Depliant artistico per Tina

La favola in Basilica – di Tina Conti

Mi sarebbe piaciuto comprendere quei segni che vedevo in quei nei grandi libri, sotto le immagini, sulle pareti, ma, per me, quella era una lingua sconosciuta. Potevo leggere il luogo, le sensazioni e le figure. Percepivo fascino, vita, storia, volti, il re insanguinato, il santo con gli occhi tristi e preoccupati, l’agnello paffuto girato all’indietro. Che senso di pace, di spiritualità e pacatezza sentivo. Parlavano quelle Mura, mi inondavano profumi e canti lontani. Finché ho raccolto da terra un cartoncino, toni del verde incorniciati di parole in una lingua che conoscevo, era una ricetta e  leggendola mi sono messa in tasca il foglietto, con l’idea di trascrivermi quelle parole sul  libro di cucina.

Era bello e invitante  quel biglietto, bordato di verde tenero, con una cornice leggera a riquadro delle parole, insomma, invitante.

Mentre riflettevo  e mi avvicinavo all’uscita, da dietro una colonna, ho visto una luce che guizzava e saltellava.

Un folletto azzurro scorrazzava e sgambettava colpito dalla luce giallognola della  finestra a bifora. Ad un tratto, saltò sopra un grande e dorato leggio  e cominciò a leggere con una voce stridula e metallica  parole lunghe  e corte ma a me ostiche. Dal grande libro uscivano bagliori dorati, rossi ,verdi, arancio e tutti i toni del violetto. Le parole e i suoni  riempirono la Basilica e cominciarono a danzare  fra le colonne, si scontravano, si abbracciavano  e si aggrovigliavano, non riuscivo a capacitarmi e neppure  a comprendere quelle frasi melodiose. Ad un tratto  diventò tutto buio e silenzioso.

Da dietro una piccola porticina, come portato dal vento, un drappo bianco e svolazzante uscì con una scritta… dove potevo leggere ora la parola:    FINE

Un giovedì, di pomeriggio, in un vagone con Cecilia

Le carte e le Matite- di Cecilia Trinci

Potrebbe sembrare che tra poco questo Vagone prenda il via sulle rotaie.

Poco importa sapere che davanti e dietro ci siano il muro della Misericordia e il muro del Teatro: dove mai potrebbe andare? Invece sembra che le luci tenui del bar ci stiano facilitando la partenza scivolosa sui binari, che per altro sono veri sotto di noi.

La carrozza 10 parte. I viaggiatori sono al completo, seduti ai tavoli stretti e bui, un po’ Orient Express un po’ Avventure nel Mondo.

Carte varie da scegliere. Colorate, bianche, anonime o volantini, depliant zeppi di immagini e parole, carta fotografica impressa di nulla, veline, carta lucida, appunti scritti a mano, vecchie scritture fotocopiate…

Per questo giovedì mi era venuta un’idea qualche giorno fa, mentre pensavo e facevo altro, come fanno le buone idee che covano come galline sagge. Le ho raccolte curiosa  in poco tempo, qua e là. Ho trovato appunti vecchi che scrivo quando ascolto le Matite e che non riesco mai a buttare via, neppure dopo che hanno svolto il loro compito. Nomi, frecce, sempre scritte a matita perché la grafite è dolce, rapida, segue la velocità del pensiero, è fragile perché sbiadisce e può sparire, ma invece resta a lungo se non la tocchi troppo e la conservi semplice come l’hai scritta.

Loro, le Matite si avvicinano al tavolo, scelgono, di colpo, senza pensare come dico sempre, tornano al tavolo con una preda felice, scrivono, di getto, come voglio sempre.

Parole sgorgano, senza ripensamenti, come acqua di sorgente e appaiono aquiloni in cieli azzurri che escono da scatole da scarpe, giostre di carte volanti, blu su alberi rossi di ciliegie mature, libri adottati e abbracciati da carte a fiori, pagine pensate, mani  di nonni,  un mare vero che esce a consolare Velina, il colore di un lampo di notte e il soffio di un bambino che non spenge la candelina, una sveglia  uscita da una carta regalo, ferma a un tempo di tanti anni fa, una fotografia che non riesce a fermare un volto e resta vuota, la scrittura a mano che nasconde segreti o anche un fiore secco che è stato accolto da tempo, una carta a fette che diventa un paravento liberty, il re insanguinato e il santo triste che escono da una pagina ed entrano in una storia, pezzetti di carta che diventano racconti per bambini, verde la rana, marrone la lepre, rosso il fuoco. Calligrafie di padri, in rosso e blu, a righe alternate, diari di giorni diversi.

Donne gentili, storie di cartone, “fogli che hanno valore solo per chi li accatasta”.

Il vagone è pieno zeppo di vite, il giovedì sera, sul tardi, quando da un po’ si è fatto buio.

La carta scritta a mano con Gabriella

I segreti della carta scritta – di Gabriella Crisafulli

I fogli racchiudono parole che si rincorrono, svolazzano,  colpiscono, inchiodano lì dove sei, ma c’è carta e carta e ognuna con la sua grana è un capitolo a parte. Poi ci sono le scritture, i caratteri, le pagine tracciate a mano nascondono segreti… i segreti di chi usa la penna, anche se è meglio ancora il lapis… E’ bello rimescolare le carte fino a perdersi completamente fra mucchi scivolosi e scivolanti, privi di valore se non per chi li accatasta…. e poi ecco di tanto in tanto un appunto, un segnalibro, un fiore, una foglia che crepita tra le pagine che l’hanno accolta e nascosta.

Storie di cartoncino per Anna

Cartoncini animati – di Anna Meli

La carta ha un buon odore, un odore speciale di libri stampati, di quaderni di scuola, di cartoncini colorati e anche di imballaggi. E’ un odore particolare che a volte ti entra nelle narici provocandoti sonori starnuti liberatori.

            Il cartoncino mi piace in modo particolare perché lo sento forte e nello stesso tempo maneggevole, capace di aiutarmi a realizzare le mie idee, le mie semplici capacità, come il costruire scatoline in cui riporre piccole cose: strani bottoncini, perline di collane strappate, piccoli insignificanti oggetti appartenuti a chi sa chi, ma ognuno col loro passato intrecciato a fatti e persone.

            Da piccola mi divertivo, soprattutto nelle serate invernali quando rimanevo sola, senza la compagnia di amici, ad immaginare storie con cartoncini dipinti e piegati in un certo modo a cui davo un nome di persona o di animale.

            Il colore determinava l’appartenenza: verde era la rana che gracidava nello stagno di carta del cioccolatino, rosso era il fuoco, marrone la lepre che fuggiva via veloce di fronte al fucile nero del cacciatore verde e viola e poi…poi appariva la carta mago, mal ritagliata e scarabocchiata che terrorizzava tutti costringendoli a ritornare nella loro scatola in attesa di un nuovo gioco.

            Ripenso con nostalgia a quei momenti a quelle storie fantastiche che mi facevano provare sicurezza e, qualche volta, anche un certo senso di smarrimento, ma erano le mie storie segrete e in esse ci stavo bene come in un rifugio solo mio.

Cornice da un foglio bianco per Stefania

La cornice di carta – di Stefania Bonanni

Una carta bianca come una tela, e dentro la cornice nera di un foglio ingiallito, che chiama per essere letto, e merita la mia fiducia, perché racchiude un consiglio perfetto: per scrivere, leggere, parlare, capire, vivere : l’errore è raggiungere il bersaglio, la grazia di mancarlo.

Il bersaglio spesso sembra la soluzione, ma è ovvio, abusato, già di lui hanno in molti scritto, parlato. Si può solo ripetere, riservargli parole scontate, ordinarie, senza stupore. L’incanto è girare intorno, volare leggeri, senza toccare, lasciandosi portare dal vento che passa dagli occhi un istante, dal colore di un lampo di notte, dal soffio di un bambino che non spenge la candelina. E’ un lavoro difficile, dovremmo essere esperti chirurghi, per scansare tutto quello che non serve. Recidere con un colpo deciso tutto quello che non serve, e volare alto, senza freni . Poi, che bisogno c’è di freni, volando? Si casca comunque, alla fine, e forse il segreto è cascare di sedere , sollevare piedi e gambe ed essere felici di tutto ciò che siamo riusciti a salvare.

Volare nel tramonto, stormi neri nel cielo rosa, certo non è da tutti, ma provare può essere un destino, ed anche le oche starnazzanti sono uccelli.

Carta di un magico blu per Carmela

Magica carta – di Carmela De Pilla

In casa c’era poco a quei tempi tanto meno la carta che era considerata molto preziosa, Velina aveva visto solo la carta oleata che Sisina usava per incartare le sarde sotto sale o la mortadella, la carta gialla che la mamma ripiegava con cura per poterla riutilizzare, la carta dell’unico libro scolastico e quella dei pochi quaderni.

Di libri nemmeno l’ombra in quella casa! Avrebbe desiderato tanto poterne annusare il profumo, lo cercava in ogni angolo, ma ne rimaneva delusa, ecco perché andava volentieri a casa di Tinuccia. Suo padre, maestro dell’unica scuola elementare del paese le permetteva di entrare nel suo studio che poi altro non era che una piccola stanza con un tavolo, una sedia e una scaffalatura che conteneva libri di ogni genere, quelli da grandi sulle mensole più alte e in basso quelli che usava per la scuola con le figure dai colori pastello un po’ sbiaditi dal tempo.

 Li guardava con curiosità e ammirazione, uno in particolare sembrava la chiamasse, sulla copertina la bellissima bambina dagli occhi azzurri con le trecce bionde le sorrideva e le rosse ciliegie che pendevano dall’orecchio come fossero preziosi orecchini sembravano vere, quasi da mordere. Lo prese e lo annusò, era un odore un po’ invecchiato che sapeva di dolci e di bambini.

Un giorno un carretto con mille cianfrusaglie si affacciò all’angolo della strada, le donne e i bambini si avvicinarono come api perché quello era uno dei pochi divertimenti che avvolgeva le vite di quelle persone.

Chi lo spingeva era un omino buffo dai grandi occhi azzurri orlati da folte sopracciglia nere con un cespuglio di capelli ispidi e ribelli che schizzavano da ogni parte.

Velina gli si avvicinò e infilò furtivamente la mano nella sua poi lo guardò con occhi imploranti come a voler dire ”non c’è niente per me?”, lui le mise tra le mani un foglio di carta, sembrava magico per i giochi di luce che sprigionava a contrasto del sole e liscio come l’acqua del mare se lo portò al viso gustando fino in fondo quella morbida carezza.

Rimase affascinata dal colore, da una parte azzurro intenso e dall’altra argenteo, “proprio come il mare” si disse e lo stropicciò, una musica si sprigionò fra le dita e si lasciò trasportare in un mare dove si tuffò e annegò nel silenzio dei suoi pensieri.

Decorazioni su carta da regalo per Sandra

Sei mia – di Sandra Conticini

Sei mia, ho pensato mentre si poggiava sul tavolo insieme a  fogli di carta velina un po sgualciti, oppure bianchi con qualche scarabocchio insignificante a prima vista, fogli di ricette,  bustine brillanti da regalo che quando le tocchi  gracchiano come le rane e poi tante altri tipi di carta, tutti diversi ma particolari.

Il mio pezzetto di scatola deve essere stato un  regalo fatto con amore e di buon augurio. Si capisce dal grande fiocco rosso, con un tralcio di abete, un campanellino e rifinito con un pon pon giallo senape.

I regali fatti con il cuore si riconoscono, sono curati e la confezione parla. Infatti a me, che i regali sono sempre piaciuti, li preferisco più incartati che aperti.

 Davanti al pacchetto sogno, cerco di indovinare cosa ci potrebbe essere. Qualche volta indovino, qualche volta rimango delusa, ma in genere sempre piacevolmente stupita.

Quando sono diventata adulta in casa, invece dei regali, tendevano a darmi qualche soldino dicendo che tanto avevo già tutto e così li avrei usati per qualcosa che loro non avrebbero saputo comprarmi. Io sostenevo che non era vero e, un anno per Natale, il babbo mi regalò una sveglia, che è ancora sul comodino insieme ad un’altra funzionante.

Anche un dono piccolo per me è importante vuol dire essere pensata, avermi dedicato del tempo e questo fa sempre piacere. Quando faccio un regalo il più bel grazie è vedere la felicità nell’altra persona. 

Carta per copertine dei libri per Carla

Libri adottati – di Carla Faggi

Carta per ricoprire i libri.

Lo facevamo a scuola, l’ho rifatto poi anche in seguito per i libri importanti, quelli che mi hanno accompagnata nell’adolescenza e poi con altri che ho avuto accanto nel mio periodo di donna quasi adulta ma non troppo.

All’interno erano sottolineati, commentati, forse scrivevo più io che l’autore del libro.

Per questo la copertina la proteggevo più possibile anche se mi si sciupava comunque a forza di usarlo anche come diario per riflessioni che mi suggeriva il libro in quel difficile periodo di vita di adolescente e di quasi adulta improntato alla ricerca costante di identità, di certezze, di indirizzi.

Ricordo ancora Giuseppe Berto ne La Cosa Buffa, Il Complesso Di Cenerentola di non ricordo chi.

Il famoso Donne Che Amano Troppo e … poi e poi.

Li ho ancora tutti, con le loro copertine e i loro appunti interni che a rileggerli ora, alcuni fanno sorridere, altri tenerezza, altri rabbia.

Sono stati libri che mi hanno aiutata a conoscere e poi accettare meglio le mie incertezze, perché se qualcuno importante ne ha scritto in un libro il mio problema non è più solo mio ma diventa collettivo e reale e quindi superabile.

Perché da adolescente spesso ti senti unica, diversa, nella superiorità e nella inferiorità del percepirti e non è facile parlare di queste sensazioni a chi potrebbe giudicarti. Almeno per me e all’epoca, tanti e tanti anni fa, la scelta più facile fu confrontarmi con i miei libri amici.

Quando poi sono diventata adulta e oltre ai dubbi e alle incertezze ho trovato anche serenità e chiarezza, non ho avuto più bisogno di scrivere tra le righe di un libro, o almeno non sempre. Anche i libri non sono quasi più i miei libri adottati ma libri che mi incuriosiscono magari suggeriti dalle amiche, come le matite, o trovati in biblioteca, spesso comprati per l’e-book . Per la condivisione ed il confronto dei propri pensieri visto che il giudizio altrui non mi preoccupa ormai più di troppo ci sono spesso le amiche, le matite, Marco, meno silenziosi di un libro ma altrettanto attenti.

Ma i miei libri amici di allora visto che chi adotta un libro lo adotta per sempre (lo dice un mio amico libro scritto da Zafòn) sono ancora qui a raccontarmi di me.

Dietro la carta bianca di Nadia

Biglietto – di Nadia Peruzzi

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E se…
Stava camminando lungo il ruscello, proprio vicino al punto dove si incontra la cascatella ombreggiata dal grande salice.
La colpì il luccicare di qualcosa di bianco che in brevissimo tempo aveva smesso di scivolare sull’acqua ed era finito a testa in giù dentro la cascata. A tratti lo si intravedeva. Rimbalzava, rotolava, vorticava insieme all’acqua , quasi come in un gioco fra i due.
Per qualche minuto andò così poi una spinta, forse un refolo di vento, fece cadere quel qualcosa giù nella grande pozza sotto la cascata.
Era o sembrava un pezzo di carta. Non uno qualsiasi visto che era ben steso e compatto, non sgualcito, né malmesso malgrado lo stare in acqua. Luccicava sotto il gioco dei raggi del sole . Nell’acqua in quel momento si era creato come un intrico di fili dorati , erano quasi un paravento con accenni di arcobaleni e quel biancore risaltava ancora di più .
Quando riuscì a prenderlo vide che era un cartoncino tagliato in modo un pochino approssimativo . Dimensione non più grande di quella di un biglietto d’auguri. Sul retro, non c’era scritto nulla.
Sul davanti, in una calligrafia tonda e sicura , solo un “e se …”.
Il resto, ammesso che ci fosse,  era svanito.
“E se” strano, avrebbero pensato in molti, forse tutti. Lei lo trovava bellissimo, invece. Lasciava spazio alla fantasia, all’immaginazione. Chissà cosa ci stava dietro a quell’”e se”.
Del resto la sua vita era stata un costellazione di “e se” !
Non quegli “e se” che avevano di contropartita nostalgia, rimpianto o dolore. No, forse per influsso di una buona stella, almeno fino a quel momento , i suoi erano stati segnati per lo più da positività.
Pensò al suo ultimo “”e se”. Se provassi a imparare a suonare la chitarra? Piano piano , accordo dopo accordo , ci era riuscita. L’obbiettivo non era Segovia ma un modo per placare sé stessa quando ce n’era bisogno e il senso di sfida, che si accendeva dentro di lei a partire dal suo essere curiosa di tutto.  La voglia di riempire la vita con quello che pensava le facesse del bene e la arricchisse, faceva il resto e dava la spinta finale.
Uno dei sui “e se” migliori si era acceso un pomeriggio d’estate .
Se una volta o l’altra incontrassi quel testone simpatico e carino a cui passavo i compiti di latino e greco al liceo?
Beh, era capitato.  E si era tradotto in qualcosa di bello. Inatteso, visto che non ci pensava più e da un pezzo, e bello.  Ne era nato un amore che ancora non si era perso nella noia e nella routine, era vivo e complice come quando era iniziato.
Chissà se quell’”e se” scritto sul biglietto era invece figlio di un rimpianto o di un pensiero triste, si disse.
I suoi “e se”” li aveva conservati in un cassetto. Li collezionava da sempre ed erano stati un modo per spronarsi , darsi degli obbiettivi. Quando qualcosa non andava proprio come avrebbe voluto bastava che guardasse tutti gli altri, quelli che avevano avuto svolte positive, per rincuorarsi e ritrovare speranza e voglia di andare avanti . La sua filosofia era stata: se una cosa non va bene, non è detto che non vada bene per sempre, e in ogni caso ne andrà bene un’altra!
Quell’ “e se” invece , chissà perché le sembrava dovesse nascondere del mistero. Qualcosa di triste o pesante da sopportare , altrimenti non sarebbe stato gettato in acqua, come quando ci si vuol liberare di qualcosa che fa soffrire .
Insomma lo aveva preso come un bell’”e se le cose fossero andate diversamente. . ?”
Mentre si perdeva in questi pensieri, vide arrivare verso di lei un bambino sui 7 o 8 anni al massimo.
Bel faccino vispo, occhi vivaci e furbi e uno sguardo senza ombre. Sorrideva felice mostrando tutti i dentini che gli erano caduti e non erano ancora ricresciuti del tutto.
Aveva un piccolo zaino e una penna in mano. Guardava fisso il fiume, mentre si avvicinava a lei. Come se stesse cercando qualcosa.
Si salutarono.  Lui posò lo sguardo sul foglietto che lei teneva in mano .
Le disse : “ Per favore puoi ridarmelo? E’mio! Mi è scappato di mano mentre ci stavo scrivendo sopra, poco lontano da qui. ”
Lei glielo restituì ma non resistette dal porgli una domanda.
“Volevi scrivere solo quell’”e se” , oppure c’era dell’altro? Per un bambino della tua età una frase che inizia così non è tanto abituale!”
“Macché ! L’idea era di continuare a scrivere. E’ arrivato un colpo di vento e non ce l’ho fatta a finire la frase”!.
Lei incalzante e curiosa.  “ Scommetto che riguarda qualche bambina di classe tua. Sei così bello , chissà quante fidanzate avrai e il difficile è sceglierne una”!
“ Eccone un’altra che cerca di darmi una fidanzata! Le bambine sono uggiose e non giocano al calcio con me. Fanno sempre comunella fra loro. Vuoi che ti dica cosa volevo scrivere? Ecco qui.  
E se domani non ci fossero le maestre , non dovrei andare a scuola.  Tutto qui. ”
Le fece un accenno di linguaccia , ma con fare simpatico e complice e la lasciò a rimuginare sui suoi “e se” senza dubbio un filo più complicati.
Lo zainetto rosso che aveva sulle spalle continuò a rimanere visibile , fino a che non si perse dietro la curva a gomito della strada, nell’ombra dei pini marittimi .

Carta fotografica vuota per Nadia

Un biglietto vuoto – di Nadia Peruzzi

Ti pensavo come un biglietto e mi servivi vuoto. Da riempire di parole. Solo quelle che ci potessero entrare. Poche in verità.
Vuoto per un inizio. Vuoto per una rigenerazione. Vuoto per una svolta.
Ti ho girato e rigirato per le mani, le parole non uscivano.
Volevo un inizio e invece più che giravo e rigiravo senza che nessuna parola riuscisse a venire a galla, mi son trovata di fronte ad una cosa che ha un solo nome: fine.
Vuoto il foglio, vuota l’anima, nulla la voglia di riempire di frasette fatte che so non avrebbero senso né per me, né per te.
Forse stavo pure per scrivere una banalità del tipo andiamoci a prendere un caffè.  Non ce l’ho fatta. Non avrebbe avuto più nessun senso.
Quel caffè si era già raffreddato da tempo. Non ti penso, né ti sento come ti sentivo allora, vicino e amico.
Sul retro mi sono accorta della carta lucida. Carta da foto. Sei una carta da foto, mi sono detta, non carta semplice da biglietto .
Quante ne stampavamo dopo i pomeriggi passati sul greto del fiume ad inseguire il movimento della cascata o il volo degli uccelli,  nelle loro formazioni a V, nella stagione delle migrazioni. Quanti i volti delle persone che abbiamo incrociato nei nostri viaggi.
Tutto sbiadito, anche nel ricordo. Non i luoghi e i volti degli altri.
È il tuo che non riesco a vedere, malgrado ci provi ogni tanto.
Degli altri ricordo i particolari e le caratteristiche . Quanto le ho amate e quanto le amo ancora quelle foto di genti di paesi lontani che sento quasi come una famiglia.
Di te, che avresti potuto esserlo, non rimane nulla. Che brutta cosa da pensare e da scrivere pure.  Ma ho sofferto così tanto che ho preferito cancellarti anche dai pensieri.  

Un pezzo di carta per Rossella G.

Carta a fette – di Rossella Gallori

Eppure sembrava solo un pezzo di carta da pacchi riciclata stampata….

Donne gentili, paesi lontani, sguardi delicati, piccoli passi, fiori quasi profumati, piccole righe non rughe, nascoste da grossi petali, grassi di colore, ne avverto l’odore, sai di piante che non conosco, di larghe foglie, sai di vita solo tua.

Ti prendo, ti piego, mi resisti, mi fermi, poi ti arrendi ti fai plasmare, un po’ per gioco, un po’ per vanità, per diventare un’altra cosa….ora sei un piccolo paravento liberty; ci appoggio biancheria di seta, che non ho, colori sfacciati si affacciano dietro un sogno di carta…ne esce una me scomposta,  pezzi mal assemblati, sfilacciati… con un cervello che funziona, come un cuore, dai battiti che son cavalcate, dalle pause lente…

Con un cuore a cervello dai pensieri strani, stravolti da palle di cartapesta, che sta su un seno a sinistra, in bilico….

Poi mi sveglio e tutto torna carta, ti stendo, ti appallo, ti brucio con lo sguardo, ti conservo, ti osservo…solo, forse, un pezzo di qualcosa a caso, non un paravento, non un sentimento, un silenzio piegato, plissettato…mai spiegato…

La carta lucida blu di Lucia

I ciliegi incartati di luci – di Lucia Bettoni

Tre ettari di terra su una collina era il mio podere, il nostro podere
Viti, olivi e qualche albero da frutta erano il nostro tesoro
Mio padre, mio nonno e tutti in famiglia amavamo questa terra
Tutto quello di cui avevamo bisogno era legato a questo pezzo di terra che le mani rugose e sapienti di mio padre sapevano curare con rispetto e riconoscenza
Le mani di mio padre erano campi arati, ruscelli e fili d’erba
Nei solchi delle sue mani poteva crescere il grano
A Pasqua scartavo sempre un uovo di cioccolato, a volte anche due
La carta lucida, colorata e argentata delle uova era un piccolo bene prezioso e come tutte le cose non veniva buttata perché tutto sarebbe potuto servire , tutto avrebbe potuto essere utile
La carta scricchiolante veniva piegata con precisione e riposta nel cassetto delle carte
A seconda delle stagioni, dopo averla tagliata in strisce sottili, veniva appesa agli alberi da frutta per scacciare gli uccelli
I ciliegi diventavano una festa, alberi di Natale luccicosi e sventolanti
Anche l’orto brillava al sole e cantava al vento
Tutto diventava diverso
Era la mia giostra, la mia fiera, l’occasione per sorridere dentro, l’occasione per aprire le braccia e diventare io stessa un uccello per una solitaria, intima, meravigliosa danza per la vita
Grazie babbo per tutti i lustrini che mi hanno fatto danzare

Carta Velina per volare con Rossella B.

La Velina e la…cartina – di Rossella Bonechi

Pssst…..pssst….no no non ti allontanare….vieni…. sì, sono io, la Velina. Oh ecco, mi hai vista, toccata, riconosciuta, sì sì sono proprio io: quella che il nonno toglieva delicatamente dalla scatola delle scarpe nuove e accarezzandomi piano mi spiegava quasi a stirarmi. Perché??? Ma perché sarei stata la carta con cui avreste costruito insieme il nuovo aquilone! Oppure tagliata in perfetti quadrati ti avrei aiutata a vincere la gara di chi mi teneva più in alto solo soffiandomi.          Sono quasi trasparente, impalpabile, mi strappo facilmente ma è con me che avvolgi i bicchieri di cristallo del servito buono per affrontare l’ennesimo trasloco.                                                                           

  E che dire dei regali? Ora che mi hanno fatta di tutti i colori, impreziosisco qualsiasi confezione, anche solo di saponette o confettini; che emozione scostarmi con le mani e ascoltare il mio scarteggìo per scoprire cosa nascondo o proteggo!       

     Ma alla fine, lo so, mi hai scelto per colpa dell’aquilone e del gioco: nessuna carta è più preziosa di quella che ti rende bambina. Che meraviglia! Un pezzo sgualcito, incolore, strappucchiato di velina fa comparire una bimba riccioluta e colorata con le braccia spalancate a NON contenere la gioia.

Incontro del 12 gennaio 2023: la carta ha parole per noi

Foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

La scintilla è venuta dal libro Malinverno di Domenico Dara:


“…noi non siamo quello che abbiamo vissuto: siamo quello che abbiamo pensato, immaginato, sperato, desiderato, dimenticato. Che l’universo mai saprà ciò che davvero è stata la nostra esistenza silenziosa e clandestina, nessuno mai conoscerà i nostri viaggi segreti, i nostri amori immaginati, le nostre centinaia di vite racchiuse negli infiniti universi di un neurone.” (cit.)
Astolfo Malinverno è il bibliotecario di Timpamara, dove c’è una cartiera e dove finiscono al macero libri, riviste e giornali non più utilizzabili ed il vento spesso disperde pagine strappate per le vie. Gli abitanti recuperano dal macero i libri meno malridotti o a volte solo pagine o brandelli. “Leggevano tutto e tutto serbavano, i timpamarani, quasi a contrappesare il destino di distruzione del macero: lì i libri venivano cancellati, loro invece li tenevano in vita.” (cit.)

“Fosse per me ci abiterei, tra i libri: attraversata la porta della biblioteca mi sembra già di non zoppicare più, non è vero ma io lo sento, come se lì dentro non esistessero uomini claudicanti o piè veloci, distanze da percorrere o tempi da rispettare ma tutto si agguagliasse nella parola. È più d’un rifugio per me: una tana, la mia camera amniotica. Qui dentro mi sento meno solo, e io la so misurare la solitudine. (…)

Hai mai sentito la voce dei libri?” mi chiese una volta mia madre. “Non le parole che leggi, intendo proprio la loro voce, il suono della carta.” La guardai stupito. Capivo le sue allucinate immaginazioni, i personaggi letterari che diventavano vicini di casa e viceversa, ma che la carta parlasse mi sembrava troppo. Forse la sua testa si stava ammalando. “Dobbiamo trovare la giornata giusta, però,” concluse.” (cit.)

La carta parla, suggerisce, sussurra al cuore e le pagine che seguiranno lo confermano!

Pinocchio e Geppetto per Rossella G.

PICCOLA STORIA DI UN LIBRO CHE NON HO MAI LETTO…. – di Rossella Gallori

E poi scopri che ha 112 anni e non li dimostra, che è sempre stato tuo e non l’hai mai letto, che le illustrazioni ti facevano paura, che sa di polvere e di bambino; che si è sporcato con il tempo, scopri che forse è l’unica cosa che lui ha lasciato a te, che non lo  avete mai letto insieme, perchè non ce ne è stato il tempo.

Avevamo le nostre storie, i nostri incontri, le nostre illustrazioni, noi che non sapevamo disegnare, noi che allestivamo grandi commedie, senza saper recitare, noi che non avevamo pubblico, perché io applaudivo solo te e tu solo me.

Pinocchio, te lo avevano regalato i tuoi genitori, per la tua comunione, fatta un po’ più tardi degli altri. Non sapevano se ce la facevi, con quel cuore grosso e malato, ti tenevano a letto, aspettavano….poi visto che la signora stronza vestita di tulle nero, non si decideva ad arrivare, ti fecero quasi vivere, studiare, poi anche nuotare, anche cantare con un mediocre tenore in casa, come si addice a  un bimbo malaticcio, imparasti bene l’inglese….per premio, forse una festicciola, dopo l’ostia…e questo Pinocchio, di cui guardavamo solo la copertina, la data, la dedica, niente di più.

Mi raccontavi  la storia che forse nemmeno tu sapevi bene bene,  senza  un ordine giusto, quasi per lenire il dolore che provavamo nel pensare al povero Geppetto padre non troppo giovane, come eri tu per me, babbo di un bimbo di legno, un po’ come ero io per te, più di coccio che di legno, forse, ma innamorata, cotta, di un amore, che affetta l’ anima, riducendola in lamelle sottili di tartufo bianco, dal profumo forte, indimenticabile…

 Tu non lo avevi letto, noi non lo abbiamo letto, ma abbiamo incontrato insieme tutti i personaggi, cari a Collodi e non solo.

Mi hai fatto la giacchettina, il cappelluccio, la goletta “ co i fiocco” .

Abbiamo incontrato il gatto, la volpe…ma non ci hanno fregato…

Lucignolo era un bravo bambino e se anche non lo fosse stato, poco importava,  io non giocavo con nessuno.

La fatina un po’ Turchina era “ la mi mamma” con i capelli crespi e neri, con il rossetto sempre, qualunque cosa accada…più maga che fata, mettere a tavola 7 persone, magia allo stato puro.

Poi c’ era Mangiafuoco, la tua mammina adorata, a me sembrava più la balena…..ma non te l’ ho detto mai.

E poi forse mi sono bruciata i piedi, e tu Geppetto adorato, me li hai rifatti… perché se ami qualcuno gli fai i piedi perché possa camminare, anche da solo.

E se mi han chiamata Berlicche, ci abbiam riso, in fondo il naso a punta ce l’ho.

No non abbiamo letto il libro, ma qualche grillo parlante lo abbiamo incontrato: pensare al futuro si mette male.

Ci siam tappati le orecchie e siamo andati avanti, nel nostro vocabolario, avevamo sostituito la parola futuro con oggi.

 Non l’ ho letto” babbinomio” Pinocchio,  nemmeno oggi che sono quasi vecchia e sarebbe l’ ora di saper come stanno le cose.

 Ho solo il ricordo” di un serpente verde, con gli occhi di fuoco, ed una coda appuntita che gli fumava come la cappa di un camino….

Ed oggi, come allora, ho avuto paura di quella illustrazione paurosa, ho cercato la tua mano calda di battiti, non l’ ho trovata, ma ne ho avvertito il calore, l’amore.

Per l’appunto era una nottataccia d’ inferno….

E sono sola babbino mio, sola, ma il libro lo spolvero, si povero Pinocchio, se lo merita, 112 anni sono tanti. Poi lo rimetto a posto, un posto scomodo, non proprio a portata di mano, un libro di padre in figlia, di madre a figlia, con una strana storia, nessuno lo vuol leggere.

Come ero buffa e felice babbino, quando ero un burattino……e tu eri il mio Geppetto.

Il sei gennaio

I mangiatori di panini – di Cecilia Trinci

Non si sa come sono arrivati: a piedi, in pullman, in treno, in macchina… su cammelli da presepio….si raggruppano dapprima lentamente, spinti da un’orchestra stonata, da un rombo in sordina che cresce in una cavalcata inesorabile da tromboni lucenti. Ti vengono incontro masse morbide di piumini scuri, prima in file composte, poi in maree sconcertanti, non sai come scansarli, su che lato buttarti; dietro, in sequenza, si sfumano altre orde, per cui se anche scansi la prima andata lo schiaffo della seconda sarà inevitabile, ti prenderai comunque un tonfo di manica in faccia, il ritmo sale, cresce, incombe, non vedi più i volti, solo cappotti, cappucci, gambe spedite, in marcia verso il dovunque….lo sfondo di case e strade si annebbia, solo masse convulse, masse sfocate, affamate in cerca di cibo o di occasioni folli da acquistare per primi. A volte, spaventata dal ritmo frenetico, abbassi gli occhi sui passi, sugli stivaletti, le scarpe da ginnastica, i passi si accavallano e non distingui più la destra dalla sinistra e capita di incrociate due occhi in un passeggino soffocato, due occhi come i tuoi sconcertati, troppo spaventati per piangere, annichiliti, si potrebbe dire basiti. Bambini infagottati, con bocche piene di ciucci o di creme spiaccicate o caramelle decorate ti guardano come per dire “salvami”…ma già la folla ti ha spostato, perdi bambini e maniche, passeggini e monopattini mentre arriva la carrozza col cocchiere che da sotto il suo cilindro sul capo illustra: questa è piazza della Repubblica, il centro della città, i cavalli strascicano i passi grassi e grossi, le cacche si nascondono in sacconi misteriosi sotto le code, mentre procedono lenti come trattori viventi. Alzi gli occhi, c’è ancora il cielo celestino, con un solicchio stanco, respiri, sospiri. In terra, sugli scalini dei marciapiedi, i Mangiatori di panini addentano strati scricchiolanti di paniccia informe, sembrano fette di salame che si attorcigliano su se stesse sotto i denti, potrebbero essere fette di prosciutto vestite di formaggio, mentre sale a tratti, qua e là, un odore di quasitartufo, ma tutto si accende di morsi, bocche aperte, fauci affamate su quei panini asfittici e sodi, mòzzi che la saliva intacca a malapena, altri sono ordinatamente in file lunghissime e serpentine che si fanno strada tra la folla, cerchi il capo, molto avanti e vedi un minuscolo baracchino monotavolo che distribuisce cibo, schiacciata a pioggia, mortadella, cremine orfane di nome, intascando da ore senza tregua forconate di euro. Non mancano i livelli superiori di Mangiatori, quelli che osservano sdegnosi dai tavolini, mangiando patatine fritte mosce, ma seduti, a margine dell’onda di marea appiedata, tra il grasso Duomo che incombe, coperto di smartphone in diecimila mani, di facce da selfie, di braccia allungate in su, per catturare lo sfondo migliore. Senti a un tratto, nella folla, un grido di verità inattesa, “Non ne posso più di questa schiacciata!” ma la folla trascina via lo sconsiderato e tutti giurano di non averlo neppure sentito.

Un lenzuolo racconta una storia con Patrizia

Lenzuolo – di Patrizia Fusi

Sono ancora un bel lenzuolo bianco, di un cotone ottimo, robusto e solido, mi sento ancora bene, ho visto cambiare le persone che mi hanno posseduto, attualmente sono in una casa di una signora anziana, lei appezza la qualità del tessuto di cui sono fatto, le piace la sfilatura di cui sono adornato e il gigliuccio tutto ripieno per rendere più forte la sfilatura adatta a questo tipo di cotone.

Da quando da una pezza di cotone diventai un lenzuolo da corredo, intorno a me sono cambiate tante situazioni una fra tante e il modo di lavarmi, ora mi inseriscono in un cilindro forato, mi fanno girare velocemente con acqua calda e detersivo quando mi tirano fuori mi sento tutto arruffato, molto diverso da quando mi mettevano in ammollo in un grande contenitore, venivo stropicciato da mani sapienti su una superfice di legno, mi sentivo sfregare da setole che mi procuravano il solletico. Nell’essere steso ad asciugare non è cambiato niente, il sole mi riscalda, il vento mi strapazza e tutti e due mi asciugano.

L’anziana signora trova gradevole dormire avvolta da me.

Ricordo da dove provengo, ero sistemato in un morbido drappeggio in una vetrina di tessuti per biancheria da casa a Sant’Elpidio, era il mille novecento venti.

 Mi sentivo osservato con interesse da signore e giovane ragazze in cerca di buoni tessuti per i loro corredi. Dove le ragazze potevano mostrare le proprie capacità nel ricamo e nelle sfilature per confezionare la biancheria per la dote.

Ricordo il giorno in cui due figure femminili entrarono. Indicarono alla commessa la pezza di cotone in mostra nella vetrina, la mamma era più bassa della figlia aveva i capelli raccolti in una crocchia, il vestito era con la manica lunga, l’unica civetteria l’aveva al collo: un filo lungo di corallino, annodato a metà. L’espressione del viso era severo ma sereno, gli occhi piccoli, brillanti come il quarzo nero.

La figlia una bella ragazza alta nel viso un’espressione dolce, gli occhi piccoli e scuri come quelli della madre, indossa un vestito grigio con le maniche lunghe e applicazioni di velluto nero, la pelle delle due donne aveva un colore ambrato.

Comprarono il metraggio per fare un paio di lenzuola da letto matrimoniale, dai loro discorsi capisco che è per il corredo della bella signorina.

Vengo messo in una grande busta con altre stoffe e fili da ricamo per fare il corredo.

Quando mi tolsero dalla busta mi disposero sul tavolo insieme ai fili e a gli altri tessuti, mi sentii toccare da altre mani, erano le sorelle di Ornella, controllavano l’acquisto fatto e lo apprezzarono.

Ora tocca a Ornella preparare il corredo e la quinta delle sette sorelle si deve preparare il corredo per un futuro matrimonio.

Vengo messo in un armadio, il profumo di lavanda mi invade tutto, mi rilasso e mi riposo. La mattina del giorno dopo, vengo ritirato fuori, mi trovo fra tante voci di ragazze, mani esperte, misurano, tagliano, ecco sono diventato due lenzuola e quattro federe ora devo esser cucito. Delicate mani iniziano a tirare i fili per prepararmi per la sfilatura, questo mi produce dei brividi, dopo due ore che si affannano toccandomi mi rimettono nell’armadio, sento le sorelle che decidono di ritrovarsi il giorno dopo il pomeriggio per continuare il lavoro.

La mattina ognuna di loro aveva un compito, chi aiutava la mamma nelle faccende domestiche, chi coltivava l’orto con il papà quando è libero dell’impegno del casellante, chi aveva il compito di accudire gli animali da cortile.

I pomeriggi delle donne di casa veniva dedicato ai lavori di cucito, dagli abiti alla biancheria, preparavano e cucivano i loro corredi.

Beatrice inizia a cucirmi: ha le mani delicate è piacevole farmi toccare da lei.

Nel periodo freddo rimaniamo nella grande cucina con il camminetto acceso, i treni che passavano segnavano le ore, il loro sferragliare faceva vibrare i vetri.

Nella bella stagione andavano a cucire sotto il grande fico posizionato dietro la casa cantoniera, che con le sue larghe foglie insieme ad altri alberi facevano una bella ombra, erano pomeriggi sereni trascorsi fra chiacchiere, racconti, risate, confidenze amorose, desideri.

Quando la sfilatura fu finita da Beatrice mamma Erminia mi cucì e fui pronto, il sopra il sotto e quattro federe, fui lavato stirato e messo con cura dentro la cassa panca profumata dai sacchettini di fiori di lavanda, fra l’altro corredo già pronto. Rimasi per un tempo infinito lì dentro ogni tanto si aggiungeva altra biancheria per la casa e la persona, fra noi ci si raccontavamo cosa eravamo e a cosa servivamo, il rumore del treno a ore precise si faceva sentire ci faceva compagnia come i rumori di casa.

Era una famiglia vivace piena di voci femminili più o meno dolci, la voce del papà era forte e quando faceva delle richieste veniva obbedito.

Il tempo trascorreva lento e sereno a seconda delle stagioni le ragazze andavano per la campagna a raccogliere le erbe di campo che servivano per cucinare dei piatti semplici ma gustosi.

Quando i contadini avevano già raccolto l’uva, i frutti e tagliato il grano, le ragazze avevano il permesso di andare a spigolare, per questo quelle belle ragazze avevano quel bel colore ambrato sulla pelle.

Erano ragazze allegre, quando c’erano le feste al paese andavano volentieri a ballare, anche se il papà era molto rigido nel concedere il permesso.

Il papà fini il lavoro di casellante, lasciarono la casa rossa, fui messo dentro un grande scatolone feci un lungo viaggio mi ritrovai in una nuova casa, non sentivo i rumori della campagna e i loro odori, l’odore pungente del cortile dove le galline e gli altri animali starnazzavano, il profumo del fico non lo sentivo più il rumore del treno era sparito, ora sentivo un fruscio più o meno intenso con dei rumori acuti, chissà che animale li faceva?

Le voci  parlano non hanno più l’accento che io conoscevo, hanno un modo di parlare strano, il papà viene chiamano babbo.

Nel trambusto vengo messo in un armadio che sa di legno e non di lavanda.

 Sono in attesa che anche io abbia la mia destinazione aspetto per diverso tempo, fino a che un giorno vengo tirato fuori, messo in un bel lettone mi sento felice, aspetto la sera con ansia, quando è l’ora di coricarsi mi rendo conto che c’è solo Beatrice da sola, lei è serena la notte gode del piacere di avere a disposizione tutto il letto per sé. Beatrice è una bella donna ma non ha trovato l’amore se n’è fatta una ragione e cerca di goder quello che ha, sorelle, generi, nipoti, mamma, amici.

Quando Beatrice ci lascia, dopo il dolore della perdita, i nipoti si dividono gli oggetti. Io sono finito in casa di questa nipote.

Ora anche Paola è anziana, lei mi ha tratta con cura, chi finirà per primo io o lei?

 Dove finirò?

In un sacchetto per stracci?

 O come è successo con Paola che mi ha apprezzato, potrò passare ad un’altra persona che mi apprezzerà ancora?

Noi oggetti alcune volte abbiamo più tempo di vita degli esseri umani.


 [P1]

Cominciamo con un ricordo

dagli scritti del gennaio 2015 con Stefania Bonanni, Rossella Gallori e Sandra Conticini

Mani al buio – di Stefania Bonanni (2015)

Pensavo di trovarti a casa, invece e’ tutto buio. Entro in camera e mi tappi gli occhi con le mani. Ti diverti perché strillo, sempre, anche se me lo facessi cento volte al giorno. Ma puoi pensare che non riconosco le tue mani? Solo tu hai mani così,  grandi, enormi, e bollenti. Mi tieni stretta, con gli occhi chiusi, poi mi giri verso di te, le tue mani aperte mi spingono ad aderirti, mi schiacciano, una tra le spalle, ed una tra i fianchi. Stringi forte, sempre di più,  non ti basta mai, poi dici: “Ecco, tutti gli incastri vanno a posto, stammi stretta così” come se, anche volendo, potessi liberarmi, con quella stretta sono immobilizzata, spesso ti chiedo di tenermi così,  stretta e spiaccicata, dissolta in te..

Le tue mani sono quelle di tuo padre, che se possibile, erano anche più grandi. Aveva tirato di boxe. Sarebbe stato terribile anche un ceffone, da quelle mani enormi. Era un uomo buonissimo e molto gentile, pronto ad aiutare chi aveva bisogno. Andava a fare le punture a tutti, in paese, perché aveva fatto il militare in infermeria, ed era stato in infermeria anche nel campo di concentramento,  ma solo questo ci ha detto, mai neanche una parola, di più.  Mi faceva effetto pensare che con quelle manone maneggiasse aghi e siringhe e dicevano tutti che lo faceva con grande delicatezza. Mi piaceva molto, Bruno, ci si poteva contare, era sereno e contento di esserci, qualunque cosa si facesse. Ho una foto di Riccardo piccolo, con Paolo e Bruno, e sembrano la stessa persona in tre momenti diversi della vita. Le mani no, Ricca le ha piccole, più simili alle mie. Chissà il bambino di Ricca, come avrà le mani…io ricordo che quando mi misero mio figlio in collo per la prima volta, gliele guardai, le mani, per vedere se somigliavano alle grandi mani di Paolo.

“Ma quante mani ha questo ragazzo?” Tante volte l’ho pensato. Andavamo al cinema, io ero fidanzata con un suo amico ma riuscivo sempre a star seduta accanto a lui, e come calavano le luci mi circondava le spalle con il braccio, e la sua mano penzolava in giù,  oltre la mia spalla, verso morbidi traguardi. E io, il giochino era così,  passavo il tempo del film a stoppare questa mano e riportarla sulla spalla. E lui ricominciava, e piano avanzava, si sporgeva, poi ciondolava, poi con le dita mi toccava il collo, i capelli, ed io struffiavo e dicevo “ma che stai un po’ fermo!!!”Poi gliel’ho detto, e l’ha anche capito da solo, che non volevo stesse fermo davvero..

Sono mani sincere, quelle di Paolo, non si possono spacciare per quelle di uno che non ha fatto lavori manuali, o per quelle di un pianista. No, le sue sono mani per stringere, e per tenerti per mano, sicura che non perderà la presa. Quando al cinema c’è la scena classica della persona che ciondola nel vuoto e di quella che con la sola stretta delle mani la tiene salda e le salva la vita, penso sempre che se succede a me, lui mi regge, se succede a lui, è spacciato…sempre avuto mani di burro, io…

Poi, sono anche caldissime, le sue mani. Quando ho qualche male, chiedo me le tenga appoggiate sulla parte dolorante, e mi fanno bene. Anche la mia mamma mi guariva così,  con le mani calde. Me le ricordo sulla fronte, sulla pancia, sulla gola. Mi ricordo i gesti, la morbidezza, me le ricordo umide di crema Nivea, la sera quando erano finiti i lavori di casa ed era l’ultima cosa che faceva mettersi quella crema..dicevo”mi tocchi dieci minutini?” Lei si sedeva sulla sponda del letto, mi toccava leggera, e guarivo subito…

Dicono molto, le mani. Con il tempo diventano autonome. Non sono più un accessorio, sono il mezzo con il quale si è realizzato il progetto.

Io, per esempio, ho mani inutili. Non so cucire, ne’ ricamare, né fare nessuna attività manuale.Non ho forza, nelle mani, mi casca tutto, rompo continuamente piatti e bicchieri. Per questo, perché non è stato facile,  mi commuove pensare a quante cose che non sapevano fare, hanno fatto queste mani..A quante volte ho lavato, vestito, spogliato, piegato, sbucciato, steso, spolverato, girato, messo a posto, ripegato, aperto, chiuso, tirato su, disfatto, rifatto, messo in moto, acceso, spento,….a quanti numeri avranno battuto le mie dita su quelle tastiere in ufficio, in tutti questi anni, che mi dicono sembro un pianista, ho perfino preso un ritmo..

Penso a quante cose ho fatto, proprio fatte davvero, ed a quanti gesti ho lasciato a metà,  a quante saranno le cose che non ho finito, a quante volte avrò agitato la mano per salutare chi non mi ha visto, a quanti conteggi inutili ho regalato energie, a quante strette di mano ho dimenticato un attimo dopo, a quanti fiori ho colto, e stavano meglio lì,  a quanti non ho colto ed avrebbero potuto regalarmi profumo e colore.

Geppetto  – di Rossella Gallori (2015)

“Non ho campo, scusa…mi sposto….ma chi sei? Oh Fatina!..ma non hai ricevuto il mio messaggio? Scusa un attimo, Pino…Hai fatto la doccia? Le chiavi della macchina…scusa Turky ma da quando va all’università mi fa impazzire….senti, ti richiamo più tardi che ho il mangiare sul foco…

Ho spento il foco finalmente un po’ di pace….e son vecchio….ho l’età per esser bisnonno e mi ritrovo babbo!

Babbo babbino un corno!…avevo la fortuna d’esser vedovo e solo….qualche lavoretto qua e là…o non mi va complicare la vita Mastro Ciliegia con quel pezzaccio di legno…..tarata tarata maledetto telefonino…oh Pino dimmi….si sono i’ babbo e chi voi che sia….hai lasciato i tabbet i tabbe….o i cche l’è?……..ora ho capito…l’hai lasciato in bagno….te  lo porto….si vabbene….e tanto per cambiare anche oggi un mangio!…..piglio i’ triciclo e vo!

Ecco…però… dov’ero rimasto…mi venne in mente di fare un burattino….fregato per sempre! Mi ha fatto diventare verde, un giorno si bruciava i piedi, un’altra volta si imbrancava con la peggio ciurma! Sempre e solo amicizie sgangherate, la scuola poi un incubo!

Ma se quella balena…..via un mi fate di’ nulla…..taratata taratata………..o icche c’è? Pino arrivo arrivo!

Poi è diventato un bambino bellino, vero, antichino…anche bonino…ma io non per l’età…ma è dura…e speriamo che trovi una ragazza a modo, no una sciacquarella, ma una donna per bene, tipo la mi’ povera moglie….amen e riamen….

Oddio la fatina! …la dovevo richiamare!!!……magari lo fo stasera su skipe!”

Storia inventata con personaggi (quasi) veri – di Sandra Conticini (2015)

Stamani mi sono alzata di buon’ora ed ho deciso di fare questa bella camminata per i boschi. La giornata prometteva proprio bene….. Sono partita da casa con il mio zainetto sulle spalle con un po’ di provviste per la giornata e via di buon passo. Dopo quasi 2 ore di cammino decido di riposarmi un po’, fare uno spuntino e bere un po’ del mio succo preferito, ma ahimè, aperto lo zaino non solo non c’era il succo che  naturalmente avevo  scordato sulla tavola di cucina, ma non c’era neppure l’acqua che avevo preparato fresca e frizzante come è mia consuetudine bere. Ecco che mi è preso un po’ di panico. Vicino non c’erano negozi dove poter comprare qualcosa per potermi dissetare. Per fortuna ho visto una casa e così, non essendoci il campanello, ho chiamato, ed è  uscita una signora che poi mi ha detto di chiamarsi Mimma. Ciao io mi chiamo Sandra e sono uscita stamani di casa scordandomi di portare qualcosa da bere, per caso mi potresti dare una bottiglietta di acqua?

Oh cara mi dispiace molto, figurati se non te la darei, ma sai….. ora …io in casa…… non posso rientrare… devo stare un po’ qui…devo prendere un po’ d’aria…..ma …ma…o come mi dispiace…. Oh ma guarda che fortuna, sta uscendo la mia vicina per andare a scuola, sai fa l’insegnante…. E così chiama: – Patrizia scusa potresti dare una bottiglietta d’acqua a questa signora perché sai….io…. per ora non posso rientrare in casa……..mahhhhn anche questa storia finirà…..

– Sì, ma certo non ci sono problemi….Così Patrizia mi invita ad entrare in casa, mi offre un caffè mi da la bottiglietta dell’acqua ed io,  un po’ incuriosita dal comportamento di Mimma, le provo a chiedere come  mai Mimma non può rientrare in casa ed è così impaurita e sospettosa…

– In questi giorni sono arrivate le 2 sue nipoti, figlie di una sua sorella:  Rossella, che è scappata da Montegabbione, il  suo paese di origine, e si è messa in testa che vuole andare alla manifestazione a Roma insieme a degli amici di Firenze che, qualche tempo fa, hanno dato fuoco a dei motorini e cassonetti nel centro di Firenze, e Stefania che, anche lei vorrebbe cambiare il mondo costi quel che costi e non parla altro che di bombe rivoluzione ecc.ecc., così Mimma è in mano a queste ragazze ed ha molta paura, perché l’hanno minacciata dicendo che non  vogliono farsi vedere  e lei non deve dire a nessuno  che ha queste 2 ospiti in casa.

Io intanto saluto Patrizia e riprendo la mia strada e poco dopo trovo un bel laghetto e faccio due chiacchere con un signore di nome Simone. Una persona molto solare e divertente con un bel cappellone di paglia un po’ bucato, una maglia che doveva essere rossa anche quella un po’ bucherellata e che mi dice di essere il pescatore della zona. Infatti  da anni va a quel lago e pesca con la canna, ma  i pesci che prende li ributta nell’acqua e  si domanda se saranno sempre gli stessi visto che in quel lago i pesci sono molto pochi.…… Poi mi chiede dove sto andando e io gli rispondo che di preciso non lo so, così  mi consiglia di andare al convento  poco lontano dove posso trovare ancora qualche monaco. Mi incammino di nuovo e, mentre salgo per la strada,  mi sento prendere alle spalle. Così tutta impaurita mi volto e vedo un animale enorme con una lingua  rossa come il sangue e delle ali grandissime, che vorrebbe volare ma non ce la fa.Mi metto a correre e questo si mette a ridere e mi dice: -Non scappare sono Elisa la Draghessa e se vai per questa strada ne troverai altri vestiti come me. Stiamo facendo un gioco, bisogna nascondersi fra gli alberi senza farsi vedere e ti assicuro non è troppo facile……..Quando si viene visti, per penitenza, bisogna saltare la corda e allora sì che si va sul difficile!!!!!!!!!!!!! Stiamo preparando una festa  per dei bambini. Salendo, infatti, trovo altri ragazzi vestiti da draghi, pipistrelli, ragni: sembrava essere già alla festa di Halloween!!!!!!!!!!!!!

 Ecco che inizio  ad intravedere il convento dell’Incontro in cima al monte avvolto dal verde dei prati e degli alberi dei cipressi, ma purtroppo il paesaggio è deturpato da tutte le antenne. Arrivata  entro nella foresteria e trovo Roberto, il capo dei monaci,  distinto con capelli bianchi, molto curato e con una bella parlantina che mi affascina. Quando mi vede mi racconta tutta la storia di quel posto e mi chiede se voglio fare la visita  con sua nipote Monica, appena ventenne, che lui ha praticamente cresciuto perchè è rimasta orfana a 3 anni. Ora è sposata ma, siccome il marito  lavora a Milano durante la settimana, spesso ritorna al convento ed è contenta di far visitare agli ospiti la chiesa,le celle, e il giardino dove i  monaci trascorrono gran parte del loro tempo in preghiera.

Il giro è molto interessante e lì  trovo anche la segretaria di Mons. Meini, vescovo di Fiesole, Patrizia,  che Roberto chiama la bionda, che è ospite loro per poter pregare e fare qualche giorno di religioso silenzio e preghiera. La giornata è stata molto impegnativa e  ritornare verso  casa a piedi mi mette un po’ di ansia, così chiedo se per caso da lì passa un autobus, ma la risposta è negativa. Posso approfittare comunque di Mirca, una studentessa  fuori corso, vista l’età, che deve ritornare a Firenze per andare da Cecilia, una sua amica, a studiare. Finalmente riesco a tornare a casa stanca e  frastornata, perché quando sono uscita di casa stamani pensavo di trascorrere una giornata tranquilla in solitudine e invece si sono accavallati una serie di eventi strani che mi hanno tenuto in tensione.

Personaggi obbligatori richiesti dal gioco:

MIMMA: Signora materna, padrona di casa misteriosa

PATRIZIA MORA: Vicina di casa insegnante

ROSSELLA : Rivoluzionaria che trama nell’ombra

PATRIZIA BIONDA:  l’assistente di un potente

MIRCA: Studentessa che vive fuori casa

SANDRA: Prigioniera politica o religiosa

STEFANIA: Spia rivoluzionaria

ELISA: Draghessa

SIMONE: Marinaio o pescatore

ROBERTO: Capo dei monaci

MONICA : Orfana sposata giovane

CECILIA: Personaggio a scelta