualcosa della sua anima.
Così prevale la sensazione che si prova di fronte ad alcuni dei quadri di Hopper. Per quante persone e oggetti lui raffiguri, a colpire è il senso di solitudine estrema dei personaggi e della scena in cui si muovono.
Anche gli oggetti per quanto li possa colorare, non hanno vivacità, fanno da controcanto a questa solitudine e la rendono assoluta.
Del resto il poeta non scrisse “ Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”?
La sera è arrivata. È più notte che sera. Notte anche profonda a vedere l’oscurità che avvolge il nostro uomo.
Cinese? Occidentale?
Rimane un mistero. È un essere umano che forse sta solo guardando la sua immagine riflessa nel vetro del negozio e ciò che vede non lo soddisfa nemmeno un po’.






























































