La sorpresa dal mare – di Nadia Peruzzi

Era un uomo rude, di quelli tagliati con l’accetta. Forse perché tagliava proprio con l’accetta. Uomo di montagna, dai grandi silenzi, mani forti, fisico possente forgiato in anni e anni di lavoro pesante.
Non un filo di grasso, solo muscoli scattanti e mani con tantissimi calli a raccontare gli alberi che anno dopo anno aveva tagliato per farne abitazioni calde, comode e confortevoli.
Era un lavoro in solitario e per solitari come lui.
Parlava con la natura più che con i suoi simili. Il silenzio del bosco se lo portava dentro e addosso.
Molti non riuscivano ad entrarci in sintonia. Le donne men che meno. Scalfire il muro che ergeva a difesa era stata impresa vana per molte. Si erano stancate prima di cominciare veramente a varcare la soglia che portava diritta ai suoi sentimenti.
Che li aveva lo si vedeva trasparire dai suoi occhi neri e lucenti facili ad oscurarsi ad ogni cambio d’umore, ma anche in grado di accendersi per una gioia improvvisa, o di venarsi di meraviglia bambina, di compassione e di umana partecipazione al dolore altrui.
Erano chiusi in un grumo che gli stava abbarbicato dentro e rischiava di distruggerlo se non avesse trovato il mezzo per farli uscire, orientandoli e traducendoli in qualcosa di concreto che lo appagasse e lo rendesse felice.
Trovò la sua ancora di salvezza un giorno mentre rovistava in un baule appartenuto a suo padre. Sul fondo una vecchia macchina fotografica di quelle con l’obbiettivo che si doveva estrarre ancora manualmente e che funzionava ancora con i vecchi rullini.
La provò e vide che scattava in rapidità come aveva visto fare quando era suo padre ad usarla.
Imparò velocemente a fare belle foto, come succede quando le passioni si accendono e le porte si aprono su mondi sconosciuti e tutti da conquistare.
In breve imparò a stampare e a fare gruppo con altri appassionati, partecipando volentieri alle loro scorribande per immergersi in altri mondi, e almeno sfiorare vite e situazioni molto diverse da quella lenta, abitudinaria, monotona che si svolgeva nella sua montagna.
Si scoprì ad amare il mare, forse per contrasto. Aveva finito per sentirne un bisogno fisico.
Mentre carezzava l’ultima foto che aveva stampato sentì arrivare l’odore salmastro del mare misto a quello del mirto e della ginestra.
IL gruppo dei suoi amici stava in alto su una scogliera. Ombre col mare in lontananza a le macchine fotografiche a fare da appendice alle loro figure stagliate contro il panorama.
Ricordava il vento di quel giorno. Stavano aspettando il passaggio dei grandi alati che si spostavano verso lidi più caldi. Avevano seguito il loro assetto di volo in triangolazione perfetta e si erano imbattuti per caso in un ballo di delfini che si erano dati appuntamento proprio di fronte a loro.
Ricorda altro di quel giorno.
I puntini neri che i tele misero ad un certo punto a fuoco.
Prima uno, poi due, poi decine.
Ci volle un po’ per capire. Erano esseri umani. Erano naufraghi. Erano in estrema difficoltà.
Corsero giù a grandi falcate verso la spiaggia, mentre con i cellulari chiamavano i soccorsi.
Chi sapeva nuotare si era già lanciato in acqua e cominciava a riportare a riva persone stremate, intirizzite, e con occhi sbarrati in cui era concentrato tutto il dolore del mondo.
Lui era rimasto senza forze. Impietrito. Le mani strette come artigli sulla macchina fotografica, come per trovare un appiglio e per non lasciarsi travolgere da quella scena terribile.
La macchina fotografica che usava come filtro per guardare il mondo cercando di narrarlo dal suo punto di vista, e in qualche caso com paravento a protezione del suo io più segreto, era un inutile fardello in quella circostanza. Le grida che stravolgevano la scena fino a poco prima idilliaca, erano alla ricerca di una umanità compassionevole che se ne facesse carico immediatamente. Filtri non potevano esserci.
Servivano mani nude e cuore aperto, calore per accogliere e consolare.
Si riscosse appena mollò a terra la macchina fotografica. Le sue mani ripresero vita e vigore appena gli misero in braccio un fagottino di pochi mesi, con un ciuffo ribelle che usciva da una cuffietta colorata, che lo guardò con occhi che ardevano come tizzoni ardenti.
Se lo strinse al cuore come non aveva mai stretto nessuno e pianse, come mai gli era accaduto prima.
Un immagine ferma, che prende movimento: chi sapeva nuotare si era già lanciato in acqua…
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Umano, intenso l’uomo descritto.Bello come e entrata la foto nel tuo scritto,ricordando il dramma dei nostri giorni, con un finale di rinascita con quel fagottino in braccio, aperto alla vita.
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