Il pacco FRAGILE di Tina

Pacchetto fragile – di Tina Conti

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Piccola dimensione, incartato con cura con carta da pacchi, senza fiocco, leggero, ma sembra contenere una scatola di cartone aperta sopra.

Fragile, scritto su tutti i lati, bisogna essere cauti nel maneggiarlo.

Secondo me si riferisce ad altro.

Che parola universale Fragile, si può  riferire agli oggetti, alle cose, ma anche al mondo animale e al sentire degli uomini.

Il vetro, la ceramica, una stoffa leggerissima e preziosa, un vecchio divano con le gambe tentennanti, un antichissimo reperto archeologico  ritrovato nella profondità di uno scavo.

Tutto è fragile, da maneggiare con cura, ma l’animo dell’uomo è una cosa a sé.

Difficile riconoscere e accettare nella nostra vita questo aspetto.

Ci si allena ad essere forti, resistenti, combattivi, si fatica ad accettare il nostro lato debole e a comprendere quello degli altri.

Dai, non è nulla! Quante volte si pensa che possa essere la frase utile.

Spesso non lo è.

Capire, accettare la nostra debolezza è un percorso lungo tutta la vita.

Se riusciamo a affrontare questo percorso, la nostra esistenza e quella degli altri potrebbe farci stare meglio e in pace con il mondo.

Il pacco FRAGILE di Carla

Dieci parole fragili – di Carla Faggi

Ci hai detto: dieci parole per descrivere la fragilità.

Ed io ho scritto: “ abbracciami, proteggimi, tienimi vicino, non lasciarmi mai. Solitudine è fragilità.”

Poi hai detto: ed ora continuate.

Ed io non so più che scrivere.

Allora ho pensato a quando sono nata, tanti e tanti anni fa. Non volevo nascere, volevo star lì al calduccio, mi sentivo completa e volevo restarci. Invece fui costretta a nascere e prima per giunta! A sette mesi, e credetemi, me ne presi a male, lo sentii come un abbandono prematuro.

Da allora mi ha quasi sempre accompagnato quella lieve malinconia che ti stringe il cuore; se non è accompagnata da un antidoto che è un abbraccio, una vicinanza vera, l’esser capita, io la chiamo solitudine.

Qualcuno ha detto che la solitudine può essere amica o nemica, ecco ora io sto parlando di quella nemica.

Quella che hai dentro e che a volte la mattina non ti fa venir voglia di alzarti, quella che ti fa sentire inadeguato e non all’altezza.

Quella di quando preferisci star solo come salvezza e non come scelta.

La solitudine di chi non vuole aiuto perché pensa che non ne troverà.

Di chi non osa mostrarsi perché pensa che non piacerà.

Quella che: non ci vado tanto io sono diverso, sono oltre, non mi meritano.

Ma anche quella di chi: ci vado, mi noteranno, sarò al centro, dirò sempre di si e capiranno che sono uno di loro.

Così come quella di chi parla tanto e poi parla ancora, ma non ascolta mai.

Ma, dicevo, esiste un antidoto. Copio una frase scritta da qualcuno “Chissà dove va a nascondersi tutta questa mia solitudine quando mi abbracci!”

Il pacco FRAGILE di Stefania

Limiti e libertà – di Stefania Bonanni

Ho sempre saputo di essere esposta alle ventate, agli entusiasmi facili, alle persone sconosciute con le quali dividerei casa all’ istante, e i progetti di sogno mi innamorano, e le cause bislacche trovano un avvocato della difesa, in me. Sempre saputo, di vedere cose, particolari, stranezze che non vede nessuno. Ovvio che quando le racconto (di qui il progetto di diventare muta), sgranano gli occhi e scuotono la testa. Pensano strana, la solita strana, chi vive di certezze più vere del vero, a volte dice bugiarda. Per questo, forse, mi sono circondata di persone che non sognano, per poter continuare a farlo io, certa che se barcollero’, se la ventata mi farà sbattere, saranno forti per me, le mura alle quali potermi appoggiare, a volte nascondermi.. Mi sento, a volte, come il bambino di quelle mamme che orgogliose parlano con gli altri; ” Sarebbe così bravo se non si distraesse di continuo a guardare le mosche!! Sempre con la testa tra le nuvole.. ” Da poco ho scoperto l’origine della mia grande voglia di leggere, di vedere film, di ascoltare storie, un bisogno che non finisce, anzi si moltiplica: credo sia moltiplicare il sogno, svolazzare sulla vita ad una distanza dalla quale si vede meglio. O peggio, che in fondo è lo stesso Sono stata così tante volte sul punto di sbattere forte e sbriciolarmi come una statuetta di ceramica che si schianta sul pavimento e diventa un mucchietto di schegge irriconoscibili, che forse c’è stato, lo schianto. Anzi, senza forse. Come si sono ricomposti i pezzi? Si vedono, le incollature. Si sentono le cicatrici. Ogni cicatrice, un tatuaggio.

Poi, ad un certo punto della vita, sono stata fornita di corazza. Quella patente, certificazione di fragilità, mi ha avvolto in un mantello da super eroe, una corazza nella quale ci si può nascondere, si può essere disperati autorizzati, si può fare sfoggio di fragilità senza spiegazioni, praticamente si è rovesciato il paradigma. In un mondo di giovani e forti e sani, un fragile riconosciuto , a patto che chieda, si può permettere comportamenti inusuali, forse in fondo in fondo in fondo alle convinzioni c’è anche qualcosa che dice che non si sa mai per certo la natura della fragilità, per cui…..meglio assecondare…Io comunque , per la prima volta, non mi sento forte, questa è condizione che non conosco perché non appartiene al mio mondo, ma mi sento più stabile. Da quando barcollo ed inciampo, mi sento più stabile. È come se prendere atto dei limiti, avesse evidenziato il contenuto.

Il pacco FRAGILE di Anna

LA SCATOLA FRAGILE – di Anna Meli

            Fra le mani una scatola confezionata con carta antica sulla quale sta scritto “ fragile”. La osservo girandola da ogni lato, cerco di individuare una possibile chiusura, la annuso, la scuoto leggermente: niente proprio niente, sarà mica vuota?

Vuoto, fragilità.

            Petardi e fuochi d’artificio in quella notte di fine- inizio anno. Vicino al letto lo osservavo respirare sempre più lentamente e carezzavo le sue mani senza avere alcuna risposta, cercavo di comunicargli il mio amore per dargli conforto in quel tragico momento. Fuori la festa per l’anno nuovo si manifestava in tutte le sue forme con forti rumori di variopinti fuochi d’artificio. Io mi sentivo stanca e tesa allo stesso tempo nell’illusione di un impossibile miracolo. Il tempo trascorreva inesorabile e lento.

            Poi tornò la quiete in quella notte buia insieme a quel respiro sempre più lento finché tutto fu compiuto. L’angoscia mi assalì impadronendosi di tutta la mia persona rendendomi incapace di ogni movimento, mi sentii fragile vuota come se tutto il mio vissuto fosse stato cancellato e se ne fosse andato insieme a lui.

Ricordando quei momenti rivivo ancora quel dolore che tengo chiuso in una scatola vuota con su la scritta “ fragile”.

Il pacco FRAGILE di Sandra

Inadeguatezza – di Sandra Conticini

Fragilità in 10 parole: E’ sentirsi inadeguato con persone ed amici in qualsiasi ambiente.

Luigina, che tutti chiamavano Gina, non si dava pace. Suo figlio Domenico detto Mimmo di ormai sette anni stava sempre chiuso in casa a studiare. Non faceva combriccola come tutti i ragazzi del rione che andavano per strada a giocare a pallone, a chiacchierare di sport, a ridere di niente. Gina pensava a cosa poteva aver sbagliato. Gli altri tre figli erano un po’ scapestrati, ma non aveva avuto nessun problema. Mimmo era arrivato dopo ben 10 anni da Cesare, il terzogenito, e lei era già in là con gli anni. Lo aveva viziato un po’  perché non aveva troppa salute, aveva una malformazione al cuore ed era soprappeso. Tutti i problemi di famiglia pesavano su di lei, il marito lavorava in Germania e, quando andava bene, tornava una volta l’anno, soldi ne mandava pochi e raramente e Gina per tirare avanti, andava a fare un po’ di pulizie, ma i soldi non bastavano. Mimmo a scuola non andava volentieri, anche se era bravo, perchè naturalmente lo prendevano tutti in giro, gli nascondevano i lapis, la gomma  e quando uscivano gli fischiavano e lui non reagiva mai perchè quei bambini della sua età gli facevano paura. A metà anno scolastico fu messo accanto ad una bambina di nome Rosa con  occhi scuri quasi neri e capelli lunghi lisci . Con lui era molto carina e dolce, si scambiavano la merenda, le penne qualche volta facevano un pezzetto di strada insieme, Mimmo iniziò sentire le farfalline nello stomaco… era forse quello l’amore? Si chiese.

I ragazzi continuavano a prenderlo in giro, ma un po’ meno, però Mimmo notava che giravano un po’ troppo intorno a Rosa e a lui questo lo disturbava abbastanza. Così un giorno all’uscita di scuola chiamò  Pino, il capo branco della classe, e gli disse di stare alla larga dalla sua compagna di banco. Lui gli mollò uno schiaffo e scappò così Mimmo gli andò dietro correndo sempre più forte, ma più correva più gli mancava il fiato, il respiro divenne affanno poi cascò sul selciato…. il suo cuore gli aveva fatto un brutto scherzo.

Il pacco FRAGILE di Cecilia

La scatola fragile – di Cecilia Trinci

E’ tutto dentro questo computer. Foto, scritture, diari di bordo, attimi. Anche qualche sogno stropicciato.

Apro il coperchio, si accende la luce dello schermo che non basta per vederci bene anche sui tasti, gli occhi sono diventati fragili col tempo. E allora accanto al computer accendo un lume antico, con lampadina a basso consumo. Lo schermo acceso è chiaro e vedo che le lettere nere si avvicendano scattanti via via che scrivo, come sto facendo adesso.

Cancello, torno indietro, i pensieri sono fragili, hanno bisogno di parole, spesso anche di fatti, di azioni che realizzino un pensiero o di ricordi su cui prendere fiato.

Questa scatola rettangolare molto fragile contiene tutto questo tempo, questo lavoro inventato, questi pomeriggi di incontri e sogni prestati.

L’umore è fragile. Ultimamente di più, come se la buccia del cuore fosse un po’ lisa e a tratti si possa rompere, tanto è diventata trasparente.

Cerco nelle cartelle secondo le parole chiave e trovo, ma non sempre. A volte la ricerca va a vuoto perché le parole stanno dentro i files ben nascoste e non sempre trovo le pagine che cerco al primo colpo. Riprovo e riprovando trovo altre cose non stavo cercando. Mi fermo, leggo, mi perdo. Incontro una vecchia foto archiviata non so perché nella stessa cartella dove sto frugando. Le foto fermano periodi interi, li definiscono, li inchiodano.

Ho cartelle per ogni anno o per ogni settimana, ci sono i files registrati con tutte le conversazioni delle Matite. Ci sono i video del periodo lokcdown. Li ho copiati ovunque perché sono fragili. Può bastare un click sbagliato per perdere tutto: anni di parole.

Leggo, rileggo, le parole contengono aria vissuta, sospiri di emozioni che sono svaniti nel momento stesso in cui sono stati detti, confessati. Nessuno di noi ricorda cosa ha detto, non ricordo cosa ho risposto io; di tutto ciò che si prova o si dice resta sempre solo il sapore, un retrogusto forte, una scia che si aggiunge alla crosta di vita che ci portiamo dietro e dentro un inconsapevole chissà.

I pensieri sono fragili, volano via, come gli anni, silenziosi, frettolosi.

C’è stato l’anno dei due gruppi separati, l’anno delle scritture su carta che ricopiavo la sera, l’anno delle passeggiate, l’anno delle scatole a sorpresa, l’anno dei vestiti scambiati, dei cappelli, delle bottiglie blu, delle esperienze al buio. Non si può ricordare, fisicamente, tutto questo percorso fragile.

Eppure niente è volato via, è in questa scatola fragile, che è poi una manciata di fili oscuri, di contatti metallici, una macchina magica che qualcuno giudica un ordigno demoniaco che ci ha cambiato la vita. Basta nulla, in verità, perché si fonda o si blocchi.

Sono qui, ora, in questo pomeriggio fragile di fine inverno, non ho la penna d’oca come Alfieri, ma parlo con un video acceso che si anima, risponde, racconta, suggerisce. Forse l’ipotesi di uno “studio matto e disperatissimo” per raccontare la nostra avventura mi affascina, stare in questa stanza, in questa luce incerta mi fa sentire protetta.

Leggo da un libro accanto a me: “L’amicizia è uno specchio in cui l’uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso (…) Capita che l’amico sia una figura silente, che per suo tramite, si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che diventano chiari e visibili grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui (…) L’amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca e nell’amicizia tende a donare ciò che possiede” (parole di Vasilij Grossman Vita e destino, riportate da Alessandro D’Avenia, in L’arte di essere fragili).

Perché essere fragili, saperlo essere, saperlo dire è la cosa più dolce che ci rende forti

Il pacco FRAGILE di Nadia

Fragilità – di Nadia Peruzzi


Il termine di per sé non incute timore. Anzi con quel finale accentato risuona così bene da apparire bello.
Pensiamo al cristallo.  Certo che si può rompere anche solo con uno sguardo e tradursi in polvere. Ma per delicatezza e sapienza di lavorazione, un bicchiere passando sul bordo un dito inumidito può anche regalarci una vera melodia.
Eppure, basta solo una scritta su una scatola a metterci in ansia. Anche se la scatola è vuota, e nasce come una delle tante invenzioni di Cecilia.

Lo sappiamo da sempre che ogni cosa si porta con sé il suo lato fragile.
Un oggetto, un cuore (parecchio), un sentimento, un volto la cui bellezza nell’arco della vita cambia mille e mille volte. Il nostro corpo prima pieghevole in massimo grado e in grado di reggere colpi anche duri e che si fa via via più rigido e delicato.
Ogni movimento perde elasticità, vigore e ritmo e anche l’animo non è più baldanzoso e reattivo ma si piega e tende a cedere, come canna ad ogni filo di vento contrario.
Quando siamo piccoli la fragilità non la percepiamo nemmeno. Corre, con le sensazioni e i sentimenti, non siamo in grado di rendercene contro né abbiamo tempo di filosofeggiare su di essa.
È bisogno spasmodico di coccole, di attenzioni, di amore.
È nello svolgere il filo delle nostre vite che quel termine col finale che suona, prende corpo e ci rendiamo conto che farci i conti vuol dire sentirsi come funamboli inesperti che tentano ogni volta di salire su una corda messa sempre sempre più in alto. Fatica e sgomento spesso sono lì a farci compagnia, e sono una compagnia scomoda .
Una compagnia che non fa star bene. Mette ansia, paura, spaesamento, senso di impotenza. Spesso occhi da cane bastonato e angoli della bocca rivolti verso il basso.
Nasciamo e ci portiamo addosso questo fardello.
Siamo ad un inizio che comporta una fine, una data di scadenza.
Veniamo alla luce, letteralmente, sotto quelle lampade ad alta intensità, viviamo un momento di forte shock senza nemmeno rendercene conto.
E già la sera è lì dietro l’angolo ad aspettarci. Siamo un attimo breve, se confrontati all’eternità. Meno male che al momento, mentre il pianto che tutti si aspettano dichiara che si, siamo vivi, stiamo bene, siamo parte di questo mondo, non abbiamo nessuna idea di questo non piccolo particolare che ci riguarda.
Ce la godiamo appena ci mettono le tutine morbide e ancora di più quando attaccati alla mamma sentiamo calore e fonte di nutrimento e di amore.
L’essere umano è grande per questo. Nel suo contenitore è un crogiuolo di pensieri non solo negativi e una intera biblioteca di parole, anche se non si è letto un solo libro, che si traduce in sentimento e spinta ad andare avanti, nonostante tutto.  E al fatto di dover scadere come una mozzarella non pensa nessuno.
Ci soffermassimo troppo a ragionarci sopra alle fragilità che ci portiamo addosso e dentro, la specie umana non avrebbe fatto un solo passo avanti. Sarebbe ancora lì, coperta di pelli, al freddo di una spelonca a cercare il modo di accendere un fuoco.
Eppure, ammettiamolo con sincerità, con la fragilità dobbiamo farci a pugni appena prendiamo consapevolezza di noi.
A me sembra di averci dovuto fare a pugni da sempre.
Nell’adolescenza soprattutto. Stagione bastarda in cui sentiamo più i difetti che abbiamo che i pregi. Da qui insicurezza e spesso, soprattutto a scuola, l’essere giudice fin troppo severa di me stessa.
Non è da tutti essere più severi dei professori che poi decidevano i voti che prendevo.
Se guardo all’indietro gli anni migliori, quelli in cui il senso di fragilità l’ho tenuto a bada fino a farlo diventare inconsistente, sono stati quelli del mio impegno politico. Un partito di massa è stato letteralmente la mia seconda casa. Anzi a ben pensarci era la casa che consideravo ancora più bella della mia. Lo era, bella, proprio perché di tutti.
Amici, vicini di casa, compagni. È stata la stagione degli amori e delle lettere d’amore. Un intreccio personale e collettivo che proteggeva più di quanto non faccia la coperta che Linus si porta sempre con sé.
Anche se sai di essere un puntino in un mare vastissimo, ti senti forte, senti di ricavarne energie, hai la forza di pensare in grande, di mirare al cielo.
La stagione del “cambiamo il mondo alla radice” è stata così elettrizzante che non si faceva a tempo a star troppo a rimuginare su sé stessi. Eravamo la meglio gioventù e ci sentivamo forti ed invincibili.

E quando ci siamo sposati con Walter, ed è nata Irene la fase del benessere è continuata una buona decina d’anni. Dovessi tornare ad una stagione della vita non sceglierei mai i diciotto anni ma questo periodo d’oro, che va dai 35 ai 45 .

Col tempo abbiamo dovuto, come tutti, fare i conti con le assenze che pesano sulle nostre vite.
Un marito andato via troppo presto e da tanti, troppi anni. Anni in cui alla fragilità non potevo nemmeno pensare. Dovevo esser forte per mia figlia e per me. Non c’era tempo per sentirsi addosso macigni e insicurezze. Il tempo del dolore e delle lacrime doveva essere ritagliato, calibrato e consegnato a quando nessuno era nei paraggi per vedermi. Quante lacrime versate in bagno o la notte a letto.
Come tutti, in questi casi,  la vita ho cercato di reinventarmela mentre facevo a pugni con la fragilità, e le prendevo di santa ragione su quel ring.
La vita va avanti nonostante tutto. Deve andare avanti nonostante tutto.


Oggi allo scoccare dei 70 e con la somma di tutte le altre perdite e assenze (anche quelle collettive ) la fragilità si insinua come tarlo sottile. Lavora piano, subdolamente, la si tiene ancora a bada ma poi la bastarda prende campo e trova il verso di travolgerti.
Ci sono momenti in cui rimettersi in piedi si fa più difficile.
Mi ha aiutato nel frattempo la consapevolezza di aver vinta almeno la battaglia contro il senso di inadeguatezza, che mi ha accompagnato un po’ sempre.
La Peruzzi, dai sessant’anni si è scoperta meno fragile da questo punto di vista. Mi accetto come pacco completo.  Consapevole dei tanti difetti, ma anche dei pregi che ormai so di avere. Non mi sopravvaluto, mai fatto, la modestia è il lascito famigliare a cui tengo di più, ma nemmeno mi sottovaluto più. A punteggio mi sento a saldo zero, ed è una sensazione bellissima.
Ma, c’è sempre un ma.
E occorre affidarsi all’abbastanza.  Nessuna ola da fare quando ci si sente bene o benissimo. Mettere le mani avanti e star sul chi vive.
Perché fra capo e collo, quando non sto bene, il serpente maligno si insinua .
Fragilità non è più la bellissima melodia che può uscire da un bicchiere di cristallo, ma l’anima a pezzi, il bicchiere vuoto in un attimo, e l’avvoltoio di Panariello che sta appollaiato sul letto della nonna pronto a fare ciò che natura comanda.
La consapevolezza di avere più strada percorsa che da percorrere rende fragili. La finitezza di una storia, che è la tua,  si fa palpabile e a questo punto dobbiamo esser noi a darci begli schiaffoni per riprenderci dallo sconforto che ci porterebbe direttamente ad avvitarci in un vortice di paure e scoramento. Laddove non ce la si fa con gli schiaffi arrivano le goccioline di EN a dare una mano e almeno ci dormi sopra per le ore che servono a recuperare terreno.
Ogni mattina dobbiamo dirci viva la vita.
Viva figli e nipoti anche se e quando ti fanno un po’ arrabbiare ma sono la tua continuità, ci sono, e senti che nelle loro storie e nei loro sentimenti, oltre che in piccoli pezzi del loro DNA qualcosa di te c’è. È vivo e non si perderà con la tua assenza.
Ma come sappiamo il tarlo è subdolo, si insinua e si è fatto cattivo .
La guerra alle porte che rischia di essere nucleare è in mezzo a noi. Da un anno ormai, ma in realtà da prima quando la stavano preparando senza dircelo.
Fragilità oggi mi impone di tenere spenta la Tv e legger poco anche i giornali. Non mi va di sentire piccoli uomini, ma anche donne, tronfi che si riempiono la bocca del poco che vogliono farci sapere davvero sul vero stato delle cose e delle cause.  Piccoli e tronfi uomini e donne che disquisiscono del “nucleare tattico” come se una bombetta “di teatro” , come la chiamano i militari , facesse meno male di quelle che straziarono un tempo, e a guerra pressoché finita, Hiroshima e Nagasaki.
Fragilità è sentirsi senza una famiglia politica solida e capace di reazione. Capace di alzare la voce e aiutare milioni di voci ad alzarsi contro la guerra in casa e dietro l’angolo. Perché dando le armi noi siamo ufficialmente in guerra.  Possiamo essere bersagli.
Come si fa a non sentirsi sopraffare dal senso di fragilità e di scoramento di fronte a tutto questo?
In questi casi mi affido, come naufrago ad un relitto che mi tenga a galla.
La mia luce è pensare che nei momenti drammatici l’umanità, che non è vero che nasca con cattiveria innata, sa poi dare il meglio di sé. Lo abbiamo visto nella gara di solidarietà dei Turchi che sono accorsi in massa nelle zone del terremoto a portare aiuti, nelle catene umane nelle strade di Istanbul. Di notte, file lunghissime di persone a passarsi i pacchi da inviare in aiuto.  Spesso auto organizzandosi .
Insieme è la parola a cui mi aggrappo ancora adesso , come salvifica.
Una volta che la parola pace sembra diventata bestemmia, e anche il papa sembra parlare nel deserto.
Nel tempo in cui guerra è sdoganata e legittimata, ”insieme” è termine che allontana paura e senso di spaesamento e di impotenza rispetto al destino dei miei cari e di tutti gli altri.
In un insieme colorato di bandiere per la pace ieri abbiamo circondato gli Uffizi e come noi altri hanno fatto in altre città, non solo in Italia.
Meno male che ancora aggrappandomi a questo “insieme” posso sentire dentro di me la sensazione che nulla è impossibile e che se ci prendiamo per mano , in vista dell’abisso, possiamo tutti imporre di fare un passo indietro.
Siamo fragili in un mondo che è , per clima e altro, quasi più fragile di quanto non siamo noi stessi.
Ma, c’è un ma.  La speranza. Quella che non deve abbandonarci mai.

“Hey you. . ” ci dicono i Pink Floyd in una canzone bellissima “ non dirmi che non c’è alcuna speranza. Insieme  restiamo in piedi, divisi cadiamo”.  

Insieme contro la fragilità…possiamo fare in modo che sul ring i pugni li prenda più lei di noi! 

Il pacco FRAGILE di Carmela

Fragile cemento – di Carmela De Pilla

Per troppi lunghi anni aveva vissuto nel buio tra paure e insicurezze poi ha imparato a calpestare l’anima per sentirne l’essenza, in silenzio ha ascoltato ogni nota e col tempo ha messo un po’ d’ordine nel caos che volteggiava dentro.

 Con fatica, mattone dopo mattone aveva costruito un’ impalcatura solida che ha resistito a molte intemperie, agli occhi di tutti era diventata una donna forte, infaticabile, decisa, ma quando si ritrovava con se stessa  si scatenava una lotta tra la forza conquistata e le sue fragilità e così si abbandonava alle emozioni più intime, quelle che portano al pianto e si lasciava cullare dalle lacrime amiche.

Come era bello sentirsi trasportare dalle onde senza opporre alcuna resistenza, senza dover decidere niente, leggera e libera tra le sue paure.

Il pacco FRAGILE di Rossella G.

Fragilità incartata male.

Seduta  qui dove sono, non ho fatto in tempo a vedere bene chi mi ha consegnato il pacco, l’ ho intravista  di spalle: capelli lunghi biondo cenere, spalle minute, ali ai piedi, una piccola luce illuminava il suo quasi correre.

Il pacco l’ ho riconosciuto subito.

Fragile

…come la mia immagine, riflessa nell’ acqua, che non riconosco.

Lo avevo spedito qualche mese prima, riconosco la carta, anche se è un po’ stropicciata, è stato richiuso da mani frettolose, il nastro adesivo verticale, sembra strappato con i denti, la scritta fragile e più chiara, sembra urlata più che scritta, la mia era più piccola, più timida.

Fragile

…come un dentro,  incompatibile ad un fuori pieno di ostacoli.

Del destinatario non vi è traccia, rifletto: l’ indirizzo sarà stato sbagliato?

Ricordo di non ricordare, la posta, il corriere, a cui l’ avevo consegnato, so che quel giorno pioveva, pioveva ed io ero tanto stanca.

Mi rigiro tra le mani il pacco rinviato al mittente; dall’ angolo chiuso peggio, sbuca un biglietto, la scrittura minuta, mi costringe ad indossare gli occhiali, che sembrano non bastare per decifrare le parole, penso ad una pulce scrivana:

Carissima le restituisco il suo organo, non l’ ho usato! Ho redarguito Marione, l’infermiere, appena me lo ha portato in sala operatoria, con l’ altra paziente pronta per il trapianto: ce sta l cuore de na vecchia, per me sta da buttà!

 Si è vero ho gridato: non bestemmiare, ignorante!

Ma ora con il senno di poi devo riconoscere che il Marione aveva ragione: già mettendolo sulla bilancia mi sono accorto che era sovrappeso, gonfio, con un suono anomalo, più simile ad un sitar, che ad un battito regolare.

Grazie ugualmente è stata gentile, ma inutilmente generosa, l’ ho aperto, sezionato con cura, il suo cuore, conteneva rifiuti, che forse lei, mia cara considera ricordi, ma cosa ne fa un chirurgo di fama mondiale come me di: un fiocco per capelli, una poesia di Prevert, di una stella di Davide, un pezza di trina bianca alta 8cm, due scarpine di lana rosa, una bottiglia vuota di profumo, il referto di un esame cattivo… potrei continuare a lungo c’ era di tutto nel suo cuore stanco, cara signora, pensi che il paziente che aspettava il trapianto ha preferito morire, piuttosto che prenderselo.

La saluto con simpatia  pur non ricordando il suo nome, vedo troppa gente, la domanda, comunque, mi viene spontanea, come è vissuta in questo periodo senza cuore?

Fragile

…come un letto d’ ospedale mai lasciato, bagnato di rosso.

Ho voglia di rispondere, ad un messaggio immaginario: sono andata avanti, con il cuore di riserva, quello che amici generosi mi prestano nei momenti bui, caro professore, con la voglia di fermarmi e la grande consapevolezza di voler continuare il mio cammino, per chi mi ama così come sono, con un cuore pieno, stracolmo ed inesorabilmente fragile. Anche io la saluto pur non ricordando il suo nome.

Avevo messo il cuore nella scatola, un pomeriggio di giovedì……l’ ho ritrovato.

Fragile

…come un sentimento risolto, tappeto consunto, di passi apparentemente fragili.

Incontro del 23 febbraio 2023 alla Carrozza 10: FRAGILE

con Cecilia Trinci

Un pacco con la scritta FRAGILE su ogni lato gira tra le nostre mani. Ognuno si esprime sul concetto di fragilità.

Foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

Altre fonti di ispirazione:

Uno scritto di Stefania Bonanni a proposito di FRAGILE del 2014

Nostalgie – di Stefania Bonanni

C’era una volta un tempo in cui non si aveva paura di annoiarsi. Non c’erano vacanze in posti di villeggiatura, o viaggi, nessuno faceva sport o andava in palestra, al cinema si andava per le feste, ed i motorini si usavano per girellare in paese, non per allontanarsi. Ed era così per tutti, per cui non restava che farsi compagnia, ed allora ci si trovava tutti i giorni per chiacchierare. Il luogo era il piazzale della chiesa, tra i cipressi, seduti sugli scalini si passavano giornate intere e mi dispiace non ricordare davvero le conversazioni che si facevano,  chissà che cosa avremo mai avuto da dire  …
Si arrivava alla spicciolata, chi era il primo si sedeva sul muro, così  gli altri vedevano che c’era qualcuno ed arrivavano tutti, del resto i cellulari non c’erano, per avvertire.
C’eravamo io e mia sorella, sempre insieme altrimenti non si poteva uscire, la Paola e sua sorella, la Lucia, l’Anna, Massimo, Paolo, Danilo, il Cecco, il Ciccio, il Mela,  a volte la Sonia.
I maschi giocavano a tappini sugli scalini, le femmine chiacchieravano e basta, a volte si cantava , quasi sempre Battisti, anche perché chi portava la chitarra sapeva suonare solo “la canzone del sole”, ma l’importante era parlare, parlare, parlare, parlare. E a parole si fecero guerre di pace, rivoluzioni, cambiamenti. C’era anche chi non parlava mai. 
La Sonia, per esempio, che qualche volta si faceva vedere perché era la mia compagna di banco in prima superiore. La rivedo nitida: capelli biondi lisci con la riga in mezzo, sorriso franco sulla bella bocca larga, andatura dinoccolata da cow boy timido, sigaretta all’angolo delle labbra.  Si era cominciato insieme a fumare, con i soldi che dovevano servire per la merenda. Lei anche a scuola non prendeva posizione, io decisamente sì, a parole. Poi lei non venne più a scuola, non se ne sapeva più nulla. Una volta la incontrai in centro e mi disse che era stata per un periodo in un posto in Sardegna, una specie di campo paramilitare dove le insegnavano a sparare..io non solo n o n avevo mai sentito di queste cose, ma addirittura pensai fosse una balla, qualcosa da aggiungere al personaggio. Anni dopo fu lei che portò alle Murate la pistola al suo amico che era detenuto e che nella fuga uccise un poliziotto…
Da allora si senti’ parlare di una biondina nel commando che uccise Bachelet,  e varie altre volte sempre terribili. La arrestarono e condannarono all’ergastolo, non si è mai pentita. E’ morta di un tumore una decina di anni fa. Quel bel sorriso avrebbe reso più bello il mondo, ma non credo abbia avuto molte occasioni di sorridere, oltrepassato il punto di non ritorno.
Il primo dolore pero’ fu per Massimo. Era un ragazzaccio, birbone e duro come le pine a scuola, infatti mi sembra che non fini’ le medie ed andò subito a lavorare, il primo di tutti.
Per primo si comprò il motorino, per primo cominciò a fumare, per primo mori’.
Si schianto’ con il motorino nello stretto della Nave, e per un sacco d i tempo non sembrò vero, era come se morire si sapesse che era possibile, ma non si credesse davvero che potesse succedere ad un ragazzino: era roba da vecchi. Ricordo che scrissi per lui una poesia romantica: “Chissà se hai pianto, se hai pianto avrei voluto essere una tua lacrima, perché tu non fossi li’ da solo..” E’ passato tanto tempo..
Poi c’era Sergio, più grande di noi, spavaldo e spaccone, non avevo confidenza..
Lui è morto il primo gennaio, la mattina alle sei. Fino alle cinque si era stati a casa sua a festeggiare la fine dell’anno. Poi siamo andati tutti a letto, meno che lui che è andato a caccia, e che ha vissuto solo poche ore di quel nuovo anno per il quale ci eravamo fatti tanti auguri..
Ma il dramma più doloroso , quello che più ci ha coinvolto e devastato, quello che ha reso difficile  anche i ricordi belli dei giorni d’estate passati a volersi bene sul piazzale della chiesa, è stato quello che ha portato via il nostro caro fratello amico fragile Cecco. Tutti si sapeva quanto fosse fragile, da sempre. Da quando veniva preso dal panico al passaggio di un’ambulanza anonima, a quando lo si vedeva contorcersi in pose strane con le mani sulla testa, o dondolando sulle gambe piegate, come se la postura eretta composta non fosse per lui, come se  l’agitazione non lo lasciasse mai. Mille episodi e sempre lo stesso finale: si entra tutti senza pagare al calcio in costume e chi acchiappano al volo i carabinieri? Il Cecco, e lo portano via, dopodiché lo si ritrova tremante e disperato. Fanno un gruppo per andare a tirare l’acqua alla Nave e lui è il più esaltato di tutti. Vanno, vengono accerchiati, tutti scappano, solo il Cecco rimane isolato e per la paura rimane nascosto fino a notte, quando lo si vede riapparire in mutande, tutto graffiato dai rovi, dopo aver fatto tantissima strada nei campi..
In gruppo fa un versaccio a dei bulletti in motorino, questi si fermano, lui bianco come un cencio si nasconde e manda avanti gli altri, che come sempre lo difendono. Da grandi nessuno l’ha più difeso ed un giorno terribile ha ciondolato il suo bambino dalla finestra di casa, al terzo piano. E’ stato curato, ma di una malattia della quale nessuno parlava in famiglia sua, come se tutti facessero finta  di nulla. Così è sembrato un fulmine a ciel sereno quella notizia tanto tremenda, da far venire gli incubi. Si è sparato con il fucile da caccia, in casa, con i suoi bambini vicini..

E con questo finisce l’innocenza del dolce ricordo. Non so se c’è un motivo, un disegno, una strada che porta a questo, senza scampo. Se chi se n’è andato da giovane è più caro agli Dei, come dicevano. In chi è rimasto ed ha vissuto, il dolore è diventato rimpianto, per gli anni nei quali ci si poteva ancora fare compagnia all’ombra dei cipressi e di quella croce, quella croce che  porteremo ancora.
Questa notte insonne vi ho ricordati, cari amici, e queste parole per voi sono la dimostrazione che continuate ad esserci, per me e per chi vi ha amato.

La Foto scelta da Gabriella

Gli sconosciuti in gita – di Gabriella Crisafulli

Si erano ritrovati per la prima volta al tavolo del ristorante dell’albergo: otto estranei assortiti dall’agenzia per un viaggio surreale dall’altra parte del mondo. I segnaposto portavano i loro nomi, si erano presentati e durante la cena avevano cominciato a conoscersi.

Il programma prevedeva che dopo sarebbero dovuti uscire per un giro nei dintorni dell’hotel e si diedero appuntamento davanti alle porte girevoli.

Uscirono nel tepore di una calda primavera e cominciarono a muovere i primi passi nella grande città, fra sue atmosfere fatte di luci che sfrigolavano e insegne incomprensibili.

Erano stanchi del lungo viaggio, non avevano voglia di camminare tanto e si sentivano frastornati in mezzo a quel traffico senza sosta: avevano difficoltà a prendere una direzione. Si imbucarono nella prima grande vetrina in cui capirono di poter entrare e si ritrovarono in una sala giochi.

Davanti ai loro occhi si palesò lo scenario di persone in preda ad un rap frenetico e sussultante che si muovevano di qua e di là senza sosta in preda ad una impazienza compulsiva. C’era l’uomo che si divideva tra un tavolo ed un altro spostando la sigaretta fra le labbra da destra a sinistra e sembrava quasi che se la mangiasse mentre una donna trasportava su dei tacchi che sembravano trampoli una borsa piena di fiches. Passava in rassegna la fila di slot tintinnanti avvolgendosi in uno scialle che le scivolava giù ad ogni movimento.

Un odore di fumo, di alcool, di spezie, di sudore si diffondeva nell’aria fra i richiami incomprensibili dei croupier.

Gli otto visitatori per caso, si muovevano in quel magma umano e ne erano in qualche modo affascinati. Avevano voglia di commentare fra loro ma in quel frastuono non era possibile. Tornarono in strada e dirigendosi verso l’albergo si scambiarono considerazioni, ridendo e facendo battute: d’altro canto venivano da diciotto ore di viaggio e avevano voglia di scaricare la tensione.

La foto scelta da Patrizia

Asadi di Patrizia Fusi

Sono Asadi, ho 23 anni e  frequento l’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Questo è il hijab che sono obbligata a indossare da quando sono tornata nella mia città, Teheran.

Sono venuta a passare un periodo con la mia famiglia, sentivo la mancanza delle mie sorelle Amal, Mahim e del mio fratellone Behnàm: lui mi fa sentire protetta.

Mi mancavano i miei amici, il contatto con la città, i suoi profumi, i colori, i tramonti che con i raggi del sole riflessi  sui minareti rendevano tutto dorato con sfumature di marrone, il colore del mio paese.

Mi mancavano le lunghe discussioni con gli amici, seduti nel nostro solito bar vicino all’università, davanti a delle tazze fumanti di tè profumato, tanti progetti, tanti dubbi riguardo al governo attuale del paese (che ora ha mostrato il suo integralismo feroce) ma avevamo anche tante speranze che ora stanno andando in frantumi.

Quando le guardie coraniche hanno arrestato una giovane donna perché non indossava il hijab correttamente, e poi è morta per le violenze subite in prigione, tante donne, uomini, genitori si sono ribellati, tanti giovani incarcerati, sono state emesse e eseguite tante condanne a morte, non accettabili in un paese civile.

Ogni volta che partecipo a una manifestazione non so se tornerò a casa, ma fino a che avrò il coraggio di portare avanti i nostri diritti continuerò, siamo in tanti, è una lotta dura, sembra che non ci sia soluzione, mi chiedo se riusciranno a domarci.

La mia vita è completamente capovolta da quando sono venuta via da Firenze, quello che lì è normale, qui nel mio paese è un atto di ribellione, mi chiedo come andrà la mia vita, che prospettive avrò?

 Mi sono fatta il selfie l’ho spedito alle mie amiche Francesca e Ilaria, chissà se potrò tornare con loro. La mia vita ormai non è più la stessa.

Amica irraggiungibile di Tina

Una amica ammirata e irraggiungibile – di Tina Conti

foto di Tina Conti

Mi fu regalato per il compleanno non so di quanti anni fa, l’abbonamento  al MENSILE DI FIORI; PIANTE; ORTI E GIARDINI: Gardenia.

I primi tempi lo aspettavo con trepidazione, temendo sempre che qualcuno me lo rubasse dalla cassetta della posta dove sbucava per metà.

Poi, me lo portavo per casa e cercavo ispirazioni, volevo un cancellino per l’ orto  di legno di nocciolo intrecciato, mi ispiravo alle composizioni di fiori, imparavo nomi e ricette di cucina, leggevo le belle storie di MARIO PAGANI.

Dei consigli del Pagani ho fatto grande tesoro, rivelavano senso pratico e non scoraggiavano mai perché raccontavano anche le sue sconfitte.

Nell’ultimo numero racconta dei suoi nuovi vicini, la storia è molto divertente, perché  scrive di una coppia che viene a vivere in campagna, tormenta continuamente il sindaco perché il gallo del vicino canta, la maestra della vicina scuola porta nel prato gli allievi a fare esperienze con piante e animali.

Ha il premesso di recintare la proprietà, di tagliare il grande gelso sul quale nuvole di uccelli si fermano a cantare,  e poi con un cane aggressivo si sente al sicuro mentre quello distrugge tutte le piante rimaste.

Poi , stanchi e delusi, vendono tutto e la maestra toglie la recinzione, ripianta il gelso e vive contenta  la sua nuova casa in armonia con i vicini.

Per lungo tempo ho scritto e disegnato il BIGNAMI  del maestro.

Un piccolo quaderno con ricette disegni e consigli divisi per stagioni.

La parte però più intima e condivisa era quella dove leggevo di PIA

Ridimensionava la mia bramosia, mi faceva scoprire emozioni e cose sulle quali io non mi fermavo.

Rivelava una sensibilità che mi era molto vicina e siccome il suo podere si  trovava a LUCCA, ho pensato tante volte di andarci.

Per me è terapeutico visitare garden , orti, giardini.

Nei suoi scritti ho trovato tanta cultura, storie, riferimenti, la sua pagina in fondo alla rivista , spesso era accompagnata da illustrazioni ad acquerello.

Nella foto che ho trovato appare colorata, abbracciata al suo bel cane.

Si vede dietro una porta finestra colorata di azzurro, e tanti fiori intorno, si legge una armonia naturale, ascoltata, coccolata.

I capelli da un lato del viso,con gli inseparabili stivali ai piedi.

Quando racconta ci sentiamo accolti, considerati, amici.

Questo si prova anche nei suoi libri, piacevoli, vivaci, umani come il suo cammino.

La foto scelta da Simone: i piedi

SCOOP IN PAPUASIA di Simone Bellini

Sensazionale scoperta scientifica; sono stati avvistati in uno sperduto villaggio nella giungla della Papua in Nuova Guinea un popolo di quadru-piedi, uomini con quattro piedi !!!

-Quando li avvistai- spiega lo scienziato scopritore- rimasi allibito, scioccato da tale scoperta. In un primo momento fummo entrambi sorpresi, poi loro scoppiarono in una fragorosa risata indicando i miei “soli” due piedi. Ci misero un po’per venirmi incontro perché ad ogni passo un piede pestava l’altro facendoli cadere ripetutamente. Questo perché i piedi non erano rivolti nella stessa direzione ma in contrapposizione l’un l’altro, mi trattenni a stento dal ridere e li salutai amichevolmente.

Mi invitarono al villaggio accogliendomi come uno di loro, curiosi di capire come potessi muovermi su due gambe sole.

Si muovevano tutti velocissimi. Le donne sembravano danzatrici di “beriozka“russe muovendo i piedi in tutte le direzioni mantenendo il busto fermo. Avevano sviluppato un metodo per utilizzare le direzioni opposte dei piedi senza inciampare, ciò veniva utilizzato anche dagli uomini in un gioco simile al nostro calcio, con azioni fulminee e imprevedibili nel capire quale direzione avrebbero preso.

Per non parlare della velocità che avevano nel pestare l’uva per fare il vino.

In acqua poi andavano più veloci dei pesci che pescavano.

Ogni giorno era una scoperta continua su questo incredibile popolo.

 Venne il momento della nostra partenza, dispiaciuti di lasciarli ma grati della loro amicizia. Ci accompagnarono alla barca che ci avevano preparato, era senza remi e senza vele, come avremmo potuto navigare senza nulla ?

Uno di loro spinse la barca al largo, poi cominciò a roteare quei quattro piedi così velocemente che la barca s’impennò, sembrava un “offshore” e in poco tempo arrivammo a destinazione.   

La foto scelta da Cecilia: dal vetro

Attraverso il vetro – di Cecilia Trinci

La ragazza col vestito giallo è sua figlia.

L’aveva notata un paio di mesi fa  per le strade vicino a dove era andato a vivere. Lui camminava senza una meta precisa, in cerca di un bar diverso dove annacquare l’amarezza,  aveva alzato gli occhi dalla tristezza solita di quelle ore, quando accettare la realtà sembra quasi impossibile e l’aveva vista.

Lei camminava da sola, aveva qualcosa di familiare nel muovere il vestito, nel girarsi di tanto in tanto a specchiarsi nelle vetrine, nel muovere i capelli facendoli ondeggiare come una marea leggera.

Quel giorno aveva un vestito verde.

Stasera l’ha vista di nuovo, entrare in quel negozio con un’amica insignificante. E’ stato attratto da quel muovere la testa senza spostare le spalle, quel camminare a lunghi passi, come una piccola antilope nel deserto.

La luce le batte in faccia, ora, sotto le lampade del negozio. Ride e l’amica le dice qualcosa nell’orecchio e lei ride a testa indietro, muovendosi tutta in una vibrazione di felicità.

E’ ipnotizzato. Quasi non respira per paura di vederla scomparire.

Aveva forse dieci anni l’ultima volta che l’aveva vista.

Si era chiuso la porta alle spalle quel giorno e non era più tornato indietro.

La madre era stata tassativa: mai più! e dentro ci aveva messo tutto quello che era stato in comune, anche la figlia.

Non ne aveva sentito la mancanza. Una bambina difficile con i suoi pianti incontenibili, le sue esigenze, le scarpe da comprare, i libri, la scuola, sua moglie che gli urlava dietro i doveri e le incombenze.

Non aveva mai rimpianto quel giorno.

Meglio la vita del bar, del “domani è un altro giorno”, delle sue poche esigenze essenziali.

Eppure ora è lì, incantato davanti a quelle due creature leggere, ridenti. Sente un macigno scoppiargli dentro, da qualche parte, sente un forte desiderio di abbracci, di appoggiare la testa pesante di alcol in quei capelli leggeri, sicuramente profumati.

Spera che si volti, che lo veda. Ma se così fosse dovrebbe fuggire e allora spera che quel momento duri per sempre. O almeno qualche attimo ancora.

Assorbe tutto il giallo che può del suo vestito, fa il pieno delle risate, dei sorrisi, dei capelli ondeggianti sulle spalle. Poi sono loro due che spariscono per prime nella notte.

La foto scelta da Anna: i piedi

I PIEDI – di Anna Meli

            Quattro piedi, quattro cammini diversi, quattro vite diverse; tutte uno stesso percorso simile e differente nello stesso tempo.

            Si erano conosciuti in un lontano giorno in un campo profughi dove erano giunti bagnati e stanchi. La loro conoscenza era avvenuta attraverso gli sguardi provati dallo sconforto poiché i loro dialetti e le lingue diverse non glielo avevano permesso.

            Erano stati separati per i primi soccorsi, ma ciò non aveva impedito loro di ritrovarsi il giorno seguente. Era come se un filo si fosse impadronito dei loro pensieri. La solidarietà si manifesta soprattutto nella sventura.

            Avevano cominciato a dialogare con poche parole e molti gesti e si erano scoperti accomunati da un’unica esperienza: la fuga. Chi scappava dalla guerra, chi dalla miseria e dalla fame, chi dalla persecuzione politica e chi, troppo giovane per capire, si era ritrovato in un gruppo senza sapere il perché spinto da altri miseri come lui nella ricerca di quel benessere gratuito di cui si parlava come in una favola.

            Non era piacevole la vita nel campo e ognuno sperava che presto finisse per avere la possibilità di tornare padroni della propria esistenza e tentare di ricominciare altrove.

            Un giovane, un ragazzo, una donna e un vecchio erano lì a piedi scalzi nella polvere; le scarpe le conservavano per l’eventuale partenza. Il resto del loro vestire non era egualmente importante. Chissà quanto avrebbero dovuto aspettare ancora per andarsene!?

            Si erano guardati i piedi sporchi e malconci e in un gesto spontaneo, a due a due ne avevano unite le dita formando una croce…la loro vita. Un solo momento e tutti e quattro avevano rialzato  la testa, si erano guardati comunicandosi con un leggero sorriso che non sarebbe stato sempre così.             Quei piedi dovevano camminare ancora, lottare ancora per realizzare le loro aspettative e i loro sogni.

La foto scelta da Sandra: la vetrina

Attraverso i vetri – di Sandra Conticini

Ecco il solito vecchio bacucco con i capelli colorati di nero che fa finta di guardare una vetrina. Invece ha adocchiato due ragazze asiatiche, belle, carine e ben vestite che tranquillamente fanno la loro spesa.

Saranno venute qua per studiare la lingua, ma soprattutto saranno interessate alla moda o all’arte, perchè Firenze è una città dove ci sono scuole specializzate in tutti e due i rami.

Non credo che le ragazze siano  consapevoli di essere state seguite da un italiano con delle idee bellicose.

Perchè questi uomini non troppo giovani né troppo vecchi non capiscono che si rendono ridicoli agli occhi degli altri, ma soprattutto del mondo, pensando di essere sempre belli aitanti ed illudendosi che  per loro il tempo non passi.

La foto scelta da Stefania: la città

La città nel buio – di Stefania Bonanni

Le luci di notte svelano il buio.

A Gotham City la notte è nera, l’aria è nera, le auto sono nere, gli uomini sono vestiti di nero.

Forse, ci fossero state donne a giro per le strade di notte, sarebbero state colorate. Le scritte a colori, in alto, sono pubblicità: massaggi, cera per scarpe, piselli surgelati, carta igienica, assorbenti con le ali. Son così in alto che sono visibili solo dal grattacielo dirimpetto, che è rimasto vuoto. Gli abitanti, stufi di vedere sempre e solo l’assurdo panorama, oltretutto lampeggiante, se ne sono andati. Hanno lasciato una scritta sul muro: meglio il buio. Meglio il buio che vederci chiaro. Avessero visto bene, avrebbero notato le tasche rigonfie degli otto uomini neri. Avessero visto meglio, si sarebbero impauriti. Li avrebbero visti scendere dalla macchina nera: cinque uomini di statura media, poi uno piccino che doveva essere stato a sedere in mezzo ai seggiolini dietro, poi due usciti dal cofano, che si srotolavano come contorsionisti, poi uno che era in collo ad un altro, e già questa era una di quelle cose che “prima” facevano certe donne. Che sia un’evoluzione della specie? O un sussulto di femminismo sulla scena del crimine?

Perché di scena del crimine si tratta, questo è fuori dubbio. Si sentirà parlare di questo San Valentino, così come è stato per quello di tanti anni fa. Da un momento all’altro tireranno fuori l’artiglieria, e si sentiranno cantare i ferri.

E passa mezz’ora. Nulla.

E passa un’altra mezz’ora. Nulla.

Il pericolo è che passi altro tempo, e la notte buia schiarisca. Perché, con l’alba, tutto prende un altro sapore. Il nero è meno nero. Il rosso è meno rosso.

All’improvviso: eccolo. Il segnale tanto atteso.

Dall’angolo della strada sbuca un venditore indiano con in mano un gigantesco mazzo di rose rosse, che consegna al primo degli uomini neri in fila.

A breve, quattro di quegli uomini stringono emozionati al petto rose rosse, e tutti ed otto entrano trionfalmente nel ristorante cinese al pianterreno del grattacielo, per festeggiare un San Valentino romantico, che più romantico non si può.